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40 Comments

  1. 1

    Kamella Scemì

    Grazie, grazie infinite, don Goffredo! La nascita del Salvatore avviene nella più disagiata delle circostanze, nell’angolo oscuro di un impero immenso, proprio perchè Dio non è un inutile e caduco vip ma un Padre che salda definitivamente in quel momento il Suo rapporto con l’umanità, con l’intera umanità, attraversandola tutta della Sua bellezza, nessun essere umano escluso. E’ un rapporto includente anziché esclusivo, un abbracio fra Dio e il mondo, per sempre. Dopo tale evento, così come esso è maturato, tutti noi sappiamo di essere “belli”: ogni nostra carezza può e deve essere carezza di Dio, ogni nostra parola, voce rivolta all’Eterno, ogni nostro canto, lode al Signore, ogni nostro gesto di solidarietà e pietà, espressione dello stsso amore divino. Ne abbiamo la possibilità e la responsabilità.

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  2. 2

    Karl Heinz Treetball

    Perché ha tanto fascino il presepe? Non certamente perché sia un meccano o un lego qualunque. E’ la composizione della vita di tutti i nostri giorni nel momento in cui Dio decide di farsi uomo, quindi, la santificazione della nostra vita in ogni istante di essa. Anche i questi tempi di guerra, la prima guerra finanziaria mondiale. Rivolgiamoci al Bambino con fiducia, perché le guerre passano, ma l’amore di Dio resta. Un saluto e tanti auguri alla ritrovata Kamella, che si è scomodata per venire a trovarmi.

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  3. 3

    Giusy

    Carissimi amici,

    vi invio una bellissima ricetta per il giorno di Natale:

    Ingredienti: tanti fidati parenti, tanti cari amici, tanta pazienza, pochissima rabbia, tanta buona volontà, tantissima pace nel cuore, anzi eccedere nella quantità, speranza… infinita, amore in abbondanza.

    Preparazione: miscelare amici e parenti con dolcezza e amore, aggiungere con attenzione un filino di rabbia e tantissima pace. Continuare a mescolare con amore aggiungendo la pazienza e la volontà. Aspettare pochi minuti per lasciare che la speranza lieviti il tutto. Godere del risultato e donare a tutti questo raro piatto dal sapore unico e inimitabile

    A tutti ricordo che la vita è gioia e amore, non solo in questo giorno e che ogni attimo deve essere vissuto.

    Tanti auguri di buon Natale pieno di serenità, amore e gioia.

    Giusy e Teresa

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  4. 4

    tarcisio

    Gesù che si fa uomo è la materializzazione vivente del rapporto con Dio, la manifestazione del contenuto d’amore che caratterizza la relazione dell’uomo col Creatore. Si può anche non credere a tale qualificazione dell’evento, si può anche pensare che di mito si tratti. Ma si deve allora spiegare perchè da sempre nelle circostanze più difficili l’uomo abbia levato gli occhi al cielo, perché si sia sempre rivolto alle profondità dell’infinito per elevare la propria notturna supplica, nè più né meno rispetto ai Magi che hanno con incrollabile fede seguito una stella, la loro stella. Non vi è dubbio che senza almeno la speranza di un tale rapporto all’uomo non resta che la disperazione.

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  5. 5

    costanta

    Gli assalti compiuti in Nigeria da parte di islamici contro le chiese cristiane la notte di Natale hanno come obiettivo la negazione del rapporto concreto fra Dio e l’uomo. Nella sostanza, parrebbe che gli islamici, o almeno quegli islamici, lo neghino, ricorrendo addirittura a terribili stragi. Quando questo giornale stava avviandosi a essere un punto di riferimento culturale di grande spessore si ospitò lo scritto di una studentessa/stagista islamica. Il testo non era probabilmente opera sua ma dei maggiorenti della comunità islamica bergamasca. Sarebbe interessante tornare a interpellarla/li su tale punto essenziale.

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  6. 6

    Antonio il terrone

    Il presepe è l’indice di una “presenza”, e quale presenza! Mi viene una riflessione: come la vivo io tutti i giorni quella presenza e come e in qual modo posso far sì che essa venga percepita? Mi sembra che siamo al momento di una pseudo-rivoluzione copernicana del “concetto” di Dio da parte degli umani, un po’ come avvenuto per l’osservatore dell’epoca tolemaica, convinto che il sorgere del sole fosse manifestazione del suo moto, quando capì che era la terra a ruotare su se stessa, mentre il sole se ne stava lì, fisso in cielo. Ecco, credo che anche in questo consista la necessaria nuova evangelizzazione, come indica continuamente (spesso neppur capito) il nostro Papa.

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  7. 7

    zio Antonio

    Gesù nasce nella più grande umiltà e muore nella più grande spoliazione: non ha nulla di più che ogni uomo non abbia, materialmente la sua condizione è al di sotto di quella alla portata di tutti. L’annuncio della Sua nascita, come quello della Sua risurrezione è fatto a chi è privo di ogni credibilità giuridica: ma proprio per questo la Buona Novella è rivolta a ciascuno, indistintamente, e può raggiungerlo. Al tempo d’oggi, quello della versione (ideologica) dell’universalismo chiamata “globalizzazione”, siamo più in grado di dire a tutti una parola di verità?

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  8. 8

    Kamella Scemì

    Betlemme in Zabulon, Bet-loehoem, forse patria e luogo di sepoltura del giudice Ibsan, prossima alla tomba di Rachele, deve probabilmente il suo nome originario alla dea assira Lachama, forse, a propria volta, dea cui veniva ascritta una vittoria, tanto che il significato antico della località potrebbe essere quello di “casa della battaglia”. Alla dea, forse, era stato dedicato anche un tempio. Il suono del nome aveva fatto attribuire agli Ebrei il significato di “casa del pane”, corrispondente alla collocazione della cittadina fra fertili campi di grano ai bordi del deserto di Giuda, e per i Cristiani è significativo che il luogo della nascita di Gesù sia nello stesso tempo indicatore del pane di vita eterna che ci è stato donato e dell’asprezza della via che i Cristiani stessi devono percorrere durante la loro vita per potersi dichiarare a buon titolo discepoli del Cristo. Quella sopra riportata non è, evidentemente, un’esercitazione di cultura o una stupida esibizione di conoscenze specifiche, ma l’indicazione di come l’uomo, che non possiede la verità assoluta, può affermare cose vere o probabilmente vere, diverse fra loro, dissociandole o associandole, in un differente itinerario di ricerca, sempre volto, tuttavia, a un inquadramento generale. In questo consiste l’obbligo culturale di ricerca per i credenti in Gesù, il loro obbligo di annuncio: sulle basi del Suo insegnamento, trovare una via di salvezza, quella che verrà infine donata dal Signore a noi e a quelli che come noi l’avranno perseguita.,

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  9. 9

    Gottfried

    Riporto, quale messaggio di consapevole speranza, il testo dell’omelia di Natale del nostro amatissimo Papa Benedetto XVI:

    SANTA MESSA DI MEZZANOTTE

    SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE

    OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

    Basilica Vaticana
    Sabato, 24 dicembre 2011

    Cari fratelli e sorelle,

    La lettura tratta dalla Lettera di san Paolo Apostolo a Tito, che abbiamo appena ascoltato, inizia solennemente con la parola “apparuit”, che ritorna poi di nuovo anche nella lettura della Messa dell’aurora: apparuit – “è apparso”. È questa una parola programmatica con cui la Chiesa, in modo riassuntivo, vuole esprimere l’essenza del Natale. Prima, gli uomini avevano parlato e creato immagini umane di Dio in molteplici modi. Dio stesso aveva parlato in diversi modi agli uomini (cfr Eb 1,1: lettura nella Messa del giorno). Ma ora è avvenuto qualcosa di più: Egli è apparso. Si è mostrato. È uscito dalla luce inaccessibile in cui dimora. Egli stesso è venuto in mezzo a noi. Questa era per la Chiesa antica la grande gioia del Natale: Dio è apparso. Non è più soltanto un’idea, non soltanto qualcosa da intuire a partire dalle parole. Egli è “apparso”. Ma ora ci domandiamo: Come è apparso? Chi è Lui veramente? La lettura della Messa dell’aurora dice al riguardo: “apparvero la bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini” (Tt 3,4). Per gli uomini del tempo precristiano, che di fronte agli orrori e alle contraddizioni del mondo temevano che anche Dio non fosse del tutto buono, ma potesse senz’altro essere anche crudele ed arbitrario, questa era una vera “epifania”, la grande luce che ci è apparsa: Dio è pura bontà. Anche oggi, persone che non riescono più a riconoscere Dio nella fede si domandano se l’ultima potenza che fonda e sorregge il mondo sia veramente buona, o se il male non sia altrettanto potente ed originario quanto il bene e il bello, che in attimi luminosi incontriamo nel nostro cosmo. “Apparvero la bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini”: questa è una nuova e consolante certezza che ci viene donata a Natale.

    In tutte e tre le Messe del Natale la liturgia cita un brano tratto dal Libro del Profeta Isaia, che descrive ancora più concretamente l’epifania avvenuta a Natale: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine” (Is 9,5s). Non sappiamo se il profeta con questa parola abbia pensato a un qualche bambino nato nel suo periodo storico. Sembra però impossibile. Questo è l’unico testo nell’Antico Testamento in cui di un bambino, di un essere umano si dice: il suo nome sarà Dio potente, Padre per sempre. Siamo di fronte ad una visione che va di gran lunga al di là del momento storico verso ciò che è misterioso, collocato nel futuro. Un bambino, in tutta la sua debolezza, è Dio potente. Un bambino, in tutta la sua indigenza e dipendenza, è Padre per sempre. “E la pace non avrà fine”. Il profeta ne aveva prima parlato come di “una grande luce” e a proposito della pace proveniente da Lui aveva affermato che il bastone dell’aguzzino, ogni calzatura di soldato che marcia rimbombando, ogni mantello intriso di sangue sarebbero stati bruciati (cfr Is 9,1.3-4).

    Dio è apparso – come bambino. Proprio così Egli si contrappone ad ogni violenza e porta un messaggio che è pace. In questo momento, in cui il mondo è continuamente minacciato dalla violenza in molti luoghi e in molteplici modi; in cui ci sono sempre di nuovo bastoni dell’aguzzino e mantelli intrisi di sangue, gridiamo al Signore: Tu, il Dio potente, sei apparso come bambino e ti sei mostrato a noi come Colui che ci ama e mediante il quale l’amore vincerà. E ci hai fatto capire che, insieme con Te, dobbiamo essere operatori di pace. Amiamo il Tuo essere bambino, la Tua non violenza, ma soffriamo per il fatto che la violenza perdura nel mondo, e così Ti preghiamo anche: dimostra la Tua potenza, o Dio. In questo nostro tempo, in questo nostro mondo, fa’ che i bastoni dell’aguzzino, i mantelli intrisi di sangue e gli stivali rimbombanti dei soldati vengano bruciati, così che la Tua pace vinca in questo nostro mondo.

    Natale è epifania – il manifestarsi di Dio e della sua grande luce in un bambino che è nato per noi. Nato nella stalla di Betlemme, non nei palazzi dei re. Quando, nel 1223, San Francesco di Assisi celebrò a Greccio il Natale con un bue e un asino e una mangiatoia piena di fieno, si rese visibile una nuova dimensione del mistero del Natale. Francesco di Assisi ha chiamato il Natale “la festa delle feste” – più di tutte le altre solennità – e l’ha celebrato con “ineffabile premura” (2 Celano, 199: Fonti Francescane, 787). Baciava con grande devozione le immagini del bambinello e balbettava parole di dolcezza alla maniera dei bambini, ci racconta Tommaso da Celano (ivi). Per la Chiesa antica, la festa delle feste era la Pasqua: nella risurrezione, Cristo aveva sfondato le porte della morte e così aveva radicalmente cambiato il mondo: aveva creato per l’uomo un posto in Dio stesso. Ebbene, Francesco non ha cambiato, non ha voluto cambiare questa gerarchia oggettiva delle feste, l’interna struttura della fede con il suo centro nel mistero pasquale. Tuttavia, attraverso di lui e mediante il suo modo di credere è accaduto qualcosa di nuovo: Francesco ha scoperto in una profondità tutta nuova l’umanità di Gesù. Questo essere uomo da parte di Dio gli si rese evidente al massimo nel momento in cui il Figlio di Dio, nato dalla Vergine Maria, fu avvolto in fasce e venne posto in una mangiatoia. La risurrezione presuppone l’incarnazione. Il Figlio di Dio come bambino, come vero figlio di uomo – questo toccò profondamente il cuore del Santo di Assisi, trasformando la fede in amore. “Apparvero la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini”: questa frase di san Paolo acquistava così una profondità tutta nuova. Nel bambino nella stalla di Betlemme, si può, per così dire, toccare Dio e accarezzarlo. Così l’anno liturgico ha ricevuto un secondo centro in una festa che è, anzitutto, una festa del cuore.

    Tutto ciò non ha niente di sentimentalismo. Proprio nella nuova esperienza della realtà dell’umanità di Gesù si rivela il grande mistero della fede. Francesco amava Gesù, il bambino, perché in questo essere bambino gli si rese chiara l’umiltà di Dio. Dio è diventato povero. Il suo Figlio è nato nella povertà della stalla. Nel bambino Gesù, Dio si è fatto dipendente, bisognoso dell’amore di persone umane, in condizione di chiedere il loro – il nostro – amore. Oggi il Natale è diventato una festa dei negozi, il cui luccichio abbagliante nasconde il mistero dell’umiltà di Dio, la quale ci invita all’umiltà e alla semplicità. Preghiamo il Signore di aiutarci ad attraversare con lo sguardo le facciate luccicanti di questo tempo fino a trovare dietro di esse il bambino nella stalla di Betlemme, per scoprire così la vera gioia e la vera luce.

    Sulla mangiatoia, che stava tra il bue e l’asino, Francesco faceva celebrare la santissima Eucaristia (cfr 1 Celano, 85: Fonti, 469). Successivamente, sopra questa mangiatoia venne costruito un altare, affinché là dove un tempo gli animali avevano mangiato il fieno, ora gli uomini potessero ricevere, per la salvezza dell’anima e del corpo, la carne dell’Agnello immacolato Gesù Cristo, come racconta il Celano (cfr 1 Celano, 87: Fonti, 471). Nella Notte santa di Greccio, Francesco quale diacono aveva personalmente cantato con voce sonora il Vangelo del Natale. Grazie agli splendidi canti natalizi dei frati, la celebrazione sembrava tutta un sussulto di gioia (cfr 1 Celano, 85 e 86: Fonti, 469 e 470). Proprio l’incontro con l’umiltà di Dio si trasformava in gioia: la sua bontà crea la vera festa.

    Chi oggi vuole entrare nella chiesa della Natività di Gesù a Betlemme, scopre che il portale, che un tempo era alto cinque metri e mezzo e attraverso il quale gli imperatori e i califfi entravano nell’edificio, è stato in gran parte murato. È rimasta soltanto una bassa apertura di un metro e mezzo. L’intenzione era probabilmente di proteggere meglio la chiesa contro eventuali assalti, ma soprattutto di evitare che si entrasse a cavallo nella casa di Dio. Chi desidera entrare nel luogo della nascita di Gesù, deve chinarsi. Mi sembra che in ciò si manifesti una verità più profonda, dalla quale vogliamo lasciarci toccare in questa Notte santa: se vogliamo trovare il Dio apparso quale bambino, allora dobbiamo scendere dal cavallo della nostra ragione “illuminata”. Dobbiamo deporre le nostre false certezze, la nostra superbia intellettuale, che ci impedisce di percepire la vicinanza di Dio. Dobbiamo seguire il cammino interiore di san Francesco – il cammino verso quell’estrema semplicità esteriore ed interiore che rende il cuore capace di vedere. Dobbiamo chinarci, andare spiritualmente, per così dire, a piedi, per poter entrare attraverso il portale della fede ed incontrare il Dio che è diverso dai nostri pregiudizi e dalle nostre opinioni: il Dio che si nasconde nell’umiltà di un bimbo appena nato. Celebriamo così la liturgia di questa Notte santa e rinunciamo a fissarci su ciò che è materiale, misurabile e toccabile. Lasciamoci rendere semplici da quel Dio che si manifesta al cuore diventato semplice. E preghiamo in quest’ora anzitutto anche per tutti coloro che devono vivere il Natale in povertà, nel dolore, nella condizione di migranti, affinché appaia loro un raggio della bontà di Dio; affinché tocchi loro e noi quella bontà che Dio, con la nascita del suo Figlio nella stalla, ha voluto portare nel mondo. Amen.

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  10. 10

    Arduino

    Durante la consueta udienza del mercoledì il Papa ha detto: “La casa di Nazaret è una scuola di preghiera, dove si impara ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato profondo della manifestazione del Figlio di Dio, traendo esempio da Maria, Giuseppe e Gesù”. Poi ha aggiunto: “La contemplazione di Cristo ha in Maria il suo modello insuperabile. (…) Ella vive con gli occhi su Cristo e fa tesoro di ogni sua parola. (…) Luca è l’evangelista che ci fa conoscere il cuore di Maria, la sua fede, la sua speranza e obbedienza, la sua interiorità e preghiera, la sua libera adesione a Cristo. E tutto questo procede dal dono dello Spirito Santo che scende su di Lei, come scenderà sugli Apostoli secondo la promessa di Cristo. Questa immagine di Maria la presenta come il modello di ogni credente che conserva e confronta le parole e le azioni di Gesù, un confronto che è sempre un progredire nella conoscenza di Lui”.
    “La capacità di Maria di vivere dello sguardo di Dio è, per così dire, contagiosa. Il primo a farne l’esperienza è stato san Giuseppe. (…) Infatti, con Maria e poi, soprattutto, con Gesù, egli incomincia un nuovo modo di relazionarsi a Dio, di accoglierlo nella propria vita, di entrare nel suo progetto di salvezza, compiendo la sua volontà”.
    Di seguito Benedetto XVI ha ricordato che sebbene il Vangelo non abbia conservato alcuna parola di Giuseppe, “la sua è una presenza silenziosa ma fedele, costante, operosa. (…) Giuseppe ha compiuto pienamente il suo ruolo paterno, sotto ogni aspetto. Sicuramente ha educato Gesù alla preghiera, insieme con Maria. Lui, in particolare, lo avrà portato con sé alla sinagoga, nei riti del sabato, come pure a Gerusalemme, per le grandi feste del popolo d’Israele. Giuseppe, secondo la tradizione ebraica, avrà guidato la preghiera domestica sia nella quotidianità – al mattino, alla sera, ai pasti -, sia nelle principali ricorrenze religiose. Così, nel ritmo delle giornate trascorse a Nazaret, tra la semplice casa e il laboratorio di Giuseppe, Gesù ha imparato ad alternare preghiera e lavoro, e ad offrire a Dio anche la fatica per guadagnare il pane necessario alla famiglia”.
    Successivamente Benedetto XVI, nel citare il pellegrinaggio di Maria, Giuseppe e Gesù al Tempio di Gerusalemme, narrato nel Vangelo di Luca, ha affermato: “La famiglia ebrea, come quella cristiana, prega nell’intimità domestica, ma prega anche insieme alla comunità, riconoscendosi parte del Popolo di Dio in cammino”.
    Le prime parole di Gesù: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”, pronunciate quando i suoi genitori lo ritrovarono nel tempio seduto tra i maestri mentre li ascoltava ed interrogava, sono la chiave di accesso al mistero della preghiera cristiana. (…) “Da allora, la vita nella Santa Famiglia fu ancora più ricolma di preghiera, perché dal cuore di Gesù fanciullo (…) non cesserà più di diffondersi e di riflettersi nei cuori di Maria e di Giuseppe questo senso profondo della relazione con Dio Padre. La Famiglia di Nazaret è il primo modello della Chiesa in cui, intorno alla presenza di Gesù e grazie alla sua mediazione, si vive tutti la relazione filiale con Dio, che trasforma anche le relazioni interpersonali”.
    “La Santa Famiglia – ha concluso il Pontefice – è icona della Chiesa domestica, chiamata a pregare insieme. La famiglia è la prima scuola di preghiera. In essa i bambini, fin dalla più tenera età, possono imparare a percepire il senso di Dio, grazie all’insegnamento e all’esempio dei genitori. Un’educazione autenticamente cristiana non può prescindere dall’esperienza della preghiera. Se non si impara a pregare in famiglia, sarà poi difficile riuscire a colmare questo vuoto. Vorrei pertanto rivolgere l’invito a riscoprire la bellezza di pregare assieme come famiglia alla scuola della Santa Famiglia di Nazaret”.

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  11. 11

    Aristeide

    Prendo il nome, al femminile, di un celebre, stimolante e coltissimo commentatore di questo sito, ora purtroppo “scomparso”. Noto che Sua Santità non pone la Santa Famiglia quale termine di paragone delle “famiglie fondate sul matrimonio”, forse proprio perché la situazione riportata dai Vangeli è un pochetto anomala. Mi chiedo: se la Santa Famiglia, come spesso dicono i sacerdoti, fosse per i cattolici il parametro, anche giuridico, ideale della famiglia, che cosa impedirebbe loro di approvare i più diversi tipi di “matrimonio” eterosessuale, nonché istituti come il divorzio? La stabilità della famiglia di Nazaret, infatti, si fonda sulla sola decisione personale di Giuseppe e non sul diritto, che avrebbe consentito il ripudio, come in un primo tempo Giuseppe stesso aveva deciso.
    Don Goffredo può darci qualche natalizia illuminazione al riguardo?

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  12. 12

    Guglielmo

    A proposito di illuminazione: mi sembra che, come esplicitato da Sua Santità, nell’accostarsi al Natale il Cristiano (non Doni, per carità) debba assumere un atteggiamento di grande umiltà. Chiedo a Don Goffredo: non Le sembra che, nonostante la loro spesso sbandierata adesione alla fede cattolica, l’ambiziosa ieraticità da “illuminati” degli attuali componenti il Governo nazionale contrasti fin dall’origine con l’umile semplicità invocata dal nostro grande Papa?

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  13. 13

    Karl Heinz Treetball

    Da Avvenire di oggi, lo splendido “Mattutino” di Sua Eminenza Reverendissima, il signor cardinale Gianfranco Ravasi, che in parte risponde anche a un commento di un nostro commentatore:

    NELLA MIA FINE È IL MIO PRINCIPIO

    “Gli uomini avanti in età devono essere esploratori. / Il luogo e l’ora non sono importanti. / Noi dobbiamo muoverci senza sosta verso un’altra intensità, / per un’unione più completa e una comunione più profonda… / Nella mia fine è il mio principio.”
    In my end is my beginning: è l’ultimo verso del secondo (1940) dei Quattro Quartetti di quel grande, arduo e affascinante poeta che è stato Thomas Stearns Eliot. Era il motto dell’infelice regina Maria Stuarda di Scozia, giustiziata da Elisabetta I nel 1587, ed è anche una sorta di sigla che possiamo assumere per meditare sul gocciolare delle ultime ore di quest’anno. Ma risaliamo ai versi precedenti rivolti a coloro che hanno già vissuto molte fine d’anno. Non si deve cedere alla tentazione che nulla più ci attende, che abbiamo ormai visto tutto e sperimentato a sufficienza e, soprattutto, che ci attende solo una fredda lapide funeraria sulla quale idealmente sta scritto The end.
    Il poeta, invece, ci ricorda che dobbiamo sempre pellegrinare nella vita, alla ricerca di un «oltre», anzi di «un’unione più completa e di una comunione più profonda». È quello che anche l’islam credente chiama l’Incontro per eccellenza col Creatore, che ci aspetta una volta varcata la soglia della morte. È per eccellenza anche l’annuncio cristiano che apre uno squarcio di luce oltre l’oscura galleria dell’agonia: «saremo sempre col Signore», come dice san Paolo, cioè nell’eterno e nell’infinito di quel Dio dalle cui mani siamo usciti e le cui mani alla fine ci raccolgono. Sì, in my end is my beginning, nella mia fine c’è un nuovo inizio.

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  14. 14

    Elena

    Traendo spunto dalla mia esperienza in un ente pubblico, dove, fra lo scetticismo generale degli inizi, l’onestà del sindaco, un cattolico, e di alcuni amministratori ha modificato l’atteggiamento di noi dipendenti, che è passato dalla solita passività almeno alla curiosità, credo sia utile per tutti l’insegnamento del Papa, che, contrariamente a quel che sembra, è estremamente concreto:

    Un modo nuovo dell’essere cristiani

    Le gioiose esperienze di fede vissute a Madrid con i giovani del mondo e poi durante il recente viaggio in Benin sono state per il Papa “un grande incoraggiamento”. Perché gli hanno mostrato che è possibile oggi dar vita a “un modo nuovo dell’essere cristiani” in grado di sconfiggere quella “stanchezza del credere” sempre più diffusa in Europa.
    Con questa persuasione Benedetto XVI si è rivolto ai membri del collegio cardinalizio, della Curia romana e del Governatorato durante la tradizionale udienza natalizia svoltasi giovedì mattina, 22 dicembre, nella Sala Clementina. Un incontro che, com’è consuetudine, è stata l’occasione per tracciare il bilancio pastorale di un anno segnato in modo drammatico – soprattutto in Europa – dalla crisi economica e finanziaria. I cui fondamenti, ha spiegato il Pontefice, sono da ricercarsi in ultima analisi nella “crisi etica che minaccia il vecchio continente” e rischia di spingere singoli individui e gruppi sociali a rifiutare “rinunce e sacrifici” per restare arroccati nella difesa del mero “interesse personale”.
    Ma di crisi il Papa ha parlato anche a proposito della situazione del cristianesimo europeo, ribadendo in sostanza quanto già affermato durante il viaggio compiuto in Germania nel settembre scorso: “Il nocciolo della crisi della Chiesa in Europa è la crisi della fede”. Benedetto XVI ha sottolineato con toni preoccupati la progressiva diminuzione e il costante invecchiamento di quanti vanno regolarmente in chiesa. Così come ha denunciato la “stagnazione nelle vocazioni al sacerdozio” e il diffondersi di “scetticismo e incredulità” tra le persone.
    Che cosa fare di fronte a questa realtà? La risposta del Pontefice è che “il fare da solo non risolve il problema”. Perché “se la fede non riprende vitalità, diventando una profonda convinzione e una forza reale grazie all’incontro con Gesù Cristo, tutte le altre riforme rimarranno inefficaci”.
    Si spiega così il riferimento del Papa alle esperienze vissute durante i viaggi compiuti quest’anno a Madrid e in Benin. Occasioni nelle quali Benedetto XVI ha potuto toccare con mano i frutti di quella “gioia di essere cristiani” che costituisce oggi “una grande medicina” contro la “stanchezza della fede” da cui è afflitto il cristianesimo in Europa.
    In particolare nel raduno mondiale della gioventù in terra spagnola il Pontefice ha individuato cinque aspetti caratterizzanti di “un modo nuovo, ringiovanito, dell’essere cristiani”: l'”esperienza della cattolicità, dell’universalità della Chiesa”; la capacità di donare un pezzo della propria vita non per se stessi ma per Cristo e per gli altri; la centralità dell’adorazione come “atto di fede” che dimostra la “certezza dell’amore corporeo di Dio per noi”; l’importanza del sacramento della Penitenza, segno “che abbiamo continuamente bisogno di perdono e che perdono significa responsabilità”; la gioia di chi sa di essere voluto e amato incondizionatamente da Dio. Dove “viene meno la percezione dell’uomo di essere accolto da parte di Dio, di essere amato da Lui – ha osservato in proposito – la domanda se sia veramente bene esistere come persona umana non trova più alcuna risposta”.
    (L’Osservatore Romano – 27 dicembre 2011)

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  15. 15

    Massimo

    Come affrontare le sfide della modernità?. Guardiamo il problema sotto uno stretto aspetto culturale: più volte negli ultimi decenni si è constatato il fatto che la cultura umanistica contemporanea, la creatività artistica contemporanea sta giungendo al limite dell’esaurimento. La protesta sociale, la parodia, i diversi tipi di nevrosi: questi sono i soli temi rimasti all’arte attuale. Non è più neppure un’arte della disperazione, come l’alto modernismo, ma un’arte post-disperata. La memoria di un altro mondo e di un altro uomo è custodita dalla tradizione cristiana, a partire da quella natalizia.

