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38 Comments

  1. 1

    Kamella Scemì

    Cos'altro è quello di Tommaso detto Dìdimo se non un pregiudizio, il volgare sospetto di essere stato in qualche modo "tagliato fuori"?

    Al solito, mi rifaccio al Mattutino di Sua Eminenza Reverendissima il Cardinale Gianfranco Ravasi (Avvenire di oggi) e vi trovo spiegazioni e spunti:

    I PREGIUDIZI di GIANFRANCO RAVASI

    "La maggior parte delle persone crede di pensare, mentre in realtà organizza semplicemente i propri pregiudizi".

    «Con le idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non erano quelle che le fossero meno care». Così ironizzava Alessandro Manzoni su un personaggio minore del suo capolavoro, I promessi sposi. Il profilo di donna Prassede affiora idealmente anche nell’osservazione del filosofo e psicologo statunitense William James (1842-1910) che oggi proponiamo. Egli punta su quella deviazione del pensiero che è il pregiudizio. Se è vero che il concetto elaborato attraverso il pensiero è fondamentale nella ricerca, è altrettanto vero che molto spesso il punto di partenza è un preconcetto e attorno ad esso si elabora un pensare che in realtà si trasforma in un circolo vizioso. In pratica si gira attorno alla propria idea fissa per difenderla, sostenendola con argomentazioni faziose. Dobbiamo riconoscere che un po’ tutti abbiamo – talora inconsapevolmente – i nostri pregiudizi intoccabili, che non verranno mai scalfiti dalle obiezioni altrui. Lo scrittore francese Anatole France di un suo personaggio, un illustre accademico, notava che «si lusingava di essere un uomo senza pregiudizi; e questa pretesa è già di per sé un grande pregiudizio».

    Cerchiamo, allora, con coraggio di vagliare le nostre idee, soprattutto quelle più care, confrontandole con quelle ad esse antitetiche per scoprire se resistono alla luce di un vero, spietato, fondato giudizio.

    In fondo, Tommaso ha fatto così, anzi, non ha nemmeno avuto il tempo di far così: è caduto in ginocchio davanti al suo Signore e Dio, scavalcando anche il cancelletto del giudizio…

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  2. 2

    Karl Heinz Treetball

    Quella pronunciata da Tommaso è la base di ogni espressione di fede cristiana, di ogni convinta adesione al Credo.

    Ricordo agli amici il testo della nota pastorale "Questa è la nostra fede", emanata in data 19 maggio 2005 dalla CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi.

    PRESENTAZIONE

    Preparata dal grande giubileo del Duemila, la santa Chiesa di Gesù Cristo è entrata nel terzo millennio con la chiara coscienza e la convinzione sempre più condivisa che la missione di annunciare il Vangelo a ogni creatura è ancora ben lontana dal suo compimento, anzi è appena agli inizi.

    Con gli orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per questo primo decennio del Duemila, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, si è delineato e decisamente intrapreso un cammino pastorale con l’obiettivo della «comunicazione del Vangelo ai fedeli, a quanti vivono nell’indifferenza e ai non cristiani, qui nelle nostre terre e nella missione ad gentes» . Questo obiettivo richiede che si ponga mano a un impegno di primo annuncio del Vangelo, sia perché cresce il numero delle persone non battezzate o che debbono completare l’iniziazione cristiana, sia perché molti battezzati vivono come se Cristo non esistesse; inoltre anche in quanti ripetono i segni della fede, non sempre alle parole e ai gesti corrisponde un’autentica e concreta adesione alla persona di Gesù Salvatore.

    Anche l’Italia, come in generale tutta l’Europa, «si colloca ormai tra quei luoghi tradizionalmente cristiani nei quali, oltre a una nuova evangelizzazione, in certi casi si impone una prima evangelizzazione»: così scriveva Giovanni Paolo II, il grande missionario del mondo, nell’esortazione apostolica Ecclesia in Europa . In un contesto obiettivamente missionario, come il nostro, occorre riportare al centro di ogni Chiesa diocesana e di tutte e singole le comunità parrocchiali il primo annuncio della fede. È a questa meta che è esplicitamente dedicata la presente Nota pastorale, come risulta dalla struttura in cui essa è articolata.

    Il primo capitolo (Alle sorgenti dell’evangelizzazione) ha lo scopo di descrivere l’importanza, il contenuto, i linguaggi, le finalità del primo annuncio del Vangelo, inquadrandolo nel vasto orizzonte dell’evangelizzazione. Infatti se è vero che è il Vangelo a fare la Chiesa ed è la Chiesa in quanto tale a fare l’evangelizzazione, è anche vero che questa può avvenire solo seguendo lo stile del Signore Gesù. Per questo, dopo aver presentato alcuni tratti sintetici del volto del divino evangelizzatore, si propone il contenuto essenziale di questo annuncio: “Gesù Cristo, crocifisso e risorto, è il Signore e l’unico salvatore del mondo”. L’evento della Pasqua rimane pertanto il nucleo germinale di tutto il processo di trasmissione del Vangelo e del successivo sviluppo del dogma. Questo contenuto identico in tutti i tempi e in tutti i luoghi può essere espresso in diversi linguaggi e generi letterari, come attesta il Nuovo Testamento: proclamazioni dì fede, inni o cantici, racconti e testimonianze, ma sempre con la sua nota irrinunciabile di “lieto messaggio”.

    Il secondo capitolo (Comunicare il Vangelo oggi) tenta una contestualizzazione del primo annuncio del Vangelo nello scenario dell’attuale frangente culturale, segnato da un avanzato processo di secolarizzazione ma anche da un diffuso bisogno religioso, seppure fragile e ambiguo. Provocata da questo contesto, la comunità cristiana deve saper riesprimere la sua fedeltà ai caratteri fondamentali del messaggio cristiano, oggi particolarmente attuali: il carattere di assolutezza, l’aspetto salvifico, la dimensione storica, la sua nota paradossale e sorprendente. Grande attenzione va dedicata allo stile della comunicazione, che deve essere testimoniale e, insieme, dialogico, evitando false alternative, come quella fra testimonianza della vita e annuncio esplicito, come pure fra identità e dialogo.

    Il terzo capitolo (Gesù risorto è la nostra salvezza) offre una possibile esemplificazione concreta di primo annuncio della fede, ripercorrendone la struttura portante, così come avviene in modo paradigmatico nella liturgia della veglia pasquale: i catecumeni e tutti i credenti già battezzati sono chiamati ad emettere la solenne professione della fede in Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo. Il segno della croce è pertanto la formula-base della nostra fede, in quanto ne esprime i due misteri principali: la santa Pasqua del Signore e la santa uni-trinità di Dio.

    Il capitolo finale (Noi lo annunciamo a voi) propone delle essenziali indicazioni operative per attuare una pastorale di primo annuncio. Esse riguardano i soggetti, la pedagogia, i destinatari, le forme occasionali e quelle organiche.

    Nel suo insieme, la Nota vuole orientare e aiutare concretamente a tradurre quanto affermato nel documento Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia: «C’è bisogno di un rinnovato primo annuncio della fede. È compito della Chiesa in quanto tale, e ricade su ogni cristiano, discepolo e quindi testimone di Cristo; tocca in modo particolare le parrocchie» (n. 6).

    Affidiamo a Maria, “stella dell’evangelizzazione”, l’auspicio che la presente Nota venga accolta e valorizzata per quello che vuole essere: uno strumento di lavoro chiaro, concreto, efficace, perché la nostra Chiesa in Italia assuma con nuovo slancio la missione evangelizzatrice, affidatale da Gesù Risorto, speranza del mondo.

    Roma, 15 maggio 2005

    Solennità di Pentecoste

    Francesco Lambiasi, Presidente della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi.

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  3. 3

    cristoforo

    Grave l'amico Lamberto Sposini, colpito da emorragia cerebrale. Il giornalista e conduttore televisivo poco dopo le quattordici è stato colto da malore a Roma, negli studi della Rai dove conduce "La vita in diretta". È stato trasportato in ambulanza all'ospedale Santo Spirito e da lì trasferito al policlinico Gemelli per tentare un intervento neurochirurgico. Le sue condizioni sarebbero gravi.

    Siamo vicini ai familiari e auguriamo al collega ogni bene, affinché si riprenda in fretta: infatti, lo attendiamo ancora in questa rubrica (??? nota di Bergamo.info – forse è intervenuto, se è intervenuto, sul caso di Yara Gambirasio, forse…) per scoprire i suoi commenti, celati spesso sotto ben riconoscibili e salaci forme. Forza, Lamb!.

    (N.d.r. – Anche Bergamo.info si associa comunque all'invito a tègn dùr!).

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  4. 4

    ana

    La serie di commenti si è instradata sull'essenza, il come, il contenuto etc. della testimonianza, ma mi sembra si sia dimenticato l'aspetto soggettivo: lo spirito umano non può intendere la parola di Dio se nell'uomo non esiste un'apertura di principio all'essere e all'oltre, ponendo a tema ciò che interessa ogni uomo più di qualunque altra cosa, vale a dire la sua esistenza, la vita, la morte, la persona, il bene e il male. Necessario, pertanto, impedire il depauperamento della ragione umana e recuperare la questione dell'umanesimo quale concezione di quanto di alto e di proprio vi è nell'uomo. Credo che solo in tal modo e attraverso un tal processo si possa tornare in molti a dire con estatica convinzione: "Mio Signore, mio Dio!"

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  5. 5

    angelo

    Francesco Nosari pone il problema della testimonianza: come si genera, come si elabora, come si manifesta la testimonianza? Importante mi sembra il contributo ricavabile da questa intervista di Luca Miele a Salvatore Veca, pubblicata su Avvenire di venerdì scorso e tuttora reperibile in http://www.avvenire.it:

    INTERVISTA

    L'incompletezza ci rende più liberi.

    Il Novecento è stato segnato dalla terribile esplosione, anche in campo filosofico, dell’idea della “soluzione finale”: una “terapia” che liquidasse ogni controversia, appianasse ogni diversità, risolvesse ogni contraddizione. Il filosofo Salvatore Veca rintraccia l’antidoto a ogni pretesa totalizzante nell’idea di incompletezza (L’idea di incompletezza. Quattro lezioni, Feltrinelli, pag. 174, euro 19). Un’incompletezza alla quale è ancorata la nostra esistenza di esseri «prospettici e finiti, per cui può essere, o dovrebbe essere, cruciale trascendere i limiti di una prospettiva inevitabilmente situata e contingente». Proprio perché siamo esseri incompleti, scrive Veca, «possiamo provare la passione e l’amore della sapienza».

    Nella sua prima lezione scrive: «Non solo noi dobbiamo scegliere, ma dobbiamo scegliere in un mondo di persistente e spesso accelerata trasformazione». In che modo l’idea di incompletezza può essere una guida per i nostri tempi?

    L’essere consapevoli della natura incompleta di qualsivoglia risposta possiamo formulare rende più riflessive e mature le nostre scelte. È necessario essere consapevoli che esse non costituiranno mai la soluzione finale. Questo non riduce l’importanza delle nostre scelte, ma dà loro un tocco più appropriato. Le nostre risposte hanno un’essenziale incompletezza, che io definisco insaturazione. C’è chi ritiene che il riconoscere l’incompletezza delle nostre risposte possa dar vita a una specie di polverone instabile e frammentario, sfociare in un supermarket delle credenze. Non è così: noi siamo tenuti alla più ferma lealtà alle nostre credenze, consapevoli però della loro incompletezza nel tempo.

    Il suo elogio dell’incompletezza sottende una visione dinamica dei valori. Come possiamo essere fedeli ai nostri valori e allo stesso tempo “incontrare” gli altri?

