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41 Comments

  1. 1

    angelomario

    Le verità escatologiche sfidano le mode teologiche e vanno ben oltre ogni umana distrazione e superficialità: sarebbe perciò un errore considerarle marginali all'interno dell'annuncio, della predicazione e dell'attività pastorale in genere. Senza dimenticare che, anche sul piano squisitamente culturale, la riproposizione dell'escatologia cristiana costituisce un contributo importantissimo, dal momento che aiuta la filosofia, l'arte, la scienza a non perdere di vista alcuni fondamentali punti fermi. "L'ascensione" a Dio dopo la morte, accompagnati da Gesù e per Sua grazia, è uno di questi, è un punto cardine nel luminoso territorio della speranza cristiana, della quale richiama e riassume le certezze e i motivi essenziali. La Risurrezione di Cristo ha aperto all'uomo le porte del paradiso, ciò che comporta il Suo ritorno, il giudizio, il premio e il castigo eterni, la purificazione delle anime, la visione beatifica, oggi richiamata alla nostra mente proprio dall'Ascensione, cui noi tutti aspiriamo, sia pure nelle modalità di grazia che ci saranno consentite.

    Altra cosa è l'ascesa del monte terreno, come ben distinto da Nosari: esiste ovviamente un rapporto tra le verità escatologiche e la nostra vita terrena, la quale, in ultima analisi, altro non è che un cammino verso la meta ultima rappresentata dall'incontro con la Santissima Trinità, come già segnalato la settimana scorsa. All'interno di tale prospettiva va sottolineato il ruolo decisivo del Mistero Eucaristico, autentica anticipazione della gloria di Dio. Occorre, infatti, osservare che la teologia sulle ultime realtà, fra le quali la nostra "ascensione" al cielo (meglio forse dire: trasporto per grazia), «non vuole essere per nulla una sorta di agenzia di informazioni sul come sarà l'aldilà e offrirci una pittoresca geografia ultraterrena, ma vuole aiutare il credente a prendere coscienza della salvezza presente e futura, e di conseguenza a impegnarsi sin d'ora per ciò che essenziale». E di veramente essenziale c'è soltanto l'eternità: alle ispirate parole del salmista che dice «Sì, è come un ombra l'uomo che passa. Sì, come un soffio che si affanna, accumula e non sa chi raccolga. Ora, che potrei attendere, Signore? È in te la mia speranza», fanno eco quelle appassionate di Sant'Agostino che, nel Commento al Vangelo di san Giovanni, ci ammonisce e ci esorta: «Desideriamo insieme la patria celeste, sospiriamo verso la patria celeste, sentiamoci pellegrini quaggiù».

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  2. 2

    Kamella Scemì

    E' interessante notare come Padre Ermes Ronchi, nel suo commento al Vangelo di giovedì scorso su http://www.Avvenire.it, ponga l'accento sul termine "forza", ciò che aveva fatto Nosari nel divagare dei suoi pensieri intorno al testo evengelico proposto la scorsa settimana.

    Osserva padre Ronchi che il termine «forza» lega insieme, come un filo rosso, le tre letture previste dalla liturgia di questa domenica: «Avrete forza dallo Spirito Santo» (prima lettura); «Possiate cogliere l'efficacia della sua forza» (seconda lettura); «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Vangelo). Forza per vivere – dice il Padre -, energia per andare e ancora andare, potenza per nuove nascite: la mia vita dipende da una fonte che non viene mai meno; la mia esistenza è attraversata da una forza più grande di me, che non si esaurirà mai e che fa la vita più forte delle sue ferite. È il flusso di vita di Cristo, che viene come forza ascensionale verso più luminosa vita, che mi fa crescere a più libertà, a più consapevolezza, a più amore, fonte di nuove nascite per altri. L'Ascensione è una festa difficile: come si può far festa per uno che se ne va? Il Signore non è andato in una zona lontana del cosmo, ma nel profondo, non oltre le nubi ma oltre le forme: se prima era insieme con i discepoli, ora sarà dentro di loro. Sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del tempo. Il mio cristianesimo è la certezza forte e inebriante che in tutti i giorni, in tutte le cose Cristo è presente, forza di ascensione del cosmo. Ascensione non è un percorso cosmico geografico ma è la navigazione spaziale del cuore che ti conduce dalla chiusura in te all'amore che abbraccia l'universo (Benedetto XVI). Gesù lascia sulla terra il quasi niente: un gruppetto di uomini impauriti e confusi, che dubitano ancora, sottolinea Matteo; un piccolo nucleo di donne coraggiose e fedeli. E a loro che dubitano ancora, a noi, alle nostre paure e infedeltà, affida il mondo. Li spinge a pensare in grande, a guardare lontano: il mondo è vostro. Gesù se ne va con un atto di enorme fiducia nell'uomo. Ha fiducia in me, più di quanta ne abbia io stesso. Sa che riuscirò a essere lievito e forse perfino fuoco; a contagiare di Spirito e di nascite chi mi è affidato. Ascensione è la festa del nostro destino – solo il Cristianesimo ha osato collocare un corpo d'uomo nella profondità di Dio (Romano Guardini) – che si intreccia con la nostra missione: «Battezzate e insegnate a vivere ciò che ho comandato». «Battezzare» non significa versare un po' d'acqua sul capo delle persone, ma immergere! Immergete ogni uomo in Dio, fatelo entrare, che si lasci sommergere dentro la vita di Dio, in quella linfa vitale. Insegnate a osservare. Che cosa ha comandato Cristo, se non l'amore? Il suo comando è: immergete l'uomo in Dio e insegnategli ad amare. A lasciarsi amare, prima, e poi a donare amore. Qui è tutto il Vangelo, tutto l'uomo. Fate questo, donando speranza e amorevolezza a tutte le creature, tutti i giorni, in tutti gli incontri.

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  3. 3

    casimiro

    "Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato".

    E' questo il comando applicativo, operativo, che discende dai comandamenti dell'amore dettati da Gesù.

    Ciò, però, richiede esatta e approfondita memoria della Parola di Dio, nonché conoscenza ben formata della stessa, perchè altrimenti si rischiano di diffondere autentiche fesserie. E di battezzare nel nome di quelle stesse fesserie… Tutto ciò deve suonare di richiamo ai sacerdoti, in particolare a quelli che da oggi cominciano a Bergamo la loro missione: oltre agli auguri, anche la responsabilità, come ha loro ben detto il nostro ottimo Vescovo. La diffusione della parola può e deve anche avvenire sul web, come dimostra questo familiare giornale d'opinione, e siccome lì le cose restano scritte "per sempre", è opportuno che si approfondisca lo studio e si alimenti l'entusiasmo per la ricerca della Verità, con libertà e senso di responsabilità. Grazie dalla Polonia, dove, sotto tali aspetti, sono più avanti di noi, perchè può capitarti di affrontare tranquillamente questi argomenti anche al bar, di mattina, con gente comune, senza che sappiano che stai studiando "da prete". E capisci subito che la gente, specie quella più su di età, "sa" quel che si sta dicendo. E rimani interdetto, perché da noi, dopo la prima domanda, il sacerdote può permettersi di dilagare. Qui non è così. Qui la tua fede la devi anche argomentare e far sentire. Sotto il profilo spirituale mi sembrano più avanti di noi.

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  4. 4

    Kamella Scemì

    Grazie alla compagnia quasi-bergamasca che ben conoscete e alla compagnia di bandiera austriaca, ho la fortuna di aver appena visto allontanarsi dalla piazza del Bano Josip Jelačič di Zagreb, a bordo della papamobile, Sua Santità Benedetto XVI. Sono dietro al palco papale, guardandolo di fronte sono a una delle finestre al primo piano a destra, quelle illuminate. Non posso accedere a Bergamo.info direttamente, ma col telefonino+Ipad posso inviare agevolmente e-mail.

    Segnalo innanzitutto quello che il Papa ha detto prima dell'atterraggio a un giornalista croato. Ha detto, trascrivo, che "la maggioranza dei croati pensa sostanzialmente con grande gioia a questo momento in cui si unisce all’Unione Europea, perché è un popolo profondamente europeo. I cardinali, sia Šeper, sia Kuharic, sia Bozanić, mi hanno sempre detto: “Noi non siamo Balcani, ma siamo Mitteleuropa”. Quindi è un popolo che sta nel centro dell’Europa, della sua storia e della sua cultura. In questo senso – penso – è logico, giusto e necessario che entri. Penso anche che il sentimento prevalente sia quello di gioia, di stare dove storicamente e culturalmente la Croazia è stata sempre. Naturalmente si può capire anche un certo scetticismo se un popolo numericamente non grande entra in questa Europa già fatta e già costruita. Si può capire che forse c’è una paura di un burocratismo centralistico troppo forte, di una cultura razionalistica, che non tiene sufficientemente conto della storia e della ricchezza della storia e anche della ricchezza della diversità storica. Mi sembra che proprio questa possa essere anche una missione di questo popolo, che entra adesso: di rinnovare nell’unità la diversità. L’identità europea è un’identità propria nella ricchezza delle diverse culture, che convergono nella fede cristiana, nei grandi valori cristiani. Perché questo sia di nuovo visibile e efficiente, mi sembra sia proprio anche una missione dei croati che entrano adesso di rafforzare, contro un certo razionalismo astratto, la storicità delle nostre culture e la diversità, che è la nostra ricchezza. In questo senso incoraggio i croati: il processo di entrata in Europa è un processo reciproco di dare e di ricevere. Anche la Croazia dà con la sua storia, con la sua capacità umana ed economica, e riceve naturalmente, anche allargando così l’orizzonte e vivendo in questo grande commercio non solo economico, ma soprattutto anche culturale e spirituale".

    Interrupt.

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  5. 5

    Kamella Scemì

    Si è staccato. Riporto il discorso tenuto dal grande Papa Benedetto XVI al Teatro Nazionale Croato di Zagreb agli esponenti della cosiddetta società civile (così faccio contento Aristide), del mondo politico, accademico, culturale e imprenditoriale e al Corpo diplomatico e ai leaders religiosi.

    DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

    Signor Presidente, Signori Cardinali, venerati Fratelli, illustri Signori e Signore, cari fratelli e sorelle!

    Sono molto lieto di entrare nel vivo della mia visita incontrando voi, che rappresentate ambiti qualificati della società croata e il Corpo diplomatico. Il mio saluto cordiale va a ciascuno personalmente e anche alle realtà vitali a cui appartenete: alle comunità religiose, alle istituzioni politiche, scientifiche e culturali, ai settori artistico, economico, sportivo. Ringrazio sentitamente Mons. Puljić e il Prof. Zurak per le cortesi parole che mi hanno rivolto, come pure i musicisti che mi hanno accolto con il linguaggio universale della musica. La dimensione dell’universalità, distintiva dell’arte e della cultura, è particolarmente congeniale al Cristianesimo e alla Chiesa Cattolica. Cristo è pienamente uomo, e tutto ciò che è umano trova in Lui e nella sua Parola pienezza di vita e di significato.

    Questo splendido Teatro è un luogo simbolico, che esprime la vostra identità nazionale e culturale. Potervi incontrare qui, riuniti insieme, è un motivo ulteriore di gioia dello spirito, perché la Chiesa è un mistero di comunione e gioisce sempre della comunione, nella ricchezza delle diversità. La partecipazione dei Rappresentanti delle altre Chiese e Comunità cristiane, come pure delle religioni ebraica e musulmana, contribuisce a ricordare che la religione non è una realtà a parte rispetto alla società: è invece una sua componente connaturale, che costantemente richiama la dimensione verticale, l’ascolto di Dio come condizione per la ricerca del bene comune, della giustizia e della riconciliazione nella verità. La religione mette l’uomo in relazione con Dio, Creatore e Padre di tutti, e deve quindi essere una forza di pace. Le religioni devono sempre purificarsi secondo questa loro vera essenza per corrispondere alla loro genuina missione.

    E qui vorrei introdurre il tema centrale della mia breve riflessione: quello della coscienza. Esso è trasversale rispetto ai differenti campi che vi vedono impegnati ed è fondamentale per una società libera e giusta, sia a livello nazionale che sovranazionale. Penso, naturalmente all’Europa, di cui la Croazia è da sempre parte sul piano storico-culturale, mentre sta per entrarvi su quello politico-istituzionale. Ebbene, le grandi conquiste dell’età moderna, cioè il riconoscimento e la garanzia della libertà di coscienza, dei diritti umani, della libertà della scienza e, quindi, di una società libera, sono da confermare e da sviluppare mantenendo però aperte la razionalità e la libertà al loro fondamento trascendente, per evitare che tali conquiste si auto-cancellino, come purtroppo dobbiamo constatare in non pochi casi. La qualità della vita sociale e civile, la qualità della democrazia dipendono in buona parte da questo punto “critico” che è la coscienza, da come la si intende e da quanto si investe sulla sua formazione. Se la coscienza, secondo il prevalente pensiero moderno, viene ridotta all’ambito del soggettivo, in cui si relegano la religione e la morale, la crisi dell’occidente non ha rimedio e l’Europa è destinata all’involuzione. Se invece la coscienza viene riscoperta quale luogo dell’ascolto della verità e del bene, luogo della responsabilità davanti a Dio e ai fratelli in umanità – che è la forza contro ogni dittatura – allora c’è speranza per il futuro.

    Sono grato al Prof. Zurak perché ha ricordato le radici cristiane di numerose istituzioni culturali e scientifiche di questo Paese, come del resto è avvenuto in tutto il continente europeo. Ricordare queste origini è necessario, anche per la verità storica, ed è importante saper leggere in profondità tali radici, perché possano animare anche l’oggi. Decisivo, cioè, è cogliere il dinamismo che sta dentro l’avvenimento – per esempio – della nascita di un’università, o di un movimento artistico, o di un ospedale. Occorre comprendere il perché e il come ciò sia avvenuto, per valorizzare nell’oggi tale dinamismo, che è una realtà spirituale che diventa culturale e quindi sociale. Alla base di tutto ci sono uomini e donne, ci sono delle persone, delle coscienze, mosse dalla forza della verità e del bene. Ne sono stati citati alcuni, tra i figli illustri di questa terra.

    Vorrei soffermarmi su Padre Ruđer Josip Bošković, gesuita, che nacque a Dubrovnik trecento anni or sono, il 18 maggio 1711. Egli impersona molto bene il felice connubio tra la fede e la scienza, che si stimolano a vicenda per una ricerca al tempo stesso aperta, diversificata e capace di sintesi. La sua opera maggiore, la Theoria philosophiae naturalis, pubblicata a Vienna e poi a Venezia a metà del Settecento, porta un sottotitolo molto significativo: redacta ad unicam legem virium in natura existentium, cioè “secondo l’unica legge delle forze esistenti in natura”. In Bošković c’è l’analisi, c’è lo studio di molteplici rami del sapere, ma c’è anche la passione per l’unità. E questo è tipico della cultura cattolica. Per questo è segno di speranza la fondazione di un’Università Cattolica in Croazia. Auspico che essa contribuisca a fare unità tra i diversi ambiti della cultura contemporanea, i valori e l’identità del vostro Popolo, dando continuità al fecondo apporto ecclesiale alla storia della nobile Nazione croata. Ritornando a Padre Bošković, gli esperti dicono che la sua teoria della “continuità”, valida sia nelle scienze naturali sia nella geometria, si accorda in modo eccellente con alcune delle grandi scoperte della fisica contemporanea. Che dire? Rendiamo omaggio all’illustre Croato, ma anche all’autentico Gesuita; rendiamo omaggio al cultore della verità che sa bene quanto essa lo superi, ma che sa anche, alla luce della verità, impegnare fino in fondo le risorse della ragione che Dio stesso gli ha dato.