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  16. 16

    Genio

    Fate bene a fare gli auguri per il 2012, perché l’anno prossimo avremo tutti la pancia vuota, al mare come ai “monti”, e non ci resterà che rivolgerci al buon Gesù, magari andando a fare la fila alla Caritas. Questa è una carestia pilotata, come quelle di Lenin e Stalin, stavolta creata dal capitalismo più criminale…

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  17. 17

    Filomena

    MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
    BENEDETTO XVI
    PER LA CELEBRAZIONE DELLA
    XLV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

    1° GENNAIO 2012

    EDUCARE I GIOVANI ALLA GIUSTIZIA E ALLA PACE

    1. L’inizio di un nuovo anno, dono di Dio all’umanità, mi invita a rivolgere a tutti, con grande fiducia e affetto, uno speciale augurio per questo tempo che ci sta dinanzi, perché sia concretamente segnato dalla giustizia e dalla pace.

    Con quale atteggiamento guardare al nuovo anno? Nel Salmo 130 troviamo una bellissima immagine. Il Salmista dice che l’uomo di fede attende il Signore « più che le sentinelle l’aurora » (v. 6), lo attende con ferma speranza, perché sa che porterà luce, misericordia, salvezza. Tale attesa nasce dall’esperienza del popolo eletto, il quale riconosce di essere educato da Dio a guardare il mondo nella sua verità e a non lasciarsi abbattere dalle tribolazioni. Vi invito a guardare il 2012 con questo atteggiamento fiducioso. È vero che nell’anno che termina è cresciuto il senso di frustrazione per la crisi che sta assillando la società, il mondo del lavoro e l’economia; una crisi le cui radici sono anzitutto culturali e antropologiche. Sembra quasi che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno.

    In questa oscurità il cuore dell’uomo non cessa tuttavia di attendere l’aurora di cui parla il Salmista. Tale attesa è particolarmente viva e visibile nei giovani, ed è per questo che il mio pensiero si rivolge a loro considerando il contributo che possono e debbono offrire alla società. Vorrei dunque presentare il Messaggio per la XLV Giornata Mondiale della Pace in una prospettiva educativa: « Educare i giovani alla giustizia e alla pace », nella convinzione che essi, con il loro entusiasmo e la loro spinta ideale, possono offrire una nuova speranza al mondo.

    Il mio Messaggio si rivolge anche ai genitori, alle famiglie, a tutte le componenti educative, formative, come pure ai responsabili nei vari ambiti della vita religiosa, sociale, politica, economica, culturale e della comunicazione. Essere attenti al mondo giovanile, saperlo ascoltare e valorizzare, non è solamente un’opportunità, ma un dovere primario di tutta la società, per la costruzione di un futuro di giustizia e di pace.

    Si tratta di comunicare ai giovani l’apprezzamento per il valore positivo della vita, suscitando in essi il desiderio di spenderla al servizio del Bene. È un compito, questo, in cui tutti siamo impegnati in prima persona.

    Le preoccupazioni manifestate da molti giovani in questi ultimi tempi, in varie Regioni del mondo, esprimono il desiderio di poter guardare con speranza fondata verso il futuro. Nel momento presente sono molti gli aspetti che essi vivono con apprensione: il desiderio di ricevere una formazione che li prepari in modo più profondo ad affrontare la realtà, la difficoltà a formare una famiglia e a trovare un posto stabile di lavoro, l’effettiva capacità di contribuire al mondo della politica, della cultura e dell’economia per la costruzione di una società dal volto più umano e solidale.

    È importante che questi fermenti e la spinta ideale che contengono trovino la dovuta attenzione in tutte le componenti della società. La Chiesa guarda ai giovani con speranza, ha fiducia in loro e li incoraggia a ricercare la verità, a difendere il bene comune, ad avere prospettive aperte sul mondo e occhi capaci di vedere « cose nuove » (Is 42,9; 48,6)!

    I responsabili dell’educazione

    2. L’educazione è l’avventura più affascinante e difficile della vita. Educare – dal latino educere – significa condurre fuori da se stessi per introdurre alla realtà, verso una pienezza che fa crescere la persona. Tale processo si nutre dell’incontro di due libertà, quella dell’adulto e quella del giovane. Esso richiede la responsabilità del discepolo, che deve essere aperto a lasciarsi guidare alla conoscenza della realtà, e quella dell’educatore, che deve essere disposto a donare se stesso. Per questo sono più che mai necessari autentici testimoni, e non meri dispensatori di regole e di informazioni; testimoni che sappiano vedere più lontano degli altri, perché la loro vita abbraccia spazi più ampi. Il testimone è colui che vive per primo il cammino che propone.

    Quali sono i luoghi dove matura una vera educazione alla pace e alla giustizia? Anzitutto la famiglia, poiché i genitori sono i primi educatori. La famiglia è cellula originaria della società. « È nella famiglia che i figli apprendono i valori umani e cristiani che consentono una convivenza costruttiva e pacifica. È nella famiglia che essi imparano la solidarietà fra le generazioni, il rispetto delle regole, il perdono e l’accoglienza dell’altro » [1]. Essa è la prima scuola dove si viene educati alla giustizia e alla pace.

    Viviamo in un mondo in cui la famiglia, e anche la vita stessa, sono costantemente minacciate e, non di rado, frammentate. Condizioni di lavoro spesso poco armonizzabili con le responsabilità familiari, preoccupazioni per il futuro, ritmi di vita frenetici, migrazioni in cerca di un adeguato sostentamento, se non della semplice sopravvivenza, finiscono per rendere difficile la possibilità di assicurare ai figli uno dei beni più preziosi: la presenza dei genitori; presenza che permetta una sempre più profonda condivisione del cammino, per poter trasmettere quell’esperienza e quelle certezze acquisite con gli anni, che solo con il tempo trascorso insieme si possono comunicare. Ai genitori desidero dire di non perdersi d’animo! Con l’esempio della loro vita esortino i figli a porre la speranza anzitutto in Dio, da cui solo sorgono giustizia e pace autentiche.

    Vorrei rivolgermi anche ai responsabili delle istituzioni che hanno compiti educativi: veglino con grande senso di responsabilità affinché la dignità di ogni persona sia rispettata e valorizzata in ogni circostanza. Abbiano cura che ogni giovane possa scoprire la propria vocazione, accompagnandolo nel far fruttificare i doni che il Signore gli ha accordato. Assicurino alle famiglie che i loro figli possano avere un cammino formativo non in contrasto con la loro coscienza e i loro principi religiosi.

    Ogni ambiente educativo possa essere luogo di apertura al trascendente e agli altri; luogo di dialogo, di coesione e di ascolto, in cui il giovane si senta valorizzato nelle proprie potenzialità e ricchezze interiori, e impari ad apprezzare i fratelli. Possa insegnare a gustare la gioia che scaturisce dal vivere giorno per giorno la carità e la compassione verso il prossimo e dal partecipare attivamente alla costruzione di una società più umana e fraterna.

    Mi rivolgo poi ai responsabili politici, chiedendo loro di aiutare concretamente le famiglie e le istituzioni educative ad esercitare il loro diritto-dovere di educare. Non deve mai mancare un adeguato supporto alla maternità e alla paternità. Facciano in modo che a nessuno sia negato l’accesso all’istruzione e che le famiglie possano scegliere liberamente le strutture educative ritenute più idonee per il bene dei propri figli. Si impegnino a favorire il ricongiungimento di quelle famiglie che sono divise dalla necessità di trovare mezzi di sussistenza. Offrano ai giovani un’immagine limpida della politica, come vero servizio per il bene di tutti.

    Non posso, inoltre, non appellarmi al mondo dei media affinché dia il suo contributo educativo. Nell’odierna società, i mezzi di comunicazione di massa hanno un ruolo particolare: non solo informano, ma anche formano lo spirito dei loro destinatari e quindi possono dare un apporto notevole all’educazione dei giovani. È importante tenere presente che il legame tra educazione e comunicazione è strettissimo: l’educazione avviene infatti per mezzo della comunicazione, che influisce, positivamente o negativamente, sulla formazione della persona.

    Anche i giovani devono avere il coraggio di vivere prima di tutto essi stessi ciò che chiedono a coloro che li circondano. È una grande responsabilità quella che li riguarda: abbiano la forza di fare un uso buono e consapevole della libertà. Anch’essi sono responsabili della propria educazione e formazione alla giustizia e alla pace!

    Educare alla verità e alla libertà

    3. Sant’Agostino si domandava: « Quid enim fortius desiderat anima quam veritatem? – Che cosa desidera l’uomo più fortemente della verità? ». [2] Il volto umano di una società dipende molto dal contributo dell’educazione a mantenere viva tale insopprimibile domanda. L’educazione, infatti, riguarda la formazione integrale della persona, inclusa la dimensione morale e spirituale dell’essere, in vista del suo fine ultimo e del bene della società di cui è membro. Perciò, per educare alla verità occorre innanzitutto sapere chi è la persona umana, conoscerne la natura. Contemplando la realtà che lo circonda, il Salmista riflette: « Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? » (Sal 8,4-5). È questa la domanda fondamentale da porsi: chi è l’uomo? L’uomo è un essere che porta nel cuore una sete di infinito, una sete di verità – non parziale, ma capace di spiegare il senso della vita – perché è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Riconoscere allora con gratitudine la vita come dono inestimabile, conduce a scoprire la propria dignità profonda e l’inviolabilità di ogni persona. Perciò, la prima educazione consiste nell’imparare a riconoscere nell’uomo l’immagine del Creatore e, di conseguenza, ad avere un profondo rispetto per ogni essere umano e aiutare gli altri a realizzare una vita conforme a questa altissima dignità. Non bisogna dimenticare mai che « l’autentico sviluppo dell’uomo riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione » [3], inclusa quella trascendente, e che non si può sacrificare la persona per raggiungere un bene particolare, sia esso economico o sociale, individuale o collettivo.

    Solo nella relazione con Dio l’uomo comprende anche il significato della propria libertà. Ed è compito dell’educazione quello di formare all’autentica libertà. Questa non è l’assenza di vincoli o il dominio del libero arbitrio, non è l’assolutismo dell’io. L’uomo che crede di essere assoluto, di non dipendere da niente e da nessuno, di poter fare tutto ciò che vuole, finisce per contraddire la verità del proprio essere e per perdere la sua libertà. L’uomo, invece, è un essere relazionale, che vive in rapporto con gli altri e, soprattutto, con Dio. L’autentica libertà non può mai essere raggiunta nell’allontanamento da Lui.

    La libertà è un valore prezioso, ma delicato; può essere fraintesa e usata male. « Oggi un ostacolo particolarmente insidioso all’opera educativa è costituito dalla massiccia presenza, nella nostra società e cultura, di quel relativismo che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e sotto l’apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione, perché separa l’uno dall’altro, riducendo ciascuno a ritrovarsi chiuso dentro il proprio “io”. Dentro ad un tale orizzonte relativistico non è possibile, quindi, una vera educazione: senza la luce della verità prima o poi ogni persona è infatti condannata a dubitare della bontà della stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune » [4].

    Per esercitare la sua libertà, l’uomo deve dunque superare l’orizzonte relativistico e conoscere la verità su se stesso e la verità circa il bene e il male. Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce lo chiama ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, ad assumere la responsabilità del bene compiuto e del male commesso [5]. Per questo, l’esercizio della libertà è intimamente connesso alla legge morale naturale, che ha carattere universale, esprime la dignità di ogni persona, pone la base dei suoi diritti e doveri fondamentali, e dunque, in ultima analisi, della convivenza giusta e pacifica fra le persone.

    Il retto uso della libertà è dunque centrale nella promozione della giustizia e della pace, che richiedono il rispetto per se stessi e per l’altro, anche se lontano dal proprio modo di essere e di vivere. Da tale atteggiamento scaturiscono gli elementi senza i quali pace e giustizia rimangono parole prive di contenuto: la fiducia reciproca, la capacità di tessere un dialogo costruttivo, la possibilità del perdono, che tante volte si vorrebbe ottenere ma che si fa fatica a concedere, la carità reciproca, la compassione nei confronti dei più deboli, come pure la disponibilità al sacrificio.

    Educare alla giustizia

    4. Nel nostro mondo, in cui il valore della persona, della sua dignità e dei suoi diritti, al di là delle proclamazioni di intenti, è seriamente minacciato dalla diffusa tendenza a ricorrere esclusivamente ai criteri dell’utilità, del profitto e dell’avere, è importante non separare il concetto di giustizia dalle sue radici trascendenti. La giustizia, infatti, non è una semplice convenzione umana, poiché ciò che è giusto non è originariamente determinato dalla legge positiva, ma dall’identità profonda dell’essere umano. È la visione integrale dell’uomo che permette di non cadere in una concezione contrattualistica della giustizia e di aprire anche per essa l’orizzonte della solidarietà e dell’amore [6].

    Non possiamo ignorare che certe correnti della cultura moderna, sostenute da principi economici razionalistici e individualisti, hanno alienato il concetto di giustizia dalle sue radici trascendenti, separandolo dalla carità e dalla solidarietà: « La “città dell’uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione. La carità manifesta sempre anche nelle relazioni umane l’amore di Dio, essa dà valore teologale e salvifico a ogni impegno di giustizia nel mondo » [7].

    « Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati » (Mt 5,6). Saranno saziati perché hanno fame e sete di relazioni rette con Dio, con se stessi, con i loro fratelli e sorelle, e con l’intero creato.

    Educare alla pace

    5. « La pace non è la semplice assenza di guerra e non può ridursi ad assicurare l’equilibrio delle forze contrastanti. La pace non si può ottenere sulla terra senza la tutela dei beni delle persone, la libera comunicazione tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli, l’assidua pratica della fratellanza » [8]. La pace è frutto della giustizia ed effetto della carità. La pace è anzitutto dono di Dio. Noi cristiani crediamo che Cristo è la nostra vera pace: in Lui, nella sua Croce, Dio ha riconciliato a Sé il mondo e ha distrutto le barriere che ci separavano gli uni dagli altri (cfr Ef 2,14-18); in Lui c’è un’unica famiglia riconciliata nell’amore.

    Ma la pace non è soltanto dono da ricevere, bensì anche opera da costruire. Per essere veramente operatori di pace, dobbiamo educarci alla compassione, alla solidarietà, alla collaborazione, alla fraternità, essere attivi all’interno della comunità e vigili nel destare le coscienze sulle questioni nazionali ed internazionali e sull’importanza di ricercare adeguate modalità di ridistribuzione della ricchezza, di promozione della crescita, di cooperazione allo sviluppo e di risoluzione dei conflitti. « Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio », dice Gesù nel discorso della montagna (Mt 5,9).

    La pace per tutti nasce dalla giustizia di ciascuno e nessuno può eludere questo impegno essenziale di promuovere la giustizia, secondo le proprie competenze e responsabilità. Invito in particolare i giovani, che hanno sempre viva la tensione verso gli ideali, ad avere la pazienza e la tenacia di ricercare la giustizia e la pace, di coltivare il gusto per ciò che è giusto e vero, anche quando ciò può comportare sacrificio e andare controcorrente.

    Alzare gli occhi a Dio

    6. Di fronte alla difficile sfida di percorrere le vie della giustizia e della pace possiamo essere tentati di chiederci, come il Salmista: « Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? » (Sal 121,1).

    A tutti, in particolare ai giovani, voglio dire con forza: « Non sono le ideologie che salvano il mondo, ma soltanto il volgersi al Dio vivente, che è il nostro creatore, il garante della nostra libertà, il garante di ciò che è veramente buono e vero… il volgersi senza riserve a Dio che è la misura di ciò che è giusto e allo stesso tempo è l’amore eterno. E che cosa mai potrebbe salvarci se non l’amore? » [9]. L’amore si compiace della verità, è la forza che rende capaci di impegnarsi per la verità, per la giustizia, per la pace, perché tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (cfr 1 Cor 13,1-13).

    Cari giovani, voi siete un dono prezioso per la società. Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e non abbandonatevi a false soluzioni, che spesso si presentano come la via più facile per superare i problemi. Non abbiate paura di impegnarvi, di affrontare la fatica e il sacrificio, di scegliere le vie che richiedono fedeltà e costanza, umiltà e dedizione. Vivete con fiducia la vostra giovinezza e quei profondi desideri che provate di felicità, di verità, di bellezza e di amore vero! Vivete intensamente questa stagione della vita così ricca e piena di entusiasmo.

    Siate coscienti di essere voi stessi di esempio e di stimolo per gli adulti, e lo sarete quanto più vi sforzate di superare le ingiustizie e la corruzione, quanto più desiderate un futuro migliore e vi impegnate a costruirlo. Siate consapevoli delle vostre potenzialità e non chiudetevi mai in voi stessi, ma sappiate lavorare per un futuro più luminoso per tutti. Non siete mai soli. La Chiesa ha fiducia in voi, vi segue, vi incoraggia e desidera offrirvi quanto ha di più prezioso: la possibilità di alzare gli occhi a Dio, di incontrare Gesù Cristo, Colui che è la giustizia e la pace.

    A voi tutti, uomini e donne che avete a cuore la causa della pace! La pace non è un bene già raggiunto, ma una meta a cui tutti e ciascuno dobbiamo aspirare. Guardiamo con maggiore speranza al futuro, incoraggiamoci a vicenda nel nostro cammino, lavoriamo per dare al nostro mondo un volto più umano e fraterno, e sentiamoci uniti nella responsabilità verso le giovani generazioni presenti e future, in particolare nell’educarle ad essere pacifiche e artefici di pace. È sulla base di tale consapevolezza che vi invio queste riflessioni e vi rivolgo il mio appello: uniamo le nostre forze, spirituali, morali e materiali, per « educare i giovani alla giustizia e alla pace ».

    Dal Vaticano, 8 Dicembre 2011

    BENEDICTUS PP XVI

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    [1] BENEDETTO XVI, Discorso agli Amministratori della Regione Lazio, del Comune e della Provincia di Roma (14 gennaio 2011): L’Osservatore Romano, 15 gennaio 2011, p. 7.

    [2] Commento al Vangelo di S. Giovanni, 26,5.

    [3] BENEDETTO XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 11: AAS 101 (2009), 648; cfr PAOLO VI, Lett. enc. Populorum progressio (26 marzo 1967), 14: AAS 59 (1967), 264.

    [4] BENEDETTO XVI, Discorso in occasione dell’apertura del Convegno ecclesiale diocesano nella Basilica di san Giovanni in Laterano (6 giugno 2005): AAS 97 (2005), 816.

    [5] Cfr CONC. ECUM. VAT. II, Cost. Gaudium et spes, 16.

    [6] Cfr BENEDETTO XVI, Discorso al Bundestag (Berlino, 22 settembre 2011): L’Osservatore Romano, 24 settembre 2011, p. 6-7.

    [7] ID., Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 6: AAS 101 (2009),644-645.

    [8] Catechismo della Chiesa Cattolica, 2304.

    [9] BENEDETTO XVI, Veglia con i Giovani (Colonia, 20 agosto 2005): AAS 97 (2005), 885-886.

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  18. 18

    Aristeide

    Direi che è un equilibrato, un po’ dolente ma stupendo augurio quello inviato da Benedetto XVI a tutti noi. Da leggere e meditare.

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  19. 19

    Karl Heinz Treetball

    SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO
    XLV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

    BENEDETTO XVI

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 1° gennaio 2012

    Cari fratelli e sorelle!

    Nella liturgia di questo primo giorno dell’anno risuona la triplice benedizione biblica: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,24-26). Il volto di Dio noi lo possiamo contemplare, si è fatto visibile, si è rivelato in Gesù: Egli è l’immagine visibile del Dio invisibile. E questo grazie anche alla Vergine Maria, della quale oggi celebriamo il titolo più grande, quello con cui partecipa in modo unico alla storia della salvezza: essere Madre di Dio. Nel suo grembo il Figlio dell’Altissimo ha assunto la nostra carne, e noi possiamo contemplare la sua gloria (cfr Gv 1,14), sentire la sua presenza di Dio-con-noi.

    Iniziamo così il nuovo anno 2012 fissando lo sguardo sul Volto di Dio che si rivela nel Bambino di Betlemme, e sulla sua Madre Maria, che ha accolto con umile abbandono il disegno divino. Grazie al suo generoso «sì» è apparsa nel mondo la luce vera che illumina ogni uomo (cfr Gv 1,9) e ci è stata riaperta la via della pace.

    Cari fratelli e sorelle, come è ormai felice consuetudine, celebriamo quest’oggi la Giornata Mondiale della Pace, la quarantacinquesima. Nel Messaggio che ho indirizzato ai Capi di Stato, ai Rappresentanti delle Nazioni e a tutti gli uomini di buona volontà, e che ha come tema «Educare i giovani alla giustizia e alla pace», ho voluto richiamare la necessità e l’urgenza di offrire alla nuove generazioni adeguati percorsi educativi per una formazione integrale della persona, inclusa la dimensione morale e spirituale (cfr n. 3). Ho voluto sottolineare, in particolare, l’importanza di educare ai valori della giustizia e della pace. I giovani guardano oggi con una certa apprensione al futuro, manifestando aspetti della loro vita che meritano attenzione, come «il desiderio di ricevere una formazione che li prepari in modo più profondo ad affrontare la realtà, la difficoltà a formare una famiglia e a trovare un posto stabile di lavoro, l’effettiva capacità di contribuire al mondo della politica, della cultura e dell’economia per la costruzione di una società dal volto più umano e solidale» (n. 1). Invito tutti ad avere la pazienza e la costanza di ricercare la giustizia e la pace, di coltivare il gusto per ciò che è retto e vero (n. 5). La pace non è mai un bene raggiunto pienamente, ma una meta a cui tutti dobbiamo aspirare e per la quale tutti dobbiamo operare.

    Preghiamo perché, nonostante le difficoltà che talvolta rendono arduo il cammino, questa profonda aspirazione si traduca in gesti concreti di riconciliazione, di giustizia e di pace. Preghiamo anche perché i responsabili delle Nazioni rinnovino la disponibilità e l’impegno ad accogliere e favorire questo insopprimibile anelito dell’umanità. Affidiamo questi auspici all’intercessione della Madre del “Re della Pace”, affinché l’anno che inizia sia un tempo di speranza e di pacifica convivenza per il mondo intero.

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    Dopo l’Angelus:

    Cari fratelli e sorelle, in questi giorni ho ricevuto numerosi messaggi augurali: ringrazio tutti con affetto, specialmente per il dono della preghiera. Un deferente augurio desidero indirizzare al Signor Presidente della Repubblica Italiana, mentre all’intero popolo italiano formulo ogni miglior auspicio di pace e di prosperità per l’anno appena iniziato.

    Esprimo il mio apprezzamento per le numerose iniziative di preghiera per la pace e di riflessione sul tema che ho proposto nel Messaggio per l’odierna Giornata Mondiale. Ricordo in particolare la Marcia di livello nazionale che si è svolta ieri sera a Brescia, come pure quella promossa stamani a Roma e in altre città del mondo dalla Comunità di Sant’Egidio. Saluto inoltre i giovani dell’Opera Don Orione e le famiglie del Movimento dell’Amore Familiare, che stanotte hanno vegliato in preghiera in Piazza San Pietro.

    À vous tous, chers amis francophones, présents ici Place Saint-Pierre ou unis à nous par la radio et la télévision, je souhaite une bonne et une sainte année 2012. En ce premier jour de l’année nous célébrons la solennité de Sainte Marie, Mère de Dieu, et la Journée mondiale de la paix. Dans notre monde si agité, tournons-nous vers Marie avec confiance. Reine de la Paix, regarde avec tendresse tous tes enfants meurtris par la violence, la guerre, les persécutions, et qui sont à la recherche d’un monde plus fraternel ! Sois notre étoile et notre guide sur les chemins de la réconciliation, de la justice et de la paix ! Avec ma Bénédiction Apostolique !

    I offer a warm welcome to the English-speaking pilgrims and visitors present for the Angelus, as we cross the threshold of a new year. As today marks the World Day of Peace, I invite all of you to join me in praying earnestly for peace throughout the world, for reconciliation and forgiveness in areas of conflict, and for a more just and equitable distribution of the world’s resources. May the Blessed Virgin Mary, whom we honour today as Mother of God, always guide and protect us, helping us to grow in love for her Son, our Saviour Jesus Christ. May God bless all of you!

    Einen herzlichen Neujahrsgruß richte ich an die Pilger und Besucher aus den Ländern deutscher Sprache. Ganz besonders grüße ich die Sternsinger aus dem Bistum Würzburg und alle, die in diesen Tagen als Heilige Drei Könige die Weihnachtsbotschaft verkünden. Das erste liturgische Fest des Jahres ehrt Maria, die Mutter Gottes. Voll Freude schauen wir auf sie, die Mutter des Erlösers, die der Herr auch uns zur Mutter gegeben hat. In kindlicher Liebe wollen wir uns in diesem Jahr dem mütterlichen Schutz Marias anvertrauen, damit sie uns immer mehr zu Jesus, ihrem Sohn, führe. Gott segne euch alle!

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española aquí presentes y a cuantos participan en el rezo del Ángelus a través de la radio y la televisión. En este primer día del año, la Iglesia contempla con fervor a María Santísima, Madre de Dios y madre nuestra, y a su Inmaculado Corazón encomienda confiada el deseo de que brote por todas partes la justicia y la paz y cesen las guerras, las divisiones y las enemistades entre los hombres. ¡Feliz año nuevo!

    Aos peregrinos de língua portuguesa, às suas famílias e nações, desejo um Ano Novo feliz e santo, na paz de Cristo!

    Serdecznie witam i pozdrawiam Polaków. Życzę wszystkim dobrego Nowego Roku, bogatego w Boże dary, w moc i światło Ewangelii. Bogu, który czuwa nad nami i nas prowadzi powierzamy cały świat, Kościół, sprawy osobiste i nadzieję na lepszą przyszłość. Nasze prośby, pragnienia i zamiary składamy w ręce Najświętszej Bożej Rodzicielki Maryi. Z serca wam błogosławię.

