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26 Comments

  1. 1

    Kamella Scemì

    E' bello riportare subito il commento di Padre Ermes Ronchi su Avvenire di Giovedì scorso:

    La casa fu piena di vento, e apparvero loro come lingue di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno. E ognuna accende un cuore, sposa una libertà, consacra una diversità. Lo Spirito dà a ogni creatura una genialità propria, una santità che è unica. Tu non devi diventare l'opposto di te stesso per incontrare il Signore, per essere santo. In Gesù, Dio ha riunificato l'umanità in un popolo di fratelli. Nello Spirito fa della mia unicità e diversità una ricchezza. La Chiesa come Corpo di Cristo è comunione; la Chiesa come Pentecoste continua è invenzione, poesia creatrice, ricerca. Come due tempi di un solo movimento. Nel Cristo siamo uno, nel soffio dello Spirito siamo unici. Il libro degli Atti narra che gli apostoli quella mattina parevano «come ubriachi»: ebbri, eccessivi, fuori misura. Bisogna essere così per parlare di Cristo, un po' fuori misura, un po' incoscienti, un po' «presi», altrimenti non riscaldi il cuore di nessuno. Ubriachi, ma di speranza, di fiducia, di generosità, di gioia. Mentre erano chiuse le porte del luogo venne Gesù, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo. Negli Apostoli respira ora il respiro di Cristo, quel principio vitale e luminoso che lo faceva diverso, quella intensità che faceva unico il suo modo di amare, che spingeva Gesù a fare dei poveri i principi del suo Regno, che ha reso forte il suo volto, scrive Luca, come quello di un eroe, e tenero come quello di un innamorato. Ciò che è accaduto a Gerusalemme, 50 giorni dopo la Risurrezione, avviene sempre, avviene per ciascuno: siamo perennemente immersi in Dio come nell'aria che respiriamo. A noi che cosa compete? Accogliere questo straordinario respiro di Dio che riporta al cuore Cristo e le sue parole e ci trasforma; accoglierlo, perché il mio piccolo io deve dilatarsi nell'infinito io divino. E poi la missione: a coloro cui perdonerete i peccati saranno perdonati, a coloro cui non perdonerete non saranno perdonati. Il perdono dei peccati è l'impegno di tutti coloro che hanno ricevuto lo Spirito, donne e uomini, grandi e bambini. Perdonate, che vuol dire: piantate attorno a voi oasi di riconciliazione, piccole oasi di pace in tutti i deserti della violenza; tutto intorno a voi create strade di avvicinamenti, aprite porte, riaccendete il calore, riannodate fiducia. Moltiplichiamo piccole oasi e queste conquisteranno il deserto. «Perdonare significa de-creare il male» (Panikkar). Allora venga lo Spirito, riporti l'innocenza e la fiducia nella vita, soffi via le ceneri delle paure, «consolidi in ciascuno di noi la certezza più umana che abbiamo e che tutti ci compone in unità: l'aspirazione alla pace, alla gioia, alla vita, all'amore» (G. Vannucci).

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  2. 2

    Kamella Scemì

    Questo è Spirito che illumina!:

    AI NUOVI AMBASCIATORI

    L'uomo non può essere dominato dalla tecnica

    È con gioia che vi ricevo questa mattina nel Palazzo Apostolico per la presentazione delle Lettere che vi accreditano come Ambasciatori Straordinari e Plenipotenziari dei vostri rispettivi Paesi presso la Santa Sede: Moldova, Guinea Equatoriale, Belize, Repubblica Araba di Siria, Ghana e Nuova Zelanda. Vi ringrazio per le cortesi parole che mi avete rivolto da parte dei vostri rispettivi Capi di Stato. Vogliate trasmettere loro in cambio i miei deferenti saluti e miei voti rispettosi per la loro persona e per l'alta missione che svolgono al servizio del loro Paese e del loro popolo. Desidero anche salutare attraverso di voi tutte le autorità civili e religiose delle vostre nazioni, come pure tutti i vostri concittadini. Le mie preghiere e i miei pensieri si rivolgono naturalmente anche alle comunità cattoliche presenti nei vostri Paesi.

    Poiché ho l'opportunità di incontrare ciascuno di voi singolarmente, desidero ora parlare in maniera più generale. I primi sei mesi di quest'anno sono stati caratterizzati da innumerevoli tragedie che hanno riguardato la natura, la tecnica e i popoli. L'entità di tali catastrofi ci interpella. È l'uomo che viene per primo, ed è bene ricordarlo. L'uomo, al quale Dio ha affidato la buona gestione della natura, non può essere dominato dalla tecnica e divenirne il soggetto. Una tale presa di coscienza deve portare gli Stati a riflettere insieme sul futuro a breve termine del pianeta, di fronte alle loro responsabilità verso la nostra vita e le tecnologie. L'ecologia umana è una necessità imperativa. Adottare in ogni circostanza un modo di vivere rispettoso dell'ambiente e sostenere la ricerca e lo sfruttamento di energie adeguate che salvaguardino il patrimonio del creato e non comportino pericolo per l'uomo devono essere priorità politiche ed economiche. In questo senso, appare necessario rivedere totalmente il nostro approccio alla natura. Essa non è soltanto uno spazio sfruttabile o ludico. È il luogo in cui nasce l'uomo, la sua "casa", in qualche modo. Essa è fondamentale per noi. Il cambiamento di mentalità in questo ambito, anzi gli obblighi che ciò comporta, deve permettere di giungere rapidamente a un'arte di vivere insieme che rispetti l'alleanza tra l'uomo e la natura, senza la quale la famiglia umana rischia di scomparire. Occorre quindi compiere una riflessione seria e proporre soluzioni precise e sostenibili. Tutti i governanti devono impegnarsi a proteggere la natura e ad aiutarla a svolgere il suo ruolo essenziale per la sopravvivenza dell'umanità. Le Nazioni Unite mi sembrano essere il quadro naturale per una tale riflessione, che non dovrà essere offuscata da interessi politici ed economici ciecamente di parte, così da privilegiare la solidarietà rispetto all'interesse particolare.

    Occorre inoltre interrogarsi sul giusto posto che deve occupare la tecnica. I prodigi di cui è capace vanno di pari passo con disastri sociali ed ecologici. Estendendo l'aspetto relazionale del lavoro al pianeta, la tecnica imprime alla globalizzazione un ritmo particolarmente accelerato. Ora, il fondamento del dinamismo del progresso corrisponde all'uomo che lavora e non alla tecnica, che non è altro che una creazione umana. Puntare tutto su di essa o credere che sia l'agente esclusivo del progresso o della felicità comporta una reificazione dell'uomo, che sfocia nell'accecamento e nell'infelicità quando quest'ultimo le attribuisce e le delega poteri che essa non ha. Basta constatare i "danni" del progresso e i pericoli che una tecnica onnipotente e in ultimo non controllata fa correre all'umanità. La tecnica che domina l'uomo lo priva della sua umanità. L'orgoglio che essa genera ha fatto sorgere nelle nostre società un economismo intrattabile e un certo edonismo, che determina i comportamenti in modo soggettivo ed egoistico. L'affievolirsi del primato dell'umano comporta uno smarrimento esistenziale e una perdita del senso della vita. Infatti, la visione dell'uomo e delle cose senza riferimento alla trascendenza sradica l'uomo dalla terra e, fondamentalmente, ne impoverisce l'identità stessa. È dunque urgente arrivare a coniugare la tecnica con una forte dimensione etica, poiché la capacità che ha l'uomo di trasformare e, in un certo senso, di creare il mondo per mezzo del suo lavoro, si compie sempre a partire dal primo dono originale delle cose fatto da Dio (Giovanni Paolo II, Centesimus annus n. 37). La tecnica deve aiutare la natura a sbocciare secondo la volontà del Creatore. Lavorando in questo modo, il ricercatore e lo scienziato aderiscono al disegno di Dio, che ha voluto che l'uomo sia il culmine e il gestore della creazione. Le soluzioni basate su questo fondamento proteggeranno la vita dell'uomo e la sua vulnerabilità, come pure i diritti delle generazioni presenti e future. E l'umanità potrà continuare a beneficiare dei progressi che l'uomo, per mezzo della sua intelligenza, riesce a realizzare.

    Consapevoli del rischio che corre l'umanità dinanzi a una tecnica vista come una "risposta" più efficiente del volontarismo politico o dello sforzo paziente educativo per civilizzare i costumi, i Governi devono promuovere un umanesimo rispettoso della dimensione spirituale e religiosa dell'uomo. Infatti, la dignità della persona umana non cambia con il fluttuare delle opinioni. Il rispetto della sua aspirazione alla giustizia e alla pace consente la costruzione di una società che promuove se stessa quando sostiene la famiglia o quando rifiuta, per esempio, il primato esclusivo delle finanze. Un Paese vive della pienezza della vita dei cittadini che lo compongono, essendo ognuno consapevole delle proprie responsabilità e potendo far valere le proprie convinzioni. Inoltre, la tensione naturale verso il vero e verso il bene è fonte di un dinamismo che genera la volontà di collaborare per realizzare il bene comune. Così, la vita sociale può arricchirsi costantemente, integrando la diversità culturale e religiosa attraverso la condivisione di valori, fonte di fraternità e di comunione. Dovendo considerare la vita in società anzitutto come una realtà di ordine spirituale, i responsabili politici hanno la missione di guidare i popoli verso l'armonia umana e verso la saggezza tanto auspicate, che devono culminare nella libertà religiosa, volto autentico della pace.

    Mentre iniziate la vostra missione presso la Santa Sede, desidero assicurarvi, Eccellenze, che troverete sempre presso i miei collaboratori l'ascolto attento e l'aiuto di cui potrete avere bisogno. Su di voi, sulle vostre famiglie, sui membri delle vostre Missioni diplomatiche e su tutte le nazioni che rappresentate invoco l'abbondanza delle Benedizioni divine.

    Benedetto XVI

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  3. 3

    Karl Heinz Treetball

    Lo Spirito Santo, il Paraclito, lo Spirito di Verità, il Consolatore: una precisazione sul Mattutino di oggi in http://www.avvenire.it:

    CONSOLARE di Gianfranco Ravasi

    "Poco basta a consolarci, perché poco basta ad affliggerci".

    È accaduto a tutti di vivere una giornata serena, segnata persino dall'allegria. All'improvviso, un imprevisto, un piccolo incidente ci fa piombare nell'amarezza. Ma la nube non staziona sistematicamente all'orizzonte e qualche ora dopo – dimenticato quell'infortunio – ritorna il sorriso sulle labbra. È, questa, la mutevolezza tipica della persona umana e a ricordarcelo è il grande Pascal in uno dei suoi Pensieri (n. 136) che oggi abbiamo proposto nella sua essenzialità. In un altro passo, egli mette in scena un uomo che sta giocando a palla ed è così preso dai passaggi da dimenticare l'incubo che pure gli gonfia il cuore (n. 140). Io, però, vorrei proporre ai miei lettori un'altra riflessione, partendo da un punto di vista inatteso, ossia dalla radice che sta alla base della parola «consolare». Ebbene, l'etimologia di questo vocabolo è il termine «solo»: quindi «consolare» è sostanzialmente «stare con uno che è solo». L'idea è suggestiva perché tanta tristezza o dolore nasce proprio dall'essere soli e abbandonati, privi di una presenza che ti riscaldi, di una mano che ti accarezzi, di una parola che spezzi il silenzio e le lacrime. Aveva ragione il poeta spagnolo novecentesco Pedro Salinas quando scriveva che «le mani di chi ama terminano in angeli», sono presenze angeliche che spezzano la solitudine dell'infelicità. Non per nulla la parola «desolato» significa in radice «essere solo» pienamente. Come affermava il romanziere Vladimir Nabokov, «la solitudine è il campo da gioco di Satana», ed è per questo che lo Spirito Santo è detto «il Consolatore».

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  4. 4

    Kamella Scemì

    Altro magnifico commento da http://www.avvenire.it:

    L'imprevisto della Pentecoste. La creatività dello Spirito nella società dei replicanti.

