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Giuseppe Allevi

Dottore Commercialista, Revisore dei Conti e pubblicista. Partner Leaders (consulenza fiscale, aziendale e del lavoro)

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4 Comments

  1. 1

    Pepe

    Ci piacerebbe vedere, ogni tanto, che un politico locale pensasse con la propria testa.

    Possibile che con tutte le cazzate che dicono i politici nazionali nessun politico bergamasco si sia mai dissociato ?

    Evidentemente chi fa politica è solo preoccupato di fare carriera.

    Per questo ARISTIDE è la nostra speranza !!!!

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  2. 2

    Aristide

    Consigliava il buon Epicuro, caro a Lucrezio: λάθε βιῶσας (spero che i caratteri greci si leggano bene: in caratteri latini, láthe biōsas). Cioè, vivi nascostamente, non cercare visibilità, gloria, ricchezza o potere. Con buona pace di Maria de Filippi (che Epicuro per sua fortuna non conosceva), non agitarti, godi dell’amicizia, sii pago del buon cibo assunto con moderazione e, in generale, dei piaceri della vita, avendo cura che tu sia il padrone dei piaceri e che i piaceri non prendano il sopravvento su di te. Tra i piaceri, infine, sono tutt’altro che trascurabili quelli dello spirito. Epicuro era un filosofo, un filosofo vero, e non un impresario di bunga bunga (lo dico per il Trota, che ha trascorso a Curno uno stage di studio, in anni che furono decisivi per la sua formazione giovanile e per la cristallizzazione della sua originale Weltanschauung, oltre che per alcuni suoi sodali innominabili nel Consiglio dei Lombardi).

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  3. 3

    Giuli

    Socrate consigliava Gnozi seauton (mi scuso ma non ho la possibilità di scrivere nel bellissimo alfabeto greco antico).

    Dunque chi meglio di Aristide stesso ci può dire qual'è la sua vocazione?

    Ho avuto il privilegio di partecipare ad alcune discussioni sull'oramai defunto blog dell'UDC di Curno (trattasi di morte assistita) nelle quali, senza infingimenti (termine a lui caro) il nostro Aristide ha messo in luce le sue doti di riflessione, dimostrando come lo studio e la chiarezza di pensiero ed espressione siano di per sè sufficienti ad avere la meglio sulla furbizia e sul doppio giochismo di alcuno comprimari o sedicenti protagonisti della politica bergamasca.

    Beh credo che imbrigliarlo nelle piccinerie che caratterizzano la vita del politico equivarrebbe ad affievolire la luce di un faro che ci guida nella navigazione notturna.

    Per cui mi rifiuterei categoricamente di votarlo.

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  4. 4

    Kamella Scemì

    Perchè votare Aristide? perché l'americanata di Aristide for President? Perchè Aristide nemmeno lambisce l'ormai sempre montante me..lm…a in cui vivono "da satrapi" gli sporchi (e non può essere diversamente) politicanti del giorno d'oggi, numerosissimi e sporchi ai vertici dello Stato come nei piccoli comuni delle nostre terre. Loro nella me…lm…a ci vivono benissimo. Io, no. Aristide, no. E il piano inclinato su cui siamo avviati mi spaventa sempre più: una schiera debosciata e deviata di personaggi come quelli che siamo costretti a vedere e sentire in televisione ripetute volte al giorno non può che preparare la strada all'uomo forte del momento (e quello c'è già, indipendentemente dai propri meriti e demeriti… e dalla propria "statura"), e preparare nel contempo il dittatore del futuro.

    Ho letto in questi giorni, come ha fatto anche Massimo Introvigne, che traccia il Suo commento su Avvenire di oggi – Agorà -, il libro dello storico inglese Frank Dikötter "Mao’s Great Famine. The History of China’s Most Devastating Catastrophe, 1958-1962" (Walker, New York 2010), in cui l'Autore ci ricorda innanzitutto che Mao Tse-Tung batte di gran lunga sia "Baffone" Stalin, tanto caro ai comunisti italiani, sia "zio" Adolfo Hitler, tanto caro a gente come quelli della Banda della Magliana, nel numero delle persone da lui uccise. Il cosiddetto "grande timoniere", satrapo travestito da operaio, ha stabilito records che forse superano anche Gengis Khan. Una cosa, secondo Dikötter, è sicura: il "Grande Balzo in Avanti" del 1958-1962 è il più grande crimine di tutti i tempi, la peggiore catastrofe mai causata da mano umana nella storia. Si trattò di una corsa folle, criminale, allo sviluppo economico, attraverso la collettivizzazione lanciata da Mao nel 1958, dopo che Khruscev aveva promesso che in quindici anni l’economia russa avrebbe superato quella degli Stati Uniti. Mao rispose che nello stesso periodo, anzi prima, la Cina avrebbe superato la Gran Bretagna. Pensa tu, che razza di coglione!. Così, nel 1958 avviò una gigantesca campagna per concentrare tutti i contadini dell’enorme Cina in soli 28.000 grandi comuni; imporre ritmi di lavoro forsennati per costruire a tempo di record nuove dighe e canali; installare in ogni villaggio piccoli altiforni per produrre ghisa e altri materiali. Il piano era demente, oltre che criminale.

