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Luca Allevi

Laureato in Economia e Commercio alla Bocconi. Consulente internazionale presso www.leaders.it

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15 Comments

  1. 1

    Giuli

    Attendiamo trepidanti l'esito di Pontida.

    Ho letto stamane un articolo sul Sole 24 ore che analizzava la scelta che a dire dell'articolista caratterizza il destino della Lega nord: ritornare un partito territorialmente connotato rispolverando tutto l'armamentario di Roma ladrona o diventare un partito con estensione nazionale facendo leva su quell'argomento così in voga in tutti i partiti cosiddetti di protesta che si stanno diffondendo in Europa.

    Ascoltando la voce del popolo leghista su radio Padania (non i sunti di parte che ci spacciano per realtà) si capisce che degli ideali autonomistici resta ben poco, si è tutto spostato su di un federalismo fiscale (visti i chiari di luna irrealizzabile) e su un estemporaneo trasferimento dei ministeri (rectius dei dipartimenti) al nord e sul contrasto all'immigrazione clandestina.

    Il professor Miglio è stato ridotto ad una macchietta del buon padre nobile (ne pressi della sua tomba potremmo installare una centrale per produrre energia visto quanto si sta rotolando nella tomba), proprio lui che è stato uno dei più grandi anticonformisti della storia italiana, epurato (sempre a calci in ….) dallo stesso Bossi.

    Eppure la casalinga di Voghera telefona ancora e dice: io sono una leghista vera!

    Bene è proprio dal definire e stabilire cosa vuol dire essere leghisti e quali sono gli ideali che li animano che passa il domani del centro destra e in ultima analisi della seconda repubblica.

    Difatti o l'onda leghista è passata ed allora anche il centro destra va ridisegnato e ripensato o la Lega ha ancora un suo progetto autonomo, ma in quel caso visto il totale fallimento e la subalternità rispetto a Berlusconi, sarà la Lega a dover porre fine al vuoto di potere al suo interno così da riproporsi in modo nuovo ai suoi elettori.

    Diversamente oggi anche la Lega come movimento di svolta è morta e sepolta.

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  2. 2

    Kamella Scemì

    Ha ragione Giuli: la Lega Nord, il movimento autonomista e federalista italiano è inevitabilmente a un bivio. Mi chiedo se non debba mutare la sua organizzazione partitica e "ripensare" le persone poste a capo del tentativo di realizzazione di un'idea modernissima ma culturalmente difficile sotto il profilo della sua osmosi popolare.

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  3. 3

    Aristide

    I SOCIALISTI SCIENTIFICI DETERMINANTI PER L’ESITO REFERENDARIO

    I socialisti scientifici, per fortuna, non sono un club, non hanno uno statuto che prevede l’esistenza di spocchiosi consiglieri, con tanto di segretario e presidente: in generale, disdegnano di essere inquadrati. Si è socialisti scientifici nell’animo, per disposizione naturale e per educazione. Sono, direbbe un grande vecchio della politica italiana, transpartitici e transnazionali. Altri direbbe ancora che sono “trasversali”. Ma sono espressioni abusate (soprattutto l’ultima): meglio, dunque, lasciar perdere.

    Qui importa mettere in rilievo che i socialisti scientifici sono stati determinanti per l’esito referendario. Intanto osserviamo che, grosso modo, il 50% del blocco costituito dai cittadini elettori del centrodestra più i cittadini abitualmente astinenti si è recato alle urne. Ora, se per gli astinenti irridere ai capi carismatici, che davano l’indicazione di non metter piede nelle sedi elettorali, è la norma, non così si può dire di quella quota di cittadini elettori del centro destra che hanno mandato il carisma di Berlusconi e Bossi a farsi benedire. Questo è un fatto nuovo. Speriamo che la cosiddetta sinistra capisca finalmente come stanno le cose: gli elettori del centro destra sono tali per svariate ragioni, ma non sono necessariamente degli stupidi, le loro ragioni potrebbero essere tutt’altro che ignobili. Tale argomento è sviluppato in un articolo che porta il titolo “Lettera aperta agli amici della sinistra che votano per la Lega”: si veda http://www.testitrahus.it/Lettera%20aperta%20alla… ).

    Ebbene, i socialisti scientifici si annoverano fra coloro che non hanno prestato orecchio alle indicazioni dei capi carismatici. D’altra parte non votano abitualmente per la cosiddetta sinistra, per due ragioni:

    a) in quanto socialisti, con intento punitivo nei confronti della summenzionata e cosiddetta sinistra: infatti, non tollerano la deriva ideologica e classista, in senso piccolo borghese, di un progressismo a misura d’impiegati, maestrine, funzionari pubblici e intellettuali senza talento che identificano il progresso con la tutela dei propri interessi;

    b) in quanto scientifici, sempre con intento punitivo nei confronti della cosiddetta sinistra: infatti, non tollerano che il progresso materiale del paese sia pilotato dall’economia, anziché dalla scienza.