    Lo Spirito arriva imprevisto, certo, lo sanno tutti. Ma non tutti gli imprevisti sono l’arrivo dello Spirito Santo. Non vogliamo riconoscere, una buona volta, che questa ce la siamo giocata proprio male noi occidentali, progressisti del nuovo "a prescindere"? Ci siamo entusiasmati all’idea di diventare società dell’azzardo, che dovevano essere piene di creativi, siamo diventati comunità a rischio, e per giunta piene di replicanti. "Essere prevedibile" è diventato quasi un insulto. Un po’ snob, se volete: ma nella società dello spettacolo è ormai un’offesa bruciante: in guerra come in amore. Però, quando devi fidarti di qualcuno, e gli metti in mano i tuoi affetti più cari, non scegli uno imprevedibile. Certezze non ne vuole condividere più nessuno. Però sicurezza per tutti. (Lo capisci che l’affidabilità del legame sociale è una categoria dello spirito? Se non tesse la sua tela lì, sono buchi neri dovunque).

    Insomma il guizzo degli improvvisi che riaprono i giochi della vita è bello, se durano le promesse che devono essere onorate. I due vivono felici soltanto insieme. Ecco, lo Spirito di Dio non è tanto lontano di qui. Diamogli una bella aggiustata, dunque, alla nostra creatività da paese dei balocchi; e impariamo di nuovo a farci sorprendere dalla creatività con la quale si onorano le promesse. Lo Spirito della Pentecoste, tanto per cominciare, è Spirito della promessa. Solenne, ostinata, ribadita in punto di morte: «Quando me ne sarò andato, ve lo manderò» (Gv 16, 7).

    Lo Spirito tiene ferma la sapienza della consolazione, in modo imprevisto. E tiene vivo il fuoco dell’amore fedele, in modo imprevisto. Illumina la strada della vita che era data per persa, in modo imprevisto. Edifica comunità impossibili con individui impossibili – come noi, che non sopportiamo nemmeno le regole del traffico – in modo imprevisto. Raduna i figli dispersi sotto il naso delle potenze mondane, che controllano lo share e non si accorgono che ormai sono sempre gli stessi a guardare il programma unico. Gli altri non ne possono francamente più e cercano luoghi di intossicazione e disincantamento. Anche quelli meglio-che-niente finiranno per darsi una svegliata. Le piazze si riempiono e le chiese si svuotano? Non insisterei sulle battute da cabaret. Se è per quello anche le università sono piene, e le zucche si svuotano. Non dovrebbero preoccuparsene un po’ di più, i sapientoni della secolarizzazione?

    Lo Spirito riempie la terra, intanto. Forse abbiamo piazze troppo rock e chiese (e università) troppo lente. Ma l’onda dei ragazzi che vigila – consciamente, inconsciamente – il passaggio della nube di fuoco che indica la strada, è più disinvolta a montare la tenda dovunque. In Occidente come in Oriente (i due cristianesimi la celebrano insieme, questa volta, la Pentecoste: vorrà dire qualcosa). La generazione che viene cerca affidabilità: ecco l’imprevisto. Non approfittiamone, per istupidirli del tutto con la scusa che è quello che vogliono (e vergognamoci). E non rifiliamogli la solita minestra, che faceva tanto bene alla nonna. Resistono come possono. Hanno smesso di volere: aspettano.

    I segni sono nell’aria, e nel flusso dei corpi che si ridestano e prendono strada. Facciamoci trovare lì. Lo Spirito non aspetterà i risultati dei nostri preconfezionati sondaggi. Lo Spirito risponde alle domande che noi non poniamo più, portando fresca invenzione di risposte troppo lungamente attese.

    Pierangelo Sequeri

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  5. 5

    Kamella Scemì

    Altro grande commento da http://www.avvenire.it:

    CHE COS'È LA VERITÀ? di GIANFRANCO RAVASI

    “La verità è simile a Dio: non appare immediatamente, bisogna che Ja «intuiamo attraverso le sue manifestazioni”.

    «Che cos'è la verità? disse Pilato per scherzo e non aspettò la risposta». Così, nei suoi Saggi, il famoso pensatore inglese Francesco Bacone ironizzava sulla figura del Pilato descritto dal Vangelo di Giovanni. Sta di fatto, però, che anche se disattesa e sbeffeggiata, la sua rimane una domanda che continua a serpeggiare nell'umanità. Molti appunto l'accantonano, altri le riservano risposte sbrigative, altri sono scettici sulla possibilità di una risposta. Noi oggi mettiamo sulla ribalta quelli che desiderano scoprire il volto autentico della verità. E a costoro il grande poeta tedesco Goethe indica una via nel testo citato: come Dio si svela mediante i suoi segni ed epifanie, così accade per la verità. Ci vogliono, quindi, occhi limpidi e vigili, capaci di identificare le tracce che il vero dissemina nell'essere e nell'esistere, nello spazio e nella storia. Bisogna, tuttavia, essere molto sorvegliati e attenti nel procedere in questo itinerario di ricerca. Aristotele, nel suo trattato sul Cielo, giustamente osservava che «la più piccola iniziale deviazione dalla verità si moltiplica, man mano che si avanza, mille volte tanto» e così ci si allontana sempre più da essa. Un po'come avveniva nel campo descritto dalla parabola di Gesù, ove grano e zizzania crescevano insieme, così accade anche nella storia umana, ove non sempre è facile distinguere tra i frutti buoni della verità e quelli avvelenati della falsità. D'Annunzio diceva che «il falso e il vero son le foglie alterne d'un ramoscello», ed è v necessaria molta cura per discernerle. È per questo che nel Vangelo di Giovanni lo Spirito Santo è detto «Spirito di verità» che svela la profonda e inconcussa verità che libera e salva.

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  6. 6

    Karl Heinz Treetball

    In relazione al problema della verità, quindi, dello Spirito di Verità, segnalo questo interessante articolo di FRANCESCO TOMATIS su Avvenire:

    L'ottava parola, nona per la tradizione ebraica, cosi risuona: «Non risponderai contro il tuo prossimo come testimone di menzogna». Ancor lungi dal comando nuovo delPamore reciproco e della parresia, liberamente obbligante a dire la verità al prossimo, in questo comandamento, come in diversi dei dieci antichi, abbiamo un'indicazione apofatica, proferita attraverso una duplice negazione: non… di menzogna (negazione della verità). Intangibile ambito di tale negatio negationis emerge tacitamente allora la dimensione veritativa. Verità in ebraico suona "emet". stabilità, fedeltà, fiducia, fede innanzitutto. Verità dunque in quanto relazione fra persone, entità libere e relazionate. Ben lungi quindi dalla lunga tradizione occidentale della verità intesa sì come relazione, ma necessaria e fra intelletto e cosa, adeguazione della cosa e dell'intelletto, magari secondo una sua possibile dìcotomizzazìone presuntamente realistica o idealistica. Piuttosto avvicinabile, per un confronto fecondo, con il senso greco di alétheia, quale indagato da Martin Heidegger nel sottolinearne la permanente relazione con il mistero nascosto, di cui incessantemente porsi in ascolto per comprenderne il dis-velamento: ri-velativa apparizione a dischiudere un aperto mondo. Se l'inevitabile fallimento dell' homoiosis-adaequatio occidentale ha condotto all'assolutizzazione del relativismo nel nihilismo, che nel vedere solo menzogna ritiene tutto equamente vero, indifferentemente utilizzabile, un suo oltrepassamento non potrà certo avvenire attraverso una rigida contrapposizione fra verità e menzogna, all'origine stessa di tale nefasta tradizione. Proprio la verità-fiducia biblica, "emet", fa risuonare una dimensione più grande e alternativa, al di là della riduzione della verità a conoscenza scientifica o a normativa etica. Non occorre attendere Friedrich Nietzsche per scoprire il "senso extramorale" di verità e menzogna. Nel decalogo biblico stesso, nell'ottava (nona) parola non abbiamo un divieto, un precetto morale, non soltanto, almeno. Bensì si mostra una relazione personale che apre veritativamente un mondo, nella piena consapevolezza della distanza, differenziale, fra Dio e uomo, tra parola e azione, affermazione e negazione, eppure anche indicandone simbolicamente la reciprocità costitutiva, il coappartenersi persino nella scissura.

    "Non risponderai contro il tuo prossimo come testimone di menzogna". Innanzitutto la parola di Dio è rivolta a un tu, dunque persona vivente

    con vìvente persona, faccia a faccia senza morire. Della negazione della negazione mai si potrà dire, se non bene, avvicinando al vero senza volerlo possedere, vedendo e facendo a

    meno della bruciante luce nella visione, ascoltando in preghiera tacita e nel disdicente dire.

    Rispondere è sempre un corrispondere, un ascoltare, udire e ubbidire assieme, libera e costringente relazione, sino al silenzio, aperto a un impregiudicabile avvenire. Avversare e contrastare implica comunque la relazione, la prossimità, anche con il diverso, lo straniero, l'altro per eccellenza: possibilità negativa presupposta dunque ad ogni vera, autentica fratellanza e comunione. Essere testimone significa personalmente interpretare, trasporre l'eventualità fattuale e la visione dell'azione in una verbalità sempre soltanto rappresentativa, oralmente mai iconica, tragicamente simbolica, come una pietra incapace e tuttavia necessaria a congiungere padre e figlio, cielo e terra, orizzonte segnico e trascendenza significativa. infine la menzogna presuppone il vero, la verità come relazione di fiducia fra persone, quindi consapevole del rapporto vivente di essa con la propria incombente negazione, da cui emergere in libera scelta di rapporto e sempre eventuale comunione. Non c'è dunque verità senza libertà, né libertà senza verità. E come appello e risposta non si giustappongono in meccanica successione, poiché non si dà richiamo senza interlocutore almeno potenziale, né

    corrispondenza responsabile se non nella possibilità del silenzio assieme alla parola, così verità e libertà, libertà e verità si coappartengono reciprocamente, rivelando tuttavia una dia-ferenza radicale: Dio come totalmente altro eppure, irrelativamente, in relazione, persino incarnato nel relativo. Comprendere quindi la verità come personale relazione, in libertà aperta finitamente a una trascendenza immane di significato e vita, simbolicamente incarnabile nel rispondere di ciascuna persona, conduce inevitabilmente all'ascolto, anche puro, a mani vuote e cuore kenoticizzato, di Dio.

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  7. 7

    Kamella Scemì

    MI VIDE, MI AMÒ; LO VIDI, LO AMAI di GIANFRANCO RAVASI

    "Ti amo da molto tempo. Da quando ti ho visto ho cessato di essere me stessa. Mi sembra che fin dal primo momento ti avrei seguito, se tu mi avessi chiamata; e anche se tu andassi in capo al mondo, ti seguirei sempre".

    Il me vit, il m'aima; je le vis, je l'aimai. Si cita spesso questa battuta di un non memorabile scrittore francese del Seicento, Pierre du Ryer: «Mi vide, mi amò; lo vidi, lo amai». È il cosiddetto "colpo di fulmine" che travolge due persone che fino a quel momento si ignoravano e che ora divengono «una sola carne», come si dice nella Genesi (2,24J. La donazione d'amore, totale, pura, libera, è vissuta anche dalla Katarina protagonista di uno dei capolavori del drammaturgo russo, AleksandrN. Ostrovskij, L'uragano (1860), la tragedia di un amore votato al sacrifìcio sullo sfondo della più tenebrosa provincia russa. Abbiamo appunto evocato oggi le sue parole più intense che mostrano un amore limpido e assoluto, pronto a giungere a quell'apice che Gesù ha tratteggiato in modo folgorante nel Cenacolo, nell'ultima sera della sua vita terrena: «Non c'è amore più grande di chi dà la vita per la persona che ama» (Giovanni 15,13). L'amore perfetto va anche oltre la legge dell'«amare il prossimo come se stessi» (Levitico 19J8J, perché ama l'altro ancor più di se stesso, in una pienezza di dedizione. Proponiamo questo ideale proprio perché brilli ancora mentre siamo immersi nelle nebbie di un comportamento contemporaneo ben diverso. Ormai l'innamoramento è un incontro superficiale, un contatto di pelle e non certo un dialogo di anime. Tutto si consuma ben presto e si riduce a una fra le tante "esperienze". Oppure si rivela un mero possesso che scatena non passione, ma solo gelosia e persino violenza, come spesso accade. E necessario, allora, educare ancora all'amore autentico perché, quando lo si incrocia nell'esistenza lo si scopra in tutto il suo fascino e bellezza, in tutta la sua pienezza vitale.

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  8. 8

    rudolph

    Meine Liebe,

    mi sembra non parlato della frase di Gesù "pax vobis". Che pace abbiamo oggi, nella società, nelle familie, dentro noi? Lasciamo stare la guerra. Quella può essere maladia, cattiveria. Ma la pace in noi e con noi?

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  9. 9

    rudolph

    E dico: quale Spirito di verità? Non va solo accettato ma cercato (gesucht). E non si trova tutto, mai, si deve sapere e pensare questo.