    Nel libro riporto una battuta di Confucio: abbiamo il dovere di essere leali, fedeli a noi stessi. Siamo tenuti a difendere i valori fondamentali della nostra convivenza, le credenze che scandiscono la nostra esistenza. Ma proprio in quanto chiamati a essere leali a noi stessi, siamo provocati all’attenzione verso gli altri, all’apertura, alla curiositas. È perché siamo leali a noi stessi che possiamo aprirci agli altri.

    Lei sostiene le ragioni del pluralismo contro quella del relativismo.

    Le cose buone della vita sono più d’una entro di noi, sono più d’una entro la comunità e sono più d’una tra comunità differenti. Il pluralismo comincia nel condominio, non c’è bisogno di pensare al rapporto tra noi e i confuciani o i salafiti. Parte dentro di noi. Sono quelle che io chiamo le piccole guerre civili del sé. Questa idea non ha nulla a che vedere con il relativismo. Il relativismo vuol dire: tu pensi che il meglio sia lo champagne, io penso che il meglio sia il caffè e non c’è altro da dirci.

    La sua ricerca ruota attorno a un dato incontrovertibile: l’uomo è istituito nel limite. Che senso dare al limite, come custodire la dimensione creaturale dell’uomo?

    L’elogio dell’incompletezza va in tandem con la consapevolezza del nostro essere situati e limitati. Ma non dobbiamo lasciarsi intrappolare dentro una singola idea di incompletezza. Vogliamo metterci alla prova tra persone che hanno credenze diverse? Prendere sul serio l’idea del confronto? Allora è necessario assumere che le nostre credenze trovino il proprio limite proprio nell’incontro con le credenze degli altri. Il riconoscere la nostra incompletezza deriva dal semplice fatto che vi sono altri che hanno altre ragioni, che raccontano altre storie, che cantano altre canzoni.

    Lei scrive che «siamo esseri per cui è decisiva la dimensione dell’interrogazione».

    Come mostra il libro della Sapienza in noi è costitutivo il perdurare della domanda di senso. Immagini delle persone per le quali non abbia alcun senso il porsi domande o porre domande ad altri: sarebbero strane monadi complete e sature. È invece importante la durevolezza del domandare. L’interrogazione è una costante del nostro modo di vivere. Siamo predatori di senso. Fare delle domande vuol dire cercare delle risposte. Siamo dei predatori di risposte, risposte di senso.

    Michel Foucault ha scritto che la filosofia è in qualche modo chiamata a pensare l’impensato. Lei parla di immaginazione filosofica. Quali sono le pratiche a cui affidarsi per coltivare questa curiosità?

    Nella mia ricerca delineo un paesaggio abitato dalla figura del coltivatore di memorie e dell’esploratore di connessioni. Il primo prende sul serio la storia, il secondo porta a un alto grado di generalità i risultati della sua indagine per cercare di dire l’ultima parola che si converte sempre nella penultima, data l’idea di incompletezza. Ciascuno di noi vive col pilota automatico innestato. Coltivare l’immaginazione filosofica significa allora il tentativo di poter guardare le cose in altro modo. Le nostre vite sono vite per lo più sul tapis roulant, vita di creature d’abitudine. Proviamo a sospendere la validità di queste abitudini, a guardare le cose in un altro modo come se avessero una luce diversa. Allora c’è un po’ di filosofia dappertutto.

    Luca Miele

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  6. 6

    cristoforo

    Mi sembra interessante, circa il "credo" pronunciato da Tommaso, questo articolo pubblicato su Avvenire di oggi e reperibile in http://www.avvenire.it:

    ARTE SACRA

    Il «Credo» in technicolor

    «Credo in unum Deum…». Un incipit potente quello della preghiera che sintetizza i principi della fede cristiana. Un testo la cui densità non ha però scoraggiato gli artisti a darne un interpretazione in figura. Ed è proprio all’iconografia (o meglio, come vedremo, alle iconografie) del Credo che dal 2005 si dedica don Roberto Mastacchi. Un impegno che, dopo due volumi dedicati all’arte italiana, ora dà come frutto La raffigurazione del Simbolo Apostolico nell’Arte europea (Cantagalli, pagine 232, euro 16), scritto a quattro mani con lo studioso polacco Ryszard Knapinski, considerato il massimo esperto a livello internazionale sul tema.

    «Le raffigurazioni del Credo sono assai diffuse ma allo stesso tempo poco note» racconta Mastacchi. Anche in Italia, dove prima dei suoi studi si pensava non ve ne fosse quasi traccia: «Venivano citati solo pochi casi. Io ne ho potuti contare invece oltre centocinquanta». Qui, come nel resto d’Europa, si riscontrano con maggiore frequenza cicli dedicati alla versione più antica del Symbolum, quella che una tradizione fatta propria anche da Ambrogio voleva formulata dagli Apostoli su ispirazione delle Spirito Santo nel giorno di Pentecoste.

    Il volume è diviso in due parti: la prima, curata da Knapinski, costituisce una sorta di stato dell’arte della ricerca sul tema. Lo studioso individua cinque tipologie iconografiche: «Un primo tipo – spiega Mastacchi – interpreta il testo in modo narrativo e consiste nella rappresentazione degli articoli di fede mediante scene che espongono in forma di racconto il contenuto dogmatico di ogni versetto. Il secondo tipo è quello che noi chiamiamo "iconografia originaria". Presenta le immagini degli Apostoli accompagnati dai versetti del Credo. Questa iconografia si riferisce alla stessa origine leggendaria, ma all’epoca tenuta per vera, del Simbolo Apostolico.

    Vale la pena sottolineare come la sequenza dei santi, con Pietro sempre al primo posto, segue salvo piccole varianti quella fissata dal Canone Romano. Il modello è quindi liturgico ed è interessante notare come sia stato mantenuto poi anche in ambito protestante, dove l’iconografia ebbe un’ampia diffusione su spinta diretta di Lutero. La terza tipologia mette a confronto gli Apostoli con i Profeti. La quarta è invece di tipo misto e consiste in raffigurazioni contenenti sia le gli Apostoli sia la narrazione degli articoli del Credo. Al quinto tipo, infine, ascriviamo le immagini che raffigurano sotto forma simbolica tutto il collegio apostolico, eccezionalmente anche con frasi del Simbolo».

    Un tour ideale tra gli esempi più belli in Italia? «Sicuramente Siena, vera e propria città del Credo. Qui il Simbolo è stato rappresentato almeno nove volte. Da vedere gli affreschi del Vecchietta nel Battistero, spazio esemplare per la relazione tra il sacramento celebrato e le verità di fede enunciate nei dipinti, che rispondono alla volontà precisa di trasmettere il contenuto teologico del singolo versetto. Ci sono poi ben due raffigurazione del rarissimo Credo Niceno-Costantinopolitano: le tavolette di Benedetto di Bindo al Museo dell’Opera e i ventidue stalli intarsiati del coro della cappella del Palazzo Pubblico. A Firenze, al Museo di San Marco, c’è invece la mirabile Lex Amoris di Beato Angelico. In Vaticano gli affreschi del Pinturicchio negli appartamenti Borgia. La maggiore diffusione in Italia dei cicli del Credo è però in area settentrionale e si fa tanto più alta quanto più la zona era a rischio di correnti eretiche, una tendenza confermata a livello europeo. Tra questi si possono segnalare gli affreschi del battistero di Novara o a Brescia quelli della chiesa di San Cristo. Da non perdere infine il bellissimo ciclo della pieve di San Pietro di Feletto, in provincia di Treviso, in cui le scene narrative si fondono con gli apostoli e i profeti».

    Se lo studio di Knapinski si concentra sulle arti maggiori (vale a dire pittura, scultura e così via), Mastacchi nella seconda parte affronta la materia da un punto di vista totalmente nuovo: «Ho esplorato il patrimonio delle stampe europee tra XV e XVIII secolo. È la prima volta che accade in modo sistematico e pressoché esaustivo». Un lavoro durato due anni nei musei e sui repertori di tutto il continente: «Le stampe avevano una circolazione amplissima ed erano uno strumento catechetico, usato sia in ambito cattolico, ad esempio dai gesuiti che attraverso l’autorevolezza del Simbolo ribadivano quella della successione apostolica, come in area protestante: con così scarse varianti che risulta difficile distinguere due iconografie differenti».

    Tra arti maggiori e stampe c’è invece uno scarto cronologico: «Il picco delle prime è riscontrabile tra metà ’400 e metà ’500, quando ancora la Chiesa era unita. Poi si assiste a un declino, dovuto alle trasformazioni liturgiche e catechetice, tanto che nel ’600 i cicli sono piuttosto rari. Esattamente in controtendenza rispetto a quanto accade nella diffusione della produzione a stampa, destinata a una fruizione personale prima che comunitaria».

    Alessandro Beltrami

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  7. 7

    Giuseppe

    Per dare valida testimonianza occorre, cambiando il cuore e dichiarando la propria fede, quasi gridandola come fa Tommaso, avere anche la passione per correre lungo la via tracciata da Gesù, in ogni campo, compreso quello economico, che oggi è per di più in crisi.

    Segnalo il seguente articolo da L'Osservatore Romano di…"domani":

    Benedetto XVI e la crisi economica

    Solo uomini nuovi cambieranno i vecchi strumenti

    È stato appena pubblicato l'Annale 2010 della Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci), dal titolo "Un'economia per l'uomo. Ragioni dell'etica e provocazioni della fede", a cura di Luca Bilardo ed Emanuele Bordello (Roma, Edizioni Studium, 2011, pagine 199, euro 16). Pubblichiamo ampi stralci del contributo a tale pubblicazione del presidente dell'Istituto per le opere di religione.

    di ETTORE GOTTI TEDESCHI

    È da quando ho ultimato gli studi universitari, nel 1971, che, alla fine di una crisi economica – e personalmente ne ho viste tante – viene proposta come soluzione l'imposizione di nuove regolamentazioni e di nuovi controlli. La crisi in questo modo diventa ancora più complessa: quando si è in difficoltà e si stabiliscono sistemi di controllo si irrigidisce tutto il sistema. Resta poi una domanda che non trova mai risposta: chi controlla i controllori? Non è lo strumento che fa marciare i processi, ma è l'uomo. Max Weber distinse, in modo opportunistico e machiavellico, l'etica personale della responsabilità dall'etica della convinzione. Secondo il sociologo tedesco vi è quindi un'etica di chi ha la responsabilità di un determinato settore e quella di chi ne è veramente convinto. Come è possibile avere la responsabilità e praticarla, se non si è convinti? Il convincimento, cioè il riferimento a qualcosa di forte, di stabile, di vero, è determinante per poter ottenere risultati. Non esiste l'etica degli strumenti, l'etica del mercato, l'etica del capitalismo: esiste un uomo che dà senso etico ad ogni comportamento.

    Le famiglie americane, a causa della crisi, hanno perso circa il 50 per cento dei propri investimenti, percentuale corrispondente al valore del crollo della ricchezza americana. Questo perché negli ultimi venticinque anni è stata gonfiata del 50 per cento tutta l'economia statunitense. Le famiglie hanno avuto il dimezzamento del valore della casa, dei risparmi, del fondo pensione, di fronte ora hanno un futuro fatto di debiti da pagare e di un alto rischio di disoccupazione.

    Perché si è dovuto gonfiare per oltre dieci anni il Pil della più grande economia del mondo? La risposta corretta non la si trova di frequente, ma il Papa la fornisce nell'enciclica Caritas in veritate: perché trent'anni fa il sistema del mondo occidentale (Stati Uniti, Canada, Europa e Giappone) ha smesso di fare figli.

    Quando si afferma che l'origine della crisi è nell'uso sbagliato di strumenti finanziari, nell'avidità dei banchieri o nella mancanza dei controlli si dicono falsità. Perché l'economia è stata costretta a espandere il credito senza controllarlo? Perché si era inceppata negli anni Ottanta la crescita economica, il Pil dei Paesi occidentali cresceva troppo poco ed era legato alla crescita zero della popolazione. Se la popolazione non cresce, non può crescere l'economia e quindi bisogna accontentarsi. Il mondo occidentale, ricco, avido di cose ed egoista, ha deciso di non accontentarsi e si è quindi inventata la crisi economica.