    Per dimostrare il ruolo dei socialisti scientifici nell’esito referendario sancito ieri dalla conta dei voti, prendiamo le mosse dall’analisi disgiunta dei voti medesimi. Consideriamo che:

    a) per il superamento del quorum è stata determinante una quota marginale degli elettori, il 5%.

    b) i socialisti scientifici appartengono a quel 5%. Infatti, l’analisi disgiunta dei risultati delle votazioni dimostra che 5% degli elettori ha votato a favore dell’energia nucleare e del legittimo impedimento.

    A – Per quanto riguarda il referendum sul nucleare, il “no” è perfettamente aderente a una forma mentis scientifica: “Io voto per il nucleare, pur sapendo bene che per il raggiungimento del risultato farei meglio a far venire meno il quorum. Però se il referendum andasse a monte, le centrali nucleari sarebbero costruite non si sa bene quando, con questa classe dirigente al potere. Inoltre le centrali sarebbero gestite non dai fisici e dagl’ingegneri ma dai bocconiani, dai Chicchi Testa e dai tecnocrati alla Lucio Stanca (quello che fu Ministro per l’Innovazione e le tecnologie nel 2001-2006, ma nessuno se n’accorse, quello che aveva previsto lo stanziamento di 45 milioni di euro – avete letto bene! – per http://www.italia.it , un sito Internet sul turismo, colui che fu amministratore delegato dell’Expo 2015, e credo che tutti sappiano quanto sia stata brillante la sua amministrazione). Dunque per sfiducia in quest’Italia di manager alle vongole preferisco recarmi alle urne e sbarrare la casella del ‘No’. [Qui appare l’aspetto socialista del voto: un rimpianto di quel Beneduce, socialista, che Mussolini incaricò della fondazione dell’Iri, a tutela del lavoro italiano, contro le mene degli adoratori di Mammona.] Fra l’altro, così facendo, testimonio un punto di vista non superstizioso. In altre parole, non mi faccio determinare pavlovianamente dalla spinta emotiva innescata dal disastro di Fukushima. So ragionare. So bene che il Giappone è meno scientifico di quel che si dice, tant’è che metà della rete elettrica funziona a 50 Hz e l’altra metà funziona a 60 Hz: un particolare tutt’altro che irrilevante nel tamponamento del disastro. So anche che in Italia non ci sono tsunami e che due regioni almeno, la pianura padana e la Sardegna, offrono buone garanzie sismiche. So anche che esistono le costruzioni antisimiche, come dimostra la stessa centrale di Fukushima, che ha resistito al sisma. Non ho paura dello tsunami, ho paura dei manager come Chicco Testa e Lucio Stanca. Perciò mi reco alle urne, contribuisco al superamento del quorum, libero (forse) l’Italia dai manager alle vongole e testimonio un punto di vista scientifico, non superstizioso”.

    B – Egualmente scientifico e socialista mi è parso il voto per il legittimo impedimento: “La ragione mi dice che l’equilibrio dei poteri è in Italia, attualmente, sbilanciato a favore della magistratura, soprattutto dopo che sull’onda emotiva di Mani pulite si eliminò con leggerezza l’istituto dell’immunità parlamentare (l’unico a protestare fu a quel tempo Pannella, che però ci deve ancora chiedere scusa per Ilona Staller, in arte Cicciolina, pornostar e fervente antinuclearista)”. Il ragionamento, più o meno, prosegue così: “I capi carismatici mi dicono che non devo recarmi alle urne. Ma io non sono servo dei capi carismatici. Inoltre di Berlusconi, ormai, non m’importa niente. Caro Berlusconi, hai intascato i voti dei migliori degli italiani, di coloro che lavorano senza protezioni sindacali, degli eroi residuali in un’epoca che ha in dispetto gli eroi. Allora sai che cosa ti dico, caro Berlusconi? Io contribuisco al raggiungimento del quorum, testimoniando però, con il mio ‘no’, la volontà di tornare sull’argomento, quando finalmente l’Italia avrà imparato a fare a meno dei capi carismatici”.

    Non credo invece che il 4% dei voti favorevoli alla privatizzazione delle acque sia attribuibile ai socialisti scientifici. Anzi, lo escludo.

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  4. 4

    ruperto

    Certa è la grande confusione: la gente ha effettivamente votato per i referendum senza saper bene cosa tecnicamente stava facendo (torneremo alle municipalizzate proibite dall'Europa?) e nello stesso tempo ha votato contro il B. Ma è serio tutto questo?

