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9 Comments

  1. 1

    carlo

    La misura è colma. Tanta pazienza, evidentemente, è stata mal riposta. Si è capito subito che gli inquirenti non sarebbero arrivati a capo di una soluzione. Leggendo i giornali e guardando le trasmissioni televisive, tutti hanno potuto constatare l'inadeguatezza di chi avrebbe dovuto trovare ed arrestare l'assassino di Yara. Quante parole buttate al vento, quante promesse… Non vorrei essere al loro posto perchè sentirei sulla coscienza un peso insopportabile. Ho visto che qualcuno di loro è andato anche alla camera ardente a Brembate Sopra. Sarebbe stato meglio tenere un profilo più basso.

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  2. 2

    Kamella Scemì

    Vorrei che si rileggessero i commenti agli articoli precedenti, in questo stesso sito.

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  3. 3

    Aristide

    PIÙ RAZIONALITÀ, MENO RETORICA

    Si fa presto a dire che si sarebbe dovuto trovare ed arrestare l’assassino di Yara. È chiaro che si sarebbe dovuto, ma tenendo conto del fatto, come ebbi a scrivere qualche tempo fa, che un’antica regola vuole che se non si raccolgono indizi significativi nei primi tre giorni dopo il delitto (non necessariamente mettendo le mani sull’assassino, ma imboccando piste attendibili, questo sì), le probabilità di venire a capo del problema si assottigliano progressivamente, con il trascorrere del tempo. Volendo essere più espliciti, e più precisi: occorre tenere conto delle “probabilità a priori” di sciogliere il caso (che scemano vistosamente se non si trovano tracce significative immediatamente dopo il delitto) e delle “probabilità a posteriori” (le quali sono evidentemente maggiori, se si dispone di una straordinaria macchina analitica qual è il “naso” di Maigret).

    Quando la stampa «si aspetta dagl’inquirenti uno scatto di reni», in realtà fa soltanto retorica. Fa di tutto per mostrarsi in sintonia con il sentimento popolare (dal quale, in sede investigativa, è bene prendere opportune e scientifiche distanze), raccoglie consenso, opera ‘pro domo sua’ e non ‘pro veritate’ (uso un’espressione che Eugenio Scalfari indirizzò al ministro Castelli nel corso di un dibattito televisivo, precisandogli: “questo è latino”). La stampa, invece di accusare, dovrebbe fare un atto di contrizione. Per esempio, per non aver voluto approfondire, ma proprio per niente, il significato dell’apporto del volontariato. Qui non è in discussione la generosità di chi ha messo a disposizione le proprie energie e il proprio tempo. È in discussione la mistica del volontariato, per cui se i nostri bravi volontari son passati di lì e non hanno visto niente, vuol dire che non c’era niente. Sì, ma chi coordinava i volontari? Qualcuno ha verificato i criteri del pattugliamento, per esempio l’ampiezza delle maglie nelle quali è stata suddivisa l’area da ispezionare? Non ci vuole molto a porsi queste domande, o a farle a chi di dovere.

    Ma è inutile che ripeta, a proposito delle colpe – e, talora, del cinismio – della stampa, cose che molto meglio di me sono espresse in un celebre film di Billy Wilder, ‘L’asso nella manica’: un giornalista, interpretato da Kirk Douglas, ritarda la liberazione di un operaio sepolto in una miniera del Nuovo Messico, per fare di quella tragedia uno spettacolo. Lo so, non è questo il caso di Yara. I giornalisti non hanno ritardato le operazioni, ma potevano facilitarle. E non l’hanno fatto. Capisco che qualche giornalista non arrivi a pensare certe cose. D’altra parte nelle benedette facoltà di Scienze della comunicazione non mi risulta che siano insegnate le tecniche di ragionamento abduttivo e l’inferenza bayesiana. Ma non è difficile ragionare correttamente, anche se non si è studiata la statistica del reverendo Bayes. È sufficiente, nel mestiere del giornalista, come in molte altre nobili occupazioni, preferire i fatti alla retorica. Non a caso gli statuti della Royal Society (quella fondata dal filosofo Bacone) bandivano espressamente la retorica.