    Oltre all’omaggio, però, occorre far tesoro del metodo, dell’apertura mentale di questi grandi uomini. Ritorniamo dunque alla coscienza come chiave di volta per l’elaborazione culturale e per la costruzione del bene comune. È nella formazione delle coscienze che la Chiesa offre alla società il suo contributo più proprio e prezioso. Un contributo che comincia nella famiglia e che trova un importante rinforzo nella parrocchia, dove i bambini e i ragazzi, e poi i giovani imparano ad approfondire le Sacre Scritture, che sono il “grande codice” della cultura europea; e al tempo stesso imparano il senso della comunità fondata sul dono, non sull’interesse economico o sull’ideologia, ma sull’amore, che è “la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera” (Caritas in veritate, 1). Questa logica della gratuità, appresa nell’infanzia e nell’adolescenza, si vive poi in ogni ambito, nel gioco e nello sport, nelle relazioni interpersonali, nell’arte, nel servizio volontario ai poveri e ai sofferenti, e una volta assimilata la si può declinare nei più complessi ambiti della politica e dell’economia, collaborando per una polis che sia accogliente e ospitale e al tempo stesso non vuota, non falsamente neutra, ma ricca di contenuti umani, con un forte spessore etico. È qui che i Christifideles laici sono chiamati a spendere generosamente la loro formazione, guidati dai principi della Dottrina sociale della Chiesa, per una autentica laicità, per la giustizia sociale, per la difesa della vita e della famiglia, per la libertà religiosa e di educazione.

    Illustri amici, la vostra presenza e la tradizione culturale croata mi hanno suggerito queste brevi riflessioni. Ve le lascio quale segno della mia stima e soprattutto della volontà della Chiesa di camminare con la luce del Vangelo in mezzo a questo popolo. Vi ringrazio per la vostra attenzione e di cuore benedico tutti voi, i vostri cari e le vostre attività.

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    A bocce quasi ferme, quando cioè Sua Santità è già rientrato (da poco) a Roma, osservo che il Suo primo saluto è consistito in un messaggio di speranza, di incoraggia­mento, per la nazione di antica fede cri­stiana, e per il suo prossimo ingresso nel­l’Unione Europea. Il Papa l’ha sviluppato, nello spirito del suo magistero, a livello antropologico e universale, e a livello stori­co e culturale che coinvolge le nazioni che si costituiscono attorno a valori comuni, formando un’identità che progredisce e fa progredire. Così ha osservato il prof. Carlo Cardia su http://www.Avvenire.it . Il Pontefice ha ringraziato i musicisti che l’hanno accolto «con il lin­guaggio universale della musica», perché la dimensione dell’universalità è conge­niale al cristianesimo, Cristo parla agli uo­mini di tutto il mondo, e tutto ciò che è u­mano trova nella sua parola pienezza di vita e di significato. Ed ha proposto il gran­de tema di oggi, quello della coscienza, la cui crescita è alla base del progresso spi­rituale e civile dell’umanità, è fondamen­to di una «società libera e giusta, sia a li­vello nazionale e internazionale».

    La coscienza libera e ricca di valori dà u­nità al sapere umano e collega scienza e fe­de, come testimonia l’opera del grande u­manista e gesuita croato del ’700 Ruder Josip Boškovic, ma oggi corre il rischio di essere abbandonata al soggettivismo as­soluto, per il quale ciascuno interpreta co­me meglio crede i bisogni propri e quelli degli altri, fa ciò che vuole di se stesso e de­gli altri. Se in passato si fosse agito su que­sta base, non sarebbero maturate le con­quiste dell’età moderna, «il riconosci­mento e la garanzia della libertà di co­scienza, dei diritti umani, della libertà del­la scienza, e di una società libera». Esse si sono sviluppate dentro una coscienza vol­ta al bene, attratta dai principi etici, dal­l’amore da donare e non solo da ricevere, che agisce in base al 'grande codice' dell’umanità costituito dalle Sacre Scritture (vedi numerosi commenti ai brani evngelici settimanali – n.d.r.). Se la diversità tra bene e male si perde, se il Sinai è cancellato, l’uomo cade in un vuo­to che annienta, in un dolore che non si colma, perché si afferma l’indifferenza al dolore altrui.

    L’Europa e le sue nazioni si sono costrui­te quando nelle sue terre si è radicata la legge che vale per tutti gli uomini, che par­la dell’amore come «la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni per­sona e dell’umanità intera». La coscienza di ciascuno di noi assimila il significato del dono gratuito per gli altri «nell’infanzia e nell’adolescenza», può viverlo «nel gioco e nello sport, nelle relazioni interperso­nali, nell’arte, nel servizio volontario ai po­veri e ai sofferenti» e può declinarlo negli ambiti della politica e dell’economia, per una polis che sia accogliente e ospitale, non vuota, non neutra, ma ricca di conte­nuti umani, e di forte spessore etico.

    Questo messaggio universale del Papa si è unito ai riconoscimenti per la Croazia, il suo legame con la Chiesa, le sue preoccu­pazioni per l’ingresso in una Europa che resta la casa comune, è meta di tutte le na­zioni del continente, ma deve tutelare l’i­dentità di ciascuno e le radici cristiane che sono parte essenziale della loro crescita nei secoli.

    Benedetto XVI ha affrontato questo tema nel saluto iniziale ai rappresentanti della società civile, e nel colloquio che ha avu­to in aereo con i giornalisti. Non bisogna avere paura del nuovo, e la Croazia atten­de con gioia l’appuntamento con le altre nazioni europee, ma è giusto registrare un’inquietudine che si va diffondendo con qualche ragione. L’Europa può tradire le attese dei popoli se li accoglie in un oriz­zonte razionalista ed economicista che guarda ai suoi membri nella loro morfo­logia numerica, territoriale, produttiva, mentre deve sentirli per ciò che sono, co­munità unite da tradizioni, culture, senti­menti, che costituiscono patrimonio pre­zioso per tutti. In questo modo il messaggio di Benedetto XVI è diretto alla Croazia e insieme all’Europa. Alla Croazia ricorda la sua fede, coltivata con gioia e nel «cuo­re, dove il soprannaturale diventa natura­le e il naturale è illuminato dal sopranna­turale», ed evoca la grande figura del bea­to cardinale Stepinac che ha combattuto contro due regimi, hitleriano e comuni­sta, che negavano entrambi l’umanesimo e le leggi di Dio. All’Europa dice che l’u­nione del continente non deve essere fat­ta in modo freddo e burocratico, ma inve­stendo sul tesoro di cultura, di spiritua­lità, di dedizione agli altri, che viene dalle radici dei suoi popoli.

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  6. 6

    Kamella Scemì

    Da ultimo, qui sulla piazza, ho asoltato direttamente il discorso ai giovani. Eccolo, fornitomi in word dall'amico giornalista che ho di fronte (Ivan):

    Cari giovani!

    Vi saluto tutti con grande affetto! Sono particolarmente contento di essere con voi, in questa piazza storica che rappresenta il cuore della città di Zagabria. Un luogo di incontri e di comunicazione, dove spesso dominano il rumore e il movimento della vita quotidiana. Ora, la vostra presenza la trasforma quasi in un “tempio”, la cui volta è il cielo stesso, che questa sera sembra come chinarsi su di noi. Nel silenzio vogliamo accogliere la Parola di Dio che è stata proclamata, perché illumini le nostre menti e riscaldi i nostri cuori.

    Ringrazio vivamente Mons. Srakić, il Presidente della Conferenza Episcopale, per le parole con cui ha introdotto il nostro incontro; e in modo particolare saluto e ringrazio i due giovani, che ci hanno offerto le loro belle testimonianze. L’esperienza vissuta da Daniel ricorda quella di sant’Agostino: è l’esperienza del cercare l’amore “fuori” e poi scoprire che è più vicino a me di me stesso, mi “tocca” nel profondo e mi purifica… Mateja invece ci ha parlato della bellezza della comunità, che apre il cuore, la mente e il carattere… Grazie a tutti e due!

    San Paolo – nella Lettura che è stata proclamata – ci ha invitato ad essere “sempre lieti nel Signore” (Fil 4,4). E’ una parola che fa vibrare l’anima, se consideriamo che l’Apostolo delle genti scrive questa Lettera ai cristiani di Filippi mentre si trova in carcere, in attesa di essere giudicato. Egli è incatenato, ma l’annuncio e la testimonianza del Vangelo non possono essere imprigionati. L’esperienza di san Paolo rivela come sia possibile, nel nostro cammino, custodire la gioia anche nei momenti oscuri. A quale gioia egli fa riferimento? Tutti sappiamo che nel cuore di ognuno dimora un forte desiderio di felicità. Ogni azione, ogni scelta, ogni intenzione porta celata in sé questa intima e naturale esigenza. Ma molto spesso ci si accorge di aver riposto la fiducia in realtà che non appagano quel desiderio, anzi, rivelano tutta la loro precarietà. Ed è in questi momenti che si sperimenta il bisogno di qualcosa che vada “oltre”, che doni senso al vivere quotidiano.

    Cari amici, la vostra giovinezza è un tempo che il Signore vi dona per poter scoprire il significato dell’esistenza! È il tempo dei grandi orizzonti, dei sentimenti vissuti con intensità, ma anche delle paure per le scelte impegnative e durature, delle difficoltà nello studio e nel lavoro, degli interrogativi intorno al mistero del dolore e della sofferenza. Ancora di più, questo tempo stupendo della vostra vita porta in sé un anelito profondo, che non annulla tutto il resto ma lo eleva per dargli pienezza. Nel Vangelo di Giovanni Gesù, rivolgendosi ai suoi primi discepoli, chiede: “Che cosa cercate?” (Gv 1,38). Cari giovani, queste parole, questa domanda attraversa il tempo e lo spazio, interpella ogni uomo e ogni donna che si apre alla vita e cerca la strada giusta… Ed ecco la cosa sorprendente: la voce di Cristo ripete anche a voi: “Che cosa cercate?”. Gesù vi parla oggi: mediante il Vangelo e lo Spirito Santo, Egli è vostro contemporaneo. È Lui che cerca voi, prima ancora che voi lo cerchiate! Rispettando pienamente la vostra libertà, Egli si avvicina a ciascuno di voi e si propone come la risposta autentica e decisiva a quell’anelito che abita il vostro essere, al desiderio di una vita che valga la pena di essere vissuta. Lasciate che vi prenda per mano! Lasciate che entri sempre di più come amico e compagno del vostro cammino! DateGli fiducia, non vi deluderà mai! Gesù vi fa conoscere da vicino l’amore di Dio Padre, vi fa comprendere che la vostra felicità si realizza nell’amicizia con Lui, nella comunione con Lui, perché siamo stati creati e salvati per amore, e solo nell’amore, quello che vuole e cerca il bene dell’altro, sperimentiamo veramente il significato della vita e siamo contenti di viverla, anche nelle fatiche, nelle prove, nelle delusioni, anche andando controcorrente.

    Cari giovani, radicati in Cristo, potrete vivere in pienezza quello che siete. Come sapete, su questo tema ho impostato il mio Messaggio per la prossima Giornata Mondiale della Gioventù, che ci vedrà riuniti in agosto a Madrid e verso la quale siamo in cammino. Sono partito da un’incisiva espressione di san Paolo: “Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede” (Col 2,7). Crescendo nell’amicizia con il Signore, attraverso la sua Parola, l’Eucaristia e l’appartenenza alla Chiesa, con l’aiuto dei vostri sacerdoti, potrete testimoniare a tutti la gioia di aver incontrato Colui che sempre vi accompagna e vi chiama a vivere nella fiducia e nella speranza. Il Signore Gesù non è un Maestro che illude i suoi discepoli: Egli dice chiaramente che il cammino con Lui richiede l’impegno e il sacrificio personale, ma ne vale la pena! Cari giovani amici, non lasciatevi disorientare da promesse allettanti di facili successi, da stili di vita che privilegiano l’apparire a scapito dell’interiorità. Non cedete alla tentazione di riporre fiducia assoluta nell’avere, nelle cose materiali, rinunciando a scorgere la verità che va oltre, come una stella alta nel cielo, dove Cristo vuole condurvi. Lasciatevi guidare alle altezze di Dio! Nella stagione della vostra giovinezza, vi sostiene la testimonianza di tanti discepoli del Signore che hanno vissuto il loro tempo portando nel cuore la novità del Vangelo. Pensate a Francesco e Chiara d’Assisi, a Rosa di Viterbo, a Teresa di Gesù Bambino, a Domenico Savio.

    Quanti giovani santi e sante nella grande compagnia della Chiesa! Ma qui, in Croazia, io e voi pensiamo al Beato Ivan Merz. Un giovane brillante, inserito a pieno titolo nella vita sociale, che dopo la morte della giovane Greta, il suo primo amore, intraprende il cammino universitario. Durante gli anni della prima guerra mondiale si trova di fronte alla distruzione e alla morte, ma tutto ciò lo plasma e lo forgia, facendogli superare momenti di crisi e di lotta spirituale. La fede di Ivan si rafforza al punto che si dedica allo studio della Liturgia ed inizia un intenso apostolato tra i giovani stessi. Egli scopre la bellezza della fede cattolica e capisce che la vocazione della sua vita è vivere e far vivere l’amicizia con Cristo. Di quanti gesti di carità, di bontà che stupiscono e commuovono è pieno il suo cammino! Muore il 10 maggio 1928, a soli trentadue anni, dopo alcuni mesi di malattia, offrendo la sua vita per la Chiesa e per i giovani.

    Questa giovane esistenza, donata per amore, porta il profumo di Cristo, ed è per tutti un invito a non temere di affidare se stessi al Signore, così come contempliamo, in modo particolare nella Vergine Maria, la Madre della Chiesa, qui venerata e amata con il titolo di “Madre di Dio della Porta di Pietra”. Questa sera, a Lei voglio affidare ciascuno di voi, perché vi accompagni con la sua protezione e soprattutto vi aiuti ad incontrare il Signore e in Lui trovare il significato pieno della vostra esistenza. Maria non ha temuto di donare tutta se stessa al progetto di Dio; in Lei noi vediamo a quale meta siamo chiamati: la piena comunione con il Signore.

    Tutta la nostra vita è un cammino verso l’Unità e Trinità d’Amore che è Dio; possiamo vivere nella certezza di non essere mai abbandonati. Cari giovani croati, vi abbraccio tutti come figli! Vi porto nel cuore e vi lascio la mia Benedizione. “Siate sempre lieti nel Signore”! La sua gioia, la gioia del vero amore, sia la vostra forza. Amen. Siano lodati Gesù e Maria!

    Interrupt

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  7. 7

    Kamella Scemì

    Si è staccato. Riprendo.

    Quello che più mi ha impressionato, tuttavia, è stato il raccoglimento e il silenzio che è sceso sulla piazza al momento dell'adorazione del Santissimo e della Benedizione. Un silenzio irreale, raccolto, iniziato al momento della processione d'ingresso e mantenutosi per una quarantina di minuti, che ha trasformato per la prima volta nella storia croata la piazza principale di Zagreb in un luogo di culto. I canti sommessi, la concentrazione, l'emozione generale sono stati uno spettacolo incomparabile e coinvolgente. Il giornalista ateo che ho di fronte aveva i lagrimoni agli occhi. L'amatissimo Papa Benedetto XVI ha benedetto sì la piazza, ma nell'intensità dei sentimenti e interpretando le parole già da Lui pronunciate in precedenza, ha benedetto Zagreb, la Croazia e, soprattutto, l'intera Europa, il vecchio continente, nella prosecuzione della cui missione culturale e di civiltà Egli crede e spera. Con l'amore che traspare dalle Sue parole. Sentiremo domani, alla S. Messa di Ascensione. Che indichi la via del monte santo anche all'Europa? Penso di sì. Kamelia Tszemì.

