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37 Comments

  1. 1

    Cristoforo

    Tutti noi aspiriamo alla guarigione, quindi, alla salvezza: a quella materiale, innanzitutto, che ci coinvolge immediartamente col dolore fisico della malattia. Ecco allora che cerchiamo la medicina più adatta, soprattutto il medico migliore, cui dovremmo essere grati per sempre insieme a coloro che hanno contribuito al superamento delle difficoltà. La stessa cosa si verifica nella vita di relazione, nella quale è spesso decisivo l'aiuto di coloro che ci sono vicini. La vita politica ne è un altro esempio, grave e pressante, anche per i suoi aspetti sempre più incisivamente familistici. Poi, più tormentata e sublime di tutte, la vita dello spirito, a cui si dovrebbe aprire la salvezza eterna, che spetta a Dio, ma con la fattiva collaborazione dell'uomo, come abbiamo letto e "visto" nel brano evangelico in commento.

    C'è un detto significativo, però: passata la festa, gabbato lo Santo. E la "vista" riacquistata per grazia, per essere bene per sé e gli altri, si trasforma in mezzo per compiere il male, è essa stessa cagione di male. E' la significativa e poco conosciuta (anche per "tribale" scaramanzia, credo) demoniaca rappresentazione pinoquartesca, in uso nelle compagnie filodrammatioche della bassa bergamasca fino ad alcune decine di anni fa, quella della apparentemente tragicomica e farsesca figura contadina dell'impersonificazione diabolica, mefistofelica, dalla natura scivolosa, nascosta, sostanzialmente amorale e distruttiva di ogni etica e morale. Figura da esorcizzare teatralmente ad opera del contadino sempliciotto, coprotagonista della farsa. Il problema, tuttavia, resta: la "vista" riacquistata per mera grazia dalla figura pinoquartesca di turno, che è dis-grazia per altri, come si configura e rapporta nel brano evangelico?

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  2. 2

    Cristoforo

    Cerco di allargare ulteriormente il ragionamento di cui sopra: vi sono coloro che hanno una "vista" distorta, per educazione, abitudini, impronta morale o altro.

    "Vedono", ma "vedono" male fin dall'origine. La vista che riacquistano totalmente è sempre quella distorta, ma potenziata. E questo è all'origine di molta parte della disgregazione sociale. In politica come nelle famiglie.

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  3. 3

    Kamella Scemì

    Sono turca, e ho studiato teologia in un monastero ortodosso, completando gli studi negli Stati Uniti. Per le strane vicende della vita ho sposato un turco che lavora a Bergamo, musulmano tepido. E da voi e con voi vivo.

    Ho letto con interesse quello che ha scritto Cristoforo: il demonio è presente nella società in maniera subdola, tanto da essere rappresentato anche in teatro fin dai tempi più remoti, in quelle pièces contadine dette pinoquartesche di cui parlate spesso e che non conosco. Ma, da un lato oggi del demonio non si parla più (e credo significhi che in effetti ha pervaso la vita sociale) e dall'altro osservo che assai probabilmente in quelle tragicomiche farse contadine pinoquartesche, alla fine, col suo semplice buonsenso e coi princìpi base della sua civiltà, il contadino buono e semplice vinca il demonio e lo scacci. Infatti, sono convinta che in quelle rappresentazioni teatrali avvenga la stessa cosa che accade nelle simili azioni teatrali contadinesche turche, un po' più condite di allusioni sessuali, dove invece dei diavoli ci sono gli spiriti maligni…ma cambia poco il senso della vicenda. Dobbiamo tuttavia chiederci per quale motivo il semplice contadino "veda" il demonio, lo riconosca e riesca a vincerlo, cosa che nelle analoghe storielle turche non è spesso consentita al capo del villaggio, il presunto saggio, la guida indiscussa e indiscutibile, che il subdolo e "buonista" demonio, quasi un filantropo, riesce ad abbindolare.

    Si tratta, secondo me, di un leitmotiv che deve porre al centro il continuo rimando fra l'immagine di Dio e il Suo originale. Quest'ultimo è oggetto di studio da parte del teologo, è oggetto di adorazione e preghiera da parte del fedele. La "vista" di costoro si apre secondo quei canoni, quei percorsi. L'immagine di Dio, invece, è a disposizione di tutti. E il capo del villaggio, per le spiegazioni che cercherò di dare in seguito, cerca di imitare la complessa e complicata immagine di Dio… e non vede il demonio. Seguendo il ragionamento e le parole del gesuita Jack Miles, nel suo libro "Una biografia di Dio", appare chiaro che la creazione da parte di Dio dell'umanità, maschio e femmina, a propria immagine, è argomento di fede. Che i nostri antenati si siano affaticati per secoli a perfezionare se stessi a immagine del proprio Dio, è invece argomento di storia. E' certo che durante i lunghi secoli in cui il Dio degli ebrei e dei cristiani è stato l'incontrastata estrema verità dell'Occidente, uomini e donne del Medio Oriente e d'Europa e, più tardi, d'America si sono consapevolmente sforzati di modellare se stessi su di lui. Hanno creduto di poter fare di sé, provando e riprovando, copie migliori dell'originale divino, e si sono diligentemente piegati a tale compito. L'imitatio Dei era una categoria centrale della religiosità ebraica; l'imitazione di Cristo, Dio fatto uomo, era ugualmente centrale per i cristiani.

    Assai meno problematica, tale imitazione, è per i semplici contadini invece che per coloro che hanno e devono avere una visione complessa della realtà, come detto. Ma, per converso, tale imitazione solletica maggiormente la curiosità e la fantasia dei vari e diversi capivillaggio piuttosto che dei semplici contadini. E ne vedremo il perché, proprio in relazione alle caratteristiche dell'immagine stessa di Dio.

    A tale problematicità si aggiunge che oggi molti, in Occidente come nel Medio Oriente, non hanno più fede in Dio: ma la perdita della fede, come quella del patrimonio, ha effetti duraturi. Un giovane cresciuto nella ricchezza può, una volta giunto alla maturità, cedere la propria fortuna e vivere in povertà. Nondimeno, il suo carattere rimarrà quello di un uomo cresciuto nella ricchezza, perché non può cedere anche la propria storia. Analogamente, secoli di costruzione rigorosamente devota del carattere hanno creato un ideale di carattere umano che perdura, nonostante per molti ne siano stati rimossi i fondamenti. Quando gli occidentali incontrano una cultura che ha un ideale diverso, quando, ad esempio, ci troviamo a dire, in relazione alle tragiche circostanze attuali: «I giapponesi sono diversi», scopriamo indirettamente la stranezza e la durevolezza del nostro ideale, il senso da noi ereditato di quel che un essere umano debba essere. Il Giappone e l'Occidente sono diventati simili in innumerevoli aspetti esteriori: i giapponesi mangiano la carne di bue, gli occidentali il sushi; i giapponesi indossano giacca e cravatta, e la parola kimono è entrata nel lessico occidentale. In entrambe le aree sono in funzione centrali nucleari…Eppure permane una profonda differenza perché, nei secoli in cui il Dio della Bibbia era lo specchio dell'Occidente, il Giappone guardava in uno specchio religioso e culturale diverso. Quello che intendo qui dire è che nel concetto di riacquisizione della "vista" da parte del cieco, e di tutti i ciechi, occorre alla fin fine mettere davanti agli occhi del "guarito", a quegli occhi che stanno per riaprirsi, lo specchio giusto, per un occidentale quello biblico, ripulito e lucidato.

    Per i non-occidentali, infatti, la conoscenza del Dio che l'Occidente ha adorato apre una via diretta e unica all'essenza e all'origine dell'ideale occidentale di carattere. Ma per gli occidentali una conoscenza più profonda di questo Dio può servire a portare a consapevolezza e raffinatezza ciò che altrimenti è tipicamente inconscio e naif. In qualche modo siamo tutti emigrati dal passato. E proprio come un emigrato che dopo molti anni abbia fatto ritorno in patria può vedere nei volti dei forestieri il proprio, così l'occidentale moderno e secolarizzato può provare un fremito di autoriconoscimento al cospetto dell'antico protagonista della Bibbia, Dio.

    Come può un non credente occidentale giungere al cospetto di Dio? Di generazione in generazione, l'ebraismo e il cristianesimo hanno tramandato la loro conoscenza di Dio in vari modi. Per una minoranza vi sono state, e vi sono tuttora, le ardue e talvolta esoteriche discipline dell'ascesi, della mistica e della teologia. Per i più, e forse è da notare, c'è un libro che può essere aperto e letto tanto dal credente quanto dal non credente, la Bibbia. La conoscenza di Dio, anche soltanto come personaggio letterario, non preclude né chiede la fede in Dio, ed è di questo tipo di conoscenza che intendo qui proporre al non credente, perché anche lui possa guadagnare in tal senso la "vista", quanto meno la "vista" sul suo proprio carattere, sulle sue stesse caratteristiche fondamentali, delle quali forse non ha contezza. Talvolta i filosofi della religione hanno preteso che tutti gli dèi siano proiezioni della personalità umana; può darsi che sia vero, ma, se lo è, si deve almeno riconoscere il fatto empirico che molti esseri umani, anziché proiettare le proprie personalità su dèi interamente creati da loro, hanno scelto di introiettare – cioè di assumere dentro di sé – le proiezioni religiose di altre personalità umane. (Vedi al riguardo in questo stesso sito, nella sezione Cultura cristiana, l'articolo sul politeismo rimontante – http://bergamo.info/culturacristiana/politeismose….

    È per questo che la religione esercita tanto fascino, ma suscita anche invidia e, talora, rancore negli scrittori e nei critici letterari che dedicano molta riflessione all'argomento. La religione, e in particolare quella dell'Occidente, può essere vista come una letteratura che ha avuto successo ben oltre i sogni più sfrenati di qualsiasi scrittore. Qualsiasi personaggio che «prenda vita» in un'opera d'arte letteraria può esercitare una certa qual influenza sulla persona reale che incontra quell'opera. Il Don Chisciotte di Cervantes, nel quale il protagonista modella se stesso sulla letteratura popolare della propria epoca e della propria terra, rappresenta lo svolgersi di questo processo in modo incomparabilmente caustico e ilare. Cervantes rifletté di sicuro sull'influenza che la sua opera poteva avere, e infatti rappresenta il suo «reale» Don Chisciotte mentre incontra persone che conoscono un personaggio letterario che porta il suo stesso nome. Ai nostri giorni, sono milioni le persone che confondono le vite reali degli attori del cinema con le loro vite sullo schermo, attribuendo a questa combinazione un'importanza maggiore di quella che possano concedere a qualunque essere umano reale di loro conoscenza e poi soffrendo della conseguente melanconia: la loro carne è triste, hélas, e hanno visto tutti i film.

    Comunque, non vi è personaggio del palcoscenico, della pagina o dello schermo che abbia mai goduto di una ricezione paragonabile a quella di Dio. «Dio», in Occidente, è più che un termine del lessico famigliare: egli è virtualmente un membro, più o meno bene accetto, della famiglia occidentale. Genitori che con lui avrebbero anche chiuso i conti non riescono a tenerne lontani i figli, poiché non solo ognuno ne ha sentito parlare, ma ognuno, anche adesso, può parlarne. Il commediografo Neil Simon ha pubblicato alcuni anni fa una commedia – "Il prediletto di Dio" – , basata sul libro biblico di Giobbe. Pochi tra gli spettatori avevano letto il libro biblico, ma non ce n'era bisogno: del carattere di Dio sapevano abbastanza da capire le battute. Se non vi è nulla di serio, non vi è nulla di divertente, come scrisse Oscar Wilde. Quell'idea seria di Dio, da dove era arrivata allo schiamazzante pubblico di Simon a Broadway? Vi era arrivata a partire, quasi per intero, dalla Bibbia; e, in termini più specificamente umani, a partire da coloro che avevano scritto la Bibbia.

    Agli occhi della fede, la Bibbia non è soltanto parola su Dio ma anche Parola di Dio. Egli ne è l'autore e il protagonista. Ma, sia che gli antichi scrittori della Bibbia abbiano creato Dio, sia che ne abbiano semplicemente trascritto la rivelazione, la loro opera è stata, in termini letterari, un successo sbalorditivo. È stata letta a voce alta tutte le settimane per duemila anni a uditori che l'hanno recepita con la massima serietà e che hanno coscientemente deliberato di estendere il più possibile la sua influenza su loro stessi. In ciò, la Bibbia non trova di certo alcun parallelo nella letteratura occidentale, e probabilmente nella letteratura in generale. Balza subito alla mente il Corano, ma i musulmani non lo considerano alla stregua di letteratura: per loro esso occupa una nicchia metafisica tutta per sé (in argomento, vedi in questo stesso sito, settore Cultura cristiana, l'articolo intitolato "Globalizzazione e islamizzazione" – http://www.bergamo.info/culturacristiana/globaliz…. D'altra parte, gli ebrei e i cristiani, pur venerando la Bibbia come qualcosa di più che mera letteratura, non negano che essa sia anche letteratura, e di regola ammettono che la si possa recepire come tale senza che ciò sia blasfemo.