    Benedetto XVI salverà il mondo: lo farà perché sta proponendo un radicale cambiamento culturale per l'uomo. Leggendo l'introduzione alla Caritas in ventate, si coglie come il Papa rimandi al primo comandamento del Decalogo, distinguendo esplicitamente e implicitamente verità e libertà.

    Nella cultura dominante la libertà, che dall'Illuminismo si condisce con positivismo, relativismo, fino all'odierno nichilismo, precede la verità. L'uomo deve essere libero di trovare la verità, ma così facendo, non solo non la trova, ma la confonde con la libertà stessa. Benedetto XVI invece ribadisce che occorre cambiare gli uomini, e non gli strumenti. Saranno infatti gli uomini nuovi a cambiare gli strumenti vecchi. La verità precede la libertà e non esiste vera libertà responsabile che non si riferisca ad una verità assoluta. Il Papa distrugge il pensiero nichilista, che porta l'uomo ad essere un animale intelligente, il quale orienta il suo agire solo all'appagamento dei bisogni materiali.

    Se l'uomo infatti vivesse solo di questo genere di soddisfazioni oggi dovrebbe esultare, perché le conquiste della scienza e della tecnologia lo hanno portato a livelli mai raggiunti in passato. Se l'uomo è solo figlio del caos o del caso, quale dignità potrà mai pretendere? Quella di vivere il più a lungo possibile, magari senza malattie, ma nulla più. Il Papa può salvare l'uomo, nel senso che gli riapre gli occhi sulla sua reale dignità di Figlio di Dio.

    Gli strumenti, in generale, sono tutti neutri. Le grandi iniquità che sono state compiute nel mondo della finanza non sono dovute soltanto a cattive interpretazioni o applicazioni delle regole della finanza. In più occasioni anche i Governi hanno sostenuto l'infrazione di alcune regole. Gli abusi veri ci sono perché si è permesso che ci fossero, non perché mancavano le strutture di controllo. Esistono 23 boards, strutture di regolamentazione dei mercati finanziari, dal Financial stability board fino a quelle più periferiche che riguardano determinate aree geografiche. Un istituto finanziario oggi deve sottoporsi a 23 nuove regolamentazioni immediate con la minaccia di sanzioni fortissime.

    Queste regole c'erano anche prima, ma non sono mai state rispettate. È l'uomo infatti che deve crescere da un'etica di responsabilità ad una nella quale crede veramente in quello che compie. Ecco perché oggi si parla di emergenza educativa, perché c'è bisogno di essere formati.

    Nel sesto capitolo dalla Caritas in veritate troviamo un passaggio chiave, in modo diverso, ma con lo stesso spirito, già presente nella Sollicitudo rei socialis. Giovanni Paolo II si domandava come può l'uomo tecnologico, che cresce enormemente nella capacità di elaborare tecniche e strumenti sempre più sofisticati, gestire tali conoscenze nell'immaturità che lo caratterizza. Ancora una volta Benedetto XVI mette in guardia l'uomo del nostro tempo dalla deriva etica, la definitiva autonomia morale degli strumenti.

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  8. 8

    Kamella Scemì

    Mi sembra sia appropriato quanto sopra riportato. Ma anche quel che faccio seguire:

    Una presenza che salva il mondo

    Fra i versi de "Il secondo avvento" di William Butler Yeats, ci sono forse i versi più citati della poesia del ventesimo secolo. «Crolla ogni cosa; il centro più non tiene; Anarchia pura esplode contro il mondo». Scritta nel 1920, questa poesia non solo riassume l’orrore del secolo ancora giovane, ma sembra prevedere gli orrori futuri.

    La postmodernità potrebbe anche essere, fino a un certo punto, una pretenziosa moda accademica, ma il suo terreno è costituito senza dubbio dal collasso di un centro autorevole e donatore di vita e dalla conseguente frammentazione vissuta quotidianamente nella cultura, nella politica e nella vita individuale.

    Un esito è l’emergere del «sé proteiforme», ma privo di carattere, ritratto in modo fantasioso nel film Zelig di Woody Allen. Si tratta di un sé privo di un centro, che si fonde senza sforzo nelle situazioni più disparate e caratterizzate da impegni non definitivi e non duraturi, ma è comunque capace di furia omicida.

    A incombere sul ventunesimo secolo non è più lo spettro di Marx, ma quello di Nietzsche. La «morte di Dio» precipita in un abisso di nulla. Mentre molti lottano per riempire il vuoto con bagattelle sempre diverse di consumismo o con le infinite lusinghe dei mezzi di comunicazione sociale, alcuni indulgono in uno sfrenato desiderio di potere. E sembra regnare l’assenza, non la presenza.

    Di fronte a questa situazione culturale — che Papa Giovanni Paolo II ha definito «cultura di morte» — dov’è che il credente cristiano può trovare, per dirlo con le parole di un altro poeta, Thomas Stearns Eliot, «il punto fermo del mondo che cambia»? In definitiva, nell’Eucaristia, il centro ardente del mondo, il sacramento della presenza reale. Al centro della celebrazione dell’Eucaristia, il sacerdote annuncia all’assemblea: «mistero della fede». E l’assemblea esclama: «Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione nell’attesa della tua venuta». Così facendo tracciamo le coordinate temporali del nuovo mondo di fede.

    «Annunciamo la tua morte». L’Eucaristia celebra, ricorda, rappresenta il sacrificio eterno di Cristo sul Calvario. Cristo è disceso negli abissi della morte, nel vuoto dell’assenza. Ha ottenuto una vita nuova ed eterna non nonostante la morte, ma trasformando la morte. Quindi, nell’Eucaristia, i seguaci di Cristo vengono istruiti non a negare la morte nelle sue molte forme, come la delusione, la difficoltà, il fallimento, ma a trasformare il potere della morte insieme con Cristo.

    «Proclamiamo la tua resurrezione». Il Cristo presente nell’Eucaristia è il Gesù vivo dei discepoli vivi attraverso di lui, con lui e in lui. Non è un personaggio indistinto del passato da studiare a distanza, ma è vivo e lo si incontra nell’oggi della fede. Dichiara: «Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte» (Apocalisse, 1, 17-18). Nell’Eucaristia non impariamo a proposito di Cristo, ma da lui.

    La sua presenza resta nascosta dietro segni sacramentali. È una presenza reale che non è ancora del tutto manifesta. E quindi la fede confessa: «Cristo verrà di nuovo» per riassumere in sé tutte le cose, per «giudicare i vivi e i morti». Solo allora completerà l’opera di creazione e di redenzione perché «Dio sia tutto in tutti» (1 Corinzi, 15, 28).

    L’Eucaristia apre alla fede un nuovo mondo di persone che sono fra loro in una relazione, la cui forma e sostanza è la persona di Gesù Cristo. Esorta anche al nuovo sacerdozio dei partecipanti, alla loro graduale trasformazione in membra vive del corpo di Cristo. «Qui non vi è greco o giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto in tutti» (Colossesi, 3, 11).

    L’impeto dell’Eucaristia consiste nell’alimentare un movimento dalla frammentazione all’integrazione: il pane frazionato diviene lo strumento salvifico per riunire i tanti, il sangue versato ottiene l’espiazione del mondo. Nell’Eucaristia ciò che è decentrato trova il proprio centro. Chi cerca un significato può trovare qui il significato e il proposito di Dio.

    L’Eucaristia, dunque, è puro dono, grazia. Dio ama così tanto il mondo da donare il suo figlio unigenito. E il Figlio ci ama così tanto da continuare a donarsi per la salvezza del mondo, in nessun luogo più tangibilmente che nell’Eucaristia.

    Tuttavia, l’Eucaristia è anche un imperativo, un compito. Esorta i credenti a permettere alla presenza di Cristo di trasformare sia se stessi sia il loro mondo. Invece del sé proteiforme e senza radici della post-modernità, l’Eucaristia promuove un sé con un centro, libero di dare generosamente come ha tanto generosamente ricevuto.

    Quale miglior nome per questo sé, che emerge dall’incontro con Cristo nell’Eucaristia, di «sé eucaristico», il cui linguaggio è il rendimento di grazie? Infatti, come scrive Paolo ai Colossesi: «E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre» (3, 17).

    Le opere di questo sé eucaristico sono opere di servizio nella solidarietà con i membri più bisognosi del corpo di Cristo. I partecipanti all’Eucaristia sono chiamati a compiere opere di giustizia e di pace che contribuiscano a creare condizioni umane di autentico rendimento di grazie. La pragmatica Lettera di Giacomo ammonisce: «Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?» (2, 15-16). L’Eucaristia alimenta un sé eucaristico e nello stesso tempo promuove un’etica eucaristica.

    Come è ben noto, il racconto dell’ultima cena nel Vangelo di Giovanni non narra l’istituzione dell’Eucaristia, come fanno gli altri Vangeli. Al posto suo troviamo invece Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli e li istruisce: «Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (13, 15). Quindi l’esortazione di Cristo «fate questo in memoria di me», ripetuta in ogni celebrazione eucaristica, comprende sia la frazione del pane sia il servizio permanente agli altri. Entrambe queste azioni eucaristiche sono svolte per la vita del mondo, per la realizzazione più piena della presenza di Cristo in tutti.

    Robert Imbelli per l'Osservatore Romano

    1 maggio 2011

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  9. 9

    Kamella Scemì

    Riporto il Mattutino di ieri, su Avvenire:

    PEGGIO PER ME! di GIANFRANCO RAVASI

    "Ho perso tutto nell’avventura della mia vita, il mio onore però, grazie a Dio, è intatto. La mia colpa? Aver sempre detto la mia verità. Senza barare. Trovo indegno barare… Come san Tommaso ho voluto vedere per credere. Ho visto. Peggio per me!"

    Oggi in tutte le chiese del mondo si ripresenterà Tommaso, l’apostolo che ha voluto vedere per credere. È a lui che, con l’amarezza che gli è tipica, rimanda Louis-Ferdinand Céline in un’intervista del 1948, raccolta con altre nel volume "Polemiche" (ed. Guanda). Scrittore francese morto nel 1961, Céline è di solito classificato come un autore 'scandaloso', anche per i suoi comportamenti politici durante la Seconda guerra mondiale. Ma qui, con uno scatto di orgoglio, afferma la dignità della sua sincerità, quel dire «la mia verità senza barare». Ciò che intendo oggi sottolineare è, però, quella finale sconvolgente: ho voluto vedere prima di credere – confessa – come ha scelto di fare l’apostolo – e purtroppo fu peggio per me.

    Anche se è facile immaginare cosa intenda questo scrittore che ha celebrato il buio a cui si approda dopo il «viaggio al termine della notte», come dice il titolo della sua opera più celebre (1932), suggerisco per i miei lettori un’altra possibilità. Una volta che hai richiesto di vedere, non hai più alibi. C’è, quindi, un valore positivo anche nell’esigere una prova: non per nulla Cristo la concede a Tommaso. E, se riandiamo al passato, il re Acaz non vuole un segno divino proprio per evitare di credere e di impegnarsi (si legga Isaia 7,10-16 ). Kafka a proposito di Cristo confessava: «È un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi». Ecco, invece, l’invito di Tommaso: spalanca gli occhi! Anche a costo di precipitare e soprattutto di doverti decidere…

    Quando si chiede la verifica non possono più esistere opinioni: esistono fatti e quei fatti, se non falsificati, fanno stato.

    E obbligano a rivedere le proprie opinioni, il proprio credo preesistente, pagandone le conseguenze.

