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    Aristide

    STANARE LA CLASSE POLITICA

    Questa volta Bartali non si è limitato a dire: «Qui l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!». Questa volta Bartali ha rifatto, cioè ha rifatto l’articolo.

    La cosa è cominciata così. Lui legge quest’articolo e commenta: «Ho capito, questo vuol essere un articolo di sinistra, contrario alla cessione a privati di un edificio di proprietà pubblica. Benissimo: in questo caso, però bisogna andare fino in fondo, coerentemente. Altrimenti facciamo come la sinistra di potere che a parole è contro l’imperio del denaro, di fatto tresca per imporci la figura di Luca Cordero di Montezemolo». Qui, lui pur così cattolico, si lascia scappare una bestemmia (che non approviamo, ma invochiamo le attenuanti generiche: per lui, toscanaccio, bestemmiare è come per un bergamasco dire “pota”). Dimenticandosi, apparentemente, dell’articolo, continua così: «Sì, ce lo presentano come un grande imprenditore, come se non sapessimo che lui faceva le pubbliche relazioni per conto dell’Avvocato. E le fece così bene che Romiti andò su tutte le furie e pensò che questo novello uomo della Provvidenza (sotto il ciuffo, niente) dovesse espiare le sue colpe alla Cinzano. E non dico altro».

    Poi Bartali torna all’argomento iniziale. Non gli va bene, nel titolo, questo “svendere la propria storia”. «Fortuna che ci è stata risparmiata la “memoria storica”!»: Bartali questa volta non bestemmia, meno male. È un fiume in piena: dice che non è chiaro quale sia la posta in gioco, che magari la si sa e non la si dice. Ci sono privati ai quali non dovremmo cedere l’edificio pubblico? E allora diciamolo. Ci sono destinazioni d’uso che invece ci piacerebbero? E allora diciamole. Non è d’accordo sul fatto che il miglior modo di affrontare un problema con valenza economica, etica ed estetica sia quello d’indire un’assemblea pubblica con partecipazione di truppe cammellate. Così va a farsi benedire il principio di rappresentanza politica. Nell’Atene di Pericle e nella Ginevra di Jean-Jacques Rousseau la democrazia diretta era esercitata da cittadini numerosi e intellettualmente addestrati – tutti – a questa forma di democrazia. Sostiene inoltre – sempre lui, Bartali – di essere pronto a scommettere quel che si vuole: ma una frase come «vivificare quel patto di cittadinanza che affonda le sue radici nella storia di Casa Suardi» significa tutto e il contrario di tutto.

    A questo punto prendo il coraggio a quattro mani e dico a Bartali: «Guarda che non puoi sempre dire “Qui l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!” Perché altro è il dire, altro è il fare». Bartali non frappone indugio: ecco dunque il suo articoletto, il quale – a suo dire – potrebbe essere un modo per stanare la classe politica. Così, alla buona, senza infingimenti.

    CASA SUARDI: DESTINAZIONE PUBBLICA O PRIVATA?

    Il Consiglio comunale di Bergamo nel corso della seduta consiliare del 18 aprile 2011 ha votato l’inserimento di un edificio storico di Bergamo alta, la Casa Suardi, nell’elenco dei beni potenzialmente cedibili per finanziare il Pop (Piano delle opere pubbliche). Ha deliberato a favore la maggioranza, con il voto contrario dell’opposizione. In soldoni, ciò significa che Casa Suardi, che fu sede della Facoltà di Lettere e Letterature straniere, può passare in mano privata.

    L’opposizione ritiene che il palazzo non debba essere alienato e che la sua destinazione debba essere pubblica: per il momento non è dato sapere quale sia l’uso optato dai consiglieri d’opposizione. Trapelano tuttavia due ipotesi: la prima vorrebbe che Casa Suardi divenisse una succursale del Museo archeologico di Bergamo. La seconda ipotesi è che possa venire incontro alle esigenze di nuovi spazi ambiti dalla vicina e quasi prospiciente Biblioteca Angelo Maj. (Per inciso, questo Angelo Maj non è quell’Angelo Mai che scoprì i frammenti del ‘De Republica’ di Cicerone.)

    Anche i consiglieri di maggioranza si mostrano abbottonati: se anche hanno in mente un possibile acquirente e una possibile destinazione d’uso, preferiscono tuttavia non farne parola.

    A questo punto ai cittadini di Bergamo non rimane che dare per scontato che effettivamente né maggioranza né opposizione abbiano, al momento, stabilito quale debba essere la destinazione di Casa Suardi, proprio come dicono loro. D’altra parte, dal punto di vista dell’interesse dei cittadini, che è un interesse civico superiore, non si vede perché la mano pubblica dovrebbe essere preferibile a quella privata, o viceversa. Se abbiamo mentalità scientifica (tanto più che Bergamo ospita Bergamo Scienza, con tanto di Odifreddi come presidente onorario) dobbiamo dire che a noi interessa la destinazione d’uso, e basta.

    Infatti, facciamo il caso che Casa Suardi passi alla mano pubblica, e che sia destinata a diventare una specie di Pro loco in forma allargata, in pompa magna e (‘quod Deus avertat!’) con produzione intensiva di “eventi”. A questo punto Piazza vecchia sarebbe invasa da orde di turisti in brache corte, con piedi impudicamente calzati da sandali che ne mostrano la deformità, con le immancabili bottigliette dell’acqua minerale tenute ben strette e brandite in funzione di coperta di Linus. Orribile!

    Viceversa, ammettiamo che Casa Suardi passi a mani private. Effettivamente, c’è il rischio che diventi sede di una banca, se non proprio di un McDonald’s (a Milano ce n’è uno a 87 metri dal Palazzo della Ragione): in ogni caso, francamente, non se ne può più.

    Ma perché allora non pensare a una soluzione del tipo et… et…, invece di una soluzione del tipo aut… aut…? Per esempio, sappiamo per certo che a Bergamo abbondano le “industrialesse” (significa “mogli di industriali”, come nei romanzi di Dostoevskij “generalessa” significa “moglie del generale”). Bene, sappiamo anche che tali industrialesse coltivano sensi di colpa per i soldi fatti dai mariti: noi non sappiamo perché, ma loro lo sanno. Tuttavia non è questo il punto: l’importante è che loro abbiano tali sensi di colpa e che perciò si dicano protettrici delle arti, artiste esse stesse, aperte al “sociale” e alle “relazioni umane”, fautrici di una concezione umanistica della vita. Proponiamo dunque a un’industrialessa di acquistare Casa Suardi, che poi cederà a titolo gratuito, per esempio, al Museo archeologico di Bergamo. In cambio, come sempre si è fatto, finché l’Italia è stato paese serio (basta visitare gli androni di certi ospedali storici) l’industrialessa avrà diritto a una targa e a un discorsetto. Niente di più.

    Fine dell’articolo. Adesso controllo se possa eventualmente dirsi “anglosassone”.

    WHO? Gli assessori del Consiglio comunale di Bergamo, divisi tra fautori e contrari all’alienazione della Casa Suardi. WHAT? Casa Suardi. WHY? La ragione del contendere è la destinazione d’uso: questo, precisamente, è l’argomento da sviscerare, essendo passibile di non poca mistificazione. WHERE? Piazza vecchia, Bergamo. WHEN? 18 aprile 2011, in occasione della Seduta consiliare in Municipio.

    Risultato dell’esame: anglosassonicità sufficiente.

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