    Per chi voglia approfondire l’argomento, faccio presente che è possibile leggere un’esposizione divulgativa della razionalità bayesiana nel mio sito Comminus eminus (non si vive di solo Testitrahus!). Si veda l’articolo ‘Indizio e prova nell’argomentazione di colpevolezza’, all’indirizzo http://www.webalice.it/claudiusdubitatius/Trivium…. Si veda in particolare l’analisi dell’errore giudiziario relativo all’affaire Dreyfus. Un caso paradigmatico di sopruso della retorica, che per giunta si ammanta di razionalità pseudoscientifica.

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  4. 4

    l'allievo

    Tecniche di ragionamento abduttivo e inferenza bayesana? Proprio bravo questo Aristide. Colto come pochi, preparato su tutto, capace di discettare con facilità strabiliante di filosofia come di giornalismo, di politica e di estetica. Vien da chiedersi dove stia rintanato un Maestro simile, perchè anzichè "sprecarsi" su un sito internet non metta la sua preclara scienza al servizio della collettività. Dicono i beneinformati che Aristide sia in realtà l'addetto stampa del Comune di Curno. Forse è questa modesta funzione che gli rende un pizzico di frustrazione e lo porta a spiegare come dovrebbero lavorare i giornalisti. Che hanno mille difetti, alcuni anche di quelli indicati, ma sono soliti sempre mettere nome e cognome sotto i loro articoli, senza mascherarsi dietro pseudonimi. Ma soprattutto, pur non essendo mediamente degli scienziati, riescono a farsi comprendere dai loro lettori. Cosa che risulta un po' difficile per chi parla razionalità bayesana. Il professor Aristide dirà che questa è ignoranza. Al mio paese risponderebbero che "è meglio un asino vivo di un dottore morto". Quale tende ad essere, in senso metaforico, chi si rinchiude in una torre autoreferenziale, chiudendosi a qualsiasi forma di confronto e di dialogo. Novello Mosè, ci dispensa le Tavole della Legge. Bellissime, straordinarie, memorabili. Ma la comunicazione è un'altra cosa. Anche se dispiace al filosofo trezzese di stanza congiunturale a Curno. Prosit

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  5. 5

    Aristide

    BAGATTELLE SUL GIORNALISMO

    1. Sull’argomento ‘ad personam’ circostanziale

    Ho fatto un discorso sul giornalismo, in generale, e sul caso Yara, in particolare. Vedo però che il cortese interlocutore dell’intervento precedente non prende posizione sulle cose dette, ma contro di me. Non è gran che come dialettica, perché il suo intervento è incentrato su un argomento ad personam, cosiddetto circostanziale. In altre parole, invece di affrontare l’argomento proposto da una persona, si rimproverano alla persona le circostanze nelle quali nasce l’enunciato, o le circostanze alle quali l’autore dell’enunciato è riferibile. Un caso tipico di argomento razionalmente irrilevante.

    Nel caso specifico, poi, la circostanza imputata alla persona non sussiste. Non sono “addetto stampa” del Comune di Curno. Nella vita professionale, quando mi firmo con nome e cognome, ho prodotto due numeri della rivista ‘24035 Curno, Bg’, per i quali ho emesso regolare fattura e sul provento dei quali ho pagato le tasse. È orgoglio mio (anche del sindaco, credo) aver dato alla luce due pubblicazioni sulle ragioni della politica, contro la politichetta e, soprattutto, non assessorili, come gl’innumerevoli giornaletti comunali lottizzati e di propaganda strisciante, che non fanno onore né ai giornalisti che li firmano né ai sindaci che li promuovono.

    2. Uomini e no

    Il cortese interlocutore stabilisce una graduatoria di merito, ai cui gradini infimi stanno gli addetti stampa, mentre il fastigio sarebbe occupato dai giornalisti? La cosa non mi riguarda. Al mondo ci sono giornalisti che fanno pubbliche relazioni, uomini che sono giornalisti ma che non fanno pubbliche relazioni e uomini che sono soltanto uomini. Appartengo a quest’ultima categoria, tanto mi basta. Anzi, trovo meraviglioso l’essere uomini: “Soltanto uomini, una razza in estinzione”, come recita una celebre battuta in un film di Sergio Leone.

    Nel 1993, all’indomani della notizia che su un’agendina sequestrata a Carlo Sama (ex amministratore delegato della Montedison) i giudici di Mani Pulite avevano trovato una lista di nomi di giornalisti con a fianco alcune misteriose cifre, verisimilmente importi di denaro corrisposto per pubbliche relazioni, Montanelli commentò in questi termini: «È una cosa grave […] che va a discredito di una categoria già di per sé discreditata». Dunque è fin troppo facile parlar male dei giornalisti. L’importante è non dire banalità, andare sul concreto. È quel che mi sono sforzato di fare.