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  8. 8

    tommaso

    Più degli orecchi gli occhi testimoniano.

    Reply
  9. 9

    Bergamo.info

    Devo raggruppare in unica e-mail per troppo traffico. Adesso ho raggruppato. Vediamo se anche questa è troppo pesante. Avvertimi se non arriva. Kamella.

    Sono all'ippodromo: parecchie decine di migliaia di persone (non saprei dire, ma certamente intorno alle trecentomila unità), e altre ne stanno arrivando dal ponte sul canale della Sava. Tante giovani famiglie, tante carrozzine. Continuano ad arrivare, anche nell'imminenza della celebrazione. Incredibile! Una fiumana. Sole, ma non caldissimo. B. mi passerà in anticipo il testo dell'omelia per poterlo scannerizzare e trasmettere appena finitane la lettura da parte di Sua Santità. No, mi dice che devo attendere la fine della S. Messa.

    Dopo i discorsi in croato dei presuli locali, comincia la celebrazione della S. Messa col Confiteor. Partecipazione raccolta e vivissima di tutta la folla, e grande solennità, pur nella relativa semplicità delle musiche e dei canti.

    Comincia l'Omelia di Sua Santità, in italiano, come tutti gli altri interventi. Il silenzio è indice di intensa attenzione, è un silenzio impressionante impressionante, un silenzio che parla, che dice la speranza che viene riposta dai Croati nel Papa, in un momento di difficoltà grandissima per loro (e non solo per loro). Speranza che non sta evidentemente nelle ciance dei politicanti. Non si sente volare una mosca.

    Le preghiere successive all'omelia vengono recitate dalla folla in modo ordinato e scandito: da imparare da parte delle nostre comunità. I lettori indossano con orgogliosa naturalezza gli abiti tradizionali, quelli della festa, tipici della Mitteleuropa. Così anche molti dei fedeli mentre soltanto alcuni, pochi, degli offerenti.

    Ora il momento più solenne, reale e misterioso insieme. Partecipo anch'io. Riprenderò dopo la recita del Pater noster.

    Precisione e ordine nella partecipazione al rito: e poi qualche imbecille dice che i croati somigliano agli zingari! Non distinguendoli dai popoli balcanici. Non c'è nulla del folklore e della vivacità esplosiva gitana in questa cerimonia. Sembra quasi di essere in Wien! Persin impressionante la stessa compassatezza generale, che è compostezza forse un po' eccessiva, molto formale.

    Dopo la Comunione, frequentatissima e distribuita da numerosissimi sacerdoti, in perfetto e organizzatissimo ordine, un momento di silenzio e meditazione: il Papa sembra serio e perplesso. Forse è soltanto una mia sensazione.

    Poi un lungo discorso, molto nazional-religioso, da parte del vescovo Jùpan: mi lascia un po' perplessa. Anch'io sono rimasta perplessa. E, forse, pure la serietà e ieraticità del Papa non è sconnessa da queste parole, rivelatrici comunque di un clima. Da approfondire. Mi dicono che adesso si può inviare il testo dell'omelia:

    OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

    Cari fratelli e sorelle!

    in questa Santa Messa che ho la gioia di presiedere, concelebrando con numerosi Fratelli nell’episcopato e con un gran numero di sacerdoti, ringrazio il Signore per tutte le amate famiglie qui riunite, e per tante altre che sono collegate con noi attraverso la radio e la televisione. Un particolare ringraziamento al Cardinale Josip Bozanić, Arcivescovo di Zagabria, per le sentite parole all’inizio della Santa Messa. A tutti rivolgo il mio saluto ed esprimo il mio grande affetto con un abbraccio di pace!

    Abbiamo da poco celebrato l’Ascensione del Signore e ci prepariamo a ricevere il grande dono dello Spirito Santo. Nella prima lettura, abbiamo visto come la comunità apostolica era riunita in preghiera nel Cenacolo con Maria, la madre di Gesù (cfr At 1,12-14). E’ questo un ritratto della Chiesa che affonda le sue radici nell’evento pasquale: il Cenacolo, infatti, è il luogo in cui Gesù istituì l’Eucaristia e il Sacerdozio, nell’Ultima Cena, e dove, risorto dai morti, effuse lo Spirito Santo sugli Apostoli la sera di Pasqua (cfr Gv 20,19-23). Ai suoi discepoli, il Signore aveva ordinato di “non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre” (At 1,4); aveva chiesto, cioè, che restassero insieme per prepararsi a ricevere il dono dello Spirito Santo. Ed essi si riunirono in preghiera con Maria nel Cenacolo in attesa dell’evento promesso (cfr At 1,14). Restare insieme fu la condizione posta da Gesù per accogliere la venuta del Paraclito, e la prolungata preghiera fu il presupposto della loro concordia. Troviamo qui una formidabile lezione per ogni comunità cristiana. Talora si pensa che l’efficacia missionaria dipenda principalmente da un’attenta programmazione e dalla sua intelligente messa in opera mediante un impegno concreto. Certo, il Signore chiede la nostra collaborazione, ma prima di qualsiasi nostra risposta è necessaria la sua iniziativa: è il suo Spirito il vero protagonista della Chiesa, da invocare e accogliere.

    Nel Vangelo, abbiamo ascoltato la prima parte della cosiddetta “preghiera sacerdotale” di Gesù (cfr Gv 17,1-11a) – a conclusione dei discorsi di addio – piena di confidenza, di dolcezza e di amore. Viene chiamata “preghiera sacerdotale”, perché in essa Gesù si presenta in atteggiamento di sacerdote che intercede per i suoi, nel momento in cui sta per lasciare questo mondo. Il brano è dominato dal duplice tema dell’ora e della gloria. Si tratta dell’ora della morte (cfr Gv 2,4; 7,30; 8,20), l’ora nella quale il Cristo deve passare da questo mondo al Padre (13,1). Ma essa è, allo stesso tempo, anche l’ora della sua glorificazione che si compie attraverso la croce, chiamata dall’evangelista Giovanni “esaltazione”, cioè innalzamento, elevazione alla gloria: l’ora della morte di Gesù, l’ora dell’amore supremo, è l’ora della sua gloria più alta. Anche per la Chiesa, per ogni cristiano, la gloria più alta è quella Croce, è vivere la carità, dono totale a Dio e agli altri.

    Cari fratelli e sorelle! Ho accolto molto volentieri l’invito rivoltomi dai Vescovi della Croazia a visitare questo Paese in occasione del primo Incontro Nazionale delle Famiglie Cattoliche Croate. Desidero esprimere il mio vivo apprezzamento per l’attenzione e l’impegno verso la famiglia, non solo perché questa fondamentale realtà umana oggi, nel vostro Paese come altrove, deve affrontare difficoltà e minacce, e quindi ha particolare bisogno di essere evangelizzata e sostenuta, ma anche perché le famiglie cristiane sono una risorsa decisiva per l’educazione alla fede, per l’edificazione della Chiesa come comunione e per la sua presenza missionaria nelle più diverse situazioni di vita. Conosco la generosità e la dedizione con cui voi, cari Pastori, servite il Signore e la Chiesa. Il vostro lavoro quotidiano per la formazione alla fede delle nuove generazioni, come anche per la preparazione al matrimonio e per l’accompagnamento delle famiglie, è la strada fondamentale per rigenerare sempre di nuovo la Chiesa e anche per vivificare il tessuto sociale del Paese. Continuate con disponibilità questo vostro prezioso impegno pastorale!

    È ben noto a ciascuno come la famiglia cristiana sia segno speciale della presenza e dell’amore di Cristo e come essa sia chiamata a dare un contributo specifico ed insostituibile all’evangelizzazione. Il beato Giovanni Paolo II, che per ben tre volte visitò questo nobile Paese, affermava che “la famiglia cristiana è chiamata a prendere parte viva e responsabile alla missione della Chiesa in modo proprio e originale, ponendo cioè al servizio della Chiesa e della società se stessa nel suo essere ed agire, in quanto intima comunità di vita e d’amore” (Familiaris consortio, 50). La famiglia cristiana è sempre stata la prima via di trasmissione della fede e anche oggi conserva grandi possibilità per l’evangelizzazione in molteplici ambiti.

    Cari genitori, impegnatevi sempre ad insegnare ai vostri figli a pregare, e pregate con essi; avvicinateli ai Sacramenti, specie all’Eucaristia – quest’anno celebrate i 600 anni del “miracolo eucaristico di Ludbreg”; introduceteli nella vita della Chiesa; nell’intimità domestica non abbiate paura di leggere la Sacra Scrittura, illuminando la vita familiare con la luce della fede e lodando Dio come Padre. Siate quasi un piccolo cenacolo, come quello di Maria e dei discepoli, in cui si vive l’unità, la comunione, la preghiera!

    Oggi, grazie a Dio, molte famiglie cristiane acquistano sempre più la consapevolezza della loro vocazione missionaria, e si impegnano seriamente nella testimonianza a Cristo Signore. Il beato Giovanni Paolo II ebbe a dire: “Un’autentica famiglia, fondata sul matrimonio, è in se stessa una buona notizia per il mondo”. E aggiunse: “Nel nostro tempo sono sempre più numerose le famiglie che collaborano attivamente all’evangelizzazione… È maturata nella Chiesa l’ora della famiglia, che è anche l’ora della famiglia missionaria” (Angelus, 21 ottobre 2001).

    Nella società odierna è più che mai necessaria e urgente la presenza di famiglie cristiane esemplari. Purtroppo dobbiamo constatare, specialmente in Europa, il diffondersi di una secolarizzazione che porta all’emarginazione di Dio dalla vita e ad una crescente disgregazione della famiglia. Si assolutizza una libertà senza impegno per la verità, e si coltiva come ideale il benessere individuale attraverso il consumo di beni materiali ed esperienze effimere, trascurando la qualità delle relazioni con le persone e i valori umani più profondi; si riduce l’amore a emozione sentimentale e a soddisfazione di pulsioni istintive, senza impegnarsi a costruire legami duraturi di appartenenza reciproca e senza apertura alla vita. Siamo chiamati a contrastare tale mentalità! Accanto alla parola della Chiesa, è molto importante la testimonianza e l’impegno delle famiglie cristiane, la vostra testimonianza concreta, specie per affermare l’intangibilità della vita umana dal concepimento fino al suo termine naturale, il valore unico e insostituibile della famiglia fondata sul matrimonio e la necessità di provvedimenti legislativi che sostengano le famiglie nel compito di generare ed educare i figli.

    Care famiglie, siate coraggiose! Non cedete a quella mentalità secolarizzata che propone la convivenza come preparatoria, o addirittura sostitutiva del matrimonio! Mostrate con la vostra testimonianza di vita che è possibile amare, come Cristo, senza riserve, che non bisogna aver timore di impegnarsi per un’altra persona! Care famiglie, gioite per la paternità e la maternità! L’apertura alla vita è segno di apertura al futuro, di fiducia nel futuro, così come il rispetto della morale naturale libera la persona, anziché mortificarla! Il bene della famiglia è anche il bene della Chiesa. Vorrei ribadire quanto ho affermato in passato: “L’edificazione di ogni singola famiglia cristiana si colloca nel contesto della più grande famiglia della Chiesa, che la sostiene e la porta con sé … E reciprocamente, la Chiesa viene edificata dalle famiglie, piccole chiese domestiche” (Discorso di apertura del Convegno ecclesiale diocesano di Roma, 6 giugno 2005: Insegnamenti di Benedetto XVI, I, 2005, p. 205). Preghiamo il Signore affinché le famiglie siano sempre più piccole Chiese e le comunità ecclesiali siano sempre più famiglia!

    Care famiglie croate, vivendo la comunione di fede e di carità, siate testimoni in modo sempre più trasparente della promessa che il Signore asceso al cielo fa a ciascuno di noi: “…io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Cari cristiani croati, sentitevi chiamati ad evangelizzare con tutta la vostra vita; sentite con forza la parola del Signore: “Andate e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19). La Vergine Maria, Regina dei croati, accompagni sempre questo vostro cammino. Amen! Siano lodati Gesù e Maria!

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  10. 10

    tommaso

    Gusci.

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  11. 11

    Bergamo.info

    E' arrivato tutto adesso? Ora provo a fare l'invio a nome mio, come ieri sera. Kamella

    Mentre il Papa sta ancora intrattenendosi nell'ippodromo di Zagreb (fra poco sarà vicino a me), preparo tutto per correre a Pleso, altrimenti devo anticipare le mie vacanze, qui in Croazia e non a Miramare.

    Invio il testo del Regina Caeli, che non ho potuto ascoltare con la dovuta attenzione. Lo leggerò meglio fra poco. Nel tardo pomeriggio mi collegherò a Bergamo.info, e vedrò se ci sono novità. Cercherò di reperire anche gli altri discorsi della giornata croata del Papa, e propoverli, se in argomento.

    Mi dicono di aspettare a spedire, perché potrebbe essere cambiato qualcosa rispetto al testo originariamente predisposto.

    Intanto vado a salutare un po' più da vicino Sua Santità. A dopo.

    E' sempre molto emozionante.

    BENEDETTO XVI: REGINA CÆLI

    Cari fratelli e sorelle!

    prima di concludere questa solenne celebrazione, desidero ringraziarvi per la vostra intensa e devota partecipazione, con la quale avete voluto esprimere anche il vostro amore per la famiglia e il vostro impegno in favore di essa – come ha ricordato poc’anzi Mons. Župan, che pure ringrazio di cuore. Oggi io sono qui per confermarvi nella fede; è questo il dono che vi porto: la fede di Pietro, la fede della Chiesa! Ma, al tempo stesso, voi donate a me questa stessa fede, arricchita dalla vostra esperienza, dalle gioie e dalle sofferenze. In particolare, voi mi donate la vostra fede vissuta in famiglia, perché io la conservi nel patrimonio di tutta la Chiesa.

    Io so che voi trovate grande forza in Maria, Madre di Cristo e Madre nostra. Perciò, in questo momento ci rivolgiamo a lei, spiritualmente rivolti al suo Santuario di Marija Bistrica, e le affidiamo tutte le famiglie croate: i genitori, i figli, i nonni; il cammino dei coniugi, l’impegno educativo, il lavoro professionale e casalingo. E invochiamo la sua intercessione perché le pubbliche istituzioni sostengano sempre la famiglia, cellula dell’organismo sociale. Cari fratelli e sorelle, proprio tra un anno, celebreremo il VII Incontro Mondiale delle Famiglie, a Milano. Affidiamo a Maria la preparazione di questo importante evento ecclesiale.

    [spagnolo]

    En este momento, nos unimos en la oración también con todos aquellos que, en la Catedral de Burgo de Osma, en España, celebran la beatificación de Juan de Palafox y Mendoza, luminosa figura de obispo del siglo diecisiete en México y España; fue un hombre de vasta cultura y profunda espiritualidad, gran reformador, Pastor incansable y defensor de los indios. El Señor conceda numerosos y santos pastores a su Iglesia como el beato Juan.

    [In questo momento ci uniamo nella preghiera anche con tutti coloro che, nella Cattedrale di Burgo de Osma, in Spagna, celebrano la beatificazione di Giovanni de Palafox y Mendoza, luminosa figura di vescovo del XVII secolo in Messico e Spagna; fu uomo di vasta cultura e profonda spiritualità, grande riformatore, Pastore instancabile, difensore degli indios. Il Signore conceda numerosi e santi Pastori alla sua Chiesa come il beato Giovanni.]

    [sloveno]

    Z veseljem pozdravljam slovenske vernike. Hvala za vašo navzočnost. Bog vas blagoslovi!

    [Saluto con affetto i fedeli di lingua slovena. Vi ringrazio per la vostra presenza. Il Signore vi benedica!]

    [serbo]

    Поздрављам вернике српског језика. Хвала на вашој присутности. Бог вас благословио!