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  10. 10

    ruperto

    Il brano in commento pone il problema della riconciliazione con se stessi e con gli altri. E il problema del relativo sacramento. Don Goffredo può illuminarci? La ricerca dello Spirito senza cuore puro e libero può essere molto sviante.

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  11. 11

    Kamella Scemì

    SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

    BENEDETTO XVI – REGINA CÆLI

    Piazza San Pietro

    Domenica, 12 giugno 2011

    Cari fratelli e sorelle!

    La solennità della Pentecoste, che oggi celebriamo, conclude il tempo liturgico di Pasqua. In effetti, il Mistero pasquale – la passione, morte e risurrezione di Cristo e la sua ascensione al Cielo – trova il suo compimento nella potente effusione dello Spirito Santo sugli Apostoli riuniti insieme con Maria, la Madre del Signore, e gli altri discepoli. Fu il “battesimo” della Chiesa, battesimo nello Spirito Santo (cfr At 1,5). Come narrano gli Atti degli Apostoli, al mattino della festa di Pentecoste, un fragore come di vento investì il Cenacolo e su ciascuno dei discepoli scesero lingue come di fuoco (cfr At 2,2-3). San Gregorio Magno commenta: «Oggi lo Spirito Santo è sceso con suono improvviso sui discepoli e ha mutato le menti di esseri carnali all’interno del suo amore, e mentre apparvero all’esterno lingue di fuoco, all’interno i cuori divennero fiammeggianti, poiché, accogliendo Dio nella visione del fuoco, soavemente arsero per amore» (Hom. in Evang. XXX, 1: CCL 141, 256). La voce di Dio divinizza il linguaggio umano degli Apostoli, i quali diventano capaci di proclamare in modo “polifonico” l’unico Verbo divino. Il soffio dello Spirito Santo riempie l’universo, genera la fede, trascina alla verità, predispone l’unità tra i popoli. «A quel rumore la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua» delle «grandi opere di Dio» (At 2,6.11).

    Il beato Antonio Rosmini spiega che «nel dì della Pentecoste dei cristiani Iddio promulgò … la sua legge di carità, scrivendola per mezzo dello Spirito Santo non sulle tavole di pietra, ma nel cuore degli Apostoli, e per mezzo degli Apostoli comunicandola poi a tutta la Chiesa» (Catechismo disposto secondo l’ordine delle idee… n. 737, Torino 1863). Lo Spirito Santo, “che è Signore e dà la vita” – come recitiamo nel Credo –, è congiunto al Padre per mezzo del Figlio e completa la rivelazione della Santissima Trinità. Proviene da Dio come soffio della sua bocca e ha il potere di santificare, abolire le divisioni, dissolvere la confusione dovuta al peccato. Egli, incorporeo e immateriale, elargisce i beni divini, sostiene gli esseri viventi, perché agiscano in conformità al bene. Come Luce intelligibile dà significato alla preghiera, dà vigore alla missione evangelizzatrice, fa ardere i cuori di chi ascolta il lieto messaggio, ispira l’arte cristiana e la melodia liturgica.

    Cari amici, lo Spirito Santo, che crea in noi la fede nel momento del nostro Battesimo, ci permette di vivere quali figli di Dio, coscienti e consenzienti, secondo l’immagine del Figlio Unigenito. Anche il potere di rimettere i peccati è dono dello Spirito Santo; infatti, apparendo agli Apostoli la sera di Pasqua, Gesù alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,23). Alla Vergine Maria, tempio dello Spirito Santo, affidiamo la Chiesa, perché viva sempre di Gesù Cristo, della sua Parola, dei suoi comandamenti, e sotto l’azione perenne dello Spirito Paraclito annunci a tutti che «Gesù è Signore!» (1 Cor 12,3).

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  12. 12

    Kamella Scemì

    Dopo il Regina Cæli:

    Cari fratelli e sorelle, sono lieto di ricordare che domani a Dresda, in Germania, sarà proclamato Beato Alois Andritzki, sacerdote e martire, ucciso dai nazionalsocialisti nel 1943, all’età di 28 anni. Lodiamo il Signore per questo eroico testimone della fede, che si aggiunge alla schiera di quanti hanno dato la vita nel nome di Cristo nei campi di concentramento. Vorrei affidare alla loro intercessione, oggi che è Pentecoste, la causa della pace nel mondo. Possa lo Spirito Santo ispirare coraggiosi propositi di pace e sostenere l’impegno di portarli avanti, affinché il dialogo prevalga sulle armi e il rispetto della dignità dell’uomo superi gli interessi di parte. Lo Spirito, che è vincolo di comunione, raddrizzi i cuori deviati dall’egoismo e aiuti la famiglia umana a riscoprire e custodire con vigilanza la sua fondamentale unità.

    Dopodomani, 14 giugno, ricorre la Giornata Mondiale dei Donatori di Sangue, milioni di persone che contribuiscono, in modo silenzioso, ad aiutare i fratelli in difficoltà. A tutti i donatori rivolgo un cordiale saluto e invito i giovani a seguire il loro esempio.

    Chers pèlerins francophones, la Fête de la Pentecôte nous rappelle chaque année que l’Esprit Saint est à l’œuvre en nous pour faire de nous des fils de Dieu. Puissions-nous écouter sa voix et demandons-Lui d’éclairer nos choix. Comme les Apôtres, en témoins zélés et infatigables de l’amour de Dieu, appelons avec détermination les autres à suivre le Christ! Je vous invite à prier pour les jeunes qui entendent cet appel, particulièrement pour ceux qui vont recevoir le sacrement de la Confirmation et pour les séminaristes qui vont être ordonnés prêtres. Que la Vierge Marie, Temple de l’Esprit Saint, marche avec nous !

    I offer a warm welcome to the English-speaking visitors gathered for this Regina Caeli prayer. My particular greeting goes to the group of ringers from the United States. On this Pentecost Sunday we celebrate the outpouring of the Holy Spirit upon the Church. Let us pray that we may be confirmed in the grace of our Baptism and share ever more actively in the Church’s mission of proclaiming the Good News of our salvation in Jesus Christ. Upon you and your families I cordially invoke the Holy Spirit’s gifts of wisdom, joy and peace.

    Einen frohen Pfingstgruß richte ich an die Pilger und Besucher aus den Ländern deutscher Sprache – und heute besonders an die Teilnehmer der Parade mit den Rosserern und Musikkapellen aus Bayern und Österreich. Herzlichen Dank für die schöne Musik, die sie uns geschenkt haben und schenken wollen. – Vergelt’s Gott!

    Wenn morgen in Dresden Alois Andritzki selig gesprochen wird, lenkt die Kirche unseren Blick auf einen jungen Priester, in dem das Wirken des Heiligen Geistes kraftvoll aufleuchtet. Er hat sich dem Druck der nationalsozialistischen Machthaber nicht gebeugt, sondern war selbst in den Qualen des Konzentrationslagers Dachau für seine Mitgefangenen wie auch für seine Verwandten Quelle des Glaubens und der Freude. Belebt und erfüllt vom unwandelbaren Trost des Heiligen Geistes schrieb er aus dem KZ: „Freut euch mit mir!“ Diese tiefe und wahre Freude, die nur der Heilige Geist schenkt und die niemand uns nehmen kann, wünsche ich euch allen.

    Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española que participan en esta oración mariana, en particular a los fieles de la parroquia de Moral de Calatrava y al grupo de Oficiales de la Escuela Militar de Colombia. Celebramos hoy, cincuenta días después de la Pascua, la solemnidad de Pentecostés, en la que la liturgia revive el inicio de la misión apostólica a todos los pueblos. Invito a todos a perseverar junto con María, Madre de la Iglesia, en ferviente oración y a poner al servicio de toda la humanidad los diversos dones y carismas que el Espíritu Santo nos ha concedido, para continuar así anunciando la buena nueva de la resurrección de Cristo. Muchas gracias y feliz domingo.

    Lepo pozdravljam romarje iz Bakovcev v Sloveniji! Naj Sveti Duh vodi vsa vaša pota in naj bo z vami moj blagoslov!

    [Saluto cordialmente i pellegrini da Bakovci in Slovenia! Lo Spirito Santo vi guidi sui vostri sentieri e vi accompagni la mia Benedizione!]

    Zo srdca pozdravujem slovenských pútnikov, osobitne z Bratislavy a okolia. Bratia a sestry, slávime sviatok Zoslania Ducha Svätého na apoštolov. Povzbudzujem vás, aby ste boli stále vnímaví na pôsobenie Ducha Svätého. S láskou žehnám vás i vašich drahých vo vlasti. Pochválený buď Ježiš Kristus!

    [Di cuore saluto i pellegrini slovacchi, particolarmente quelli provenienti da Bratislava e dintorni. Fratelli e sorelle, celebriamo la festa della Pentecoste. Vi esorto ad essere sempre docili all’azione dello Spirito Santo. Con affetto benedico voi ed i vostri cari in Patria. Sia lodato Gesù Cristo!]

    Serdeczne pozdrowienie kieruję do Polaków. W uroczystość Pięćdziesiątnicy Apostoł Paweł przypomina nam, że „nikt nie może powiedzieć bez pomocy Ducha Świętego: «Panem jest Jezus»” (1 Kor 12, 3). Dziękujemy więc Bogu za dar Ducha Świętego, który uzdalnia nas do wiary w Zmartwychwstałego i pozwala uczestniczyć w owocach Jego zbawczego dzieła. Światło i moc Ducha Pocieszyciela niech stale wam towarzyszy.

    [Un cordiale saluto rivolgo ai polacchi. Nella solennità della Pentecoste l’Apostolo Paolo ci ricorda che “nessuno può dire: «Gesù è Signore» se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Cor 12, 3). Ringraziamo dunque Dio per il dono dello Spirito Santo, il quale ci rende capaci di credere nel Risorto e permette di partecipare ai frutti della Sua opera salvifica. La luce e la potenza dello Spirito Consolatore vi accompagni sempre.]

    Rivolgo un cordiale saluto ai giornalisti e ai relatori riuniti a Pistoia per il Forum dell’informazione cattolica per la salvaguardia del creato, organizzato dall’associazione Greenaccord sul tema: “Lo spazio comune dell’uomo nel creato”. Ai giornalisti impegnati per la tutela dell’ambiente va il mio incoraggiamento.

    Saluto infine con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i giovani di Caprino Veronese e i ragazzi di Casaleone che hanno ricevuto la Cresima. Saluto quanti hanno partecipato agli incontri promossi dal Movimento dell’Amore Familiare su “La preghiera del Padre Nostro e le radici cristiane della famiglia e della società”. Saluto i soci del club “Passione Rossa Italia”. A tutti auguro una buona festa, una buona domenica, una buona settimana. Grazie. Buona festa di Pentecoste.

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  13. 13

    Bergamo.info

    Spiritus adveniens:

    Al convegno ecclesiale di Roma il Papa osserva che «la fede non si conserva di per sé, ma deve sempre essere annunciata».

    Cari fratelli e sorelle!

    Con animo grato al Signore ci ritroviamo in questa Basilica di San Giovanni in Laterano per l’apertura dell’annuale Convegno diocesano. Rendiamo grazie a Dio che ci consente questa sera di fare nostra l’esperienza della prima comunità cristiana, la quale “aveva un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32). Ringrazio il Cardinale Vicario per le parole che tanto cortesemente mi ha rivolto a nome di tutti e porgo a ciascuno il mio saluto più cordiale, assicurando la mia preghiera per voi e per coloro che non possono essere qui a condividere questa importante tappa della vita della nostra Diocesi, in particolare per coloro che vivono momenti di sofferenza fisica o spirituale.

    Ho appreso con piacere che in questo anno pastorale avete cominciato a dare attuazione alle indicazioni emerse nel Convegno dell’anno passato, e confido che anche in futuro ogni comunità, soprattutto parrocchiale, continui ad impegnarsi a curare sempre meglio, con l’aiuto offerto dalla Diocesi, la celebrazione dell’Eucaristia, particolarmente quella domenicale, preparando adeguatamente gli operatori pastorali e adoperandosi affinché il Mistero dell’altare sia vissuto sempre più quale sorgente da cui attingere la forza per una più incisiva testimonianza della carità, che rinnovi il tessuto sociale della nostra città.