    [Do il mio benvenuto e cordiale saluto a tutti i Polacchi. A tutti formulo gli auguri di buon Anno Nuovo, ricco di doni di Dio, di forza e di luce del Vangelo. A Dio che vigila su di noi e che ci guida affido il mondo intero, la Chiesa, le preoccupazioni personali e la speranza per un futuro migliore. Nelle mani della Beatissima Vergine Maria Madre di Dio deponiamo le nostre richieste, i desideri e i nostri progetti. Vi benedico di cuore.]

    Rivolgo infine un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare agli amici e volontari della Fraterna Domus di Roma. Auguro a tutti di iniziare il nuovo anno nella luce e nella pace di Cristo Salvatore. Tanti auguri di buon anno a tutti!

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  20. 20

    Karl Heinz Treetball

    SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO
    XLV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

    OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

    Basilica Vaticana
    Domenica, 1° gennaio 2012

    [Video]

    Cari fratelli e sorelle!

    Nel primo giorno dell’anno, la liturgia fa risuonare in tutta la Chiesa sparsa nel mondo l’antica benedizione sacerdotale, che abbiamo ascoltato nella prima Lettura: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6,24-26). Questa benedizione fu affidata da Dio, tramite Mosè, ad Aronne e ai suoi figli, cioè ai sacerdoti del popolo d’Israele. E’ un triplice augurio pieno di luce, che promana dalla ripetizione del nome di Dio, il Signore, e dall’immagine del suo volto. In effetti, per essere benedetti bisogna stare alla presenza di Dio, ricevere su di sé il suo Nome e rimanere nel cono di luce che parte dal suo Volto, nello spazio illuminato dal suo sguardo, che diffonde grazia e pace.

    Questa è l’esperienza che hanno fatto anche i pastori di Betlemme, che compaiono ancora nel Vangelo di oggi. Hanno fatto l’esperienza di stare alla presenza di Dio, della sua benedizione non nella sala di un maestoso palazzo, al cospetto di un grande sovrano, bensì in una stalla, davanti ad un “bambino adagiato nella mangiatoia” (Lc 2,16). Proprio da quel Bambino si irradia una luce nuova, che risplende nel buio della notte, come possiamo vedere in tanti dipinti che raffigurano la Natività di Cristo. E’ da Lui, ormai, che viene la benedizione: dal suo nome – Gesù, che significa “Dio salva” – e dal suo volto umano, in cui Dio, l’Onnipotente Signore del cielo e della terra, ha voluto incarnarsi, nascondere la sua gloria sotto il velo della nostra carne, per rivelarci pienamente la sua bontà (cfr Tt 3,4).

    La prima ad essere ricolmata di questa benedizione è stata Maria, la vergine, sposa di Giuseppe, che Dio ha prescelto dal primo istante della sua esistenza per essere la madre del suo Figlio fatto uomo. Lei è la “benedetta fra le donne” (Lc 1,42) – come la saluta santa Elisabetta. Tutta la sua vita è nella luce del Signore, nel raggio d’azione del nome e del volto di Dio incarnato in Gesù, il “frutto benedetto del [suo] grembo”. Così ce la presenta il Vangelo di Luca: tutta intenta a custodire e meditare nel suo cuore ogni cosa riguardante il suo figlio Gesù (cfr Lc 2,19.51). Il mistero della sua divina maternità, che oggi celebriamo, contiene in misura sovrabbondante quel dono di grazia che ogni maternità umana porta con sé, tanto che la fecondità del grembo è sempre stata associata alla benedizione di Dio. La Madre di Dio è la prima benedetta ed è Colei che porta la benedizione; è la donna che ha accolto Gesù in sé e lo ha dato alla luce per tutta la famiglia umana. Come prega la Liturgia: “sempre intatta nella sua gloria verginale, ha irradiato sul mondo la luce eterna, Gesù Cristo nostro Signore” (Prefazio della B.V. Maria I).

    Maria è madre e modello della Chiesa, che accoglie nella fede la divina Parola e si offre a Dio come “terra buona” in cui Egli può continuare a compiere il suo mistero di salvezza. Anche la Chiesa partecipa al mistero della divina maternità, mediante la predicazione, che sparge nel mondo il seme del Vangelo, e mediante i Sacramenti, che comunicano agli uomini la grazia e la vita divina. In particolare nel sacramento del Battesimo la Chiesa vive questa maternità, quando genera i figli di Dio dall’acqua e dallo Spirito Santo, il quale in ciascuno di essi grida: “Abbà! Padre!” (Gal 4,6). Come Maria, la Chiesa è mediatrice della benedizione di Dio per il mondo: la riceve accogliendo Gesù e la trasmette portando Gesù. E’ Lui la misericordia e la pace che il mondo da sé non può darsi e di cui ha bisogno sempre, come e più del pane.

    Cari amici, la pace, nel suo senso più pieno e più alto, è la somma e la sintesi di tutte le benedizioni. Per questo quando due persone amiche si incontrano si salutano augurandosi vicendevolmente la pace. Anche la Chiesa, nel primo giorno dell’anno, invoca in modo speciale questo bene sommo, e lo fa, come la Vergine Maria, mostrando a tutti Gesù, perché, come afferma l’apostolo Paolo, “Egli è la nostra pace” (Ef 2,14), e al tempo stesso è la “via” attraverso la quale gli uomini e i popoli possono raggiungere questa meta, a cui tutti aspiriamo. Portando dunque nel cuore questo profondo desiderio, sono lieto di accogliere e di salutare tutti voi, che nell’odierna XLV Giornata Mondiale della Pace siete convenuti nella Basilica di San Pietro: i Signori Cardinali; gli Ambasciatori di tanti Paesi amici, che, più che mai in questa lieta occasione, condividono con me e con la Santa Sede la volontà di rinnovare l’impegno per la promozione della pace nel mondo; il Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, che con il Segretario e i Collaboratori lavorano in modo speciale per questa finalità; gli altri Presuli ed Autorità presenti; i rappresentanti di Associazioni e Movimenti ecclesiali e tutti voi, fratelli e sorelle, in particolare quanti tra voi lavorano nel campo del’educazione dei giovani. Infatti – come sapete – la prospettiva educativa è quella che ho seguito nel mio Messaggio di quest’anno.

    “Educare i giovani alla giustizia e alla pace” è compito che riguarda ogni generazione, e, grazie a Dio, la famiglia umana, dopo le tragedie delle due grandi guerre mondiali, ha mostrato di esserne sempre più consapevole, come attestano, da una parte, dichiarazioni e iniziative internazionali e, dall’altra, l’affermarsi tra i giovani stessi, negli ultimi decenni, di tante e diverse forme di impegno sociale in questo campo. Per la Comunità ecclesiale educare alla pace rientra nella missione ricevuta da Cristo, fa parte integrante dell’evangelizzazione, perché il Vangelo di Cristo è anche il Vangelo della giustizia e della pace. Ma la Chiesa, negli ultimi tempi, si è fatta interprete di una esigenza che coinvolge tutte le coscienze più sensibili e responsabili per le sorti dell’umanità: l’esigenza di rispondere ad una sfida decisiva che è appunto quella educativa. Perché “sfida”? Almeno per due motivi: in primo luogo, perché nell’era attuale, fortemente caratterizzata dalla mentalità tecnologica, voler educare e non solo istruire non è scontato, ma è una scelta; in secondo luogo, perché la cultura relativista pone una questione radicale: ha ancora senso educare?, e poi educare a che cosa?

    Naturalmente non possiamo ora affrontare queste domande di fondo, alle quali ho cercato di rispondere in altre occasioni. Vorrei invece sottolineare che, di fronte alle ombre che oggi oscurano l’orizzonte del mondo, assumersi la responsabilità di educare i giovani alla conoscenza della verità, ai valori fondamentali dell’esistenza, alle virtù intellettuali, teologali e morali, significa guardare al futuro con speranza. E in questo impegno per un’educazione integrale, entra anche la formazione alla giustizia e alla pace. I ragazzi e le ragazze di oggi crescono in un mondo che è diventato, per così dire, più piccolo, dove i contatti tra le differenti culture e tradizioni, anche se non sempre diretti, sono costanti. Per loro, oggi più che mai, è indispensabile imparare il valore e il metodo della convivenza pacifica, del rispetto reciproco, del dialogo e della comprensione. I giovani sono per loro natura aperti a questi atteggiamenti, ma proprio la realtà sociale in cui crescono può portarli a pensare e ad agire in modo opposto, persino intollerante e violento. Solo una solida educazione della loro coscienza può metterli al riparo da questi rischi e renderli capaci di lottare sempre e soltanto contando sulla forza della verità e del bene. Questa educazione parte dalla famiglia e si sviluppa nella scuola e nelle altre esperienze formative. Si tratta essenzialmente di aiutare i bambini, i ragazzi, gli adolescenti, a sviluppare una personalità che unisca un profondo senso della giustizia con il rispetto dell’altro, con la capacità di affrontare i conflitti senza prepotenza, con la forza interiore di testimoniare il bene anche quando costa sacrificio, con il perdono e la riconciliazione. Così potranno diventare uomini e donne veramente pacifici e costruttori di pace.

    In quest’opera educativa verso le nuove generazioni, una responsabilità particolare spetta anche alle comunità religiose. Ogni itinerario di autentica formazione religiosa accompagna la persona, fin dalla più tenera età, a conoscere Dio, ad amarlo e a fare la sua volontà. Dio è amore, è giusto e pacifico, e chi vuole onorarlo deve anzitutto comportarsi come un figlio che segue l’esempio del padre. Un Salmo afferma: “Il Signore compie cose giuste, / difende i diritti di tutti gli oppressi. … Misericordioso e pietoso è il Signore, / lento all’ira e grande nell’amore” (Sal 103,6.8). In Dio giustizia e misericordia convivono perfettamente, come Gesù ci ha dimostrato con la testimonianza della sua vita. In Gesù “amore e verità” si sono incontrati, “giustizia e pace” si sono baciate (cfr Sal 85,11). In questi giorni la Chiesa celebra il grande mistero dell’Incarnazione: la verità di Dio è germogliata dalla terra e la giustizia si è affacciata dal cielo, la terra ha dato il suo frutto (cfr Sal 85,12.13). Dio ci ha parlato nel suo Figlio Gesù. Ascoltiamo che cosa dice Dio: “egli annuncia la pace” (Sal 85,9). Gesù è una via praticabile, aperta a tutti. E’ la via della pace. Oggi la Vergine Madre ce lo indica, ci mostra la Via: seguiamola! E tu, Santa Madre di Dio, accompagnaci con la tua protezione. Amen.

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  21. 21

    Karl Heinz Treetball

    Te Deum di ringraziamento

    CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI
    DELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO

    Signori Cardinali, venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, distinte Autorità, cari fratelli e sorelle!

    Siamo raccolti nella Basilica Vaticana per celebrare i Primi Vespri della solennità di Maria Santissima Madre di Dio e per rendere grazie al Signore al termine dell’anno, cantando insieme il Te Deum. Ringrazio voi tutti che avete voluto unirvi a me in questa circostanza sempre densa di sentimenti e di significato. Saluto in primo luogo i Signori Cardinali, i venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, i religiosi e le religiose, le persone consacrate ed i fedeli laici che rappresentano l’intera comunità ecclesiale di Roma. In modo speciale saluto le Autorità presenti, ad iniziare dal Sindaco di Roma, ringraziandolo per il dono del calice che, secondo una bella tradizione, ogni anno si rinnova. Auspico di cuore che non manchi l’impegno di tutti affinché il volto della nostra Città sia sempre più consono ai valori di fede, di cultura e di civiltà che appartengono alla sua vocazione e alla sua storia millenaria.

    Un altro anno si avvia a conclusione mentre ne attendiamo uno nuovo: con la trepidazione, i desideri e le attese di sempre. Se si pensa all’esperienza della vita, si rimane stupiti di quanto in fondo essa sia breve e fugace. Per questo, non poche volte si è raggiunti dall’interrogativo: quale senso possiamo dare ai nostri giorni? Quale senso, in particolare, possiamo dare ai giorni di fatica e di dolore? Questa è una domanda che attraversa la storia, anzi attraversa il cuore di ogni generazione e di ogni essere umano. Ma a questa domanda c’è una risposta: è scritta nel volto di un Bambino che duemila anni fa è nato a Betlemme e che oggi è il Vivente, per sempre risorto da morte. Nel tessuto dell’umanità lacerato da tante ingiustizie, cattiverie e violenze, irrompe in maniera sorprendente la novità gioiosa e liberatrice di Cristo Salvatore, che nel mistero della sua Incarnazione e della sua Nascita ci fa contemplare la bontà e la tenerezza di Dio. Dio eterno è entrato nella nostra storia e rimane presente in modo unico nella persona di Gesù, il suo Figlio fatto uomo, il nostro Salvatore, venuto sulla terra per rinnovare radicalmente l’umanità e liberarla dal peccato e dalla morte, per elevare l’uomo alla dignità di figlio di Dio. Il Natale non richiama solo il compimento storico di questa verità che ci riguarda direttamente, ma, in modo misterioso e reale, ce la dona di nuovo.

    Come è suggestivo, in questo tramonto di un anno, riascoltare l’annuncio gioioso che l’apostolo Paolo rivolgeva ai cristiani della Galazia: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5). Queste parole raggiungono il cuore della storia di tutti e la illuminano, anzi la salvano, perché dal giorno del Natale del Signore è venuta a noi la pienezza del tempo. Non c’è, dunque, più spazio per l’angoscia di fronte al tempo che scorre e non ritorna; c’è adesso lo spazio per una illimitata fiducia in Dio, da cui sappiamo di essere amati, per il quale viviamo e al quale la nostra vita è orientata in attesa del suo definitivo ritorno. Da quando il Salvatore è disceso dal Cielo, l’uomo non è più schiavo di un tempo che passa senza un perché, o che è segnato dalla fatica, dalla tristezza, dal dolore. L’uomo è figlio di un Dio che è entrato nel tempo per riscattare il tempo dal non senso o dalla negatività e che ha riscattato l’umanità intera, donandole come nuova prospettiva di vita l’amore, che è eterno.

    La Chiesa vive e professa questa verità ed intende proclamarla ancora oggi con rinnovato vigore spirituale. In questa celebrazione abbiamo speciali ragioni di lodare Dio per il suo mistero di salvezza, operante nel mondo mediante il ministero ecclesiale. Abbiamo tanti motivi di ringraziamento al Signore per ciò che la nostra comunità ecclesiale, nel cuore della Chiesa universale, compie al servizio del Vangelo in questa Città. A tale proposito, unitamente al Cardinale Vicario, Agostino Vallini, ai Vescovi Ausiliari, ai Parroci e all’intero presbiterio diocesano, desidero ringraziare il Signore, in particolare, per il promettente cammino comunitario volto ad adeguare alle esigenze del nostro tempo la pastorale ordinaria, attraverso il progetto «Appartenenza ecclesiale e corresponsabilità pastorale». Esso ha l’obiettivo di porre l’evangelizzazione al primo posto, al fine di rendere più responsabile e fruttuosa la partecipazione dei fedeli ai Sacramenti, così che ciascuno possa parlare di Dio all’uomo contemporaneo e annunciare con incisività il Vangelo a quanti non lo hanno mai conosciuto o lo hanno dimenticato.

    La quaestio fidei è la sfida pastorale prioritaria anche per la Diocesi di Roma. I discepoli di Cristo sono chiamati a far rinascere in se stessi e negli altri la nostalgia di Dio e la gioia di viverlo e di testimoniarlo, a partire dalla domanda sempre molto personale: perché credo? Occorre dare il primato alla verità, accreditare l’alleanza tra fede e ragione come due ali con cui lo spirito umano si innalza alla contemplazione della Verità (cfr Giovanni Paolo II, Enc. Fides et ratio, Prologo); rendere fecondo il dialogo tra cristianesimo e cultura moderna; far riscoprire la bellezza e l’attualità della fede non come atto a sé, isolato, che interessa qualche momento della vita, ma come orientamento costante, anche delle scelte più semplici, che conduce all’unità profonda della persona rendendola giusta, operosa, benefica, buona. Si tratta di ravvivare una fede che fondi un nuovo umanesimo capace di generare cultura e impegno sociale.

    In questo quadro di riferimento, nel Convegno diocesano dello scorso giugno la Diocesi di Roma ha avviato un percorso di approfondimento sull’iniziazione cristiana e sulla gioia di generare nuovi cristiani alla fede. Annunciare la fede nel Verbo fatto carne, infatti, è il cuore della missione della Chiesa e l’intera comunità ecclesiale deve riscoprire con rinnovato ardore missionario questo compito imprescindibile. Soprattutto le giovani generazioni, che avvertono maggiormente il disorientamento accentuato anche dall’attuale crisi non solo economica ma anche di valori, hanno bisogno di riconoscere in Gesù Cristo «la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» (Conc. Vat. II, Cost. Gaudium et spes, 10).

    I genitori sono i primi educatori alla fede dei loro figli fin dalla più tenera età; pertanto è necessario sostenere le famiglie nella loro missione educativa attraverso opportune iniziative. In pari tempo, è auspicabile che il cammino battesimale, prima tappa dell’itinerario formativo dell’iniziazione cristiana, oltre a favorire la consapevole e degna preparazione alla celebrazione del Sacramento, ponga adeguata attenzione agli anni immediatamente successivi al Battesimo, con appositi itinerari che tengano conto delle condizioni di vita che le famiglie devono affrontare. Incoraggio quindi le comunità parrocchiali e le altre realtà ecclesiali a proseguire con impegno nella riflessione per promuovere una migliore comprensione e recezione dei Sacramenti attraverso i quali l’uomo è reso partecipe della vita stessa di Dio. Non manchino alla Chiesa di Roma fedeli laici pronti ad offrire il proprio contributo per edificare comunità vive, che permettano alla Parola di Dio di irrompere nel cuore di quanti ancora non hanno conosciuto il Signore o si sono allontanati da Lui. Al tempo stesso, è opportuno creare occasioni di incontro con la Città, che consentano un proficuo dialogo con quanti sono alla ricerca della Verità.

    Cari amici, dal momento che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito, perché noi potessimo ottenere la figliolanza adottiva (cfr Gal 4,5), non può esistere per noi compito più grande di quello di essere totalmente al servizio del progetto divino. A tale proposito desidero incoraggiare e ringraziare tutti i fedeli della Diocesi di Roma, che sentono la responsabilità di ridonare un’anima a questa nostra società. Grazie a voi, famiglie romane, prime e fondamentali cellule della società! Grazie ai membri delle molte Comunità, delle Associazioni e dei Movimenti impegnati ad animare la vita cristiana della nostra Città!

    «Te Deum laudamus!» Noi ti lodiamo, Dio! La Chiesa ci suggerisce di non terminare l’anno senza rivolgere al Signore il nostro ringraziamento per tutti i suoi benefici. È in Dio che deve terminare l’ultima nostra ora, l’ultima ora del tempo e della storia. Dimenticare questo fine della nostra vita significherebbe cadere nel vuoto, vivere senza senso. Per questo la Chiesa pone sulle nostre labbra l’antico inno Te Deum. È un inno pieno della sapienza di tante generazioni cristiane, che sentono il bisogno di rivolgere in alto il loro cuore, nella consapevolezza che siamo tutti nelle mani piene di misericordia del Signore.

    «Te Deum laudamus!». Così canta anche la Chiesa che è in Roma, per le meraviglie che Dio ha operato e opera in essa. Con l’animo colmo di gratitudine ci disponiamo a varcare la soglia del 2012, ricordando che il Signore veglia su di noi e ci custodisce. A Lui questa sera vogliamo affidare il mondo intero. Mettiamo nelle sue mani le tragedie di questo nostro mondo e gli offriamo anche le speranze per un futuro migliore. Deponiamo questi voti nelle mani di Maria, Madre di Dio, Salus Populi Romani. Amen.

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  22. 22

    Giancarlo

    L’annuncio – promessa del Fratello

    Dopo la creazione dell’uomo, secondo il racconto biblico, Dio fa un annuncio-promessa che segna e caratterizza tutta la storia dell’umanità: “Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda” (Gen. 2,18).
    L’umanità porta con sé questa promessa, la sua condizione di vita è la relazione: si diventa, si cresce come uomini accogliendo le persone umane che in maniera diversa incrociano la nostra vita.
    E un luogo fondamentale per accogliere e imparare ad accogliere la vita umana è la famiglia.
    E’ sempre con stupore che ascolto il racconto di tante nostre famiglie, perchè fa davvero percepire che lì ogni giorno la vita viene generata mettendosi in gioco, lasciandosi accogliere e accogliendo.
    Anche se non è una “cosa scontata”: talvolta c’è una lotta per la sopravvivenza fino talvolta alla violenza per eliminarsi, percependo l’altro come un pericolo… Un dramma che già incontriamo nelle prime pagine della Bibbia nella prima esperienza di fraternità: Caino e Abele. A Caino che ha ucciso il fratello Abele, Dio dice: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. E Caino risponde: “Non lo so, sono forse io il custode di mio fratello?”. (Gen. 4,9)
    La famiglia comunque, nonostante le sue contraddizioni, continua ad essere il luogo primordiale di fraternità, che non resta tra le mura domestiche, ma si apre sul mondo.
    In famiglia si cresce da fratelli per umanizzare il mondo attraverso l’esperienza della fraternità. E questo avviene soprattutto nel compito del lavoro. Mai come oggi stiamo percependo che quando il lavoro è solo oggetto di sfruttamento, di arricchimento individuale, diventa un baratro di morte per tutti.
    Forse in questi tempi ci sentiamo tutti un po’ più pessimisti: chiedendoci se è possibile un mondo più umano, più fraterno.
    Dentro di noi non abbiamo una risposta, ma nella notte di Natale risuona un annuncio-promessa, che lascia increduli i più, ma che risuona con fedeltà anche nel rifiuto.
    “Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce…” (Lc. 2, 10-12). Dio si fa bambino tra i bambini, per rigenerare continuamente la nostra fraternità. Gesù è il Fratello che Dio offre a tutti per sempre, perchè non ci sia più un uomo senza speranze, senza la gioia di relazioni fraterne.
    Il Natale è così l’evento che dà origine alle feste cristiane, che troverà il suo compimento nella Pasqua.
    Famiglie e lavoro per ritrovare la loro forza generativa di fraternità hanno bisogno della festa.
    La festa per noi cristiani non è un banale “fine-settimana”, non è nemmeno l’obbligo di riti religiosi, ma è lasciarsi incontrare dal Fratello, l’unico capace di rigenerare i nostri fallimenti relazionali in occasioni di ripresa di fraternità.
    Ecco l’augurio che ci scambiamo in questo Natale del Signore: risuoni in tutti noi come un vero annuncio-promessa, che trova il suo compimento nel dono del Fratello Gesù, perchè con lui siamo capaci di relazioni rinnovate, cariche di speranze.
    don Giancarlo Bresciani

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  23. 23

    Padre Flo

    IL SEGNO DI UN BAMBINO DISARMATO

    Giungiamo a questo Natale scrollandoci di dosso polveri accumulate durante l’anno: molta gente ha terminato il suo cammino nella storia, alcuni lo hanno fatto con strepito, come un Gheddafi o un Berlusconi, altri con un semplice gemito, altri ancora con il sorriso di chi si consegna alla morte nella pace dei giusti. Qualcuno commentava la morte tragica di Gheddafi citando l’Imitazione di Cristo: sic transit gloria mundi… (così passa la gloria del mondo).
    Questo Natale ripropone il messaggio di sempre: un Dio che pone la sua tenda da campo in mezzo a noi e lo fa fuori dal chiasso della città, della propaganda, del tumulto degli stadi o dei concerti, donde la folfa sembra un oceano in alta marea. Viene nel segno del disarmo, con il linguaggio del pianto e del sorriso e ancora una volta ognuno lo interpreta a suo modo, fino all’indifferenza per un neonato che non sa parlare, non sa imporsi e meno ancora difendersi.
    Eppure ogni anno celebriamo il suo ritorno sulla polvere dei grandi, delle promesse non mantenute dei politici, sul peccato di ogni giorno fin dentro la stessa chiesa.
    E’ l’appuntamento di Dio che invia un figlio fatto uomo e fatto bambino.
    Sarà forse per la mia esperienza lungo questa frontiera, per le conferenze accanto a gente delle Nazioni Unite, o seduto a fianco di Presidenti e alte autorità, che mi lascia cadere in ginocchio, contemplando questo Cristo che reinventa il Natale anno dopo anno, scegliendo una mangiatoia nuova, animali forse diversi dal bue e dall’asino, Betlemme che cambiano di nome e di latitudine… ma pur sempre indifeso, disarmato e tendendo la mano in cerca di aiuto.
    Mi ha colpito giorni fa una storia successa in Russia alla fine degli anni ’90, quando in un orfanatrofio di bambini abbandonati, oggetto di violenza e sfruttamento, una maestra parlò del presepio di San Francesco e alla fine invitò tutti quei piccoli a costruirsi un piccolo presepio. Passando tra di loro per cercare di aiutarli e rispondere a possibili difficoltà, s’incontra con un bambino di 6 anni di nome Misha che aveva già finito il suo compito.
    Immediatamente la maestra nota qualcosa di strano in quel presepe: c’erano due piccoli sulla paglia. Alla domanda naturale perché due, Misha le risponde: ‘Gesù era solo e visto che io pure sono solo senza nessuno, gli ho chiesto di farmi un posticino accanto a lui ed io lo avrei scaldato. Gesù senza pensarlo mi ha detto di si ed eccomi li con lui. ”
    Da questo mio osservatorio credo poter cogliere una umanità sempre più sola, dove il freddo al cuore ia ucciso la speranza e la gioia di vivere. Troppe paure ci circondano: l’aggressività sembra ormai il linguaggio comune della strada, della famiglia, fino alla politica e allo sport.
    Il mio Natale quest’anno sarà invece coricarmi accanto a questo Cristo che sento sempre più solo, abbandonato, coccolato se volete da regali e sorrisi di cortesia, ma che poi ci lasciamo alle spalle come una bambola che non serve più.
    Vorrei che Gesù vivesse il saluto comune in Messico ancora oggi tra i poveri: vieni, questa é casa tua. MARANATHA’. VIENI SIGNORE GESÙ
    Padre FIo

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  24. 24

    don Alex

    Natale è un evento straordinario, nel senso che non rientra nell’ordinario! Ma non lo è solo perché a Natale siamo tutti più buoni, perché è uno dei pochi giorni dell’anno in cui le famiglie riescono a stare insieme per condividere la festa o perché è giorno di vacanza. Natale è un evento, perché a Natale Dio non è mai stato così vicino a me. Solitamente la Messa di mezzanotte è stracolma di gente e noi preti ci lamentiamo del fatto che la fede non si riduce in una notte all’anno, e facciamo bene, ma con fiducia spero che chi varca le porte della chiesa nella notte santa non lo faccia solo per tradizione, ma perché nel cuore sente che Natale è straordinario, che Natale c’entra con Dio, che Natale alla fine non si può ridurre solo alla corsa frenetica al regalo più adatto, che Natale non è solo un altro super mega pranzo.
    Sì carissimi! La notizia straordinaria dell’evento Natale è che Dio entra nella storia e che lo voglia o no incontra la mia vita e io non posso rimanerne indifferente: “Cosa vuoi Dio da me?” “Lasciami in pace!” “Dio accontentati di quello che ti do!” “Devi proprio rompermi, Dio, con tutti i tuoi obblighi??”… quante domande, quante esclamazioni, tentano di tenere lontano Dio dalla mia vita!!?? Eppure lui entra in punta di piedi, in una notte silenziosa, lontano dagli occhi dei curiosi, nell’intimità dell’amore di Maria e Giuseppe e si presenta al mondo come Figlio.
    Troppo furbo Dio! Non entra nel mondo come sovrano, come padre, come muratore,come zio,ma come figlio,perché non tutti siamo sovrani, non tutti siamo padri, non tutti siamo muratori, non tutti siamo zii, ma tutti siamo figli e come figli sentiamo di poter condividere qualcosa!
    Figlio io! Figlio tu! E quindi io e te cosa siamo se non fratelli?? In questo avvento, tempo di attesa dell’evento straordinario “Natale”, tentiamo allora di scoprire che quello che ci viene annunciato non è un estraneo, ma un Fratello.
    don Alex