    [Saluto con affetto i fedeli di lingua serba. Vi ringrazio per la vostra presenza. Il Signore vi benedica!]

    [macedone]

    Ги поздравувам со љубов верниците од македонски јазик. Ви благодарам за вашето присуство. Господ да ве благослови!

    [Saluto con affetto i fedeli di lingua macedone. Vi ringrazio per la vostra presenza. Il Signore vi benedica!]

    [ungherese]

    Szeretettel köszöntöm a magyar híveket. Köszönöm, hogy eljöttetek. Az Úr áldását kérem Rátok!

    [Saluto con affetto i fedeli di lingua ungherese. Vi ringrazio per la vostra presenza. Il Signore vi benedica!]

    [albanese]

    Përshëndes nga zemra besimtarët shqiptarë. Ju falënderoj për praninë tuaj. Zoti ju bekoftë!

    [Saluto con affetto i fedeli di lingua albanese. Vi ringrazio per la vostra presenza. Il Signore vi benedica!]

    [tedesco]

    Ein herzliches „Grüß Gott“ sage ich den Gläubigen deutscher Sprache. Ich danke euch für eure Teilnahme. Der Herr segne euch alle!

    [Saluto con affetto i fedeli di lingua tedesca. Vi ringrazio per la vostra presenza. Il Signore vi benedica!]

    Drage obitelji, ne bojte se! Gospodin ljubi obitelj i blizu vam je!

    [Care famiglie, non temete! Il Signore ama la famiglia e vi è vicino!]

    Regina Caeli laetare, alleluja..…

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  12. 12

    Kamella Scemì

    Non ho potuto ascoltare il discorso del Papa pronunciato nella Cattedrale dell’Assunzione della Beata Vergine Maria e di Santo Stefano, in Zagreb, che credo sia stato dedicato in larga misura a quell'eroe nazionale croato che è il Beato Alojzije Viktor Stepinac, già arcivescovo di Zagabria, perseguitato dal regime comunista di Tito, uno dei tanti criminali, di vario colore, prodotti dai totalitarismi del secolo scorso.

    Mi dicono che il discorso è stato accolto in modo trionfale, con seguito di minuti e minuti di applausi.

    Riservandomi di leggerne il testo, non appena sarò in grado di reperirlo con calma, a casa, non posso che confermare che l'arcivescovo, oggi "assunto" fra i martiri della Chiesa croata e fra gli eroi di quella nazione, ha dapprima percorso in modo esemplare (ha dato l'esempio) l'ascesa al Suo Calvario, attirando su di sè le ire dei criminali (in questo caso, comunisti) e risparmiando così il Suo popolo. Anche Lui, volontariamente agnello sacrificale.

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  13. 13

    Bergamo.info

    Ed ecco il testo dell'applauditissimo discorso di qualche ora fa:

    CELEBRAZIONE DEI VESPRI CON VESCOVI,

    SACERDOTI, RELIGIOSI, RELIGIOSE E SEMINARISTI, E PREGHIERA PRESSO LA TOMBA DEL BEATO ALOJZIJE VIKTOR STEPINAC

    DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

    Cattedrale dell’Assunzione della Beata Vergine Maria e di Santo Stefano, Domenica, 5 giugno 2011

    Cari Fratelli nell’Episcopato e nel presbiterato,

    cari fratelli e sorelle!

    Rendo grazie al Signore per questo incontro, nella preghiera, che mi consente di vivere uno speciale momento di comunione con voi, Vescovi, sacerdoti, persone consacrate, seminaristi, novizi e novizie. Vi saluto tutti con affetto e vi ringrazio per la testimonianza che rendete alla Chiesa, come hanno fatto nei secoli tanti Pastori e Martiri in questa terra, da san Domnio fino al beato Cardinale Stepinac, all’amato Cardinale Kuharić e a molti altri.

    Ringrazio il Cardinale Josip Bozanić per le cortesi parole che mi ha rivolto. Questa sera vogliamo fare devota e orante memoria del Beato Alojzije Stepinac, intrepido Pastore, esempio di zelo apostolico e di cristiana fermezza, la cui eroica esistenza ancora oggi illumina i fedeli delle Diocesi croate, sostenendone la fede e la vita ecclesiale. I meriti di questo indimenticabile Vescovo derivano essenzialmente dalla sua fede: nella sua vita, egli ha sempre tenuto fisso lo sguardo su Gesù e a Lui si è sempre conformato, al punto da diventare una viva immagine del Cristo, anche sofferente. Proprio grazie alla sua salda coscienza cristiana, ha saputo resistere ad ogni totalitarismo, diventando nel tempo della dittatura nazista e fascista difensore degli ebrei, degli ortodossi e di tutti i perseguitati, e poi, nel periodo del comunismo, «avvocato» dei suoi fedeli, specialmente dei tanti sacerdoti perseguitati e uccisi. Sì, è diventato «avvocato» di Dio su questa terra, poiché ha tenacemente difeso la verità e il diritto dell’uomo di vivere con Dio.

    “Con un’unica oblazione [Cristo] ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati” (Eb 10,14). Questa espressione della Lettera agli Ebrei, poc’anzi proclamata, ci invita a considerare la figura del Beato Cardinale Stepinac secondo la “forma” di Cristo e del suo Sacrificio. Il martirio cristiano infatti è la più alta misura di santità, ma lo è sempre e soltanto grazie a Cristo, per suo dono, come risposta alla sua oblazione che riceviamo nell’Eucaristia. Il Beato Alojzije Stepinac ha risposto con il suo sacerdozio, con l’episcopato, con il sacrificio della vita: un unico “sì” unito a quello di Cristo. Il suo martirio segna il culmine delle violenze perpetrate contro la Chiesa durante la terribile stagione della persecuzione comunista. I cattolici croati, in particolare il clero, sono stati oggetto di vessazioni e soprusi sistematici, che miravano a distruggere la Chiesa cattolica, a partire dalla sua più alta Autorità locale. Quel tempo particolarmente duro è stato caratterizzato da una generazione di Vescovi, di sacerdoti e di religiosi pronti a morire per non tradire Cristo, la Chiesa e il Papa. La gente ha visto che i sacerdoti non hanno mai perso la fede, la speranza, la carità, e così sono rimasti sempre uniti. Questa unità spiega ciò che è umanamente inspiegabile: che un regime così duro non abbia potuto piegare la Chiesa.

    Anche oggi la Chiesa in Croazia è chiamata ad essere unita per affrontare le sfide del mutato contesto sociale, individuando con audacia missionaria strade nuove di evangelizzazione, specialmente al servizio delle giovani generazioni. Cari Fratelli nell’Episcopato, vorrei incoraggiare anzitutto voi nello svolgimento della vostra missione. Quanto più opererete in feconda concertazione tra voi e in comunione con il Successore di Pietro, tanto più potrete affrontare le difficoltà della nostra epoca. È importante, inoltre, che soprattutto i Vescovi e i sacerdoti operino sempre al servizio della riconciliazione tra i cristiani divisi e tra cristiani e musulmani, seguendo le orme di Cristo, che è nostra pace. Riguardo ai sacerdoti, non mancate di offrire loro chiari indirizzi spirituali, dottrinali e pastorali. La comunità ecclesiale, infatti, presenta al proprio interno legittime diversità, tuttavia essa non può rendere una testimonianza fedele al Signore se non nella comunione dei suoi membri. Questo richiede da voi il servizio della vigilanza, da offrire nel dialogo e con grande amore, ma anche con chiarezza e fermezza. Cari Fratelli, aderire a Cristo significa “osservare la sua parola” in ogni circostanza (cfr Gv 14,23).

    A tale proposito, il Beato Cardinale Stepinac così si esprimeva: «Uno dei più grandi mali del nostro tempo è la mediocrità nelle questioni di fede. Non facciamoci illusioni … O siamo cattolici o non lo siamo. Se lo siamo, bisogna che questo si manifesti in ogni campo della nostra vita» (Omelia nella Solennità dei SS. Pietro e Paolo, 29 giugno 1943). L’insegnamento morale della Chiesa, oggi spesso non compreso, non può essere svincolato dal Vangelo. Spetta proprio ai Pastori proporlo autorevolmente ai fedeli, per aiutarli a valutare le loro responsabilità personali, l’armonia tra le loro decisioni e le esigenze della fede. In tal modo si avanzerà in quella “svolta culturale” necessaria per promuovere una cultura della vita e una società a misura dell’uomo.

    Cari sacerdoti – specialmente voi parroci – conosco l’importanza e la molteplicità dei vostri compiti, in un’epoca nella quale la scarsità di presbiteri comincia a farsi fortemente sentire. Vi esorto a non perdervi d’animo, a rimanere vigilanti nella preghiera e nella vita spirituale per compiere con frutto il vostro ministero: insegnare, santificare e guidare quanti sono affidati alle vostre cure. Accogliete con magnanimità chi bussa alla porta del vostro cuore, offrendo a ciascuno i doni che la bontà divina vi ha affidato. Perseverate nella comunione con il vostro Vescovo e nella collaborazione reciproca. Alimentate il vostro impegno alle sorgenti della Scrittura, dei Sacramenti, della lode costante di Dio, aperti e docili all’azione dello Spirito Santo; sarete così operatori efficaci della nuova evangelizzazione, che siete chiamati a realizzare unitamente ai laici, in modo coordinato e senza confusione fra ciò che dipende dal ministero ordinato e ciò che appartiene al sacerdozio universale dei battezzati. Abbiate a cuore la cura delle vocazioni al sacerdozio: sforzatevi, con il vostro entusiasmo e la vostra fedeltà, di trasmettere un vivo desiderio di rispondere generosamente e senza esitazione a Cristo, che chiama a conformarsi più intimamente a Lui, Capo e Pastore.

    Cari consacrati e consacrate, molto la Chiesa si attende da voi, che avete la missione di testimoniare in ogni epoca «la forma di vita che Gesù, supremo consacrato e missionario del Padre per il suo Regno, ha abbracciato ed ha proposto ai discepoli che lo seguivano» (Esort. ap. Vita consecrata, 22). Dio sia sempre la vostra unica ricchezza: da Lui lasciatevi plasmare, per rendere visibile all’uomo d’oggi, assetato di valori veri, la santità, la verità, l’amore del Padre celeste. Sorretti dalla grazia dello Spirito, parlate alla gente con l’eloquenza di una vita trasfigurata dalla novità della Pasqua. L’intera vostra esistenza diverrà così segno e servizio della consacrazione che ogni battezzato ha ricevuto quando è stato incorporato a Cristo.

    A voi, giovani che vi preparate al sacerdozio o alla vita consacrata, desidero ripetere che il divino Maestro è costantemente all’opera nel mondo e dice a ciascuno di quelli che ha scelto: “Seguimi” (Mt 9,9). È una chiamata che esige la conferma quotidiana di una risposta d’amore. Sia sempre pronto il vostro cuore! L’eroica testimonianza del Beato Alojzije Stepinac ispiri un rinnovamento delle vocazioni tra i giovani croati. E voi, cari Fratelli nell’episcopato e nel presbiterato, non mancate di offrire ai giovani dei seminari e dei noviziati una formazione equilibrata, che li prepari a un ministero ben inserito nella società del nostro tempo, grazie alla profondità della loro vita spirituale e alla serietà dei loro studi.

    Amata Chiesa in Croazia, assumi con umiltà e coraggio il compito di essere la coscienza morale della società, “sale della terra” e “luce del mondo” (cfr Mt 5,13-14). Sii sempre fedele a Cristo e al messaggio del Vangelo, in una società che cerca di relativizzare e secolarizzare tutti gli ambiti della vita. Sii la dimora della gioia nella fede e nella speranza.

    Carissimi! Il Beato Cardinale Alojzije Stepinac e tutti i Santi della vostra terra intercedano per il vostro popolo e la Madre del Salvatore vi protegga! Con grande affetto imparto a voi ed all’intera Chiesa che è in Croazia la mia Benedizione Apostolica. Amen. Siano lodati Gesù e Maria!

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  14. 14

    Bergamo.info

    Aggiungiamo:

    VIAGGIO APOSTOLICO IN CROAZIA

    (4-5 GIUGNO 2011)

    CERIMONIA DI CONGEDO

    DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

    Aeroporto Internazionale di Zagreb Pleso

    Domenica, 5 giugno 2011

    Signor Presidente, Illustri Autorità, cari Fratelli nell’Episcopato, fratelli e sorelle nel Signore!

    La mia visita nella vostra terra giunge al termine. Anche se breve, essa è stata ricca di incontri, che mi hanno fatto sentire parte di voi, della vostra storia, e mi hanno offerto l’occasione per confermare la Chiesa pellegrina in Croazia nella fede in Gesù Cristo, unico Salvatore.

    Questa fede, giunta fino a voi attraverso la testimonianza coraggiosa e fedele di tanti vostri fratelli e sorelle, alcuni dei quali non hanno esitato a morire per Cristo e il suo Vangelo, ho qui ritrovato viva e sincera. A Dio rendiamo lode per gli abbondanti doni di grazia che largamente dispone sul quotidiano cammino dei suoi figli! Desidero ringraziare quanti hanno collaborato all’organizzazione di questa mia visita e al suo ordinato svolgimento.

    Porto vive nella mente e nel cuore le impressioni di queste giornate. Corale e sentita è stata, stamani, la partecipazione alla santa Messa in occasione della Giornata Nazionale delle Famiglie. L’incontro di ieri nel Teatro Nazionale mi ha dato modo di condividere una riflessione con i rappresentanti della società civile e delle comunità religiose. I giovani, poi, durante l’intensa Veglia di preghiera, mi hanno mostrato il volto luminoso della Croazia, rivolto al futuro, illuminato da una fede viva, come la fiamma di una lampada preziosa, ricevuta dai padri e che chiede di essere custodita e alimentata lungo il cammino. La preghiera presso la tomba del Beato Cardinale Stepinac ci ha fatto ricordare, in modo speciale, tutti coloro che hanno sofferto – e anche oggi soffrono – a motivo della fede nel Vangelo. Continuiamo ad invocare l’intercessione di questo intrepido testimone del Signore risorto, affinché ogni sacrificio, ogni prova, offerti a Dio per amore suo e dei fratelli, possano essere come chicco di grano che, caduto nella terra, muore per portare frutto.

    È stato per me motivo di gioia constatare quanto sia ancora viva nell’oggi l’antica tradizione cristiana del vostro popolo. L’ho toccato con mano soprattutto nella calorosa accoglienza che la gente mi ha riservato, come aveva fatto nelle tre visite del beato Giovanni Paolo II, riconoscendo la visita del Successore di san Pietro, che viene a confermare i fratelli nella fede. Questa vitalità ecclesiale, da mantenere e rafforzare, non mancherà di produrre i suoi effetti positivi sull’intera società, grazie alla collaborazione, che auspico sempre serena e proficua, tra la Chiesa e le istituzioni pubbliche. In questo tempo, nel quale sembrano mancare punti di riferimento stabili e affidabili, i cristiani, uniti “insieme in Cristo”, pietra angolare, possano continuare a costituire come l’anima della Nazione, aiutandola a svilupparsi e progredire.

    Nel ripartire per Roma, vi affido tutti alle mani di Dio. Egli, datore di ogni bene e provvidenza amorevole, benedica sempre questa terra e il popolo croato e conceda pace e prosperità ad ogni famiglia.

    La Vergine Maria vegli sul cammino storico della vostra patria e su quello dell’intera Europa, e vi accompagni anche la mia Apostolica Benedizione, che vi lascio con grande affetto.

    Reply
  15. 15

    Kamella Scemì

    Sono stata anticipata di poco nel ritrovamento dei testi: adesso mi rileggo il tutto. Ho già visto in precedenza, mentre ero ancora "per strada", un "Gusci" (vuoti forse?) cui non so dare un significato abbastanza preciso.