    Allo stesso modo e all'interno di tale processo, chiedere la verifica in difesa di ciò che appare assai probabilmente "malato", cioè infetto dal male, crea la responsabilità di chi ha condotto la verifica di rispondere anche di quella partecipazione, di difesa o per verifica già indirizzata nell'esito, a un male assai probabile: è accaduto per alcuni di coloro che hanno aderito alle tirannie naziste e comuniste, ritenendo di poterle "aggiustare" dall'interno, poi pentendosene sinceramente. Hanno voluto vedere, ma di quella visione hanno dovuto e devono rispondere, alla propria coscienza e alla società. Tommaso, invece, dichiara la propria fede incondizionata appena in tempo, senza effettuare verifica alcuna. Per questo è santo: perché ha trovato nel cuore la professione di fede di cui pur aveva la prova davanti agli occhi. E questo, a mio avviso, va meditato…

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  10. 10

    Karl Heinz Treetball

    Il problema della testimonianza, nel suo essere effettivamente tale e non soltanto nel suo aspetto qualitativo, sempre imperfetto, sempre incompleto, come giustamente dice Salvatore Veca, dipende direttamente dalla sua credibilità. E la sua credibilità dipende sia da elementi oggettivi che da elementi soggettivi, fra loro interconnessi. La stessa cosa avviene per la testimonianza cristiana, onde andrebbe analizzato in profondità il metodo testimoniale che si segue nel campo, perché un valido metodo dovrebbe impedire o rendere difficile fin dal principio l'asserzione, fine a se stessa, "se non vedo, non credo". Infatti, ben mischiando ed equilibrando gli elementi oggettivi e soggettivi, un'espressione del genere, che indica il prevalere dell'elemento soggettivo, diverrebbe più difficile da pronunciare, perché l'opportuno ed equilibrato metodo adottato indurrebbe a fare ogni volta i conti con la realtà dei fatti e degli elementi di giudizio disponibili.

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  11. 11

    angelomario

    In effetti l'affermazione "se non vedo, non credo" nega alla radice la possibilità del martirio (lo butto lì quasi provocatoriamente, come paradosso), del soffrire in nome di un credo, di un principio, di un insieme valoriale ritenuto imprescindibile. Tutta la nostra storia è intessuta, direi fatta di gesti cosiddetti "ideali", che sarebbero stati tutti impediti da una "logica" come quella introdotta da Tommaso Dìdimo: bene ha fatto il commentatore a chiedersi "che robaccia è"? In effetti, "se non vedo, non credo" riduce l'uomo a una innaturale vicinanza con la sola animalità, dove la reazione soggettiva è direttamente dipendente da un'azione diretta verso o contro il soggetto. A tal punto, è il soggetto stesso a decidere e determinare se e cosa credere, privando la fede di una delle colonne fondanti: la sua ragionevolezza.

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  12. 12

    cristoph

    Il Papa durante la cerimonia di beatificazione di Giovanni Paolo II ha detto chiaramente: è beato perché ha sempre fortissimamente creduto e testimoniato la sua fede.

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  13. 13

    Kamella Scemì

    Inutile nascondere che sono una grande ammiratrice del quotidiano Avvenire, unico giornale italiano di respiro veramente europeo, perché sorgente da quelle radici che l'Europa delle burocrazie e dei politicanti continua a ignorare.

    La sezione di questo giornale d'opinione ne è testimonianza. Testimonianza, appunto, con pochi mezzi ma con tanto cuore.

    Il problema di tale testimonianza è stato affrontato come somma di sfide culturali «da non subire», per i cattolici che intendono abitare da cittadini il mondo virtuale. Tre sfide indicate dal direttore dell’Ufficio nazionale Cei per le comunicazioni sociali, monsignor Domenico Pompili, nella «indifferenza», nella «sacralizzazione della tecnica» e nel «linguaggio». E riassunte in pratica da monsignor Claudio Maria Celli nell’unico grande impegno di «permeare con il messaggio cristiano la cultura digitale». Per questo, ha aggiunto il presidente del Pontificio Consiglio per le comunicazioni sociali, «occorre una adeguata pastorale del web».

    Pompili e Celli sono intervenuti ieri al seminario Parola e parole, organizzato a Roma dall’Azione cattolica, nella settimana della sua 14ª assemblea nazionale. Indifferenza, ha fatto notare il portavoce della Cei, «è il concetto dell’indistinzione, dove nulla ha valore in sé», per cui «tutto finisce per essere giocato solo sull’emotività dell’istante». Con la «sacralizzazione della tecnica, invece, l’uomo corre il rischio di cadere in nuove forme d’idolatria». Ma «la tecnica – ha aggiunto Pompili, citando Benedetto XVI – è un fatto umano e chiede di non essere abbandonata a se stessa». Infine il linguaggio: «non è qualcosa di esterno, ma la casa da abitare, il contesto vivente e pulsante nel quale si esprimono i pensieri e le inquietudini». Per questo è importante tornare a «coniugare logos e pathos», per far sì che «davvero il linguaggio diventi veicolo di relazione e non si chiuda nel circolo vizioso dell’afasia».

    Da questo punto di vista anche il successivo intervento di monsignor Celli ha sottolineato «le possibilità enormi delle nuove tecnologie». Il presidente del dicastero vaticano per le comunicazioni sociali ha sottolineato: «Apparteniamo a una Chiesa che non fa soltanto comunicazione, ma è comunicazione. Anzi, se non comunica non è Chiesa». Non si tratta di «comunicazione intellettuale», ha proseguito il presule, quanto piuttosto «nella sua globalità è comunicazione al mistero d’amore di Dio».

    «La stessa celebrazione eucaristica – ha precisato – è un momento di comunicazione, così pure l’azione caritativa, perché dice al mondo cos’è la Chiesa». Infine, «anche il silenzio è comunicazione», come ci ha insegnato Giovanni Paolo II nell’ultima parte della sua vita. Monsignor Celli ha concluso invitando dunque a una «diaconia della cultura».

    I punti cardine dei due interventi sono stati poi ripresi nel successivo dibattito. Il presidente dell’Azione Cattolica, Franco Miano, ha ricordato che «vivere la fede e amare la vita, tema della prossima assemblea nazionale di Ac, vuol dire proprio saper mettere insieme la Parola e le parole». Un servizio questo, ha aggiunto Rosario Carello, conduttore di A sua immagine che i giornalisti cattolici devono mettere a disposizione della comunità.

    «Con professionalità e competenza, anche quando operano in contesti laici», ha aggiunto Vania De Luca , Rainews24 e presidente Ucsi-Lazio. «La Chiesa, – ha puntualizzato il sociologo Michele Sorice – deve adottare tecniche, linguaggi e metodi della società contemporanea».

    Per il direttore dell’agenzia Sir, Paolo Bustaffa, «fare informazione religiosa non è solo informare della vita e del pensiero della Chiesa, ma anche far nascere domande rispetto al clima d’indifferenza che sembra diffuso». In sostanza, ha concluso il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio «la sfida è quella di raccontare le cose che in Italia non si dicono, ad esempio ciò che i cattolici fanno ogni giorno, ribaltando così quei "concetti storti", diffusi da certi media, e squarciando la cappa informativa sulle grandi questioni antropologiche».

    Ringrazio Mimmo Muolo per la chiarezza e completezza dell'esposizione e il sito http://www.Avvenire.it che ha pubblicato tale testimonianza.

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  14. 14

    Karl Heinz Treetball

    Imito in parte Kamella: citando l'ormai "collega commentatore", S. Em. Rev.ma il cardinale Gianfranco Ravasi nel Suo Mattutino, su http://www.Avvenire.it. Occorre considerare che una valida ed efficace testimonianza non può prescindere dalle infinite miserie generate dalle mille cose superflue che ci rendiamo necessarie, dalla vita difficile e tesa cui esse ci costringono.

    «Vedo tutte le cose di cui non ho bisogno e di cui si può fare a meno nella vita» pare dicesse Socrate recandosi al mercato, dove non comperava nulla. Perché l'uomo saggio deve consentirsi il "lusso" dell'essenziale. Perché la testimonianza, specie quella cristiana, è fondata sull'essenziale. E il superfluo ci allontana irrimediabilmente da esso, il consumismo è malattia terribile per la nostra testimonianza. La carità, meglio, l'elemosina consumistica non è Carità, perché non è amore, ma spesso soltanto diverso utilizzo del superfluo, che tale rimane. Anzi, spesso è soltanto un modo per comprarsi anche la coscienza…

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  15. 15

    maria

    Possono esserci Spirito, Fede, Credo senza testimonianza? Può esistere testimoninza di fatto senza che per questo ci siano Spirito, Fede e Credo?. Mi farebbe molto piacere se don Goffredo Zanchi mi illuminasse al riguardo.

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  16. 16

    Kamella Scemì

    Scusate, ma il testo del discorso del Papa all'udienza generale del mercoledì non può più mancare, anche soltanto per la continuità con e il chiarimento degli argomenti che qui faticosamente si vanno trattando:

    BENEDETTO XVI

    UDIENZA GENERALE

    Piazza San Pietro

    Mercoledì, 4 maggio 2011

    L'uomo in preghiera

    Cari fratelli e sorelle,

    quest’oggi vorrei iniziare una nuova serie di catechesi. Dopo le catechesi sui Padri della Chiesa, sui grandi teologi del Medioevo, sulle grandi donne, vorrei adesso scegliere un tema che sta molto a cuore a tutti noi: è il tema della preghiera, in modo specifico di quella cristiana, la preghiera, cioè, che ci ha insegnato Gesù e che continua ad insegnarci la Chiesa. E’ in Gesù, infatti, che l’uomo diventa capace di accostarsi a Dio con la profondità e l’intimità del rapporto di paternità e di figliolanza. Insieme ai primi discepoli, con umile confidenza ci rivolgiamo allora al Maestro e Gli chiediamo: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11,1).

    Nelle prossime catechesi, accostando la Sacra Scrittura, la grande tradizione dei Padri della Chiesa, dei Maestri di spiritualità, della Liturgia vogliamo imparare a vivere ancora più intensamente il nostro rapporto con il Signore, quasi una “Scuola della preghiera”. Sappiamo bene, infatti, che la preghiera non va data per scontata: occorre imparare a pregare, quasi acquisendo sempre di nuovo quest’arte; anche coloro che sono molto avanzati nella vita spirituale sentono sempre il bisogno di mettersi alla scuola di Gesù per apprendere a pregare con autenticità. Riceviamo la prima lezione dal Signore attraverso il Suo esempio. I Vangeli ci descrivono Gesù in dialogo intimo e costante con il Padre: è una comunione profonda di colui che è venuto nel mondo non per fare la sua volontà, ma quella del Padre che lo ha inviato per la salvezza dell’uomo.

    In questa prima catechesi, come introduzione, vorrei proporre alcuni esempi di preghiera presenti nelle antiche culture, per rilevare come, praticamente sempre e dappertutto si siano rivolti a Dio.

    Comincio con l’antico Egitto, come esempio. Qui un uomo cieco, chiedendo alla divinità di restituirgli la vista, attesta qualcosa di universalmente umano, qual è la pura e semplice preghiera di domanda da parte di chi si trova nella sofferenza, quest’uomo prega: “Il mio cuore desidera vederti… Tu che mi hai fatto vedere le tenebre, crea la luce per me. Che io ti veda! China su di me il tuo volto diletto” (A. Barucq – F. Daumas, Hymnes et prières de l’Egypte ancienne, Paris 1980, trad. it. in Preghiere dell’umanità, Brescia 1993, p. 30). Che io ti veda; qui sta il nucleo della preghiera!