    Il tema di questa nuova tappa della verifica pastorale, “La gioia di generare alla fede nella Chiesa di Roma – L’Iniziazione Cristiana”, si collega con il cammino già compiuto. Infatti, ormai da parecchi anni la nostra Diocesi è impegnata a riflettere sulla trasmissione della fede. Mi torna alla memoria che, proprio in questa Basilica, in un intervento durante il Sinodo Romano, citai alcune parole che mi aveva scritto Hans Urs von Balthasar: “La fede non deve essere presupposta ma proposta”. E’ proprio così. La fede non si conserva di per se stessa nel mondo, non si trasmette automaticamente nel cuore dell’uomo, ma deve essere sempre annunciata. E l’annuncio della fede, a sua volta, per essere efficace deve partire da un cuore che crede, che spera, che ama, un cuore che adora Cristo e crede nella forza dello Spirito Santo! Così avvenne fin dal principio, come ci ricorda l’episodio biblico scelto per illuminare la verifica pastorale. Esso è tratto dal 2° capitolo degli Atti degli Apostoli, nel quale san Luca, subito dopo aver narrato l’evento della discesa dello Spirito Santo a Pentecoste, riporta il primo discorso che san Pietro rivolse a tutti. La professione di fede posta alla conclusione del discorso – “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso” (At 2,36) – è il lieto annuncio che la Chiesa da secoli non cessa di ripetere ad ogni uomo.

    A quell’annuncio tutti «si sentirono trafiggere il cuore». Questa reazione fu generata certamente dalla grazia di Dio: tutti compresero che quella proclamazione realizzava le promesse e faceva desiderare a ciascuno la conversione e il perdono dei propri peccati. Le parole di Pietro non si limitavano ad un semplice annuncio di fatti, ne mostravano il significato, ricollegando la vicenda di Gesù alle promesse di Dio, alle attese di Israele e, quindi, a quelle di ogni uomo. La gente di Gerusalemme comprese che la risurrezione di Gesù era in grado di illuminare l’esistenza umana. E in effetti da questo evento è nata una nuova comprensione della dignità dell’uomo e del suo destino eterno, della relazione fra uomo e donna, del significato ultimo del dolore, dell’impegno nella costruzione della società. La risposta della fede nasce quando l’uomo scopre, per grazia di Dio, che credere significa trovare la vita vera, la “vita piena”. Uno dei grandi Padri della Chiesa, Sant’Ilario di Poitiers, ha scritto di essere diventato credente quando ha compreso, ascoltando il Vangelo, che per una vita veramente felice erano insufficienti sia il possesso, sia il tranquillo godimento delle cose e che c’era qualcosa di più importante e prezioso: la conoscenza della verità e la pienezza dell’amore donati da Cristo (cfr De Trinitate 1,2).

    Cari amici, la Chiesa, ciascuno di noi, deve portare nel mondo questa lieta notizia che Gesù è il Signore, Colui nel quale la vicinanza e l’amore di Dio per ogni singolo uomo e donna, e per l’umanità intera si sono fatti carne. Questo annuncio deve risuonare nuovamente nelle regioni di antica tradizione cristiana. Il beato Giovanni Paolo II ha parlato della necessità di una nuova evangelizzazione rivolta a quanti, pur avendo già sentito parlare della fede, non apprezzano più la bellezza del Cristianesimo, anzi, talvolta lo ritengono addirittura un ostacolo per raggiungere la felicità. Perciò oggi desidero ripetere quanto dissi ai giovani nella Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia: “La felicità che cercate, la felicità che avete diritto di gustare ha un nome, un volto: quello di Gesù di Nazareth, nascosto nell’Eucaristia”.

    Se gli uomini dimenticano Dio è anche perché spesso si riduce la persona di Gesù a un uomo sapiente e ne viene affievolita se non negata la divinità. Questo modo di pensare impedisce di cogliere la novità radicale del Cristianesimo, perché se Gesù non è il Figlio unico del Padre allora nemmeno Dio è venuto a visitare la storia dell’uomo. L’incarnazione, invece, appartiene al cuore del Vangelo! Cresca, dunque, l’impegno per una rinnovata stagione di evangelizzazione, che è compito non solo di alcuni, ma di tutti i membri della Chiesa. In quest’ora della storia, non è forse questa la missione che il Signore ci affida: annunciare la novità del Vangelo, come Pietro e Paolo quando giunsero nella nostra città? Non dobbiamo anche noi oggi mostrare la bellezza e la ragionevolezza della fede, portare la luce di Dio all’uomo del nostro tempo, con coraggio, con convinzione, con gioia? Molte sono le persone che ancora non hanno incontrato il Signore: ad esse va rivolta una speciale cura pastorale. Accanto ai bambini e ai ragazzi di famiglie cristiane che chiedono di percorrere gli itinerari dell’iniziazione cristiana, ci sono adulti che non hanno ricevuto il Battesimo, o che si sono allontananti dalla fede e dalla Chiesa. E’ un’attenzione pastorale oggi più che mai urgente, che chiede di impegnarci con fiducia, sostenuti dalla certezza che la grazia di Dio sempre opera nel cuore dell’uomo. Io stesso ho la gioia di battezzare ogni anno, durante la Veglia pasquale, alcuni giovani e adulti.

    Ma chi è il messaggero di questo lieto annuncio? Sicuramente lo è ogni battezzato. Soprattutto lo sono i genitori, ai quali spetta il compito di chiedere il Battesimo per i propri figli. Quanto grande è questo dono che la liturgia chiama “porta della nostra salvezza, inizio della vita in Cristo, fonte dell’umanità nuova” (Prefazio del Battesimo)! Tutti i papà e le mamme sono chiamati a cooperare con Dio nella trasmissione del dono inestimabile della vita, ma anche a far conoscere Colui che è la Vita. Cari genitori, la Chiesa, come madre premurosa, intende sostenervi in questo vostro fondamentale compito. Fin da piccoli, i bambini hanno bisogno di Dio ed hanno la capacità di percepire la sua grandezza; sanno apprezzare il valore della preghiera e dei riti, così come intuire la differenza fra il bene ed il male. Sappiate, allora, accompagnarli nella fede sin dalla più tenera età.

    E come coltivare poi il germe della vita eterna a mano a mano che il bambino cresce? San Cipriano ci ricorda: “Nessuno può avere Dio per Padre, se non ha la Chiesa per Madre”. Da sempre la comunità cristiana ha accompagnato la formazione dei bambini e dei ragazzi, aiutandoli non solo a comprendere con l’intelligenza le verità della fede, ma anche a vivere esperienze di preghiera, di carità e di fraternità. La parola della fede rischia di rimanere muta, se non trova una comunità che la mette in pratica, rendendola viva ed attraente. Ancora oggi gli oratori, i campi estivi, le piccole e grandi esperienze di servizio sono un prezioso aiuto, per gli adolescenti che compiono il cammino dell’iniziazione cristiana, a maturare un coerente impegno di vita. Incoraggio, quindi, a percorrere questa strada che fa scoprire il Vangelo non come un’utopia, ma come la forma piena dell’esistenza. Tutto ciò va proposto in particolare a coloro che si preparano a ricevere il sacramento della Cresima, affinché il dono dello Spirito Santo confermi la gioia di essere stati generati figli di Dio. Vi invito dunque a dedicarvi con passione alla riscoperta di questo Sacramento, perché chi è già battezzato possa ricevere in dono da Dio il sigillo della fede e diventi pienamente testimone di Cristo.

    Perché tutto questo risulti efficace e porti frutto è necessario che la conoscenza di Gesù cresca e si prolunghi oltre la celebrazione dei Sacramenti. È questo il compito della catechesi, come ricordava il beato Giovanni Paolo II: “La specificità della catechesi, distinta dal primo annuncio del Vangelo, che ha suscitato la conversione, tende al duplice obiettivo di far maturare la fede iniziale e di educare il vero discepolo di Cristo mediante una conoscenza più approfondita e più sistematica della persona e del messaggio del nostro Signore Gesù Cristo” (Esort. ap. Catechesi tradendae, 19). La catechesi è azione ecclesiale e pertanto è necessario che i catechisti insegnino e testimonino la fede della Chiesa e non una loro interpretazione. Proprio per questo è stato realizzato il Catechismo della Chiesa Cattolica, che idealmente questa sera riconsegno a tutti voi, affinché la Chiesa di Roma possa impegnarsi con rinnovata gioia nell’educazione alla fede. La struttura del Catechismo deriva dall’esperienza del catecumenato della Chiesa dei primi secoli e riprende gli elementi fondamentali che fanno di una persona un cristiano: la fede, i Sacramenti, i comandamenti, il Padre nostro.

    Per tutto questo è necessario educare al silenzio e all’interiorità. Confido che nelle parrocchie di Roma gli itinerari di iniziazione cristiana educhino alla preghiera, perché essa permei la vita ed aiuti a trovare la Verità che abita il nostro cuore. La fedeltà alla fede della Chiesa, poi, deve coniugarsi con una “creatività catechetica” che tenga conto del contesto, della cultura e dell’età dei destinatari. Il patrimonio di storia e arte che Roma custodisce è una via ulteriore per avvicinare le persone alla fede. Invito tutti a fare tesoro nella catechesi di questa “via della bellezza” che conduce a Colui che è, secondo S. Agostino, la Bellezza tanto antica e sempre nuova.

    Cari fratelli e sorelle, desidero ringraziarvi per il vostro generoso e prezioso servizio in questa affascinante opera di evangelizzazione e di catechesi. Non abbiate paura di impegnarvi per il Vangelo! Nonostante le difficoltà che incontrate nel conciliare le esigenze familiari e del lavoro con quelle delle comunità in cui svolgete la vostra missione, confidate sempre nell’aiuto della Vergine Maria, Stella dell’Evangelizzazione. Anche il Beato Giovanni Paolo II, che fino all’ultimo si prodigò per annunciare il Vangelo nella nostra città ed amò con particolare affetto i giovani, intercede per noi presso il Padre. Mentre vi assicuro la mia costante preghiera, di cuore imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

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  14. 14

    Karl Heinz Treetball

    La ricerca di sè e dello Spirito di Verità:

    NELLA SOLITUDINE di Gianfranco Ravasi

    “Entri, e sei solo. In apparenza, almeno. Perché c’è Dio. Da dove venga non so: forse lo portavi già con te quando sei entrato. Oppure lo ha suscitato la solitudine”.

    Da giovane venne rinchiuso in una casa di correzione; poi si arruolò nella Legione straniera dalla quale, però, disertò per rifugiarsi negli ambienti più depravati di Parigi, vivendo di espedienti e finendo non di rado in carcere. Da questi bassifondi egli, comunque, estrasse la materia delle sue opere che generarono scandalo, ma nello stesso tempo furono per lui come una riabilitazione, perché nelle miserie che egli descriveva si intravedeva un’ansia di innocenza e la letteratura diventava una sorta di riscatto e di trasfigurazione delle esperienze più sordide. Stiamo parlando dello scrittore francese Jean Genet (1910-1986) e dal suo Funambolo abbiamo tratto una suggestiva nota spirituale autobiografica. Il soggetto è impegnativo, Dio. Eppure si presenta in un orizzonte comune e quotidiano, quello della solitudine. Chiudi la porta e sei lì, solo, coi soliti mobili, con la polvere, l’abbandono e il silenzio. Ecco, però, la scoperta: Dio ti ha preceduto ed è davanti a te; ti attendeva. Certo, ci può essere il sospetto che sia la solitudine stessa a crearlo. Ma egli è presente e infrange la desolazione dell’isolamento. Ricordiamo che anche Cristo suggeriva di entrare nella propria camera, venendo dalla piazza, e di chiudere la porta, per incontrare Dio nel segreto (Matteo 6, 5-6). Il grande filosofo e credente francese, Pascal, era convinto che buona parte delle nostre sventure e della nostra miseria nasce dall’incapacità di rimanere da soli nella nostra stanza almeno un’ora al giorno. «Spiegami, Amore, quello che io non so spiegarmi», pregava la scrittrice Ingeborg Bachmann, quand’era «sola, senza avere né donare nessun affetto». Ieri scrivevamo che la solitudine è il campo da gioco di Satana, ma è anche uno dei crocevia principali per incontrare Dio e il proprio io intimo e profondo.

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  15. 15

    Clodoveo

    Significativo, assai significativo:

    il Santo Padre conferisce per la prima volta il "Premio Ratzinger"

    CITTA' DEL VATICANO, 14 GIU. 2011.

    Questa mattina presso la Sala Stampa della Santa Sede, ha avuto luogo la presentazione del "Premio Ratzinger", istituito dalla "Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI", che il Santo Padre conferirà per la prima volta il 30 giugno prossimo.