    In ogni caso, ho avuto la sensazione che il Papa durante la Sua visita in Croazia abbia aperto molte porte, ma abbia anche sollevato molti problemi, europei e pure italici. Soprattutto, mi pare non essere stata casuale la coincidenza della visita apostolica con la celebrazione dell'Ascensione di Gesù: anche l'Europa tutta, ma certamente la Mitteleuropa – questo è il segnale assai interessante che pare emergere -, è chiamata a percorrere quel faticoso cammino che non ha nemmeno intrapreso, nella valutazione del Papa, almeno, mi par di capire, perchè si è dimenticata "a casa" la mappa, quella che invece, magari con sfumature nazionalistiche, hanno molto più chiara i croati.

    Gl'italiani? Il problema è il solito: o con la mafia o con la Mitteleuropa. Nel primo caso, prima o poi fuori anche dall'Europa tout-court. K.S.

    Reply
  16. 16

    Kamella Scemì

    "Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo".

    Mi sembra questa la cifra, di amore, fede e speranza, del viaggio del Papa a Zagabria, un appello rivolto all'Europa intera. La mappa di cui sopra trattavo e che pare essersi smarrita è la cultura di matrice cristiana, fondata sul codice biblico, che caratterizza il Vecchio Continente ed è radicata e oggetto di critica intellettuale soprattutto nella Mitteleuropa, zona da cui anche il Papa proviene.

    Se osserviamo gli itinerari dei viaggi apostolici del grande Papa Benedetto XVI, non può sfuggire l'attenzione e l'insistenza con cui ha percorso le zone mitteleuropee, Padania compresa, stimolando i fedeli particolarmente sul punto che le singole chiese nazionali e locali dovrebbero essere fulcro di una ripresa della cultura cristiana, dei comportamenti e delle abitudini a essa congrue, dei costumi e degli istituti a essa conformi. Mi sembra evidente che anche la nomina del prossimo arcivescovo metropolita lombardo seguirà questo indirizzo, sarà in questo solco, come da molti previsto. La persona scelta sarà ritenuta idonea per tale visione, capace d'inaugurare per Milano un'epoca di influenza europea, anzi, più precisamente, mitteleuropea, come a suo tempo fece Aquileja. Finalmente dovranno essere tralasciate il più possibile le beghe localistiche e ideologiche, per riacquisire quel respiro che spetta alla diocesi di San Carlo. Per Papa Benedetto, in ogni caso, l'Europa Mitteleuropea è una realtà forse più concreta e reale della pur esistente Europa allargata ai ventisette Stati che la compongono, invenzione di prodiana memoria, come tutti ben ricordiamo.

    Io, turca europea, infatti, non vedo differenze fra la mia terra d'origine e certi Stati, un po' ciabattoni, che sono stati ammessi all'interno dell'attuale Unione Europea, mentre mi rendo perfettamente conto delle differenze esistenti con quel nucleo culturale che definirei "alpino".

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  17. 17

    volandro

    In fondo, una delle cose belle che si scoprono nel leggere in questo modo il Vangelo sta anche nell’individuare le connessioni sotterranee di cui esso si colma e nutre: andate, ammaestrate, battezzate, dice il Signore, cioè, date testimonianza. Se clicco “testimonianza” sulla funzione “Cerca” scopro moltissimi commenti a un brano precedente che potrebbero essere apposti in calce anche al presente brano. E potrei così anche collegare il testo del brano evangelico di qualche settimana fa a questo. Un modo completamente diverso e nuovo, almeno per me, stimolante e persino divertente, di accostarmi ai testi sacri (non dico da settimana enigmistica, ma quasi). Una novità assoluta per tutti i miei conoscenti, amici intimi compresi, quelli stessi che avevano messo il cervello all’ammasso e frequentavano la messa domenicale soltanto per paura dell’inferno. La messa diventa luogo e fonte di discussione, forte e attualizzata. Certo che i preti dovrebbero cambiare target, provare a mettersi un po’ in discussione a loro volta, e qui il termine “discussione” ha un significato molto diverso e più preoccupato e preoccupante.

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  18. 18

    Marcella Porzia

    Dice Nosari che la liberazione dalle colpe ci trasfigura, rende liberi, leggieri come il vento, pronti anche in questa vita ad “ascendere” con e per mezzo di Gesù al Padre, per godere pur qui, in terra, un anticipo della bellezza di quel posto che Lui stesso ci è andato a preparare per tempo nel Suo Regno, nel Suo regale castello, che sta “oltre”. Ma ditemi un po’: quanta ne vedete in giro di gente così, ondeggiante e libera, leggermente sognante, anche fra i cattolici più assidui? Per quelle pietre di peccato, forse troppo dure e grosse da digerire, può essere che serva un purgante più consistente ed efficace? Quale? I tempi sono cambiati e diventati più complessi rispetto all’inizio dell’era cristiana. Un dato è certo: di gente piegata in due ne incontriamo parecchia, sempre più spesso.

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  19. 19

    Maria Lucrezia

    Ho fatto fare ai miei nipoti la stampa di questo numero del Vangelo settimanale: è venuto fuori un faldone spesso così. E' interessante e perfino divertente, come dice quello lì sopra, leggere e parlarne, ma soltanto per chi non abbia altro da fare, o non possa fare altro che starsene in carrozzella o sul divano. Proporrei ai vecchi (io di anni ne ho novantuno), invece di rompere le balle alle figlie e ai nipoti per tante stupidaggini, di obbligarli, per non dover subire di peggio, ad ascoltare quel che abbiamo da dire in materia, che a noi interessa perchè siamo vicini a tirare lo sgarletto, e a rispondere alle nostre domande. Forse rinuncerebbero al loro analfabetismo di ritorno e si metterebbero d'impegno per capirne di più anche loro. M.L.C.

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  20. 20

    Kamella Scemì

    Sveti Otac, Santo Padre!. Quante volte l’abbiamo sentito pronunciare in questi due entusiasmanti giorni trascorsi a Zagreb. Ci risuona ancora nell’orecchio, come una cantilena, recitata con incredibile costanza ed entusiasmo da parte di ecclesiastici, di fedeli, di croati “laici” (così si direbbe in Italia).

    Invocazione di speranza che ha trovato rispondenza nelle parole di Sua Santità, parole tanto mirate al cuore della gente da liberarla in applausi durati minuti e minuti, entusiastici, mai visti prima d’ora.

    Leggiamo i discorsi “mitteleuropei” di Sua Santità, l’amatissimo Papa Benedetto XVI, e capiremo molto di quel travolgente entusiasmo, che fa percorrere d’un fiato l’ascesa della collina della fatica quotidiana e ci fa guardare dritti verso il sole, verso lo spettacolo della felicità promessa.

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  21. 21

    Karl Heinz Treetball

    Trattando dell'Ascensione, non poteva mancare il Mattutino, su Avvenire, di Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Gianfranco Ravasi:

    PARLARE DI DIO

    "Quello che mi fa capire se uno è passato attraverso il fuoco dell'amore divino, non è il suo modo di parlare di Dio, è il suo modo di parlare delle cose terrene".

    «Perché state a guardare il cielo?». Il monito degli angeli dell'ascensione di Cristo è significativo per esprimere il vero volto del cristianesimo che non è una spinta a decollare dalla realtà verso cieli mitici e mistici. Il Regno dei cieli è, sì, trascendente, «celeste» appunto, eppure «è in mezzo a voi», come dirà Gesù, s'incarna in Gerusalemme, cioè nella città delle opere e dei giorni. «Cercate le cose di lassù non quelle della terra»: l'appello paolino non significa alienazione «celestiale», ma condurre un'esistenza irradiata dallo Spirito di Dio («la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio», continua infatti l'Apostolo), è diventare creatura nuova e non rimanere «uomo vecchio» legato al peso delle passioni e dei vizi terreni. Bellissima è, perciò, la frase sopra proposta di Simone Weil, ebrea ma in profonda sintonia col cristianesimo. Ci può essere un modo predicatorio, retorico, magniloquente di parlare di Dio che forse cattura le orecchie, ma non penetra il cuore facendolo fremere. La cartina di tornasole dell'autentica spiritualità è, invece, quando si parla e si vivono le realtà terrene irradiandole di luce, trasfigurandole in Dio. Il vero profeta è colui che, come diceva un aforisma rabbinico, fa sprizzare scintille divine dalle pietre. La verità su Dio s'intreccia con la carità, altrimenti rimane speculazione teorica o enfasi spiritualistica. È curioso che in russo la parola pravda significa, sì, «verità» ma anche «giustizia». La verità religiosa è anche azione, la fede percorre le vie della storia e le illumina.

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  22. 22

    gorzegno

    In realazione al dubbio che accompagna gli Apostoli fino all'ultimo, quel dubbio che essi sanno rielaborare al punto da sacrificare la loro vita nel nome di Gesù, ritengo interessante il Mattutino di oggi, redatto per Avvenire da S. Em. Ravasi:

    L'OMBRA DEL DUBBIO di Gianfranco Ravasi.

    "Quando l'ombra cresce, è la fine della giornata. Quando il dubbio aumenta, è il tramonto della religione".

    In una giornata serena e assolata è sempre emozionante, qui a Roma, vedere stendersi sul profilo del Cupolone l'ombra del crepuscolo. Prima è tenue e lascia emergere il disegno armonico dei costoloni, delle aperture, del pinnacolo supremo; poi tutto si cancellerebbe nell'indistinto dell'oscurità, se non ci fosse l'irrompere dei fari elettrici. È, questa del tramonto, una metafora che Victor Hugo, il celebre autore francese, nella frase citata applicava alla vicenda della fede. Proprio perché credere non ha l'evidenza automatica di un teorema, ma è un'adesione intima a una verità e a una persona, Dio, è naturale che la fede sia alonata dal dubbio. Anche il cuore di Abramo, mentre saliva l'erta del monte Moria sentendo echeggiare nella mente lo sconcertante imperativo divino sul sacrificio del figlio, doveva certamente essere striato di tenebra. C'è, quindi, un dubbio sano o almeno fisiologico: «È men male agitarsi nel dubbio, che riposar nell'errore», diceva Alessandro Manzoni. Il pericolo è quando il dubitare si trasforma lentamente in un sudario nero che dilaga dispiegandosi su tutta la mente e il cuore. Ciò che sta sotto scompare e si dissolve nel buio dell'incredulità o dell'indifferenza. In italiano, quando una cosa è certa, diciamo: «Non c'è ombra di dubbio». Tuttavia, sopra abbiamo detto che ci può essere un dubbio naturale nel credere e nell'amare: esso è, in verità, domanda e richiesta di fronte a una realtà vivente e non statica, personale e non matematica. Il rischio è quando il dubbio si allarga e diventa scetticismo radicale e universale. I due estremi da evitare, perciò, sono questi: non dubitare di niente e dubitare di tutto. E questa è una legge che può riguardare tutto il nostro pensare, agire e vivere.

    In perfetta armonia con lo sviluppo delle nostre riflessioni di queste settimane (qualche mese, ormai).

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  23. 23

    casimiro

    Qui in Polonia i giornali sono pieni di riferimenti agli importanti discorsi “mitteleuropei” di Sua Santità, quelli che Voi, http://www.Bergamo.info, con tempistica incredibile, avete prontamente riprodotto (ma chi è questa Kamella?). Essi sono la base di ogni discussione odierna, qui da noi, come in Germania e Cechia, da quel che leggo, con pensosi approfondimenti,anche di natura istituzionale. C’è comunque la consapevolezza del fatto che l’unica vera personalità europea di statura mondiale, anche sotto l’aspetto politico, è Lui, il Papa regnante sulla cattolicità (quindi, anche sul vostro giornale), questo Papa la cui forza di cuore e intelletto sta “macinando” tutte le sbiadite figure di politicanti che a turno fanno la loro apparizione sulla ribalta internazionale. In Italia, sto guardando il sito del Corriere della Sera, nulla, nessun accenno a quei discorsi. Concordo con le osservazioni di Claudio circa i luoghi comuni che ci vengono affibiati, forse anche per gelosia “storica”, ma non posso non notare che tale diversificazione informativa, culturale e politica ha a che spartire con una visione della società sostanzialmente diversa da quella degli altri. I quali, a loro volta lecitamente come ipotesi, affermano che tale diversità è data dal costante avanzare, fino a prevalere, nei gangli socio-politico-economici dei poteri mafiosi, oggettivamente esistenti e operanti in Italia anche e soprattutto attraverso le strutture dei partiti.

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  24. 24

    suor Marina

    "Credere non ha l’evidenza automatica di un teorema, ma è un’adesione intima a una verità e a una persona, Dio: è naturale che la fede sia alonata dal dubbio". Così il nostro cardinale.

    Senza lasciar spazio alle forme radicali di scetticismo o all'incredulità e all'indifferenza, che rappresentano il negativo e che sostanzialmente ti impediscono di fare qualcosa di utile per gli altri, è evidente che giorno dopo giorno dobbiamo criticamente chiederci come fare, come operare, quali scelte compiere. Questo è il dubbio sano, che è e deve essere di tutti, perchè tutti, poco o tanto, debbono riporre fiducia in qualcun altro. Dubbio e fede sono in stretta correlazione fra loro, come ha sottolineato il cardinal Ravasi. Si tratta di quello stesso dubbio che ci accompagna, ogni giorno che il Signore ci dona, nell'organizzare e migliorare la comunità che abbiamo inaugurato il mese scorso qui, a Casale di Calolziocorte, nella quale maturano per grazia anche frutti inaspettati. Perché il Signore ci chiede sì la fatica di salire sul monte, ma poi ci premia, ci dà una gioia che toglie ogni fatica, che rende leggieri al punto che quasi quasi vorremmo seguirlo nel Suo Regno. Ma non siamo ancora leggieri abbastanza….

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  25. 25

    suor Michela

    Piuttosto, mi sembra che i commenti abbiano trascurato non poco il motivo del perdono: quella gioia di cui parlava Suor Marina, la gioia del conseguimento di una vetta, è data essenzialmente dalla concessione e dall'ottenimento del perdono, da parte di Dio e da parte degli uomini. Presso questi ultimi, inoltre, è bene ricordarlo, occorre riparare anche materialmente il danno cagionato. Ce lo insegna il Padre Nostro, ce lo insegna il Vangelo di Matteo. La salvezza che Dio ci propone, e che ha reso reale con la venuta, il sacrificio e la risurrezione di Gesù, passa attraverso il riconoscimento dei peccati, la riconciliazione e il perdono, che costituiscono la "moneta" spendibile per accedere anche noi all'"oltre", quell'oltre dove sta Dio, dove Gesù ci ha preparato una dimora lieta, eternamente lieta.

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  26. 26

    santo

    Anch'io ho mandato i miei figli a scuola dalle Suore Orsoline di Ponte S. Pietro. Del resto, con un nome come il mio, non poteva essere diversamente. Quel che debbo dire a merito dell'Istituto Cittadini è che il senso del dovere è stato inculcato nei miei figli, profondamente, al punto che da un lato sono sempre curiosi di tutto, ma dall'altro vogliono verificare tutto. Cosa c'entra coll'obbedire ai comandi di Gesù? Beh, fate voi! Sarà più facile per chi è stato adeguatamente inquadrato o per chi crede di poter decidere liberamente di volta in volta, senza neppur far riferimento a esperienze e suggerimenti? Quest'ultimo, quello farfallone, è facile che non completi nemmeno l'ascesa, ma si perda sui numerosi sentieri del monte. Non ci sarà per lui né ascesa né "ascensione". Il posto preparato da Gesù nel castello del Padre? Dopo un certo periodo le prenotazioni scadono.