    La valutazione della Bibbia, quando è fondata sulla religione, presta principalmente ed esplicitamente attenzione alla bontà di Dio. Gli ebrei e i cristiani hanno adorato Dio come origine di ogni virtù, fonte di giustìzia, sapienza, misericordia, pazienza, forza e amore. Però, perifericamente e implicitamente, hanno anche sviluppato un'abitudine, e poi, nei secoli, un attaccamento, a quella che potremmo chiamare l'inquietudine di Dio. Dio, infatti, sotto il profilo letterario, è un amalgama di varie personalità riunite in un solo personaggio. La tensione tra queste personalità rende sì Dio difficile, ma rende anche impossibile resistergli, fino ad arrivare a dipenderne. Mentre consciamente ne emulava le virtù, l'Occidente ha assimilato inconsciamente la tensione – che genera ansia -tra la sua unità e la sua molteplicità. Alla fin fine, benché gli Occidentali bramosi vadano talvolta in cerca di un ideale umano più semplice, meno ansioso, più «centrato», le sole persone che riteniamo sufficientemente reali sono quelle la cui identità raccoglie insieme parecchie sottoidentità incompatibili. In Occidente, quando facciamo conoscenza, è questo che cerchiamo di sapere l'uno dell'altro. Nella cultura occidentale, l'incongruità e il conflitto interiore non sono solo permessi: sono quasi richiesti. Le persone che sono semplicemente abili nel rivestire ruoli diversi rimangono al di sotto di questo ideale. Hanno personalità, o un repertorio di personalità, ma mancano di carattere.I politicanti, per esempio classico, destano sospetto perché in generale, nei diversi ruoli che rivestono giornalmente con sospetta abilità, non hanno dentro di sé tensione, sono zombi eterodiretti… anche da se stessi, quali autonomi dèi, se del caso. Le persone semplici, non complicate, quelli che senza difficoltà sanno chi sono e abbracciano un determinato ruolo senza conflitti, rimangono anch'essi pure al di sotto di questo ideale. Possiamo ammirare la loro pace interiore, ma in Occidente è poco verosimile che si cerchi di emularli. «Centrati» come sono – fin troppo – hanno carattere ma poca personalità. Ne siamo annoiati, come lo saremmo da noi stessi, se fossimo come loro.

    Ci rendiamo le cose così difficili perché i nostri progenitori ebbero comprensione di sé come immagine di Dio, il quale, in effetti, si era reso le cose difficili in maniera analoga. Il monoteismo riconosce solo un Dio: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno». Nella Bibbia non vi è nulla, a proposito di Dio, su cui si insista più che sulla sua unità. Dio è la Roccia Eterna, l'integrità personificata. Pure, questo medesimo essere comprende diverse personalità. Sarebbero state ben più facili la pura unità (il solo carattere) o la pura molteplicità (la sola personalità). Ma egli è entrambe, e così l'immagine dell'umano che da lui deriva le richiede entrambe.

    Dio, strano a dirsi, non è un santo. Gli si possono muovere molte critiche, e sono stati fatti molti tentativi per migliorarlo. Molto di quel che la Bibbia dice di lui è raramente oggetto di sermoni dal pulpito, perché, preso in esame troppo da vicino, diventa oggetto di scandalo. Però, anche se solo alcune parti della Bibbia vengono concretamente predicate, nessuna parte di essa viene completamente negata. Sulla pagina biblica, inverosimilmente sfuggita alla censura, Dio rimane così come è stato: l'originale che fu la Fede dei nostri Padri, la cui immagine vive ancora dentro di noi come difficile ma dinamico ideale secolare, che ci consente di dire in che direzione guardiamo e dobbiamo criticamente guardare e, a tal punto, che cosa vediamo quando ci si snebbia la vista. Perché la "vista" solo in tal senso può essere riacquistata, da noi occidentali almeno. Quando guardiamo verso Dio, però, quando volgiamo gli occhi alla trascendenza, su di essa tenendoli fissi. Perché se lo sguardo è rivolto altrove, o anche soltanto si perde in un'imitazione non critica e personalizzante, un po' vanesia, dell'immagine di Dio, quali capacità di riconoscimento ci restano verso il demonio, il semplice e assai poco divino, subdolo conquistatore? Pressoché nulle. Forse nemmeno quelle del contadino della bassa bergamasca, talora demonio da sé, in quanto impastato anche con quella materia. Ma che sa guardare in terra e ben conosce i fondamenti materiali della cultura di cui si nutre e della civiltà cui comunque appartiene, quella cui anche il demonio tentatore e ingannatore si abbevera. E in cui l'immagine del Dio della Bibbia comunque si riflette.

    Ecco allora che si ripropone in tutta la sua attualità la tragicomica farsa pinoquartesca. E quella delle rappresentazioni teatrali popolaresche e contadinesche turche. Con le loro allusioni sessuali.

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  4. 4

    Lucia

    Gli insegnamenti di Gesù sono molteplici nel brano in commento. Ne tratterò due. Egli toc­ca e illumina gli oc­chi di un mendicante che ci rappresenta tutti, li apre, li libera dalle tenebre. E a quegli occhi, poiché loro corrisponde un cervello capace di "vedere" la verità, segue l'elaborazione della verità stessa, con le relative conseguenze. Sono io – dice – quel mendicante che poco fa vi tendeva la mano per chiedere l'elemosina, sono io fatto creatura nuova da Qualcuno. Non per caso, anzi, assai significativamente, dopo la Risurrezione, Gesù pronuncerà a Sua volta quel gioioso ed esaltante "sono Io" apparendo agli Apostoli smarriti e impauriti.

    Altri non si assumono la responsabilità di dire "sono io", non elaborano verità alcuna ma si limitano a godere dell'immeritata grazia loro donata.

    Non "vedono". E chi non vede deve appoggiarsi ad altri, a muri, a un basto­ne, ai genitori, a farisei. Chi, invece, vede cammina sicuro, sen­za dipendere da altri, libe­ro. Come il cieco del Vange­lo che guarito diventa forte, non ha più paura, tiene te­sta ai sapienti, bada ai fatti concreti e non alle parole. Si nutre di luce e osa. Libero. Pieno di gioiosa e incomprimibile libertà.

    Ma un altro insegnamento, pregnante per la stessa vita di tutti i giorni, viene dalla posizione assunta da Gesù verso i farisei: costoro sanno tutte le regole, non prova­no gioia per gli occhi nuovi del cieco perché a loro in­teressa la Legge e non la fe­licità dell’ uomo. Mai mira­coli di sabato! Non capisco­no che Dio preferisce la felicità dei suoi figli alla fedeltà alla legge, che parla il linguaggio della gioia e per questo seduce ancora.

    Funzionari delle regole e a­nalfabeti del cuore.

    Mettono Dio contro l’uomo ed è il peggio che possa ca­pitare alla nostra fede. E su questo aspetto anche all'interno della Chiesa bisognerebbe riflettere a fondo. Di­cono: «I poveri restino pu­re poveri, i mendicanti continuino a mendicare, i cie­chi si accontentino, purché si osservi il sabato! Gloria di Dio è il precetto osservato! La norma rispettata, anche se magari è stata travisata, ma sempre norma è». E invece no, gloria di Dio è un uomo che torna a vede­re. E il suo lucente sguardo dà lode a Dio più di tutti i sabati!

    Ed è una durissima lezione: i fa­risei mostrano che si può essere credenti senza esse­re buoni; che si può essere uomini di Chiesa e non a­vere pietà; è possibile "o­perare" in nome di Dio e andare contro Dio. Ammi­nistratori del sacro e anal­fabeti del cuore.

    Nelle parole dei farisei il ter­mine che ricorre più spes­so è «peccato»: «Sappiamo che sei peccatore; sei nato tutto nei peccati; se uno è peccatore non può fare que­ste cose»; anche i discepoli avevano chiesto: «Chi ha peccato? Lui o i suoi genito­ri?». Il peccato è innalzato a teo­ria che spiega il mondo, che interpreta l’uomo e Dio. Gesù non ci sta: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori». Si allontana subito, imme­diatamente, con la prima parola, da questa visione per dichiarare come essa renda ciechi su Dio e sugli uomini. Parlerà del pecca­to solo per dire che è per­donato, cancellato.

    Il peccato non spiega Dio. Dio è compassione, futuro, approccio ardente, mano viva che tocca il cuore e lo apre, amore che fa nascere e ripartire la vita, che porta luce. E il tuo cuore ti dirà che tu sei fatto per la luce. Anche questo, anche questi stessi concetti credo si volessero dire e marcare negli articoli inseriti nella sezione "Cultura cristiana" di questo sito allorché si disputava dell'organizzazione eccessivamente burocratica, anzi, prevalentemente burocratica della Chiesa in generale e delle nostre parrocchie in particolare. Li ho letti, con attenzione e passione, e anche con un po' di preoccupazione, e nel brano evangelico in commento trovo ora la loro fonte ispirativa.

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  5. 5

    Lucia

    Ho letto or ora il commento di Aristide all'articolo riguardante gli stipendi dei consiglieri regionali lombardi, spesso "intellettualmente scarsi", come ha detto la teologa turco-ortodossa.

    Direi che esso dovrebbe qui essere integralmente riportato, perché indica con precisione una delle modalità attuative del "vedere" nel senso del Dio della Bibbia.

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  6. 6

    don mario

    Massimo Fini, apprezzato dal concommentatore Aristide – i commentatori di questo sito mi sembrano membri di fatto della redazione, non riconosciuti come tali e ben sfruttati – dice ai nostri lettori: svegliatevi, svegliatevi! Alzate la testa dalle scrivanie, dalle scartoffie, dal computer, dalle presse, dalle merci della bottega. Spegnete l’assordante fracasso dei televisori… E ascoltate le parole di un antico ribelle: «Il mio animo va sempre più fremendo quando penso al genere di vita che ci aspetta se non ci rivendichiamo da noi la libertà».

    L’ira, come si sa, è un vizio capitale. Ma lo sdegno è una virtù, tant’è vero che Cristo stesso non esita a impugnare la frusta di cordicelle contro i mercanti nel tempio e quella fatta di parole nelle sue denunce contro le ingiustizie e le ipocrisie (si legga il capitolo 23 del Vangelo di Matteo). La capacità di indignarci viene risvegliata da queste parole di un giornalista e scrittore che può essere discusso nelle sue accuse, ma al quale non si possono negare passione e sincerità. Parlo di Massimo Fini, appunto, dalla cui raccolta di articoli intitolata Senz’anima (Chiarelettere 2010) si è tratto lo spunto per una riflessione semplice e necessaria.

    L’«antico ribelle» a cui egli rimanda è il latino Sallustio della Congiura di Catilina. Siamo nel I secolo a. C. e la sua prosa tagliente e scultorea mette in guardia contro l’appiattimento dell’opinione pubblica che si adatta a un consenso becero, senza coscienza e critica. Le teste diventano simili a giunchi che si curvano al passaggio del vento della propaganda e al predominio del potere pronto a diffondere i suoi luoghi comuni e i suoi messaggi espliciti o subliminali. Ha ragione Fini: bisogna alzare la testa dal proprio interesse immediato, snebbiare la mente dalla chiacchiera televisiva, liberare l’anima dalle banalità che la narcotizzano e ritrovare la coscienza, il pensiero serio e fondato, la morale coerente. Scrive ancora il giornalista: «Più dell’orrore mi fa orrore il nulla». E il nulla sta vicino a chi vive di legalismo e ossessione burocratica, come i farisei, che antepongono la loro ideologia legalistica a Dio stesso. Occorre, dunque, riacquistare anche la vista, meglio, chiedere a Dio che torni a donarci o ci doni la vista insieme a un valido punto di vista. Quella "vista" lì, però, quella del Vangelo di Giovanni, che sa oltrepassare le nebbie della coscienza, la stordente uniformità dell'Ade.

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  7. 7

    Claudio

    Al pari di Lucia non posso che condividere qui quanto rispetto alla cultura ci ha riferito Aristide nell'articolo sulla mappa degli skills desiderabili dal perfetto uomo politico.

    Questo, ahimè, oggi vale dappertutto. Apprezzo Aristide e altri impegnati partecipanti di questi forum che, addirittura, in certi casi arrivo quasi ad invidiare per l'imponente e approfondita erudizione e conoscenza degli argomenti trattati.

    Questi stimoli a migliorarsi dovrebbero essere tesoro per tutti e tutti dovrebbero prendere spunto da essi per cercare di migliorarsi e provare a crescere! Invece no … anzi ritengo che vista l'esplosione delle palestre, sale fitness, beauty centers, body massage rooms etc, la percezione della difficoltà, della complessità e dell'impegno necessario a migliorarsi provochi, di converso, una sorta di apatia intellettuale che molti vanno a rifuggere nel far crescere solo i tricipiti o lo psoas.

    Questo comunque è stato già un fenomeno studiato da Cornelio Nepote che nella sua Vita di Alcibiade riferiva che gli stupidi "Beoti magis firmitati corporis quam ingenii acumini serviunt"!

    Come sempre nulla di nuovo sotto al sole tranne il fatto che Beoti moderni stiamo per diventarli noi. Per finire, pero', e questo ce lo dovremmo chiedere un po' tutti, sarebbe da capire meglio perchè i Beoti stiano crescendo così vistosamente…dipenderà forse dal fatto che ogni Beota che cresce ne genera altri 100, a partire dalle scuole primarie?

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  8. 8

    don M.

    "Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo". Dovrei aggiungere, sulla base del brano evangelico di cui sopra, che colui che non si rende conto di aver riacquistato la "vista", e non si comporta di conseguenza, la perderà nuovamente, o non gli servirà a nulla averla recuperata.

    «L’esperienza è un pettine che la natura dona ai calvi». L’antica ironia cinese si rivela folgorante in questa immagine destinata a illustrare l’ottusità umana che considera la saggezza acquisita con le prove della vita non come una guida per il presente, ma semplicemente come «un regalo utile che non serve a niente», per usare la definizione di un autore occidentale, Jules Renard. Chi non conserva la lezione ricevuta attraverso le esperienze della vita è inesorabilmente destinato a inciampare di nuovo in errori e fallimenti. Purtroppo la storia conferma la tesi opposta e l’umanità spesso dissolve nell’oblio il passato e si ripresenta implacabile sugli stessi abissi, pronta a precipitarvi. Ecco perché il ricordo diventa fondamentale proprio per il progresso e non tanto per la conservazione. Con l’eredità di sapienza e di insipienza che abbiamo ricevuto dal passato noi possediamo come una fiaccola che dirada l’oscurità incerta del futuro. E invece la smemoratezza contemporanea è convinta che, senza lo scrigno del ricordo, si possa procedere più spediti. In realtà, si avanza in modo frenetico e schizofrenico e si inciampa in equivoci, in abbagli, in spropositi che già erano stati vissuti, identificati e bollati nella storia che sta alle nostre spalle. Ma, in positivo, si perdono anche tutti i valori, le intuizioni, le creazioni che un passato nobile ci ha lasciato come patrimonio. È curioso notare che per la Bibbia 'ricordare' è il verbo della fede e della vita e 'dimenticare' è il vocabolo dell’apostasia e della morte. Il cieco nato non solo ricorda la sua menomazione precedente, ma soprattutto non la dimentica…

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  9. 9

    cinzia

    Il cieco nato che riacquista la vista mi richiama alla mente, per associazione, un brano del Mattutino di Mons. Gianfranco Ravasi, su Avvenire di uno dei giorni scorsi, credo mercoledì.

