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7 Comments

  1. 1

    Giuseppe

    A Bergamo il popolo ha imparato, negli anni, a piegare la schiena (in tutti i sensi).

    Il sistema è stato studiato in modo da premiare questo atteggiamento.

    Così, in questa provincia, in cui il migliore è quello che ha più denaro (i colti la chiamano secolarizzazione) o più potere è facile accettare compromessi, chiudere gli occhi, fingere di non capire e, se necessario, convincersi che è giusto combattere guerre ingiuste al fianco del più probabile vincitore.

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  2. 2

    don mario

    Calma e gesso: la prudenza non è mai troppa, specie di fronte a una rivista nuova, pur affidata per ora alle mani di una famiglia onoratissima. I sacerdoti sanno sfruttare ogni spazio utile per realizzare quel che sentono davvero dentro di loro.

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  3. 3

    giuseppe

    Osservazione al #1. Lei è Allevi, vero?

    Determinato e drastico nelle sue battaglie, lo sappiamo. Ma secondo lei i preti appartengono in larga parte alla categoria che ha descritto? Fanno parte di una gerarchia, e bisogna considerare questo fatto, ma hanno responsabilità tali da impedire di piegarsi completamente ai poteri altrui, se in contrasto coi loro o con le loro necessità. Per bilanciare la loro posizione sanno comportarsi con prudenza, alla fine dicendo quello che devono dire.

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  4. 4

    Bergamo.info

    Caro Lettore, l'osservazione n° 1 è la mia ma l'articolo – che condivido – non è mio.

    Riguardo alla Sua cortese domanda (secondo lei i preti appartengono in larga parte alla categoria che ha descritto?), la mia risposta è che io credo che i preti siano mediamente più coraggiosi delle altre persone. Il fatto che non possano manifestare liberamente le proprie idee è un fatto normale e comprensibile.

    L'autore dell'articolo non credo volesse criticare la categoria, bensì, rappresentare un loro disagio (come credo abbia fatto Lei).

    In ogni caso condivido le sue conclusioni.

    A presto

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  5. 5

    Bergamo.info

    "Faccio osservare che c’è un problema tecnico: articoli successivi non danno più visibilità al dibattito che si sviluppa su articoli precedenti, e lo soffocano. Non essendoci un blog disponibile, la questione diventa importante perchè dimezza l’efficacia e l’interesse del mezzo. Datemi ascolto! E’ importante. Maria". Grazie, Maria! Comincio a capire perchè i sacerdoti prediligono l'invio di e-mail: perché non trovano più in evidenza l'articolo di riferimento oppure credono esaurito l'argomento. In realtà, Bergamo.info è come un libro in continua formazione, a più sezioni, alcune delle quali possono anche restare per un certo tempo nel cassetto, e sul quale ciascuno può depositare o riprendere il proprio pensiero, contribuendo così a generare un vero giornale delle opinioni, della storia stessa delle opinioni. Certo, il suo utilizzo deve diventare in tal senso qualcosa di abituale da parte di un sufficiente numero di persone, per accrescere il quale il "lettore novello" deve essere messo nelle condizioni di avvertire subito almeno la presenza di commenti ad articoli apparsi magari un anno prima. Perché questa è la "filosofia" del nostro giornale. Bisognerà provvedere al riguardo…

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  6. 6

    cosimo

    Pubblichiamo la prefazione al libro di Francesco Ventorino “Ministero della bellezza. Il sacerdozio cattolico” (Genova-Milano, Marietti, 2011, pagine 142, euro 10) scritta dal presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione.

    di JULIÁN CARRÓN

    Io ci tengo alla mia umanità. Ed è per questo che sono cristiano. Anche per me, infatti, vale la risposta affermativa dell’allora cardinale Joseph

    Ratzinger alla domanda se la fede abbia ancora una possibilità di successo in un’epoca che ha voltato le spalle alla Chiesa: «Direi perché essa trova corrispondenza nella natura dell’uomo. […] Nell’uomo vi è un’inestinguibile aspirazione nostalgica verso l’infinito. Nessuna delle risposte che si sono cercate è sufficiente; solo il Dio che si è reso finito, per lacerare la nostra finitezza e condurla nell’ampiezza della sua infinità, è in grado di venire incontro alle domande del nostro essere. Perciò anche oggi la fede cristiana tornerà a trovare l’uomo. Il nostro compito è quello di servire a lui con umile coraggio, con tutta la forza del nostro cuore».