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  27. 27

    Paradisiaco

    «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra». E' evidente che da tale asserzione discende il comando di Gesù ad annunciare, battezzare e testimoniare (come ben ha detto volandro il 6 giugno) nel Suo nome. Mi chiedo, allora, se il contenuto dei discorsi pontifici a Zagabria non abbia, in fondo, la stessa impostazione. I popoli europei sono invitati dal Papa a rispettare quegli obblighi, dati da un potere infinito ed eterno, compiti dei quali questa Europa sedicente cristiana ha una responsabilità realizzativa storica, cui non può venire meno.

    All'Europa serve una "svolta culturale", per promuovere "una cultura della vita e una società a misura dell'uomo", questo messaggio ha lanciato Benedetto XVI prima di lasciare la capitale croata per fare rientro a Roma, ciò che mi sembra coerente con l'interpretazione da me sopra data.

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  28. 28

    Bergamo.info

    Il dubbio "sano" si distingue da quello "insano" anche perché quest'ultimo viene quasi sempre intaccato dalla maldicenza. Ricordo la celebre aria dal Don Pasquale di Gaetano Donizetti: "La calunnia è un venticello". Non che gli Apostoli possano averla orecchiata, mancherebbe altro, ma che la sottile perfidia delle "voci" li abbia raggiunti e possa anche aver sviato e appesantito qualche loro legittimo e costruttivo, è possibile, se non probabile.

    Sua Eminenza Reverendissima, il "nostro" forse inconsapevole cardinale collaboratore Gianfranco Ravasi, ne tratta da par suo nel Mattutino di oggi su "Avvenire":

    DICONO MALE DI TE

    "Su venti persone che parlano di noi, diciannove ne dicono male e la ventesima, che ne dice bene, lo dice male".

    "Non direte mai tanto male di me, quanto io ne penserei di voi, se pensassi a voi".

    Quella di oggi è una riflessione al vetriolo. A suggerirmela è stata un'antologia di testi dello scrittore satirico francese Antoine Rivarol (1753-1801) che mi è rimasta sul tavolo, dopo averla usata per un «Mattutino» di qualche giorno fa. Che lo sparlare degli altri sia un esercizio che dà soddisfazione è, ahimè, una verità incontrovertibile perché – se siamo sinceri – siamo noi per primi a provarla. Quella della mormorazione è una prassi che può essere inoffensiva (e persino segno di un certo interesse per il prossimo) quando rimane a livello di pettegolezzo. Essa, però, diventa pericolosa e una vera piaga (e naturalmente un peccato) quando si trasforma in calunnia che aggredisce con cattiveria e con odio sottile l'altra persona. Rivarol, nella prima frase sopra citata, ci disillude quando crediamo di essere ammirati: sono di più i maldicenti, e anche quelli che ti lodano forse lo fanno con scarso entusiasmo e non come il tuo orgoglio desidererebbe. Che questa sia una triste e costante consuetudine, come sopra si diceva, lo ribadisce la seconda battuta che abbiamo desunto da Jules Renard, sì, l'autore ottocentesco di quel "Pel di carota" che ha fatto versare qualche lacrima nell'adolescenza a quelli della mia età. E se rileggete le sue parole, vi accorgete che c'è una punta di malizia e di cattiveria in più. In pratica si mette come vertice del disprezzo non il parlar male, ma l'ignorare l'altro, il non pensare minimamente a lui, non considerandolo neppure meritevole di attenzione. Fermiamoci qui e andiamo a rileggere nel Vangelo il monito di Cristo su chi insulta e disprezza il fratello (Matteo 5,22).

    Ne avranno parlato gli Apostoli durante la loro ascesa al monte, prima di presentarsi davanti al Maestro risorto, prima di essere alleggeriti dai loro dubbi?

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  29. 29

    Giuli

    Qual'è il disegno di Sua Santità, qual'è la Sua visone diretta alla ri-evangelizzazione dell'Europa?

    Il racconto di kamella mi ha commosso, mi ha colpito l'immagine di un anziano Papa errante che si presenta via via in paesi diversi ammalati tutti di relativismo in tutte le sue espressioni e con la forza della Parola e del pensiero che ne deriva riconquista i popoli.

    Ditemi, chi è oggi la personalità pubblica sia esso statista o leader religioso che abbia una capacità di arrivare contemporaneamente in modo così diretto al cuore ed alla mente delle persone, attenzione dico delle persone non solo dei fedeli?

    In un tempo oscuro come il nostro la salvezza per l'Italia e più in generale per l'Europa passa attraverso il richiamo del Santo Padre a non dimenticare da dove veniamo e l'insegnamento di chi ci ha preceduto, perchè pur nelle differenze culturali di ognuno, la ricerca della giustizia ha sempre avuto un'unica via.

    In Italia abbiamo disperso un nobile patrimonio di idee e di comunanza svilendolo dietro inutili riti celtici, abbiamo bestemmiato trasformando il crocifisso centro di tutta la nostra cultura, in gadget da regalare per asservirlo ad una parte politica.

    Dal richiamo costante alla mitteleuropa dovremmo trarre l'insegnamento che nell'ambito della comunità europea federalismo e macroregioni non sono più dati esclusivamente nazionali , ma possono essere visti solo nel più vasto contesto europeo, diversamente noi italiani rischiamo di essere schiacciati e non solo dai nostri difetti.

    Qual'è il disegno di Sua Santità?

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  30. 30

    Aristide

    USO E ABUSO DELLA RETORICA • APPELLO PER UNA RAZIONALITÀ DUBITOSA

    Riprendo – se posso – la prima considerazione di Antoine Rivarol riportata nel ‘Mattutino’ dell’‘Avvenire’ del cardinale Gianfranco Ravasi, trascritto due interventi fa, qui sopra. È una fotografia, per così dire, della realtà delle cose: ci piaccia o non ci piaccia, le persone che hanno una cattiva opinione di noi sopravanzano gli estimatori. I quali, fra l’altro, non è detto che ci stimino nel modo che il nostro orgoglio desidererebbe.

    Come se ciò non bastasse, come cioè se le cose non stessero così, naturalmente e spontaneamente, non è raro che, nel mondo dell’informazione, si trovi un giornalista che ci mette un pizzico del suo. Niente paura comunque: questa volta non parlo di giornalismo anglorobicosassone, ma di giornalismo televisivo.

    Poiché in questi giorni si fa un gran parlare di Santoro, le parole di Rivarol hanno rimandato la mia mente al Santoro di prima maniera, quello – qualcuno se ne ricorderà – di ‘Samarcanda’. Lui per distruggere qualcuno o qualcosa, faceva intervenire diciannove persone (dico così per rimanere nei termini dell’esempio di Rivarol) che ne parlassero male e una che ne parlasse bene, scelta accuratamente fra quelli meno dotate di raziocinio e di dialettica. Così, per esempio, Santoro distruggeva il punto di vista di chi sottolineava gli aspetti negativi del “professionismo dell’antimafia” (secondo quanto ebbe a dire Leonardo Sciascia).

    A quel tempo si faceva un gran parlare della cosiddetta “primavera di Palermo” e del suo sindaco allora democristiano Leoluca Orlando Cascio, che in seguito avrebbe fondato la Rete e che oggi è il portavoce dell’Italia dei valori di Antonio Di Pietro. C’era anche chi sentiva puzza di bruciato, chi aveva l’impressione che Orlando cavalcasse un’antimafia di apparato, chi riteneva che il coraggio dei siciliani che si ribellavano alla mafia, spesso con grande rischio personale, spesso pagando di persona, meritasse qualcosa di meglio che un Masaniello che, fra l’altro, non era nemmeno un figlio del popolo (era figlio di una notissimo avvocato e notabile a sua volta democristiano).

    C’era allora chi diceva: guardate che il problema non si risolve con le fiaccolate o riponendo le speranze nel carismatico Orlando. Proviamo a ragionare e consideriamo gli aspetti caratterizzanti della mafiosità. Il primo aspetto, forse il più importante, è di natura etica: è la mentalità mafiosa, il cosiddetto familismo amorale. Non mi sembra che Orlando Cascio facesse molto per sgominare la mentalità mafiosa: ricordo semmai la sua insistenza sulla necessità di abbattere Andreotti, tanto che arrivò ad accusare il giudice Falcone di tenere le prove nel cassetto (lo fece sul palco del Maurizio Costanzo show). Come se l'abbattimento di Andreotti fosse (fosse stato) condizione sufficiente per l’abbattimento della mafia. Il secondo aspetto è quello sottolineato da sempre dai dirigenti del Pci, da Danilo Dolci e da coloro che la mafia la combatterono per davvero: la mafia in Sicilia, come la camorra in Campania, è in certi ambienti il datore di lavoro unico. Dunque, bisogna togliere alla mafia il brodo di coltura, bisogna creare lavoro. Orlando, con molta disinvoltura, diede un calcio a questa corretta impostazione del problema. Perché Leoluca Orlando Cascio avesse la sua visibilità, furono mandati al macero decenni di lavoro serio, silenzioso e cumulativo fatto dal Pci. Quel cumulo di esperienze fu svalutato a favore delle insorgenze della cosiddetta società civile e delle sue processioni notturne (così si possono usare le fiaccole). Decenni di lavoro andati in fumo. Credo che gli eventi successivi testimonino a favore di questo punto di vista.

    Ma il callido Santoro che cosa faceva? Chiamava sul palco soprattutto chi fosse a favore del “carismatico” Orlando, o – in alternativa – gli dava la parola attraverso i collegamenti esterni, davanti a gruppi di persone “spontaneamente” radunate per manifestare lo sdegno della cosiddetta della società civile. A contrastare il punto di vista di Orlando non è mai stato chiamato qualcuno che lucidamente esponesse e dialetticamente argomentasse l’importanza dei due aspetti sopra menzionati. No, a parlare contro il debordante Orlando c’era inevitabilmente qualche politicante di mezza tacca, possibilmente con la faccia da mafioso. E magari era mafioso davvero.

    Credo di aver già confessato in altra pagina di questo sito di essere un ammiratore di Santoro, per quanto riguarda la tecnica retorica. Sono “ammiratore” nel senso che non posso non restare ammirato davanti a tanta bravura. Santoro ha trasferito negli studi televisivi – abilmente collegati con le piazze, e in sinergia con lo studio centrale – l’assemblearismo sessantottino, rinnovandolo nel linguaggio e adattandolo ai nuovi obiettivi da conseguire (la ‘mission’, come direbbero gli aziendalisti: fondamentalmente organizzando non più la rivoluzione ma la conservazione). Dunque sono un ammiratore di Santoro in quanto studioso di retorica. Il che non significa che apprezzi l’uso della retorica laddove si richiederebbe una razionalità ficcante, possibilmente bayesiana (quella della quale sarebbe proibito parlare, secondo qualcuno): una razionalità cioè – detto in parole povere – che tenga conto dell’aleatorietà delle azioni umane e delle loro motivazioni, e che sappia assegnare loro opportuni coefficienti probabilistici. Una razionalità non fideistica, ma scientificamente dubitosa, all’insegna del ‘solum certum, nihil esse certi’. Perlomeno, per quanto riguarda le cose umane: questo è, credo, il “dubbio sano” al quale si accenna nell’intervento precedente, all’inizio, nella presentazione dell’articolo del cardinale Ravasi. Riguardo alle cose divine c’è il mistero, non mi pronuncio. Mi sento soltanto di dire – questo sì, con buona pace degli esoteristi – che Dio è razionale.

    E la retorica, che facciamo, la buttiamo a mare? Per niente: la retorica dovrebbe essere studiata – insieme alla dialettica, con la quale s’intreccia – con questo fine precipuo, quello di smascherare le gherminelle dei rètori.

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  31. 31

    Kamella Scemì

    Cara Giuli, credo di poterTi rispondere con le stesse parole di Sua Santità Benedetto XVI, il nostro amatissimo Papa, pronunciate questa mattina nel corso della consueta udienza generale e che leggerai nel successivo commento.

    Nel discorso odierno si ribadisce senza tanti infingimenti, come è stile del Nostro, l'importanza dei "discorsi mitteleuropei", nel loro susseguirsi e modificarsi secondo i luoghi di pellegrinaggio e visita, ma anche nei punti fermi che essi pongono. Certamente punto fermo sono stati e sono per ora i "discorsi mitteleuropei" di Zagreb.

    Io peraltro ho cercato di far percepire a Voi tutti questo straordinario e vibrante aspetto: non so se ci sono riuscita, ma l'analisi fatta da Te, Giuli, mi tranquillizza e posso garantirTi che mi sembra concordi in pieno con quel che ritengo pensi Sua Santità al riguardo. Un'Europa consapevole di sé non può che essere un'Europa nuova, fatta di riaggregazioni regionali spontaneamente delineantesi secondo linee storiche consolidate, quelle che hanno contrassegnato ed esaltato la sua effettiva gloria, abbandonando gli aspetti più retrivi di quei nazionalismi che sono stati la causa della prima guerra civile europea e di tante rivolte e brutali repressioni.

    Un tempo le riaggregazioni avvenivano mediante invasioni e conquiste: oggi possono avvenire secondo linee pacifiche e, se si vuole, persino utilitaristiche, consone in ogni caso alle volontà dei suoi popoli e al retratto culturale europeo, che potrà finalmente risplendere di luce nuova, faro di civiltà.

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  32. 32

    Kamella Scemì

    BENEDETTO XVI

    UDIENZA GENERALE

    Piazza San Pietro

    Mercoledì, 8 giugno 2011

    Viaggio Apostolico in Croazia

    Cari fratelli e sorelle!

    Oggi vorrei parlarvi della Visita pastorale in Croazia, che ho compiuto sabato e domenica scorsi. Un viaggio apostolico breve, svoltosi interamente nella capitale Zagabria, eppure ricco di incontri e soprattutto di intenso spirito di fede, dal momento che i Croati sono un popolo profondamente cattolico. Rinnovo il mio più vivo ringraziamento al Cardinale Bozanić, Arcivescovo di Zagabria, a Mons. Srakić, Presidente della Conferenza Episcopale, e agli altri Vescovi della Croazia, come pure al Presidente della Repubblica, per la calorosa accoglienza che mi hanno riservato. La mia riconoscenza va a tutte le Autorità civili e a quanti hanno collaborato in diversi modi a tale evento, in modo speciale alle persone che hanno offerto per questa intenzione preghiere e sacrifici.

    “Insieme in Cristo”: questo è stato il motto della mia visita. Esso esprime innanzitutto l’esperienza di ritrovarsi tutti uniti nel nome di Cristo, l’esperienza dell’essere Chiesa, manifestata dal radunarsi del Popolo di Dio intorno al Successore di Pietro. Ma “Insieme in Cristo” aveva, in questo caso, un particolare riferimento alla famiglia: infatti, l’occasione principale della mia Visita era la Iª Giornata Nazionale delle famiglie cattoliche croate, culminata nella Concelebrazione eucaristica di domenica mattina, che ha visto la partecipazione, nell’area dell’Ippodromo di Zagabria, di un grande moltitudine di fedeli. E’ stato per me molto importante confermare nella fede soprattutto le famiglie, che il Concilio Vaticano II ha chiamato “chiese domestiche” (cfr Lumen gentium, 11). Il beato Giovanni Paolo II, il quale ha visitato ben tre volte la Croazia, ha dato grande risalto al ruolo della famiglia nella Chiesa; così, con questo viaggio, ho voluto dare continuità a questo aspetto del suo Magistero. Nell’Europa di oggi, le Nazioni di solida tradizione cristiana hanno una speciale responsabilità nel difendere e promuovere il valore della famiglia fondata sul matrimonio, che rimane comunque decisiva sia nel campo educativo sia in quello sociale. Questo messaggio aveva dunque una particolare rilevanza per la Croazia, che, ricca del suo patrimonio spirituale, etico e culturale, si appresta ad entrare nell’Unione Europea.