    Nel corso della Conferenza Stampa, il Cardinale Camillo Ruini, Presidente del Comitato scientifico della Fondazione, ha presentato i vincitori del premio: il Professor Manlio Simonetti, laico italiano, studioso di Letteratura cristiana antica e Patrologia; il Professor Olegario González de Cardedal, sacerdote spagnolo, docente di Teologia sistematica ed il Professor Maximilian Heim, cistercense tedesco, Abate del Monastero di Heilingenkreuz (Austria) e docente di Teologia fondamentale e dogmatica.

    "Il Professor Simonetti" – ha detto il Cardinale Ruini – "è una delle massime autorità a livello internazionale, e probabilmente la prima in Italia, nel campo degli studi sul cristianesimo antico. (…) Ora, pur avendo compiuto 85 anni, sta attivamente lavorando sui testi cristiani delle origini e ancora sul cristianesimo dei primi quattro secoli".

    Il Professor Olegario González de Cardedal, 76 anni, "è stato Ordinario di Teologia dogmatica alla Pontificia Università di Salamanca e per dieci anni, dal 1969 al 79, è stato Membro della Commissione Teologica Internazionale. (…) Le sue opere teologiche principali riguardano Dio e la Trinità, la cristologia, il rapporto tra teologia e antropologia, in particolare sotto l'aspetto del confronto tra fede cristiana e non credenza".

    Il Professor Maximilian Heim, 50 anni, "è stato chiamato nel 2009 a far parte del Nuovo Circolo di allievi di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI" ed "è consulente per la pubblicazione dell''Opera Omnia' di Joseph Ratzinger. (…) Oltre ad essere monaco e teologo, ha un'intensa attività di divulgazione dei temi della fede e della teologia ad un pubblico più ampio, attraverso una serie di conferenze e la pubblicazione di una collana di volumi: entrambe le iniziative portano il nome di 'Auditorium'".

    Benedetto XVI ha disposto, a partire dal 1° marzo 2010, l'istituzione di questa Fondazione rispondendo al desiderio manifestato da molti studiosi nel corso degli anni. Una delle competenze del Comitato Scientifico è quella di elaborare i criteri di eccellenza per l'istituzione e l'assegnazione di premi agli studiosi che si sono distinti nelle attività di pubblicazione e/o ricerca scientifica.

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  16. 16

    gorzegno

    Gesù appare, passa attraverso le porte chiuse del Cenacolo, pronuncia una parola difficile e complessa nei suoi molteplici significati, "pace", e conferisce il dono dello Spirito Santo, lo Spirito di Verità.

    Carità e Verità, dunque,

    Leggete questo botta-risposta da http://www.avvenire.it fra il direttore, dr Marco Tarquinio, e un lettore:

    Il diretore risponde: Verità e carità, per una fertile sintesi

    Caro direttore,

    le scrivo di getto e mi sforzo di farlo brevemente (non può essere diversamente, anche se sono molti mesi che ci rifletto e dovrei mandarle un trattato…). Cerco di riassumere in un solo punto: avverto il rischio di uno scontro aperto tra due linee culturali. Il fatto è per me troppo grave, anche se non mi scandalizzo: mi hanno insegnato a pregare. Una linea privilegerebbe la dottrina, la verità, la tradizione, la formazione della coscienza, l’identità ecc.. L’altra, la carità "concreta", l’impegno, alcune realtà "vulnerabili", la pace, il dialogo, ecc. Naturalmente vi sono presenze che cercano la sintesi (forse anche "Avvenire", lei,..). Ma temo stia crescendo anche quella contrapposizione (le ultime elezioni amministrative, Milano, la giunta Pisapia…). Per formazione e convinzione io non posso accettare che la contrapposizione diventi divisione. Non vedo incompatibilità tra Verità e Carità. Essere posseduti dalla verità e diffonderla è carità, così come la carità non può che essere nella verità. Ho sentito interpretazioni diverse dei "valori non negoziabili". Da parecchio tempo, ben prima del Convegno di Verona, si parla di momenti pre-politici tra i cattolici dove concordare linee comuni secondo la Dottrina sociale della Chiesa, per poi perseguirle in contesti politici anche diversi. Non ne ho visto i risultati. Temo, invece, stia giungendo a maturazione il progetto gramsciano che procede con la nota strategia: non polemizzate con i cattolici, affiancatevi a loro nell’operare. Saranno loro a venire con noi. Penso alla moderazione in questa campagna elettorale di tanti suoi allievi…

    Giuseppe Pachera, Verona

    Lei scrive, caro Pachera, che «per formazione e convinzione io non posso accettare che la contrapposizione diventi divisione. Non vedo incompatibilità tra Verità e Carità. Essere posseduti dalla verità e diffonderla è carità, così come la carità non può che essere nella verità». Quante volte l’abbiamo scritto anche noi su queste colonne… È questo l’insegnamento della Chiesa. E questo il magistero di Papa Benedetto ci aiuta a comprendere sempre meglio. Vedo che accompagna con un "forse" l’impegno di sempre di Avvenire (e, per quel che vale, mio personale) perché prevalga questa sintesi fertile e felice per la comunità cristiana e per l’intera società. Non ce n’è proprio ragione. Come non c’è ragione per ridurre solo a una fase pre-politica e formativa l’unità di valori e di obiettivi dei cattolici. Anche su questo, del resto, risuonano molto chiaramente i richiami del Papa e dei nostro vescovi alla consapevolezza e all’impegno generoso e motivato in tutta la sfera pubblica, e in special modo nella politica, di una «generazione nuova» di credenti. Grazie per la sua intensa e acuta riflessione.

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  17. 17

    gorzegno

    Gesù entra a porte chiuse nel Cenacolo, pronuncia una parola difficile e complessa per i suoi molteplici significati, "pace", poi conferisce agli Apostoli lo Spirito Santo, lo Spirito di Verità.

    Carità e Verità, dunque, spirito di pace e spirito di ricerca veritativa.

    Leggete questo botta-risposta fra il direttore di Avvenire, dr Marco Tarquinio, e un lettore:

    Il diretore risponde

    Verità e carità, per una fertile sintesi

    Caro direttore,

    le scrivo di getto e mi sforzo di farlo brevemente (non può essere diversamente, anche se sono molti mesi che ci rifletto e dovrei mandarle un trattato…). Cerco di riassumere in un solo punto: avverto il rischio di uno scontro aperto tra due linee culturali. Il fatto è per me troppo grave, anche se non mi scandalizzo: mi hanno insegnato a pregare. Una linea privilegerebbe la dottrina, la verità, la tradizione, la formazione della coscienza, l’identità ecc.. L’altra, la carità "concreta", l’impegno, alcune realtà "vulnerabili", la pace, il dialogo, ecc. Naturalmente vi sono presenze che cercano la sintesi (forse anche "Avvenire", lei,..). Ma temo stia crescendo anche quella contrapposizione (le ultime elezioni amministrative, Milano, la giunta Pisapia…). Per formazione e convinzione io non posso accettare che la contrapposizione diventi divisione. Non vedo incompatibilità tra Verità e Carità. Essere posseduti dalla verità e diffonderla è carità, così come la carità non può che essere nella verità. Ho sentito interpretazioni diverse dei "valori non negoziabili". Da parecchio tempo, ben prima del Convegno di Verona, si parla di momenti pre-politici tra i cattolici dove concordare linee comuni secondo la Dottrina sociale della Chiesa, per poi perseguirle in contesti politici anche diversi. Non ne ho visto i risultati. Temo, invece, stia giungendo a maturazione il progetto gramsciano che procede con la nota strategia: non polemizzate con i cattolici, affiancatevi a loro nell’operare. Saranno loro a venire con noi. Penso alla moderazione in questa campagna elettorale di tanti suoi allievi…

    Giuseppe Pachera, Verona

    Lei scrive, caro Pachera, che «per formazione e convinzione io non posso accettare che la contrapposizione diventi divisione. Non vedo incompatibilità tra Verità e Carità. Essere posseduti dalla verità e diffonderla è carità, così come la carità non può che essere nella verità». Quante volte l’abbiamo scritto anche noi su queste colonne… È questo l’insegnamento della Chiesa. E questo il magistero di Papa Benedetto ci aiuta a comprendere sempre meglio. Vedo che accompagna con un "forse" l’impegno di sempre di Avvenire (e, per quel che vale, mio personale) perché prevalga questa sintesi fertile e felice per la comunità cristiana e per l’intera società. Non ce n’è proprio ragione. Come non c’è ragione per ridurre solo a una fase pre-politica e formativa l’unità di valori e di obiettivi dei cattolici. Anche su questo, del resto, risuonano molto chiaramente i richiami del Papa e dei nostro vescovi alla consapevolezza e all’impegno generoso e motivato in tutta la sfera pubblica, e in special modo nella politica, di una «generazione nuova» di credenti. Grazie per la sua intensa e acuta riflessione.

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  18. 18

    Bergamo.info

    BENEDETTO XVI

    UDIENZA GENERALE in Piazza San Pietro

    Mercoledì, 15 giugno 2011

    Cari fratelli e sorelle,

    nella storia religiosa dell’antico Israele, grande rilevanza hanno avuto i profeti con il loro insegnamento e la loro predicazione. Tra di essi, emerge la figura di Elia, suscitato da Dio per portare il popolo alla conversione. Il suo nome significa «il Signore è il mio Dio» ed è in accordo con questo nome che si snoda la sua vita, tutta consacrata a provocare nel popolo il riconoscimento del Signore come unico Dio. Di Elia il Siracide dice: «E sorse Elia profeta, come un fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola» (Sir 48,1). Con questa fiamma Israele ritrova il suo cammino verso Dio. Nel suo ministero, Elia prega: invoca il Signore perché riporti alla vita il figlio di una vedova che lo aveva ospitato (cfr 1Re 17,17-24), grida a Dio la sua stanchezza e la sua angoscia mentre fugge nel deserto ricercato a morte dalla regina Gezabele (cfr 1Re 19,1-4), ma è soprattutto sul monte Carmelo che si mostra in tutta la sua potenza di intercessore quando, davanti a tutto Israele, prega il Signore perché si manifesti e converta il cuore del popolo. È l’episodio narrato nel capitolo 18 del Primo Libro dei Re, su cui oggi ci soffermiamo.

    Ci troviamo nel regno del Nord, nel IX secolo a.C., al tempo del re Acab, in un momento in cui in Israele si era creata una situazione di aperto sincretismo. Accanto al Signore, il popolo adorava Baal, l’idolo rassicurante da cui si credeva venisse il dono della pioggia e a cui perciò si attribuiva il potere di dare fertilità ai campi e vita agli uomini e al bestiame. Pur pretendendo di seguire il Signore, Dio invisibile e misterioso, il popolo cercava sicurezza anche in un dio comprensibile e prevedibile, da cui pensava di poter ottenere fecondità e prosperità in cambio di sacrifici. Israele stava cedendo alla seduzione dell’idolatria, la continua tentazione del credente, illudendosi di poter «servire a due padroni» (cfr Mt 6,24; Lc 16,13), e di facilitare i cammini impervi della fede nell’Onnipotente riponendo la propria fiducia anche in un dio impotente fatto dagli uomini.

    È proprio per smascherare la stoltezza ingannevole di tale atteggiamento che Elia fa radunare il popolo di Israele sul monte Carmelo e lo pone davanti alla necessità di operare una scelta: «Se il Signore è Dio, seguiteLo. Se invece lo è Baal, seguite lui» (1Re 18, 21). E il profeta, portatore dell’amore di Dio, non lascia sola la sua gente davanti a questa scelta, ma la aiuta indicando il segno che rivelerà la verità: sia lui che i profeti di Baal prepareranno un sacrificio e pregheranno, e il vero Dio si manifesterà rispondendo con il fuoco che consumerà l’offerta. Comincia così il confronto tra il profeta Elia e i seguaci di Baal, che in realtà è tra il Signore di Israele, Dio di salvezza e di vita, e l’idolo muto e senza consistenza, che nulla può fare, né in bene né in male (cfr Ger 10,5). E inizia anche il confronto tra due modi completamente diversi di rivolgersi a Dio e di pregare.