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  25. 25

    marina

    LA VERA SAPIENZA di Marina Corradi (da Avvenbire del 27 dicembre 2011)

    In fondo, sta tutto in quelle quattro parole. «Veni ad salvandum nos», recita l’antica antifona liturgica evocata da Benedetto XVI nel messaggio Urbi et Orbi: «Vieni a salvarci». Il senso profondo del Natale sta tutto in questa invocazione da prigionieri, o da naufraghi. Ma noi, sappiamo ancora di avere bisogno di essere salvati? A volte sembra che il senso del Natale se ne resti coperto da una crosta spessa di tempo, di abitudine, di sentimentalismo; e che anche fra noi cristiani si smarrisca la memoria della drammaticità dell’avvento di un Dio che nasce come un uomo, da una donna. Che bisogno ce n’era, potrebbe chiedersi uno dei nostri figli. Che bisogno ce n’era?, se gli uomini sono così potenti, audaci nella scienza e nella tecnologia, e da sé ben capaci di sapere cos’è bene e cosa è male? Nulla è più inutile di un salvatore, in un mondo che non ha bisogno di essere salvato. Ma sembra che Benedetto con una ostinazione mite vada, ogni volta che parla, scavando con una pala in questa nostra crosta di abitudine opaca, disseppellendo come un cercatore di tesori i frammenti di una sapienza ossidata da una ruggine di smemoratezza e indifferenza.«Veni ad salvandum nos»: questo, ha detto il Papa, «è il grido dell’uomo di ogni tempo, che sente di non farcela da solo». È’ l’invocazione a un Dio venuto «per salvarci dal male profondo, radicato nell’uomo e nella storia». Quel male che è «l’orgoglio di fare da sé, di essere il padrone della vita e della morte».
    Sappiamo ancora, noi cristiani del Natale dell’anno 2011, di questo male originario? Non sempre, non almeno finché la vita ci scorra quieta, riparata dai peggiori dolori; non finché abbiamo un tetto, e il necessario e anche il superfluo, finché la guerra o la fame – Siria, Afghanistan, Corno d’Africa, Sudan, ha elencato dolentemente il Papa – è solo un’eco incomprensibile e lontana, nelle immagini dei tg; finché la morte non morde e lacera, togliendoci chi ci è caro. Fino a che dolore e violenza non ci toccano davvero, possiamo essere, e facilmente siamo, ignari della condizione di prigionia da cui nasce il grido: «Veni ad salvandum nos». Possiamo cantare davanti a un presepe, distratti e intimamente annoiati: vieni a salvarci, ma a salvarci da che?
    Emmanuel Mounier ha scritto che Dio passa attraverso le ferite. Forse è inesorabilmente così, nella storia di ogni uomo. Solo una mancanza, una miseria, una faccia che improvvisamente ci manca, aprono un varco nella corazza della autosufficienza e dell’orgoglio. Solo nel giorno in cui ci si scopre poveri quella domanda, «vieni a salvarci», acquista la sua forza poderosa. (e solo allora forse siamo autenticamente uomini, cioè consci di essere figli, creature). Che cosa strana, il Natale fra noi ha spesso un senso pieno finché siamo bambini, e dunque non ancora illusi di essere autonomi. Poi, con l’età ci si forma addosso, giorno dopo giorno, quella crosta di orgoglio per cui crediamo di non aver bisogno di alcun liberatore. Se non arriva un dolore, o una malattia o una guerra, talvolta solo la vecchiaia ci induce a “scendere dal cavallo della nostra ragione illuminata”, come ha detto il Papa nell’omelia di Natale: a deporre “false certezze e superbia intellettuale”. E solo scesi dai nostri fieri cavalli prende voce e sangue la domanda del Natale: “vieni”, vieni tra noi, in mezzo a noi, nella nostra stessa carne. Soltanto in questa umiltà accade di riconoscere cosa è successo davvero, in quella grotta la cui memoria a volte ci annoia, tanto questa storia ci è stata mille volte raccontata.
    Che tutta la vita ci sia data per arrivare a un istante da anime nude, che finalmente riescono, in quel neonato, a vedere Dio, venuto fra noi come un uomo? Che sia per questo che invecchiamo e da forti diventiamo deboli, da potenti, imbelli, da intelligenti, smemorati e confusi? Tutta la vita per ridiventare come bambini, per chiamare: “vieni”, come i bambini chiamano la madre. Tutta la vita per riconoscere, per toccare, nel Natale, un Dio nato bambino.
    Marina Corradi
    Da Avvenire del 27 dicembre 2011

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  26. 26

    Gianfranco

    Quattro voci per il 2012
    DIZIONARIO DI FUTURO di Sua Eminenza Reverendissima il signor cardinale GIANFRANCO RAVASI
    «Periodo fatto di 365 (o 366) delusioni». Così si legge alla voce “Anno” del malizioso “Dizionario del diavolo”, approntato nel 1906 da Ambrose Bierce, stravagante e vagabondo scrittore americano. E se stiamo ai commenti che si raccolgono per strada o a quelli dei giornali, sarebbe questo il pronostico più attendibile anche per il 2012, al quale viene già la tentazione di applicare come motto la “nona beatitudine” coniata da un altro autore, l’inglese settecentesco Alexander Pope: «Beato colui che non si aspetta nulla, perché non sarà mai deluso!». Noi, invece, vorremmo andare controcorrente infilando in un ideale antitetico “Dizionario dell’angelo” quattro voci di successo per il nuovo pur difficile anno. La prima è la parola “sobrietà”. Certo, essa ha anche il volto duro del sacrificio, della rinuncia, della privazione. Ma, dopo anni di spreco, di privilegi, di ostentazione, di urla, di sfoggio, di escort, si ritorna alla misura, alla semplicità, all’essenzialità, al linguaggio pacato. Ma sì, ritorna in scena quell’ultima virtù cardinale che era stata ridotta a cenerentola: la “temperanza”, che non regola solo il regime della nutrizione, ma anche della sensualità. Vale per tutti noi adulti il monito che san Paolo rivolgeva al discepolo Tito: «Esorta i più giovani ad essere sobri, offrendo te stesso come esempio!» (2,6-7). Ecco, però, un’obiezione: cosa dire di fronte a chi – nonostante tutto – incassa ancora retribuzioni o pensioni di centinaia di migliaia di euro e trattamenti di fine rapporto di sei o sette milioni? E qui entra in scena un’altra parola che ha persino generato una sorta di movimento corale planetario, quello degli “indignati”: lo “sdegno”. Badate bene: se l’ira è un vizio capitale devastante, lo sdegno autentico è una virtù, perché è un appassionato e coerente schierarsi dalla parte della giustizia. Indignati contro la corruzione, la violenza, l’oppressione sono i profeti biblici. Del Signore nella Bibbia si dice letteralmente che ha un ‘af, cioè un “naso” sbuffante perché mal sopporta il male, e non dimentichiamo la figura di Cristo che impugna la frusta sferzando i mercanti… Detto altrimenti, lo sdegno vero e non retorico altro non è che un ritorno alla morale. Sulla via della giustizia riabilitata giungiamo alla terza voce del nostro reve dizionario: “solidarietà” o, se si vuole, “carità fraterna”. Il cristianesimo ha giocato qui la sua autenticità: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Giovanni 13,35). E l’autore della Lettera agli Ebrei continuava: «Perseverate nell’amore fraterno e non dimenticate l’ospitalità dello straniero» (13,1-2). Ma era già l’antica legge biblica a esortare: «Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello bisognoso, non indurire il tuo cuore e non chiudere la tua mano!» (Deuteronomio 15,7). Non sono necessari commenti. Siamo giunti all’ultima voce di questo “Dizionario dell’angelo”. Proponendola, siamo pronti a subire l’accusa di utopia o di retorica. Eppure, se è vero che bisogna vivere con semplicità, è necessario pensare con grandezza. E così proponiamo alla fine la parola “speranza”, nonostante il pessimismo sempre in agguato. Il filosofo Ernst Bloch, che sul tema ha scritto ben tre tomi, ricordava che non è sempre vero il proverbio «Finché c’è vita, c’è speranza», perché tanti viventi sani sono disperati o sfiduciati. È più vero, diceva (ed era ateo), che «finché c’è fede, c’è speranza». E sperare, con costanza e a testa bassa è, certo, difficile. Più facile è disperare, ed è la grande tentazione a cui non cedere.
    Eitoriale da Avvenire del 3 gennaio 2012.

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  27. 27

    Gaetano

    Leggendo quel che precede si ha l’impressione di respirare una boccata di aria pura, si vede una luce da seguire. Perché Bergamo info non intraprende ancora quella strada sicura di cui tutti, anche i non credenti, sentono il bisogno? perché non cerchiamo tutti insieme di dare ossigeno a questa società asfittica e asfissiante, anche in campo politico, il più disastrato di tutti?

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  28. 28

    Peder sota 'l Put

    CITTA’ DEL VATICANO, 4 GEN. 2012. Alle 10:30 di questa mattina, nell’Aula Paolo VI in Vaticano, ha avuto inizio l’Udienza Generale con il Santo Padre con la partecipazione di 7.000 pellegrini provenienti da tutto il mondo.

    Benedetto XVI ha dedicato la sua catechesi al mistero del Natale del Signore ed ha affermato che la prima reazione “a questa straordinaria azione di Dio che si fa bambino” è la gioia. Si tratta di un sentimento “che nasce dallo stupore del cuore nel vedere come Dio ci è vicino, come pensa a noi, come agisce nella storia, è una gioia che nasce dal contemplare il volto di quell’umile bambino perché sappiamo che è il Volto di Dio. (…) Il Natale è gioia perché (…) Dio che è il bene, la vita, la verità dell’uomo si abbassa fino all’uomo, per innalzarlo a Sé: Dio diventa così vicino da poterlo vedere e toccare. (…) Natale – ha affermato il Papa – è il punto in cui Cielo e terra si uniscono. (…) In quel Bambino, bisognoso di tutto (…) , ciò che Dio è: eternità, forza, santità, vita, gioia, si unisce a ciò che siamo noi: debolezza, peccato, sofferenza, morte”.
    Il Pontefice ha spiegato che la teologia e la spiritualità del Natale usano l’espressione “admirabile commercium” per descrivere questo “mirabile scambio” fra la divinità e l’umanità. “Il primo atto di questo meraviglioso scambio si opera nell’umanità stessa del Cristo. Il Verbo ha assunto la nostra umanità e, in cambio, la natura umana è stata elevata alla dignità divina. E così il sogno dell’umanità cominciando in Paradiso – vorremmo essere come Dio – si realizza in modo inaspettato non per la grandezza dell’uomo che non può farsi Dio, ma per l’umiltà di Dio che scende e così entra in noi nella sua umiltà e ci eleva alla vera grandezza del suo essere. Il secondo atto dello scambio consiste nella nostra reale ed intima partecipazione alla divina natura del Verbo. (…) Il Natale è così la festa in cui Dio si fa così vicino all’uomo da condividere il suo stesso atto di nascere, per rivelargli la sua dignità più profonda: quella di essere figlio di Dio”.

    Benedetto XVI si è inoltre soffermato su un altro aspetto del Natale, rappresentato dalla luce: “La venuta di Cristo dirada le tenebre del mondo, riempie la Notte santa di un fulgore celeste e diffonde sul volto degli uomini lo splendore di Dio Padre, anche oggi. (….) Dopo aver parlato ed essere intervenuto nella storia mediante messaggeri e con segni, Dio ‘è apparso’, è uscito dalla sua luce inaccessibile per illuminare il mondo”. Ogni cristiano deve essere consapevole della missione e della responsabilità di testimoniare e portare al mondo la luce nuova del Vangelo. La Chiesa riceve la luce di Cristo “per esserne illuminata e per diffonderla in tutto il suo splendore. E questo deve avvenire anche nella nostra vita personale”.

    “Il Natale è fermarsi a contemplare quel Bambino, il Mistero di Dio che si fa uomo nell’umiltà e nella povertà, ma è soprattutto accogliere ancora di nuovo in noi stessi quel Bambino, che è Cristo Signore, per vivere della sua stessa vita, per far sì che i suoi sentimenti, i suoi pensieri, le sue azioni, siano i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre azioni; celebrare il Natale e manifestare la gioia, della vera novità, della luce di Dio agli altri”.

    A conclusione della catechesi, il Santo Padre ha salutato i pellegrini nelle diverse lingue, ha ringraziato i diversi gruppi musicali che hanno partecipato all’Udienza ed ha impartito la sua Benedizione ai presenti.

    AG/ VIS 20120104 (580)

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    Karl Heinz Treetball

    Ecco il testo integrale della prolusione sopra riassunta:

    BENEDETTO XVI

    UDIENZA GENERALE

    Aula Paolo VI
    Mercoledì, 4 gennaio 2012

    Il Natale del Signore: Mistero di gioia e di luce

    Cari fratelli e sorelle,

    sono lieto di accogliervi in questa prima Udienza generale del nuovo anno e di tutto cuore porgo a voi e alle vostre famiglie i miei affettuosi voti augurali: Dio, che nella nascita di Cristo suo Figlio ha inondato di gioia il mondo intero, disponga opere e giorni nella sua pace. Siamo nel tempo liturgico del Natale, che inizia la sera del 24 dicembre con la vigilia e si conclude con la celebrazione del Battesimo del Signore. L’arco dei giorni è breve, ma denso di celebrazioni e di misteri e si raccoglie tutto intorno alle due grandi solennità del Signore: Natale ed Epifania. Il nome stesso di queste due feste ne indica la rispettiva fisionomia. Il Natale celebra il fatto storico della nascita di Gesù a Betlemme. L’Epifania, nata come festa in Oriente, indica un fatto, ma soprattutto un aspetto del Mistero: Dio si rivela nella natura umana di Cristo e questo è il senso del verbo greco epiphaino, farsi visibile. In tale prospettiva, l’Epifania richiama una pluralità di eventi che hanno come oggetto la manifestazione del Signore: in modo particolare l’adorazione dei Magi, che riconoscono in Gesù il Messia atteso, ma anche il Battesimo nel fiume Giordano con la sua teofania – la voce di Dio dall’alto – e il miracolo alle Nozze di Cana, come primo “segno” operato da Cristo. Una bellissima antifona della Liturgia delle Ore unifica questi tre avvenimenti intorno al tema delle nozze tra Cristo e la Chiesa: “Oggi la Chiesa si unisce al suo Sposo celeste, perché nel Giordano Cristo ha lavato i suoi peccati; i Magi corrono con doni alle nozze regali, e i convitati gioiscono vedendo l’acqua mutata in vino” (Antifona delle Lodi). Possiamo quasi dire che nella festa del Natale si sottolinea il nascondimento di Dio nell’umiltà della condizione umana, nel Bambino di Betlemme. Nell’Epifania, invece, si evidenzia il suo manifestarsi, l’apparire di Dio attraverso questa stessa umanità.

    In questa Catechesi, vorrei richiamare brevemente qualche tema proprio della celebrazione del Natale del Signore affinché ciascuno di noi possa abbeverarsi alla fonte inesauribile di questo Mistero e portare frutti di vita.

    Anzitutto, ci domandiamo: qual è la prima reazione davanti a questa straordinaria azione di Dio che si fa bambino, si fa uomo? Penso che la prima reazione non può essere altro che gioia. “Rallegriamoci tutti nel Signore, perché è nato nel mondo il Salvatore”: così inizia la Messa della notte di Natale, e abbiamo appena sentito le parole dell’Angelo ai pastori: “Ecco. Io vi annuncio una grande gioia” (Lc 2,10). E’ il tema che apre il Vangelo, ed è il tema che lo chiude perché Gesù Risorto rimprovererà agli Apostoli proprio di essere tristi (cfr Lc 24,17) – incompatibile con il fatto che Lui rimane Uomo in eterno. Ma facciamo un passo avanti: da dove nasce questa gioia? Direi che nasce dallo stupore del cuore nel vedere come Dio ci è vicino, come Dio pensa a noi, come Dio agisce nella storia; è una gioia, quindi, che nasce dal contemplare il volto di quell’umile bambino perché sappiamo che è il Volto di Dio presente per sempre nell’umanità, per noi e con noi. Il Natale è gioia perché vediamo e siamo finalmente sicuri che Dio è il bene, la vita, la verità dell’uomo e si abbassa fino all’uomo, per innalzarlo a Sé: Dio diventa così vicino da poterlo vedere e toccare. La Chiesa contempla questo ineffabile mistero e i testi della liturgia di questo tempo sono pervasi dallo stupore e dalla gioia; tutti i canti di Natale esprimo questa gioia. Natale è il punto in cui Cielo e terra si uniscono, e varie espressioni che sentiamo in questi giorni sottolineano la grandezza di quanto è avvenuto: il lontano – Dio sembra lontanissimo – è diventato vicino; “l’inaccessibile volle essere raggiungibile, Lui che esiste prima del tempo cominciò ad essere nel tempo, il Signore dell’universo, velando la grandezza della sua maestà, prese la natura di servo” – esclama san Leone Magno (Sermone 2 sul Natale, 2.1). In quel Bambino, bisognoso di tutto come lo sono i bambini, ciò che Dio è: eternità, forza, santità, vita, gioia, si unisce a ciò che siamo noi: debolezza, peccato, sofferenza, morte.

    La teologia e la spiritualità del Natale usano un’espressione per descrivere questo fatto, parlano di admirabile commercium, cioè di un mirabile scambio tra la divinità e l’umanità. Sant’Atanasio di Alessandria afferma: “il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio” (De Incarnatione, 54, 3: PG 25, 192), ma è soprattutto con san Leone Magno e le sue celebri Omelie sul Natale che questa realtà diventa oggetto di profonda meditazione. Afferma, infatti, il santo Pontefice: “Se noi ci appelliamo alla inesprimibile condiscendenza della divina misericordia che ha indotto il Creatore degli uomini a farsi uomo, essa ci eleverà alla natura di Colui che noi adoriamo nella nostra” (Sermone 8 sul Natale: CCL 138,139). Il primo atto di questo meraviglioso scambio si opera nell’umanità stessa del Cristo. Il Verbo ha assunto la nostra umanità e, in cambio, la natura umana è stata elevata alla dignità divina. Il secondo atto dello scambio consiste nella nostra reale ed intima partecipazione alla divina natura del Verbo. Dice San Paolo: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4-5). Il Natale è pertanto la festa in cui Dio si fa così vicino all’uomo da condividere il suo stesso atto di nascere, per rivelargli la sua dignità più profonda: quella di essere figlio di Dio. E così il sogno dell’umanità cominciando in Paradiso – vorremmo essere come Dio – si realizza in modo inaspettato non per la grandezza dell’uomo che non può farsi Dio, ma per l’umiltà di Dio che scende e così entra in noi nella sua umiltà e ci eleva alla vera grandezza del suo essere. Il Concilio Vaticano II in proposito ha detto così: “In realtà, soltanto nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (Gaudium et spes, 22); altrimenti rimane un enigma: che cosa vuole dire questa creatura uomo? Solo vedendo che Dio è con noi possiamo vedere luce per il nostro essere, essere felici di essere uomini e vivere con fiducia e gioia. E dove si rende presente in modo reale questo meraviglioso scambio, perché operi nella nostra vita e la renda un’esistenza di veri figli di Dio? Diventa molto concreta nell’Eucaristia. Quando partecipiamo alla Santa Messa noi presentiamo a Dio ciò che è nostro: il pane e il vino, frutto della terra, perché Egli li accetti e li trasformi donandoci Se stesso e facendosi nostro cibo, affinché ricevendo il suo Corpo e il suo Sangue partecipiamo alla sua vita divina.

    Vorrei soffermarmi, infine, su un altro aspetto del Natale. Quando l’Angelo del Signore si presenta ai pastori nella notte della Nascita di Gesù, l’Evangelista Luca annota che “la gloria del Signore li avvolse di luce” (2,9); e il Prologo del Vangelo di Giovanni parla del Verbo fatto carne come della luce vera che viene nel mondo, la luce capace di illuminare ogni uomo (cfr Gv 1,9). La liturgia natalizia è pervasa di luce. La venuta di Cristo dirada le tenebre del mondo, riempie la Notte santa di un fulgore celeste e diffonde sul volto degli uomini lo splendore di Dio Padre. Anche oggi. Avvolti dalla luce di Cristo, siamo invitati con insistenza dalla liturgia natalizia a farci illuminare la mente e il cuore dal Dio che ha mostrato il fulgore del suo Volto. Il primo Prefazio di Natale proclama: “Nel mistero del Verbo incarnato è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del tuo fulgore, perché conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle realtà invisibili”. Nel Mistero dell’Incarnazione Dio, dopo aver parlato ed essere intervenuto nella storia mediante messaggeri e con segni, “è apparso”, è uscito dalla sua luce inaccessibile per illuminare il mondo.

    Nella Solennità dell’Epifania, 6 gennaio, che celebreremo tra pochi giorni, la Chiesa propone un brano molto significativo del profeta Isaia: “Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te splende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere” (60,1-3). E’ un invito rivolto alla Chiesa, la Comunità di Cristo, ma anche a ciascuno di noi, a prendere ancora più viva coscienza della missione e della responsabilità verso il mondo nel testimoniare e portare la luce nuova del Vangelo. All’inizio della Costituzione Lumen gentium del Concilio Vaticano II troviamo le seguenti parole: “Essendo Cristo la luce delle genti, questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, ardentemente desidera con la luce di Lui, splendente sul volto della Chiesa, illuminare tutti gli uomini annunziando il Vangelo a ogni creatura” (n. 1). Il Vangelo è la luce da non nascondere, da mettere sulla lucerna. La Chiesa non è la luce, ma riceve la luce di Cristo, la accoglie per esserne illuminata e per diffonderla in tutto il suo splendore. E questo deve avvenire anche nella nostra vita personale. Ancora una volta cito San Leone Magno che ha detto nella Notte Santa: “Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler ricadere alla condizione spregevole di un tempo con una condotta indegna. Ricordati chi è il tuo Capo e di quale Corpo sei membro. Ricordati che, strappato dal potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce e nel Regno di Dio” (Sermone 1 sul Natale, 3,2: CCL 138,88).

    Cari fratelli e sorelle, il Natale è fermarsi a contemplare quel Bambino, il Mistero di Dio che si fa uomo nell’umiltà e nella povertà, ma è soprattutto accogliere ancora di nuovo in noi stessi quel Bambino, che è Cristo Signore, per vivere della sua stessa vita, per far sì che i suoi sentimenti, i suoi pensieri, le sue azioni, siano i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre azioni. Celebrare il Natale è quindi manifestare la gioia, la novità, la luce che questa Nascita ha portato in tutta la nostra esistenza, per essere anche noi portatori della gioia, della vera novità, della luce di Dio agli altri. Ancora a tutti l’augurio di un tempo natalizio benedetto dalla presenza di Dio!

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    Saluti:

    Je suis heureux d’accueillir les pèlerins de langue française. Je salue particulièrement les Oblates Missionnaires de Marie Immaculée, à l’occasion du cinquantième anniversaire de leur fondation. À travers toute votre existence, soyez des porteurs de la joie, de la nouveauté et de la lumière de Dieu parmi les autres ! Qu’en ce temps de Noël Dieu vous bénisse de sa présence !

    I am pleased to greet all the English-speaking visitors present, including the pilgrimage groups from Wales, Australia and the United States. I offer a special greeting to the priests and seminarians of the Pontifical College Josephinum. My welcome also goes to the La Salette Brothers taking part in a programme of spiritual renewal. I thank the choirs for their praise of God in song. Upon all of you and your families I invoke the Lord’s blessings of joy, peace and prosperity for the year which has just begun. Happy New Year!

    Mit Freude grüße ich die deutschsprachigen Pilger und Besucher und danke den Allgäuer Bläsern für ihre wunderschöne Musik. Nehmen wir Christus, das Kind, in dem Gott Mensch geworden ist, immer wieder neu in uns selber, in unsere Herzen auf. Lassen wir ihn in uns leben, damit seine Gedanken unsere Gedanken, sein Handeln unser Handeln wird. Dann werden auch wir von seiner Freude und seinem Licht erfüllt sein. Euch allen wünsche ich ein gesegnetes und gutes neues Jahr.

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los grupos venidos de España, México, Bolivia y otros países latinoamericanos. Deseo a todos que en este tiempo de Navidad os detengáis a contemplar este Misterio de Dios que se hace hombre en la humildad y pobreza, y que lo acojáis en vuestros corazones viviendo de su misma vida y manifestando a los demás la alegría, la novedad y la luz que su nacimiento ha traído a nuestra existencia y al mundo entero. Felices Fiestas.

    Queridos peregrinos de língua portuguesa, sede bem-vindos! O Natal é um convite a contemplar no Menino Jesus o Mistério de Deus que se faz homem na humildade e pobreza, e, sobretudo, a acolher em nós mesmos este Menino, que é o Cristo Senhor, para fazer com que os seus sentimentos, pensamentos e ações sejam também os nossos. Portanto, sede portadores da alegria, novidade e luz de Deus manifestadas no Natal. De todo o coração, desejo-vos um Ano Novo abençoado!

    Saluto in lingua polacca:

    Witam serdecznie Polaków, uczestników pierwszej w nowym roku audiencji. Nasze serca przenika radość z narodzin Zbawiciela. W Chrystusie Bóg Ojciec okazał nam swą miłość. W Nim zostaliśmy nazwani dziećmi Bożymi i rzeczywiście nimi jesteśmy (por. 1 J 3,1). Niech światło Chrystusa płynące z Betlejem rozjaśnia drogi waszego życia, niech umacnia wasze serca nadzieją, miłością i pokojem. Wam i waszym bliskim z serca błogosławię.

    Traduzione italiana:

    Saluto cordialmente i Polacchi partecipanti a questa prima udienza dell’anno nuovo. I nostri cuori sono pieni di gioia per la nascita del Salvatore. In Cristo, Dio Padre ci ha mostrato il Suo amore. In Lui siamo chiamati figli di Dio e lo siamo realmente (cfr. 1 Gv 3,1). Che la luce di Cristo che proviene da Betlemme illumini le vie della vostra vita, rafforzi i vostri cuori con la speranza, con l’amore e con la pace. A voi tutti e ai vostri cari imparto una benedizione di cuore.

    Saluto in lingua croata:

    Srdačno pozdravljam hrvatske hodočasnike! Gospodin Isus, koji nam je svojim rođenjem darovao spasenje, neka vas svojim blagoslovom i mirom prati kroz sve dane nove godine! Hvaljen Isus i Marija!