    "Nella vita perdere è più necessario che acquistare. Bisogna vivere senza stancarsi, guardando avanti". Ero molto giovane quando lessi nell’edizione Feltrinelli quel Dottor Živago che poi sarebbe diventato un caso politico, con la forzata rinuncia da parte del suo autore, Boris Pasternak, al Premio Nobel nel 1958, e un emblema quasi popolare, soprattutto con l’omonimo film di David Lean del 1965 con la celebre colonna sonora del «Tema di Lara». Devo, però, confessare che in seguito fui ancor più conquistato dalle poesie di questo scrittore moscovita morto nel 1960.

    Cito a memoria questi versi dell’Orto del Getsemani : «Scenderò nella bara e il terzo giorno risorgerò. / Come le zattere discendono i fiumi, / così, come chiatte in carovana, in giudizio, da me / affluiranno i secoli dall’oscurità». La grandiosa figura di Cristo, verso cui convergono appunto i secoli della storia, occhieggia spesso anche in altre pagine, come nelle righe dell’Autobiografia che oggi ho citato. Si sentono, infatti, le parole di Gesù: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» ( Matteo 10, 39 ). È una legge assurda in economia ove impera l’acquistare, ma è decisiva nella spiritualità ove è il dono che arricchisce. E Pasternak prosegue evocando la metafora giovannea ( 12, 24) del chicco di grano che, solo morendo, produce molto frutto. È il lasciare casa, terra, paese, come fa Abramo, che offre un nuovo orizzonte. Una lezione che si mette di traverso all’imperativo contemporaneo del possesso, della custodia intransigente della proprietà, dell’avere che è privilegiato rispetto all’essere. A memoria vorrei citare i versi di un altro grande poeta, Eliot, lasciandoli alla vostra meditazione: «Dov’è la vita che abbiamo perso vivendo? Dov’è la sapienza che abbiamo perso nel sapere tante nozioni?».

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  10. 10

    Mario.

    Mi son chiesto, leggendo e rileggendo il brano evangelico settimanale e i terribili commenti che lo accompagnano in questo sito (http://www.bergamo.info/ilvangelosettimanale), che cosa possa indurre chi riceva una grazia a negare d'averla ricevuta, a negare una verità palese. Va bene la traccia pinoquartesca, ma essa va almeno spiegata, problematizzata, ipotizzata.

    Credo che per prima cosa si debba imparare a esser liberi dalla paura.

    Infatti, "non è il potere che corrompe, ma la paura. Il timore di perdere il potere corrompe chi lo detiene e la paura del castigo da parte del potere corrompe chi ne è soggetto".

    Così si esprime una donna fragile a vedersi, con un volto dagli occhi che ti trafiggono: Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, costretta al carcere per anni e ora agli arresti domiciliari dal regime militare birmano, pur essendo la figlia dell’eroe dell’indipendenza di quel Paese. Queste sue parole sulla paura sono quasi il programma della sua lotta per la libertà. Non c’è bisogno di moltiplicare i commenti attorno a una verità così lampante. La paura, infatti, è la radice di tante vergogne che si commettono. Ed è per questo che il grande Montaigne, nei suoi Saggi, non esitava a confessare: «La paura è la cosa di cui ho più paura».

    La paura di perdere una carica ti vota all’adulazione, all’inganno, all’umiliazione. La paura di perdere un affetto ti spinge alla gelosia e ad atti meschini. La paura di perdere il predominio sugli altri ti rende implacabile e fin crudele. La paura di perdere la fama ti fa vanitoso e fatuo. Potremmo andare avanti a lungo in questa litania di debolezze e miserie; perciò è giusto invocare Dio affinché ci liberi da ogni paura e viltà e ci renda coraggiosi e sereni, persone dallo sguardo limpido.

    Detto questo, però, vorrei distinguere la paura da un’altra realtà che usiamo di solito come sinonimo: il timore. Spesso, infatti, si crede di essere audaci perché non si ha più rispetto dell’altro e si diventa, così, arroganti, insolenti, impertinenti. Se la paura può essere un difetto, il timore è una virtù. Per questo motivo nella Bibbia si legge: «Il timore del Signore è principio di sapienza» ( Proverbi 1,7 ). Il cieco nato, per contrapposizione, ci dice molto al riguardo.

    Reply
  11. 11

    M.G.

    Nella situazione oscura che si va profilando non c'è che elevare al cielo quel grido che il cieco nato non butta fuori, ma che nei Vangeli altri sofferenti rivolgono a Gesù: "Salvaci!". Perché solo Tu, Figlio di Dio, puoi farlo.

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  12. 12

    Aristide

    DALLA PADELLA NELLA BRACE

    In un’altra sezione di questa bacheca elettronica abbiamo considerato l’offesa che riceviamo quotidianamente, noi lombardi, dal fatto che a Milano, nel Pirellone, i nostri rappresentanti siano assolutamente impari alla bisogna (mi ci metto anch’io fra i lombardi, con il mio quarto di orobicità, che però – lo dico a uso dei fanatici della mistica territoriale – è di pregio singolare, come il sette nella primiera). Insomma, non mi stancherò mai di dirlo, noi pretendiamo che i nostri rappresentanti siano intelligenti, abbiano cultura e nutrano un forte sentimento dell’onore. Nicole Minetti sarà anche bilingue, come dice Berlusconi, ma non ci basta. E il Trota? E certi altri “legati” innominati e innominabili? Beh, come disse Amatore Sciesa…

    Ma ecco che don Mario (v. post del 4 aprile, h.13 11 min), per così dire, mi provoca. Mi ricorda una mia certa predilezione per Massimo Fini, con il quale peraltro non sono nemmeno del tutto d’accordo, su certe cose, per esempio riguardo alla valutazione del Secolo dei Lumi. Ma la predilezione è predilezione, vai a capire il perché e il per come. Perciò scrivevo in una pagina di Testitrahus, http://www.testitrahus.it/Berlusconeide.htm:
    «[Il mio sogno è che] i giovani dicano: basta con Maria De Filippi, basta con Alfonso Signorini, basta con i comici che diventano maîtres à penser e con i cattivi maestri che diventano comici, basta con il lavoro interinale pagato cinque euro l’ora, con la squallida prospettiva che se vuoi guadagnare di più devi farti complice di chi ti sfrutta, per sfruttare a tua volta altri più disgraziati di te. [Sogno] giovani che amino la vita ma che siano pronti a morire (nel sogno) per testimoniare i loro ideali, in lotta contro i morti viventi che non hanno ideali, e che pretendono di essere vivi. Giovani che si ribellino, come i cugini del Nordafrica, perché sarà vero che in Italia si vive meglio che in Nordafrica, ma non è detto che, fatte le debite proporzioni, i giovani italiani abbiano prospettive migliori dei cugini africani. Come disse anni fa Massimo Fini, di ritorno da un viaggio in Iran: lì ho visto fanatismo, ma ho anche visto uomini; sono tornato in Italia, dove proprio in questi giorni si celebra il festival di Sanremo, ma non vedo uomini».

    Don Mario – implicitamente – mi provoca ad affermare che se è vero che dobbiamo detestare l’ignoranza dei nostri delegati (abusivi, a mio modo di vedere, ancorché eletti, e neanche tutti), non meno detestabile è l’indifferenza etica di certi nostri intellettuali, o anche di politici di fascia alta (essendo evidente che c’è una certa differenza tra un Formigoni e un Bertinotti, per esempio, da un lato, e un Trota e una Minetti dall’altra parte). Possibile che i nostri intellettuali e i nostri politici di fascia alta, così facili all’indignazione quando si tratta di fatti lontani anche obiettivamente esecrabili, siano invece indifferenti al riguardo di fatti vicini non meno esecrabili, o comunque esecrabili? Non è che intellettuali e politici di fascia alta siano in malafede o anche, più benevolmente, tromboni? Perché, signori, vogliate considerare che fra un ignorante e un trombone non so francamente che cosa sia meglio: sarà meglio cadere nella padella o nella brace? Senza contare che è molto frequente la combinazione delle due sciagure, cioè il caso del politico ignorante e trombone. Per favore, se mi volete bene, non chiedetemi di fare dei nomi.

    Ed è qui che don Mario mi provoca, in senso benevolo, cioè mi provoca a dire quel ch’io pensi: quando, precisamente, mi ricorda le parole di Massimo Fini, che rimandano indirettamente al problema dei tromboni. Intanto rileggiamo Massimo Fini:

    «Alzate la testa dalle scrivanie, dalle scartoffie, dal computer, dalle presse, dalle merci della bottega. Spegnete l’assordante fracasso dei televisori… E ascoltate le parole di un antico ribelle: “Il mio animo va sempre più fremendo quando penso al genere di vita che ci aspetta se non ci rivendichiamo da noi la libertà”».

    Quindi appuntiamo l’attenzione su quella citazione, «Il mio animo va sempre più fremendo…». Bene, non soltanto – come osserva monsignor Ravasi e come don Mario giustamente ci ricorda – quelle parole di sdegno le troviamo nel “Bellum Catilinae” di Sallustio, ma – ecco il nocciolo della questione, dal mio punto di vista – quelle sono le parole pronunciate da Catilina, quando si presenta per la terza volta candidato alle elezioni, nel 62 a.C., e Cicerone con un trucchetto – peraltro legale: e ti pareva! – trova il modo di rendere impossibile l’elezione di Catilina. Dunque parole citate da Fini, e riportate da Sallustio, sono quelle di uno che, obiettivamente, potrebbe spezzare il potere dei latifondisti, degli usurai, dei patres conscripti che se la tiravano, e che in nome di “nobili” ideali non si peritavano di mandare in rovina le istituzioni delle quali si sciacquavano la bocca. Non dimentichiamo che i nobili senatori erano latifondisti, in quanto latifondisti erano protezionisti (erano contrari all’importazione del grano dall’Asia), grazie al protezionismo disponevano di una grande liquidità, in quanto capitalisti erano anche usurai (in latino non c’è differenza: in entrambi i casi si chiamano ‘feneratores”) e che in quanto usurai erano nemici del popolo. Catilina era un ribelle, certo: infatti, chiedeva la remissione dei debiti. Cicerone invece stava dalla parte dei latifondisti. Rileggiamo le parole di Catilina, quelle citate da don Mario:

    «Ceterum mihi in dies magis animus accenditur, cum considero, quae condicio vitae futura sit, nisi nosmet ipsi vindicamus in libertatem».

    Ma anche quel che segue:

    «Nam postquam res publica in paucorum potentium ius atque dicionem concessit […] ceteri omnes, strenui, boni, nobiles atque ignobiles, vulgus fuimus, sine gratia, sine auctoritate, iis obnoxii, quibus, si res publica valeret, formidini essemus. Itaque omnis gratia, potentia, honos, divitiae apud illos sunt aut ubi illi volunt; nobis reliquere pericula, repulsas, iudicia, egestatem. Quae quousque tandem patiemini, o fortissumi viri?»

    Cioè: «Dopo che la cosa pubblica è caduta nel potere legittimo e illegittimo di pochi privilegiati che di tutto dispongono […] tutti gli altri, uomini valorosi, onesti, patrizi e plebei, siam tutti diventati popolaccio, non siamo tenuti in conto, non abbiamo possibilità di decidere niente. Siamo soggetti al potere di coloro che dovrebbero aver paura di noi, se veramente ci fosse uno Stato e avesse vigore. Perciò tutte le delizie, tutto il potere, le cariche pubbliche, le ricchezze le han loro, o chi è nelle loro grazie. A noi hanno lasciato le difficoltà della vita, l’emarginazione, le condanne (per debiti), la povertà. Fin quando sopporterete tutto questo, uomini che avete cuore?».

    Torniamo ai tromboni. Possibile che i nostri intellettuali, i nostri politici di fascia alta, i nostri indignati speciali (ultimo oggetto di loro esecrazione è stato il “vaffa…” di La Russa all’indirizzo dell’ex camerata Fini) non si accorgano della gravità della situazione? In Italia esiste o no una Trimurti che soffoca il popolo? Il potere l’hanno tutto loro, cioè: a) la finanza; b) i grand commis de l’État, cioè la burocrazia di fascia alta, i “migliori”, quelli che se la cantano e se la suonano; c) le masse impiegatizie inerti (sono dei poveracci, portatori di voto di scambio, ma hanno i loro bravi privilegi: in cambio di quelli si arrogano il diritto di lavorare, soltanto se ne hanno voglia).

    Ci credo bene, che alla Trimurti vada bene una classe politica inetta, ignorante, possibilmente stupida. Ci credo bene, che i tromboni suonino le loro trombe a fini di esecrazione strumentale, ma tacciano quando ci sarebbe da parlare. Il fatto è che a noi non sta bene. Dunque meditiamo con Catilina: « Ceterum mihi in dies magis animus accenditur…». Valete.

