DOMENICA XXX ANNO A
Dal Vangelo secondo Matteo, 22,34-40.
In quel tempo, 34i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme 35e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: 36«Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». 37Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. 38Questo è il grande e primo comandamento. 39Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. 40Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
Commento
Il brano è famoso e sta veramente al centro del Vangelo. Gesù riduce a due i comandamenti, quando i dottori della Legge imponevano 613 precetti, un numero simbolico risultante dalla somma di 365, i giorni dell’anno e di 248, le parti componenti il corpo, secondo la scienza del tempo. Il numero stava ad indicare che la Legge di Dio si doveva osservare ogni giorno e da parte di tutto l’uomo. Questo numero imponente creava confusione sulla loro importanza – Gesù rimprovera i farisei su questo – inoltre ne rendeva impossibile l’osservanza. Questa riduzione, però, suscitava interrogativi circa il loro rapporto. Ci possono aiutare a vedere l’intima connessione due riflessioni tratte da s. Paolo e da s.. Francesco.
1. Nella lettera agli Efesini Paolo annuncia che il mistero dell’amore misericordioso di Dio si rivela nella sua pienezza con Gesù, il Figlio di Dio morto sulla croce per l’umanità. Paolo ne è rimasto talmente affascinato, da voler spendere la vita per l’annunciarlo atutti, non lesinando fatiche e persecuzioni. Per i suoi fedeli chiede la grazia più importante, che Egli in qualche modo ha già ottenuto, che “siate in grado di comprendere quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità,e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio”. Nel comprendere nel nostro spirito quanto il Signore di ama risiede il fondamento della fede. Chi trova un amore straordinario, prova un’emozione unica che gli cambia la vita.
2. S. Francesco, durante il suo ritiro alla Verna nel settembre del 1224, chiede a Gesù questa medesima grazia: “Signore Gesù, ti prego di fare a me due grazie prima di morire: la prima che io senta nell’anima e nel corpo quel dolore che tu, dolce Gesù, hai sostenuto nella tua acerbissima passione; la seconda che io senta nel mio cuore quell’eccesso dell’amore di Dio, del quale Tu, Figlio di Dio, eri acceso per sostenere volentieri tanta sofferenza per noi peccatori” [Fioretti, Fonti Francescane, n. 1919]. Ricevette le stimmate, che lo assimilarono a Cristo. Qui avvertì, come mai prima, quell’amore divino, che era sempre stato oggetto della sua contemplazione, come il bene più desiderabile e più grande : “Nient’altro dunque dobbiamo desiderare, nient’altro volere, nient’altro ci piaccia e diletti, se non il Creatore e Redentore e Salvatore nostro, solo vero Dio, che solo è buono, pio, mite, soave e dolce, che solo è santo, giusto, vero e retto, che solo è benigno, innocente, puro, dal quale e per il quale e nel quale è ogni perdono, ogni grazia, ogni gloria di tutti i penitenti e i giusti, di tutti i beati che godono insieme nei cieli. Niente dunque ci ostacoli, niente ci separi, niente sia motivo di vanto, di gioia e di speranza” [Fonti Francescane, Regola non bollata, 70]. Da questa suprema esperienza consegue il dovere di amare i fratelli con lo stesso amore perdonante di Gesù, come diciamo nel Padre nostro: “Rimetti a noi i nostri debiti [cioè peccati], come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Sospinti dalla comprensione e sperimentazione dell’amore di Gesù, diventiamo capaci di amare e perdonare i nostri fratelli, come fece Francesco. Scrive Tommaso da Celano, fattosi francescano, quando Francesco era ancora vivo, che negli ultimi anni egli: “Aveva infatti trovato alcuni che lo deridevano alle spalle e che gli resero sospetti anche quanti erano retti” [FF. I Vita di Celano, n. 487]. Francesco accetta questa umiliazione, ma trova in essa la perfetta letizia, perché sa amare e perdonare come Gesù, condividendo l’ingratitudine di cui Gesù stesso è stato oggetto.