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  5. 5

    Karl Heinz Treetball

    Dal voto un segnale serio e scomodo

    La macchina delle sberle

    Il responso dei quattro referendum è chiaro, chiarissimo. Così come gli effetti della sua studiata politicizzazione. Ma proprio la spinta a iperpoliticizzarli ha finito per far assumere anche un altro significato ai loro esiti, un senso inaspettato tanto quanto il superamento di forza – dopo sedici anni di insuccessi diversamente motivati e spiegabili – della soglia del quorum. È questo, probabilmente, il messaggio più importante emerso dalla primavera elettoral-referendaria delle "sberle" che sta volgendo al termine e che accompagna quell’agognata «fase nuova» della politica italiana che nel Paese reale, di fatto, si è già aperta.

    L’immagine delle "sberle" può anche sembrare forte, ma è la stessa che da settimane affiora nei commenti e nelle (poche) autocritiche di tre successivi dopo-voto. E forte è soprattutto la realtà che fotografa e segnala. Nelle urne ma – prima ancora – nei circuiti associativi e nei circoli formali e informali, nei passa-parola di piazza e di internet, si è messa in moto una vera e propria "macchina delle sberle". Oggi la dose maggiore è toccata indubbiamente a chi governa – la coalizione Pdl-Lega e il suo leader Silvio Berlusconi – ma i destinatari potenziali sono un po’ tutti i protagonisti della scena politica nazionale. Chi pensasse di poter sostenere tranquillamente che le "sberle" arrivate dal corpo elettorale, in fondo, riguardano solo altri, avrebbe già cominciato a prenotare, in dose massiccia, la prossima serie. La "macchina delle sberle" è, infatti, alimentata da attese deluse e da una miscela di preoccupazioni e di esigenti indignazioni che hanno un bersaglio principale, ma non risparmiano nessuno e quasi pretendono interlocutori nuovi e credibili.

    È con sollievo che posso fare ammenda per un eccesso di pessimismo nutrito alla vigilia. Il risultato del voto del 12 e 13 giugno suona, in effetti, come una risposta scomoda e seria a quella che avevo definito la «vera domanda» posta agli italiani con questa consultazione: vi fidate o no dei valori e delle preoccupazioni che concretamente guidano coloro che amministrano lo Stato centrale e le realtà locali oppure temete che quei poteri possano essere usati "contro" il bene comune e a fini personalistici e privati, cioè a spese del non mercanteggiabile interesse di ogni cittadino (e soprattutto dei più deboli) di vedersi garantiti beni, servizi e standard civili essenziali nonché una progettazione saggia e sicura del futuro energetico di tutti? Beh, la risposta è stata una dichiarazione di sfiducia e un richiamo al dovere.

    Ed è appena l’inizio di un discorso. Al quale un grande contributo è venuto e potrà ancora venire dai cattolici italiani, che hanno le idee chiare su ciò che negoziabile non è (a cominciare dal rispetto pieno della vita umana e della sua permanente dignità e dalla valorizzazione del bene rappresentato dalla famiglia) e sul tanto e buono che, su quella solida base, si può fare con compagni di strada altrettanto onesti e chiari nel voler costruire un Paese più giusto, umano e capace di uscire dalla sindrome (e, quasi, dalla voluttà) del declino.

    Per intanto, però, bisogna prendere atto di due realtà. Da una parte, c’è un fatto che condizionerà per almeno cinque anni scelte di governo e iniziative parlamentari in tema di acqua, di energia (non solo nucleare) e di iniziative legislative suscettibili di essere definite ad personam. Dall’altra, c’è un annunciatissimo parapiglia attorno al governo Berlusconi, tutto giocato sui registri dell’intimazione a dimettersi rivolta al premier (che era oggettivamente tirato in ballo dal quesito sul "legittimo impedimento" e che aveva invitato a non votare) e del corteggiamento da parte delle due diverse opposizioni di Pd e Udc nei confronti di una Lega Nord irrequieta e prossima a riunirsi a Pontida.

    Un parapiglia dagli esiti incerti e che potrebbe servire solo ad aumentare il potere di coalizione dei leghisti. E dal quale, a suo modo, tende a sfilarsi Antonio Di Pietro, lesto a suo tempo a impegnare l’Idv tra i referendari della prima ora e, oggi, altrettanto lesto a riconoscere nella partecipazione al voto di una parte non piccola né casuale anche di quello che si è soliti definire «elettorato di centrodestra» un evento non strumentalizzabile a puri fini tattici. Di Pietro ha ragione: la trasversale forza del messaggio delle urne è il punto. E le nostre cronache lo registrano a dovere. Vale, perciò, la pena di ripetersi: c’è una vasta e crescente insofferenza per la qualità della politica attuale e nessuno degli attuali protagonisti della scena politica – né i partiti di governo (che non entrano certo solo ora in difficoltà) né tutti gli altri (che non hanno ancora risolto la loro) – può illudersi che il fenomeno sia passeggero. Il fenomeno comincia adesso.

    Marco Tarquinio, direttore del quotidiano Avvenire.