    3. Le leggi ‘ad hoc’ e la pretesa di mettere tutto a norma

    Quando il cortese interlocutore afferma che i giornalisti mettono nome e cognome sotto i loro articoli, e dà a intendere che questa sia una norma etica, non riesco proprio a raccapezzarmi, se appena frugo nei miei ricordi. Basti rammentare che Montanelli firmò un suo celebre articolo come Catilina junior: era una risposta a una lettera firmata da Andreotti come Marco Tullio junior. Il titolo dell’articolo era “Cicero, non ti curar di Orlando”, e aveva per oggetto l’ineffabile Leoluca Orlando (Cascio). Inoltre Montanelli firmò sistematicamente una rubrica sull’‘Europeo’ con lo pseudonimo di Mirmidone. Ricordo ancora il grande Mario Melloni, già deputato della Dc, che con lo pseudonimo di Fortebraccio diede non poco filo da torcere agli ex compagni di partito, dalle colonne dell’‘Unità’. Il discorso non finirebbe più, ma come non ricordare Augusto Guerriero? Scrisse sul settimanale ‘Epoca’, con lo pseudonimo di Ricciardetto: erano articoli memorabili, sulla sua disperata ricerca della fede.

    4. La perspicuità e la mistica dell’audience

    Quanto alla perspicuità, è un bel tema, che non mi sento di sprecare in poche battute. Però rimando i cortese interlocutore a un mio articolo su Testitrahus: mi dica se è poco chiaro, e dove. L’articolo s’intitola “Una perizia grafica fai-da-te? No, per favore non fatelo. Però ragioniamo”. È un invito, che più esplicito e più lineare di così non si può, rivolto ai giornalisti anglorobicosassoni, perché non facciano orecchie di mercante su un argomento meritevole di approfondimento. Quello “scatto di reni” che i giornalisti chiedono alle autorità investigative per la soluzione del caso Yara, noi ci permettiamo di chiederlo ai giornalisti nell’analisi della temperie politica bergamasca. Il secondo scatto di reni, quello dei giornalisti, è molto più facile, ed è doveroso. Altrimenti il discredito di cui godono, ricordato da Montanelli, è più che giustificato.

    Sappia, gentile interlocutore, ch’io la invidio, quando afferma perentoriamente: «Ma la comunicazione è un’altra cosa». Beato lei che sa che cosa sia la comunicazione e quali ne siano le sacre leggi, io al riguardo so di non sapere. Solo questo credo di sapere, che sono possibili diversi registri di comunicazione, e che scrivendo su queste pagine elettroniche, dove sono riportati articoli di respiro europeo, letti da un pubblico preparato, ho tutto il diritto di usare l’espressione “razionalità bayesiana”, come esempio di razionalità. Ho aggiunto un rimando a una pagina d’Internet, per chi volesse approfondire, perché si sappia che quella razionalità è possibile, non è cosa campata in aria, una cosa mistica (preciso, a titolo di esempio, che nella diagnosi strumentale del cancro si ricorre alla logica bayesiana). Insomma, non faccio mica come quei giornalisti di pubbliche relazioni che ricorrono a mal masticate parole inglesi a fini di mistificazione, per dare un’aura magica a un prodotto che farebbero bene a non reclamizzare, visto che sono giornalisti.

    Analogamente in certi articoli di divulgazione scientifica si legge che nel grande collisore di Ginevra, nell’impianto Lhc (Large Hadron Collider), si va cercando riscontro dell’esistenza della cosiddetta “particella di Dio” (così alcuni spiritosi chiamano il bosone di Higgs). O per menzionare il collisore di Ginevra (che è una cosa tremendamente complicata) si deve far domanda in carta bollata al comitato “etico” (boh!) di chissà quale ente inutile? E se si può parlare del collisore Lhc, perché non si può parlare – anzi: solo menzionare – la razionalità bayesiana?