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  13. 13

    patrizio romano

    Conosco don Mario, che è qui con me, e che appare molto soddisfatto dell'esito della sua provocazione, sorridendo sotto i baffi. In effetti, questo "macinare" il brano evangelico su un media elettronico durante l'intero periodo settimanale costituisce una novità sconvolgente, perchè, oltre allo stimolo intellettuale e del cuore, si ha la prova tangibile della profondità e fecondità della parola di Dio. Non è certamente incongruo osservare come i media dell'epoca romana, rappresentati da Cicerone-trombone abbiano stravolto l'interpretazione dei fatti e consegnato alla Storia orazioni di altissimo livello letterario, aventi però la funzione di sarcofaghi in cui rinchiudere i gemiti di dolore degli oppressi. Catilina attacca i legalisti burocratizzati e ideologizzati della sua epoca, saldamente uniti in una potente consorteria, anticipazione della mafia d'oggi, dicendo quel che non molti anni dopo Gesù al riguardo dice dei farisei. Il cieco nato non è potente come Catilina, fino a poco prima mendicava lungo la via, eppure incute terrore alla congrega farisaica. Pensate un po' se invece di un Catilina solo, o di un solo cieco nato, ce ne fosse stato qualcuno in più…

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  14. 14

    Aristide

    È vero, Patrizio Romano (o Patrizio romano?) non si smetterebbe mai di ragionare sui Vangeli, di riflettere, ognuno con la sua sensibilità, con la sua esperienza, o con la sua mancanza d’esperienza. Il fatto è che dei Vangeli abbiamo assimilato “sucum et sanguinem”, sono il nostro inconscio collettivo, imbattersi nelle loro parole è come per un bambino tornare a sentire la voce della nutrice, dalla quale sia stato separato, a distanza di mesi. Nei Vangeli c’è aria di famiglia, c’è la pace dove s’acquetano i tormenti di Agostino, c’è la semplicità, l’autenticità di vita della quale aveva creduto di poter fare a meno Raskolnikov, divenuto assassino per eccesso d’intelligenza e per un ideale astratto di giustizia.

    Mi dà da pensare, per esempio, questo versetto: «Allora alcuni dei farisei dicevano: “Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato”. […]» (Io., IX, 16). Ecco i sepolcri imbiancati che si attaccano al regolamento! Del regolamento, ovviamente, a loro non importa un bel niente, ma lo usano come una clava per colpire il “nemico”. O anche questo versetto, dove vediamo i genitori del ragazzo timorosi di dire la verità. Già, perché c’è gente, guarda caso quelli che credono di essere i depositari della virtù, quelli che dicono di essere superiori e – quel che è più grave – credono veramente di essere superiori, c’è gente – dicevo – che tesse gl’inganni, e tu devi stare attento a come rispondi, perché loro sono potenti, loro sono “istituzionali”, loro hanno gli amici e gli amici degli amici, è tutta gente potente. Facile che tu ci lasci le penne. Ecco perché i genitori a chi li interroga se quello fosse il loro figlio, e se veramente fosse nato cieco, rispondono intimoriti: «Come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di se stesso”. Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: “Ha l’età, chiedetelo a lui!”» (Io., IX, 21). Insomma, ‘nihil sub sole novi’, come dice l’Ecclesiaste (ma adesso pare sia di moda chiamarlo Qohelet).

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  15. 15

    Fra Giuseppe Barzagh

    La vista. Lo sguardo. Tutto cade dentro una fuga di sguardo. Quando guardiamo ci lasciamo prendere, e ciò che ci prende ci trascina via. È la fuga dello sguardo: fissare un punto dal quale nascono come delle linee, dei fasci che legano la visione. Nell'arte si chiama prospettiva. In filosofia, punto di vista. Quello stesso punto di vista sopra acutamente richiamato. Il risultato è, in entrambe, un quadro, un disegno: una visione. Le cose viste sono sempre le stesse, ma il modo di guardarle cambia. La filosofia è l'esercizio prospettico che mira un punto di fuga. La fuga è il rifugio delle cose guardate: il mondo, la vita, l'Occidente e l'Oriente, la musica di Bach, la poesia e la sua logica d'immagini, l'anima con la sua sensibilità e i suoi temperamenti. E guardare altrove mentre si vive il presente è un modo per viverlo integralmente: lo si vede dall'intero, come in un tutto dove ogni cosa è prospetticamente centrata. Anche Dio cade in questa fuga di sguardo. Ma allora la filosofia è costretta a un capovolgimento: perché il punto di fuga è lo sguardo di Dio nel quale ci accorgiamo di essere guardati, e in cui guardiamo il nostro essere visti.

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  16. 16

    Marina

    Come sono giovani, quei ragaz­zi sui gommoni!. E hanno scritta in faccia, negli occhi, una determinazione assoluta.

    Mentre noi siamo vecchi, lo è l’Europa e anche l’Italia lo è sempre di più. L’età media delle popolazioni nordafricane è attorno ai 27 anni: giovani, mentre in Italia solo il 10 % della popolazione è nell’età fra i 15 e i 24 anni, quella dei ra­gazzi dei gommoni. E questi ultimi vengono a prendere il posto dei figli che l’Oc­cidente non ha avuto, che non vuole, a colmare il vuo­to generazionale aperto nell’Europa della fecondità avara. Come se, in un e­quilibrio di vasi comunican­ti, gli uomini inesorabilmen­te tendessero a ridistribuir­si. Non sanno, i ragazzi del Maghreb, niente della cri­si demografica dell’Euro­pa, ma è come se istintiva­mente percepissero che u­no spazio per loro, anche se noi diciamo di no, qui c’è.

    Intuiscono un varco: poche centinaia di euro al mese, un letto in una ca­mera affollata. Basta, per cominciare. E nel­la sostanza non è una storia molto diversa da quella di tanti italiani che negli anni Cin­quanta partivano per la Ruhr.

    Ma la sfacciata giovinezza dei giovani tuni­sini, oggi, confrontata con i nostri invecchiati orizzonti, ci fa pensare a qualcosa di più che una contingenza della cronaca; ci fa pensare che quello a cui assistiamo sia storia, quella con la S maiuscola. Che i barconi gremiti siano parte di un movimento inarresta­bile. Ci spaventa la massa che preme, altra da noi; ci spaventa tanto che l’Europa non vuol sa­perne niente, e la Francia chiude ermeticamen­te i suoi confini. Abbiamo addosso un oscuro ti­more: là dove si è creato un vuoto, arriveranno altri, a riempirlo. È ciò che è sempre accaduto, del resto. Ma, l’Occidente, la sua cultura, la sua fede, che ne sarà fra cinquant’anni, se i figli sa­ranno, in tanti, figli degli altri? Seria domanda, che già indica come sia illusorio pensare solo e semplicemente di blindare il Mediterraneo (pri­ma o poi nel punto di minore resistenza il flus­so riprenderebbe, come per legge di natura). Non può bastare. Naturalmente dobbiamo aiu­tare lo sviluppo delle economie di quei Paesi. Ma, da questa parte del mare, abbiamo bisogno di voglia di continuare, e di coraggio, e di figli. Ci preoccupiamo tanto oggi, da noi, di garantirci u­na 'degna' morte. Chissà quelli dei gommoni, che ne pensano. Alzerebbero le spalle: la morte? Per noi, direbbero, viene quando vuole, anche a vent’anni, in una notte in mezzo al mare. Non abbiamo tempo per pensare alla morte, noi, ragazzi del Maghreb: noi che partiamo sfidando il destino, noi che vogliamo, con tutte le nostre forze, vivere. E anche questa è "vista" nel senso evangelico. Ed è cecità per la vecchia Europa, ahimé, troppo vecchia.

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  17. 17

    Virdis

    Area materiale bellico, zona esplosivi, carrozze ferroviarie. La mappa nell'ufficio per l'emergenza Valle del Sacco ci porta indietro nel tempo. Fino all'inizio del secolo scorso quando, in questa pianura fertile e ricca tra la provincia di Roma e quella di Frosinone, si cominciò a costruire un distretto industriale basato sull'industria bellica e sulla produzione di materiali ferroviari. Poi, nell'euforia degli anni ruggenti, si sono aggiunti il cemento, i pesticidi, la chimica pesante. Lo spazio c'era, le leggi ambientali mancavano o venivano aggirate e così per liberarsi delle scorie tossiche si lasciava fare alla natura: una bella buca per seppellire il problema e non ci si pensava più. Ora la natura ha presentato il conto, come hanno chiesto di andare a verificare i lettori di Repubblica.it con il terzo sondaggio "scegli la tua inchiesta". Tremila ettari sono sorvegliati speciali: per decenni dovranno fare i conti con i metalli pesanti e con gli altri veleni lasciati ai posteri da chi ha fatto cassa ed è sparito. "Vista corta o lunga?" Vista evangelica o demoniaca?

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  18. 18

    Elena Zanardi

    Giovane donna senza cultura – anzi analfabeta -, Caterina da Siena ha avuto il coraggio di parlare, e parlare con veemenza, a re e papi. Nata durante l'Esilio avignonese, dovuto a un papa impaurito dalle trame di potere, e morta durante il Grande Scisma, in cui la politica arrivò a incidere sull'unità della Chiesa, è vissuta in un momento cruciale. In quel tempo di crisi che coinvolse sia la cristianità che la società civile, periodo anche di grandi epidemie, Caterina accettò di entrare nella vita ecclesiale e politica denunciandone le ipocrisie e i giochi di potere, senza paura e senza guardare in faccia a nessuno. Agì non sul terreno speculativo e politico, dove non era ferrata, ma sul piano esperienziale e affettivo, presentandosi come "madre". Le sue iniziative nascevano dalla visione originale che lei aveva della persona umana. I suoi appassionati interventi erano fondati su alcune verità fondamentali che sapeva comunicare con stile positivo, affascinante e ricco di metafore. Come altre donne vissute in epoche di crisi, Caterina si è trovata a svolgere una funzione di guida e sostegno, tanto da divenire per ogni donna modello di un autentico femminismo: quello che non cerca rivendicazioni ma vuole, con la forza della femminilità, contribuire a rendere più bella la Chiesa e tutta la società civile. Lei, la "vista" nel senso del Vangelo di Giovanni l'aveva e l'ha saputa usare in modo mirabile, non lasciandosi distogliere da altro che non fosse il volto di Gesù: perchè quella è l'immagine che necessita avere sempre davanti agli occhi, quelli della mente e del cuore. Altrimenti, il demonio pinoquartesco, in agguato, potrà farci scivolare senza gran fatica. Infatti, non è sufficiente, e neppur necessaria se pensiamo a Caterina, la cuiltura, quella saccente di molti studiosi. La quale, presa da sola, resa fine a se stessa, come talora capita di vedere, fa conseguire al colto di turno quell'effetto "capovillaggio" tanto ben illustrato dalla teologa Kamella (o Kamelia, per leggere il nome all'italiana) Scemì nel suo commento al presente articolo (http://bergamo.info/Il Vangelo settimanale). Il capovillaggio si fa abbindolare molto più facilmente del contadino pur ignorante.

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  19. 19

    Bergamo.info

    Miracoli di questa piccola comunità di "indignati" mossi da passione per l'uomo, per l'umanità, con lo sguardo che cerca di sbirciare il trascendente. Ho incontrato Giuli e sono rimasto un paio d'ore a colloquio con lei. Intelligentissima, autoironica, certamente non rispondente al mio ideale di donna, come lei stessa dice di sé (le nostre pur stagionate mogli sono dei fiorellini di campo rispetto al suo "fascino" femminile), ha tuttavia qualcosa che attira immediatamente: la luce negli occhi, nello sguardo, quella luce che fa la differenza nella categoria della "vista". Il cieco nato ha sì riacquistato la vista per grazia di Gesù, ma appena aperti, i suoi occhi si sono accesi di luce, si sono trasfigurati (vedi il brano evangelico di due settimane fa), hanno mostrato la sintesi che aveva fatto dentro di sé fra l'intelligenza della mente e quella del cuore. Credo che il brano evangelico in commento altro non sia se non la rappresentazione del discepolo trasfigurato, di come deve agire e comportarsi dopo essersi nutrito della e aver introiettato la Parola di Dio. Prima di tutto con prudenza, dice Gesù, perché lui stesso, il trasfigurato, il cieco nato e guarito, diventa socialmente pericolosissima cartina di tornasole per distinguere il bene dal male, aiutando a scoprire e scoprendo da sé mali nascosti ma terribili, consueti ad attaccare l'uomo strisciando e rimanendo nascosti fino all'ultimo. In modo pinoquartesco, appunto.

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  20. 20

    Bergamo.info

    Non c'è alcun segno che distingua i cristiani dagli altri uomini: tutti condividono il lavoro, l'ambiente, le fatiche. Eppure, «ciò che è l'anima nel corpo, questo sono i cristiani nel mondo». La luce nella facoltà fisica del vedere, la luce, che è qualcos'altro dalla semplice vista. Dobbiamo, dunque, concentrarci sul punto focale: il mistero cristiano considerato in se stesso, nella Chiesa e nei singoli credenti. In questo sito http://www.bergamo.info mi sembra che qualcosina al riguardo si stia facendo…

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  21. 21

    Bergamo.info

    A metà del III secolo l'Impero romano attraversa una profonda crisi politica, militare ed economica, aggravata da epidemie e calamità naturali. I pagani., e tra questi Demetriano, interpretano il degrado come vendetta degli dèi, in collera con i cristiani che rifiutano il culto pagano. Rendendosi responsabili dei mali dell'Impero, essi sarebbero perciò «legittimamente» perseguitati. Cipriano di Cartagine smonta tali accuse – presenti già nell'Apologeticum di Tertulliano – e anzi le ribalta: i mali presenti derivano dalla vecchiezza del mondo, sono il segno della sua prossima fine, come annunciato dalla Scrittura, e il castigo, che è riservato ai pagani per la loro idolatria, va letto come un invito a convertirsi a Cristo prima del suo ritomo. Dice nulla rispetto ai commenti precedenti, soprattutto in riguardo dei mancati apprendimenti dalle lezioni della Storia, invasioni comprese?