    Presso le religioni della Mesopotamia dominava un senso di colpa arcano e paralizzante, non privo, però, della speranza di riscatto e liberazione da parte di Dio. Possiamo così apprezzare questa supplica da parte di un credente di quegli antichi culti, che suona così: “O Dio che sei indulgente anche nella colpa più grave, assolvi il mio peccato… Guarda, Signore, al tuo servo spossato, e soffia la tua brezza su di lui: senza indugio perdonagli. Allevia la tua punizione severa. Sciolto dai legami, fa’ che io torni a respirare; spezza la mia catena, scioglimi dai lacci” (M.-J. Seux, Hymnes et prières aux Dieux de Babylone et d’Assyrie, Paris 1976, trad. it. in Preghiere dell’umanità, op. cit., p. 37). Sono espressioni che dimostrano come l’uomo, nella sua ricerca di Dio, ne abbia intuito, sia pur confusamente, da una parte la sua colpa, dall’altra aspetti di misericordia e di bontà divina.

    All’interno della religione pagana dell’antica Grecia si assiste a un’evoluzione molto significativa: le preghiere, pur continuando a invocare l’aiuto divino per ottenere il favore celeste in tutte le circostanze della vita quotidiana e per conseguire dei benefici materiali, si orientano progressivamente verso le richieste più disinteressate, che consentono all’uomo credente di approfondire il suo rapporto con Dio e di diventare migliore. Per esempio, il grande filosofo Platone riporta una preghiera del suo maestro, Socrate, ritenuto giustamente uno dei fondatori del pensiero occidentale. Così pregava Socrate: “Fate che io sia bello di dentro. Che io ritenga ricco chi è sapiente e che di denaro ne possegga solo quanto ne può prendere e portare il saggio. Non chiedo di più” (Opere I. Fedro 279c, trad. it. P. Pucci, Bari 1966). Vorrebbe essere soprattutto bello di dentro e sapiente, e non ricco di denaro.

    In quegli eccelsi capolavori della letteratura di tutti i tempi che sono le tragedie greche, ancor oggi, dopo venticinque secoli, lette, meditate e rappresentate, sono contenute delle preghiere che esprimono il desiderio di conoscere Dio e di adorare la sua maestà. Una di queste recita così: “Sostegno della terra, che sopra la terra hai sede, chiunque tu sia, difficile a intendersi, Zeus, sia tu legge di natura o di pensiero dei mortali, a te mi rivolgo: giacché tu, procedendo per vie silenziose, guidi le vicende umane secondo giustizia” (Euripide, Troiane, 884-886, trad. it. G. Mancini, in Preghiere dell’umanità, op. cit., p. 54). Dio rimane un po’ nebuloso e tuttavia l’uomo conosce questo Dio sconosciuto e prega colui che guida le vie della terra.

    Anche presso i Romani, che costituirono quel grande Impero in cui nacque e si diffuse in gran parte il Cristianesimo delle origini, la preghiera, anche se associata a una concezione utilitaristica e fondamentalmente legata alla richiesta della protezione divina sulla vita della comunità civile, si apre talvolta a invocazioni ammirevoli per il fervore della pietà personale, che si trasforma in lode e ringraziamento. Ne è testimone un autore dell’Africa romana del II secolo dopo Cristo, Apuleio. Nei suoi scritti egli manifesta l’insoddisfazione dei contemporanei nei confronti della religione tradizionale e il desiderio di un rapporto più autentico con Dio. Nel suo capolavoro, intitolato Le metamorfosi, un credente si rivolge a una divinità femminile con queste parole: “Tu sì sei santa, tu sei in ogni tempo salvatrice dell’umana specie, tu, nella tua generosità, porgi sempre aiuto ai mortali, tu offri ai miseri in travaglio il dolce affetto che può avere una madre. Né giorno né notte né attimo alcuno, per breve che sia, passa senza che tu lo colmi dei tuoi benefici” (Apuleio di Madaura, Metamorfosi IX, 25, trad. it. C. Annaratone, in Preghiere dell’umanità, op. cit., p. 79).

    Nello stesso periodo l’imperatore Marco Aurelio – che era pure filosofo pensoso della condizione umana – afferma la necessità di pregare per stabilire una cooperazione fruttuosa tra azione divina e azione umana. Scrive nei suo Ricordi: “Chi ti ha detto che gli dèi non ci aiutino anche in ciò che dipende da noi? Comincia dunque a pregarli, e vedrai” (Dictionnaire de Spiritualitè XII/2, col. 2213). Questo consiglio dell’imperatore filosofo è stato effettivamente messo in pratica da innumerevoli generazioni di uomini prima di Cristo, dimostrando così che la vita umana senza la preghiera, che apre la nostra esistenza al mistero di Dio, diventa priva di senso e di riferimento. In ogni preghiera, infatti, si esprime sempre la verità della creatura umana, che da una parte sperimenta debolezza e indigenza, e perciò chiede aiuto al Cielo, e dall’altra è dotata di una straordinaria dignità, perché, preparandosi ad accogliere la Rivelazione divina, si scopre capace di entrare in comunione con Dio.

    Cari amici, in questi esempi di preghiere delle diverse epoche e civiltà emerge la consapevolezza che l’essere umano ha della sua condizione di creatura e della sua dipendenza da un Altro a lui superiore e fonte di ogni bene. L’uomo di tutti i tempi prega perché non può fare a meno di chiedersi quale sia il senso della sua esistenza, che rimane oscuro e sconfortante, se non viene messo in rapporto con il mistero di Dio e del suo disegno sul mondo. La vita umana è un intreccio di bene e male, di sofferenza immeritata e di gioia e bellezza, che spontaneamente e irresistibilmente ci spinge a chiedere a Dio quella luce e quella forza interiori che ci soccorrano sulla terra e dischiudano una speranza che vada oltre i confini della morte. Le religioni pagane rimangono un’invocazione che dalla terra attende una parola dal Cielo. Uno degli ultimi grandi filosofi pagani, vissuto già in piena epoca cristiana, Proclo di Costantinopoli, dà voce a questa attesa, dicendo: “Inconoscibile, nessuno ti contiene. Tutto ciò che pensiamo ti appartiene. Sono da te i nostri mali e i nostri beni, da te ogni nostro anelito dipende, o Ineffabile, che le nostre anime sentono presente, a te elevando un inno di silenzio” (Hymni, ed. E. Vogt, Wiesbaden 1957, in Preghiere dell’umanità, op. cit., p. 61).

    Negli esempi di preghiera delle varie culture, che abbiamo considerato, possiamo vedere una testimonianza della dimensione religiosa e del desiderio di Dio iscritto nel cuore di ogni uomo, che ricevono compimento e piena espressione nell’Antico e nel Nuovo Testamento. La Rivelazione, infatti, purifica e porta alla sua pienezza l’anelito originario dell’uomo a Dio, offrendogli, nella preghiera, la possibilità di un rapporto più profondo con il Padre celeste.

    All’inizio di questo nostro cammino nella “Scuola della preghiera” vogliamo allora chiedere al Signore che illumini la nostra mente e il nostro cuore perché il rapporto con Lui nella preghiera sia sempre più intenso, affettuoso e costante. Ancora una volta diciamoGli: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11,1).

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  17. 17

    Kamella Scemì

    Aggiungo qualcosa che ha avuto molto successo: i saluti del nostro grandissimo Papa al termine dell'udienza stessa:

    Saluti:

    Je suis heureux de vous accueillir, chers pèlerins francophones. Je salue en particulier les enfants de l’école grecque orthodoxe Oreokastron, de Thessalonique, et les pèlerins de République Centrafricaine. Que votre pèlerinage à Rome vous aide à découvrir ou à redécouvrir la nécessité de la prière dans votre vie. Avec ma Bénédiction apostolique!

    I welcome all the English-speaking visitors present at today’s Audience, especially those from Denmark, Finland, Sweden, Nigeria, Japan, Singapore and the United States. My particular greeting goes to the pilgrimage group from the Archdiocese of Kampala, led by Archbishop Cyprian Kizito Lwanga. Upon all of you I invoke an abundance of joy and peace in the Risen Christ!

    Von Herzen grüße ich alle Pilger und Besucher deutscher Sprache, heute besonders die Familien, die Freunde und die Gäste der neuen Schweizergardisten. Der Herr zeige euch die Schönheit des Gebets und schenke euch die Kraft, mit ihm das Gute zu tun. Danke.

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los formadores y alumnos del Seminario Menor de la Asunción de Santiago de Compostela y a los demás grupos provenientes de España, México y otros países latinoamericanos. Os invito a que experimentando el anhelo de Dios que está en el interior del hombre, pidáis al Señor que ilumine vuestros corazones para que vuestra relación con Él en la oración sea cada vez más intensa. Muchas gracias.

    Uma cordial saudação para todos os peregrinos de língua portuguesa, com menção particular dos fiéis de Salto de Pirapora e as Irmãs Franciscanas Catequistas do Brasil e do grupo «Ajuda à Igreja que sofre» de Portugal, que aqui vieram movidos pelo desejo de afirmar e consolidar a sua fé e adesão a Cristo: o Senhor vos encha de alegria e o seu Espírito ilumine as decisões da vossa vida para realizardes fielmente o projecto de Deus a vosso respeito. Acompanha-vos a minha oração e Bênção.

    Saluto in lingua polacca:

    Witam serdecznie obecnych tu Polaków. Raz jeszcze pozdrawiam pielgrzymów, którzy wraz ze swymi pasterzami przybyli na beatyfikację mojego umiłowanego poprzednika na Stolicy Piotrowej, błogosławionego Jana Pawła II. Niech Jego zawierzenie Matce Bożej, zawarte w zawołaniu „Totus Tuus” będzie zachętą dla każdego z was i dla całego narodu polskiego, którego Maryja jest Królową. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus.

    Traduzione italiana:

    Saluto cordialmente tutti i polacchi qui presenti. Ancora una volta saluto i pellegrini, venuti insieme con i loro pastori per la beatificazione del mio amatissimo predecessore, il beato Giovanni Paolo II. Il suo affidarsi alla Madre di Dio, contenuto nell’invocazione “Totus Tuus”, sia un incoraggiamento per ognuno di voi e per tutto il popolo polacco, per il quale Maria è Regina.

    Sia lodato Gesù Cristo.

    Saluto in lingua slovacca:

    Srdečne pozdravujem slovenských pútnikov, osobitne z Farnosti Štefultov.

    Bratia a sestry, nedávno sme začali mesiac máj, tradične spojený s mariánskou úctou. Pozývam vás do školy Panny z Nazareta, od nej sa učte milovať Pána a blížneho. S láskou žehnám vás i vašich drahých vo vlasti.

    Pochválený buď Ježiš Kristus!

    Traduzione italiana:

    Saluto cordialmente i pellegrini slovacchi, particolarmente quelli provenienti dalla Parrocchia di Štefultov.

    Fratelli e sorelle, abbiamo iniziato da pochi giorni il mese di maggio, tradizionalmente legato alla devozione mariana. Vi invito a mettervi alla scuola della Vergine di Nazaret per imparare da Lei ad amare il Signore e il prossimo. Con affetto benedico voi ed i vostri cari in Patria.

    Sia lodato Gesù Cristo!

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i Seminaristi di Catania e di Caltagirone e i Novizi salesiani, e li esorto a conservare l’intima unione con Cristo nella preghiera fervorosa per prepararsi così a svolgere con frutto la missione evangelizzatrice. Saluto i fedeli della parrocchia cattedrale di Lucera, augurando che la visita a Roma sia per ciascuno ricca di frutti spirituali.

    Desidero infine rivolgermi, come di consueto, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. E’ iniziato da poco il mese di maggio che, in molte parti del mondo, il popolo cristiano dedica alla Madonna. Cari giovani, mettetevi ogni giorno alla scuola di Maria Santissima per imparare da Lei a compiere la volontà di Dio. Contemplando la Madre di Cristo crocifisso, voi, cari malati, sappiate cogliere il valore salvifico di ogni sofferenza vissuta insieme con Gesù. E voi, cari sposi novelli, invocate la sua protezione materna, perché nella vostra famiglia regni sempre il clima della casa di Nazareth.