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  6. 6

    Clodoveo

    SCENARI

    Che cosa succederà

    Quorum abbondantemente superato e straripante vittoria dei sì su tutti e quattro i quesiti referendari. Tra domenica e lunedì alla fine è andato a votare il 57% dei circa 47 milioni di aventi diritto al voto (per ora dal conteggio sono esclusi gli italiani all’estero): 56,87% e 56,88% sui due quesiti sull’acqua; 56,84% sul nucleare; 56,84% sul legittimo impedimento. In tutte le regioni si è raggiunto il quorum, ma con notevoli differenze. Oltre il 64% in Trentino-Alto Adige e in Emilia Romagna (rispettivamente 64,55 e 64,13), seguite dalla Toscana col 63,57%, e dalle Marche col 61,53%. Ma tutte le regioni del Nord e del Centro (tranne la Lombardia) superano la media nazionale. In coda la Calabria col 50,33% e la Campania col 52,26%, con tutte le altre regioni del Sud ampiamente sotto la media nazionale. Non cambia di molto, invece, il numero dei sì che ovunque superano abbondantemente il 90%, con variazioni tra il 92 e il 98%. Ma in questo caso i dati più alti li troviamo nelle regioni del Sud, e proprio in Calabria e Campania. Per quanto riguarda i dati nazionali i maggiori consensi sono andati al secondo quesito sull’acqua (quello sulle tariffe idriche), l’unico a superare il 96%. Sopra il 95% arrivano il primo quesito sull’acqua (quello sulla cosiddetta "privatizzazione") e quello sul legittimo impedimento. Appena sotto il 95% si ferma, un po’ a sorpresa, quello sull’energia nucleare che, invece, era stato definito come il "sì" più popolare. Questi dati numerici nudi e crudi sono anch'essi da esaminare con attenzione, per capire ciò che è avvenuto.(A.M.M.)

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  7. 7

    Giuseppe

    DA ROMA ANTONIO MARIA MIRA per http://www.avvenire.it

    Quorum raggiunto e vittoria dei sì. Ma chi ha votato? Chi ha contribuito alla vittoria? 0, se preferite, alla sconfitta? E chi ha scelto (e indirettamente invitato) all'astensione? I numeri assoluti dei votanti, più delle percentuali, aiutano a capire. Perché sicuramente è vero che l'elettorato dei centrosinistra è andato compatto a votate e ha scelto il sì (con alcun defezioni sui referendum sull'acqua). Ma è altrettanto vero che un bella fetta degli elettori di centrodestra non solo si è recato ai seggi ma ha anche votato sì. È solo grazie a questa scelta che dopo 16 anni i referendun riescono a raggiungere il quorum. Insomma voto trasversale, più "contro" che a favore, come succede sempre in occasione di referendum vincenti. Ma questa volta molto più politico. Guardiamo alcuni numeri. Il 57 per cento degli elettori che è andato a votare, corrisponde a 26,85 milioni di italiani. I sì, tra un quesito e l'altro, oscillano tra poco meno del 95 per cento e poco più del 96. Il che vuol dire poco più di 25,5 milioni di italiani. Chi sono? Certamente gli elettori del centrosinistra. Ma non basterebbero. I risultati delle ultime elezioni politiche ci aiutano a capire. Nel 2006 l'Unione di Romano Prodi raccolse poco più di 19 milioni di voti. Due anni dopo, nel 2008, la coalizione Pd-Idv guidata da Walter Veltroni si fermò a 13,6 milioni, ai quali va aggiunto l'l,l milione della Sinistra Arcobaleno. Non sono di centrosinistra, dunque, molti milioni di voti a favore dei quattro quesiti: 6,5 in più rispetto al 2008, addirittura 10,8 rispetto al 2008. In gran parte voti di centrodestra (c'è anche l'area del non voto). Elettori, non pochi, che non sono andati al mare come speravano Berlusconi e Bossi. E che non solo hanno votato per il referendum antinucleare e per quelli contro la cosiddetta "privatizzazione dell'acqua", certamente molto popolari non solo a sinistra, ma anche contro il legittimo impedimento, certamente il quesito più politico e che riguarda direttamente il premier, e che, anzi, ha ottenuto più sì di quello antiatomo. Quasi un ribaltamento dell'ultima volta nella quale i referendum raggiunsero il quorum. Era il 1995 e gli italiani andarono a votare con percentuali simili a quelle di oggi, ma bocciarono tre quesiti decisamente anti-berlusconiani: l'abrogazione delle norme che consentivano la concentrazione di tre reti televisive in capo ad un unico soggetto, l'interruzione pubblicitaria dei programmi tv, il tetto massimo di raccolta pubblicitaria delle tv private. Mentre venne approvato il quesito che, abrogando la norma che definiva pubblica la Rai, di fatto ne autorizzava la privatizzazione.