    I profeti di Baal, infatti, gridano, si agitano, danzano saltando, entrano in uno stato di esaltazione arrivando a farsi incisioni sul corpo, «con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue» (1Re 18,28). Essi fanno ricorso a loro stessi per interpellare il loro dio, facendo affidamento sulle proprie capacità per provocarne la risposta. Si rivela così la realtà ingannatoria dell’idolo: esso è pensato dall’uomo come qualcosa di cui si può disporre, che si può gestire con le proprie forze, a cui si può accedere a partire da se stessi e dalla propria forza vitale. L’adorazione dell’idolo invece di aprire il cuore umano all’Alterità, ad una relazione liberante che permetta di uscire dallo spazio angusto del proprio egoismo per accedere a dimensioni di amore e di dono reciproco, chiude la persona nel cerchio esclusivo e disperante della ricerca di sé. E l’inganno è tale che, adorando l’idolo, l’uomo si ritrova costretto ad azioni estreme, nell’illusorio tentativo di sottometterlo alla propria volontà. Perciò i profeti di Baal arrivano fino a farsi del male, a infliggersi ferite sul corpo, in un gesto drammaticamente ironico: per avere una risposta, un segno di vita dal loro dio, essi si ricoprono di sangue, ricoprendosi simbolicamente di morte.

    Ben altro atteggiamento di preghiera è invece quello di Elia. Egli chiede al popolo di avvicinarsi, coinvolgendolo così nella sua azione e nella sua supplica. Lo scopo della sfida da lui rivolta ai profeti di Baal era di riportare a Dio il popolo che si era smarrito seguendo gli idoli; perciò egli vuole che Israele si unisca a lui, diventando partecipe e protagonista della sua preghiera e di quanto sta avvenendo. Poi il profeta erige un altare, utilizzando, come recita il testo, «dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei figli di Giacobbe, al quale era stata rivolta questa parola del Signore: “Israele sarà il tuo nome”» (v. 31). Quelle pietre rappresentano tutto Israele e sono la memoria tangibile della storia di elezione, di predilezione e di salvezza di cui il popolo è stato oggetto. Il gesto liturgico di Elia ha una portata decisiva; l’altare è luogo sacro che indica la presenza del Signore, ma quelle pietre che lo compongono rappresentano il popolo, che ora, per la mediazione del profeta, è simbolicamente posto davanti a Dio, diventa “altare”, luogo di offerta e di sacrificio.

    Ma è necessario che il simbolo diventi realtà, che Israele riconosca il vero Dio e ritrovi la propria identità di popolo del Signore. Perciò Elia chiede a Dio di manifestarsi, e quelle dodici pietre che dovevano ricordare a Israele la sua verità servono anche a ricordare al Signore la sua fedeltà, a cui il profeta si appella nella preghiera. Le parole della sua invocazione sono dense di significato e di fede: «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e d’Israele, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose sulla tua parola. Rispondimi, Signore, rispondimi, e questo popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il loro cuore!» (vv. 36-37; cfr Gen 32, 36-37). Elia si rivolge al Signore chiamandolo Dio dei Padri, facendo così implicita memoria delle promesse divine e della storia di elezione e di alleanza che ha indissolubilmente unito il Signore al suo popolo. Il coinvolgimento di Dio nella storia degli uomini è tale che ormai il suo Nome è inseparabilmente connesso a quello dei Patriarchi e il profeta pronuncia quel Nome santo perché Dio ricordi e si mostri fedele, ma anche perché Israele si senta chiamato per nome e ritrovi la sua fedeltà. Il titolo divino pronunciato da Elia appare infatti un po’ sorprendente. Invece di usare la formula abituale, “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”, egli utilizza un appellativo meno comune: «Dio di Abramo, di Isacco e d’Israele». La sostituzione del nome “Giacobbe” con “Israele” evoca la lotta di Giacobbe al guado dello Yabboq con il cambio del nome a cui il narratore fa esplicito riferimento (cfr Gen 32,31) e di cui ho parlato in una delle scorse catechesi. Tale sostituzione acquista un significato pregnante all’interno dell’invocazione di Elia. Il profeta sta pregando per il popolo del regno del Nord, che si chiamava appunto Israele, distinto da Giuda, che indicava il regno del Sud. E ora, questo popolo, che sembra aver dimenticato la propria origine e il proprio rapporto privilegiato con il Signore, si sente chiamare per nome mentre viene pronunciato il Nome di Dio, Dio del Patriarca e Dio del popolo: «Signore, Dio […] d’Israele, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele».

    Il popolo per cui Elia prega è rimesso davanti alla propria verità, e il profeta chiede che anche la verità del Signore si manifesti e che Egli intervenga per convertire Israele, distogliendolo dall’inganno dell’idolatria e portandolo così alla salvezza. La sua richiesta è che il popolo finalmente sappia, conosca in pienezza chi davvero è il suo Dio, e faccia la scelta decisiva di seguire Lui solo, il vero Dio. Perché solo così Dio è riconosciuto per ciò che è, Assoluto e Trascendente, senza la possibilità di mettergli accanto altri dèi, che Lo negherebbero come assoluto, relativizzandoLo. È questa la fede che fa di Israele il popolo di Dio; è la fede proclamata nel ben noto testo dello Shema‘ Israel: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze» (Dt 6,4-5). All’assoluto di Dio, il credente deve rispondere con un amore assoluto, totale, che impegni tutta la sua vita, le sue forze, il suo cuore. Ed è proprio per il cuore del suo popolo che il profeta con la sua preghiera sta implorando conversione: «questo popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il loro cuore!» (1Re 18,37). Elia, con la sua intercessione, chiede a Dio ciò che Dio stesso desidera fare, manifestarsi in tutta la sua misericordia, fedele alla propria realtà di Signore della vita che perdona, converte, trasforma.

    Ed è ciò che avviene: «Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. A tal vista, tutto il popolo cadde con la faccia a terra e disse: “Il Signore è Dio, il Signore è Dio”» (vv. 38-39). Il fuoco, questo elemento insieme necessario e terribile, legato alle manifestazioni divine del roveto ardente e del Sinai, ora serve a segnalare l’amore di Dio che risponde alla preghiera e si rivela al suo popolo. Baal, il dio muto e impotente, non aveva risposto alle invocazioni dei suoi profeti; il Signore invece risponde, e in modo inequivocabile, non solo bruciando l’olocausto, ma persino prosciugando tutta l’acqua che era stata versata intorno all’altare. Israele non può più avere dubbi; la misericordia divina è venuta incontro alla sua debolezza, ai suoi dubbi, alla sua mancanza di fede. Ora, Baal, l’idolo vano, è vinto, e il popolo, che sembrava perduto, ha ritrovato la strada della verità e ha ritrovato se stesso.

    Cari fratelli e sorelle, che cosa dice a noi questa storia del passato? Qual è il presente di questa storia? Innanzitutto è in questione la priorità del primo comandamento: adorare solo Dio. Dove scompare Dio, l'uomo cade nella schiavitù di idolatrie, come hanno mostrato, nel nostro tempo, i regimi totalitari e come mostrano anche diverse forme del nichilismo, che rendono l'uomo dipendente da idoli, da idolatrie; lo schiavizzano. Secondo. Lo scopo primario della preghiera è la conversione: il fuoco di Dio che trasforma il nostro cuore e ci fa capaci di vedere Dio e così di vivere secondo Dio e di vivere per l'altro. E il terzo punto. I Padri ci dicono che anche questa storia di un profeta è profetica, se – dicono – è ombra del futuro, del futuro Cristo; è un passo nel cammino verso Cristo. E ci dicono che qui vediamo il vero fuoco di Dio: l'amore che guida il Signore fino alla croce, fino al dono totale di sé. La vera adorazione di Dio, allora, è dare se stesso a Dio e agli uomini, la vera adorazione è l'amore. E la vera adorazione di Dio non distrugge, ma rinnova, trasforma. Certo, il fuoco di Dio, il fuoco dell'amore brucia, trasforma, purifica, ma proprio così non distrugge, bensì crea la verità del nostro essere, ricrea il nostro cuore. E così, realmente vivi per la grazia del fuoco dello Spirito Santo, dell'amore di Dio, siamo adoratori in spirito e in verità. Grazie.

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  19. 19

    Bergamo.info

    Saluti:

    Je suis heureux de saluer les pèlerins francophones, particulièrement les jeunes et le groupe du sanctuaire de Belpeuch. En ces jours qui suivent la fête de la Pentecôte, que l’Esprit-Saint vous donne de savoir accueillir chaque jour la miséricorde de Dieu qui vient à la rencontre de notre faiblesse et de nos manques de foi ! Que Dieu vous bénisse !

    I welcome the members of the Catholic-Pentecostal International Dialogue and I offer prayerful good wishes for the next phase of their work. I also welcome the Fiftieth Conference of the International Association of Schools and Institutes of Administration, now meeting in Rome. I thank the choirs, and particularly the University Choir from Indonesia, for their praise of God in song. Finally, I greet the delegates to the General Chapter of the Congregation of the Resurrection. Upon all the English-speaking pilgrims, especially those from the Philippines, Canada and the United States, I invoke the Lord’s blessings of joy and peace.

    Mit Freude grüße ich alle Gäste deutscher Sprache und heute besonders die vielen Jugendlichen, Ministranten und Schüler, die an dieser Audienz teilnehmen. Nehmen wir uns den großen Beter Elija zum Vorbild, damit auch wir für die Menschen beten und dabei, auch wenn wir nicht unmittelbar für unsere eigenen Interessen erhört werden, um so mehr auf Gottes Liebe und auf die wirkliche Antwort Gottes an die Menschheit vertrauen lernen. Die Friede des Herrn geleite euch auf allen euren Wegen!

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los grupos provenientes de España, Argentina, México y otros países Latinoamericanos. Invito a todos a pedir al Señor que nos haga capaces de ser auténticos mediadores ante nuestros hermanos, y así indicar el camino de la fe del único Dios, que quiere revelarse a todos los hombres para convertirlos y llevarlos a la salvación. Muchas gracias.

    Amados peregrinos de língua portuguesa, uma saudação amiga de boas-vindas para todos, com menção especial para os fiéis das paróquias de Nossa Senhora da Conceição, em Angola, São Sebastião de Campo Grande, no Brasil, e São Julião da Barra, em Portugal. Possa esta peregrinação ao túmulo dos Apóstolos ajudar-vos na vida a cooperar plenamente com os desígnios de salvação que Deus tem sobre a humanidade. Como estímulo e penhor de graças, dou-vos a minha Bênção.

    Saluto in lingua polacca:

    Witam i serdecznie pozdrawiam pielgrzymów polskich. Czerwiec, to miesiąc poświęcony Najświętszemu Sercu Pana Jezusa. W wielu kościołach i wspólnotach odprawiane są nabożeństwa czerwcowe. Zachęcam was do zachowania tej pięknej tradycji. Niech Serce Boże uczyni nasze serca według Serca swego. Wszystkim wam błogosławię. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus.

    Traduzione italiana:

    Do il mio benvenuto e un cordiale saluto ai pellegrini polacchi. Giugno è il mese dedicato alla devozione del Sacro Cuore di Gesù. In molte chiese e in molte comunità si celebra tale devozione. Vi incoraggio a mantenere viva questa bella tradizione. Il Cuore Divino renda i nostri cuori simili al Suo. A tutti voi imparto la mia benedizione. Sia lodato Gesù Cristo.

    Saluto in lingua croata:

    Srdačno pozdravljam sve hrvatske hodočasnike, a osobito krizmanike iz Hrvatskih katoličkih misija u Stuttgartu i Sindelfingenu.

    Dragi mladi prijatelji, milosni dar Duha Svetoga, kojega ste primili u sakramentu Potvrde, neka vas ojača da hrabro, uvijek i svugdje, svjedočite svoju vjeru. Hvaljen Isus i Marija!

    Traduzione italiana:

    Saluto di cuore i pellegrini Croati, in modo particolare i cresimati delle Missioni cattoliche croate di Stuttgart e Sindelfingen. Cari amici giovani, il dono dello Spirito Santo, che avete ricevuto nel sacramento della Confermazione, vi sostenga nel testimoniare coraggiosamente, sempre e in ogni luogo, la vostra fede. Siano lodati Gesù e Maria!

    Saluto in lingua slovacca:

    S láskou vítam slovenských pútnikov, osobitne z Farnosti Veľké Uherce.

    Bratia a sestry, modlite sa za vašich novokňazov, vysvätených v týchto dňoch, aby verne hlásali evanjelium, spravovali Boží ľud a slávili Božie tajomstvá.

    Ochotne žehnám vás i všetkých novokňazov.

    Pochválený buď Ježiš Kristus!

    Traduzione italiana:

    Con affetto do il benvenuto ai pellegrini slovacchi, specialmente a quelli provenienti dalla Parrocchia di Veľké Uherce. Fratelli e sorelle, pregate per i vostri sacerdoti novelli, ordinati in questi giorni, perché con fedeltà possano annunciare il Vangelo, guidare il popolo di Dio e celebrare i misteri divini.

