DOMENICA IV DOPO PASQUA ANNO A
Giovanni, 10,1-10.
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono cosa diceva loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Commento
Il capitolo 10 di Giovanni presenta la ricchezza di significati della similitudine di Gesù Buon Pastore. Gesù si presenta come il pastore che porta le pecore fuori dell’ovile e le conduce al pascolo. Al tempo stesso Egli è la porta, cioè il passaggio sicuro attraverso il quale il vero pastore, a differenza dei ladri, fa uscire e riporta le pecore nell’ovile. Il contesto del discorso è decisivo per la loro comprensione.
Gesù pronuncia il suo discorso al Tempio mentre partecipa alla festa delle Capanne. Essa richiamava il periodo dell’Esodo nel quale il popolo viveva in abitazioni provvisorie, in capanne. La sua guida, cioè il pastore, era Mosè, il quale non sempre godeva della fiducia del popolo. I 40 anni dell’Esodo sono costellati di “mormorazioni” e di spettacolari infrazioni dell’Alleanza con Dio, come la costruzione del vitello d’oro, tanto da spingere Dio a rigettare il tuo popolo, salvato dall’intercessione di Mosè. Ora Gesù, dichiarandosi il Pastore delle pecore si presenta non come un ladro, ma come sicura guida incaricata di far uscire le pecore per portarle a pascoli abbondanti. Il recinto a cui Gesù allude non è solo il recinto dell’ovile, ma è il Tempio di Gerusalemme, perché il termine greco usato da Gesù può indicare tanto un recinto di ovile, quanto l’atrio, cioè l’ampio cortile di ingresso al Tempio. Gesù fa uscire le sue pecore dall’atrio del Tempio per far capire che l’economia di salvezza basata sui sacrifici del Tempio è ormai superata, sostituita da un Tempio, che è la Chiesa di cui Gesù è il fondamento. E’ necessario, perciò, uscire dalla sicurezza (apparente ) dell’ovile [atrio], per trovare nuovi spazi di libertà. Il testo evangelico sottolinea che il Buon Pastore porta fuori tutte le pecore, nessuna esclusa, anzi le spinge, per indicare l’urgenza e la necessità di una scelta. Il brano sottolinea il particolare legame che unisce il pastore alle pecore: esse sono le sue, quindi preoccupato del loro esclusivo bene, non come il mercenario; d’altra parte, le pecore seguono fiduciose perché riconoscono la voce del pastore: si è creata una fiducia totale.
La fiducia non è mai cieca, ma sempre basata su motivi che offrono delle garanzie. Nel caso della fede cristiana essi sono basati sulla certezza di essere suoi, amati da Lui. Questa è la convinzione profonda della nostra fede, che ci toglie dall’anonimato, consapevoli di essere oggetto di un’attenzione che non abbiamo meritato. Noi cerchiamo sempre tali momenti di grazia, che danno fiducia e speranza. Si può dire che noi siamo guidati dagli atti di amore verso di noi, rimanendo stupiti dell’attenzione di chi si prodiga a nostro favore.
Le pecore sono irresistibilmente attratte dal Pastore, perché sanno che non è mercenario e ladro. Gesù, nel prosieguo della presentazione di se stesso come Buon Pastore, completa l’annuncio con un’affermazione paradossale: “Il buon Pastore offre la sua vita per le pecore”. Non esiste amore più grande che dare la vita per le persone amate e Gesù ha fatto esattamente questo. A tanto giunge l’amore di Dio per noi, da suscitare un sentimento di riconoscenza che crea un legame indissolubile con Lui. Solo a questa condizione di sentirci totalmente suoi, germinano la fiducia e la sequela nei suoi confronti. Questo offre una serenità che non viene meno anche nei momenti più bui. La certezza di essere amati ci fa volgere agli uomini con gli occhi di Gesù, per imparare ad amarli come fratelli seguendo il suo esempio.