    Le prime analisi del voto, fatte da istituti specializzati, confermano questi flussi di elettori del centrodestra a favore dei sì. Secondo una rilevazione dell'istituto Emg per il TgLa7, diffusa ieri nel corso dello speciale dedicato ai referendum condotto da Enrico Mentana, ben il 44,8 per cento degli elettori del Pdl sarebbe andato a votare non seguendo l'esempio di Berlusconi, e così il 39,5 per cento di quelli della Lega. Appare, invece, più scontato che ai seggi sia andato il 77, 5 per cento degli elettori del Pd, l'80,5 per cento di quelli delì'Idv, il 75,2 per cento di Sei, il 57,6 per cento del "nuovo polo" (Fli, Api, Mpa). Sempre secondo la rilevazione, ai seggi sarebbe andato il 66,5 per cento dei cosiddetti "indecisi" e il 25 per cento degli italiani dell'area del "non voto". Un'ulteriore conferma arriva dalla lettura dei dati regionali di affluenza e anche di quelli relativi al contenuto del voto. Abbastanza prevedibile un'affluenza più bassa nelle regioni del Sud (dato costante anche per le elezioni politiche), pur raggiungendo tutte il quorum. Meno il risultato al Nord dove, tranne la Lombardia, tutti i numeri dell'affluenza superano la media nazionale del 57 per cento. Un'ulteriore conferma del voto in libertà soprattutto dell'elettorato leghista. Soprattutto perché anche in queste regioni i sì, compreso il legittimo impedimento, viaggiano come nel resto del Paese tra il 92 e il 95 per cento.

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  8. 8

    Giuseppe

    «C'è una maggioranza insofferente a questa politica»

    DA ROMA GIOVANNI RUGGIERO per http://www.Avvenire.it

    AI di là dei sì e dei no, per Giuseppe Roma, direttore generale del Censis e docente di management urbano, il ritorno del quorum indica principalmente insoddisfazione per la politica. Lo abbiamo sentito.

    Professore, è dal 1995 che non si raggiungeva il quorum. È ritornato l'interesse per il referendum?

    L'obiettivo principale era proprio il quorum. La partecipazione deve essere riferita a una generale ondata di fastidio e dì disagio dell'elettorato, soprattutto dell'opposizione. Si è andato a votare dando un significato politico. C'è stata una aggregazione elettorale che va nella scia delle recenti amministrative. È cambiato il vento dell'opinione pubblica in generale, e i referendum vanno presi come un segnale nei confronti della politica in generale.

    Una volontà di ricambio della politica, come hanno fatto capire le elezioni di Milano e Napoli, dove si è scelto pescando abbastanza fuori dalla politica: intende questo?

    C'è un Paese che vuole più cura del suo avvenire. Ai problemi del quotidiano si aggiunge la spaventosa prospettiva demografica. Fra dieci anni avremo 2 milioni e mezzo di giovani in meno. La bassa natalità procurerà effetti non tra un ventennio ma già fra sette o otto anni. Queste cose il cittadino le conosce, è la politica che mostra di non saperlo. Dunque, il cittadino si chiede, davanti a questi problemi: «Ma la politica di cosa parla?» La gran parte dei cittadini non è nemmeno entrata nel merito dei referendum che in alcuni casi ponevano questioni anche complicate. Gli italiani, insomma, vorrebbero un po' più di attenzione.

    Volontà di cambiare, ma cambiare le persone o il senso della politica? Non crede ci sia bisogno di una politica più di servizio?

    Sono d'accordo. Dico anche che in questo momento si sente in modo particolare tale bisogno di cambiamento. Su alcune tematiche, prima di tutto quella giovanile, fino ai problemi legati al welfare, la gente vorrebbe sentirsi dire dalla politica qualcosa di serio e di concreto.

    Intendo dire dalla politica nel suo insieme: ci vogliono dei coaguli di condivisione generale dai quali il cittadino deve sentirsi tutelato. Al contrario, oggi il cittadino si sente isolato. Senza sostegni, non riesce a vedere nemmeno una luce alla fine del tunnel. In questo clima, chiunque capiti sotto schiaffo prende sberle dal cittadino.

    Campagna strana, con atteggiamenti quanto meno insoliti: una maggioranza che non si è batte, una minoranza che si appassiona ai referendum solo negli ultimi giorni. In campo diverse aggregazioni nuove e inedite: vuol dire che c'è bisogno di altri soggetti?

    Se la politica non risponde alle esigenze dei cittadini, il fenomeno di queste aggregazioni può espandersi, ma i referendum non sono comunque lo strumento per risolvere la questione. I politici hanno avuto paura del voto, perché hanno capito di trovarsi in un vento di protesta e così: "piegati giunco finché non passa la tempesta… " . Questo non giova alla politica. I quattro referendum alla fine saranno assorbiti, perché non credo che apriranno una nuova fase politica. Dicono soltanto che c'è nel Paese una maggioranza di cittadini insofferente.

    Nuova politica: come farla nascere? Scuole di formazione o cosa? È diffìcile sperare che la politica cambi e diventi di botto virtuosa da sola.