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  22. 22

    anomo

    La beneficenza è un dovere della vita cristiana che ha come origine e modello l'amore di Dio. L'amore del prossimo ha infatti come radice ultima la benevolenza di Dio per noi, manifestato nella storia della salvezza. Partendo da questi fondamenti teologici, che vengono dalla Scrittura, Cipriano di Cartagine espone le ragioni, la necessità e le modalità delle opere di carità, che hanno una dimensione personale ed ecclesiale, svincolata dalle leggi positive in sé. Se infatti la salvezza in Cristo ci è data con il battesimo, la beneficenza e le elemosine offrono però un mezzo ulteriore di guarigione dai nostri peccati e di purificazione. La generosità verso il prossimo è infatti generosità verso Dio; e il giudizio che Cristo darà sulla nostra vita verterà sull'amore che avremo donato – o negato – ai nostri fratelli.

    Così più o meno dovrebbe essere: ma il comportamento dei correligionari verso il mendicante "cieco nato" denota soltanto volontà di esclusione: ricevi l'elemosina e ringrazia, perchè se sei conciato così qualcosa devi aver pur combinato, avendo anche soltanto la colpa di essere stato generato da peccatori. Quei giovani che vediamo sbarcare dall'Africa, sicuri di sé fino all'arroganza e alla prepotenza, di là dal timore che incutono, non è che li vediamo come un esercito di mendicanti cui dover fare un'obbligata elemosina?

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  23. 23

    guru

    SVILUPPO A DUE VOLTI: India, le bambine

    che non devono nascere.

    di Stefano Vecchia, da http://www.Avvenire.it
    Cominciano ad emergere i primi dati dal grande censimento dell’India – il 15° dal 1872 – che si concluderà tra un paio di mesi. Poche le sorprese dai dati finora diffusi, molte invece le conferme soprattutto in senso negativo. Fra tutte, il permanere delle discriminazioni di casta, aggravate dalla corsa allo sviluppo, dagli interessi politici ed economici, e il crescente divario tra maschi e femmine, che fa segnare all’immenso Paese asiatico un record negativo per queste ultime.

    La popolazione, anzitutto, è salita a 1,21 miliardi, il 17,5 per cento del totale mondiale, con un aumento di 181 milioni nell’ultimo decennio. Un dato equivalente alla popolazione dell’intero Pakistan, con una tendenza che conferma la rincorsa alla Cina e la possibilità che l’India ne superi numericamente la popolazione, oggi a oltre 1,3 miliardi, entro il 2030. Mentre però in Cina la politica del figlio unico sta mostrando effetti catastrofici, sia in termini di squilibrio demografico, sia di invecchiamento della popolazione, in India è la tendenza alla crescita della popolazione maschile a preoccupare. Anche il governo, le cui direttive mirano invece all’aumento della popolazione giovane.

    Oggi le donne sono "solo" 586 milioni (il 48%). Tuttavia, gli ultimi dati disponibili mostrano che lo squilibrio sta peggiorando. Tra 0 e 6 anni d’età, il rapporto ritenuto normale a livello mondiale è di almeno 950 femmine per 1.000 maschi. In India i primi risultati del censimento mostrano che il rapporto è sceso a 914 femmine ogni 1.000 maschi, riducendosi ulteriormente rispetto al dato del precedente censimento che mostrava un rapporto di 927 a 1.000. Ad aggravare la situazione, concorrono poi ampie differenze regionali. Lo Stato settentrionale di Haryana, alle porte della capitale Nuova Delhi mostra il rapporto più sfavorevole, con 819 femmine ogni 1000 maschi, mentre in Mizoram, Stato cristianizzato all’estremità nord-orientale, le femmine sono 971 su 1.000 maschi. Nella capitale, nonostante il piano di azione predisposto dalla municipalità che incentiva la nascita di bambine attraverso prestiti alle famiglie, si è passati dalle 868 femmine nel 2001 alle 866 attuali.

    All’origine del fenomeno c’è la preferenza accordata per ragioni culturali ed economiche ai maschi, ma a rendere possibile un vero e proprio genocidio ai danni delle bambine, è la disponibilità di strumenti ecografici portatili e la possibilità di abortire senza troppa difficoltà in migliaia di cliniche "clandestine", che agiscono magari sotto coperture rispettabili. La legge del 1994 che proibisce e sanziona duramente l’aborto selettivo, infatti, è facilmente aggirabile e finisce per rappresentare di fatto una barriera assai fragile. La tendenza, presente soprattutto nelle classi medie, a scegliere una prole meno numerosa, unita al desiderio di maggiore emancipazione delle donne e a un allentarsi dei tradizionali obblighi familiari, contribuisce a peggiorare la situazione dello squilibrio sessuale. Se due sposi decidono di avere pochi figli, la preferenza va ai maschi, come conferma Ravi Verma, direttore della sezione asiatica del Centro internazionale per la ricerca sulla donna: «La questione della discriminazione è fortemente radicata nella società indiana. E con un declino della fertilità, la preferenza per il figlio maschio è diventata più forte».

    Le vecchie consuetudini culturali e i nuovi portati della modernità, così, finiscono entrambe per colpire le donne. Una tendenza che, ha affermato anche il responsabile dell’immensa macchina del censimento C. Chandramouli, «preoccupa grandemente». Anche perché si riscontra in un Paese che, sul piano normativo, ha bandito da tempo l’individuazione del sesso attraverso l’ecografia, come pure l’aborto selettivo. «I dati del censimento erano in qualche modo previsti, ma rappresentano comunque un segnale d’allarme per la nazione», è stata la reazione di Ranjana Kumari, direttrice del Centro per la ricerca sociale dell’India, un segnale evidente che la legge contro l’aborto «non è applicata severamente. Occorre prendere precauzioni perché stiamo avviandoci a una situazione di crisi». Colpito anche lo stesso ministro degli Interni, G.K. Pillai, presente alla diffusione dei primi dati del censimento 2011. «Chiaramente – ha detto Pillai – tutte le misure messe in atto negli ultimi 40 anni non hanno avuto una impatto sulla selezione del sesso».

    «Questi dati confermano le nostre peggiori paure», è stata la reazione di Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid Italia. «La diminuzione del numero di bambine ha avuto un picco significativo nel 1980, in seguito all’introduzione dell’ecografia che permetteva alle donne di trovare prima una "soluzione" alla costante pressione di avere un figlio maschio, attraverso la terribile prassi degli aborti selettivi. Ma da allora la situazione pare sia addirittura peggiorata drammaticamente». «La povertà non è l’unica ragione degli aborti selettivi», conclude De Ponte. «I dati dimostrano infatti che il numero più alto di "missing girls" si registra nelle aree urbane e tra le famiglie appartenenti alle caste più alte o che vivono nelle zone più ricche del Paese. Tutto ciò in un subcontinente in cui le donne sono vittime di continue discriminazioni, violenze e spesso non vedono garantito l’accesso alla terra e alle risorse di cui necessitano per vivere».

    Tra gli altri dati socio-demografici di rilievo, infine, si segnala in positivo l’aumento dell’alfabetizzazione, che ora riguarda il 74 per cento della popolazione oltre i 7 anni d’età (era del 65 per cento dieci anni fa) e la densità demografica, salita del 17,5 per cento a 382 abitanti per chilometro quadrato (contro 325 precedenti).

    Quale "vista" in tutto questo? Il dato c'è, si vede. Ma dov'è l'intelligenza della vista?

    Stefano Vecchia

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  24. 24

    Bergamo.info

    Vorrei completare sotto l'aspetto biografico, secondo me sempre importantissimo, quanto Elena Zanardi, nel post del 5 aprile 2011, ore 23:55, ci dice circa le capacità di acutissima "vista" appartenute a Santa Caterina da Siena (Siena, 1347 – Roma, 1380). Ella fu personaggio di rara delicatezza e maternità, unite a coraggio e ferrea determinazione. Vìsse nella numerosa famiglia di Jacopo Benincasa, tintore, famiglia di sani principi, ma modesta e dal linguaggio vivace. Dopo il matrimonio dei suoi molti fratelli, pur fortemente contrastata dalla madre, la "terribile" monna Lapa, decise di offrirsi al Signore. Non disponendo della dote necessaria a garantire il suo ingresso in un monastero di clausura (unica possibilità dell'epoca per la vita religiosa di una donna) fu internata dalla stessa famiglia che solo col tempo si accorse dell'orìgine soprannaturale della sua vocazione. Entrò quindi nell'Ordine domenicano come laica consacrata, vivendo nel silenzio, nella preghiera e assistendo ì sofferenti. Ebbe quindi alcune sorprendenti rivelazioni: il Signore la sceglieva per operare certi profondi cambiamenti, nella Chiesa e nella società. Diventa mediatrice di pace tra le città toscane, che erano sempre in guerra tra di loro; osa incontrare il papa, che risiedeva ad Avignone, per ricordargli l'antico proposito di ritornare a Roma; scrive a regine e re per sollecitare la liberazione dei Luoghi Santi dall'occupazione islamica; lotta per restaurare la moralità della Chiesa, decaduta a causa delle decimazioni provocate dalla peste. E nonostante questi impegni enormi, imponenti, non dimenticò le numerose persone che si rivolgevano a lei per la direzione spirituale. Di tutto ciò si percepisce l'eco nelle Lettere e nel Dialogo della Divina Provvidenza. Da questi scritti emerge con chiarezza che la forza le veniva dalla comunione con il Signore, che le diceva: «Caterina, tu pensa a me e lo penserò a te». E lei capiva di essere immersa nella vita di Dio: «…come un pesce nell'oceano». Questo atteggiamento evita le tentazioni e gli inganni del diavolo pinoquartesco. Ed è anche una risposta ai post di Patrizio romano e Aristide del 5 aprile: Catilina? Il cieco nato? Don Mario? In genere, i frequentatori di questo sito? Sta bene tutto. Ma metteteci anche Caterina, Caterina da Siena, più vicina di quanto non possa sembrare a prima vista.

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  25. 25

    Bergamo.info

    Ricordo che la psicologia del profondo e la psicanalisi hanno arricchito di nuove letture il problema del male, della sua individuazione e dell'alienazione. Tali conoscenze acquistano – e non pèrdono – spessore alla luce del peccato originale. Negando il peccato originale, e il problema sta proprio lì, presto o tardi si arriva a negare il male in quanto tale. E nella conquistata apodittica e autoreferenziale libertà individuale, quindi per definizione autolimitata e soltanto apparente, si diventa anche ciechi.

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  26. 26

    Laurence Joseph Anto

    Il cieco nato "nasce" a nuova vita. Questo è uno dei significati sottostanti alla sua guarigione, che non è soltanto risanamento fisico ma anche cambio di stato e, starei per dire, nella visione dell'epoca, cambio di specie umana, essendo il peccatore una sottospecie dell'uomo gradito a Dio. Nel momento in cui nasce a nuova vita, all'ex mendicante cieco si propone certamente la riflessione su alcuni temi tipici della tradizione religiosa, filosofica e musicale ebraica (e successivamente anche nostra), temi che deve ripercorrere sulla base dell'esperienza fatta dell'uso abnorme di due sensi (il tatto e l'udito) per compensare l'assenza di un altro (la vista): nella nuova condizione, che però trascina i retaggi di quella precedente, il tempo, l'eternità, il suono, il silenzio, il finito, l'infinito, la ragione e i sentimenti, il riso e il pianto. Misurare il tempo che fugge, rendere un'ipostasi sonora dell'eterno, interrogare il suono intimo della voce o quello degli strumenti musicali, toccandoli o pizzicandoli, capire i significati del silenzio, proporre delle immagini sonore dell'infinito, investigare la ragione dei cieli o comprendere perché talvolta ci commuoviamo e piangiamo ascoltando la musica. Sono questi alcuni dei compiti che attendono, implacabili, terribili ma ricchi di promesse soddisfazioni, il cieco risanato per grazia e rinato in quella società che lo emarginava e rifiutava. E in essi, pensateci bene, grande importanza ha il suono, relazionato a quell'ipersviluppato senso (dell'udito) nel cieco nato, che certamente continuerà a lungo a guidare anche la sua conquistata vista. Sono temi che la filosofia della musica, appunto, questa nicchia degli studi, ha poi svolto nel corso della storia. Nella nostra memoria culturale, dall'Antichità al Rinascimento, la musica ha costituito una chiave per accedere ai misteri divini e un modo per ascoltare il mondo, l'universo e gli esseri. Se ci riflettiamo, l'episodio evangelico in esame pare addirittura una pièce melodrammatica, in cui il suono esplode dalle pagine del Libro, quasi guidando il recitativo del cieco nato. Anche questo aspetto, questa eredità musico-filosofica, appaiono nell'episodio, secondo me, e andrebbero probabilmente approfonditi.

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  27. 27

    Altdorfer

    Mi è molto caro nutrire di continuo quell'istintiva unità d'intenti che da decenni mi lega a Sua Eminenza Rev.ma Mons. Gianfranco Ravasi e alla splendida persona, immenso studioso e sacerdote dal mite e grandissimo cuore Padre Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, i cui scritti sempre ho trovato tempestivamente consoni agli argomenti che, di volta in volta, attiravano il mio interesse o la mia curiosità.

    Durante questa settimana prepasquale la liturgia ci ha proposto la meditazione del brano evangelico meglio noto come del "cieco nato".

    Ecco cosa scrive l'amico Cardinale su Avvenire in edicola oggi, nella rubrica a Lui riservata (Mattutino)

    CEDRI E PALME di GIANFRANCO RAVASI

    "Ci sono maestri-cedro e maestri-­palma.

    I primi levano verso il cielo i loro rami irraggiungibili, carichi di frutti. I secondi, invece, hanno i datteri già nei loro rami bassi e anche chi è piccolo può afferrarli e gustarli".

    È interessante notare che la Bibbia ha scelto spesso simboli vegetali per raffigurare la sapienza; anzi, un saggio come il Siracide arriva al punto di compararla a un parco o a un giardino botanico con una quindicina di alberi odorosi o fruttiferi (24, 13-17) e in bocca alla sapienza personificata mette questo invito: «Avvicinatevi a me e saziatevi dei miei frutti» (24,19). A questo punto acquista tutto il suo significato l’aforisma orientale che sopra ho evocato. Nella vita, infatti, abbiamo incontrato certamente persone colte ma arroganti, capaci di far cadere dall’alto la loro conoscenza così che qualche frammento potesse essere raccolto anche dai semplici che esse guardavano con distacco dal trono della loro intelligenza.