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  18. 18

    Karl Heinz Treetball

    Aggiungo qualcosa a quello che avevo accennato più sopra, richiamando il pensiero del "nostro" Cardinale Gianfranco Ravasi: come si può cristianamente testimoniare senza libertà religiosa?

    Da http://www.Avvenire.it leggete e "sentite" quel che ha detto il Papa alla Pontificia accademia delle scienze sociali riguardo alla necessità di promuovere la libertà religiosa e proteggere le minoranze.

    Un invito agli Stati a “difendere e promuovere la libertà religiosa” e “proteggere le minoranze religiose”: lo ha espresso Benedetto XVI nel messaggio rivolgendosi ai membri della Pontificia accademia delle scienze sociali, presieduta da Mary Ann Glendon, in occasione della XVII sessione plenaria sul tema “Diritti universali in un mondo diversificato. La questione della libertà religiosa”, che si è svolta in Vaticano dal 29 aprile al 3 maggio. Secondo il Papa i diritti alla libertà religiosa e di culto, riconosciuti e sanciti nella Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite, sono oggi “di nuovo minacciati da atteggiamenti e ideologie che ostacolano la libera espressione religiosa”. Di conseguenza, si fa sempre più urgente “la sfida di difendere e promuovere il diritto alla libertà di religione e culto”. “Ogni Stato ha il diritto sovrano di promulgare la propria legislazione e di esprimere atteggiamenti diversi nei confronti della religione attraverso la legge – ha osservato il Papa -. Ci sono alcuni Stati che permettono un'ampia libertà religiosa, mentre altri la limitano per una serie di motivi, tra cui la diffidenza nei confronti della religione stessa”.

    La Santa Sede, ha proseguito Benedetto XVI, “continua a battersi per il riconoscimento del diritto umano fondamentale alla libertà religiosa da parte di tutti gli Stati, e li invita a rispettare, e se necessario proteggere, le minoranze religiose”. Anche se professano una fede diversa rispetto alla maggioranza, ha puntualizzato il Papa, le minoranze “aspirano a vivere in pace insieme ai loro concittadini e a partecipare pienamente alla vita civile e politica della nazione, a vantaggio di tutti”.

    Già, la possibilità di testimonianza religiosa è anch'essa un diritto universale…

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  19. 19

    maria

    A proposito di libertà, chiave di volta del Cristianesimo e della sua testimonianza, segnalo quanto segue:

    La Conferenza episcopale indiana contro la piaga dei "delitti d'onore": per un matrimonio misto in India si uccide

    NEW DELHI, 4. Sono centinaia ogni anno, secondo alcune stime, i cosiddetti "delitti d'onore" in India, un'antica e tragica pratica, in uso soprattutto nelle zone meno sviluppate del Paese, che punisce anche con la morte quelle persone che vogliono sposarsi contro il volere delle famiglie, unendosi in particolare con appartenenti a caste o religioni diverse. Si tratta di una pratica incentivata dai "consigli degli anziani", i quali stabiliscono le regole sociali nei villaggi degli Stati indiani, come il Punjab, l'Haryana, l'Uttar Pradesh e il Rajasthan e che di fatto istigano gli indù a perseguire coloro che infrangono il rigido sistema delle caste. La Corte Suprema dell'India, con una recente sentenza, ha dichiarato illegale tale pratica, ribadendo indirettamente anche la condanna nei confronti dell'esistenza stessa dei "consigli degli anziani", ritenuti da sempre organismi giudiziari privi di autorizzazione. La decisione della Corte Suprema è stata accolta in maniera favorevole dalla Conferenza episcopale. Il portavoce dei vescovi, padre Babu Joseph Karakombil, ha sottolineato che "le decisioni adottate dai membri dei "consigli degli anziani" ledono pesantemente la libertà personale, specialmente delle donne".

    Le rigide regole ancestrali in uso nei villaggi più poveri degli Stati indiani più tradizionalisti dove, peraltro, il fondamentalismo indù trova le condizioni più favorevoli per la sua affermazione, negano infatti alle donne la possibilità di scegliere il futuro marito al di fuori delle proprie caste di appartenenza o comunque dei criteri stabiliti dagli usi e costumi locali. I leader anziani dei villaggi, in caso di violazione, sanciscono punizioni variabili che vanno dall'ostracismo sociale nei confronti della famiglia dello sposo, se quest'ultimo è di una casta inferiore rispetto a quella della donna, fino, nei casi più gravi, alla condanna a morte. Secondo uno studio della commissione nazionale indiana per la donna, circa il 72 per cento dei "delitti d'onore" riguardano matrimoni di donne di caste superiori contratti con uomini di quelle inferiori. Nella sentenza della Corte Suprema si legge: "Siamo del parere che è una pratica del tutto illegale che deve essere bandita". La Corte Suprema ha anche chiesto ai Governi dei vari Stati di sospendere i magistrati e i funzionari di polizia che agiscono in maniera insufficiente per contrastare la pratica dei "delitti d'onore".

    Uno dei leader di un "consiglio degli anziani" dello Stato dell'Uttar Pradesh, Mahendra Singh Tikait, ha osservato: "Il Governo non può proteggere atteggiamenti immorali. La nostra legge è l'unica valida, non la Costituzione". Nel solo distretto di Muzzafarpur nell'Uttar Pradesh, si sono registrati nel 2002 dieci casi di "delitti d'onore", che hanno portato all'uccisione dei presunti colpevoli, mentre altre trentacinque coppie risultano scomparse. Diverse organizzazioni internazionali, che si occupano della tutela dei diritti umani, tra le quali la Human Rights Watch, hanno lanciato appelli alle autorità civili per contrastare il fenomeno che non appare diminuire. "Il Governo indiano – sottolinea un rapporto del 2010 di Human Rights Watch – dovrebbe con urgenza investigare e punire i responsabili della recrudescenza dei cosiddetti "delitti d'onore". Il Governo dovrebbe rafforzare le leggi che proteggono i cittadini dalla violenza basata sui rapporti familiari, sulla religione e sulle caste e agire in modo concreto contro i leader locali che sostengono e tollerano tali crimini".

    La Chiesa cattolica in India conduce da tempo, con forza e coraggio, nonostante l'avversione dei gruppi fondamentalisti indù, una campagna contro ogni forma di discriminazione sociale, in particolare per promuovere l'emancipazione dei dalit, i cosiddetti "fuori casta". In una nota dei vescovi si osserva: "Mettere in pratica i principi di uguaglianza e di giustizia abbatterebbe il sistema delle caste, con forti implicazioni politiche. I privilegiati delle caste più alte apprezzano i cristiani finché nutrono i poveri, ma li contrastano se cercano di cambiare la società e l'economia. Ma il messaggio cristiano è chiaro: globalizzazione nella solidarietà per lo sviluppo di tutti gli esseri umani".

    (L'Osservatore Romano 5 maggio 2011).

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  20. 20

    Kamella Scemì

    Papa Benedetto ci parla di preghiera: come bambini uomini davvero.

    Da http://www.Avvenire.it:

    Nell’udienza di ieri Benedetto XVI ha annunciato che il tema della sua nuova catechesi sarà la preghiera. Semplicemente la preghiera. Bisogna imparare a pregare, ha detto. E il fatto che il Papa ponga al centro la preghiera colpisce più che se additasse all’attenzione dei fedeli una complessa questione teologica. È come se un professore entrasse in classe e dicesse agli studenti: ragazzi, oggi ripassiamo l’alfabeto. È un tornare ai fondamenti, a quel primo passo di per sé già decisivo: pregare, dunque domandare a Dio. Dunque già confessarsi figli; dire che esiste un Padre, ammettere che non siamo "nostri", che non siamo di noi stessi i padroni.

    Una volta, era più facile. Una volta tra i cristiani era abitudine, era normale che questo gesto anche corporeo dell’inginocchiarsi fosse tramandato dai padri ai figli, e anzi in particolare dalle madri; era il Padre Nostro insegnato in casa, all’ora di andare a dormire. Parole intrise di sonno e non ben comprese, magari, però chiare in quell’incipit: Padre. Che già imprimeva nei bambini le coordinate fondamentali: tu sei figlio di Dio, e non di un caso, e a quel Dio rispondi. E tutto il resto, i comandamenti, il discernimento del bene e del male, discendevano da lì: dal dirsi figli, creature. Che è una di quelle cose semplici, se le si impara da bambini, come la lingua materna; difficili, da grandi. Più difficili ancora oggi, quando un’altra visione del mondo si è attestata tra noi, e fin da piccoli ci insegnano che la nostra vita appartiene solo a noi, e non dobbiamo risponderne a nessuno.

    Bisogna imparare a pregare, dice il Papa, e aggiunge: e imparare di nuovo, quando ci si crede spiritualmente avanzati. Perché il rischio dei maestri e dei virtuosi è di pensarsi a posto; e invece pregare è sempre tendere la mano vuota e impotente, come bambini appena nati, inermi. Come bambini che aprono gli occhi sul mondo e incontrano la faccia della madre; e in quella faccia imparano a parlare e a sorridere. Come sarebbe bello, da adulti, poter pregare Dio con la stessa limpida confidenza di un bambino con sua madre e suo padre. E noi invece, orgogliosi o distratti, non sappiamo fare ciò che sa fare un bambino.

    Bisogna imparare e reimparare a pregare. Il maestro si è accorto che gli studenti hanno l’ortografia malferma, e con pazienza, senza scoraggiarsi, ricomincia da capo. Ma come impareranno quegli uomini cui nessuno ha insegnato, quei figli messi a letto da babysitter frettolose, o che si addormentano davanti alla tv? E quei genitori attenti al corso di inglese e di danza e di nuoto, che però non hanno mai detto ai figli: preghiamo? (Come in una collettiva avversione all’inginocchiarsi).

    Rievangelizzare è anche questo, è anche ricominciare, umilmente, dall’alfabeto. Tornare al momento in cui la grazia interpella la nostra libertà: e felicemente, più liberi ora che prima, ci si proclama figli. Lo insegnavano le madri, una volta, e era lingua materna, naturale. Ma ora cosa può spingere tanti adulti a questo passo – che non sia il dolore, oppure la paura, quando si invecchia? Una bellezza, forse, una bellezza concreta, sotto agli occhi. Come la storia dell’uomo beatificato domenica scorsa, così dura eppure luminosa; come quel popolo che a Roma abbiamo visto dormire sui marciapiedi, quasi mendicanti – mendicanti, però, felici. Mendicanti di Cristo: nel gesto che anche stanotte si compirà di nuovo in milioni di case nel mondo – più facilmente dove si è poveri o minacciati e profughi, e il bisogno rende evidente la nostra realtà di creature. Padre Nostro, diranno, e lo insegneranno ai loro bambini. E in quel dialogo saranno uomini davvero; non un caso, non un povero nulla speso in un effimero volgere di stagioni.

    Marina Corradi

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  21. 21

    cristoph

    Mi rifaccio al sempre attualissimo articolo (sezione Cultura cristiana di Bergamo.info – http://www.Bergamo.info/culturacristiana) redatto sulla base di uno scritto di Sandro Magister e riguardante il continuamente rimontante politeismo: quale testimonianza di qualunque genere può esservi se ciò che sarebbe da testimoniare è creato dall'uomo (l'idolo) per compensare le sue incomprimibili esigenze? In tali casi, come può l'uomo dire: credo?

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  22. 22

    viva la partecipazio

    Dopo aver letto con attenzione tutto quanto sopra (non mi sono nemmeno accorto, quasi due ore però) mi pongo una domanda che solo apparentemente – secondo me – è retorica. Mi chiedo, infatti, quale testimonianza diano e possano dare di sè e delle loro aggregazioni i politicanti, locali, regionali e nazionali, specie se autoproclamantisi "cattolici". Quindi, non solo se siano in grado di urlare "Mio Signore, mio Dio" ma anche se soltanto siano in grado di dire "puerilmente" "Se non vedo e non tocco, non credo", perché nemmeno sarebbero nelle condizioni di accettare la realtà. Si tratta, a mio avviso, di anticristianesimo al peggior stadio, nemico acerrimo, più delle teorie, del Cristianesimo. Distruttivo. Ma io, come tanti in questo sorprendente sito, posso forse gridare con gioia: "MIO SIGNORE, MIO DIO!"