    Traduzione italiana:

    Saluto cordialmente i pellegrini croati! Il Signore Gesù, che con la sua nascita ci ha donato la salvezza, vi accompagni con la sua benedizione e la sua pace in tutti i giorni dell’Anno Nuovo! Siano lodati Gesù e Maria!

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini italiani, ed auguro a tutti voi serenità e pace per il nuovo anno. In particolare saluto i ministranti della diocesi di Asti, e li esorto a svolgere con amore e devozione l’importante servizio all’altare che permette di essere particolarmente vicini al Signore e di crescere in un’amicizia vera e profonda con Gesù. Saluto le Suore Figlie della Misericordia e della Croce che celebrano in questi giorni il loro Capitolo Generale, ed assicuro la mia preghiera affinché esso susciti nell’intero Istituto un rinnovato ardore apostolico. Saluto i gruppi dell’Azione Cattolica di Pompei e di San Marzano sul Sarno, invitando ciascuno a rendere dappertutto una incisiva testimonianza cristiana. E saluto con particolare affetto i giovani dell’Oratorio inter-parrocchiale di Mortara e li incoraggio ad affrontare le importanti tappe della vita fondando ogni progetto sulla fedeltà a Dio e al Vangelo.

    Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. A voi, cari giovani, auguro di saper considerare ogni giorno come un dono di Dio, da accogliere con riconoscenza e vivere con rettitudine. Per voi, cari malati, il nuovo anno porti consolazione nel corpo e nello spirito. E voi, cari sposi novelli, sforzatevi di imitare la Santa Famiglia di Nazareth, realizzando un’autentica comunione d’amore e di vita.

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    pare senza Gas

    TEMPO DI NATALE
    All’origine della festa dell’Epifania

    L’Epifania è la prima manifestazione di Cristo all’umanità e viene ricordata attraverso la visita dei Magi alla mangiatoia. A guidare i “Sapienti” da Oriente a Gerusalemme, verso la grotta per adorare il Bambino appena nato, come raccontato dal Vangelo di Matteo, è la stella cometa, meglio conosciuta come la Stella di Betlemme. Un fenomeno astronomico che accompagna nel racconto evangelico la nascita di Gesù ed è ricco di significati storici, scientifici e spirituali.

    «Non risulta che ci sia un registro storico di un evento astronomico all’epoca – spiega Padre José Gabriel Funes, direttore della Specola vaticana, in un’intervista alla Radio Vaticana – ma questo non vuol dire che non ci sia stato. Quello che sappiamo, grazie soprattutto a chi studia la Bibbia, è che l’evangelista Matteo cerca di far vedere nei racconti dell’infanzia di Gesù che in Gesù si compiono le Scritture. Ha un significato spirituale molto profondo e molto bello». Spesso, in eventi come quelli astronomici, si cerca un’associazione tra scienza e storia. Padre Funes in questo caso sottolinea soprattutto l’importanza del significato spirituale, «che ha un fondamento anche nella storia, cioè significa la nascita di Gesù» come tale.

    Il direttore della Specola vaticana, oltre a spiegare dal punto di vista scientifico il fenomeno astronomico della cometa, insiste sul legame tra fede e scienza: «Molte volte nella nostra cultura quotidiana, che talvolta è un po’ superficiale, scienza e fede vengono presentate come nemiche in una guerra santa. Invece no, i Magi sono per noi un esempio di come entrambe possano aiutarsi a vicenda, essere integrate e vivere in armonia. I Magi sono pellegrini, sono quelli che cercano la verità e per noi sono degli esempi». La visita dei Magi, secondo padre Funes, rappresenta un’immagine significativa per i nostri tempi e molto attuale per parlare della Chiesa, «presente tra i poveri e tra i pastori, ai quali viene annunciata per primi la nascita di Gesù».

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    Melchiorre

    MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
    PER LA XX GIORNATA MONDIALE DEL MALATO
    (11 FEBBRAIO 2012)

    «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!» (Lc 17,19)

    Cari fratelli e sorelle!

    In occasione della Giornata Mondiale del Malato, che celebreremo il prossimo 11 febbraio 2012, memoria della Beata Vergine di Lourdes, desidero rinnovare la mia spirituale vicinanza a tutti i malati che si trovano nei luoghi di cura o sono accuditi nelle famiglie, esprimendo a ciascuno la sollecitudine e l’affetto di tutta la Chiesa. Nell’accoglienza generosa e amorevole di ogni vita umana, soprattutto di quella debole e malata, il cristiano esprime un aspetto importante della propria testimonianza evangelica, sull’esempio di Cristo, che si è chinato sulle sofferenze materiali e spirituali dell’uomo per guarirle.

    1. In quest’anno, che costituisce la preparazione più prossima alla Solenne Giornata Mondiale del Malato che si celebrerà in Germania l’11 febbraio 2013 e che si soffermerà sull’emblematica figura evangelica del samaritano (cfr Lc 10,29-37), vorrei porre l’accento sui «Sacramenti di guarigione», cioè sul Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione, e su quello dell’Unzione degli Infermi, che hanno il loro naturale compimento nella Comunione Eucaristica.

    L’incontro di Gesù con i dieci lebbrosi, narrato nel Vangelo di san Luca (cfr Lc 17,11-19), in particolare le parole che il Signore rivolge ad uno di questi: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!» (v. 19), aiutano a prendere coscienza dell’importanza della fede per coloro che, gravati dalla sofferenza e dalla malattia, si avvicinano al Signore. Nell’incontro con Lui possono sperimentare realmente che chi crede non è mai solo! Dio, infatti, nel suo Figlio, non ci abbandona alle nostre angosce e sofferenze, ma ci è vicino, ci aiuta a portarle e desidera guarire nel profondo il nostro cuore (cfr Mc 2 ,1-12).

    La fede di quell’unico lebbroso che, vedendosi sanato, pieno di stupore e di gioia, a differenza degli altri, ritorna subito da Gesù per manifestare la propria riconoscenza, lascia intravedere che la salute riacquistata è segno di qualcosa di più prezioso della semplice guarigione fisica, è segno della salvezza che Dio ci dona attraverso Cristo; essa trova espressione nelle parole di Gesù: la tua fede ti ha salvato. Chi, nella propria sofferenza e malattia, invoca il Signore è certo che il Suo amore non lo abbandona mai, e che anche l’amore della Chiesa, prolungamento nel tempo della sua opera salvifica, non viene mai meno. La guarigione fisica, espressione della salvezza più profonda, rivela così l’importanza che l’uomo, nella sua interezza di anima e di corpo, riveste per il Signore. Ogni Sacramento, del resto, esprime e attua la prossimità di Dio stesso, il Quale, in modo assolutamente gratuito, «ci tocca per mezzo di realtà materiali …, che Egli assume al suo servizio, facendone strumenti dell’incontro tra noi e Lui stesso» (Omelia, S. Messa del Crisma, 1 aprile 2010). «L’unità tra creazione e redenzione si rende visibile. I Sacramenti sono espressione della corporeità della nostra fede che abbraccia corpo e anima, l’uomo intero» (Omelia, S. Messa del Crisma, 21 aprile 2011).

    Il compito principale della Chiesa è certamente l’annuncio del Regno di Dio, «ma proprio questo stesso annuncio deve essere un processo di guarigione: “… fasciare le piaghe dei cuori spezzati” (Is 61,1)» (ibid.), secondo l’incarico affidato da Gesù ai suoi discepoli (cfr Lc 9,1-2; Mt 10,1.5-14; Mc 6,7-13). Il binomio tra salute fisica e rinnovamento dalle lacerazioni dell’anima ci aiuta quindi a comprendere meglio i «Sacramenti di guarigione».

    2. Il Sacramento della Penitenza è stato spesso al centro della riflessione dei Pastori della Chiesa, proprio a motivo della grande importanza nel cammino della vita cristiana, dal momento che «tutto il valore della Penitenza consiste nel restituirci alla grazia di Dio stringendoci a lui in intima e grande amicizia» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1468). La Chiesa, continuando l’annuncio di perdono e di riconciliazione fatto risuonare da Gesù, non cessa di invitare l’umanità intera a convertirsi e a credere al Vangelo. Essa fa proprio l’appello dell’apostolo Paolo: «In nome di Cristo … siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5,20). Gesù, nella sua vita, annuncia e rende presente la misericordia del Padre. Egli è venuto non per condannare, ma per perdonare e salvare, per dare speranza anche nel buio più profondo della sofferenza e del peccato, per donare la vita eterna; così nel Sacramento della Penitenza, nella «medicina della confessione», l’esperienza del peccato non degenera in disperazione, ma incontra l’Amore che perdona e trasforma (cfr Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsin. Reconciliatio et Paenitentia, 31).

    Dio, «ricco di misericordia» (Ef 2,4), come il padre della parabola evangelica (cfr Lc 15,11-32), non chiude il cuore a nessuno dei suoi figli, ma li attende, li cerca, li raggiunge là dove il rifiuto della comunione imprigiona nell’isolamento e nella divisione, li chiama a raccogliersi intorno alla sua mensa, nella gioia della festa del perdono e della riconciliazione. Il momento della sofferenza, nel quale potrebbe sorgere la tentazione di abbandonarsi allo scoraggiamento e alla disperazione, può trasformarsi così in tempo di grazia per rientrare in se stessi e, come il figliol prodigo della parabola, ripensare alla propria vita, riconoscendone errori e fallimenti, sentire la nostalgia dell’abbraccio del Padre e ripercorrere il cammino verso la sua Casa. Egli, nel suo grande amore, sempre e comunque veglia sulla nostra esistenza e ci attende per offrire ad ogni figlio che torna da Lui, il dono della piena riconciliazione e della gioia.

    3. Dalla lettura dei Vangeli, emerge chiaramente come Gesù abbia sempre mostrato una particolare attenzione verso gli infermi. Egli non solo ha inviato i suoi discepoli a curarne le ferite (cfr Mt 10,8; Lc 9,2; 10,9), ma ha anche istituito per loro un Sacramento specifico: l’Unzione degli Infermi. La Lettera di Giacomo attesta la presenza di questo gesto sacramentale già nella prima comunità cristiana (cfr 5,14-16): con l’Unzione degli Infermi, accompagnata dalla preghiera dei presbiteri, tutta la Chiesa raccomanda gli ammalati al Signore sofferente e glorificato, perché allevi le loro pene e li salvi, anzi li esorta a unirsi spiritualmente alla passione e alla morte di Cristo, per contribuire così al bene del Popolo di Dio.

    Tale Sacramento ci porta a contemplare il duplice mistero del Monte degli Ulivi, dove Gesù si è trovato drammaticamente davanti alla via indicatagli dal Padre, quella della Passione, del supremo atto di amore, e l’ha accolta. In quell’ora di prova, Egli è il mediatore, «trasportando in sé, assumendo in sé la sofferenza e la passione del mondo, trasformandola in grido verso Dio, portandola davanti agli occhi e nelle mani di Dio, e così portandola realmente al momento della Redenzione» (Lectio divina, Incontro con il Clero di Roma, 18 febbraio 2010). Ma «l’Orto degli Ulivi è … anche il luogo dal quale Egli è asceso al Padre, è quindi il luogo della Redenzione … Questo duplice mistero del Monte degli Ulivi è anche sempre “attivo” nell’olio sacramentale della Chiesa … segno della bontà di Dio che ci tocca» (Omelia, S. Messa del Crisma, 1 aprile 2010). Nell’Unzione degli Infermi, la materia sacramentale dell’olio ci viene offerta, per così dire, «quale medicina di Dio … che ora ci rende certi della sua bontà, ci deve rafforzare e consolare, ma che, allo stesso tempo, al di là del momento della malattia, rimanda alla guarigione definitiva, alla risurrezione (cfr Gc 5,14)» (ibid.).

    Questo Sacramento merita oggi una maggiore considerazione, sia nella riflessione teologica, sia nell’azione pastorale presso i malati. Valorizzando i contenuti della preghiera liturgica che si adattano alle diverse situazioni umane legate alla malattia e non solo quando si è alla fine della vita (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1514), l’Unzione degli Infermi non deve essere ritenuta quasi «un sacramento minore» rispetto agli altri. L’attenzione e la cura pastorale verso gli infermi, se da un lato è segno della tenerezza di Dio per chi è nella sofferenza, dall’altro arreca vantaggio spirituale anche ai sacerdoti e a tutta la comunità cristiana, nella consapevolezza che quanto è fatto al più piccolo, è fatto a Gesù stesso (cfr Mt 25,40).

    4. A proposito dei «Sacramenti di guarigione» S. Agostino afferma: «Dio guarisce tutte le tue infermità. Non temere dunque: tutte le tue infermità saranno guarite… Tu devi solo permettere che egli ti curi e non devi respingere le sue mani» (Esposizione sul Salmo 102, 5: PL 36, 1319-1320). Si tratta di mezzi preziosi della Grazia di Dio, che aiutano il malato a conformarsi sempre più pienamente al Mistero della Morte e Risurrezione di Cristo. Assieme a questi due Sacramenti, vorrei sottolineare anche l’importanza dell’Eucaristia. Ricevuta nel momento della malattia contribuisce, in maniera singolare, ad operare tale trasformazione, associando colui che si nutre del Corpo e del Sangue di Gesù all’offerta che Egli ha fatto di Se stesso al Padre per la salvezza di tutti. L’intera comunità ecclesiale, e le comunità parrocchiali in particolare, prestino attenzione nell’assicurare la possibilità di accostarsi con frequenza alla Comunione sacramentale a coloro che, per motivi di salute o di età, non possono recarsi nei luoghi di culto. In tal modo, a questi fratelli e sorelle viene offerta la possibilità di rafforzare il rapporto con Cristo crocifisso e risorto, partecipando, con la loro vita offerta per amore di Cristo, alla missione stessa della Chiesa. In questa prospettiva, è importante che i sacerdoti che prestano la loro delicata opera negli ospedali, nelle case di cura e presso le abitazioni dei malati si sentano veri «”ministri degli infermi”, segno e strumento della compassione di Cristo, che deve giungere ad ogni uomo segnato dalla sofferenza» (Messaggio per la XVIII Giornata Mondiale del Malato, 22 novembre 2009).

    La conformazione al Mistero Pasquale di Cristo, realizzata anche mediante la pratica della Comunione spirituale, assume un significato del tutto particolare quando l’Eucaristia è amministrata e accolta come viatico. In quel momento dell’esistenza risuonano in modo ancora più incisivo le parole del Signore: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,54). L’Eucaristia, infatti, soprattutto come viatico è – secondo la definizione di sant’Ignazio d’Antiochia – «farmaco di immortalità, antidoto contro la morte» (Lettera agli Efesini, 20: PG 5, 661), sacramento del passaggio dalla morte alla vita, da questo mondo al Padre, che tutti attende nella Gerusalemme celeste.

    5. Il tema di questo Messaggio per la XX Giornata Mondiale del Malato, «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!», guarda anche al prossimo «Anno della fede», che inizierà l’11 ottobre 2012, occasione propizia e preziosa per riscoprire la forza e la bellezza della fede, per approfondirne i contenuti e per testimoniarla nella vita di ogni giorno (cfr Lett. ap. Porta fidei, 11 ottobre 2011). Desidero incoraggiare i malati e i sofferenti a trovare sempre un’ancora sicura nella fede, alimentata dall’ascolto della Parola di Dio, dalla preghiera personale e dai Sacramenti, mentre invito i Pastori ad essere sempre più disponibili alla loro celebrazione per gli infermi. Sull’esempio del Buon Pastore e come guide del gregge loro affidato, i sacerdoti siano pieni di gioia, premurosi verso i più deboli, i semplici, i peccatori, manifestando l’infinita misericordia di Dio con le parole rassicuranti della speranza (cfr S. Agostino, Lettera 95, 1: PL 33, 351-352).

    A quanti operano nel mondo della salute, come pure alle famiglie che nei propri congiunti vedono il Volto sofferente del Signore Gesù, rinnovo il ringraziamento mio e della Chiesa, perché, nella competenza professionale e nel silenzio, spesso anche senza nominare il nome di Cristo, Lo manifestano concretamente (cfr Omelia, S. Messa del Crisma, 21 aprile 2011).

    A Maria, Madre di Misericordia e Salute degli Infermi, eleviamo il nostro sguardo fiducioso e la nostra orazione; la sua materna compassione, vissuta accanto al Figlio morente sulla Croce, accompagni e sostenga la fede e la speranza di ogni persona ammalata e sofferente nel cammino di guarigione dalle ferite del corpo e dello spirito.

    A tutti assicuro il mio ricordo nella preghiera, mentre imparto a ciascuno una speciale Benedizione Apostolica.

    Dal Vaticano, 20 novembre 2011, Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo.

    Benedictus PP XVI

    MESSAGE OF THE HOLY FATHER ON THE OCCASION
    OF THE TWENTIETH WORLD DAY OF THE SICK
    (February 11, 2012)

    “Stand up and go; your faith has saved you “(Lk 17:19)

    Dear Brothers and Sisters,

    On the occasion of the World Day of the Sick, which we will celebrate on February 11, 2012, the Memorial of Our Lady of Lourdes, I wish to renew my spiritual proximity to sick people who are in places of care or are looked after in their families, expressing to each one of them the solicitude and the affection of the whole Church. In the generous and loving welcoming of every human life, above all of weak and sick life, Christian expresses an important aspect of his or her Gospel witness, following the example of Christ, who bent down before the material and spiritual sufferings of man in order to heal them.

    1. This year, which involves the immediate preparations for the Solemn World Day of the Sick that will be celebrated in Germany on February 11, 2013 and will focus on the emblematic figures of the Gospel Good Samaritan (cf. Lk 10:29 -37), I would like to place emphasis upon the “sacraments of healing”, that is to say upon the sacrament of Penance and Reconciliation and that of the Anointing of the Sick, which have their natural completion in Eucharistic Communion.

    Jesus ‘ encounter with the ten lepers, narrated by the Gospel of St. Luke (see Lc -19 17.11), and in particular the words which the Lord turns to one of them, “arise and go, your faith has saved you” (v. 19), help us to become aware of the importance of faith for those who are oppressed by suffering and disease, approach the Lord.In their encounter with him you can truly experience who believes is never alone ! God in his son, does not abandon us to our anxieties and sufferings, but is close to us, helps us to meet them, and wants to heal us in the depths of our hearts (cf. Mc 2,1-12 ).

    The faith of the leper solitary, seeing that he was healed, filled with astonishment and joy, and, unlike others, immediately returned to Jesus to express his gratitude, allows us to perceive that health regained is a sign of something more valuable than a simple physical healing, is a sign of salvation that God gives us through Christ, which finds expression in words of Jesus: your faith has saved you . Who in suffering and illness prays the Lord is sure that the love of God don’t never abandon, and also that the love of the Church, the extension in time of the saving work of the Lord, will never be less.Physical healing, the outward expression of deepest salvation, then reveals the importance that the man-in its entirety of body and soul-is for the Lord.Every sacrament, expresses and implements the closeness of God himself, who, quite freely given “touches us through material things … that he takes in his service, making tools of encounter between us and himself” ( Homily , chrism mass, April 1, 2010 ). «The unity between creation and redemption becomes visible.The sacraments are an expression of the physicality of our faith, which embraces the whole person, body and soul “( Homily , chrism mass, April 21, 2011 ).

    The main task of the Church is certainly the announcement of the Kingdom of God: “But this proclamation much needs to be a healing process: ‘ Swaddle the sores of broken hearts ‘ ( Is 61,1) “( ibid. ), according to the indictment entrusted by Jesus to his disciples (cf. Lc 9,1-2; Mt 10:1,5-14; Mc 6:7-13). The tandem of physical health and renewal, after tearing the soul thus helps us to better understand the “sacraments of healing.”

    2. the sacrament of penance was often at the center of the reflection of the pastors of the Church, especially because of its great importance in the way of Christian life, since “all the power of the sacrament of penance is to return to God’s grace, and join with him in intimate friendship” ( Catechism of the Catholic Church , 1468). The Church, continuing to proclaim the message of Jesus ‘ forgiveness and reconciliation, never ceases to invite humanity to convert and believe the Gospel.Makes his appeal of the Apostle Paul: “So we are ambassadors for Christ, as though God appealing through us.We beseech you in the name of Christ: be reconciled to God “( 2 Cor 5,20). Jesus during his life, has proclaimed and made this the mercy of the father.He came not to condemn but to forgive and save, to give hope in the dark depths of suffering and Sin, and to give eternal life; in the sacrament of penance, in “medicine of confession”, the experience of sin does not degenerate into despair, but meets the love that forgives and transforms (cf. John Paul II, post-synodal Reconciliatio et paenitentia , 31).

    God, “rich in mercy” ( Ef 2.4), as the father of the Gospel parable (see Lc -32 15.11), not closes his heart to none of his sons, but wait, search them, reaches them where their refusal of communion imprisons them in isolation and Division, and asks them to gather around his table, in the joy of the feast of forgiveness and reconciliation.A time of suffering, in which you might be tempted to give in to discouragement and despair, can thus be transformed into a time of grace in order to return to themselves, and as the parable of the prodigal son, think again about his life, acknowledging his mistakes and failures, nostalgia for the embrace of the father, and following the path to his house.He, in his great love, always and everywhere watches over our lives and awaits us in order to offer every child that comes back to him the gift of full reconciliation and joy.

    3. From a reading of the Gospels clearly that Jesus has always shown particular concern for the sick.He not only sent his disciples to tend their wounds (see Mt 10,8; Lc 9.2; 10.9), but also instituted for them a specific sacrament: the anointing of the sick. The letter of James there attests the presence of this sacramental gesture already in the first Christian community (see 5.14 -16): for the anointing of the sick, accompanied by the prayer of the elderly, entire Church recommends the Lord sick suffering and glorified so that it can alleviate their suffering and save, but urges them to join spiritually to the passion and death of Christ so as to contribute to the good of the people of God.

    This Sacrament leads us to contemplate the mystery double the Mount of olives where Jesus found himself dramatically in front of the path indicated to him by his father, that his passion, the Supreme Act of love, and he accepted.For that hour of tribulation, he is the mediator, “taking himself, taking upon himself the sufferings and passion of the world, turning it into a cry to God, bringing it before the eyes and in the hands of God and then really bring upon redemption” ( Lectio Divina, meeting with the Priests of Rome, February 18, 2010 ). But “il Giardino degli Ulivi is also the place from which climbed to the father, and is therefore a place of redemption … This twofold mystery of the Mount of olives is also always ‘ at work ‘ in the Church’s sacramental oil … the sign of the goodness of God reaching to touch to us “( Homily , chrism mass, April 1, 2010 ). In anointing, sacramental matter of oil there is, so to speak, “such as medicine of God … that now makes us certain of his kindness, gives us the strength and consolation, but at the same time, beyond the time of disease towards the ultimate healing, resurrection (cf. Gc 5,14) “( ibid. ).

    This Sacrament deserves greater consideration today, both in theological reflection and in pastoral ministry among the sick.Through a proper appreciation of the content of the liturgical prayers that adapt to different situations associated with human disease, and not only when a person is at the end of his life (cf. Catechism of the Catholic Church , 1514), anointing of the sick must not be regarded as almost “a sacramento less” than the other.Attention and pastoral care for the sick, while, on the one hand, a sign of God’s tenderness towards those that suffer, on the other hand brings spiritual advantage for priests and the whole Christian community and in the awareness that what is being done at a minimum, is done to Jesus himself (see Mt 25,40).

    4. regarding “sacraments of healing”, St. Augustine says: ” God heals all your diseases . Do not be afraid, therefore, all your illness will be cured … You just have to allow him to heal you and you don’t have to reject the his hands» ( Exposition on Psalm 102 , 5: PL 36, 1319-1320). These are precious instruments of God’s grace that help sick himself fully to comply with increasingly mystery of death and resurrection of Christ.Together with these two sacraments, I would also like to stress the importance of the Eucharist.Received in a time of illness, it makes a singular work this transformation, by associating the person who takes part of the body and blood of Christ for the offer that he made of himself to the father for the salvation of all.The whole ecclesial community and parish communities, in particular, should pay attention to ensure the ability to receive Holy Communion frequently, to those people who, for reasons of health or age, cannot go to a place of worship.In this way, these brothers and sisters, is offered the chance to strengthen their relationship with Christ, crucified and risen, participating with their life offer for Christ’s sake, the Mission of the Church.From this point of view, it is important that the priests who offer their work discreetly in hospitals, nursing homes and homes of the sick, feel really “‘ Ministers of the sick ‘, signs and instruments of the compassion of Christ must reach each person marked by suffering” ( Message for the 18TH world day of the sick , November 22, 2009).

    Be made in accordance with the Paschal mystery of Christ, which can be obtained also through the practice of spiritual communion, takes on a very particular meaning in which the Eucharist is received and administered as viaticum.At that stage of life, these words of the Lord are even more eloquent: “he who eats my flesh and drinks my blood has eternal life, and I will raise him up at the last day” ( Gv 6,54). the Eucharist as Viaticum, in particular, is-according to the definition of Saint Ignatius of Antioch-“medicine of immortality, the antidote to not die” ( Letter to the Ephesians , 20: PG 5, 661), the sacrament of the passage from death to life, from this world to the father, waits for everyone in the heavenly Jerusalem.

    5. The theme of this message for the XX world day of the sick, “arise and go your faith has saved you”, also calls for next year of faith that will begin October 11, 2012, an auspicious occasion and valuable to rediscover the strength and beauty of the faith, to examine its contents, and that awareness in daily life (cf. ap lit. Fidei Port , October 11, 2011). I would like to encourage the sick and the suffering always to find a safe anchorage in faith, fuelled by listening to the word of God, from personal prayer and the sacraments, while I invite pastors to be always ready to celebrate their patients.Following the example of the good Shepherd and herd them as guides, the priests should be filled with joy, attentive to the weakest, the simple and the sinners, which expresses the infinite mercy of God with reassuring words of hope (cf. St. Augustine, Letter 95, 1: PL 33, 351-352).

    For all those working in the field of health, and the families they see in their relatives the suffering face of the Lord Jesus, I renew my gratitude and that of the Church, because, in their professional experience and silently, often without even mentioning the name of Christ, manifested in a concrete way (see Homily , chrism mass, April 21, 2011 ).

    Mary, Mother of mercy and Health of the sick, we raise our eyes confident and our prayer; may her maternal compassion manifesting as he was close to dying on the cross, accompany and support the faith and hope of all the sick and the person who suffers in the process of healing for the wounds of body and spirit!

    I assure all of you a reminder in my prayer, I and dump on each of you a special Apostolic blessing.

    From the Vatican, November 20, 2011 Solemnity of our Lord Jesus Christ, King of the universe.

    BENEDICTUS PP.XVI

    MENSAJE DEL SANTO PADRE BENEDICTO XVI
    CON OCASIÓN DE LA XX JORNADA MUNDIAL DEL ENFERMO
    (11 de febrero de 2012)

    “¡Levántate, vete; tu fe te ha salvado! ” (Lc 17,19)

    Queridos hermanos y hermanas!