    Sono appunto i maestri-cedro, monumentali e sontuosi come quelle piante, pronti a ripetere la frase sprezzante dei farisei del Vangelo di Giovanni: «Questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta» (7,49).

    Ma per fortuna ci sono i maestri-palma: io per primo confesso di averne avuti tanti, dal liceo all’università. Le cose principali che so – nonostante il molto studio che poi ho fatto personalmente – le devo a loro. Ed è per questo che noi siamo capaci di vedere più lontano, perché siamo nani sulle spalle di giganti, come si diceva nel Medio Evo. Si è maestri-palma perché non si insegna solo quello che si sa, ma anche quello che si è. È proprio qui la differenza tra l’intelligente e il vero sapiente e maestro.

    Che altro dire? Consonanza? Idem sentire? Non m'interessa, ma so che è bello. E che prosegua così. Invito i lettori, inoltre, a leggere l'intervento odierno di Aristide in questo sito http://bergamo.info/culturacristiana/organizzazio… per avere un ulteriore segno della partecipazione ideale al nostro operare da parte dell'illusre prelato.

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  28. 28

    Bergamo.info

    Il cieco nato ottiene il dono della vista, quella del corpo e quella dell'anima: ma quali sono le regole per mantenerla? Forse è il caso di riscoprire i dieci comandamenti, suggerisco io. A leggere le cronache di casa nostra, ma non solo, viene però il dubbio che si tratti ormai di moneta fuori corso. Basti pensare alla sistematica disobbedienza ai dieci comandamenti dilagante in tanta parte della politica e dell’economia, tanto "in alto" come "in basso", al punto che "alto" e "basso" hanno persin perduto il loro originario significato. O basta pensare alla crisi finanziaria mondiale, nata e cresciuta sulla "falsa testimonianza" eretta a sistema (che picchia e fa male, in Italia non meno che altrove).

    Come uscirne? si chiedono gli esperti. Secondo il ministro dell’Economia prof. Giulio Tremonti, che ne ha trattato qualche giorno fa di fronte alla platea della Confcommercio a Cernobbio, la prima misura di intervento necessaria alla ripresa della nostra economia consiste in un convinto ritorno collettivo – ed effettivo – «ai Dieci Comandamenti». Che a dirlo sia non il Papa (che lo fa già da tempo) ma un esperto di economia e finanza oggi ministro, può sorprendere. Ma sorprende ancora di più che questo suo auspicio sia stato sottolineato da un fragoroso applauso della platea formata da uomini e donne dediti non alla pastorale parrocchiale ma a una libera attività d’impresa, come quella commerciale, che esiste soprattutto per far quattrini.

    Insomma, un placet che viene da una fonte del tutto insospettabile: e in tal senso 'convincente' più di qualche omelia. Come dire: i dieci comandamenti sono giusti, ma sono anche utili, anzi necessari perfino per chi vuol far soldi, dar lavoro, far riprendere il Paese. Insomma: un gol a favore della Bibbia e di quello che insegna, nell'interesse generale.

    Come volevasi dimostrare, e come volevano dimostrare tutti gli intervenuti commentatori di questo forum.

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  29. 29

    angelomario

    Il cieco nato acquista la vista e la usa all'interno della società cui partecipa, per viverci. Alcuni dei commenti precedenti hanno sottolineato tale aspetto, comprensivo della necessità di prendere coscienza anche dei problemi altrui, per rapportarli ai propri, vivendo rettamente.

    Il cieco nato così si comporta verso i farisei, rispondendo con verità, forza e serena determinazione alle loro inquietudini. Noi, oggi, dobbiamo affrontare le nostre inquietudini, e vincerle. Saranno pure attinenti alla o derivate dalla stessa imago Dei che l'Occidente reca dentro di sé, come dice Kamella Scemì nel suo profondissimo intervento. A maggior ragione, esse vanno affrontate prima che giungano a costituire causa di perdizione, dando loro un ordine di priorità. Il primo impegno in tal senso credo consista nell'uscire dalla sindro­me della paura, argomento che già in passato abbiamo affrontato e proposto in questo stesso sito http://www.bergamo.info, e che trova riscontro in uno dei primi commenti al brano evangelico qui in meditazione.

    La cosa si fa ancor più interessante perchè ha rispondenza nell’in­vito che il cardinale arcivescovo di Parigi, André Vingt-Trois, ha rivolto l'altro ieri ai cattolici transalpini. Proprio i danni creati da una sorta di continua psicosi collettiva sono stati il filo rosso dell’analisi della situazione del Paese. «Dall’incidente in Giappone alle rivoluzioni in Africa – ha osservato il cardinale Vingt-Trois –, dal­la paura di una massiccia ondata migratoria alla dif­ficoltà di riconoscere e accettare culture e religio­ni straniere, dal timore per la malattie incurabili all’incubo del figlio handicappato, dall’inquietu­dine per il proprio futuro alla ricerca febbrile di u­na sicurezza ad ogni costo: tutto spinge a cercare il livello di massima protezione, andando ben al di là di quelli che sono i pericoli reali». Manco avesse letto quel che abbiamo scritto da tempo e avesse ascoltato quel che in diverse occasioni e circostanze abbiamo detto!. Quel che colpisce è il fatto che il problema è italiano tanto quanto francese, e, probabilmente, almeno mitteleuropeo.

    A questo atteggiamento di paura il presidente della Confe­renza episcopale francese ha invitato a risponde­re in quanto Chiesa (ovviamente), soprattutto educando al discernimento. In que­sta linea si inserisce, per esempio, la riflessione su come la crisi finanziaria debba essere l’occasione per promuovere nuovi stili di vita (il post di oggi, ore 10.35, è assai significativo al riguardo). E, nell’ambito di tale riflessione, s'inserisce il problema del rapporto con l’ambiente, cui ritengo non siano estranei i problemi derivanti dalle vere e proprie invasioni di popolazioni straniere, di cultura poco compatibile, cui stiamo assistendo impotenti. Ma anche l’attenzione ai di­battiti politici su grandi temi in corso in Francia – ha aggiunto Vingt-Trois – sono un modo per promuovere que­sto atteggiamento che va oltre le paure (a questo punto dall'uditorio si è levato un sospetto brusìo…). E ha cita­to in particolare due temi caldi in queste ore a Parigi: il progetto di legge sulla bioetica, che sta per andare in discussione al Senato, e il dibattito sulla laicità.

    Bisogna vincere quelle paure, dunque, e non solo secondo le indicazioni esemplificative fornite dal cardinale, specialmente quelle che attanagliano «coloro che esitano di fronte all’im­pegno del matrimonio», toccati nella speranza che sta alla base del vincolo e, infine, della coesione sociale. Bisogna vincere la devastante pervasività dei «riti profani» di una società secolarizzata come la nostra. Vincere la crisi delle vocazioni che determina la presenza in Francia di clero particolarmente anziano, questione molto seria per il cattolicesimo d’Oltralpe, dal momento che dei 14mila preti francesi oltre la metà ha più di 75 anni. Ci si interroga, dunque, su come accompagnare gli ultimi anni del loro ministero e quale impatto in termini di assistenza sociale do­vrà avere questa dinamica demografica del clero.

    Occorre aguzzare la vista, dunque, ammesso che la si sia davvero acquistata o riacquistata, mantenendo fisso lo sguardo sul fondamento della nostra stessa civilà, il Dio della Bibbia e la Sua Parola. Per quanto possibile, ma al massimo delle nostre forze.

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  30. 30

    angelomario

    Riferendomi al mio post di oggi, ore 11.37, in riguardo alle dovute riflessioni in materia di tutela ambientale, sulla quale occorre aprire gli occhi (siamo stati ciechi finora, anche davanti alle più spaventevoli e brutte speculazioni edilizie, che hanno stravolto l'assetto di interi Comuni, come la mia Curno), segnalo con molto piacere il preoccupato e preoccupante (ma molto esaustivo e brillante) articolo che compare oggi su http://www.lecodibergamo.it, dal titolo «La Bergamasca sta soffocando. Sono troppe le aree urbanizzate».

    Leggiamo insieme:

    «Per ogni nuovo bergamasco, dal 1999 al 2007, sono stati urbanizzati 442 metri quadri di suolo agricolo e naturale, una quantità rilevantissima che tende alla saturazione, tutta concentrata nelle aree di pianura e nei grandi fondovalle bergamaschi, con costi economici e sociali che qualcuno dovrà pur pagare».

    Usa toni drammatici nell'inquadrare la situazione di cementificazione della Bergamasca, rispetto al quadro lombardo, Paolo Pileri, ordinario di Ingegneria del Territorio al Politecnico di Milano e tra i curatori del II^ Rapporto sul Consumo del suolo del Centro per la ricerca sul consumo di suolo (Crcs), pubblicato dall'Inu, Istituto nazionale di urbanistica, e Legambiente, con il supporto di Fondazione Cariplo, presentato a Palazzo Pirelli di Milano.

    «Nel periodo in esame – spiega Pileri, nato a Milano ma di nonni trevigliesi – abbiamo osservato anche per la Bergamasca una progressiva saturazione degli spazi agricoli, il che vuol dire, ahimè, che le bellissime zone pedemontane sono in via d'estinzione. Tecnicamente parliamo di "ambiente in esaurimento"». Una situazione che si è determinata con il passare degli anni. «Dal momento che la zona pedemontana bergamasca si trova sulla direttrice dell'autostrada – continua l'esperto -, in questi ultimi anni si è progressivamente saturata di urbanizzazione al punto che il corridoio Milano-Bergamo-Brescia è diventato una vera e propria barriera tra l'area alpina e la pianura. Così la quantità di urbanizzato rispetto alla superficie totale della provincia è cresciuta tantissimo e siamo arrivati mediamente a Bergamo e pianura al 25-30%, una soglia di grandissima attenzione dal punto di vista ambientale».

    È chiaro che «a livello provinciale, con 3/4 di area montana, – precisa Pileri – i coefficienti di urbanizzazione sulla superficie totale si abbassano tantissimo attestandosi al 2007 al 13,9%, 4.387 ettari in più rispetto al 1999, a fronte di una perdita di 4.452 ettari di superficie agricola; ma considerando i singoli Comuni scopriremmo che a Bergamo e città limitrofe questi valori sono oltre il 35%, ai livelli, cioè, dell'area metropolitana milanese; d'altronde oggi c'è ormai una saldatura tra Bergamo e Milano».

    Siccome il prof. Pileri lo conosco, e so quanto è serio, mi domando se lo sfacelo procurato non debba essere valutato in ogni caso come peccato a carico di chi l'ha procurato o consentito. Apriamo gli occhi, però… I partiti hanno nulla da dire al riguardo?

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  31. 31

    don Luciano Sanvito

    Solo nella coscienza dell'essere ciechi nasce l'ottica del dono dello Spirito, che ci permette di ri-vedere in modo nuovo e rinnovante le realtà dentro e attorno a noi. Oggi per noi è difficile non tanto recuperare la vista, ma la coscienza della cecità morale che è la base del miracolo della nostra vita. Per noi, che ci consideriamo luminari della nostra e altrui vita, è essenziale il ritorno alla tenebra primordiale, come un rientro nel seno materno spirituale, per poter rinascere e rivedere noi stessi e il mondo in modo nuovo.

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  32. 32

    gigi

    Don Luciano propone contemporaneamente (ed ha ragione) il problema del limite, e dell'etica del limite, e il problema della misericordia divina. Il dialogo si fa profondo e interessantissimo, ed è abbisognevole di adeguata ulteriore meditazione, cui don Luciano può ben contribuire. Non possiamo avere una vista completa, questo è certo (Agostino), ma neppure sappiamo dove stia e quale sia il nostro limite, onde per tutto ciò che "vediamo" dobbiamo rendere grazie e lode a Dio. Per noi tutto è dono. Infatti, siamo noi stessi dono prezioso, ciascuno di noi lo è.

    Si può parlare di consapevolezza d'esser dono? Non saprei: mi parrebbe più sicuro dire che la consapevolezza sta nella certezza di non esserne gli autori. E questo, se si vuole, mi sembra essere la base del miracolo della nostra vita, più che la coscienza della cecità morale che ci affligge. Questa, infatti, mi sembra discendente da quella situazione. Pur diverso mi appare il problema dato dalla responsabilità di esser luce nella nostra e altrui vita: è chiaro che se non ci fossero state le tenebre, il cieco nato non avrebbe compreso di aver acquistato la vista. E alla vista ci si può abituare, scordandosi della sua natura donativa. Ritornare volontariamente alla tenebra e al silenzio può essere esercizio pratico, consigliabile, utile a "rinascere" ogni volta, rivedendo se stessi e il mondo che ci circonda in modo nuovo. Del resto, credo sia anche questa la funzione del Mistero eucaristico, fonte inesauribile di gioiosa grazia che rinnova di continuo.

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  33. 33

    Kamella Scemì

    Il nostro amatissimo Mons. Ravasi, nella rubrica "Mattutino", che appare in testa all'edizione odierna di Avvenire, tratta l'argomento della cecità data dall'arroganza e dall'egoismo, spinto fino al parossismo dell'egotismo. State a sentire:

    I SELVAGGI DELLA LOUISIANA di GIANFRANCO RAVASI

    "Quando i selvaggi della Louisiana vogliono un frutto, tagliano alla base l’albero e raccolgono il frutto. Ecco il governo dispotico."