    A parte la vittoria dei sì, questo è il momento buono per le idee nuove e per le persone che vogliono impegnarsi, che abbiano una forte base culturale. Credo che siano necessarie proposte di oggetti e di soggetti. Se nessuno si muove, alla fine ci ritroveremo con i partiti esistenti.

    Occorrerebbe andare oltre il movimentismo referendario e portare proposte politiche con valori alle spalle. Siamo in un passaggio importante. Le amministrative e questo referendum segnalano non tanto un cambiamento quanto un disagio. E a questo punto ci vuole la proposta politica. Chi è nella società deve fare un passo avanti. Se si dice ai politici di professione di fare un passo indietro, va detto ai non politici di professione che questo è il momento dell'impegno.

    RINNEGHEREMMO NOI STESSI E QUANTO ABBIAMO SOSTENUTO IN QUESTI MESI DI CRESCENTE SUCCESSO DEL NOSTRO PICCOLO GIORNALE D'OPINIONE SE NON CI DICHIARASSIMO PIENAMENTE D'ACCORDO CON QUEL CHE DICHIARA L'ILLUSTRE STUDIOSO…E CON QUEL CHE NE CONSEGUE. bERGAMO.INFO

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  9. 9

    Quirico

    Nei quattro referendum in Italia, un risultato oltre gli schieramenti

    di MARCO BELLIZI da L’OSSERVATORE ROMANO edizione on line.

    Con quattro “sì” ad altrettanti quesiti referendari, gli italiani hanno deciso l’abrogazione delle leggi riguardanti, in sintesi, la privatizzazione dell’acqua, la costruzione di centrali nucleari nel Paese e il legittimo impedimento del presidente del Consiglio e dei ministri a comparire in udienze penali. Dopo sedici anni di referendum falliti, il quorum necessario per la validità della consultazione è stato raggiunto: considerando anche la partecipazione al voto degli italiani all’estero, la percentuale è stata del 54,8 per cento, con la soglia del cinquanta più uno superata in tutte le regioni. Il “sì” ai quattro quesiti ha invece prevalso con una maggioranza schiacciante di voti: nel dettaglio, il 95,3 per cento per quanto riguarda la privatizzazione dell’acqua, il 95,8 per cento a proposito dei profitti sull’acqua, il 94,1 per cento sul nucleare e il 94,6 nel quesito sul legittimo impedimento.

    Una lettura troppo politicizzata del risultato referendario potrebbe indurre in errore. La componente di protesta ovviamente esiste, come sempre quando a essere oggetto di abrogazione sono leggi volute dal Governo. Tuttavia, che non si sia trattato soltanto di un giudizio sull’operato dell’Esecutivo e di chi lo guida è confermato, oltre che da alcune letture del voto fatte pure da una parte del centrosinistra, anche da una campagna elettorale nella quale gli stessi partiti dell’opposizione hanno tenuto un profilo piuttosto basso, lasciando che a mobilitarsi fossero le reti, le organizzazioni civiche, i movimenti, le associazioni, nel tentativo, finalmente riuscito, di portare alle urne il numero più ampio possibile di cittadini.

    In attesa di analisi più approfondite sui flussi elettorali, una semplice valutazione algebrica rende evidente come a quanti tradizionalmente votano per il centrosinistra, si siano aggiunte, in questa consultazione, fasce più ampie della popolazione, sulle quali sembrano aver fatto leva, nell’ordine: la diffidenza verso una riforma della distribuzione dell’acqua non adeguatamente illustrata e che ha fatto subito materializzare i fantasmi di altre privatizzazioni dagli effetti, almeno nella percezione comune, non particolarmente benefici per i bilanci familiari; i timori alimentati dal recente disastro di Fukushima; il tema della giustizia abbandonato dal Governo alla sua sorte e subordinato agli umori connessi alle altre questioni oggetto del referendum.

    Questo insieme, sicuramente composito, di elettori – fra i quali anche molti cattolici che valutano sulla base della dottrina sociale della Chiesa – appare da solo in grado di spostare gli equilibri politici. Il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, solitamente molto severo nei confronti del capo del Governo, commentando i risultati del referendum ha esortato a non strumentalizzare il voto, osservato come nel 56 per cento di cittadini che in Italia è andato a votare sono compresi anche elettori con riferimenti politici, ideologici e culturali diversi da quelli del centrosinistra. Un’analisi che, questa volta, sembra possa essere condivisa anche da parte del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il quale, nella nota diffusa lunedì pomeriggio a commento dei risultati referendari, ha ammesso che la volontà dei cittadini è “netta” e che di questa il Governo deve tenere conto.

