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5 Comments

  1. 1

    rosaria

    grazie per averci fatto riflettere

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  2. 2

    Aristide

    RETORICA PATRIOTTARDA

    Questo articolo suona come un controcanto alla retorica patriottica che abbonda strumentalmente nei discorsi di certi politici. Un tempo, a sinistra, tale retorica era definita patriottarda, o anche fascista. Quella alla quale assistiamo oggi, però, non è retorica mussoliniana, semmai è “ciampista”. Ricordo bene le prime avvisaglie, quando solerti giornalisti si compiacevano di mostrarci i bambini, pascolati dalle maestrine, con le bandierine di carta tricolori festosamente agitate al passaggio del presidente Ciampi, il marito della signora Franca, che è la moglie di Ciampi.

    Ricordo anche alcuni timidi tentativi di resistenza, ben presto travolti dall’onda retorica. Per esempio, il m° Muti, si rifiutò d’intonare l’Inno di Mameli all’inaugurazione del Teatro alla Scala, nel 1999, provocando la reazione sdegnata di Ciampi (v. ampio articolo sulla ‘Repubblica’, 28 maggio 2002). Poi però Muti ha mutato parere (il bisticcio è voluto), tanto da diventare – sembra – uno dei principali supporter del contestato inno.

    SOBRIO AMOR PATRIO

    Con questo non affermo che l’amor patrio sia da condannare, ben mi guardo dal sostenere che chiunque manifesti tale sentimento lo faccia strumentalmente, per ragioni di bottega, di tornaconto politico o d’altro genere. Per esempio, merita tutto il nostro rispetto chi sobriamente onora le glorie patrie, improntando la propria vita all’insegnamento e all’esempio dei grandi italiani che sono il nostro orgoglio (Virgilio, Dante, Galilei, Foscolo, per esempio) e – soprattutto – lo fa senza conclamare con sfarzoso strepito il proprio amor patrio, come i farisei che decantavano nel tempio le proprie virtù.

    Ma i politici (e non solo loro) che scoprono l’amor di patria solo adesso che per l’Italia si aggira lo spettro del federalismo, beh, questa non è una cosa seria. Oddio, con questi chiari di luna c’è il pericolo che neanche il federalismo sia una cosa seria. Però se c’è qualcosa che non va nell’ordinamento federale che stentatamente prende l’abbrivio, parliamone, invece di agitare le bandierine. Diciamo che vogliamo l’abolizione delle province, per esempio. Diciamo che vogliamo veder chiaro sul passaggio di attribuzioni, che vogliamo avere garanzia assoluta che non vi siano duplicazioni di funzioni, veti incrociati fra corpi separati della Pubblica amministrazione, gherminelle a favore di burocrati parassiti. Le bandierine, per carità, facciamole agitare ad libitum il 17 marzo, poi basta. L’agitazione delle bandierine non può sostituire un discorso serio e una conseguente azione improntata a criteri di rigore metodologico, senso dello Stato e ferma volontà di conculcare gli abusi burocratici e gli sprechi dei soliti furbi.

    VENTI NEOBORBONICI

    Però in questo articolo (“17 marzo: Bergamo metta da parte…”) tira un’aria neo-borbonica. E così non si va avanti. Come la retorica patriottica (o patriottarda) non può e non deve ottundere un ragionamento serio sul federalismo, così gli aspetti deteriori che hanno accompagnato (e, più ancora, seguito) la formazione dello Stato unitario non ci autorizzano a prescindere da una riflessione sul clima politico e sociale, sul periodo storico, sulle aspirazioni di libertà, sullo scontro di civiltà, oltre che – ovviamente – sugli interessi economici) che sono il necessario quadro di riferimento. Un discorso da far tremare le vene e i polsi, ma che potrebbe qui essere affrontato in modica dose, in pillole.

