Una proposta di coalizione per le prossime elezioni che rimarrà un sogno di chi ha scritto questo articolo, sia per l’ingordigia dei partiti che per la partigianeria degli elettori.
Alla vigilia di ogni tornata elettorale, la domanda che gli italiani si pongono non è solo “chi vince”, ma “chi governa, e come”. Le coalizioni nate solo per sommare voti, senza una chiara divisione di responsabilità, hanno spesso mostrato il fianco a paralisi decisionali e conflitti interni. Da qui nasce una proposta alternativa: una coalizione costruita non attorno a un cartello elettorale generico, ma attorno a un criterio preciso — ogni leader risponde della propria delega, con la Presidenza del Consiglio a fare da garante e da arbitro su tutto ciò che resta fuori dai perimetri assegnati.
La squadra
Presidenza del Consiglio — Giorgia Meloni Alla guida della coalizione, con il compito di tenere insieme l’azione di governo e decidere su tutte le materie che non rientrano nelle deleghe specifiche affidate agli alleati. Un ruolo di sintesi politica più che di gestione diretta di ogni dossier, in linea con l’esperienza già maturata alla guida dell’esecutivo.
Esteri — Antonio Tajani La continuità alla Farnesina viene presentata come un valore: rapporti consolidati con le cancellerie europee e atlantiche, un profilo istituzionale riconosciuto e un approccio pragmatico ai grandi dossier internazionali, dalla sicurezza energetica ai rapporti transatlantici.
Autonomia — Luca Zaia Il tema dell’autonomia differenziata trova nel presidente veneto il suo interprete più naturale, per esperienza amministrativa diretta e per il consenso raccolto attorno a un modello di governo regionale spesso citato come esempio di efficienza.
Industria — Carlo Calenda L’inserimento di una competenza tecnica sui temi industriali punta a rassicurare il mondo produttivo: politica industriale, rapporti con le imprese e transizione tecnologica affidati a chi ha maturato esperienza sia in ambito ministeriale sia in ambito europeo.
Finanze — Giancarlo Giorgetti Anche qui la parola d’ordine è continuità: la gestione dei conti pubblici e i rapporti con i mercati e con le istituzioni europee restano nelle mani di chi ha già guidato il Ministero dell’Economia in una fase di equilibri delicati tra rigore di bilancio e sostegno alla crescita.
Immigrazione — Roberto Vannacci Su un tema che negli ultimi anni ha polarizzato il dibattito pubblico, la proposta punta su un profilo che ha costruito consenso attorno a posizioni di linea dura sul controllo dei flussi migratori e sulla sicurezza dei confini.
Eliminazione delle istituzioni inutili — Matteo Renzi Un dicastero (o una delega) dal nome volutamente provocatorio, pensato per intercettare il tema, ricorrente nel dibattito pubblico italiano, della semplificazione della macchina statale: una ramo del Parlamento, il CNEL, le Province, enti, authority, comitati e strutture ritenute ridondanti verrebbero passati al setaccio con l’obiettivo dichiarato di tagliare sprechi e sovrapposizioni.
Eliminazione costi inutili — Carlo Cottarelli Un dicastero affidato ad un tecnico proveniente da un’area politica esterna alla coalizione.
Privatizzazione RAI e pluralismo — Gabanelli Milena Un dicastero affidato ad un tecnico, proveniente da un’area politica esterna alla coalizione, con l’obiettivo che ciascun privato possa trasmettere una sola rete dedicata alle informazioni, Fininvest compresa.
La logica del progetto
Il punto di forza rivendicato da questa proposta è la chiarezza delle responsabilità: ogni leader porta in dote un elettorato e una competenza riconoscibile, e risponde di un perimetro definito. Meloni assumerebbe il ruolo di garante degli equilibri e decisore di ultima istanza sulle materie non coperte da deleghe specifiche — sanità, scuola, giustizia, lavoro, energia, tra le altre — evitando che questi ambiti restino privi di guida o diventino terreno di scontro permanente tra alleati.
Si tratterebbe, nelle intenzioni dei suoi sostenitori, di un modello ispirato più a una logica “presidenziale” di coalizione — un premier che coordina ministri-CEO ciascuno responsabile del proprio settore — che al tradizionale assemblaggio di quote di partito.