    Ero ancora a Milano, Prefetto della Biblioteca Ambrosiana, e un amico 'laico', che era anche un alto funzionario dello Stato, mi regalò una delle prime edizioni dello "Spirito delle leggi" che il celebre Montesquieu pubblicò nel 1748. Il trasloco a Roma aveva disperso questo libro tra altri volumi, ma negli scorsi giorni è riapparso in un angolo della mia biblioteca. L’ho sfogliato e mi sono imbattuto in questa osservazione folgorante nella sua drammatica semplicità e verità, presente nel libro V, capitolo XIII di quest’opera che dette il via alla distinzione fra i tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario), distinzione che si fatica ancora oggi qui da noi a rispettare (e a comprendere pienamente, annoto io, Kamella). Prosegue Mons. Ravasi, sempre in prima persona:

    Io, però, non vorrei applicare questa metafora alla politica, come si ha nell’originale, ma a una triste qualità che alligna non tanto nei selvaggi della Louisiana, quanto nei civilizzatissimi abitanti delle moderne città. Si tratta dell’ottusità insita nell’egoismo e nella prepotenza. Pensate un po’ ai danni colossali che vengono causati nell’ambiente ove vivono molte persone per ottenere un vantaggio privato di pochi. È anche questa una battuta (per la precisione è dell’autore settecentesco francese Nicolas de Chamfort), eppure rivela la stessa verità: «Di un uomo molto egoista si potrebbe dire: 'Brucerebbe la vostra casa per cuocersi due uova!'». Quando l’egocentrismo si sposa con la tracotanza arrogante, non è solo a cedere la morale o la decenza, ma è la stessa logica a essere calpestata.

    E' il pensiero di Cristoforo, che aveva aperto questa discussione, è la dovuta riflessione sulla tenebra del pensiero, che ha oscurato l'Occidente e che è giunta fino ad Auschwitz, è il saper riesercitare una nuova vista mediante l'aiuto dello specchio della nostra civiltà: la Bibbia, un libro che ha consentito a me, turca, di sentirmi partecipe vostra e di comprendere quale immenso tesoro stiate sprecando e rischiando di perdere. Che il saluto pasquale Christòs anèsti risvegli in tutti noi anche la volontà di riaprire gli occhi e ben usare la vista.

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  34. 34

    Kamella Scemì

    Riprendo qui il tema già trattato il 3 aprile scorso, alle ore 17.26, a commento del presente brano evangelico, cioè il tema della Bibbia quale specchio dell'Occidente e completo la domanda autoriflessiva: la Bibbia è ancora il «Grande Codice» dell'Occidente? Qual è stato il passato e qual è il futuro del libro che, di volta in volta elemento di unione o pomo della discordia, è stato il motore delle vicende europee? Mi ha interessato un convegno dedicato all'argomento, organizzato a Trento dalla Fondazione Kessler (Susy è una cara amica) fino a domenica. Degli interventi di oggi, come di domani, dirò qualcosa nei prossimi giorni. Per il momento mi limito a illustrare il clima generale e le dichiarazioni di pre-convegno. Il programma oscilla tra studi di approfondimento storico e riflessione sull'attualità: «Anche la storia della ricezione dei singoli testi e del testo scritturistico nel suo insieme fa certamente parte della cultura biblica – afferma Marinella Perroni, del Pontificio Ateneo Sant'Anselmo e membro del comitato scientifico di Biblia -. "Scriptum crescitcum legente", diceva Gregorio Magno. Un motto che se interpretato in senso troppo individualista o intimista non darebbe ragione del carattere del testo venerato come "sacro" da ebrei e cristiani e riconosciuto come cardine dello sviluppo culturale umano. La Scrittura cresce, infatti, anche attraverso la lettura che ne fanno le Chiese e i gruppi sociali nelle diverse epoche culturali e nei diversi momenti religiosi collettivi. Come avviene in questa sezione di questo giornale d'opinione. Per questo la ricerca nei confronti del Libro non può prescindere dal prestare attenzione anche a momenti della storia della ricezione biblica. Non c'è dubbio che, strettamente intrecciata con lo sviluppo della cultura d'Europa, la Bibbia è stata anche una delle cause delle sue profonde lacerazioni religiose e politiche. Ripercorrere la storia della formazione delle Scritture ebraiche e cristiane nella città di Trento, che è stata scenario dì uno dei momenti più drammatici delia storia intracristiana, supera la semplice ricostruzione del passato e si traduce in interrogativi sul futuro: oggi, per la cultura europea, la Bibbia è ancora fonte e motivo di divisione o può aprire nuovi spazi di maturazione culturale e di dialogo religioso?. Per Paolo Ricca, già decano della Facoltà valdese di Teologia «certamente la Bibbia è oggi ancora il testo più ecumenico che ci sia. Tutte le Chiese di tutte le tendenze e orientamenti, unanimemente riconoscono in lei la "parola originaria". È l'elemento che ha permesso al Cristianesimo di diventare quello che i testimoni volevano che fosse. Per questo un Cristianesimo che si allontana dalla Bibbia si allontana anche dalla sua natura e va alla morte spirituale e fisica. Se c'è una parola che può unire le Chiese, malgrado le differenze interpretative, è quella della Scrittura. Quella è la parola della fede cristiana: un riconoscimento che c'è sempre stato, anche quando i cristiani tra loro non sì parlavano». Una parola che non è sempre stata accessibile nel mondo cattolico, come sottolinea la storica Gigliola Fragnito: «Fino al Concilio di Trento l'Italia era, insieme con Germania e Polonia, il paese dove più alta era la circolazione di volgarizzamenti parziali del testo sacro». Una serie di pronunciamenti dell'Inquisizione e della Congregazione dell'Indice bloccarono alla fine del Cinquecento ogni traduzione «in lingue materne», la cui sorte designata era il rogo: «Una risoluzione contrastata, a cui si opposero semplici fedeli ma anche vescovi e inquisitori, E che fu valida per Italia, Spagna e Portogallo, doveva vigeva l'Inquisizione, ma non per il resto d'Europa. In Francia e nelle Fiandre, ad esempio, ebbero circolazione diverse traduzioni. Solo nel 1758 con Benedetto XIV il divieto venne abrogato, ma il gap rimase. È solo con il Concilio Vaticano II che si incoraggia la lettura della Bibbia. E Giovanni Paolo II, in proposito, ha fatto moltissimo». Cosa resta però oggi della Sacra Scrittura in Occidente? Se, come constata amaramente Ricca «La Bibbia oggi è piuttosto assente. In Italia come all'estero o è cancellata. o è in corso di cancellazione», più articolata è l'opinione di Piero Stefani, biblista e studioso di ebraismo: «Si sta verificando una situazione singolare, capovolta rispetto a quella più tipicamente attestata nel passato. Nei paesi cattolici, dove era stata sottratta alla lettura diretta, la Bibbia ora sta crescendo sempre più nella conoscenza dei singoli fedeli e oggi è certamente molto più nota e letta rispetto a quando venne chiuso il Concilio Vaticano II. Nei paesi tradizionalmente protestanti, invece, dove il testo sacro era patrimonio di dominio pubblico, la secolarizzazione sta progressivamente erodendone la conoscenza e la diffusione. Un dato, questo, che vale soprattutto per le Chiese riformate storiche e per l'Europa: c'è infatti a livello globale un biblicismo aggressivo e fondamentalista assai rigoglioso nelle chiese evangelico-pentecostali. L'avvicinamento delle tradizioni cattolica e protetestante è invece ormai un fatto acquisito a livello accademico. È significativo che questo convegno abbia luogo a Trento: rispetto a quei tempi, infatti, la Bibbia non è più oggetto di contesa. Biblisti protestanti e cattolici sono oggi quasi indistinguibili, mentre

    prima mancava riconoscimento reciproco. Vale la pena segnalare che il nuovo atteggiamento nel mondo cattolico è precedente al Concilio Vaticano II e può essere anticipato al 1943 e all'enciclica Divino Afflante Spiritu con cui Pio XII legittimò il metodo storico critico, vale a dire proprio quello che la Chiesa per secoli aveva combattuto del mondo protestante. Su questo panorama resta invece meno individuabile il passaggio nel mondo ortodosso, dove la lettura della Bibbia passa sempre attraverso la mediazione dei Padri». Accanto a queste due linee c'è un fenomeno sempre più largamente diffuso di un approccio non religioso al testo biblico: «La Scrittura – prosegue Stefani – viene affrontata come un testo letterario, secolare». La Bibbia un archetipo narrativo, sulla falsariga dell'Iliade e dell'Odissea? «Gli episodi della storia biblica vengono sempre più frequentemente sottoposti a operazioni di riscrittura. Questo modo di accostarsi, trasversale alle diverse culture e diffuso soprattutto fuori dai nostri confini, consente però anche un approccio sereno al testo, senza la vis polemica e ideologica del laicismo». Cose tutte che ho cercato di fare fino a questo momento, magari male, ma ci ho provato, da laica credente.

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    Kamella Scemì

    La Bibbia: Una fede di padre in figlio

    di Gianfranco Ravasi, da http://www.avvenire.it

    L'emblema per eccellenza della fede cristiana è affidato proprio a una «generazione», quella che corre tra il Padre e il Figlio, un filo paterno-filiale animato dall’amore che è lo Spirito Santo. Potremmo, perciò, dichiarare che «in principio» c’è la generazione, cioè nell’eternità stessa della trascendenza divina si compie incessantemente quell’evento che si riprodurrà – sia pure con le debite differenze – anche nell’umanità. Il generare è, quindi, la grande analogia per parlare del Dio trinitario. E questa generazione è professata nel Credo per il Cristo che «è generato e non creato, della stessa sostanza del Padre». Se questa è la suprema radice della fede cristiana, si ha però uno sviluppo successivo nell’Incarnazione, quando la solenne genealogia che apre il Vangelo di Matteo si avvia verso quella meta fondamentale: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo» (1,16). Come si ha la generazione ab aeterno nel mistero dell’intimità divina, così si ha una maternità divina e una generazione nella storia. È su questa scia che la generazione umana diventa un grande paradigma che certamente determina la sequenza genealogica dell’umanità, ma che ospita al suo interno un’ulteriore presenza, come potremo vedere seguendo proprio il percorso generazionale biblico. A livello umano si potrebbe a lungo riflettere sul valore di questa esperienza radicale.

    Basterebbe solo pensare all’anello genealogico che unisce Padri e figli già nel titolo del celebre romanzo che lo scrittore russo Ivan S. Turgenev pubblicò nel 1862, innestandovi tutta la complessità e persino la drammaticità di una simile relazione che non è meramente genetica e biologica, ma anche culturale, sociale e psicologica. E proprio a proposito di psicologia è facile intuire quanto si sia scavato e poi ricamato sul nesso paternità-filiazione con tutta la sua zavorra di 'complessi' e di tensioni. Il pensiero va da Freud e da tanti altri cultori della psicoanalisi fino alla ricreazione letteraria di tale fenomeno: potremmo scegliere come esempio il notissimo Padre padrone di Gavino Ledda (1975), trasformato in un efficace e intenso film dai Fratelli Taviani nel 1977 (tra l’altro, anche il titolo Padri e figli si è associato a un film del 1957 di Mario Monicelli, ma con una trama diversa da quella del romanzo di Turgenev). Il nostro obiettivo, però, punta verso le pagine bibliche. «Una generazione se ne va, una generazione subentra su una terra eternamente ferma». È Qohelet­/Ecclesiaste, in apertura al suo libro sapienziale realistico e amaro (1,4), a descrivere il flusso incessante delle generazioni: l’ebraico dôr probabilmente presuppone qualcosa di circolare come un accampamento di tende nomadiche (non per nulla in arabo la stessa radice lessicale definisce sia la «circonferenza» sia l’«abitazione»). L’immagine dell’antico sapiente biblico è, comunque, potente: la terra, «eternamente ferma» e uguale, assiste indifferente alla morte delle creature viventi e alla nascita di nuovi esseri in un circolo ininterrotto. Essa è come un palcoscenico fisso sul quale si passa costantemente dalla tragedia alla festa, dalla fine all’inizio. Non a caso nelle lingue semitiche orientali come l’accadico, lo stesso termine dôr designa la «durata» della realtà che è paradossalmente finita per i viventi e interminabile per le cose. Questa immagine del filo generazionale, che si snoda lungo l’asse del tempo, appartiene ovviamente a tutto il patrimonio esistenziale e culturale dell’intera umanità. Già il celebre Canto dell’arpista, un testo egizio del 2000 a.C., registrava il fenomeno in un contesto pessimistico, dedicato alla caducità dell’essere umano: «Le generazioni passano via; altre ne succedono, così che i giovani subentrino al posto degli antenati».

    Un altro sapiente biblico, il Siracide, ricorreva a un’immagine poetica fragrante per descrivere secoli dopo (II secolo a.C.) la stessa vicenda: «Come delle foglie spuntate su un albero verdeggiante l’una cade e l’altra sboccia, così sono le generazioni di carne e di sangue: l’una muore, l’altra viene all’esistenza» (14,18).

    In sintesi possiamo dire che le generazioni sono il simbolo essenziale per descrivere quella categoria fondamentale dell’esistenza umana che è il tempo, con la sua finitudine e fragilità. Eppure la scelta biblica di riconoscere proprio nel tempo e nella storia la teofania, cioè la rivelazione divina, rende il flusso generazionale una sorta di terra santa vivente a cui viene assegnato un rilievo teologico. È per questo che curiosamente, come insegna il parallelismo rigoroso che regge il passo di Genesi 1,27, l’«immagine di Dio» a tutti disponibile è l’umanità in quanto maschio e femmina, vale a dire nella sua capacità generativa: «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò». La rappresentazione più luminosa dell’opera creatrice di Dio è, quindi, nella procreazione umana: si spiega in tal modo perché la cosiddetta Tradizione Sacerdotale (VI secolo a. C.) – una delle strutture testuali del Pentateuco – costruisce la storia della salvezza su una sequenza di genealogie (chi vuole averne una prova, legga di seguito questi passi: Genesi 1,28; 2,4; 9,1.7; 10; 17,2.6.16; 25,11; 28,3; 35,9.11; 47,27; 48,3-4). È ancora in questa linea che si colloca il contenuto reiterato della promessa divina fatta ad Abramo e ai patriarchi: «Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle! Tale sarà la tua discendenza… Renderò la tua discendenza come la sabbia che è sulla spiaggia del mare» ( Genesi 15,5; 22,17).