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  23. 23

    Giuseppe

    Mi sembra che un po' tutti si siano concentrati sulla testimonianza. Su cosa si basa la testimonianza cristiana?. Nel dire: credo in Te Gesù. Ma è "credere" anche il tenere per testimoni attendibili gli apostoli. "Credere" in Cristo, dunque, equivale a credere negli Apostoli? Direi di no: un conto è credere alla Parola di Dio, in sè, anche come frutto di esperienza personale, e altro conto credere a quello che gli Apostoli hanno raccontato come testimoni pur del tutto credibili. Dunque, la testimonianza cristiana sarebbe tale se fondata sulla Parola di Dio, testimonianza diretta anche indipendente dalla testimonianza vissuta degli Apostoli. Infine, si può credere in Gesù anche indipendentemente dagli Apostoli, la cui testimonianza semplicemente rafforzerebbe il nostro "credere"?

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  24. 24

    Kamella Scemì

    Quel che dicevo poco sopra, il 2 maggio scorso, ore 12.31, cioè che chiedere la verifica in difesa di ciò che appare assai probabilmente “malato”, cioè infetto dal male, crea la responsabilità di chi ha condotto la verifica di rispondere anche di quella partecipazione, di difesa o per verifica già indirizzata nell’esito, a un male assai probabile, sempre che non lo si sia immediatamente contrastato (come accaduto per alcuni di coloro che hanno aderito alle tirannie naziste e comuniste, ritenendo di poterle “aggiustare” dall’interno, poi pentendosene sinceramente), trova una possibile base storica di paragone in quanto riportato nell'articolo apparso sul grande giornale http://www.Avvenire.it di oggi.

    FASCISMO: Ebrei in camicia nera, l’assurda alleanza.

    Nel 1922, quando il fascismo prende il potere in Italia, gli ebrei – una piccolissima minoranza della popolazione, circa 45000, cioè l’uno su mille – erano profondamente integrati nel contesto sociale e culturale del Paese. Avevano appoggiato il processo risorgimentale, partecipando attivamente ai moti e alle guerre d’indipendenza e legando strettamente la loro emancipazione al processo di costruzione della nazione italiana. Erano stati protagonisti dell’irredentismo, avevano partecipato con entusiasmo, come gli ebrei tedeschi e quelli francesi, alla prima guerra mondiale, nella convinzione che i legami di appartenenza nazionale si sarebbero ulteriormente rinsaldati versando il proprio sangue per la patria italiana. Avevano dato alla politica italiana ministri come Luzzatti, sindaci come Nathan, alti funzionari dello Stato e dell’esercito. Erano, cioè, profondamente italiani. Anche il sionismo, che aveva in quegli anni profonde radici nel mondo ebraico dell’Europa orientale, rappresentava in Italia a quella data un movimento assai marginale, patrimonio di una piccola élite, e tale sarebbe rimasto anche negli anni seguenti, nonostante il crescere di gruppi che univano all’anelito per il ritorno a Sion quello di un profondo rinnovamento interiore dell’ebraismo. Quando per gli italiani l’adesione alla patria si identificherà con quella allo Stato fascista, quindi, anche gli ebrei italiani, come gli altri cittadini, aderiranno al fascismo. In che forma e in che misura rispetto al resto degli italiani, è una questione che merita di essere vista più da vicino.

    Gli ebrei italiani iscritti al Partito Nazionale Fascista all’epoca della marcia su Roma erano, secondo dati desunti dal censimento degli ebrei del 1938, circa il 3 per mille degli iscritti complessivi. Una percentuale molto più alta di ebrei, oltre il 10%, si ritrova fra gli intellettuali antifascisti, fossero socialisti o liberali come quelli che aderirono al manifesto di Croce del 1925. Man mano che il regime si consolidava e acquistava consenso, evidentemente, la percentuale di ebrei con la tessera fascista era destinata a crescere, anche se diventava meno significativa di un’adesione sincera all’ideologia fascista. Forte restava comunque la presenza antifascista fra gli intellettuali, rivelata da alcuni segnali inequivocabili: quando nel 1931 il regime impose il giuramento di fedeltà al fascismo ai docenti universitari, ebrei erano ben 6 dei 14 professori ordinari che rifiutarono il giuramento, con il risultato di dover abbandonare la cattedra; una proporzione enorme rispetto al numero degli ebrei italiani e anche rispetto alla proporzione di ebrei fra i docenti universitari. Ugualmente alto fu il numero degli ebrei presenti fra gli arrestati torinesi del 1934 e del 1935, appartenenti al gruppo clandestino di «Giustizia e Libertà». Fu questo fra l’altro il primo momento in cui il regime sottolineò l’identità ebraica degli arrestati, iniziando quell’identificazione fra ebraismo e antifascismo che sarebbe ulteriormente stata incrementata dalla campagna antisionista iniziata nel 1937, volta ad identificare il sionismo con l’antifascismo e a perseguitarlo in quanto tale.

    Se in genere quindi possiamo dire, con Michele Sarfatti, che gli ebrei furono fascisti come gli altri italiani, e più antifascisti degli altri italiani, resta un fatto che fra gli ebrei gli intellettuali dimostrarono un maggiore riluttanza al fascismo e un maggiore attaccamento ad una visione liberale e democratica della politica e della cultura, quale era stata del mondo ebraico italiana nel Risorgimento. Gli anni Trenta furono segnati da un netto conflitto all’interno degli organismi comunitari: da una parte i fascisti per convenienza o conformismo, che cercavano di convivere al meglio con il fascismo; dall’altra una tendenza più risolutamente fascista, che diede vita nel 1934 a Torino a un giornale, La nostra Bandiera, e ad un movimento, quello degli «Italiani di religione ebraica», che cercò di conquistare la direzione delle Comunità, ottenendo la maggioranza a Torino e Firenze. Era fortemente antisionista, tanto che nel 1938, nell’imminenza del varo delle leggi razziste, un gruppo di «bandieristi», su iniziativa di uno dei leader del movimento, Ettore Ovazza, compì un vero e proprio attacco squadristico alla sede fiorentina della rivista sionista Israel devastandola.

    A pesare sulla situazione degli ebrei italiani e sulla loro adesione al fascismo era anche quanto succedeva agli ebrei tedeschi dopo il 1933, con l’avvento di Hitler al potere. Fino a che Mussolini distinse nettamente la sua politica da quella hitleriana, fu possibile al mondo ebraico italiano esprimere la sua preoccupazione per quanto succedeva in Germania e partecipare all’attività di aiuto e sostegno ai profughi senza entrare troppo in conflitto con il regime. È vero che nel 1936 Raffaele Cantoni, che dirigeva il gruppo milanese di questo Comitato di assistenza ai profughi, fu rimosso dal suo incarico, ma Cantoni, che poi sarebbe stato il maggior protagonista della ricostruzione dell’ebraismo italiano del dopoguerra, era antifascista e sionista. Dopo il novembre 1937, con la costituzione dell’Asse Roma-Berlino, ogni spazio per una convivenza degli ebrei con il fascismo si chiuse, tranne che per pochi tra i più accesi «bandieristi». Le comunità cercarono di salvare il salvabile, molti emigrarono, molti si convertirono, nella vana speranza di sottrarsi così alla persecuzione. Con il 1938 non si può più parlare di ebrei e fascismo, ma solo di fascismo contro gli ebrei.

    Anna Foa

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  25. 25

    LORY

    Per dare testimonianza cristiana occorre che il quadro sociale sia almeno in parte coerente: oggi siamo oppressi da tutto ciò che ci porta lontani da tale via, e non troviamo chi sappia aiutarci, specialmente nel mondo del lavoro. Appena si sale un po' si trovano o burocrati o politicanti approfittatori.

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  26. 26

    Giuli

    Mi sembra incredibile, si può ancora scrivere: "mio Signore, mio Dio!" lo si può fare in un giornale d'informazione. Si può ancora partire dall'insegnamento di Cristo e dall'esegesi della Parola, si può ancora sostenere che Essa è la base di ogni attività umana. Tutto ciò senza essere tacciati di essere bigotti e reazionari! Senza sentirsi accusati di essere membri di una comunità di beghine e baciapile.

    Vi chiedo e mi chiedo in quale facoltà universitaria si tiene un dibattito teologico, filosofico, letterario, politico insomma interdisciplinare di così alto profilo?

    Papa Benedetto XVI baciato dalla Grazia dello Spirito Santo ci indica la via e noi come bambini apprendiamo ogni giorno di più quanto ci renda liberi il seguirla.

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  27. 27

    prete anonimo

    Grazie Giuli,

    stavo meditando le tue parole e mi interrogavo circa il fatto che assai spesso inappropriata appare ed è la preparazione che ci viene data nei nostri seminari, per lo meno sotto l'aspetto del suo insito rifiuto a confrontarci nella conoscenza delle Scritture con quel che di straordinariamente interessante e bello avviene nelle comunità cristiane. Il Grande Parroco di Roma ce lo ripete spesso, ma finché qualcuno non ce lo "spara" in faccia, anche con crudezza realistica, come hai fatto tu, non vogliamo crederci. Abbiamo talora la supponenza, qui da noi almeno, in Lombardia, di vivere, per nostra "fortunata" e pur sofferta scelta, in un limbo dorato, rispetto al quale i nostri fratelli, i nostri fedeli, starebbero comunque un gradino più in basso. E' peccato di superbia, pur nell'umiltà dei comportamenti da noi quasi sempre tenuti. Preghiamo, preghiamo di più. Torniamo a leggere il Breviario. Torniamo a studiare e a non disperdere le nostre forze in mille attività spesso superflue. Facciamo i preti, vivaddio!

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  28. 28

    Karl Heinz Treetball

    Riprendo l'argomento trattato lo scorso 4 maggio alle ore 10,12 da Kamella Tschemì (sul suo curriculum il cognome è scritto così) in materia di testimonianza. Riporto l'interessante articolo apparso su Avvenire di oggi, cui faccio seguire alcune considerazioni.

    Testimoni digitali: voce di Dio nel web. Aperto a Macerata il convegno nazionale

    dell'inviato GIACOMO GAMBASSI

    Torniamo ai campanili. Sì, torniamo a far suonare quella «voce di Dio» che è stato il crocevia di paesi o quartieri e che oggi può essere il riferimento del «vil­laggio globale». Nella Rete, spazio per anto­nomasia senza campanili e senza gerarchie, dove si tende a fuggire dalle vette per paura di perdere la propria li­bertà, c’è bisogno di «vo­ci che tocchino». Ecco la sfida che attende la Chie­sa italiana nell’era della connessione permanen­te. Ed ecco il compito dei «testimoni digitali» chia­mati a essere la «campa­na » del web che aiuti an­che «i lontani ad alzare lo sguardo verso il campa­nile e magari a entrare in chiesa».

    E lo sguardo si alza davvero dalla platea ascoltando l’intervento di monsignor Dome­nico Pompili, sottosegretario della Cei e di­rettore dell’Ufficio nazionale per le comuni­cazioni sociali, che ieri pomeriggio ha aper­to il convegno nazionale «Abitanti digitali» a Macerata. Gli occhi degli oltre 250 parteci­panti – fra direttori degli uffici diocesani, o­peratori dei media e webmaster diocesani ­puntano verso l’alto anche perché l’incon­tro di tre giorni, promosso dall’Ufficio na­zionale per le comunicazioni sociali e dal servizio informatico della Cei, si tiene in una ex chiesa, quella di San Paolo, oggi auditorium della facoltà di giurisprudenza, dove il campanile ha smesso di suonare. Quasi u­na metafora dei rischi che «la cultura attua­le, modellata dai media», disabitui le nuove generazioni «alla memoria e alla custodia di un patrimonio condiviso», sottolinea nel sa­luto il vescovo di Macerata-Tolentino­Recanati-Cingoli-Treia, Claudio Giuliodori, nella doppia veste di padrone di casa e di presi­dente della Commissione episcopale per la cul­tura e le comunicazioni sociali.