    Le dighe costruite frettolosamente cedettero, facendo, nel solo caso delle due barriere sul fiume Hua, 230.000 morti. Gli altiforni (in cui pure i contadini furono costretti a buttare di tutto, dalle pentole ai rivestimenti delle case, talora distrutte per questo scopo) produssero materiali ferrosi del tutto inutili. Soprattutto, si distrussero le famiglie. Uomini e donne furono separati e inviati a lavorare fino a venti ore al giorno in unità separate, dormendo all’addiaccio o in casermoni o tende malsane e mangiando, pochissimo, nelle mense. Uno dei collaboratori di Mao dichiarò che era venuto il momento di riconoscere che «tutto è collettivo, anche le persone umane». Dikötter è il primo storico al quale il governo di Pechino ha consentito di accedere a tredici dei trentuno archivi regionali cinesi, e a quattordici dei maggiori archivi comunali, fra cui quelli di Nanchino, Canton e Wuhan. Si tratta di tesori di documentazione, ma non di una ricerca completa. Difficilmente questa sarà mai consentita dalle autorità cinesi, a meno di un cambio di regime e se pure lo fosse, molti documenti sono irrimediabilmente perduti. Il materiale è comunque sufficiente a tracciare un quadro allucinante.

    Ben presto i cinesi iniziarono a morire, o di fame o uccisi dalle milizie che temevano rivolte. Mao giunse perfino a commissionare degli studi sul numero di persone che, regione per regione, dovevano essere giustiziate per prevenire ogni rischio di rivolta, e a imporre "quote" di esecuzioni alle autorità regionali. La fame portò a diffusi episodi di cannibalismo, rigorosamente documentati negli archivi, e a un vero e proprio sterminio dei vecchi e dei bambini, separati dai familiari e concentrati in "Case della felicità" le cui razioni alimentari dal 1960 scesero a livelli così bassi che quasi tutti morirono. Molti coloro che finirono uccisi dalle milizie. Dikötter riporta che in un villaggio, dove la maggioranza delle persone era già morta di fame, furono allestite "trappole" con dolci e riso per vedere chi era disposto a rubare per sopravvivere.

    Chi ci cascava finiva in un sacco, dove era subito bastonato a morte dalla milizia. Quanti morirono? Nessuno lo saprà mai con certezza, conclude lo storico, ma oggi le stesse fonti ufficiali cinesi parlano di una cifra minima di quarantacinque milioni di persone, riferita peraltro ai soli cinque anni del Grande Balzo in Avanti e non all’intera carriera di Mao. Nel 1961 era diventato chiaro, anche a molti esponenti del partito, che la natura stessa si ribellava al folle progetto. «C’è una nuova battaglia – rispose Mao in un discorso –: abbiamo dichiarato guerra alla natura». Ma alla fine, incalzato soprattutto da Liu Shaoqi, che minacciava di organizzare una rivolta all’interno del partito, Mao nel 1962 dovette cedere e rinunciare al Grande Balzo in Avanti. Ma giurò di vendicarsi. Nel 1966 scatenò la Rivoluzione Culturale, che uccise almeno altre 700.000 persone: tra cui, nel 1969, Liu Shaoqi, che fu prima imprigionato e poi lasciato morire, privato delle cure mediche per il suo diabete. Di tutti questi orrori qualcuno vorrà attribuire la colpa ai soli collaboratori del presidente. Ma il libro di Dikötter toglie ogni illusione sul suo ruolo. L’immane tragedia fu voluta e guidata personalmente da Mao.

    E il modello economico che noi ora stiamo inseguendo, per tenerlo a bada, è proprio quello cinese, quello che ha in sé gli esiti e gli effetti voluti dalla figura bieca del p.rco criminale di cui sopra.

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