    La Santa Messa è stata celebrata nel peculiare clima spirituale della novena di Pentecoste. Come in un grande “cenacolo” a cielo aperto, le famiglie croate si sono radunate in preghiera, invocando insieme il dono dello Spirito Santo. Questo mi ha dato modo di sottolineare il dono e l’impegno della comunione nella Chiesa, come pure di incoraggiare i coniugi nella loro missione. Ai nostri giorni, mentre purtroppo si constata il moltiplicarsi delle separazioni e dei divorzi, la fedeltà dei coniugi è diventata di per se stessa una testimonianza significativa dell’amore di Cristo, che permette di vivere il Matrimonio per quello che è, cioè l’unione di un uomo e di una donna che, con la grazia di Cristo, si amano e si aiutano per tutta la vita, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. La prima educazione alla fede consiste proprio nella testimonianza di questa fedeltà al patto coniugale: da essa i figli apprendono senza parole che Dio è amore fedele, paziente, rispettoso e generoso. La fede nel Dio che è Amore si trasmette prima di tutto con la testimonianza di una fedeltà all’amore coniugale, che si traduce naturalmente in amore per i figli, frutto di questa unione. Ma questa fedeltà non è possibile senza la grazia di Dio, senza il sostegno della fede e dello Spirito Santo. Ecco perché la Vergine Maria non cessa di intercedere presso il suo Figlio affinché – come alle nozze di Cana – rinnovi continuamente ai coniugi il dono del “vino buono”, cioè della sua Grazia, che permette di vivere in “una sola carne” nelle diverse età e situazioni della vita.

    In questo contesto di grande attenzione alla famiglia, si è collocata molto bene la Veglia con i giovani, avvenuta la sera di sabato nella Piazza Jelačić, cuore della città di Zagabria. Là ho potuto incontrare la nuova generazione croata, e ho percepito tutta la forza della sua fede giovane, animata da un grande slancio verso la vita e il suo significato, verso il bene, verso la libertà, vale a dire verso Dio. E’ stato bello e commovente sentire questi giovani cantare con gioia ed entusiasmo, e poi, nel momento dell’ascolto e della preghiera, raccogliersi in profondo silenzio! A loro ho ripetuto la domanda che Gesù fece ai suoi primi discepoli: “Che cosa cercate?” (Gv 1,38), ma ho detto loro che Dio li cerca prima e più di quanto essi stessi cerchino Lui. E’ questa la gioia della fede: scoprire che Dio ci ama per primo! E’ una scoperta che ci mantiene sempre discepoli, e quindi sempre giovani nello spirito! Questo mistero, durante la Veglia, è stato vissuto nella preghiera di adorazione eucaristica: nel silenzio, il nostro essere “insieme in Cristo” ha trovato la sua pienezza. Così il mio invito a seguire Gesù è stato un’eco della Parola che Lui stesso rivolgeva al cuore dei giovani.

    Un altro momento che possiamo dire di “cenacolo” è stata la Celebrazione dei Vespri nella Cattedrale, con i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i giovani in formazione nei Seminari e nei Noviziati. Anche qui, in modo particolare, abbiamo sperimentato il nostro essere “famiglia” come comunità ecclesiale. Nella Cattedrale di Zagabria si trova la monumentale tomba del beato Cardinale Alojzije Stepinac, Vescovo e Martire. Egli, in nome di Cristo, si oppose con coraggio prima ai soprusi del nazismo e del fascismo e, dopo, a quelli del regime comunista. Fu imprigionato e confinato nel villaggio natio. Creato Cardinale dal Papa Pio XII, morì nel 1960 per una malattia contratta in carcere. Alla luce della sua testimonianza, ho incoraggiato i Vescovi e i presbiteri nel loro ministero, esortandoli alla comunione e allo slancio apostolico; ho riproposto ai consacrati la bellezza e la radicalità della loro forma di vita; ho invitato i seminaristi, i novizi e le novizie a seguire con gioia Cristo che li ha chiamati per nome. Questo momento di preghiera, arricchito dalla presenza di tanti fratelli e sorelle che hanno dedicato la vita al Signore, è stato per me di grande conforto, e prego perché le famiglie croate siano sempre terreno fertile per la nascita di numerose e sante vocazioni al servizio del Regno di Dio.

    Molto significativo è stato anche l’incontro con esponenti della società civile, del mondo politico, accademico, culturale ed imprenditoriale, con il Corpo Diplomatico e con i Leaders religiosi, radunati nel Teatro Nazionale di Zagabria. In quel contesto, ho avuto la gioia di rendere omaggio alla grande tradizione culturale croata, inseparabile dalla sua storia di fede e dalla presenza viva della Chiesa, promotrice lungo i secoli di molteplici istituzioni e soprattutto formatrice di illustri ricercatori della verità e del bene comune. Tra questi ho ricordato in particolare il gesuita Padre Ruđer Bošković, grande scienziato di cui ricorre quest’anno il terzo centenario della nascita. Ancora una volta è apparsa evidente a tutti noi la più profonda vocazione dell’Europa, che è quella di custodire e rinnovare un umanesimo che ha radici cristiane e che si può definire “cattolico”, cioè universale ed integrale. Un umanesimo che pone al centro la coscienza dell’uomo, la sua apertura trascendente e al tempo stesso la sua realtà storica, capace di ispirare progetti politici diversificati ma convergenti alla costruzione di una democrazia sostanziale, fondata sui valori etici radicati nella stessa natura umana. Guardare all’Europa dal punto di vista di una Nazione di antica e solida tradizione cristiana, che della civiltà europea è parte integrante, mentre si appresta ad entrare nell’Unione politica, ha fatto sentire nuovamente l’urgenza della sfida che interpella oggi i popoli di questo Continente: quella, cioè – di non avere paura di Dio, del Dio di Gesù Cristo, che è Amore e Verità, e non toglie nulla alla libertà ma la restituisce a se stessa e le dona l’orizzonte di una speranza affidabile.

    Cari amici, ogni volta che il Successore di Pietro compie un viaggio apostolico, tutto il corpo ecclesiale partecipa in qualche modo del dinamismo di comunione e di missione proprio del suo ministero. Ringrazio tutti coloro che mi hanno accompagnato e sostenuto con la preghiera, ottenendo che la mia visita pastorale si svolgesse ottimamente. Ora, mentre ringraziamo il Signore per questo grande dono, chiediamo a Lui, per intercessione della Vergine Maria, Regina dei Croati, che quanto ho potuto seminare porti frutti abbondanti, per le famiglie croate, per l’intera Nazione e per tutta l’Europa.

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    Kamella Scemì

    Saluti:

    Je salue les pèlerins francophones, particulièrement les Petites Sœurs de Jésus et le groupe de l’Aide à l’Église en détresse, ainsi que les pèlerins de France et de Suisse. Puissiez-vous découvrir la joie de la foi en vous laissant aimer par le Christ ! Bonne préparation à la fête de la Pentecôte !

    I am pleased to greet the members of the seminar on Christianity and Culture sponsored by Seton Hall University. I also welcome the Council of International Catholic Charismatic Renewal Services. My greeting also goes to the International Leadership Program for Lasallian Universities, to the Sisters of Saint Paul of Chartres, and to the delegates to the World Congress on Menopause. Upon all present, especially the pilgrims from England, Ireland, South Africa, Australia, India, Singapore, the Philippines and the United States, I invoke God’s blessings of lasting joy and peace.

    Mit Freude grüße ich die deutschsprachigen Pilger und Besucher. Mein ganz besonderer Dank gilt all jenen, die diese Reise nach Kroatien im Gebet begleitet haben, damit der ausgestreute Same vielfältige Frucht bringt. Euch allen wünsche ich einen gesegneten Aufenthalt in Rom und gesegnete Pfingsten.

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los grupos de España, Puerto Rico, Costa Rica, México, Perú, Argentina y otros países Latinoamericanos. Os invito a dar gracias al Señor por esta visita apostólica a Croacia, y a rogar, por intercesión de Santa María Virgen, que cuanto he podido sembrar en estos días genere frutos abundantes para las familias croatas, para esa noble Nación y para toda Europa. Muchas gracias.

    Amados peregrinos de língua portuguesa, sede bem-vindos! A todos saúdo com grande afeto e alegria, de modo especial a quantos vieram de Portugal e do Brasil com o desejo de encontrar o Sucessor de Pedro. Desça a minha bênção sobre vós, vossas famílias e comunidades. Ide em paz!

    Saluto in lingua polacca:

    Drodzy polscy pielgrzymi, w dniach poprzedzających uroczystość zesłania Ducha Świętego w sposób szczególny prosimy o Jego dary mądrości, rozumu, rady, męstwa, umiejętności, pobożności, bojaźni Pańskiej i wszystkie inne jakie przynosi nam Pocieszyciel, jako owoce paschalnego misterium Chrystusa. Niech Boży Duch pogłębia w nas wiarę, budzi nadzieję i rozpala miłość. Niech Bóg wam błogosławi!

    Traduzione italiana:

    Cari pellegrini polacchi, nei giorni che precedono la solennità della Pentecoste chiediamo in modo particolare i doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, scienza, consiglio, fortezza, pietà, timor di Dio e tutti gli altri che ci porta il Consolatore come frutti del mistero pasquale di Cristo. Lo Spirito di Dio rafforzi la nostra fede, risvegli la speranza e infuochi l’amore. Dio vi benedica!

    Saluto in lingua slovacca:

    S láskou vítam pútnikov zo Slovenska, osobitne z Bolerázu, ako aj študentov Filozofickej fakulty Katolíckej univerzity z Ružomberka a skupinu františkánskych terciárov z Bratislavy.

    Bratia a sestry, ďakujem vám za modlitby a pozornosť, ktorými ste ma sprevádzali počas apoštolskej cesty v Chorvátsku. Zo srdca vás žehnám.

    Pochválený buď Ježiš Kristus!

    Traduzione italiana:

    Con affetto do il benvenuto ai pellegrini della Slovacchia, specialmente a quelli provenienti da Boleráz, come pure agli studenti della Facoltà di Filosofia dell’Università Cattolica di Ružomberok e al gruppo dei terziari francescani di Bratislava.

    Fratelli e sorelle, vi ringrazio per le preghiere e l’attenzione con le quali mi avete accompagnato durante il viaggio Apostolico in Croazia. Di cuore vi benedico. Sia lodato Gesù Cristo!

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto le Famiglie religiose che stanno celebrando in questi giorni i rispettivi Capitoli Generali. Saluto voi, Suore di Maria Bambina, e mi unisco con gioia alla vostra gratitudine a Dio per i doni ricevuti in questo tempo durante il quale avete riflettuto insieme sul presente e il futuro del vostro Istituto; le Sante Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa vi ottengano il dono di una sempre più feconda e lieta adesione ai consigli evangelici. Saluto voi, Clarisse Francescane Missionarie del Santissimo Sacramento, e vi esorto a trasmettere sempre con la vita la gioia della corrispondenza generosa e fedele alla divina chiamata. Saluto voi, Suore Scolastiche Francescane di Cristo Re, e vi assicuro il mio orante ricordo perché possiate proseguire con entusiasmo la vostra testimonianza e il vostro apostolato.

    Saluto, infine, i giovani, i malati e gli sposi novelli presenti. Domenica prossima celebreremo la solennità di Pentecoste. Vi esorto, cari giovani, ad invocare frequentemente lo Spirito Santo, che vi rende intrepidi testimoni di Cristo. Lo Spirito Consolatore aiuti voi, cari malati, ad accogliere con fede il mistero del dolore e ad offrirlo per la salvezza di tutti gli uomini; e sostenga voi, cari sposi novelli, nel costruire la vostra famiglia sul solido fondamento del Vangelo.

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  34. 34

    Kamella Scemì

    C'è una domanda che mi pongo da tempo: noi cristiani non ci professiamo forse figli di uno stesso Padre e quindi fratelli? Per questo motivo, nella mia ingenuità, non ho ancora ben capito l’attribuzione di titoli come "sua Santità" (al Papa), "eminenza" (ai cardinali), "eccellenza" (ai vescovi), "monsignore" (a vescovi, abati, canonici di cattedrale, prelati della famiglia pontificia), "don" (a tutti gli ecclesiastici secolari). Nei monasteri sia di frati che di suore che frequento almeno una volta all’anno, l’uso del "tu" è immediato, normale, come si fa tra i figli di uno stesso padre. Della questione aveva parlato anche Ferdinando Camon in un editoriale su Avvenire di parecchi mesi fa, in cui, prendendo lo spunto dalla notizia che sui mezzi pubblici di trasporto la Cina aveva abolito la parola "compagno" sostituendola con "signore", indicava che il più grande cambiamento avverrà quando tutti gli uomini si chiameranno con la parola più giusta e dolce di "fratelli". L’esempio dei monaci e delle monache e l’auspicio di Camon mi dicono che le mie perplessità sulla distanza interposta da tutti quei titoli sopra elencati non sono forse del tutto infondate. Ed è per questo che ripropongo a voi la mia domanda.

    Giovanni Fantino, Cividale del Friuli (Ud)

    Rispondo con le parole del dr Marco Tarquinio, direttore di Avvenire: "Il rispetto non è il contrario dell’affetto, e l’affetto filiale o fraterno viene espresso benissimo in forma rispettosa e persino un po’ solenne. Comunque, sono felice anch’io di darmi del tu con Dio".

    Anche noi, direttore!. Grazie!

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    Karl Heinz Treetball

    Le colpe, l'ascesa, il liberarsi, il perdono e l'ascendere (al cielo).

    La Shoah può essere assunta a parametro di un simile percorso, per tutta la cultura e la civiltà europee. Messa lì, in cima al monte, quale tremenda pietra di paragone e giudizio.

    Scrittore, filosofo e saggista francese, Alain Finkielkraut ha appena curato il volume "L’interminable écriture de l’extermination («L’interminabile scrittura dello sterminio», Stock, 284 pagine, 19 euro). Per questo figlio di un deportato, non si tratta di dimenticare la Shoah, ma di evitare alcune derive possibili della memoria.

    Professor Finkielkraut, lei afferma che la memoria della Shoah ha trionfato sull’oblio, ma a quale condizione?

    «Ricordo un documentario di Bertrand Blier degli anni ’60, dal titolo sferzante: "Hitler. Non lo conosco". Specialmente in Germania, i giovani dimostravano indifferenza per quel momento apocalittico della storia europea. Quella minaccia in Europa si è dissolta. Hitler non è stato dimenticato. Tuttavia è come se conoscessimo solo lui, come se in Europa dovesse esserci memoria solo del crimine massimo. È rendergli troppo onore. Nel ricordarci solo del male assoluto, paradossalmente rischiamo di separarci dal passato e di crederci superiori a tutte le generazioni precedenti».

    Lei parla di memoria buona, quale sarebbe?

    «Una memoria pudica e che accetti di affrontare la complessità delle cose. Primo Levi, nell’ultimo libro I sommersi e i salvati, esprimeva la sua preoccupazione. Lui che andava nelle scuole vedeva all’opera non l’oblio, ostacolo insormontabile, ma il gusto del manicheismo. E s’interrogava sull’esito fallimentare della trasmissione della memoria, se alla fine fosse prevalso lo spirito di semplificazione. Nel libro Levi parla della zona grigia tra vittima e torturatore. Per esplorarla ci vuole molto tatto, però il compito della memoria non è quello di spogliarci del senso di ambiguità».

    Quando non ci saranno più sopravvissuti, si continuerà a parlare della Shoah?