    Non si dimentichi, poi, che l’ingresso di Cristo nel mondo è affidato da Matteo (c.1) e Luca (c.3) a una genealogia che procede di anello in anello lungo la storia biblica. Ma le generazioni che incarnano il tempo che scorre sulla terra non sono solo una ribalta in cui è all’opera il Signore Salvatore. Sono anche l’orizzonte nel quale l’umanità custodisce e trasmette la sua fede e offre a Dio la sua risposta di lode e di ringraziamento.

    Emblematica in questo senso è la narrazione della Pasqua ebraica, così come è descritta nei capitoli 12-13 dell’ Esodo e come sarà ancor più marcata nella successiva haggadah giudaica, ossia nel racconto della liberazione dalla schiavitù egiziana durante il seder, il rituale pasquale, attraverso un dialogo tra padre e figlio, cioè tra le due generazioni. Per il sacrificio dell’agnello pasquale, si legge nell’Esodo: «Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne… Quando i vostri figli vi chiederanno: Che significato ha per voi questo rito? Voi direte loro: È il sacrificio della Pasqua del Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l’Egitto e salvò le nostre case» (12, 14.26-27). Poi, per il rituale dei pani azzimi, si ripete la stessa formulazione: «In quel giorno spiegherai a tuo figlio: È a causa di quanto ha fatto il Signore per me, quando sono uscito dall’Egitto» (13,8). Infine, per la prassi del riscatto del primogenito di ogni famiglia si ribadirà: «Quando tuo figlio un domani ti chiederà: che significa ciò?, tu gli risponderai: con la potenza del suo braccio il Signore ci ha fatto uscire dall’Egitto, dalla condizione servile» (13,14). La trasmissione della fede avviene, dunque, attraverso il filo vivente delle generazioni ed è mirabile a questo riguardo la lunga strofa d’apertura del Salmo 78 che, prima di elencare gli articoli di fede della storia salvifica e quindi del Credo di Israele, esalta la catechesi generazionale, per cui veramente i padri sono «i primi maestri della fede» per i loro figli, come suggerirà il Concilio Vaticano II ( Lumen Gentium n.11). Ecco soltanto alcune battute di questa lunga premessa del Salmo che contiene una teologia della 'tradizione' autentica: «Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli, narrando alla generazione futura le azioni gloriose e potenti del Signore e le meraviglie da lui compiute… perché le conosca la generazione futura, i figli che nasceranno. Essi poi si alzeranno a raccontarle ai loro figli perché ripongano in Dio la loro fiducia…» (si legga il Salmo 78,3-8). La generazione antica trasmette, dunque, il messaggio della salvezza a quella più giovane in una catena viva e ininterrotta, sorretta dallo Spirito del Dio creatore e salvatore. «Si parlerà del Signore alla generazione che viene… perché Dio mantiene la sua alleanza per mille generazioni» (Salmo 22,31; Deuteronomio 7,9). Anche Maria nel suo cantico, il Magnificat, esprime luminosamente lo stesso tema quando proclama che «di generazione in generazione la misericordia [di Dio] si stende su quelli che lo temono» (Luca 1,50). Dio e uomo s’incontrano proprio su quel fiume generazionale che è la storia stessa della vita umana: essa, così, si trasfigura in storia della salvezza.

    Già per gli ebrei la trasmissione del credo avviene attraverso una catechesi generazionale, per cui veramente i padri sono i maestri della tradizione.

    Come dice l’Esodo: «Quando i vostri figli vi chiederanno: che significato ha per voi questo rito? Voi direte loro: è il sacrificio della Pasqua del Signore, quando colpì l’Egitto e salvò le nostre case».

    Dio e uomo s’incontrano nella continuità delle famiglie

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    Kamella Scemì

    A ulteriore conferma di quanto sopra più volte argomentato, introduco il monito lanciato dal regnante (anche in questo sito) Papa Benedetto XVI nel corso dell'udienza concessa ai presidenti dell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia, Gjor­ge Ivanov, e del Parlamento bulgaro: «le comuni radici cristiane sono base dell’unità nella nuova Europa, ed esse stauiscono il rispetto per la dignità di ogni persona umana e dei suoi diritti inalienabili».

    «Non vi può essere unità reale senza il rispetto per la dignità di ogni persona umana e dei suoi diritti i­nalienabili». Lo ha rimarcato ieri l'amatissimo Papa Benedetto XVI ricevendo in udienza il Presidente della ex Re­pubblica jugoslava di Macedonia con la delegazione da cui era accompagnato. L'occasione è stata data dalle celebrazioni in corso dei san­ti Cirillo e Metodio, i due santi/fratelli nati all’inizio del IX se­colo e proclamati compatroni d’Eu­ropa nel 1980 da Giovanni Paolo II. E proprio dalla figura di questi due fratelli che avevano annunciato il Vangelo ai popoli slavi il Papa ha pre­so lo spunto ricordando che il loro insegnamento ha contribuito alla crescita della cultura slava ed è at­tuale per i governanti odierni. Ciril­lo e Metodio si dedicarono total­mente all’attività apostolica e «l’in­tuizione divina di rendere com­prensibile il messaggio della Rivela­zione alle popolazioni fu motivo di unità per tradizioni e culture differenti». «Nell’acco­glienza del disegno salvifico di Dio» i popoli trovano i fondamenti per l’e­dificazione di società «pervase dal­lo spirito di riconciliazione di con­vivenza pacifica». Per questo non vi può essere unità reale senza il rispetto per la dignità di ogni persona. Il Vangelo, come avevano capito Cirillo e Metodio, «è capace di illu­minare ogni ambito» dell’esperien­za umana «per renderla pienamente umana». La Parola, ha ribadito il Papa, chiama alla conversione del cuore ed è da «questa permanente conversione a Dio che è possibile far nascere un’umanità nuova».

    Cirillo e Metodio sono stati al centro anche del suc­cessivo incontro con Tset­ska Tsacheva, Presidente del Par­lamento della Bulgaria, alla guida della corrispondente delegazione. «I due santi furono Vangeli viventi e così fu che la loro testimonianza rag­giunse più facilmente gli uomini del loro tempo».

    Nella storia dell’Europa, ha spiega­to il Pontefice, il cristianesimo «rap­presenta un elemento centrale e qualificante»: «ai popoli europei, che si aprono in questi anni a nuove pro­spettive di cooperazione, questi due grandi santi ricordano che la loro u­nità sarà più salda se basata sulle co­muni radici cristiane». E poiché, nei secoli, il cristianesimo ha assunto un ruolo sempre più rilevante, è «im­portante che l’Europa cresca anche nella dimensione spirituale, sulla scia della sua storia migliore». Per Benedetto XVI, il nostro grande Papa, l’unità del Conti­nente che matura progressivamen­te nelle coscienze e si sta delinean­do anche sul versante politico «rappresenta una prospettiva di grande speranza rispetto alla quale gli europei sono chiamati ad impegnarsi per creare le condizio­ni di una profonda coesione» tra i popoli. «Per edificare la nuova Eu­ropa non basta appellarsi ai soli in­teressi economici, ma è necessario puntare sui valori autentici che hanno fondamento nella legge morale universale, inscritta nel cuo­re di tutti gli uomini».

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    Karl Heinz Treetball

    Aggiungo questa bella e significativa intervista a Denis Tillinac, apparsa il 24 maggio 2011 su http://www.avvenire.it. In essa e alla fine, lo scrittore e studioso francese accenna al problema della riproposizione di un approccio religioso panteistico, osservazione parallela a quella circa una ripresa del politeismo, avanzata da Nosari. Il tutto è certamente interessante:

    INTERVISTA

    Fede: educazione sentimentale cercasi

    «Ho voluto parlare della re­ligiosità che mi ha costruito come scrittore e credente, ma anche del modo in cui il cattolicesimo ha intessuto una civiltà. Ho cercato di trasmettere umilmente la nostra grande memoria». Per lo scrittore francese Denis Tillinac la ste­sura del Dizionario amoroso del cat­tolicesimo, pubblicato in Francia da Plon e divenuto un successo in libre­ria, è stata l’esperienza «speciale» per eccellenza di un’intera carriera. E­splorando in modo molto personale il senso e le armoniche più intime di un centinaio di voci, da «agnello» fino al­la lettera «z», Tillinac ritrova ad esem­pio con commozione i propri ricordi infantili di chierichetto affascinato dal mistero delle messe in latino, sve­la la propria ammirazione per l’«utopia concreta» del monachesi­mo, cita tanti eventi pregnanti, come la conversione parigina di Alessan­dro Manzoni. L’autore assicura: «Senza radici cristiane, non c’è Eu­ropa. L’Europa è il continente delle cupole, dei monasteri, delle chiese. Che si sia credenti o meno».

    Cosa vuol dire per lei la vecchia espressione «Francia figlia primoge­nita della Chiesa»?

    «Giovanni Paolo II aveva ricordato questa formula, rimproverando l’in­fedeltà della Francia al suo battesimo. La maggioranza degli storici, che sia­no credenti o no, fanno risalire la na­scita della Francia al battesimo di Clo­doveo. Si tratta di legami fondamen­tali e ho scritto questo libro perché molti francesi non conoscono più quest’eredità. Eppure, chi arriva in Francia si rende subito conto che e­sistono 40 mila luoghi di culto e che decine di migliaia di villaggi e città portano il nome di un santo. Quan­do si ha coscienza delle proprie ra­dici, si ha più fiducia nell’avvenire. Oggi, il cattolicesimo è divenuto in Francia un po’ elitista, ma occorrerà ritornare alla base».

    Alla voce « amore», lei sostiene che le Beatitudini rappresentano la maggiore originalità del Vangelo. In che senso?

    «Mi hanno sempre colpito perché se­gnano un capovolgimento totale dei valori mondani e sociali. Si va al di là del messaggio d’amore del prossimo che si ritrova già nell’Antico Testamento. Gli uomini non sono angeli, certo, ma sono tutti chiamati alla san­tità, la quale può essere riassunta pro­prio dalle Beatitudini».

    Le vite dei santi, invece, sono come «romanzi di anime picaresche».

    «Si tratta spesso di anime com­plicate, attirate talora dall’a­more profano. Mi riferisco ad esempio a figure come Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Francesco d’Assisi, Ignazio di Loyola. Il loro percorso è come fatto di rimbalzi progressivi verso l’alto e verso il mistici­smo. Tutte le anime forse aspi­rano a simili avventure, ma in genere il bagliore divino ci il­lumina appena mezz’ora in un anno o in una vita. Nel loro caso, l’avventu­ra ascende in modi imprevedibili ver­so l’alto».

    Il suo dizionario ricorda tanti luoghi dello spirito. Quest’ancoraggio geo­grafico è una chiave per comprende­re il cattolicesimo?

    «Nella propria gestione temporale, la Chiesa ha sempre pensato che, per permettere di accedere all’invisibile, l’uomo ha bisogno di tutte le forme della propria sensibilità. Il bello, il meraviglioso, la sorpresa, lo stupore. O­gni credente ha una propria geogra­fia intima in cui le chiese giocano un grande ruolo, con le loro penombre, la luce speciale delle vetrate, l’iconografia, il bagliore rosso del Santo Sacramento in fondo a una cappel­la. Tutto ciò concorre a trasmettere uno stato di religiosità la quale, pur non corrispondendo alla fede, può nutrirla».

    François Mauriac si chiedeva se Dio ha ancora bisogno degli scrittori. Che ne pensa?

    «Il cattolicesimo è in particolare una religione della scrittura. Mi pare na­turale che uno scrittore possa sentir­si come in casa propria. Con le Confessioni, sant’Agostino ha trasforma­to la letteratura in uno spazio d’inte­riorità e tanti altri seguiranno questo cammino. In Francia, ad esempio, Montaigne, Rousseau, Chateau­briand, fino ai teologi del Novecento. Ma i fondatori non sono stati di certo superati. Il passaggio attraverso la pa­rola, e dunque anche attraverso chi scrive, resta obbligato».

    Il dibattito sulla laicità riappare in Francia. Perché?

    «Dopo la legge del 1905, la laicità in Francia si è fondata su compromessi divenuti sempre più di largo consen­so. Ma oggi, proprio nel momento in cui il cattolicesimo praticante conosce un certo declino, i francesi hanno pau­ra dell’islam. Vedere dei musulmani che pregano in strada a Montmartre o a Marsiglia pone interrogativi sul senso religioso. Il dibattito politico sui flussi migratori, di natura molto di­versa, ha un suo senso. Invece spesso non amo l’approccio odierno verso la laicità. Non occorre fare una monta­gna dell’uso del burqa. Basta semplicemente vietarlo, già per semplici ra­gioni di ordine pubblico. In Francia, c’è indubbiamente chi cerca di trasferire sul piano religioso una crisi che è invece morale, so­ciale ed economica. In questo dibattito falsato, naturalmente, converge anche il peso residuo del fronte laicista».

    A livello culturale, certi vecchi muri antireligio­si sembrano al contem­po fessurarsi, come ha appena mo­strato l’attenzione offerta a Parigi al «Cortile del Gentili»…

    «Vent’anni fa, appariva ridicolo defi­nirsi uno scrittore cattolico. Oggi, ac­canto a una serie di scrittori e intel­lettuali credenti molto riconosciuti, si moltiplicano soprattutto i dibattiti in cui si riconosce che forse l’umanità non può fare a meno della religiosità. Sono convinto che presto apparirà i­nutile andare a cercare nel buddismo una qualche ispirazione spirituale e­sotica. In questo clima di ritrovata ri­cerca, mi pare stia affiorando un con­flitto fra monoteismo e panteismo. Ma prima o poi, si tornerà alle radici».

    Daniele Zappalà

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