    5. Conclusione

    Caro signore, intendevo esortare i giornalisti – in particolare i più sussiegosi, i più professionali, i giornalisti anglorobicosassoni – a ragionare. Parimenti li invitavo a far ragionare i lettori, invece di titillarne gl’istinti peggiori. In ogni caso, non confondiamo la perspicuità con la mistica della c.d. audience assunta come metro unico e obbligatorio di giudizio, un metro che impone il livellamento verso il basso. Si dice che il popolo voglia che si parli facile, e che sarebbe come un bambino, e che anzi – è proprio così – non chieda altro che di essere ingannato: ‘Mundus vult decipi, ergo decipiatur’. Quand’anche fosse? È terribile pensare che c’è chi sguazza in tanta miseria, se ne compiace, si costruisce una carriera e ci fa affari. E poi parlano male delle televisioni berlusconiane! E le altre televisioni? E i giornali (con poche luminose eccezioni)?

    Per finire, prendo questa definizione della pubblicità da “Fiorirà l’aspidistra”, di George Orwell: «La pubblicità è il rumore che si fa con il mestolo, agitando il pastone nel truogolo dei porci». La stessa cosa può dirsi di certo giornalismo deteriore.

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  6. 6

    povero lettore

    Mi appello alla redazione perchè, nella libertà concessa a chiunque, ponga un limite a questo signor Aristide. Non è possibile scrivere centinaia di righe solo per difendere se stessi. Chi gestisce questo blog deve rendersi conto che questo è il miglior modo di far scappare gli altri lettori. Io, di sicuro, mi sono stancato. Vi pensavo molto, molto diversi. Siete ridotti alla tribunetta di un egocentrico grafomane. Che peccato.

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  7. 7

    Aristide

    Addirittura, si chiede la censura! Ma non sarebbe più semplice dire dove Aristide sbaglia? Il "povero lettore" dica, per esempio: eh no, il giornalismo italiano, e segnatamente quello anglorobicosassone, è il migliore giornalismo del mondo. Dica che i giornalisti anglorobicosassoni sono implacabili: quando hanno sentore di qualche cosa che non vada per il verso giusto, s'informano, approfondiscono, poco o punto curandosi del gioco delle convenienze istituzionali, degli equilibri di potere economico ecc.: dunque senza fare sconti a nessuno e senza rendere servizietti a nessuno. Se Aristide afferma che riguardo a una certa storiella, presentata per sommi capi su Testitrahus (cfr. supra), i giornalisti fanno i pesci in barile (tra vedere e non vedere), dica che quella storiella non è meritevole, che i giornalisti anglosassoni spregiano queste cose. Ma allora mi spieghi perché qualche giornalista ritenne opportuno e forse anche doveroso occuparsi di Aristide, a suo tempo, perché volesse a tutti costi rivelarne l'identità (non certo su richiesta di Aristide). Dica che questa storia delle pubbliche relazioni è tutta una fandonia, che Aristide ha le traveggole. Produca idonea documentazione per internamento di A. in ospedale psichiatrico (così si faceva nell'Unione sovietica, con i dissidenti). Dica che Orwell, da me citato a proposito della pubblicità, era un sovversivo, che il suo cadavere dovrebbe essere riesumato, processato e arso morto. Esprima il suo rammarico perché il sito Testitrahus non è stato chiuso per via giudiziaria, come qualcuno aveva sperato e richiesto. Ma dica qualcosa, sempre che ne sia capace. Chi denuncia pretestuosamente (magari lasciandoci le penne), chi chiede la mordacchia per chi non gli è omologo dimostra disprezzo per la dialettica ed è lui stesso pessimo dialettico.

    Naturalmente costui potrebbe meritare tutto il nostro rispetto, a fronte di altri meriti, pur non essendo un dottor sottile. Dove sta scritto, in fondo, che uno deve essere pratico dell'arte del ragionare? Ma allora non pretenda di sopprimere Aristide, non si cacci in certi culi di sacco (come dicono i cugini francesi).

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  8. 8

    Bergamo.info

    Ci teniamo stretti alcuni criteri che in altro intervento abbiamo già espresso: accettiamo scritti logici e coerenti, di tono elegante anche quando polemico, e, soprattutto, che siano espressione di pensiero e cultura socialmente interessanti (merce, quest'ultima, assai preziosa, perché rara e da tornare a diffondere poco alla volta a livello popolare, come detto da Allevi). Rifuggiamo da ogni atteggiamento "contro" chicchessia e qualsivoglia cosa o argomento, purché si rientri nei criteri sopra citati. E' la nostra regola e la chiave del successo, veramente inatteso, che sta facendo crescere il nostro giornale d'opinione. Al riguardo, ringraziamo tutti i sempre più numerosi lettori, soprattutto i commentatori, di numero e qualità veramente sorprendenti. Proponete voi stessi argomenti, commenti, pensieri critici, oltre a quelli che noi stessi evidenziamo, e discutiamone e discutetene fra voi: questa è la nostra ricetta, di buon senso prima ancora che giornalistica.