    Volentieri benedico voi e tutti i sacerdoti novelli.

    Sia lodato Gesù Cristo!

    * * *

    Rivolgo il mio cordiale saluto ai sacerdoti novelli della diocesi di Brescia e ai Legionari di Cristo; cari amici, attuate con gioia e fedeltà la vostra missione a servizio del Vangelo e del Regno di Dio. Saluto i fedeli di Osimo e di Copertino, accompagnati dal loro Pastore Mons. Edoardo Menichelli, e li incoraggio ad essere sempre gioiosi testimoni del Vangelo della carità. Un pensiero particolare rivolgo ai Missionari e alle Missionarie della Consolata, come pure alle Figlie della Divina Provvidenza, che celebrano in questi giorni i rispettivi Capitoli generali: cari fratelli e sorelle, vi esorto ad essere sempre più segni eloquenti dell’amore di Dio e strumenti della sua pace. Saluto i rappresentanti della Federazione Biblica Cattolica ed auspico che il loro impegno porti frutti preziosi specialmente per la vita pastorale delle Chiese locali.

    Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. Cari giovani, per molti vostri coetanei sono iniziate le vacanze, mentre per altri questo è tempo di esami. Vi aiuti il Signore a vivere questo periodo con serenità e a sperimentare l’entusiasmo della fede. Invito voi, cari malati, a trovare conforto nel Signore, che illumina la vostra sofferenza con il suo amore salvifico. A voi, cari sposi novelli, auguro di cuore di imparare a pregare insieme, affinché il vostro amore sia sempre più vero e duraturo.

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  20. 20

    Gabriel

    E' un brano molto complesso, soprattutto per le sue interrelazioni, che i commenti precedenti pongono in evidenza prendendole in considerazione singolarmente. Io non sono capace, ma c'è qualcuno che può almeno tentare di abbozzare una sintesi, per quanto parziaria?.

    Don Goffredo può farlo?

    Reply
  21. 21

    Kamella Scemì

    Voglio dare una pur parzialissima risposta al quesito di Gabriel, ma anche del signor Giuseppe Pachera di Verona, richiamando il pezzo scritto da Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Gianfranco Ravasi per il Mattutino di Avvenire, cui mi sono permessa di aggiungere in fondo una mia piccolissima considerazione:

    DIFETTI DELL'AMICO

    "Il massimo sforzo dell'amicizia non è quello di mostrare i nostri difetti a un amico, ma quello di fargli vedere i suoi".

    Chi desidera trovare ogni giorno uno spunto di saggezza per la vita, oltre alla Bibbia, può tenere sul suo comodino le Riflessioni o sentenze e massime morali (di solito abbreviate in Massime), che nel 1664 pubblicò il duca de La Rochefoucauld, uomo d'arme e di corte, ma anche intellettuale moralista, acuto e non di rado ironico. A lui anche noi ricorriamo oggi, come già abbiamo fatto in passato, per questa considerazione sull'amicizia, una realtà rara e preziosa. Infatti, non lasciamoci illudere dall'inflazione del termine "amico" distribuito a piene mani in politica, nelle relazioni sociali e nella stessa esistenza quotidiana. In molti casi vale l'amara esperienza del Salmista tradito da un «compagno, amico e confidente, legati com'eravamo da dolce amicizia». In verità, «più untuosa del burro è la sua bocca, ma nel cuore egli cova la guerra; più dell'olio sono fluide le sue parole ma in realtà sono spade sguainate» (Salmo 55, 14-15.22). La Rochefoucauld segnala, invece, un aspetto delicato e imbarazzante – eppur necessario – dell'amicizia, quello della correzione fraterna alla quale anche Cristo ha riservato una sua considerazione articolata (si legga Matteo 18,15-18). Avere il coraggio non solo di essere sinceri svelando all'amico i nostri difetti, ma anche far emergere i suoi che egli, per la tipica e comune cecità causata dall'orgoglio, ignora: è, questa, un'operazione ardua e fin scabrosa perché si corre il rischio di infrangere il legame stesso dell'amicizia. Certo, per farlo devi avere prima la schiettezza di denunciare a lui i tuoi limiti, ma poi ci si deve inoltrare anche su questo terreno minato, con tutta la cautela, la lealtà, la finezza e il garbo necessari. I veri amici vedono i tuoi errori e ti avvertono; i falsi amici li vedono e li fanno notare agli altri.

    In questo modo quanti peccati, e di qual misura, possono essere prevenuti, quanti amari pentimenti e difficili riconciliazioni possono essere evitati!

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  22. 22

    Karl Heinz Treetball

    Il Papa: l’uomo, il soprannaturale, e il Dio della rivelazione. Antidoto all’idolatria

    Riflettendo sulla figura e sulle vicende del profeta Elia, ieri il Papa ha affrontato, in particolare, il tema dell’idolatria, dicendo che è un atteggiamento non solo di alcuni antichi, ma anche di diversi uomini contemporanei, credenti e non credenti. Gli idoli degli ultimi due secoli e/o di oggigiorno, sono per esempio, la Razza, il Comunismo, il Nazismo, la Natura, la Scienza, la Politica, ecc., cioè le varie divinità a cui le diverse ideologie costruiscono altari, oppure il piacere, il sesso, la droga, il successo, i soldi, ecc.

    Ora, poiché Dio non è manipolabile e i suo doni li concede per grazia, il credente talvolta cerca «qualcosa […] che si può gestire con le proprie forze», e si illude di poter «servire a due padroni», laddove invece «all’assoluto di Dio, il credente deve rispondere con un amore assoluto, totale, che impegni tutta la sua vita, le sue forze, il suo cuore».

    Quanto al non credente, ha proseguito Benedetto XVI, «dove scompare Dio» spesso «l’uomo cade nella schiavitù di idolatrie, come hanno mostrato […] i regimi totalitari e come mostrano anche diverse forme del nichilismo, che rendono l’uomo dipendente da idoli, da idolatrie; lo schiavizzano»: si pensi, in particolare, alle dipendenze dalla droga e dal sesso. Insomma, senza generalizzare ma non raramente, è vero ciò che hanno rilevato diversi filosofi e teologi, e tra questi ultimi ciò che ha detto con efficacia Karl Barth, secondo cui «quando il cielo si svuota di Dio, la terra si riempie di idoli».

    E si può connettere questa riflessione del Papa con la questione dell’atto di fede. Infatti, la fede nell’esistenza e nel soccorso di qualcosa di sanante, salvifico e/o felicitante – è in definitiva questo che l’uomo cerca dagli idoli – è connaturale, anche secondo un filosofo come Kant che riteneva impossibile un discorso razionale su ciò che è soprannaturale. In questo senso, persino le culture razionalistiche hanno un sottofondo misterico (per esempio, durante l’Illuminismo si diffondono le sette esoteriche, e durante il Positivismo si diffonde lo spiritismo).

    In ogni caso, gli uomini di tutti i tempi, non di rado, cadono appunto nell’idolatria. Così, aveva ragione un acuto pensatore come Chesterton, il quale diceva che il dramma dell’uomo moderno, spesso, non è quello di non credere a nulla, bensì di credere a tutto. Si pensi, in particolare, al gigantesco giro d’affari di maghi, cartomanti, ecc., a cui si rivolgono non solo persone poco istruite, bensì anche professionisti, politici e manager affermati. Insomma, l’uomo contemporaneo non di rado crede a qualcosa di soprannaturale, ma sovente trascura il Dio della Rivelazione.

    Parimenti, ognuno ha in fondo il suo dio, un fine ultimo globale della propria esistenza – che a volte cambia nel corso della sua vita – in rapporto a cui organizza la propria condotta. Uno di quelli già menzionati, o altri ancora, o se stesso. Chi dice di non avere mai un fine ultimo e di voler sempre assecondare il suo umore momentaneo, ha in realtà come fine, appunto, il seguire il proprio stato d’animo del momento.

    Ovviamente qui non è possibile confrontare questi fini ultimi con il Dio cristiano. Ma è almeno possibile rivolgere un invito affettuoso ai non credenti: cercate di conoscerLo, come fa chi cerca un tesoro senza sapere se esista o no. Non accontentavi della catechesi – necessariamente elementare e stringata – ascoltata da bambini, o della rappresentazione, spesso caricaturale, del Dio cristiano che viene fatta dai media.

    Giacomo Samek Lodovici da http://www.avvenire.it

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  23. 23

    Karl Heinz Treetball

    Questo credo sia interessante, specie per un giornale d'opinione. da http://www.avvenire.it:

    Il direttore risponde

    Sulle omelie, anzi sulla politica

    Gentile direttore,

    è festa di Pentecoste e mi reco alla Messa nella mia chiesa, in provincia di Verona. Durante il Vangelo il prete parla dello Spirito Santo, che aleggia sulle acque del pianeta terra all’inizio della Creazione. Penso che abbia trovato un ottimo spunto per parlare dell’importanza dell’acqua, che ha permesso la nascita della vita e che è un patrimonio di tutti, un bene da salvaguardare per il futuro dell’Umanità. Invece nulla, non un commento. Mi aspetto un collegamento con il Cantico delle Creature di San Francesco dove si dice: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora Aqua, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta» e del rischio che venga sottratta all’Uomo per diventare un Affare con cui far quattrini. Invece nulla, non un pensiero. La predica prosegue e si parla dello Spirito Santo, che scende come fiammelle sugli Apostoli. Mi aspetto che si commenti che lo Spirito, che è di Verità, sia in grado di dare all’Uomo la forza e il coraggio di combattere per la giustizia e per l’affermazione del Regno di Dio già in questa vita terrena. Invece nulla, silenzio assoluto. Il prete si limita a parlare delle fiammelle. Trascorre il tempo e la predica è sempre più vuota e distante dall’Uomo. Considerando che oggi si dovrebbe andare a votare mi aspetto un paragone: il Figlio di Dio ha dato la vita per l’Umanità per spalancarle le porte del Regno. Anche molti uomini, fra cui molti giovani, hanno dato la vita perché l’Italia fosse unita e repubblicana e perché tutti avessero gli stessi diritti, uomini e donne, fra cui quello al voto. Non è forse un obbligo andare a votare considerando tutto il sangue che è stato versato per questo diritto? Non dovrebbe il prete indicare: «Date a Cesare quel che è di Cesare» come obbligo di partecipazione alla vita pubblica e sottolineare l’importanza del voto, non importa se a favore o contro? Invece nulla. Il prete tace. Meglio divagare da certi temi, così nessuno si sente coinvolto, e poi ci si meraviglia se le chiese si svuotano e sono popolate, purtroppo, solo da vecchi. La predica dovrebbe scuotere le coscienze, ma ho l’impressione che volutamente non si voglia turbarle, risvegliarle. Meglio lasciarle quiete.

    Rodolfo Comelli, Verona

    Capisco il suo punto di vista, gentile signor Comelli, e so che dalle omelie dei nostri sacerdoti noi laici ci aspettiamo giustamente molto. A volte, purché sappiamo ascoltare, e magari ritrovandoci lontano dai luoghi abituali, troviamo in quelle prediche sorprendenti squarci di luce, incitamenti saggi, risposte semplici ed efficaci. Altre volte, purtroppo, aspettiamo invano. Anche se c’è sempre una prossima volta, una chiesa aperta, una voce che ci viene incontro. Capisco, insomma, il suo lamento, senza però riuscire a condividerlo. E non solo perché domenica ero a Messa altrove e non anch’io lì, nel Veronese. Ma per istinto e per ragione. Mi pare, infatti, che lei quel giorno non volesse tanto ascoltare una riflessione profonda e, per così dire, mobilitante sulla Parola di Dio, quanto piuttosto una specie di arringa a sfondo politico-referendario. Quasi che il "fatto del giorno" – per noi cristiani – non fossero esattamente il «fuoco» e il «vento» di Pentecoste. Mi perdoni se giudico da lontano la sua intenzione, però è lei a indurmi a questo esercizio con quel che mi ha scritto con tanta foga e passione polemica. Della forza della parola del "suo" predicatore, invece, nulla so e, perciò, nulla posso e voglio dire. Posso e voglio, però, sottolineare qualcosa che so bene, e cioè che tra una omelia insipida e un improprio "comizio" c’è molta, molta distanza. E, per quella che è la mia esperienza, spazio e toni giusti di una "predica" sono lì in mezzo, sono in quella distanza dai due estremi (retorici e di contenuto) opposti. Una distanza sana, che può farsi vicinanza illuminata dal Vangelo alla vita e alle scelte di ciascuno. Interrogare e scuotere dal pulpito, gentile lettore, non vuol dire prendere letteralmente partito o intimare allineamenti, ma aiutare – con la propria testimonianza e con il riferimento a valori chiari a tutti e a verità fondamentali per i credenti – ad accendere riflessioni e a suscitare impegni personali e comunitari. Altro che divagare… Per questo andiamo in chiesa guardando all’amore crocifisso di Dio e certi della presenza di Cristo tra noi. Per questo in chiesa portiamo appunto "solo" noi stessi, e non le bandiere, i fischietti e gli striscioni del momento… Poi, sulla "piazza" della città – che spesso, nella nostra Italia, coincide anche col sagrato – toccherà ancora a noi, nel tempo che ci è dato e con limpida coerenza, di fare un buon lavoro da cristiani e da cittadini.