    En ocasión de la Jornada Mundial del Enfermo, que celebraremos el próximo 11 de febrero de 2012, memoria de la Bienaventurada Virgen de Lourdes, deseo renovar mi cercanía espiritual una todos los enfermos se están hospitalizados o hijo atendidos por las familias, y expreso a cada uno la solicitud y el afecto de toda la Iglesia. En la acogida generosa y afectuosa de cada vida humana, sobre todo la débil y enferma, el cristiano expresa un aspecto importante de su testimonio evangélico siguiendo el ejemplo de Cristo, se ha y ante los enfermedad materiales y espirituales del hombre para curarlos.

    1. Este año, constituye la preparación más inmediata para la atardecer Jornada Mundial del Enfermo, se celebrará en Alemania el 11 de febrero de 2013, y se centrará en la emblemática figura evangélica del samaritano (cf. Lc 10,29-37), quisiera poner el acento en los “pochas de curación”, es decir, en el sacramento de la penitencia y de la reconciliación, y en el de la unción de los enfermos, culminan de manera natural en la comunión eucarística.

    El encuentro de Jesús con los diez leprosos, descrito en el Evangelio de san Lucas (cf. Lc 17,11-19), y en particular las palabras el Señor dirige a uno de ellos: “¡Levántate, vete; tu fe te ha salvado! ” (v. 19), brindan un tomar conciencia de la importancia de la fe para quienes, agobiados por el sufrimiento y la enfermedad, se acercan al Señor. Él de con en el encuentro, pueden experimentar realmente que ¡quien cree no está nunca solo! En efecto, Dios por medio de su Hijo, sin enmiendas verde en nuestras angustias y enfermedad, está junto un nosotros, nos ayuda a llevarlas y desea curar nuestro corazón en lo más profundo (cf. Mc 2,1-12).

    La fe de aquel leproso que, a diferencia de los otros, al verso sanado, vuelve enseguida a Jesús lleno de asombro y de alegría para manifestarle su reconocimiento, deja entrever la salud recuperada es signo de algo más precioso la simple curación física, es signo de la salvación Dios nos da a través de Cristo, y se expresa con las palabras de Jesús: tu fe te ha salvado. Quien invoca al Señor en su sufrimiento y enfermedad, está seguro de que su amor no le verde nunca, y de que el amor de la Iglesia, continúa en el tiempo su obra de salvación, nunca le faltará. La curación física, expresión de la salvación más profunda, revela así la importancia el hombre, en su integridad de alma y cuerpo, tiene para el Señor. Cada uno de los pochas, además, expresa y actúa la proximidad Dios mismo, el cual, de manera absolutamente gratuita, “nos toca por medio de realidades materiales…, él toma a su servicio y las convierte en instrumentos del encuentro entre nosotros y Él mismo” (Homilía, S. Misa Crismal, 1 de abril de 2010). “La unidad entre creación y redención se hace visible. Los pochas hijo expresión de la corporeidad de nuestra fe, abraza cuerpo y alma, al hombre entero “(Homilía, S. Misa Crismal, 21 de abril de 2011).

    La tarea principal de la Iglesia es, ciertamente, el anuncio del Reino de Dios, «pero precisamente este mismo anuncio debe ser un proceso de curación: “… para curar los corazones desgarrados” (es 61,1)» (ibíd.), según la misión Jesús confió un discípulos de sus (cf. Lc 9,1-2; MT 10,1.5-14; Mc 6, 7-13). El binomio entre salud física y renovación del alma lacerada nos ayuda, pues, un comprender mejor los “pochas de curación”.

    2. El sacramento de la penitencia ha sido, un menudo, el centro de reflexión de los pastores de la Iglesia, por su gran importancia en el camino de la vida cristiana, ya que “toda la fuerza de la Penitencia consiste en nos restituye a la gracia de Dios y nos une una amistad de profunda con Él” (Catecismo de la Iglesia Católica 1468). La Iglesia, continuando el anuncio de perdón y reconciliación, proclamado por Jesús, no cesa de invitar una toda la humanidad a convertirse y a creer en el Evangelio. Así lo dice el apóstol Pablo: “Nosotros actuamos como enviados de Cristo, y es si de como Dios mismo os exhortara por medio de nosotros. En nombre de Cristo, os pedimos os reconciliéis con Dios “(2 Co 5,20). Jesús, con su vida anuncia y hace presente la misericordia del Padre. Él no ha venido para condenar, sino para perdonar y salvar, para dar esperanza incluso en la oscuridad más profunda del sufrimiento y del pecado, para dar la vida eterna; así, en el sacramento de la penitencia, en la “medicina de la confesión”, la experiencia del pecado no degenera en desesperación, sino encuentra el amor perdona y transforma (cf. Juan Pablo II, Exhortación ap. postsin. Reconciliatio et Paenitentia , 31).

    Dios, “rico en misericordia” parábola (Ef 2,4), como el padre de la evangélica (cf. Lc 15, 11-32), no cierra el corazón a ninguno de sus hijos, sino los espera, los busca, los alcanza allí donde el rechazo de la comunión les ha encerrado en el aislamiento y en la división, los llama una reunirse en torno un su mesa, en la alegría de la fiesta del perdón y la reconciliación. El momento del sufrimiento, en el cual podría surgir la tentación de abandonarse al desaliento y a la desesperación, puede transformarse en tiempo de gracia para recapacitar y, como el hijo pródigo de la parábola, reflexionar sobre la propia vida, reconociendo los errores y fallos, sentir la nostalgia del abrazo del Padre y recorrer el camino de regreso a casa. Él, con su gran amor vela siempre y en cualquier circunstancia sobre nuestra existencia y nos espera para ofrecer, a cada hijo vuelve un él, el don de la plena reconciliación y de la alegría.

    3. De la lectura del Evangelio emergen, claramente, cómo Jesús ha mostrado una especial predilección por los enfermos. Él no sólo ha enviado una sus discípulos un heridas de las curar (cf. Mt 10,8; LC 9,2; 10,9), sino también ha instituido para ellos un sacramento específico: la unción de los enfermos. La carta de Santiago atestigua la presencia de este gesto sacramental ya en la primera comunidad cristiana (cf. 5,14-16): con la unción de los enfermos, acompañada con la oración de los presbíteros, toda la Iglesia encomienda un los enfermos al Señor sufriente y glorificado, para les alivie sus penas y los salve; es más, ya les un unirse espiritualmente a la pasión y la muerte de Cristo, para contribuir, de este modo, al bien del Pueblo de Dios.

    Este sacramento nos lleva a contemplar el doble misterio del monte de los Olivos, donde Jesús dramáticamente encuentra, aceptándola, la vía que le indicaba el Padre, la de la pasión, la del supremo acto de amor. En esa hora de prueba, él es el mediador “llevando en sí mismo, asumiendo en sí mismo el sufrimiento de la pasión del mundo, transformándolo en grito hacia Dios, llevándolo ante los ojos de Dios y poniéndolo en sus manos, llevándolo así realmente al momento de la redención” (Lectio divina, Encuentro con el clero de Roma, 18 de febrero de 2010). Pero “el Huerto de los Olivos es también el lugar desde el cual ascendió al Padre, y es por tanto el lugar de la Redención … Este doble misterio del monte de los Olivos está siempre “activo” también en el óleo sacramental de la Iglesia … signo de la bondad de Dios que llega a nosotros” (Homilía, S. Misa Crismal, 1 de abril de 2010). En la unción de los enfermos, la materia sacramental del óleo se nos ofrece, por decirlo así, “como medicina de Dios … que ahora nos da la certeza de su bondad, que nos debe fortalecer y consolar, pero que, al mismo tiempo, y más allá de la enfermedad, remite a la curación definitiva, a la resurrección (cf. St 5,14)” (ibíd.).

    Este sacramento merece hoy una mayor consideración, tanto en la reflexión teológica como en la acción pastoral con los enfermos. Valorizando los contenidos de la oración litúrgica que se adaptan a las diversas situaciones humanas unidas a la enfermedad, y no sólo cuando se ha llegado al final de la vida (cf. Catecismo de la Iglesia Católica, 1514), la unción de los enfermos no debe ser considerada como “un sacramento menor” respecto a los otros. La atención y el cuidado pastoral hacia los enfermos, por un lado es señal de la ternura de Dios con los que sufren, y por otro lado beneficia también espiritualmente a los sacerdotes y a toda la comunidad cristiana, sabiendo que todo lo que se hace con el más pequeño, se hace con el mismo Jesús (cf. Mt 25,40).

    4. A propósito de los “sacramentos de la curación”, san Agustín afirma: “Dios cura todas tus enfermedades. No temas, pues: todas tus enfermedades serán curadas … Tú sólo debes dejar que él te cure y no rechazar sus manos” (Exposición sobre el salmo 102, 5: PL 36, 1319-1320). Se trata de medios preciosos de la gracia de Dios, que ayudan al enfermo a conformarse, cada vez con más plenitud, con el misterio de la muerte y resurrección de Cristo. Junto a estos dos sacramentos, quisiera también subrayar la importancia de la eucaristía. Cuando se recibe en el momento de la enfermedad contribuye de manera singular a realizar esta transformación, asociando a quien se nutre con el Cuerpo y la Sangre de Jesús al ofrecimiento que él ha hecho de sí mismo al Padre para la salvación de todos. Toda la comunidad eclesial, y la comunidad parroquial en particular, han de asegurar la posibilidad de acercarse con frecuencia a la comunión sacramental a quienes, por motivos de salud o de edad, no pueden ir a los lugares de culto. De este modo, a estos hermanos y hermanas se les ofrece la posibilidad de reforzar la relación con Cristo crucificado y resucitado, participando, con su vida ofrecida por amor a Cristo, en la misma misión de la Iglesia. En esta perspectiva, es importante que los sacerdotes que prestan su delicada misión en los hospitales, en las clínicas y en las casas de los enfermos se sientan verdaderos « “ministros de los enfermos”, signo e instrumento de la compasión de Cristo, que debe llegar a todo hombre marcado por el sufrimiento» (Mensaje para la XVIII Jornada Mundial del Enfermo, 22 de noviembre de 2009).

    La conformación con el misterio pascual de Cristo, realizada también mediante la práctica de la comunión espiritual, asume un significado muy particular cuando la eucaristía se administra y se recibe como viático. En ese momento de la existencia, resuenan de modo aún más incisivo las palabras del Señor: “El que come mi carne y bebe mi sangre tiene vida eterna, y yo lo resucitaré en el último día” (Jn 6,54). En efecto, la eucaristía, sobre todo como viático, es –según la definición de san Ignacio de Antioquia– “fármaco de inmortalidad, antídoto contra la muerte” (Carta a los Efesios, 20: PG 5, 661), sacramento del paso de la muerte a la vida, de este mundo al Padre, que a todos espera en la Jerusalén celeste.

    5. El tema de este Mensaje para la XX Jornada Mundial del Enfermo, “¡Levántate, vete; tu fe te ha salvado!”, se refiere también al próximo “Año de la fe”, que comenzará el 11 de octubre de 2012, ocasión propicia y preciosa para redescubrir la fuerza y la belleza de la fe, para profundizar sus contenidos y para testimoniarla en la vida de cada día (cf. Carta ap. Porta fidei, 11 de octubre de 2011). Deseo animar a los enfermos y a los que sufren a encontrar siempre en la fe un ancla segura, alimentada por la escucha de la palabra de Dios, la oración personal y los sacramentos, a la vez que invito a los pastores a facilitar a los enfermos su celebración. Que los sacerdotes, siguiendo el ejemplo del Buen Pastor y como guías de la grey que les ha sido confiada, se muestren llenos de alegría, atentos con los más débiles, los sencillos, los pecadores, manifestando la infinita misericordia de Dios con las confortadoras palabras de la esperanza (cf. S. Agustín, Carta 95, 1: PL 33, 351-352).

    A todos los que trabajan en el mundo de la salud, como también a las familias que en sus propios miembros ven el rostro sufriente del Señor Jesús, renuevo mi agradecimiento y el de la Iglesia, porque, con su competencia profesional y tantas veces en silencio, sin hablar de Cristo, lo manifiestan (cf. Homilía, S. Misa Crismal, 21 de abril de 2011).

    A María, Madre de Misericordia y Salud de los Enfermos, dirigimos nuestra mirada confiada y nuestra oración; su materna compasión, vivida junto al Hijo agonizante en la Cruz, acompañe y sostenga la fe y la esperanza de cada persona enferma y que sufre en el camino de curación de las heridas del cuerpo y del espíritu.

    Os aseguro mi recuerdo en la oración, mientras imparto a cada uno una especial Bendición Apostólica.

    Vaticano, 20 de noviembre de 2011, solemnidad de Nuestro Señor Jesucristo, Rey del Universo.

    Benedictus PP XVI

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  32. 32

    Baldassarre

    Le parole del Vesovo di Bergamo, S. E. Mons. Francesco Beschi:

    «Il mistero di Dio entra nella storia degli uomini abbracciando l’universo. Il peccato commesso dagli scribi è che pensano di sapere tutto, sanno il luogo ma non si muovono, non si mettono in cammino, restano là nel loro sapere. I Magi invece sono uomini in cammino, non soltanto con le gambe e il corpo, ma con lo spirito. L’immobilità degli scribi caratterizza talvolta anche la coscienza cristiana: i cristiani devono essere sempre in cammino come i Magi per giungere al mistero di Dio e testimoniarlo. I Magi sono personaggi misteriosi attratti dal Cielo, vengono da Oriente, non vengono dall’antico Israele, ma rappresentato tutti i popoli del mondo. Anche nelle nostre città giungono tanti uomini che appartengono a diverse religioni, popoli e culture. Fra loro ci sono anche tanti cristiani, approdati nelle nostre città per migliorare la loro vita, portando con sé la loro esperienza religiosa. Il Vangelo è universalità, perché è capace di conquistare ogni coscienza, ogni popolo, ogni cultura».

    Reply
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    carlotta

    SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’EPIFANIA DEL SIGNORE

    OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

    Basilica Vaticana
    Venerdì, 6 gennaio 2012

    Cari fratelli e sorelle!

    L’Epifania è una festa della luce. “Àlzati, [Gerusalemme,] rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te” (Is 60,1). Con queste parole del profeta Isaia, la Chiesa descrive il contenuto della festa. Sì, è venuto nel mondo Colui che è la vera Luce, Colui che rende gli uomini luce. Egli dona loro il potere di diventare figli di Dio (cfr Gv 1,9.12). Il cammino dei Magi d’Oriente è per la liturgia soltanto l’inizio di una grande processione che continua lungo tutta la storia. Con questi uomini comincia il pellegrinaggio dell’umanità verso Gesù Cristo – verso quel Dio che è nato in una stalla; che è morto sulla croce e che, da Risorto, rimane con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (cfr Mt 28,20). La Chiesa legge il racconto del Vangelo di Matteo insieme con la visione del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: il cammino di questi uomini è solo un inizio. Prima erano venuti i pastori – le anime semplici che dimoravano più vicino al Dio fattosi bambino e che più facilmente potevano “andare di là” (cfr Lc 2,15) verso di Lui e riconoscerLo come Signore. Ora, però, vengono anche i sapienti di questo mondo. Vengono grandi e piccoli, re e servi, uomini di tutte le culture e di tutti i popoli. Gli uomini d’Oriente sono i primi, ai quali tanti, lungo tutti i secoli, vengono dietro. Dopo la grande visione di Isaia, la lettura tratta dalla Lettera agli Efesini esprime la stessa cosa in modo sobrio e semplice: le genti condividono la stessa eredità (cfr Ef 3,6). Il Salmo 2 l’aveva formulato così: “Ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane” (Sal 2,8).

    I Magi d’Oriente precedono. Inaugurano il cammino dei popoli verso Cristo. Durante questa santa Messa conferirò a due sacerdoti l’Ordinazione episcopale, li consacrerò Pastori del popolo di Dio. Secondo le parole di Gesù, precedere il gregge fa parte del compito del Pastore (cfr Gv 10,4). Quindi, in quei personaggi che come primi pagani trovarono la via verso Cristo, possiamo forse cercare – nonostante tutte le differenze nelle vocazioni e nei compiti – indicazioni per il compito dei Vescovi. Che tipo di uomini erano costoro? Gli esperti ci dicono che essi appartenevano alla grande tradizione astronomica che, attraverso i secoli, si era sviluppata nella Mesopotamia e ancora vi fioriva. Ma questa informazione da sola non basta. C’erano forse molti astronomi nell’antica Babilonia, ma solo questi pochi si sono incamminati e hanno seguito la stella che avevano riconosciuto quale stella della promessa, quale indicatore della strada verso il vero Re e Salvatore. Essi erano, possiamo dire, uomini di scienza, ma non soltanto nel senso che volevano sapere molte cose: volevano di più. Volevano capire che cosa conta nell’essere uomini. Probabilmente avevano sentito dire della profezia del profeta pagano Balaam: “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Nm 24,17). Essi approfondirono quella promessa. Erano persone dal cuore inquieto, che non si accontentavano di ciò che appare ed è consueto. Erano uomini alla ricerca della promessa, alla ricerca di Dio. Ed erano uomini vigilanti, capaci di percepire i segni di Dio, il suo linguaggio sommesso ed insistente. Ma erano anche uomini coraggiosi e insieme umili: possiamo immaginare che dovettero sopportare qualche derisione, perché si incamminarono verso il Re dei Giudei, affrontando per questo molta fatica. Per essi non era decisivo ciò che pensava e diceva di loro questo o quello, anche persone influenti ed intelligenti. Per loro contava la verità stessa, non l’opinione degli uomini. Per questo affrontarono le rinunce e le fatiche di un percorso lungo ed incerto. Fu il loro coraggio umile a consentire ad essi di potersi chinare davanti al bambino di gente povera e di riconoscere in Lui il Re promesso, la cui ricerca e il cui riconoscimento era stato lo scopo del loro cammino esteriore ed interiore.

    Cari amici, come non vedere in tutto ciò alcuni tratti essenziali del ministero episcopale? Anche il Vescovo deve essere un uomo dal cuore inquieto che non si accontenta delle cose abituali di questo mondo, ma segue l’inquietudine del cuore che lo spinge ad avvicinarsi interiormente sempre di più a Dio, a cercare il suo Volto, a conoscerLo sempre di più, per poterLo amare sempre di più. Anche il Vescovo deve essere un uomo dal cuore vigilante che percepisce il linguaggio sommesso di Dio e sa discernere il vero dall’apparente. Anche il Vescovo deve essere ricolmo del coraggio dell’umiltà, che non si interroga su che cosa dica di lui l’opinione dominante, bensì trae il suo criterio di misura dalla verità di Dio e per essa s’impegna: “opportune – importune”. Deve essere capace di precedere e di indicare la strada. Deve precedere seguendo Colui che ha preceduto tutti noi, perché è il vero Pastore, la vera stella della promessa: Gesù Cristo. E deve avere l’umiltà di chinarsi davanti a quel Dio che si è reso così concreto e così semplice da contraddire il nostro stolto orgoglio, che non vuole vedere Dio così vicino e così piccolo. Deve vivere l’adorazione del Figlio di Dio fattosi uomo, quell’adorazione che sempre di nuovo gli indica la strada.

    La liturgia dell’Ordinazione episcopale interpreta l’essenziale di questo ministero in otto domande rivolte ai Consacrandi, che iniziano sempre con la parola: “Vultis? – volete?”. Le domande orientano la volontà e le indicano la strada da prendere. Vorrei qui brevemente menzionare soltanto alcune delle parole-chiave di tale orientamento, nelle quali si concretizza ciò su cui poc’anzi abbiamo riflettuto a partire dai Magi dell’odierna festa. Compito dei Vescovi è il “praedicare Evangelium Christi”, il “custodire” e “dirigere”, il “pauperibus se misericordes praebere”, l’“indesinenter orare”. L’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo, il precedere e dirigere, il custodire il sacro patrimonio della nostra fede, la misericordia e la carità verso i bisognosi e i poveri, in cui si rispecchia l’amore misericordioso di Dio per noi e, infine, la preghiera continua sono caratteristiche fondamentali del ministero episcopale. La preghiera continua che significa: non perdere mai il contatto con Dio; lasciarsi sempre toccare da Lui nell’intimo del nostro cuore ed essere così pervasi dalla sua luce. Solo chi conosce personalmente Dio può guidare gli altri verso Dio. Solo chi guida gli uomini verso Dio, li guida sulla strada della vita.

    Il cuore inquieto, di cui abbiamo parlato rifacendoci a sant’Agostino, è il cuore che, in fin dei conti, non si accontenta di niente che sia meno di Dio e, proprio così, diventa un cuore che ama. Il nostro cuore è inquieto verso Dio e rimane tale, anche se oggi, con “narcotici” molto efficaci, si cerca di liberare l’uomo da questa inquietudine. Ma non soltanto noi esseri umani siamo inquieti in relazione a Dio. Il cuore di Dio è inquieto in relazione all’uomo. Dio attende noi. È in ricerca di noi. Anche Lui non è tranquillo, finché non ci abbia trovato. Il cuore di Dio è inquieto, e per questo si è incamminato verso di noi – verso Betlemme, verso il Calvario, da Gerusalemme alla Galilea e fino ai confini del mondo. Dio è inquieto verso di noi, è in ricerca di persone che si lasciano contagiare dalla sua inquietudine, dalla sua passione per noi. Persone che portano in sé la ricerca che è nel loro cuore e, al contempo, si lasciano toccare nel cuore dalla ricerca di Dio verso noi. Cari amici, questo era il compito degli Apostoli: accogliere l’inquietudine di Dio verso l’uomo e portare Dio stesso agli uomini. E questo è il vostro compito sulle orme degli Apostoli: lasciatevi colpire dall’inquietudine di Dio, affinché il desiderio di Dio verso l’uomo possa essere soddisfatto.

    I Magi hanno seguito la stella. Attraverso il linguaggio della creazione hanno trovato il Dio della storia. Certo, il linguaggio della creazione da solo non basta. Solo la Parola di Dio che incontriamo nella Sacra Scrittura poteva indicare loro definitivamente la strada. Creazione e Scrittura, ragione e fede devono stare insieme per condurci al Dio vivente. Si è molto discusso su che genere di stella fosse quella che guidò i Magi. Si pensa ad una congiunzione di pianeti, ad una Super nova, cioè ad una di quelle stelle inizialmente molto deboli in cui un’esplosione interna sprigiona per un certo tempo un immenso splendore, ad una cometa, e così via. Continuino pure gli scienziati questa discussione. La grande stella, la vera Super nova che ci guida è Cristo stesso. Egli è, per così dire, l’esplosione dell’amore di Dio, che fa splendere sul mondo il grande fulgore del suo cuore. E possiamo aggiungere: i Magi d’Oriente di cui parla il Vangelo di oggi, così come generalmente i Santi, sono diventati a poco a poco loro stessi costellazioni di Dio, che ci indicano la strada. In tutte queste persone il contatto con la Parola di Dio ha, per così dire, provocato un’esplosione di luce, mediante la quale lo splendore di Dio illumina questo nostro mondo e ci indica la strada. I Santi sono stelle di Dio, dalle quali ci lasciamo guidare verso Colui al quale anela il nostro essere. Cari amici, voi avete seguito la stella Gesù Cristo, quando avete detto il vostro “sì” al sacerdozio e al ministero episcopale. E certamente hanno brillato per voi anche stelle minori, aiutandovi a non perdere la strada. Nelle Litanie dei Santi invochiamo tutte queste stelle di Dio, affinché brillino sempre di nuovo per voi e vi indichino la strada. Venendo ordinati Vescovi, siete chiamati ad essere voi stessi stelle di Dio per gli uomini, a guidarli sulla strada verso la vera Luce, verso Cristo. Preghiamo dunque in quest’ora tutti i Santi, affinché voi possiate sempre rispondere a questo vostro compito e mostrare agli uomini la luce di Dio. Amen.

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    monica

    SOLENNITÀ DELL’EPIFANIA DEL SIGNORE

    BENEDETTO XVI

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Venerdì, 6 gennaio 2012

    Cari fratelli e sorelle!

    Oggi, nella solennità dell’Epifania del Signore, ho ordinato, nella Basilica di San Pietro, due nuovi Vescovi, e così perdonate il ritardo. Questa festa dell’Epifania è una festa molto antica, che ha la sua origine nell’Oriente cristiano e mette in risalto il mistero della manifestazione di Gesù Cristo a tutte le genti, rappresentate dai Magi che vennero ad adorare il Re dei Giudei appena nato a Betlemme, come narra il Vangelo di san Matteo (cfr 2,1-12). Quella “luce nuova” che si è accesa nella notte di Natale (cfr Prefazio di Natale I), oggi incomincia a risplendere sul mondo, come suggerisce l’immagine della stella, un segno celeste che attirò l’attenzione dei Magi e li guidò nel loro viaggio verso la Giudea.

    Tutto il periodo del Natale e dell’Epifania è caratterizzato dal tema della luce, legato anche al fatto che, nell’emisfero nord, dopo il solstizio d’inverno il giorno riprende ad allungarsi rispetto alla notte. Ma, al di là della loro posizione geografica, per tutti i popoli vale la parola di Cristo: “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12). Gesù è il sole apparso all’orizzonte dell’umanità per illuminare l’esistenza personale di ognuno di noi e per guidarci tutti insieme verso la meta del nostro pellegrinaggio, verso la terra della libertà e della pace, in cui vivremo per sempre in piena comunione con Dio e tra di noi.

    L’annuncio di questo mistero di salvezza è stato affidato da Cristo alla sua Chiesa. “Esso – scrive san Paolo – è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef 3,5-6). L’invito che il profeta Isaia rivolgeva alla città santa Gerusalemme, si può applicare alla Chiesa: “Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te” (Is 60,1-2). E’ così, come dice il Profeta: il mondo, con tutte le sue risorse, non è in grado di dare all’umanità la luce per orientare il suo cammino. Lo riscontriamo anche ai nostri giorni: la civiltà occidentale sembra avere smarrito l’orientamento, naviga a vista. Ma la Chiesa, grazie alla Parola di Dio, vede attraverso queste nebbie. Non possiede soluzioni tecniche, ma tiene lo sguardo rivolto alla meta, e offre la luce del Vangelo a tutti gli uomini di buona volontà, di qualunque nazione e cultura.

    E’ questa anche la missione dei Rappresentanti Pontifici presso gli Stati e le Organizzazioni internazionali. Proprio stamani, come ho già detto, ho avuto la gioia di conferire l’Ordinazione episcopale a due nuovi Nunzi Apostolici. Affidiamo alla Vergine Maria il loro servizio e l’opera evangelizzatrice di tutta la Chiesa.

    * * *

    ANNUNCIO DI CONCISTORO
    PER LA CREAZIONE DI NUOVI CARDINALI

    Ed ora, con grande gioia, annuncio che il prossimo 18 febbraio terrò un Concistoro nel quale nominerò 22 nuovi Membri del Collegio Cardinalizio.

    Come è noto, i Cardinali hanno il compito di aiutare il Successore di Pietro nello svolgimento del suo Ministero di confermare i fratelli nella fede e di essere principio e fondamento dell’unità e della comunione della Chiesa.