    Si tratta di risultati che in effetti non possono essere ignorati da alcuna parte dello schieramento politico. Nel centrodestra si è aperto da tempo il dibattito su come recuperare lo slancio dell’azione di governo e su quali equilibri saranno necessari per mantenere salda un’alleanza che ha perso lungo la strada alcuni dei suoi elementi originari. Nel Popolo delle libertà qualcuno ora chiede che verso almeno una parte degli antichi alleati si torni a tendere la mano. Nel centrosinistra, nelle analisi che hanno fatto seguito ai successi delle due ultime consultazioni, sembra prevalere la convinzione che le vittorie siano dovute a un ritrovato rapporto con la componente più radicale. Per il momento si lascia sullo sfondo la questione, non risolta, di quale direzione il Partito democratico vorrà prendere nel futuro: se vorrà porsi cioè come garante e alleato dei movimenti che nascono dalla società civile sulle ceneri dei partiti di estrema sinistra, oppure rivolgersi al centro moderato. O, infine, se vorrà proporre la riedizione di un’alleanza più ampia, che dal centro si estenda alle forze più radicali. Nodi il cui scioglimento non sarà rinviabile nel momento in cui si passi dalla fase della protesta alla proposta di governo.

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  10. 10

    Giuli

    Sale la tensione, Pontida si avvicina e chi emerge? Maroni l'unico all'interno della Lega ad avere ancora una credibilità politica (Bossi purtroppo non è più lui da molti anni). La medicina che Maroni propone è sempre quella: riforme subito.

    Ma in cosa diverge questa affermazione da tutte quelle che si sono susseguite dal '94 in poi?

    In nulla diverge, se non per il fatto che viene affermata dall'unico politico che all'interno della Lega ha lavorato bene e non ha coperto le manovre berlusconiane, sebbene l'abbia fatto con un silenzio ed una assenza estremamente significative.

    Dunque se non cambia nulla ecco che ciò che dicevo nel mio precedente commento: è conclamato che la Lega come movimento popolare è morta e sepolta.

    Nulla resta allora del popolo del cosiddetto centro destra, non certo il PDL creatura di plastica in cui la base è più mediatica che altro. L'unica speranza per questo paese a mio modestissimo avviso è che domenica la gente che si accalcherà sul pratone di Pontida (spero tanto che Bossi non dimentichi che quando lui è ritornato a parlare sul palco dopo la malattia, le persone avevano le lacrime agli occhi per l'affetto nei suoi confronti) contesti anche rudemente tutta la dirigenza, addirittura le impedisca di parlare (naturalmente in modo civile), che si allarghi quel fossato tra coloro che vengono definiti la base e i politici: dovrebbe risultare evidente a tutti che anche loro sono divenuti parte di quella casta che tanto hanno criticato costruendo la loro fortuna politica.

    Se le persone che si recheranno all'ultimo vero consesso di popolo esistente in Italia (le manifestazioni della sinistra sono solo panem et circenses) avranno la consapevolezza che la misura è colma e, stufi di essere usati per altri scopi, si ribelleranno, allora ci potrebbe ancora essere una speranza di rinascita per questo putrescente paese. Diversamente, le donne e gli uomini liberi meglio faranno ad andarsene, perchè tutto è perso. Teniamoci almeno l'onore.

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  11. 11

    Kamella Scemì

    Nessun riferimento alla contestazione globale verso i partiti che è venuta fuori dai risultati elettorali? Provate a leggere dal Mattutino, e poi mi saprete dire. Io ci ho aggiunto una chiosa piccola piccola.

    Studiare, di Gianfranco Ravasi

    "Da giovane studiai per ostentazione. Poi, un poco, per istruirmi. Ora per divertirmi. Mai, però, per guadagno".

    Possiamo osare di contraddire il grande Montaigne, l'illustre pensatore e moralista francese del Cinquecento? Sì, e lo facciamo ricorrendo a un altro nume della cultura mondiale, Aristotele, al quale Diogene Laerzio (III secolo a. C.), nelle sue Vite dei filosofi, mette in bocca questa affermazione: «Lo studio è la migliore previdenza per la vecchiaia». Certo, lo studio autentico – un po' diverso da quello "comandato" dalla "scuola d'obbligo" a cui ancora una volta sono stati sottoposti fino a questi giorni i nostri ragazzi – fiorisce da passione e spesso diventa una sorta di divertimento, anzi una festa (questa è un po' anche una confessione personale, penso condivisa da molti che ora mi leggono). Si aprono orizzonti, ci si scrosta di dosso l'ignoranza, si fa godere lo spirito nella bellezza, il cuore freme nella ricerca, la mente si esalta nella scoperta della verità. È probabile, tuttavia, che sia in agguato anche un po' di ostentazione, come suggerisce Montaigne; ma, tutto sommato, è meglio mostrare questo aspetto di "saccenza" che offrire in modo arrogante stupidità e volgarità, banalità e vanità. C'è, però, come dicevamo, un punto rilevante in cui ci distanziamo da Montaigne. Certo, non dev'essere l'unico scopo dello studio, ma non è negativa una preparazione che costituisca una dotazione di competenza e di conoscenza da utilizzare nel lavoro e nella professione. Spesso ci si lamenta a ragione che la scuola non prepari e attrezzi il ragazzo per la vita. Un altro sapiente antico come Seneca aveva, infatti, coniato un detto amaro: Non vitae sed scholae discimus, «impariamo per la scuola, non per la vita».

