FESTA DELLA SS. TRINITA’ ANNO A
Dal Vangelo secondo Giovanni 3,16-18.
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
Commento
L’umanità ha pensato di onorare le sue divinità, offrendo quanto di meglio possedeva, come atto di ringraziamento e di impetrazione. Nell’antichità in Medio Oriente i genitori giungevano a sacrificare i propri figli agli dèi in occasioni particolari. Ritenevano che ciò fosse il migliore omaggio possibile. Anche il popolo di Israele aveva adottato una simile pratica, di cui vi sono testimonianze fino al VII secolo avanti Cristo. Essa fu condannata dai profeti, perché ciò non corrispondeva al volto autentico del Dio di Israele. Ricordate l’episodio di Abramo, il quale sta per sacrificare il figlio Isacco, l’erede legittimo, su comando di Dio? Quando sta per vibrare il colpo fatale, un angelo gli ferma il braccio, rivelandogli che si trattava di una prova di fedeltà, perché Dio non vuole sacrifici umani [Genesi, capitolo 22]. Gli umani, dunque, si sbagliano circa le intenzioni ed il volto di Dio. Ebbene a questo brano si collega il Vangelo odierno, nella solenne dichiarazione di Gesù a Nicodemo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» aggiungendo che è stato mandato non per condannare, ma per salvare il mondo. Queste parole rivelano l’amore smisurato del Padre: il Padre, che rifiuta sacrifici umani, giunge a sacrificare il proprio Figlio per noi! Non esiste probabilmente affermazione più spinta in tutta la Scrittura che mostri tutta la radicalità dell’amore del Padre. Dio poteva pretendere anche il sacrificio umano, in quanto è il Creatore e Padrone di tutto. Invece non solo rifiuta tale misura, ma la compie lui stesso nei riguardi della sua creatura, quando questa non può avanzare alcuna pretesa e si trova in grave stato di colpa. Al Figlio Gesù toccherà confermare la bontà del Padre nello svolgimento della sua missione.
L’espressione di Gesù rivela un secondo aspetto: il volto trinitario di Dio. La Trinità non è invenzione della Chiesa, ma la manifestazione dell’azione salvifica di Dio per l’uomo. Gesù si professa Figlio Eterno del Padre, al quale costantemente si riferisce; dopo la sua morte in croce invia lo Spirto Santo, Spirito del Padre e del Figlio, Dono di Amore e di Grazia, che rinnova l’uomo. La venuta di Gesù ci fa penetrare nel Mistero di Dio, che si rivela come comunità di tre persone, che partecipano in modi diversi della medesima natura divina. Questo non è indifferente ma decisivo per il nostro destino. Nell’ultima cena Gesù ha insegnato che i suoi discepoli entrano in comunione intima con la Trinità, tanto da formare una cosa sola. Nel contesto trinitario condividiamo la qualifica di “Figli” con Gesù, e come tali siamo amati dal Padre e animati dallo Spirito Santo. Questi rapporti non fanno di noi dei figli di Dio sul piano dell’essere; siamo infatti figli adottivi. Tuttavia, siamo collocati su un piano di uguaglianza nel campo degli affetti: siamo amati dal Padre come Gesù: “Padre, il mondo sappia che tu mi hai mandato e li [uomini] hai amati come hai amato me” [Vangelo di Giovanni, 17,23]. Gesù non è geloso verso di noi figli adottivi, anzi ci ama come il Padre [Giovanni, 15,9: “Come il Padre ha amato me, così io amo voi”]. L’inserimento dell’uomo nella Trinità si completa con il dono dello Spirito Santo, che infonde in noi lo spirito di adozione, che ci spinge a sentirci figli e ad invocare con Gesù il Padre. Lo Spirito genera in noi la nuova identità di figli adottivi del Padre, chiamati a condividere gli stessi sentimenti di Gesù: fiducia assoluta nel Padre, fraternità con Gesù e condivisione del suo amore con gli uomini, diventati fratelli. Per questo Egli ci ha comandato che la nostra preghiera a Dio inizi con la sua stessa invocazione “ABBA”, cioè “PADRE”, perchè come Lui e in Lui ci sentissimo Figli e nello Spirito Santo condividessimo l’unica e medesima Carità della SS. Trinità.