    Il primo a dover verificare queste parole nella propria vita è il prete: senza che la fede cristiana, che egli vive nella forma della sua vocazione sacerdotale, «trovi» la sua umanità, egli non potrà evitare di vivere il proprio ministero come una funzione, in certo modo giustapposta al suo umano, come qualcosa che corre parallelo alla sua vita e alle esigenze che la costituiscono nel profondo.

    Così, dovendo pur darsi una risposta, la cercherà in qualche surrogato

    che metta a tacere anche solo per qualche momento l’inquietudine e l’insoddisfazione del suo cuore.

    Ed è drammatico che questo dualismo possa insinuarsi anche dentro il percorso di preparazione al sacerdozio, come afferma don Francesco Ventorino: «Anche in seminario la fede può essere data per scontata, il ministero sacerdotale può prospettarsi come un mestiere da apprendere soprattutto nel suo aspetto “liturgico” o in quello cosiddetto “pastorale”, il celibato come un problema che non si ha il coraggio di porre a nessuno o uno scotto da pagare, gli studi come una fatica inevitabile da sopportare. Tante cose da fare, ma tu dove sei e il tuo “io” cosa c’entra con tutto questo?» (p. 18).

    Si realizzerebbe, così, anche in noi l’amara profezia di Péguy, che descriveva la separazione tra «i curati laici che negano l’eterno nel temporale, che vogliono disfare, smontare l’eterno nel temporale, da dentro al temporale; ed i curati ecclesiastici che negano il temporale dell’eterno, che vogliono disfare, smontare il temporale dall’eterno, da dentro all’eterno. Così gli uni e gli altri non sono affatto cristiani, perché la tecnica stessa del cristianesimo, la tecnica ed il meccanismo della sua mistica, della mistica cristiana, è ciò; è l’aggancio, di un pezzo di meccanismo, in un altro; è questo innesto di due pezzi, questo aggancio singolare; mutuo; unico; reciproco, che non si può disfare: insormontabile; dell’uno nell’altro e dell’altro nell’uno; del temporale nell’eterno, e (ma soprattutto, ciò il più spesso viene negato) (ciò che in effetti è la cosa più meravigliosa), dell’eterno nel temporale. Così tutti e due, tutti gli uni e gli altri non sono affatto cristiani».

    Al contrario, il Signore ha colmato questa separazione, come ha scritto Benedetto XVI nella recente Lettera ai Seminaristi: «Per noi Dio non è un’ipotesi distante, non è uno sconosciuto che si è ritirato dopo il “big bang”. Dio si è mostrato in Gesù Cristo. Nel volto di Gesù Cristo vediamo il volto di Dio. Nelle sue parole sentiamo Dio stesso parlare con noi». Perciò, continua il Papa, «la cosa più importante nel cammino verso il sacerdozio e durante tutta la vita sacerdotale è il rapporto personale con Dio in Gesù Cristo. Il sacerdote non è l’amministratore di una qualsiasi associazione, di cui cerca di mantenere e aumentare il numero dei membri. È il messaggero di Dio tra gli uomini.

    Vuole condurre a Dio e così far crescere anche la vera comunione degli uomini tra di loro».

    Per questo è decisivo che preti e seminaristi possano incontrare persone in cui si vede già realizzata la loro vocazione, in un modo tale che tutto l’umano viene abbracciato e messo al servizio del loro ministero, così che l’innesto dell’eterno nel temporale e del temporale nell’eterno appare «insormontabile». Sarebbe la vittoria sul dualismo nel quale tanti di noi sono incastrati e dal quale non saprebbero come uscire da soli.

    Qui sta il valore delle pagine di questo libro. Esse sono la testimonianza di un prete, «don Ciccio» — come tutti chiamiamo don Ventorino —, che nel tempo della sua maturità documenta che cosa può diventare la vita di una persona quando la sua umanità non è censurata, ma portata a un compimento sorprendente; e per questo diventa desiderabile da chiunque — credente o no, prete o laico che sia — lo incontra.