    I politicanti non sentono un po' di prurito? No? Per forza, non sono neppure in grado di provarlo, tanto dura è in generale la loro pelle (e la cervice). E tanto grande è la loro voglia di arraffare, tanto più se sono ignoranti come capre ma sanno come mafiosamente organizzare i voti (che non sono consensi).

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  12. 12

    Rotari, Langobardoru

    Sono abbastanza d'accordo con Giuli e Aristide: sotto sotto il popolo langobardo chiede vera autonomia e vero federalismo, se è possibile raggiungerli. Altrimenti si prospettino altre soluzioni, ma non si dica che si tratta di autonomia o, addirittura, di federalismo senza autonomia, che sarebbe un ricordo sovietico. Si faccia capire l'esistenza di un disegno, se c'è, e in cosa precisamente consiste.

    Si deve procedere per gradi? Bene! Si dica quali sono le direttive di massima e se ne faccia capire alla gente l'impostazione e la consistenza teoriche, oltre a quali ricadute pratiche effettive esse conducono.

    Kamella diceva poco sopra che occorre almeno aver studiato e aver chiara la cosa il minimo indispensabile: ma i politicanti d'oggi sono in grado di farlo? Non sono forse altro che l'emblema di culi incollati alle sedie, dette anche cadreghe?

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  13. 13

    gianni

    REFERENDUM: ABBIAMO PERSO TUTTI

    Caro direttore,

    non ha vinto nessuno, questo è l'esito dei referendum, abbiamo perso tutti! Ha perso Berlusconi e il suo governo, che con questo ennesimo insuccesso ha ricevuto un definitivo foglio di via. Ha perso il popolo italiano, sconfitto da un voto che non è "entrato" nei contenuti come sarebbe stato bene perché ' condizionato dal dover dire sì o no a Berlusconi. Ha vinto lo Statò, ha perso il popolo, questo è il dramma: e è un preoccupante ritorno allo statalismo, lo Stato investito di un compito che non ha, quello di rispondere a tutti i bisogni dell'uomo. E infine è l'Italia che ha perso, la sua democrazia indebolita, perché non è riuscita a mettere al centro del dibattito politico le questioni serie del Paese. Urge una ripresa di libertà e di sussidiarietà, così che il popolo possa alzare la testa e tornare a essere quello che è, un legame tra persone che si prendono la responsabilità di tentare risposte ai bisogni reciproci.

    Gianni Mereghetti, Abbiategrasso (Mi)

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  14. 14

    Kamella Scemì

    Credo sia importante il monito di Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Gianfranco Ravasi sul Mattutino di oggi, da http://www.avvenire.it

    VOX POPULI, VOX DEI

    "Non dobbiamo dar retta a quelli che dichiarano: Vox populi, vox Dei!, perché la sfrenatezza della folla è sempre molto vicina alla follia".

    Un po' tutti, almeno una volta, abbiamo usato il motto latino sopra evocato, assegnando all'opinione dominante una sorta di sigillo divino. A smitizzare questa concezione ci pensava già nell'VIII secolo Alcuino di York, monaco ed erudito anglosassone, chiamato nel 786 da Carlo Magno a fondare e dirigere la scuola palatina in Francia, una sorta di università di corte. Figura di alto profilo intellettuale, con questo monito Alcuino ci metteva in guardia da una deriva a cui noi, uomini e donne moderni, siamo ancor più inclini. Un'abile tecnica pubblicitaria o una sottile operazione propagandistica fa diventare Vangelo la tesi dominante, elaborata spesso per gli interessi più o meno confessabili dei vari centri di potere. Nasce, così, il consenso di massa che, in una società della comunicazione come la nostra, può estendersi anche ai valori morali che vengono plasmati e orientati come più conviene. Questo lasciarsi trainare dalla corrente, convinti che sia la strada più vantaggiosa, esime ciascuno di noi dalla fatica della critica, della verifica e, se necessario, di un impegnativo andare contro corrente. E qui mi viene in mente il suggerimento di un altro grande sapiente dell'antichità ancor più lontana, quell'imperatore romano Marco Aurelio (II sec.) che nei suoi Ricordi ci ha lasciato una specie di «breviario laico» spirituale. In quelle pagine si legge: «Quanta tranquillità ottiene chi smette di preoccuparsi di cosa dica, faccia o pensi il suo vicino e si dedica soltanto a ciò che egli stesso fa». Meno rispetto umano seguendo l'andazzo comune e più coscienza e autonomia personale.

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  15. 15

    tommaso

    Parole sante quelle del cardinale G. Ravasi.

    Ottima la citazione dai "Ricordi" di Marco Aurelio Antonino (a cura di K.).

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