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  24. 24

    fernando

    Pace da conquistare, Spirito ricevuto in dono: come si può sviluppare il pensiero per seguire Gesù, evitando gli idoli, oggi soprattutto ideologici, che si frappongono a tale sequela?

    Il prof. Giuseppe Cantarano la pensa così come risulta da questa bella intervista di Roberto I. Zanini per il quotidiano Avvenire, il giornale prediletto dai lettori e commentatori di questa rubrica:

    «I filosofi piangono le stesse lacrime di disperazione di ogni essere umano annichilito dalla paura della morte». Giuseppe Cantarano è docente di Storia della filosofia all'Università della Calabria. Un accademico che però non evita di formulare una durissima critica alla quasi totalità della ricerca filosofica, in particolare di quella che per presunzione ideologica ha smesso di dialogare con la teologia. Il suo ultimo volume, "Le lacrime dei filosofi. L'idea della salvezza in Occidente", edito da Marietti, ripercorre la storia del pensiero filosofico, con le risposte che i singoli pensatori hanno dato al problema della morte. Un lavoro per il quale Cantarano ha raccolto non poche critiche dai colleghi, in quanto sostiene che «negando la prospettiva escatologica la filosofia diventa una scienza positivista come la meccanica e la fisica: si svuota di senso ed entra in crisi».

    Il relativismo e l'assolutizzazione ideologica hanno ucciso la filosofia?

    «Hanno sostenuto che la filosofia non si deve occupare delle cose ultime e l'hanno trasformata nella semplice diagnosi del presente. Ma questa cosa la fanno egregiamente le scienze particolari. Ecco, l'ideologia intesa come idolatria del sapere, assolutizzando il relativo ha finito per porre la filosofia a rimorchio di scienze come la biologia, la fisica, che si occupano di cose penultime, ma che ideologicamente incanalate cercano disperatamente di dare una spiegazione biologica e fisica delle cose ultime. Gli scienziati si credono filosofi. E i filosofi si sono persi».

    I suoi colleghi credono di essere in linea con le aspettative dei giovani ai quali le università si rivolgono?

    «C'è un distacco netto fra i dipartimenti universitari di filosofia e la società reale. Si è cercato di colmarlo moltiplicando all'infinito le discipline, le materie d'esame. Ma le iscrizioni diminuiscono. Eppure quando si organizzano festival o manifestazioni pubbliche la presenza dei giovani è significativa, perché continuano a percepire il filosofo come colui che si interroga sulle cose ultime ed è quindi in grado di dare risposte sul senso della vita».

    Cerchiamo di capire: cos'è la filosofia?

    «Ci hanno sempre detto che è amore per il sapere. Ma non è un amore disinteressato. Indagando sui fondamenti della realtà vuole catturare la verità delle cose. Delle cose e delle creature. L'inizio del fenomeno è la verità del fenomeno. Nei fatti, cercando la verità delle cose, dei fenomeni e delle creature la filosofia cerca di impedirne la dissoluzione, di garantirne l'incorruttibilità».

    Vuole dire che la filosofia è una sorta di teologia secolarizzata?

    «Nella teologia cristiana è la Verità che salva. Gesù si propone come la Verità attraverso la quale ci si salva in eterno. La filosofia è da sempre animata dall'assillo di dare una risposta al problema della morte. Ma mentre il cristianesimo salva le creature dalla disperazione della morte, la filosofia, negando la rivelazione tenta di fare la medesima operazione attraverso la dissimulazione del logos: non è Gesù Cristo che ci salva, ma la ragione».

    Una sorta di fede secolarizzata nella ragione?

    «Certo che lo è, ma non si può dire. Il filosofo confida nelle capacità taumaturgiche del logos».

    Quindi il contrasto fra fede e ragione è una trovata che si deve alla mancanza di umiltà dei filosofi?

    «Diciamo che è un conflitto solo nominalistico, che è servito alla filosofia per laicizzarsi ed emanciparsi dalla fede: pura illusione. Col risultato che la filosofia, pur essendo un grande dispositivo di salvaguardia degli individui dalla paura della morte, non fornisce altra risposta che l'astrazione del logos».

    Insomma, lascia con l'amaro in bocca…

    «E sì! Perché noi non vogliamo salvarci dalla paura della morte, ma dalla morte. È l'inadeguatezza dell'astrazione di fronte alla certezza cristiana della resurrezione».

    Riversato sulla società, tutto questo cosa produce?

    «Che, morta la filosofia, la scienza stessa si è trasformata in una forma secolarizzata di teologia. Vuole rimuovere la finitezza del creato, spostarne il limite sempre più avanti attraverso l'astrazione delle categorie, i numeri, le configurazioni analitiche, le teorie… Un non detto, ma implicito tentativo di eternizzazione. E lo stesso vale per la politica».

    La politica?

    «Certo. Avendo a che fare con le cose pratiche, con la vita di tutti i giorni, la politica può non porsi il problema della paura della morte? Anche se sembra nasconderlo, in realtà non pensa altro che a questo. La politica nasce per difendere l'uomo, per rassicurarlo, per proteggerlo… Ossessionata dal timore del disfacimento cerca di salvare, almeno se stessa, eterizzandosi attraverso la perpetuazione delle forme politiche».

    Abbiamo sotto gli occhi una serie di esempi fallimentari.

    «La politica organizza la nostra vita, ma se perde di vista l'aspetto profetico ed escatologico le sue risposte non conducono a niente, finendo per evidenziare rapidamente la loro finitezza. Così concepita la politica diventa pura amministrazione dell'esistente, adatta più a far funzionare una tecnopoli che una società complicata come la nostra… La politica ha a che fare con i destini ultimi dell'individuo, ma se risponde col politicismo meccanicistico a cui siamo abituati tradisce il proprio compito».

    È il trionfo della burocrazia. «Un processo che conduce alla statolatria, che è una forma di idolatria nei confronti di qualcosa che è stato. Una perpetuazione del presente priva di un orizzonte di speranza perché non getta lo sguardo verso il futuro».

    Sterilità?

    «Sterilità è la parola giusta. Ecco perché il pensiero occidentale non può in alcun modo privarsi della forza profetica che deriva dalla prospettiva cristiana».

    La risposta è in quel "resta con noi che si fa sera" (Lc 24,29) che ha messo come distico al suo libro?

    «Esattamente. Interrompere il dialogo col cristianesimo significa condannarsi alla sterilità. Purtroppo questo distacco è avvenuto e la filosofia continua a enfatizzarlo».

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  25. 25

    nicodemo

    CITTA' DEL VATICANO, 17 GIU. 2011. Questa mattina, il Santo Padre, nel ricevere i Presuli di Madras-Mylapore, Madurai, Pondicherry e Raipur (India), al termine della Visita "ad Limina Apostolorum", ha proseguito le sue riflessioni sulla vita della Chiesa in India soffermandosi sulle responsabilità dei Vescovi nei confronti del clero, dei religiosi, delle religiose del Paese.

    "Con l'imposizione delle mani e con l'invocazione dello Spirito Santo voi siete inviati da Dio quali pastori, e siete chiamati ad insegnare, santificare e governare le Chiese locali" – ha detto il Papa – "Voi compite questa missione con la predicazione del Vangelo, la celebrazione dei sacramenti, e la vostra attenzione per la santità e l'efficace azione pastorale del clero. (…) Siete anche chiamati a governare nella carità con prudente vigilanza, nella vostra capacità legislativa, esecutiva e giudiziaria. In tale ruolo delicato ed esigente, il Vescovo, quale pastore e padre, deve unire e forgiare il suo gregge in una sola famiglia che tutta, consapevole dei propri doveri, desidera vivere ed agire in unità nella carità".

    "La promozione del carisma dell'unità del gregge" – ha proseguito il Pontefice – "che è potente testimonianza dell'unicità di Dio e segno della Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica, è una delle più importanti responsabilità del Vescovo. (…) Con il vostro ministero, siete chiamati a fortificare il popolo che Dio ha scelto come suo, a servirlo e a edificarlo in un unico tempio, una dimora degna dello Spirito".

    "Voi dovete sostenere i vostri sacerdoti, i vostri più stretti collaboratori, ed essere attenti alle loro necessità ed aspirazioni, dimostrando sollecitudine per il loro benessere spirituale, intellettuale e materiale. Essi, quali figli e collaboratori, sono chiamati a loro volta a rispettare la vostra autorità, a lavorare con gioia, umilmente e con completa dedizione al bene della Chiesa, sempre sotto la vostra direzione. I legami di amore fraterno e la sollecitudine reciproca che promuovete nei vostri sacerdoti diventeranno la base per superare le tensioni che potrebbero sorgere, e promuovere le condizioni più propizie per il servizio al popolo di Dio, edificandoli spiritualmente, e portandoli a conoscere il proprio valore e ad assumere la propria dignità quali figli di Dio".

    "Anche i religiosi e le religiose" – ha detto ancora il Santo Padre – "si rivolgono a voi per sostegno e guida. La testimonianza del vostro profondo amore per Gesù Cristo e la sua Chiesa serve da ispirazione mentre si dedicano con perfetta povertà, castità e obbedienza alla vita alla quale sono stati chiamati".

    Benedetto XVI ha concluso il suo discorso ricordando l'importanza della vita consacrata e ha esortato i Presuli affinché offrano ai consacrati "una solida formazione umana, spirituale e teologica. (…) Desidero esprimere l'apprezzamento della Chiesa" – ha detto infine il Papa – "alle numerose religiose della Chiesa in India. Esse testimoniano la sua santità, vitalità e speranza, offrono innumerevoli preghiere e compiono innumerevoli buone azioni, spesse nascoste, ma ciononostante di grande valore per l'edificazione del Regno di Dio".

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  26. 26

    Kamella Scemì

    Nosari ha parlato degli anziani: puntualmente Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Gianfranco Ravasi ne tratta da par Suo nel mattutino di oggi su http://www.avvenire.it,facendo opportune precisazioni:

    Vecchi e ignoranti?

    "Un vecchio non deve far dire di sé: senescit et se nescit, ossia che invecchia e non impara a conoscersi".

    «La vecchiaia non ha niente a che vedere col numero degli anni: ci sono uomini che nascono vecchi». Così insegnava il rabbí chassidico della città mitteleuropea di Tomshov, spremendo l'antica saggezza ebraica. La terza età effettivamente non si misura solo con parametri cronologici: senza offesa, ci sono giovani che si trascinano per le strade con una fiacchezza e una palese assenza di scopi nella vita, da vederli ormai quasi relegati nel limbo del crepuscolo della vita. Un'anima di verità rivelava lo scrittore francese André Maurois (1885-1967) quando affermava che «invecchiare è una cattiva abitudine che l'uomo attivo ed entusiasta non ha il tempo di prendere». L'anziano che conserva una sua freschezza interiore reca in dono alla società un bene prezioso, anche se non sempre stimato e valorizzato, l'esperienza e la sapienza. E qui, però, scatta l'osservazione pungente e divertita che ho trovato attribuita a un altro scrittore francese, autore di non memorabili romanzi, Alphonse Karr, vissuto nell'Ottocento. La propongo ai lettori che hanno ormai qualche decina d'anni alle spalle come me, perché essa è anche divertente col suo gioco di parole latine. Se, infatti, spezziamo il verbo senescit, che è l'«invecchiare» normale, scandito dal flusso del tempo, ci troviamo di fronte a un se nescit, che è invece il verbo dell'ignoranza. Certo, gli anni portano con sé anche l'appannamento mentale e la debolezza generale dell'organismo, ma c'è un patrimonio che non dev'essere disperso, quello appunto della sapienza, «distillata» passando oltre le tempeste della vita, persino attraverso gli errori ma soprattutto nella ricerca e nell'esperienza di anni.

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