    «Non siamo lasciati a noi stessi. Gli storici hanno fatto un lavoro straordinario che può alimentare la parola dei professori e abbiamo opere che danno accesso a quell’esperienza sia pure così remota: abbiamo Primo Levi per la Shoah, o ancora Jean Améry e Etty Hillesum. E per la Kolyma (il terribile gulag sovietico) – poiché bisogna pensare anche a quest’altra esperienza di campo di concentramento – abbiamo Shalamov, Solzenicyn e Margolin. La vera domanda è, semplicemente, quale posto continueremo a dare a queste opere in una scuola che subisce la concorrenza delle nuove tecnologie dell’immediato? In un mondo in cui ci si entusiasma per il film Bastardi senza gloria, trasformazione della memoria in videogioco, c’è motivo di inquietarsi».

    C’è chi dice che in futuro la memoria della Shoah lascerà l’Europa per Israele…

    «Non credo. Ma ho un altro timore: il divorzio tra memoria ebraica e memoria democratica. L’Europa si è fondata sul "mai più", mai più esclusione, discriminazione. Si è pronunciata per la necessità di una totale apertura e di una tolleranza radicale. Mai più, per gli ebrei, significa: mai più abbandoneremo il nostro destino ad altri. Dobbiamo esistere in quanto entità specifica. Da qui il rivoltarsi della memoria democratica contro quella ebraica, che viene accusata di alzare muri, mentre per essere fedeli alla Shoah bisogna cancellare progressivamente le frontiere. La memoria ci invita alla vigilanza. Solo che non è dar prova di vigilanza elevare la Shoah a paradigma politico. E farne una griglia di analisi di tutti gli avvenimenti. È ciò che avviene quando si affronti la questione del Medio Oriente per affermare che la vittima di ieri è il seviziatore di oggi. Ci sono altri modi per sostenere la causa palestinese. Purtroppo si cede facilmente a una mancanza di ritegno della memoria».

    Come avviene per i militanti di altre memorie, dal colonialismo allo schiavismo…

    «La Shoah è diventata l’unità di misura della sofferenza e oggi regna una concorrenza sfrenata tra le vittime. L’unica maniera di finirla è dire che il discendente di una vittima della Shoah non è una vittima. E neanche il discendente di uno schiavo o di un colonizzato. Mio padre è stato deportato, io non sono un deportato. La memoria deve rispettare la distanza che ci separa dai suppliziati. Non siamo qui per rivestirci degli orpelli di sofferenze che non abbiamo conosciuto. Ma per onorare quanti hanno sofferto, per comprendere ciò che è avvenuto».

    Marie-Françoise Masson

    da "La Croix", journal catholique français, e http://www.Avvenire.it. Traduzione di Anna Maria Brogi.

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  36. 36

    abdullah

    60 MISSILI SU TRIPOLI, 31 MORTI

    Il regime libico ha rivisto in senso peggiorativo il bilancio di quella che lo stesso portavoce governativo Moussa Ibrahim ha definito "uno dei più orribili giorni di attacchi" da quanto sono iniziate le operazioni militari della Nato nel Paese nord-africano, a marzo: soltanto a Tripoli, infatti, il numero dei morti accertati sarebbe salito ad almeno trentuno (31), compresi molti civili. "Come potrà il mondo dormire questa notte, sapendo che gli Eserciti del Male stanno attaccando deliberatamente e consapevolmente una capitale pacifica con una sessantina di missili, e uccidendo la gente", si è chiesto polemicamente Ibrahim, "quando invece c'è una via d'uscita, e cioè sedersi intorno a un tavolo, dialogare e trattare?".

    Il portavoce del regime ha aggiunto che "alcuni politici occidentali attualmente al potere siono così corrotti sul piano morale, e così malvagi, da potersene andare a letto insieme ai loro bambini, ai loro figli e alle loro figlie, senza sentirsi minimamente in colpa, pur sapendo di assassinare persone innocenti", ha concluso.

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    Bianco Natale

    Non è uno scherzo: il mio cognome è Bianco e il mio nome è Natale, e sono anche sull'elenco del telefono. Questa mia singolarità, della quale per tutta la vita ho "ringraziato" i miei genitori (Natale era il nonno materno, che di cognome non faceva "Bianco", però), ha costituito un fattore di inibizione nel corso di tutta la mia esistenza, qualcosa che mi ha limitato sotto vari aspetti. Le disabilità, grandi o piccole, presentano numerose sfaccettature, a volte non percepibili all'esterno della famiglia o della comunità di appartenenza, ma che limitano comunque la capacità di ascesa sul sentiero della vita.

    Ascendere il monte è duro, ancor più se si è in qualche modo handicappati nel percorrere il cammino. Anche senza la neve e a Ferragosto. E pur avendo l'intelligenza e il cuore per capire e aspirare.

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  38. 38

    il pistolero stanco

    Nella “divina” Comedia, Dante inveisce contro “Fiorenza sua” che, se paragonata ad Atene e a Sparta, mostra un impianto legislativo “sottile”, tanto che le singole leggi non durano neppure un mese, in contrario alla organizzazione politica e legislativa delle due antiche città greche, simbolo di buon governo nei loro diversi sistemi che avevano una loro stabilità ed essenzialità.

    Precisa Dante che non è continuando a cambiare leggi che si raggiunge e si mantiene la stabilità politica e la pace sociale. Come se una donna malata, costretta a letto, invece di iniziare una cura efficace, continuasse a rivoltarsi nel letto senza trovare pace.

    Occorre analizzare e comprendere la situazione e poi fondare le soluzioni su principi, valori e senso che siano solidi e compatibili con essa.

    Mi sembra che questo, in fondo, abbia detto il Papa domenica a Zagabria e abbia ripetuto questa mattina, inserendolo nel solco della cristianità e della sua etica, fattore di ulteriore certezza.

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  39. 39

    Kamella Scemì

    Per essere leggieri, come dice qualcuno, occorre sapersi liberare nell'anima del peso materiale delle cose.

    Così ci insegna il "nostro" cardinale nel Mattutino di oggi:

    La roba di Gianfranco Ravasi

    "La ricchezza guasta l'intelligenza, come un pasto troppo forte vela di sonno anche l'occhio più vivace".

    Il primo effetto di un eccessivo amore per la ricchezza è la perdita della propria personalità. Si è tanto più persona, quanto meno si amano le cose. Si usa chiamare «la sindrome dei fratelli Collyer»: Homer e Langley si rinchiusero nella loro casa sulla Quinta Strada di New York colmandola all'inverosimile di oggetti (quattordici pianoforti, decine e decine di grammofoni, macchine da scrivere, giocattoli, carrozzine per bimbi, casse, barili, fusti, lampade, vestiti, libri, tonnellate di giornali e cibi e altro ancora), sigillarono le porte, introdussero trabocchetti per vietare l'accesso e là morirono sommersi dalla loro ossessione per la "roba". Chi non ricorda la terribile finale della novella intitolata appunto «La roba» di Giovanni Verga, quando il protagonista, sentendo prossima la morte, esce in cortile e si mette ad ammazzare a colpi di bastone le sue anatre e tacchini, strillando: «Roba mia, vientene con me!»? Ai fratelli Collyer lo scrittore americano E. L. Doctorow ha dedicato un romanzo, Homer & Langley (Mondadori 2010); noi, invece, per una riflessione semplice sul tema dell'attaccamento folle alle cose, siamo ricorsi al nostro Vitaliano Brancati (1907-1954) e al suo libro sui Piaceri. La nota più interessante che egli ci propone è questa: chi ama troppo le realtà materiali perde la propria personalità, è accecato nella mente e ha il cuore indurito. È suggestivo il monito della Bibbia secondo il quale chi adora l'idolo diventa simile ad esso (Salmo 115,8), si tramuta cioè in oro o pietra egli stesso, e san Paolo dichiarava che l'attaccamento alle ricchezze è appunto idolatria (Colossesi 3,5). Raccogliamo, allora, l'appello di Cristo: «Non accumulatevi tesori sulla terra dove ladri scassinano e rubano, ma tesori in cielo- Perché sulla terra dov'è il tuo tesoro, sarà il tuo cuore» (Matteo 6,19-21).

    E non sarà mai leggiero.

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  40. 40

    Kamella Scemì

    Guardando in retrospettiva alla visita apostolica in Croazia, mi sembra bello e utile questo articolo apparso sul mio giornale preferito: Avvenire.

    PERCHÉ «IMPEGNARSI PER UN ALTRO». FIDUCIA NEL FUTURO. Di LUIGI GENINAZZI

    La famiglia salverà l'Europa. È la speranza di Benedetto XVI che ha lanciato un vibrante appello in difesa di «questa fondamentale realtà umana» dalla nuova frontiera del Vecchio Continente, dalla Croazia già antemurale della cristianità e oggi alle soglie dell'Unione Europea, in procinto di diventare il suo ventottesimo Stato membro. La Chiesa ha sempre avuto un ruolo molto importante nel sostegno a questa nazione, in stragrande maggioranza cattolica. Esattamente vent'anni fa, all'inìzio della crisi jugoslava, il Vaticano fu tra i primi a riconoscere l'indipendenza della Croazia, un Paese che dopo la lunga oppressione comunista dovette affrontare una guerra insensata e crudele dentro il gorgo sanguinario dei Balcani di fine secolo. I vecchi furori nazionalisti non sono del tutto sopiti (l'abbiamo notato anche noi – n.d.r.) e alimentano odio e propositi di vendetta che il Papa ha condannato invitando tutti alla riconciliazione e alla purificazione della memoria. Ma più che soffermarsi sulle tragedie del passato il Pontefice ha valuto guardare in avanti. Con grande finezza, citando l'episcopato croato, ha detto di trovarsi in una tprra «che si

    sente mitteleuropea più che balcanica», mettendo a tema del suo viaggio pastorale la comune identità dell'Europa che accogliendo al suo interno nuove nazioni afferma «la sua unità nella diversità». Infatti, ha spiegato Benedetto XVI, «l'identità europea è un'identità proprio nella ricchezza delle diverse culture che convergono nella fede cristiana, nei grandi valori cristiani perché questa sia di nuovo visibile ed efficiente». Ed è qui che il discorso sull'Europa si salda con quello sulla centralità della famiglia. L'occasione è la giornata delle famìglie cattoliche che si è celebrata domenica in Croazia ma, come sappiamo, si tratta di un pensiero che rappresenta un leit-motiv del pontificato ratzingeriano. Accolto a Zagabria da uno straordinario entusiasmo popolare, Benedetto XVI ha parlato della «autentica famiglia, fondata sul matrimonio, che è già in se stessa una buona notizia per il mondo», come disse una volta il suo predecessore. E rilanciando la famosissima frase di Giovanni Paolo II ha alzato un grido: «Non abbiate paura d'impegnarvi per un'altra persona! Care famiglie, gioite per la paternità e la maternità! E' un segno di fiducia nel futuro!». È un invito al coraggio e alla speranza che si pone in continuità con la lezione sulla coscienza tenuta il giorno precedente nel Teatro nazionale di Zagabria. La disgregazione della famiglia, spiega il Papa, è il frutto di un atteggiamento dove «si assolutizza la libertà senza impegno per la verità e si riduce l'amore a emozione sentimentale senza impegnarsi a costruire legami duraturi di appartenenza reciproca e senza apertura alfa vita». E conclude con un forte appello a contrastare tale mentalità. Ancora una volta Benedetto XVI descrive la vicenda sociale del nostro tempo in termini drammatici e invita tutti a una «svolta culturale». Lo fa con grande garbo e intelligenza, parlando al cuore e alla ragione. È sconsolante dover notare, invece, che in diversi resoconti giornalistici di casa nostra quest'appassionata difesa del «valore unico e insostituibile della famiglia fondata sul matrimonio» viene dipinta come un «attacco» alle «coppie di fatto» (una terminologia radical-laicista che non compare mai nel dìscorso del Papa). È la nuova prova di una visione puramente negativa, incapace di cogliere il valore di una proposta che nasce dalla tradizione cristiana e che si è affermata nelle istituzioni della civiltà occidentale. La famiglia, ci ricorda Benedetto XVI, è una risorsa decisiva per costruire «la casa comune europea». E il messaggio che oggi arriva dalla periferia sud-orientale ma va dritto al cuore del nostro continente.

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  41. 41

    Kamella Scemì

    DA ZAGABRIA, FRANCESCO DAL MAS (www.Avvenire.it).
    «E' grazie alla tenuta della famiglia e dei suoi valori che la Croazia entra in Europa. Ecco perché le parole del Papa hanno trovato ampia eco anche nei mass media del nostro Paese, che pure si erano manifestati critici verso la visita del Pontefice».

    Danijel Labas ha 46 anni e insegna scienze della comunicazione all'Università di Zagabria. Assieme ad una quarantina di studenti ha collaborato all'informazione web dell'episcopato croato relativa al viaggio apostolico a Zagabria.

    I media laici, dunque, non hanno dimostrato sorpresa per quanto ha detto Benedetto XVI sulla vita e sulla famiglia, realtà del tutto differente rispetto alla convivenza?.

    C'era parecchio scetticismo, nel mondo laico e in particolare nelle sue espressioni comunicative, per la visita del Santo Padre. Fin dal primo momento del suo arrivo, il registro di questi media è cambiato. E da parte loro si dimostra grande attenzione per i valori forti, non negoziabili, che i cattolici croati hanno manifestato e che il Papa ha rilanciato. Gli stessi presidenti della Repubblica e del Governo hanno espresso apprezzamento per le parole di papa Ratzinger sulla famiglia, riconoscendo che proprio questo è il motore del progresso in Croazia e specificatamente del suo ingresso in Europa.

    Ingresso che dovrebbe registrare un'accelerazione dopo quanto è stato ribadito in questi giorni, sulla scorta anche delle riflessioni del Papa…

    Non spetta alla Croazia dimostrare che ha tutti i titoli per far parte dell'Unione Europea. Spetta all'Ue riconoscere che la nostra partecipazione è un valore aggiunto. Ed anche ascoltarci. Altrimenti ci viene un sospetto.

    Quale?

    Che quest'Europa così poco cristiana ci trovi ingombranti, noi cattolici croati, che come Paese difendiamo ì valori forti.

    Lei diceva che l'Europa deve ascoltarvi. Ma in che senso?

    Sulla famiglia, ad esempio. La nostra storia ed il nostro presente testimoniano che di famiglia ce n'è una soltanto, quella fondata sul matrimonio. E che i figli dì questa famiglia sono un'autentica risorsa. L'Europa che pratica le più diverse forme di "famiglia" nel prenda atto.

    I giovani di questo tipo di famiglie sono più affidabili: è questo che lei vuol dire?

    La veglia dei nostri giovani con il Pontefice, lunedì sera, è stata un evento straordinario. Avevamo immaginato la presenza di venti, al massimo trentamila ragazzi. Ne sono arrivati più di cinquantamila. Erano in festa, quando si sono presentati. Magari taluni di loro immaginavano Benedetto XVI come una rockstar. È stato sufficiente che in piazza comparisse il Santissimo, per l'adorazione, e la piazza stessa si è trasformata in una silenziosa cattedrale. Da brividi. I giovani hanno dimostrato di sapere chi è Gesù, di amarlo. E di amare la Chiesa. In quei momenti abbiamo realizzato che il comunismo, con la sua lotta alla religione, era davvero tramontato. I nostri non sono più i figli di quell'epoca.

    Quel comunismo che è costato la vita, di fatto, anche al beato Stepinac…

    Una figura completamente riabilitata rispetto a come, per decenni, era stata strumentalizzata in modo indegno, specialmente dai comunisti, anche italiani. È il nostro santo. Il santo di tutti. E come tale, immagino, anche il Papa lo ha pregato così intensamente a conclusione dei Vespri, in Cattedrale.

    Lei ha realizzato parecchie ricerche sui giovani. Che cosa contraddistingue i ragazzi croati da quelli del resto d'Europa?

    La fedeltà. La fedeltà anche alla Chiesa, da parte di chi ci crede. E sono la maggior parte.

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