    Ecco i nomi dei nuovi Porporati:

    1. Mons. FERNANDO FILONI, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli;

    2. Mons. MANUEL MONTEIRO DE CASTRO, Penitenziere Maggiore;

    3. Mons. SANTOS ABRIL Y CASTELLÓ, Arciprete della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore;

    4. Mons. ANTONIO MARIA VEGLIÒ, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti;

    5. Mons. GIUSEPPE BERTELLO, Presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano e Presidente del Governatorato del medesimo Stato;

    6. Mons. FRANCESCO COCCOPALMERIO, Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi;

    7. Mons. JOÃO BRAZ DE AVIZ, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica;

    8. Mons. EDWIN FREDERIK O’BRIEN, Pro‑Gran Maestro dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme;

    9. Mons. DOMENICO CALCAGNO, Presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica;

    10. Mons. GIUSEPPE VERSALDI, Presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede;

    11. Sua Beatitudine GEORGE ALENCHERRY, Arcivescovo Maggiore di Ernakulam‑Angamaly dei Siro-Malabaresi (India);

    12. Mons. THOMAS CHRISTOPHER COLLINS, Arcivescovo di Toronto (Canada);

    13. Mons. DOMINIK DUKA, Arcivescovo di Praha (Repubblica Ceca);

    14. Mons. WILLEM JACOBUS EIJK, Arcivescovo di Utrecht (Paesi Bassi);

    15. Mons. GIUSEPPE BETORI, Arcivescovo di Firenze (Italia);

    16. Mons. TIMOTHY MICHAEL DOLAN, Arcivescovo di New York (Stati Uniti d’America);

    17. Mons. RAINER MARIA WOELKI, Arcivescovo di Berlin (Repubblica Federale di Germania);

    18. Mons. JOHN TONG HON, Vescovo di Hong Kong (Repubblica Popolare Cinese);

    Ho deciso, inoltre, di elevare alla dignità cardinalizia un venerato Presule, che svolge il suo ministero di Pastore e Padre di una Chiesa, e tre benemeriti Ecclesiastici, che si sono distinti per il loro impegno a servizio della Chiesa.

    Essi sono:

    1. Sua Beatitudine LUCIAN MUREŞAN, Arcivescovo Maggiore di Făgăraş e Alba Iulia dei Romeni (Romania);

    2. Mons. JULIEN RIES, Sacerdote della Diocesi di Namur e Professore emerito di storia delle religioni presso l’Università Cattolica di Louvain;

    3. P. PROSPER GRECH, O.S.A., Docente emerito di varie Università romane e Consultore presso la Congregazione per la Dottrina della Fede;

    4. P. KARL BECKER, S.I, Docente emerito della Pontificia Università Gregoriana, Consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede.

    I nuovi Cardinali provengono da varie parti del mondo, come avete sentito, e svolgono diversi ministeri a servizio della Santa Sede o a contatto diretto con i fedeli quali Padri e Pastori di Chiese particolari.

    Vorrei invitare tutti a pregare per i nuovi eletti, chiedendo l’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, affinché sappiano testimoniare sempre con coraggio e dedizione il loro amore per Cristo e per la sua Chiesa.

    Angelus Domini….

    ——————————————————————————–

    Dopo l’Angelus:

    Cari fratelli e sorelle,

    sono lieto di rivolgere i più cordiali auguri alle Chiese Orientali che, secondo il calendario giuliano, domani celebreranno il Santo Natale. Ogni famiglia ed ogni comunità sia colma della luce e della pace di Cristo Salvatore!

    Ricordo inoltre che l’Epifania è anche la Giornata Missionaria dei Bambini, promossa dalla Pontificia Opera della Santa Infanzia. Bambini di tutto il mondo, riuniti in gruppi, si formano ad una sensibilità missionaria e sostengono tanti progetti di solidarietà per i loro coetanei. Cari bambini e ragazzi! Il vostro cuore sia aperto al mondo, come il cuore di Gesù, ma siate anche attenti a chi vive accanto a voi, sempre pronti a dare una mano.

    Je suis heureux de vous saluer, chers frères et sœurs francophones présents pour la prière de l’Angélus. En ce jour de l’Épiphanie, avec les Mages, nous sommes tous invités à marcher pleins de confiance vers le Christ, Lumière des nations. Comme eux laissons-nous guider par l’étoile lumineuse de la Parole qui sauve. En adorant le Seigneur n’ayons pas peur de lui offrir cette nouvelle année, afin qu’elle soit remplie de Foi, d’Espérance et de Charité. En ce jour, j’adresse aussi mes vœux cordiaux à nos frères et à nos sœurs des Églises d’Orient qui célèbrent le Saint Noël ! Avec ma Bénédiction Apostolique !

    I am happy to greet all the English-speaking pilgrims and visitors present for this Angelus. Today we celebrate the Epiphany, in which the Lord is made known to the nations. Let us give thanks for the gift of faith and support the world-wide mission of the Church by bearing generous witness, in word and deed, to Jesus our Saviour. I wish you a pleasant stay in Rome. God bless all of you!

    Mit Freude grüße ich am heutigen Hochfest der Erscheinung des Herrn alle Pilger und Gäste deutscher Sprache. „Völker wandern zu deinem Licht“ (Jes 60,3), so haben wir in der ersten Lesung aus dem Propheten Jesaja gehört. Und seine Vision hat sich erfüllt: Die Weisen aus dem Morgenland finden durch den Stern zum wahren Licht, zum menschgewordenen Gottessohn. Seitdem hat sich eine große Schar von Menschen und Völkern auf den Weg zu Jesus Christus gemacht. Wie die Sterndeuter wollen auch wir immer wieder innerlich aufbrechen und nach dem wirklichen Licht suchen, das unser Leben hell und leuchtend macht. Euch allen einen gesegneten Festtag!

    En esta solemnidad de la Epifanía del Señor, saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española aquí presentes y a cuantos participan en el rezo del Ángelus a través de la radio y la televisión. Con el fervor y la humildad de los Magos de oriente, abramos nuestros corazones ante el Niño Dios y presentémosle lo mejor que haya en nosotros mismos, sobre todo el deseo de acoger su Evangelio y, a su luz, edificar un mundo en el que brille la solidaridad, la concordia y la justicia. Que Dios os bendiga.

    Serdecznie pozdrawiam Polaków, a szczególnie uczestników Orszaków Trzech Króli, które dzisiaj przemierzają polskie miasta. Są one symbolem pokoleń ludzi, którzy śladem mędrców ze Wschodu idą do Betlejem w poszukiwaniu Boga. Niech ta inscenizacja przybliży wszystkich do Chrystusa, który nam się objawił i żyje w swoim Kościele. Waszym modlitwom polecam wyświęconego dziś nowego arcybiskupa nuncjusza, waszego rodaka i z serca wam błogosławię.

    [Saluto cordialmente tutti i Polacchi e in modo particolare i partecipanti dei Cortei dei Magi che oggi attraversano le città della Polonia. Sono simbolo di tutti coloro che sulle orme dei magi d’Oriente si dirigono a Betlemme in cerca di Dio. Questa rappresentazione avvicini tutti a Cristo che si è manifestato a noi e vive nella Sua Chiesa. Affido alle vostre preghiere un vostro connazionale, il nuovo nunzio apostolico che questa mattina è stato consacrato vescovo. Vi benedico di cuore.]

    E saluto infine con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare quanti danno vita al corteo storico-folcloristico, dedicato quest’anno alla città di Pomezia e ai territori del Litorale e dell’Agro Pontino. A tutti auguro una buona festa dell’Epifania! Buona festa a tutti voi!

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    menico

    FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE
    CELEBRAZIONE DELLA SANTA MESSA
    E AMMINISTRAZIONE DEL BATTESIMO

    OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

    Cappella Sistina
    Domenica, 8 gennaio 2012

    Cari fratelli e sorelle!

    E’ sempre una gioia celebrare questa Santa Messa con i Battesimi dei bambini, nella Festa del Battesimo del Signore. Vi saluto tutti con affetto, cari genitori, padrini e madrine, e tutti voi familiari e amici! Siete venuti – l’avete detto ad alta voce – perché i vostri neonati ricevano il dono della grazia di Dio, il seme della vita eterna. Voi genitori avete voluto questo. Avete pensato al Battesimo prima ancora che il vostro bambino o la vostra bambina venisse alla luce. La vostra responsabilità di genitori cristiani vi ha fatto pensare subito al Sacramento che segna l’ingresso nella vita divina, nella comunità della Chiesa. Possiamo dire che questa è stata la vostra prima scelta educativa come testimoni della fede verso i vostri figli: la scelta è fondamentale!

    Il compito dei genitori, aiutati dal padrino e dalla madrina, è quello di educare il figlio o la figlia. Educare è molto impegnativo, a volte è arduo per le nostre capacità umane, sempre limitate. Ma educare diventa una meravigliosa missione se la si compie in collaborazione con Dio, che è il primo e vero educatore di ogni uomo.

    Nella prima Lettura che abbiamo ascoltato, tratta dal Libro del profeta Isaia, Dio si rivolge al suo popolo proprio come un educatore. Mette in guardia gli Israeliti dal pericolo di cercare di dissetarsi e di sfamarsi alle fonti sbagliate: “Perché – dice – spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?” (Is 55,2). Dio vuole darci cose buone da bere e da mangiare, cose che ci fanno bene; mentre a volte noi usiamo male le nostre risorse, le usiamo per cose che non servono, anzi, che sono addirittura nocive. Dio vuole darci soprattutto Se stesso e la sua Parola: sa che allontanandoci da Lui ci troveremmo ben presto in difficoltà, come il figlio prodigo della parabola, e soprattutto perderemmo la nostra dignità umana. E per questo ci assicura che Lui è misericordia infinita, che i suoi pensieri e le sue vie non sono come i nostri – per nostra fortuna! – e che possiamo sempre ritornare a Lui, alla casa del Padre. Ci assicura poi che se accoglieremo la sua Parola, essa porterà frutti buoni nella nostra vita, come la pioggia che irriga la terra (cfr Is 55,10-11).

    A questa parola che il Signore ci ha rivolto mediante il profeta Isaia, noi abbiamo risposto con il ritornello del Salmo: “Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza”. Come persone adulte, ci siamo impegnati ad attingere alle fonti buone, per il bene nostro e di coloro che sono affidati alla nostra responsabilità, in particolare voi, cari genitori, padrini e madrine, per il bene di questi bambini. E quali sono “le sorgenti della salvezza”? Sono la Parola di Dio e i Sacramenti. Gli adulti sono i primi a doversi alimentare a queste fonti, per poter guidare i più giovani nella loro crescita. I genitori devono dare tanto, ma per poter dare hanno bisogno a loro volta di ricevere, altrimenti si svuotano, si prosciugano. I genitori non sono la fonte, come anche noi sacerdoti non siamo la fonte: siamo piuttosto come dei canali, attraverso cui deve passare la linfa vitale dell’amore di Dio. Se ci stacchiamo dalla sorgente, noi stessi per primi ne risentiamo negativamente e non siamo più in grado di educare altri. Per questo ci siamo impegnati dicendo: “Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza”.

    E veniamo ora alla seconda Lettura e al Vangelo. Essi ci dicono che la prima e principale educazione avviene attraverso la testimonianza. Il Vangelo ci parla di Giovanni il Battista. Giovanni è stato un grande educatore dei suoi discepoli, perché li ha condotti all’incontro con Gesù, al quale ha reso testimonianza. Non ha esaltato se stesso, non ha voluto tenere i discepoli legati a sé. Eppure Giovanni era un grande profeta, la sua fama era molto grande. Quando è arrivato Gesù, si è tirato indietro e ha indicato Lui: “Viene dopo di me colui che è più forte di me… Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo” (Mc 1,7-8). Il vero educatore non lega le persone a sé, non è possessivo. Vuole che il figlio, o il discepolo, impari a conoscere la verità, e stabilisca con essa un rapporto personale. L’educatore compie il suo dovere fino in fondo, non fa mancare la sua presenza attenta e fedele; ma il suo obiettivo è che l’educando ascolti la voce della verità parlare al suo cuore e la segua in un cammino personale.

    Ritorniamo ancora alla testimonianza. Nella seconda Lettura, l’apostolo Giovanni scrive: “E’ lo Spirito che dà testimonianza” (1 Gv 5,6). Si riferisce allo Spirito Santo, lo Spirito di Dio, che rende testimonianza a Gesù, attestando che è il Cristo, il Figlio di Dio. Lo si vede anche nella scena del battesimo nel fiume Giordano: lo Spirito Santo scende su Gesù come una colomba per rivelare che Lui è il Figlio Unigenito dell’eterno Padre (cfr Mc 1,10). Anche nel suo Vangelo Giovanni sottolinea questo aspetto, là dove Gesù dice ai discepoli: “Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio” (Gv 15,26-27). Questo ci è di grande conforto nell’impegno di educare alla fede, perché sappiamo che non siamo soli e che la nostra testimonianza è sostenuta dallo Spirito Santo.

    E’ molto importante per voi genitori, e anche per i padrini e le madrine, credere fortemente nella presenza e nell’azione dello Spirito Santo, invocarlo e accoglierlo in voi, mediante la preghiera e i Sacramenti. E’ Lui infatti che illumina la mente, riscalda il cuore dell’educatore perché sappia trasmettere la conoscenza e l’amore di Gesù. La preghiera è la prima condizione per educare, perché pregando ci mettiamo nella disposizione di lasciare a Dio l’iniziativa, di affidare i figli a Lui, che li conosce prima e meglio di noi, e sa perfettamente qual è il loro vero bene. E, al tempo stesso, quando preghiamo ci mettiamo in ascolto delle ispirazioni di Dio per fare bene la nostra parte, che comunque ci spetta e dobbiamo realizzare. I Sacramenti, specialmente l’Eucaristia e la Penitenza, ci permettono di compiere l’azione educativa in unione con Cristo, in comunione con Lui e continuamente rinnovati dal suo perdono. La preghiera e i Sacramenti ci ottengono quella luce di verità grazie alla quale possiamo essere al tempo stesso teneri e forti, usare dolcezza e fermezza, tacere e parlare al momento giusto, rimproverare e correggere nella giusta maniera.

    Cari amici, invochiamo dunque tutti insieme lo Spirito Santo, perché scenda in abbondanza su questi bambini, li consacri ad immagine di Gesù Cristo, e li accompagni sempre nel cammino della loro vita. Li affidiamo alla guida materna di Maria Santissima, perché crescano in età, sapienza e grazia e diventino veri cristiani, testimoni fedeli e gioiosi dell’amore di Dio. Amen.

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    quirico

    FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE

    BENEDETTO XVI

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 8 gennaio 2012

    Cari fratelli e sorelle!

    Oggi celebriamo la festa del Battesimo del Signore. Stamani ho conferito il Sacramento del Battesimo a sedici bambini, e per questo vorrei proporre una breve riflessione sul nostro essere figli di Dio. Anzitutto però partiamo dal nostro essere semplicemente figli: questa è la condizione fondamentale che ci accomuna tutti. Non tutti siamo genitori, ma tutti sicuramente siamo figli. Venire al mondo non è mai una scelta, non ci viene chiesto prima se vogliamo nascere. Ma durante la vita, possiamo maturare un atteggiamento libero nei confronti della vita stessa: possiamo accoglierla come un dono e, in un certo senso, “diventare” ciò che già siamo: diventare figli. Questo passaggio segna una svolta di maturità nel nostro essere e nel rapporto con i nostri genitori, che si riempie di riconoscenza. E’ un passaggio che ci rende anche capaci di essere a nostra volta genitori – non biologicamente, ma moralmente.

    Anche nei confronti di Dio siamo tutti figli. Dio è all’origine dell’esistenza di ogni creatura, ed è Padre in modo singolare di ogni essere umano: ha con lui o con lei una relazione unica, personale. Ognuno di noi è voluto, è amato da Dio. E anche in questa relazione con Dio noi possiamo, per così dire, “rinascere”, cioè diventare ciò che siamo. Questo accade mediante la fede, mediante un “sì” profondo e personale a Dio come origine e fondamento della nostra esistenza. Con questo “sì” io accolgo la vita come dono del Padre che è nei Cieli, un Genitore che non vedo ma in cui credo e che sento nel profondo del cuore essere il Padre mio e di tutti i miei fratelli in umanità, un Padre immensamente buono e fedele. Su che cosa si basa questa fede in Dio Padre? Si basa su Gesù Cristo: la sua persona e la sua storia ci rivelano il Padre, ce lo fanno conoscere, per quanto è possibile in questo mondo. Credere che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, consente di “rinascere dall’alto”, cioè da Dio, che è Amore (cfr Gv 3,3). E teniamo ancora una volta presente che nessuno si fa uomo: siamo nati senza il nostro proprio fare, il passivo di essere nati precede l’attivo del nostro fare. Lo stesso è anche sul livello dell’essere cristiani: nessuno può farsi cristiano solo dalla propria volontà, anche essere cristiano è un dono che precede il nostro fare: dobbiamo essere rinati in una nuova nascita. San Giovanni dice: “A quanti l’hanno accolto / ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). Questo è il senso del sacramento del Battesimo, il Battesimo è questa nuova nascita, che precede il nostro fare. Con la nostra fede possiamo andare incontro a Cristo, ma solo Lui stesso può farci cristiani e dare a questa nostra volontà, a questo nostro desiderio la risposta, la dignità, il potere di diventare figli di Dio che da noi non abbiamo.

    Cari amici, questa domenica del Battesimo del Signore conclude il tempo di Natale. Rendiamo grazie a Dio per questo grande mistero, che è fonte di rigenerazione per la Chiesa e per il mondo intero. Dio si è fatto figlio dell’uomo, perché l’uomo diventi figlio di Dio. Rinnoviamo perciò la gioia di essere figli: come uomini e come cristiani; nati e rinati ad una nuova esistenza divina. Nati dall’amore di un padre e di una madre, e rinati dall’amore di Dio, mediante il Battesimo. Alla Vergine Maria, Madre di Cristo e di tutti coloro che credono in Lui, chiediamo che ci aiuti a vivere realmente da figli di Dio, non a parole, o non solo a parole, ma con i fatti. Scrive ancora san Giovanni: “Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato” (1 Gv 3,23).

    ——————————————————————————–

    Dopo l’Angelus:

    Je vous salue cordialement, chers pèlerins de langue française. Alors que dans nombreux pays est célébrée, aujourd’hui, la fête de l’Épiphanie, ici, à Rome, se célèbre, celle du Baptême du Seigneur. Souvenons- nous de notre propre baptême, de ce jour où le regard du Père s’est posé sur chacun de nous, nous inondant de son Esprit et de sa vie. Le Père, désormais, nous appelle par notre nom et nous invite à témoigner de son amour infini pour tout homme. Que la Vierge Marie nous aide à offrir notre vie pour l’annonce de la Bonne Nouvelle ! Avec ma Bénédiction Apostolique !

    I am happy to greet all the English-speaking pilgrims and visitors present for this Angelus prayer. In today’s feast, the Baptism of Jesus, God the Father bears witness to his only-begotten Son, and the Holy Spirit anoints him for his imminent public ministry. Let us ask for the courage to be always faithful to the life of communion with the Holy Trinity which we received in Baptism. May God bless all of you abundantly!

    Von Herzen grüße ich alle deutschsprachigen Pilger und Besucher hier auf dem Petersplatz. Die Kirche feiert heute das Fest der Taufe Jesu: Am Jordan steht Christus mitten unter den sündigen Menschen als einer von ihnen, und zugleich offenbart ihn der Vater im Himmel als seinen geliebten Sohn. Durch das Sakrament der Taufe werden auch wir zu geliebten Kindern Gottes, neugeschaffen nach dem Bild Jesu Christi. Möge der Heilige Geist uns helfen, die Würde der Gotteskindschaft in der Liebe zum Herrn in allen Wirrnissen zu bewahren und in unserem Leben zu bezeugen für die anderen. Der Herr schenke euch dazu seine Gnade.

    Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española que participan en esta oración mariana. Celebramos hoy la fiesta del bautismo del Señor en el Jordán, en el que se revela el misterio del nuevo bautismo del agua y del Espíritu. Os exhorto a hacer memoria del día en que fuimos iluminados sacramentalmente en Cristo y comenzamos nuestra existencia como hijos de Dios. Que el compromiso manifestado entonces y la fe que proclamamos, no dejen de resonar en nuestros corazones y nuestras voces. Muchas gracias.

    Serdeczne pozdrowienie kieruję do Polaków. Liturgia Kościoła wspomina dziś chrzest Jezusa w Jordanie. Był to gest solidarności z grzesznikami wszystkich czasów, którzy przez Jego dzieło odkupienia doznają Bożego usprawiedliwienia i miłosierdzia. Dziękujmy dziś za to, że i my mamy udział w tej tajemnicy dzięki łasce sakramentu chrztu. Niech Bóg wam błogosławi!

    [Un cordiale saluto rivolgo ai polacchi. La liturgia di oggi ricorda il battesimo di Gesù nel Giordano. E’ stato questo un gesto di solidarietà con i peccatori di tutti i tempi, che grazie alla sua opera di redenzione sperimentano la giustificazione e la misericordia di Dio. Rendiamo grazie oggi, perché anche noi partecipiamo a questo mistero per la grazia del sacramento del Battesimo. Dio vi benedica!]

    Rivolgo infine un caloroso saluto ai pellegrini di lingua italiana, in modo speciale alle famiglie e ai gruppi parrocchiali. A tutti auguro una buona domenica e, nuovamente, ogni bene per l’anno da poco iniziato. Buona domenica, buon anno. Auguri, grazie!

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    Secretariat

    Il Papa contro aborto e le coppie di fatto
    «Minacciano la dignità umana»
    «Occorrono politiche che valorizzino la famiglia, la coesione sociale e il dialogo»

    MILANO – Preoccupazione è stata espressa dal Papa per «le misure legislative che non solo permettono, ma talvolta addirittura favoriscono l’aborto, per motivi di convenienza o per ragioni mediche discutibili». Sullo stesso piano Benedetto XVI ha collocato anche «le politiche lesive della famiglia» che «minacciano la dignità umana e il futuro stesso dell’umanità». «Nel mondo occidentale – ha denunciato nel discorso al Corpo Diplomatico accreditato in Vaticano – ci sono leggi che si oppongono all’educazione dei giovani e di conseguenza al futuro dell’umanità». Il Papa ha esortato invece a difendere «la famiglia, fondata sul matrimonio di un uomo con una donna».

    L’ESORTAZIONE – «Questa – ha spiegato ai 180 ambasciatori riuniti nella Sala Regia – non è una semplice convenzione sociale, bensì la cellula fondamentale di ogni società». Secondo Ratzinger, «occorrono politiche che lo valorizzino e aiutino così la coesione sociale e il dialogo». «È nella famiglia – infatti – che ci si apre al mondo e alla vita, che è segno di apertura al futuro». In questo contesto, Benedetto XVI ha ricordato «con soddisfazione» come una espressione di «apertura alla vita», la recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che, ha rilevato, «vieta di brevettare i processi relativi alle cellule staminali embrionali umane, come pure la Risoluzione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, che condanna la selezione prenatale in funzione del sesso».

    Redazione Online del Corriere della sera.it

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    Secretariat

    Ecco il testo integrale del discorso sopra sinteticamente riassunto:

    DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
    IN OCCASIONE DELLA PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI DEL
    CORPO DIPLOMATICO ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDE

    Sala Regia
    Lunedì, 9 gennaio 2012

    Eccellenze, Signore e Signori!

    È per me sempre un’occasione particolarmente gradita potervi accogliere, distinti Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, nella splendida cornice di questa Sala Regia, per formularvi personalmente fervidi auguri per l’anno che inizia. Ringrazio anzitutto il vostro Decano, l’Ambasciatore Alejandro Valladares Lanza, come pure l’Ambasciatore Jean-Claude Michel, per le deferenti parole con cui si sono fatti interpreti dei vostri sentimenti, e saluto in modo speciale quanti partecipano per la prima volta a questo nostro incontro. Attraverso di voi, il mio augurio si estende a tutte le Nazioni che rappresentate, con le quali la Santa Sede mantiene relazioni diplomatiche. E’ una gioia per noi che la Malesia si sia aggiunta a questa comunità nel corso dell’anno appena concluso. Il dialogo che voi intrattenete con la Santa Sede agevola la condivisione di impressioni e di informazioni, come pure la collaborazione in ambiti di carattere bilaterale o multilaterale che sono di particolare interesse. La vostra presenza odierna ricorda l’importante contributo della Chiesa alle vostre società, in settori quali l’educazione, la sanità e l’assistenza. Segni della cooperazione tra la Chiesa Cattolica e gli stati sono gli Accordi stipulati nel 2011 con l’Azerbaigian, il Montenegro e il Mozambico. Il primo è già stato ratificato; auspico che rapidamente accada lo stesso per gli altri due e che si giunga alla conclusione di quelli che sono in via di negoziazione. Ugualmente, la Santa Sede desidera tessere un dialogo fruttuoso con le Organizzazioni internazionali e regionali e, in questa prospettiva, rilevo con soddisfazione che i Paesi membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (A.S.E.A.N.) hanno accolto la nomina di un Nunzio Apostolico accreditato presso questa Organizzazione. Non posso omettere di menzionare che, nello scorso mese di dicembre, la Santa Sede ha rafforzato la sua lunga collaborazione con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, diventandone membro a pieno titolo. Si tratta di un attestato dell’impegno della Santa Sede e della Chiesa Cattolica al fianco della Comunità internazionale, nella ricerca di soluzioni adeguate a questo fenomeno che presenta molteplici aspetti, dalla protezione della dignità delle persone alla cura del bene comune delle comunità che le ricevono e di quelle da cui provengono.

    Nel corso dell’anno appena terminato ho incontrato personalmente numerosi Capi di Stato e di Governo, come pure Autorevoli rappresentanti delle vostre Nazioni che hanno partecipato alla cerimonia di Beatificazione del mio amato Predecessore, il Papa Giovanni Paolo II. Rappresentanti dei vostri Paesi si sono poi resi gentilmente presenti in occasione del 60° anniversario della mia Ordinazione sacerdotale. A tutti loro, come pure a quanti ho incontrato nei miei viaggi apostolici in Croazia, a San Marino, in Spagna, in Germania ed in Benin, rinnovo la mia gratitudine per la delicatezza che mi hanno manifestato. Inoltre, indirizzo un particolare pensiero ai Paesi dell’America Latina e dei Caraibi che, nel 2011, hanno festeggiato il bicentenario della loro indipendenza. Il 12 dicembre scorso, essi hanno voluto sottolineare il loro legame con la Chiesa Cattolica e con il successore del Principe degli Apostoli partecipando, con alti esponenti della comunità ecclesiale e autorità istituzionali, alla solenne celebrazione nella Basilica di San Pietro, nella quale ho annunciato l’intenzione di recarmi prossimamente in Messico e a Cuba. Desidero, infine, salutare il Sud Sudan che, nel luglio scorso, si è costituito quale Stato sovrano. Mi rallegro che questo passo sia stato compiuto pacificamente. Purtroppo, tensioni e scontri si sono succeduti in questi ultimi mesi ed auspico che tutti uniscano i loro sforzi affinché, per le popolazioni del Sudan e del Sud Sudan, si apra infine un periodo di pace, di libertà e di sviluppo.

    Signore e Signori Ambasciatori!