    Indubbiamente anche noi abbiamo le nostre opinioni e credenze (peraltro risultano chiaramente dall'impostazione stessa del nostro giornale), ma guai se dovessimo comprimere quelle altrui, che sono la ricchezza nostra, personale, e del nostro sito. Con cordialità. Bergamo.info

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  9. 9

    Aristide

    CONSIDERAZIONI DI GUZZANTI SUL GIORNALISMO ITALICO

    Scriveva ieri Paolo Guzzanti – che anglosassone lo è un po’ per davvero, considerato che ha moglie e figli americani e che vive in America – sul Giornale, nell’articolo titolato “L’ipocrisia dei ‘no Cav’. Giornalismo malato da una guerra civile”:

    «Su ‘Carta straccia’ Giampaolo Pansa offre di giornali e giornalisti di oggi uno spettacolo spesso grottesco, ma più spesso desolante. […] Non sono di quelli che esaltano il giornalismo “anglosassone” immaginato come asettico e impersonale, ma ho un grande rispetto per il giornalismo americano e britannico e per il modo accurato in cui trattano i fatti. […] Quel giornalismo, che non è certo esente da difetti, ha però prodotto antidoti e anticorpi che ancora funzionano bene, attraverso scandali e processi sulla cattiva informazione. Walter Lippmann […] fu lui del resto a dire che “la salute della società dipende dalla qualità delle informazioni che riceve”: affermazione non contestabile ma priva di riscontro in Italia».

    Guzzanti svolge quindi un discorso «sull’odio che trasuda dalle pagine stampate di entrambi i fronti, ma con una sperimentata prevalenza dell’odio di sinistra, che è più antico, raffinato e velenoso». Ricorda che «la pratica dell’odio e del disprezzo non è una novità fra giornalisti e intellettuali: […] quando da giornalista certificavo che Francesco Cossiga non era affatto matto (come voleva invece il comitato degli intellettuali che seguivano le indicazioni di Eugenio Scalfari) amici e colleghi cominciarono a cambiare marciapiede quando mi vedevano. Ricordo Tullio de Mauro, il celebre linguista, che mi sibilò: “Ma che cazzo scrivi Paolo? Ma non ti vergogni?”. E non mi rivolse più la parola».

    Osserva infine Guzzanti: «In Italia […] la sostituzione del giornalismo con la propaganda è stata una strada obbligata: soltanto da noi si poteva inventare l’espressione “linea editoriale” per giustificare nel servizio pubblico televisivo l’uso di un linguaggio di propaganda, la censura e l’eccesso, sia di sinistra che di destra. La “verità” stessa, come premessa dell’informazione corretta e completa, in Italia è relegata al rango di “arroganza”. Ed è questo il motivo per cui, senza dover aspettare Berlusconi, i politici italiani hanno sempre avuto nei confronti del giornalismo un atteggiamento padronale creando il ridicolo fenomeno del politico “di riferimento”, padrino-padrone che promette carriere e direzioni nei telegiornali “d’area”».

    Guzzanti ha ragione, il panorama del giornalismo che emerge dal libro di Pansa, ‘Carte false’, è desolante. Anche squallido, aggiungerei, se si tiene presente la straordinaria propensione di parecchi giornalisti per le pubbliche relazioni. Ovviamente, non di tutti. Escluderei che Massimo Fini ne abbia mai fatte in vita sua. Pur non essendo sempre d’accordo con Massimo Fini (per esempio nella sua condana senza remissione dell’Illuminismo) trovo esemplare, financo eroica la vita di Massimo Fini.

    Per un giornalista con la schiena diritta, che non fa e non riceve favori, ma che fa il giornalista, la vita può essere difficile, come recita il bel film di Dino Risi ‘Una vita difficile’ interpretato da Alberto Sordi, nella parte del giornalista che si vende a un palazzinaro, ma poi ha un sussulto di dignità e sceglie la vita difficile. Il film è del 1961. L’anno seguente Bianciardi scriverà ‘La vita agra’, che è la storia di uno che vive di collaborazioni editoriali e che la vita difficile l’ha scelta fin da principio.

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