    Come ha scritto ancora Benedetto XVI ai seminaristi, gli anni del seminario devono essere «un tempo di maturazione umana. Per il sacerdote […] è importante che egli stesso abbia messo in giusto equilibrio cuore e intelletto, ragione e sentimento, corpo e anima, e che egli sia umanamente “integro”».

    In questo volume si possono trovare le ragioni di una strada e tutti i suggerimenti per percorrerla, a una condizione: che ciascuno sia disponibile a prendere iniziativa, perché a nessuno il Padre ha risparmiato la fatica del cammino, neanche al Figlio.

    Soltanto se il prete fa un percorso personale per sé, lasciandosi generare da Cristo, potrà diventare veramente padre. Don Ciccio, per il quale la fede non è «un criterio da apprendere, ma uno sguardo da imparare» (secondo una sua felice espressione), è quello che è perché si è immedesimato con lo sguardo di un padre: don Giussani. E proprio perché, come lui, ha fatto un cammino umano, è diventato compagno di strada per tanti, come questo corso di Esercizi spirituali ci fa vedere. Questa è la legge e il metodo di ogni vita sacerdotale. Altrimenti il prete sarà condannato a riempire la sua vita e quella degli altri di una infinità d’iniziative, pur buone, ma che non saranno in grado di generare quella «creatura nuova », che tanti uomini attendono di diventare — anche inconsapevolmente — quando si rivolgono alla Chiesa.

    Chi accetterà di compiere questo percorso potrà fare esperienza di quell’ideale di prete che il Santo Padre ha messo davanti ai nostri occhi nella conclusione dell’Anno Sacerdotale: «Il sacerdote non è semplicemente il detentore di un ufficio, come quelli di cui ogni società ha bisogno affinché in essa possano essere adempiute certe funzioni. Egli invece fa qualcosa che nessun essere umano può fare da sé: pronuncia in nome di Cristo la parola dell’assoluzione dai nostri peccati e cambia così, a partire da Dio, la situazione della nostra vita. Pronuncia sulle offerte del pane e del vino le parole di ringraziamento di Cristo che sono parole di transustanziazione — parole che rendono presente Lui stesso, il Risorto, il suo Corpo e suo Sangue, e trasformano così gli elementi del mondo: parole che spalancano il mondo a Dio e lo congiungono a Lui. Il sacerdozio è quindi non semplicemente “ufficio”, ma sacramento: Dio si serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore. Questa audacia di Dio, che ad esseri umani affida se stesso; che, pur conoscendo le nostre debolezze, ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti in vece sua — questa audacia di Dio è la cosa veramente grande che si nasconde nella parola “sacerdozio”. Che Dio ci ritenga capaci di questo; che Egli in tal modo chiami uomini al suo servizio e così dal di dentro si leghi ad essi».

    «Dio vive. Ha creato ognuno di noi e conosce, quindi, tutti. È così grande che ha tempo per le nostre piccole cose: “I capelli del vostro capo sono tutti contati”. Dio vive, e ha bisogno di uomini che esistono per Lui e che lo portano agli altri».

    In un momento di prova per la Chiesa, anche a causa di peccati gravissimi commessi proprio da sacerdoti, solo dalla certezza che il Signore si è curvato sulla nostra povertà, amandoci di un amore eterno, può scaturire in noi sacerdoti un rinnovato coraggio di «trovare l’uomo» e di guardarlo come Andrea e Giovanni si sentirono guardati da Cristo.