    L’incontro odierno avviene tradizionalmente alla fine delle festività natalizie, in cui la Chiesa celebra la venuta del Salvatore. Egli viene nel buio della notte, eppure la sua presenza è immediatamente fonte di luce e di gioia (cfr Lc 2,9-10). Davvero il mondo è buio, laddove non è rischiarato dalla luce divina! Davvero il mondo è oscuro, laddove l’uomo non riconosce più il proprio legame con il Creatore e, così, mette a rischio anche i suoi rapporti con le altre creature e con lo stesso creato. Il momento attuale è segnato purtroppo da un profondo malessere e le diverse crisi: economiche, politiche e sociali, ne sono una drammatica espressione.

    A tale proposito, non posso non menzionare, anzitutto, gli sviluppi gravi e preoccupanti della crisi economica e finanziaria mondiale. Questa non ha colpito soltanto le famiglie e le imprese dei Paesi economicamente più avanzati, dove ha avuto origine, creando una situazione in cui molti, soprattutto tra i giovani, si sono sentiti disorientati e frustrati nelle loro aspirazioni ad un avvenire sereno, ma ha inciso profondamente anche sulla vita dei Paesi in via di sviluppo. Non dobbiamo scoraggiarci ma riprogettare risolutamente il nostro cammino, con nuove forme di impegno. La crisi può e deve essere uno sprone a riflettere sull’esistenza umana e sull’importanza della sua dimensione etica, prima ancora che sui meccanismi che governano la vita economica: non soltanto per cercare di arginare le perdite individuali o delle economie nazionali, ma per darci nuove regole che assicurino a tutti la possibilità di vivere dignitosamente e di sviluppare le proprie capacità a beneficio dell’intera comunità.

    Desidero poi ricordare che gli effetti dell’attuale momento di incertezza colpiscono particolarmente i giovani. Dal loro malessere sono nati i fermenti che, nei mesi scorsi, hanno investito, talvolta duramente, diverse Regioni. Mi riferisco anzitutto al Nord Africa e al Medio Oriente, dove i giovani, che soffrono tra l’altro per la povertà e la disoccupazione e temono l’assenza di prospettive certe, hanno lanciato quello che è diventato un vasto movimento di rivendicazione di riforme e di partecipazione più attiva alla vita politica e sociale. E’ difficile attualmente tracciare un bilancio definitivo dei recenti avvenimenti e comprenderne appieno le conseguenze per gli equilibri della Regione. L’ottimismo iniziale ha tuttavia ceduto il passo al riconoscimento delle difficoltà di questo momento di transizione e di cambiamento, e mi sembra evidente che la via adeguata per continuare il cammino intrapreso passa attraverso il riconoscimento della dignità inalienabile di ogni persona umana e dei suoi diritti fondamentali. Il rispetto della persona dev’essere al centro delle istituzioni e delle leggi, deve condurre alla fine di ogni violenza e prevenire il rischio che la doverosa attenzione alle richieste dei cittadini e la necessaria solidarietà sociale si trasformino in semplici strumenti per conservare o conquistare il potere. Invito la Comunità internazionale a dialogare con gli attori dei processi in atto, nel rispetto dei popoli e nella consapevolezza che la costruzione di società stabili e riconciliate, aliene da ogni ingiusta discriminazione, in particolare di ordine religioso, costituisce un orizzonte più vasto e più lontano di quello delle scadenze elettorali. Sento una grande preoccupazione per le popolazioni dei Paesi in cui si susseguono tensioni e violenze, in particolare la Siria, dove auspico una rapida fine degli spargimenti di sangue e l’inizio di un dialogo fruttuoso tra gli attori politici, favorito dalla presenza di osservatori indipendenti. In Terra Santa, dove le tensioni tra Palestinesi e Israeliani hanno ripercussioni sugli equilibri di tutto il Medio Oriente, bisogna che i responsabili di questi due popoli adottino decisioni coraggiose e lungimiranti in favore della pace. Ho appreso con piacere che, in seguito ad un’iniziativa del Regno di Giordania, il dialogo è ripreso; auspico che esso prosegua affinché si giunga ad una pace duratura, che garantisca il diritto di quei due popoli a vivere in sicurezza in Stati sovrani e all’interno di frontiere sicure e internazionalmente riconosciute. La Comunità internazionale, da parte sua, deve stimolare la propria creatività e le iniziative di promozione di questo processo di pace, nel rispetto dei diritti di ogni parte. Seguo anche con grande attenzione gli sviluppi in Iraq, deplorando gli attentati che hanno causato ancora recentemente la perdita di numerose vite umane, e incoraggio le sue autorità a proseguire con fermezza sulla via di una piena riconciliazione nazionale.

    Il Beato Giovanni Paolo II ricordava che «la via della pace è la via dei giovani»[1], poiché essi sono «la giovinezza delle nazioni e delle società, la giovinezza di ogni famiglia e dell’intera umanità»[2]. I giovani, dunque, ci spronano a considerare seriamente le loro domande di verità, di giustizia e di pace. Pertanto è a loro che ho dedicato l’annuale Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace, intitolato Educare i giovani alla giustizia e alla pace. L’educazione è un tema cruciale per ogni generazione, poiché da essa dipende tanto il sano sviluppo di ogni persona, quanto il futuro di tutta la società. Essa, perciò, costituisce un compito di primaria importanza in un tempo difficile e delicato. Oltre ad un obiettivo chiaro, quale è quello di condurre i giovani ad una conoscenza piena della realtà e quindi della verità, l’educazione ha bisogno di luoghi. Tra questi figura anzitutto la famiglia, fondata sul matrimonio di un uomo con una donna. Questa non è una semplice convenzione sociale, bensì la cellula fondamentale di ogni società. Pertanto, le politiche lesive della famiglia minacciano la dignità umana e il futuro stesso dell’umanità. Il contesto familiare è fondamentale nel percorso educativo e per lo sviluppo stesso degli individui e degli Stati; di conseguenza occorrono politiche che lo valorizzino e aiutino così la coesione sociale e il dialogo. È nella famiglia che ci si apre al mondo e alla vita e, come ho avuto modo di ricordare durante il mio viaggio in Croazia, «l’apertura alla vita è segno di apertura al futuro»[3]. In questo contesto dell’apertura alla vita, accolgo con soddisfazione la recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che vieta di brevettare i processi relativi alle cellule staminali embrionali umane, come pure la Risoluzione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, che condanna la selezione prenatale in funzione del sesso.

    Più in generale, guardando soprattutto al mondo occidentale, sono convinto che si oppongano all’educazione dei giovani e di conseguenza al futuro dell’umanità le misure legislative che non solo permettono, ma talvolta addirittura favoriscono l’aborto, per motivi di convenienza o per ragioni mediche discutibili.

    Continuando la nostra riflessione, un ruolo altrettanto essenziale per lo sviluppo della persona è svolto dalle istituzioni educative: esse sono le prime istanze a collaborare con la famiglia e faticano a compiere il compito loro proprio se viene a mancare un’armonia di intenti con la realtà familiare. Occorre attuare politiche formative affinché l’educazione scolastica sia accessibile a tutti e che, oltre a promuovere lo sviluppo cognitivo della persona, curi la crescita armonica della personalità, compresa la sua apertura al Trascendente. La Chiesa Cattolica è sempre stata particolarmente attiva nel campo delle istituzioni scolastiche ed accademiche, svolgendo un’opera apprezzata accanto a quella delle istituzioni statali. Auspico, quindi, che tale contributo sia riconosciuto e valorizzato anche dalle legislazioni nazionali.

    In tale prospettiva, ben si comprende come un’efficace opera educativa postuli pure il rispetto della libertà religiosa. Questa è caratterizzata da una dimensione individuale, come pure da una dimensione collettiva e da una dimensione istituzionale. Si tratta del primo dei diritti umani, perché essa esprime la realtà più fondamentale della persona. Troppo spesso, per diversi motivi, tale diritto è ancora limitato o schernito. Non posso evocare questo tema senza anzitutto salutare la memoria del ministro pachistano Shahbaz Bhatti, la cui infaticabile lotta per i diritti delle minoranze si è conclusa con una morte tragica. Non si tratta, purtroppo, di un caso isolato. In non pochi Paesi i cristiani sono privati dei diritti fondamentali e messi ai margini della vita pubblica; in altri subiscono attacchi violenti contro le loro chiese e le loro abitazioni. Talvolta, sono costretti ad abbandonare Paesi che essi hanno contribuito a edificare, a causa delle continue tensioni e di politiche che non di rado li relegano a spettatori secondari della vita nazionale. In altre parti del mondo, si riscontrano politiche volte ad emarginare il ruolo della religione nella vita sociale, come se essa fosse causa di intolleranza, piuttosto che contributo apprezzabile nell’educazione al rispetto della dignità umana, alla giustizia e alla pace. Il terrorismo motivato religiosamente ha mietuto anche l’anno scorso numerose vittime, soprattutto in Asia e in Africa, ed è per questo, come ho ricordato ad Assisi, che i leaders religiosi debbono ripetere con forza e fermezza che «questa non è la vera natura della religione. È invece il suo travisamento e contribuisce alla sua distruzione»[4]. La religione non può essere usata come pretesto per accantonare le regole della giustizia e del diritto a vantaggio del “bene” che essa persegue. In questa prospettiva, sono fiero di ricordare, come ho fatto nel mio Paese natale, che per i Padri costituenti della Germania la visione cristiana dell’uomo è stata la vera forza ispiratrice, come, del resto, lo è stata per i Padri fondatori dell’Europa unita. Vorrei inoltre menzionare segnali incoraggianti nel campo della libertà religiosa. Mi riferisco alla modifica legislativa grazie alla quale la personalità giuridica pubblica delle minoranze religiose è stata riconosciuta in Georgia; penso anche alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in favore della presenza del Crocifisso nelle aule scolastiche italiane. E proprio all’Italia desidero rivolgere un particolare pensiero, al termine del 150° anniversario della sua unificazione politica. Le relazioni tra la Santa Sede e lo Stato italiano hanno attraversato momenti difficili dopo l’unificazione. Nel tempo, però, hanno prevalso la concordia e la reciproca volontà di cooperare, ciascuno nel proprio ambito, per favorire il bene comune. Auspico che l’Italia continui a promuovere un rapporto equilibrato fra la Chiesa e lo Stato, costituendo così un esempio, al quale le altre Nazioni possano riferirsi con rispetto e interesse.

    Nel continente africano, che ho nuovamente visitato recandomi recentemente in Benin, è essenziale che la collaborazione fra le comunità cristiane e i Governi aiuti a percorrere un cammino di giustizia, di pace e di riconciliazione, in cui i membri di tutte le etnie e di tutte le religioni siano rispettati. E’ doloroso constatare che tale meta, in vari Paesi di quel continente, è ancora lontana. Penso in particolare alla recrudescenza delle violenze che interessa la Nigeria, come hanno ricordato gli attentati commessi contro varie chiese nel tempo di Natale, agli strascichi della guerra civile in Costa d’Avorio, alla persistente instabilità nella Regione dei Grandi Laghi e all’urgenza umanitaria nei Paesi del Corno d’Africa. Chiedo, ancora una volta, alla Comunità internazionale di aiutare con sollecitudine a trovare una soluzione alla crisi che dura da anni in Somalia.

    Infine, mi preme sottolineare che una educazione rettamente intesa non può che favorire il rispetto del creato. Non si possono dimenticare le gravi calamità naturali che, nel 2011, hanno colpito varie zone del Sud-Est asiatico, e i disastri ambientali come quello della centrale nucleare di Fukushima in Giappone. La salvaguardia dell’ambiente, la sinergia tra la lotta contro la povertà e quella contro i cambiamenti climatici costituiscono ambiti rilevanti per la promozione dello sviluppo umano integrale. Pertanto auspico che, in seguito alla XVII sessione della Conferenza degli Stati Parte alla Convenzione ONU sui cambiamenti climatici, da poco conclusasi a Durban, la Comunità internazionale si prepari alla Conferenza dell’ONU sullo sviluppo sostenibile (“Rio+20”) quale autentica “famiglia delle Nazioni” e, perciò, con grande senso di solidarietà e di responsabilità verso le generazioni presenti e per quelle future.

    Eccellenze, Signore e Signori!

    La nascita del Principe della pace ci insegna che la vita non finisce nel nulla, che il suo destino non è la corruzione, bensì l’immortalità. Cristo è venuto perché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (cfr Gv 10,10). «Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente»[5]. Animata dalla certezza della fede, la Santa Sede continua a dare il proprio contributo alla Comunità internazionale, secondo quel duplice intendimento che il Concilio Vaticano II – di cui quest’anno ricorre il 50° anniversario – ha chiaramente definito: proclamare la grandezza somma della vocazione dell’uomo e la presenza in lui di un germe divino, nonché offrire all’umanità una cooperazione sincera, che instauri quella fraternità universale che corrisponde a tale vocazione[6]. In questo spirito, rinnovo a tutti voi, ai membri delle vostre famiglie e ai vostri collaboratori i miei più cordiali auguri per il nuovo anno.

    Grazie per l’attenzione.

    ——————————————————————————–

    [1] Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Dilecti amici, 31 marzo 1985, n. 15.

    [2] Ibidem, n. 1.

    [3] Omelia della Santa Messa in occasione della Giornata Nazionale delle Famiglie Cattoliche croate, Zagabria 5 giugno 2011.

    [4] Intervento per la Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo, Assisi, 27 ottobre 2011.

    [5] Spe salvi, n. 2.

    [6] Cfr Gaudium et spes, 3.

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    Non si capisce il Natale, ingresso persino fisico di Dio nella storia umana, se non lo si relaziona con la Pasqua, con l’Eucaristia: questo mi sembra insegni il nostro amatissimo Papa col Suo discorso all’udienza generale di ieri:

    BENEDETTO XVI

    UDIENZA GENERALE

    Aula Paolo VI
    Mercoledì, 11 gennaio 2012

    La preghiera di Gesù nell’Ultima Cena

    Cari fratelli e sorelle,

    nel nostro cammino di riflessione sulla preghiera di Gesù, presentata nei Vangeli, vorrei meditare oggi sul momento, particolarmente solenne, della sua preghiera nell’Ultima Cena.

    Lo sfondo temporale ed emozionale del convito in cui Gesù si congeda dagli amici, è l’imminenza della sua morte che Egli sente ormai vicina. Da lungo tempo Gesù aveva iniziato a parlare della sua passione, cercando anche di coinvolgere sempre più i suoi discepoli in questa prospettiva. Il Vangelo secondo Marco racconta che fin dalla partenza del viaggio verso Gerusalemme, nei villaggi della lontana Cesarea di Filippo, Gesù aveva iniziato «a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere» (Mc 8,31). Inoltre, proprio nei giorni in cui si preparava a dare l’addio ai discepoli, la vita del popolo era segnata dall’avvicinarsi della Pasqua, ossia del memoriale della liberazione di Israele dall’Egitto. Questa liberazione, sperimentata nel passato e attesa di nuovo nel presente e per il futuro, tornava viva nelle celebrazioni familiari della Pasqua. L’Ultima Cena si inserisce in questo contesto, ma con una novità di fondo. Gesù guarda alla sua Passione, Morte e Risurrezione, essendone pienamente consapevole. Egli vuole vivere questa Cena con i suoi discepoli, con un carattere del tutto speciale e diverso dagli altri conviti; è la sua Cena, nella quale dona Qualcosa di totalmente nuovo: Se stesso. In questo modo, Gesù celebra la sua Pasqua, anticipa la sua Croce e la sua Risurrezione.

    Questa novità ci viene evidenziata dalla cronologia dell’Ultima Cena nel Vangelo di Giovanni, il quale non la descrive come la cena pasquale, proprio perché Gesù intende inaugurare qualcosa di nuovo, celebrare la sua Pasqua, legata certo agli eventi dell’Esodo. E per Giovanni Gesù morì sulla croce proprio nel momento in cui, nel tempio di Gerusalemme, venivano immolati gli agnelli pasquali.

    Qual è allora il nucleo di questa Cena? Sono i gesti dello spezzare il pane, del distribuirlo ai suoi e del condividere il calice del vino con le parole che li accompagnano e nel contesto di preghiera in cui si collocano: è l’istituzione dell’Eucaristia, è la grande preghiera di Gesù e della Chiesa. Ma guardiamo più da vicino questo momento.

    Anzitutto, le tradizioni neotestamentarie dell’istituzione dell’Eucaristia (cfr 1 Cor 11,23-25; Lc 22, 14-20; Mc 14,22-25; Mt 26,26-29), indicando la preghiera che introduce i gesti e le parole di Gesù sul pane e sul vino, usano due verbi paralleli e complementari. Paolo e Luca parlano di eucaristia/ringraziamento: «prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro» (Lc 22,19). Marco e Matteo, invece, sottolineano l’aspetto di eulogia/benedizione: «prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro» (Mc 14,22). Ambedue i termini greci eucaristeìn e eulogeìn rimandano alla berakha ebraica, cioè alla grande preghiera di ringraziamento e di benedizione della tradizione d’Israele che inaugurava i grandi conviti. Le due diverse parole greche indicano le due direzioni intrinseche e complementari di questa preghiera. La berakha, infatti, è anzitutto ringraziamento e lode che sale a Dio per il dono ricevuto: nell’Ultima Cena di Gesù, si tratta del pane – lavorato dal frumento che Dio fa germogliare e crescere dalla terra – e del vino prodotto dal frutto maturato sulle viti. Questa preghiera di lode e ringraziamento, che si innalza verso Dio, ritorna come benedizione, che scende da Dio sul dono e lo arricchisce. Il ringraziare, lodare Dio diventa così benedizione, e l’offerta donata a Dio ritorna all’uomo benedetta dall’Onnipotente. Le parole dell’istituzione dell’Eucaristia si collocano in questo contesto di preghiera; in esse la lode e la benedizione della berakha diventano benedizione e trasformazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Gesù.

    Prima delle parole dell’istituzione vengono i gesti: quello dello spezzare il pane e quello dell’offrire il vino. Chi spezza il pane e passa il calice è anzitutto il capofamiglia, che accoglie alla sua mensa i familiari, ma questi gesti sono anche quelli dell’ospitalità, dell’accoglienza alla comunione conviviale dello straniero, che non fa parte della casa. Questi stessi gesti, nella cena con la quale Gesù si congeda dai suoi, acquistano una profondità del tutto nuova: Egli dà un segno visibile dell’accoglienza alla mensa in cui Dio si dona. Gesù nel pane e nel vino offre e comunica Se stesso.

    Ma come può realizzarsi tutto questo? Come può Gesù dare, in quel momento, Se stesso? Gesù sa che la vita sta per essergli tolta attraverso il supplizio della croce, la pena capitale degli uomini non liberi, quella che Cicerone definiva la mors turpissima crucis. Con il dono del pane e del vino che offre nell’Ultima Cena, Gesù anticipa la sua morte e la sua risurrezione realizzando ciò che aveva detto nel discorso del Buon Pastore: «Io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18). Egli quindi offre in anticipo la vita che gli sarà tolta e in questo modo trasforma la sua morte violenta in un atto libero di donazione di sé per gli altri e agli altri. La violenza subita si trasforma in un sacrificio attivo, libero e redentivo.

    Ancora una volta nella preghiera, iniziata secondo le forme rituali della tradizione biblica, Gesù mostra la sua identità e la determinazione a compiere fino in fondo la sua missione di amore totale, di offerta in obbedienza alla volontà del Padre. La profonda originalità del dono di Sé ai suoi, attraverso il memoriale eucaristico, è il culmine della preghiera che contrassegna la cena di addio con i suoi. Contemplando i gesti e le parole di Gesù in quella notte, vediamo chiaramente che il rapporto intimo e costante con il Padre è il luogo in cui Egli realizza il gesto di lasciare ai suoi, e a ciascuno di noi, il Sacramento dell’amore, il «Sacramentum caritatis». Per due volte nel cenacolo risuonano le parole: «Fate questo in memoria di me» (1Cor 11,24.25). Con il dono di Sé Egli celebra la sua Pasqua, diventando il vero Agnello che porta a compimento tutto il culto antico. Per questo san Paolo parlando ai cristiani di Corinto afferma: «Cristo, nostra Pasqua [il nostro Agnello pasquale!], è stato immolato! Celebriamo dunque la festa … con azzimi di sincerità e di verità» (1 Cor 5,7-8).

    L’evangelista Luca ha conservato un ulteriore elemento prezioso degli eventi dell’Ultima Cena, che ci permette di vedere la profondità commovente della preghiera di Gesù per i suoi in quella notte, l’attenzione per ciascuno. Partendo dalla preghiera di ringraziamento e di benedizione, Gesù giunge al dono eucaristico, al dono di Se stesso, e, mentre dona la realtà sacramentale decisiva, si rivolge a Pietro. Sul finire della cena, gli dice: «Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,31-32). La preghiera di Gesù, quando si avvicina la prova anche per i suoi discepoli, sorregge la loro debolezza, la loro fatica di comprendere che la via di Dio passa attraverso il Mistero pasquale di morte e risurrezione, anticipato nell’offerta del pane e del vino. L’Eucaristia è cibo dei pellegrini che diventa forza anche per chi è stanco, sfinito e disorientato. E la preghiera è particolarmente per Pietro, perché, una volta convertito, confermi i fratelli nella fede. L’evangelista Luca ricorda che fu proprio lo sguardo di Gesù a cercare il volto di Pietro nel momento in cui questi aveva appena consumato il suo triplice rinnegamento, per dargli la forza di riprendere il cammino dietro a Lui: «In quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto» (Lc 22,60-61).

    Cari fratelli e sorelle, partecipando all’Eucaristia, viviamo in modo straordinario la preghiera che Gesù ha fatto e continuamente fa per ciascuno affinché il male, che tutti incontriamo nella vita, non abbia a vincere e agisca in noi la forza trasformante della morte e risurrezione di Cristo. Nell’Eucaristia la Chiesa risponde al comando di Gesù: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19; cfr 1Cor 11, 24-26); ripete la preghiera di ringraziamento e di benedizione e, con essa, le parole della transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue del Signore. Le nostre Eucaristie sono un essere attirati in quel momento di preghiera, un unirci sempre di nuovo alla preghiera di Gesù. Fin dall’inizio, la Chiesa ha compreso le parole di consacrazione come parte della preghiera fatta insieme a Gesù; come parte centrale della lode colma di gratitudine, attraverso la quale il frutto della terra e del lavoro dell’uomo ci viene nuovamente donato da Dio come corpo e sangue di Gesù, come auto-donazione di Dio stesso nell’amore accogliente del Figlio (cfr Gesù di Nazaret, II, pag. 146). Partecipando all’Eucaristia, nutrendoci della Carne e del Sangue del Figlio di Dio, noi uniamo la nostra preghiera a quella dell’Agnello pasquale nella sua notte suprema, perché la nostra vita non vada perduta, nonostante la nostra debolezza e le nostre infedeltà, ma venga trasformata.

    Cari amici, chiediamo al Signore che, dopo esserci debitamente preparati, anche con il Sacramento della Penitenza, la nostra partecipazione alla sua Eucaristia, indispensabile per la vita cristiana, sia sempre il punto più alto di tutta la nostra preghiera. Domandiamo che, uniti profondamente nella sua stessa offerta al Padre, possiamo anche noi trasformare le nostre croci in sacrificio, libero e responsabile, di amore a Dio e ai fratelli. Grazie.

    ——————————————————————————–

    Saluti:

    Je salue avec joie les pèlerins francophones, en particulier les prêtres de Marseille avec Mgr Georges Pontier et les fidèles de Nouméa. À la suite de Jésus, puissiez-vous transformer vos croix personnelles en sacrifice d’amour pour Dieu et pour les autres, et par le Sacrement de la Pénitence, vous préparer dignement à participer à l’Eucharistie, sommet de la prière chrétienne. Avec ma bénédiction !

    I greet the many school groups from the United States present at today’s Audience, including the deacons from Saint Paul’s Seminary in Minnesota. My greeting also goes to the students of Carmel College in New Zealand. I welcome the participants in the Interfaith Journey from Canada. Upon all the English-speaking visitors and their families I cordially invoke God’s abundant blessings!

    Gerne heiße ich alle Gäste und Pilger deutscher Sprache willkommen. Durch die Eucharistie sind wir hineingenommen in das Beten Jesu, haben teil am Leib und Blut des neuen Osterlammes. Bitten wir Christus, daß wir in Verbindung mit ihm auch unsere Mühsale, unser Leiden, unser Sein umwandeln dürfen in einen Akt der Liebe, der Hingabe an Gott und an den Nächsten. Der Herr begleite euch alle mit seinem Segen.

    Saludo a los peregrinos de lengua española, en particular a los grupos provenientes de España, México y otros países latinoamericanos. Invito a todos a participar con fe y devoción en la Eucaristía, a unirse más profundamente a la ofrenda de alabanza y bendición de Jesús al Padre, y así poder trasformar vuestra cruz en sacrificio libre y responsable, en amor a Dios y a los hermanos. Muchas gracias.

    Saúdo cordialmente os peregrinos de língua portuguesa, desejando-vos que o ponto mais alto da vossa oração seja uma digna participação na Eucaristia para poderdes, também vós, transformar as cruzes da vossa vida em sacrifício livre de amor a Deus e aos irmãos. Obrigado pela vossa presença. Ide com Deus.

    Saluto in lingua polacca:

    Witam obecnych tu Polaków. Kiedy z Jezusem wchodzimy do Wieczernika i, należycie przygotowani, przystępujemy do stołu Pańskiego, uświadamiamy sobie, że udział w Eucharystii, niezbędny dla życia chrześcijańskiego, jest równocześnie szkołą i punktem kulminacyjnym naszej modlitwy. Zjednoczeni z Chrystusem, przez Niego, z Nim i w Nim, w jedności Ducha Świętego oddajemy chwałę Ojcu. Niech Bóg wam błogosławi!

    Traduzione italiana:

    Do il benvenuto ai polacchi qui presenti. Quando con Gesù entriamo nel Cenacolo e, debitamente preparati, ci accostiamo al tavolo del Signore, ci rendiamo conto che la partecipazione all’Eucaristia, indispensabile per la vita cristiana, è contemporaneamente la scuola e il culmine della nostra preghiera. Uniti a Cristo, per Lui, con Lui e in Lui, nell’unità dello Spirito Santo rendiamo gloria al Padre. Dio vi benedica!

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini italiani. Saluto i gruppi parrocchiali e le associazioni, in particolare i dirigenti e il personale dei vari Circhi qui presenti – grazie per la vostra esibizione –, i dipendenti del Bioparco di Roma nel centenario di fondazione e la Confraternita del SS. Salvatore di Enna per i 750 anni di attività. A tutti l’auspicio che quest’incontro con il successore di Pietro riempia ciascuno di entusiasmo e stimoli a testimoniare, con le parole e con le opere, Gesù nostro Salvatore.

    Infine, un pensiero affettuoso ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La Festa del Battesimo del Signore che abbiamo celebrato domenica scorsa ci offre l’opportunità di ripensare al nostro Battesimo. Cari giovani, vivete con gioia la vostra appartenenza alla Chiesa, che è la famiglia di Gesù. Cari ammalati, la grazia del Battesimo lenisca le vostre sofferenze e vi spinga ad offrirle a Cristo per la salvezza dell’umanità. E voi, cari sposi novelli, che iniziate il vostro cammino coniugale, fondate il vostro matrimonio sulla fede, ricevuta in dono il giorno del vostro Battesimo.

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  40. 40

    anime

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