    BRONTE, SECONDO VERGA

    Mi limito a osservare che un’analisi corretta, a mio modo di vedere, si trova proprio in quel film di Florestano Vancini, citato nell’articolo, “Bronte – Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato”. Dove, per esempio, ha un ruolo di spicco la figura del liberale avv. Lombardo il quale, a capo della rivolta contro i “cappelli” (i nobili latifondisti), vede la situazione sfuggirgli di mano. Dunque il massacro perpetrato da Bixio è precedutoa dalla strage di nobili e innocenti compiuta dalla popolazione di Bronte inferocita. Vancini ci fa vedere, per esempio, quel che è splendidamente descritto in una novella del Verga: s’intitola “Libertà”, ed è leggibile anche in rete. Per esempio, Vancini ci mostra l’episodio del figlio del notaio. Cito dal Verga: «Ma il peggio avvenne appena cadde il figliolo del notaio, un ragazzo di undici anni, biondo come l'oro, non si sa come, travolto nella folla. Suo padre si era rialzato due o tre volte prima di strascinarsi a finire nel mondezzaio, gridandogli: – Neddu! Neddu! – Neddu fuggiva, dal terrore, cogli occhi e la bocca spalancati senza poter gridare. Lo rovesciarono; si rizzò anch'esso su di un ginocchio come suo padre; il torrente gli passò di sopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e glie l'aveva sfracellata; nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazia colle mani. – Non voleva morire, no, come aveva visto ammazzare suo padre; – strappava il cuore! – Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant'anni – e tremava come una foglia. – Un altro gridò: – Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui! – ».

    BRONTE, SECONDO VANCINI

    A chi gli rimproverava il realismo di certe scene, Vancini rispondeva così: «Qualcuno mi ha rimproverato di aver mostrato i contadini brutti, sporchi, cattivi, Bixio bello, elegante, in divisa […] Ma i contadini sono sempre stati […] orrendi, sporchi, affamati […] venivano da secoli di degradazione umana […] erano veramente ridotti a livello di bestie. Anche i carbonai sono sporchi, mica potevano fare la doccia o il bagno! Anzi avrei voluto insistere ancora di più, se avessi avuto una sorta di cinema olfattivo avrei voluto far sentire la puzza. […] La violenza ci fu, in modo pauroso. Si trattava in realtà di una condizione di vita subumana, uno stato di cose in cui le parole come libertà e miseria non hanno più senso; siamo oltre, a livelli inimmaginabili.»

    PARTIGIANI ANTE LITTERAM

    Un’altra volta, se si presenterà l’occasione, parlerò di un piccolo museo in uno splendido paese del meridione, Caggiano (vi è nato il critico d’arte Achille Bonito Oliva, ma loro non ne hanno colpa). Lì ho visto per caso una mostra fotografica sul banditismo. Lì io che pure sono pronipote di un garibaldino (secondo battaglione Bersaglieri volontari di Garibaldi nella campagna del 1866) mi sono vergognato: ma questi sono partigiani! Questo ci siamo detti fra noi. Eravamo due bergamaschi, due veneziani ed io, apolide.

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  3. 3

    Remigio

    Davvero grazie per questo richiamo alla consapevolezza. Dentro ognuno di noi c'è sempre tutto, tutto il bene e tutto il male del mondo. E' semplicemente saggio coltivare ogni giorno quel che c'è di bene, accettando, per poterlo trasformare, quel che c'è di male.

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  4. 4

    agostino

    Italiani ancora uno sforzo, se volete essere repubblicani!

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  5. 5

    angelo frungillo

    quello che avete così chiaramente scritto, con notevole facilità di lettura, è quello che io studio da quando avevo vent'anni, ed ora ne ho cinquanta. Vi ringrazio, e su questo argomento ho un solo desiderio, ma credo che non verrà mai appagato, una puntata sola di Porta a Porta, o di Annozero, o di Ballarò, con gli ospiti veri e seri, a cui sia data facoltà di parlare e di spiegare, ospiti se mi si passa il termine, neoborbonici, e agli altri, se mi si passa il termine, "piemontesi " , un piccolo spazio di pochi minuti collegati da una piazza qualunque, a cui togliere la parola a piacimento.

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