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Giuseppe Allevi

Dottore Commercialista, Revisore dei Conti e pubblicista. Partner Leaders (consulenza fiscale, aziendale e del lavoro)

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3 Comments

  1. 1

    Bernardo Caprotti

    L’unica cosa che si e’ riuscito a liberalizzare in 10 anni e’ stato il pane. Bersani e’ riuscito a fare solo questo perche’ e’ impossibile fare le liberalizzazioni in un Paese dove si mettono tutti di traverso.

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  2. 2

    gianni

    Fare la spesa la domenica non è una necessità!
    In paesi come la Germania, l’Austria, la Svizzera, la Francia, la maggioranza dei paesi scandinavi le domeniche i negozi sono chiusi e le economie di certo non ne risentono, i tedeschi non muoiono certo di fame se il supermercato è chiuso e l’economia non se la passa di certo peggio che la nostra.
    La domenica è il principale giorno di riposo in tutti i Paesi ed in tutti i settori che non siano considerati essenziali e le festività parlano della nostra storia, ne trasmettono la memoria alle future generazioni, difendono l’identità culturale, civile e religiosa del Paese.
    La domenica non è un giorno qualsiasi , perché credo che ci siano dei capisaldi della nostra cultura che vanno tutelati: è si necessario fare spazio al nuovo ma bisogna trovare un modo perché questo non avvenga a scapito di importanti valori sociali e per chi crede anche religiosi.
    Sono anche buone tradizioni che fanno parte della nostra identità e che credo debbano essere salvaguardate dall’invasione di una mentalità consumistica.
    Una comunità vera si difende anche con l’affermazione di principi condivisi.
    Nelle domeniche e nelle feste si devono “consumare” soprattutto i beni relazionali tra le persone, prima ancora che quelli materiali.
    Per questo io propongo una soluzione che penso sia condivisibile: una rotazione settimanale che prevede, ogni domenica, tot negozi e centri commerciali aperti dove fare la spesa, secondo un calendario concordato.

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  3. 3

    Bg News

    Da Bergamo News:
    Mattanza di negozi in centro a Bergamo. Il valzer delle serrande chiuse per lavori non è una novità. Solitamente avviene in estate, a cavallo tra luglio ed agosto. Ma non si tratta di questo. Il centro di Bergamo sta perdendo negozi storici: la gastronomia Airoldi in largo Porta Nuova da mesi non ha più un gestore, per il Caffè del Colleoni l’aroma del caffè è un vago ricordo, sotto i portici del Sentierone “Nodi & Colore” ha abbassato la serranda in sordina, così come Diana in via XX Settembre. Da Bruschi non sono rimaste nemmeno le stringhe. In Piazza Pontida carta da pacco alla vetrina anche un altro negozio è sfitto e in via Sant’Alessandro, una via per lo shopping di tutto rispetto, il conto delle vetrine vuote aumenta giorno per giorno.

    Non va meglio in via Pignolo. Dopo la chiusura di Amadei in via Camozzi, negozio storico ben conosciuto per gli amanti dei tappeti, all’angolo ci sono una serie di vetrine con la sola scritta “Svendita per chiusura attività”. Le uniche cose rimaste all’interno sono una serie di scaffali vuoti. E salendo verso piazzetta Santo Spirito la passeggiata si fa ancora più triste. I cartelli con la scritta affittasi o vendesi stanno diventando una consuetudine, forse una diagnosi per rilevare che il centro storico di Bergamo sta male, commercialmente parlando. Che cosa succede a Bergamo? Di chi è la colpa di questa mattanza di negozi chiusi? Troppi centri commerciali? Pochi parcheggi? Affitti troppo alti? Associazioni di categorie ingessate? L’Amministrazione comunale latitante? O semplicemente stanno cambiando le abitudini commerciali e la città sta vivendo la sua metamorfosi?

    .

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