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  7. 7

    Karl Heinz Treetball

    da http://www.avvenire.it

    Il direttore risponde

    Sulle omelie, anzi sulla politica

    Gentile direttore,

    è festa di Pentecoste e mi reco alla Messa nella mia chiesa, in provincia di Verona. Durante il Vangelo il prete parla dello Spirito Santo, che aleggia sulle acque del pianeta terra all’inizio della Creazione. Penso che abbia trovato un ottimo spunto per parlare dell’importanza dell’acqua, che ha permesso la nascita della vita e che è un patrimonio di tutti, un bene da salvaguardare per il futuro dell’Umanità. Invece nulla, non un commento. Mi aspetto un collegamento con il Cantico delle Creature di San Francesco dove si dice: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora Aqua, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta» e del rischio che venga sottratta all’Uomo per diventare un Affare con cui far quattrini. Invece nulla, non un pensiero. La predica prosegue e si parla dello Spirito Santo, che scende come fiammelle sugli Apostoli. Mi aspetto che si commenti che lo Spirito, che è di Verità, sia in grado di dare all’Uomo la forza e il coraggio di combattere per la giustizia e per l’affermazione del Regno di Dio già in questa vita terrena. Invece nulla, silenzio assoluto. Il prete si limita a parlare delle fiammelle. Trascorre il tempo e la predica è sempre più vuota e distante dall’Uomo. Considerando che oggi si dovrebbe andare a votare mi aspetto un paragone: il Figlio di Dio ha dato la vita per l’Umanità per spalancarle le porte del Regno. Anche molti uomini, fra cui molti giovani, hanno dato la vita perché l’Italia fosse unita e repubblicana e perché tutti avessero gli stessi diritti, uomini e donne, fra cui quello al voto. Non è forse un obbligo andare a votare considerando tutto il sangue che è stato versato per questo diritto? Non dovrebbe il prete indicare: «Date a Cesare quel che è di Cesare» come obbligo di partecipazione alla vita pubblica e sottolineare l’importanza del voto, non importa se a favore o contro? Invece nulla. Il prete tace. Meglio divagare da certi temi, così nessuno si sente coinvolto, e poi ci si meraviglia se le chiese si svuotano e sono popolate, purtroppo, solo da vecchi. La predica dovrebbe scuotere le coscienze, ma ho l’impressione che volutamente non si voglia turbarle, risvegliarle. Meglio lasciarle quiete.

    Rodolfo Comelli, Verona

    Capisco il suo punto di vista, gentile signor Comelli, e so che dalle omelie dei nostri sacerdoti noi laici ci aspettiamo giustamente molto. A volte, purché sappiamo ascoltare, e magari ritrovandoci lontano dai luoghi abituali, troviamo in quelle prediche sorprendenti squarci di luce, incitamenti saggi, risposte semplici ed efficaci. Altre volte, purtroppo, aspettiamo invano. Anche se c’è sempre una prossima volta, una chiesa aperta, una voce che ci viene incontro. Capisco, insomma, il suo lamento, senza però riuscire a condividerlo. E non solo perché domenica ero a Messa altrove e non anch’io lì, nel Veronese. Ma per istinto e per ragione. Mi pare, infatti, che lei quel giorno non volesse tanto ascoltare una riflessione profonda e, per così dire, mobilitante sulla Parola di Dio, quanto piuttosto una specie di arringa a sfondo politico-referendario. Quasi che il "fatto del giorno" – per noi cristiani – non fossero esattamente il «fuoco» e il «vento» di Pentecoste. Mi perdoni se giudico da lontano la sua intenzione, però è lei a indurmi a questo esercizio con quel che mi ha scritto con tanta foga e passione polemica. Della forza della parola del "suo" predicatore, invece, nulla so e, perciò, nulla posso e voglio dire. Posso e voglio, però, sottolineare qualcosa che so bene, e cioè che tra una omelia insipida e un improprio "comizio" c’è molta, molta distanza. E, per quella che è la mia esperienza, spazio e toni giusti di una "predica" sono lì in mezzo, sono in quella distanza dai due estremi (retorici e di contenuto) opposti. Una distanza sana, che può farsi vicinanza illuminata dal Vangelo alla vita e alle scelte di ciascuno. Interrogare e scuotere dal pulpito, gentile lettore, non vuol dire prendere letteralmente partito o intimare allineamenti, ma aiutare – con la propria testimonianza e con il riferimento a valori chiari a tutti e a verità fondamentali per i credenti – ad accendere riflessioni e a suscitare impegni personali e comunitari. Altro che divagare… Per questo andiamo in chiesa guardando all’amore crocifisso di Dio e certi della presenza di Cristo tra noi. Per questo in chiesa portiamo appunto "solo" noi stessi, e non le bandiere, i fischietti e gli striscioni del momento… Poi, sulla "piazza" della città – che spesso, nella nostra Italia, coincide anche col sagrato – toccherà ancora a noi, nel tempo che ci è dato e con limpida coerenza, di fare un buon lavoro da cristiani e da cittadini.

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