One Comment
Francesco
Benzina cara: la politica dell’indignazione senza soluzioni
Quando il prezzo della benzina sale, il copione politico è quasi sempre identico: dichiarazioni allarmate, accuse reciproche e proposte immediate che suonano bene nei titoli dei giornali. Le più ricorrenti sono la riduzione delle accise sulla benzina e la tassazione degli “extra profitti” di ENI.
Sono slogan popolari, ma difficilmente rappresentano una strategia seria per affrontare il problema energetico italiano.
La riduzione delle accise viene presentata come una misura a favore delle famiglie e delle imprese. Ma significa anche rinunciare a entrate pubbliche che devono poi essere recuperate altrove: con altre tasse, con nuovo debito oppure con minori servizi. Inoltre, uno sconto generalizzato sul carburante favorisce indistintamente chi ne consuma poco e chi ne consuma molto, senza concentrarsi davvero su chi è più in difficoltà.
Anche la richiesta di tassare gli extra profitti di ENI appare politicamente comoda. Quando il prezzo dell’energia sale, si cerca un colpevole visibile; quando invece occorre progettare investimenti, garantire sicurezza degli approvvigionamenti, sostenere ricerca, reti, stoccaggi e nuove fonti energetiche, il dibattito si fa molto più silenzioso.
Eppure l’Italia non ha bisogno di una politica che insegua il prezzo alla pompa con provvedimenti emotivi. Ha bisogno di una politica energetica stabile, coerente e orientata al futuro.
## Una proposta meno popolare, ma più seria
Invece di invocare tagli occasionali alle accise, si potrebbe ragionare su un loro **aumento graduale e programmato**, destinando ogni euro aggiuntivo a un fondo trasparente per la sicurezza energetica nazionale.
Non un aumento per fare cassa indistintamente, ma un contributo vincolato a obiettivi concreti:
– investimenti nelle reti elettriche;
– infrastrutture per la ricarica;
– accumulo energetico;
– efficienza degli edifici;
– trasporto pubblico e mobilità sostenibile;
– sostegno mirato alle famiglie e alle piccole imprese realmente esposte ai rincari.
Sarebbe una scelta politicamente scomoda, certamente. Ma almeno avrebbe una logica: usare una parte del costo dei combustibili fossili per ridurre, nel tempo, la dipendenza del Paese dai combustibili fossili stessi.
## ENI non è soltanto un bersaglio fiscale
Lo stesso vale per ENI. Se l’obiettivo è rendere l’Italia meno vulnerabile alle crisi energetiche e alle tensioni internazionali, la risposta non dovrebbe essere soltanto: “tassiamo di più quando guadagna”.
Sarebbe più lungimirante valutare un **aumento di capitale finalizzato agli investimenti**, con una chiara strategia industriale e obiettivi controllabili. Le risorse potrebbero essere impiegate per accelerare progetti energetici strategici: produzione nazionale, rinnovabili, biocarburanti, idrogeno dove realmente efficace, stoccaggi, tecnologie di rete e sicurezza delle forniture.
In altre parole: meno politica punitiva e più politica industriale.
Tassare un’impresa quando produce utili è facile. Metterla nelle condizioni di investire bene, crescere, competere e rafforzare il sistema Paese è molto più difficile. Ma è lì che si misura la qualità di una classe dirigente.
## La vera coerenza
Non si può pretendere benzina sempre economica, energia sempre disponibile, tasse sempre più basse, investimenti sempre maggiori e indipendenza energetica totale. Qualcuno deve pagare il conto e, soprattutto, qualcuno deve decidere come usare bene le risorse.
L’ipocrisia nasce quando la politica promette contemporaneamente tutto: meno accise, più spesa pubblica, più investimenti e più tasse sugli utili delle aziende strategiche. È una narrazione che raccoglie consenso nel breve periodo, ma non costruisce sicurezza economica nel lungo periodo.
Forse sarebbe più onesto dire ai cittadini che l’energia ha un costo. E che quel costo può diventare un investimento per il futuro, anziché l’ennesima occasione per fare propaganda.