    Però la comunità cristia­na non intende «battere in ritirata», anzi punta a «comprendere lo specifico di questo ambiente», evidenzia don Ivan Maf­feis, vicedirettore del­l’Ufficio Cei per le comunicazioni sociali, nell’introduzione. O, come dice il titolo del­l’appuntamento, la Chiesa vuole «abitare» il mondo digitale. Un «verbo programmatico», lo definisce Pompili. Nel senso che «signifi­ca dare forma al mondo» e «indica uno stile responsabile». In pratica, l’abitare – che poi rimanda al vivere – ha a che fare «con la que­stione del senso, dell’identità, della relazione ». Del resto, precisa il sottosegretario Cei, è un abbaglio pensare che ci sia «un’incompatibilità strutturale tra i nuovi linguaggi e il messaggio senza tempo, e per tutti i tempi, della Chiesa». Certo, la verticalità non fa parte del web che è governato dai rapporti alla pari. Per questo conta «l’autorevolezza di chi parla con cre­dibilità ». Che si traduce nel partire dall’esperienza per costruire anche online «spazi a misura d’uomo» ispi­rati al «bene comune», afferma Pom­pili.

    Il Convegno di Macerata – che rien­tra negli eventi che preparano al Con­gresso eucaristico nazionale in pro­gramma ad Ancona del 3 all’11 set­tembre prossimi – si inserisce nel cammino della Chiesa italiana «per rilanciare e sviluppare una nuova in­telligenza della fede», evidenzia Giu­liodori. Grazie al decennio appena conclu­so sul tema «Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia», durante il quale è sta­to pubblicato anche il direttorio «Comuni­cazione e missione» (che il vescovo di Ma­cerata chiama «una bussola per l’evangeliz­zazione del mondo contemporaneo»), si è ar­rivati ai grandi incontri di «Parabole media­tiche » del 2002, di «Testimoni digitali» dello scorso anno e adesso di «Abitanti digitali».

    «Titoli – nota Giuliodori – che potrebbero far immaginare una Chiesa tutta proiettata a inseguire linguaggi e mode dei media». Inve­ce, conclude il vescovo, il percorso è quello di «educare da cristiani alla piena cittadi­nanza in questo nuovo mondo digitale, con­servando le prerogative della dignità umana e sviluppando una più intensa esperienza spirituale».

    Giuliodori: educare alla cittadinanza «on line». Pompili: aiutiamo i lontani ad alzare lo sguardo verso l’alto.

    Maffeis: i cristiani non temono questo mondo.

    Noi, commentatori di Bergamo info, questo giornale familiare d'opinione, rispondiamo a quelle identificazioni? come stiamo utilizzando il web? siamo all'altezza delle potenziali attese?

    In ogni caso e dall'altra parte, le strutture della Chiesa cattolica sono pronte a dare i supporti necessari per lo sviluppo "intelligentemente web" della diffusione della Parola di Dio? Nel caso di Ihssane, la ragazza marocchina che ritiene ordinato da Allah il portare in ogni luogo il velo islamico, la cosa si è dimostrata clamorosamente carente, nonostante gli aiuti culturali al riguardo tempestivamente richiesti. I convegni stanno bene, e le parole, specie se belle, pure. L'operatività, però, è un'altra storia, specie quando nasce a rischio e spese di fedeli che tali cercano di essere in momenti tanto difficili. Null'altro.

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  29. 29

    Karl Heinz Treetball

    Completo quanto sopra, sempre riprendendo da Avvenire di oggi:

    «La comunicazione globale oggi offre strumenti di condivisione che si esprimono con modalità inedite».

    Scaglioni: nuovi media capaci di fare comunità.

    La Chiesa impegnata nella sfida del dialogo

    DI PAOLO VIANA

    Chiamatelo paradigma di Sohaib. Oppure di Abbotabad, perché la sostanza non cambia. È l’esempio da cui parte Massimo Scaglioni, docente di storia dei media all’Università Cattolica, per spiegare quali siano le opportunità e i rischi della convergenza dei media, ossia di quell’unione sempre più stringente fra mezzi di comunicazione tradizionali e nuovi media. Sohaib Athar è il consulente informatico che, abitando a pochi chilometri dalla casa di Osama Benladen ad Abbotabad, ha acquisito una notorietà planetaria dando la notizia del raid americano. Sohaib ha battuto i grandi media ma non è questo a farne un paradigma della superiorità dei new media. Al contrario, per Scaglioni, intervenuto ieri all’auditorium San Paolo, il caso di Sohaib dimostra che la «visibilità» della comunicazione diffusa, quella dei social network, dipende ancora dall’attenzione che gli riserva la comunicazione istituzionale. Del resto, oggi, l’ambiente massmediale è attraversato da flussi che si intersecano: quello verticale è proprio dei «mezzi istituzionali», come possono essere le grandi tv o i maggiori quotidiani; quello «diffuso» ha come perno lo scambio di informazioni dal basso, sull’esempio di Sohaib. E allora ecco la domanda: come cambia la comunicazione in un ambiente convergente dove tutto è connesso e le notizie rimbalzano come palline? Per comprenderlo Scaglioni fa ricorso ai paradigmi ­questi, veri paradigmi scientifici – di James Carey. Il primo è quello della «trasmissione». Il messaggio è come un pacco postale che va da un punto all’altro. Solo che fra i flussi della cultura digitale «si fa più fatica» perché non sappiamo come arriverà a destinazione e quali percorsi di senso farà. Il secondo paradigma richiama la «comunità».

    «E oggi i media – afferma il docente – diventano strumenti di condivisione in modalità inedite: un programma televisivo viene frammentato, caricato su YouTube e condiviso attraverso Twitter e Facebook…».

    Inoltre, i mezzi di comunicazione offrono occasioni di commento come fossimo in piazza. «Una notizia diffusa dai media tradizionali diventa oggetto di discussione sui siti o sui social network». Di fronte a questo scenario, quali porte si aprono per la comunità cristiana?

    Secondo Scaglioni, la Chiesa deve «accettare la sfida del dialogo» con una cultura «densa e diffusa».

    Inoltre, se il sistema mediale permette di convergere, i mezzi di comunicazione cattolici in Italia «sono senz’altro un esempio importante di come si possa contribuire a fare comunità». E poi c’è la sfida educativa che si lega strettamente alla cultura digitale. Però l’approccio dovrà essere sereno «senza lasciarci soggiogare – conclude il docente – da ingenui entusiasmi o da ingiustificati allarmismi».

    «Presenti segmenti di racconto decontestualizzati. Le nuove tecnologie creano barriere generazionali».

    Eugeni: nella Rete c’è la necessità di educare alla consapevolezza del tempo e dello spazio .

    Il 2 marzo di quest’anno, all’aeroporto di Francoforte, Arid Uka, un ragazzo musulmano d’o­rigine albanese che vive in Germania compie una strage terroristica contro un bus dell’aviazione americana. Il ragazzo confessa di aver agi­to dopo aver visto su Youtube un vi­deo che testimonia lo stupro di alcu­ni soldati statunitensi su una ragazza in Iraq. Dopo quattro giorni il maga­zine Spiegel tv scopre che il filmato è una sequenza del film «Redacted» di Brian de Palma. Ma la sequenza choc è stata inserita sul web senza alcun riferimento al resto, dando vita a «seg­menti di racconto decontestualizza­ti », spiega Ruggero Eugeni, docente di semiotica dei media all’Università Cattolica di Milano, nella prima gior­nata del convegno «Abitanti digitali».

    Ed è proprio questa una delle tra­sformazioni che le dimensioni dello spazio e del tempo hanno avuto su Internet: essere accompagnate da «forme narrative deboli», magari e­strapolate dal contesto. Poi ci sono gli altri due «caratteri salienti» dell’e­sperienza web: l’immediatezza che concentra tutto su una «finestra del presente», sottolinea Eugeni; e la «messa in scena del sé attraverso l’in­timità esposta e pubblica, seppur va­riamente graduata». Ecco perché c’è bisogno di «educare alla consapevolezza del tem­po e dello spazio in Rete», come ben evidenzia il titolo della relazione.

    Se davanti al computer le due dimensioni sono vissute come ambiti «della relazione» e «le contrapposizioni tra virtuale e reale oppure locale e globale tendono a eclissarsi», allora serve «un ri­pensamento e una riformulazione riflessiva del­l’esperienza relazionale immediata» perché l’in­contro via web sia «funzionale a un progetto di u­manesimo integrale», afferma il docente. Il che implica «un superamento del 'qui' e 'ora'», «l’acquisizione di architettu­re narrative complesse e di un senso della lunga durata», «la selezione e il montaggio di esperienze relazionali qualitativamente superiori» e «un ri­torno all’intimità».

    Del resto la Rete è ormai sempre più pervasiva. Come mostrano i dati che Eugeni presenta. Nel 2010 otto fami­glie italiane su dieci con un minore in casa hanno un computer; oltre sette su dieci l’accesso a Internet; e sei su dieci la banda larga. Ma proprio le tecnologie rischiano di diventare u­na barriera fra le generazioni se è vero – secondo le cifre Istat – che nep­pure un anziano su dieci (con più di 65 anni) ha pc e Internet. Anche per­ché la fascia d’età che si tuffa mag­giormente in Rete è quella che va dai sei ai trentaquattro anni e lo fa so­prattutto per le email (79% degli u­tenti) o apprendere (69%). Comun­que sempre di più usano i social network (il 45% dei cybernauti) op­pure partecipano a chat, forum o newsgroup. E di questo «desiderio di essere pre­senti » online la comunità cristiana è chiamata a tenere conto.

    Giacomo Gambassi.

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  30. 30

    Kamella Scemì

    Credo sia interessante, circa l'argomento della testimonianza, questo articolo tratto dall'Osservatore Romano on line:

    All'Università Cattolica di Murcia: Dio al centro della comunicazione, di JOSÉ MARÍA GIL TAMAYO

    Direttore della Commissionedei mezzi di comunicazione sociale della Conferenza episcopale spagnola.

    La comunicazione della Chiesa come sfida e opportunità è stata al centro del terzo Congresso internazionale di giornalisti cattolici svoltosi all'Università Cattolica San Antonio di Murcia, in Spagna, aperto dal direttore de "L'Osservatore Romano" e concluso da una significativa riflessione di monsignor Paul Tighe, segretario del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali.

    Iniziative come questa sono molto utili per migliorare la comunicazione della Chiesa, resa difficile non solo dall'insufficiente adeguamento culturale di due universi molto spesso contrapposti – quello dei media e quello della Chiesa – ma anche dalla sterile atomizzazione di molte iniziative mediatiche cattoliche, soprattutto per l'insistenza nel sottolineare ciò che le differenzia rispetto a quanto le unisce nella comune causa evangelizzatrice che dà loro senso.

    Il tema del congresso riassume il compito dei comunicatori cristiani: da una parte unire con naturalezza due realtà – la Chiesa e il mondo dei media – fra le quali è frequente, purtroppo, la contrapposizione; e dall'altra aiutare la Chiesa ad assumere questo impegno sempre più in chiave di responsabilità e non di angoscia, al servizio di quella nuova evangelizzazione a cui Benedetto XVI ci invita nel nuovo scenario della "società dell'informazione". Quest'ultimo ambito è diventato il paradigma di un mondo secolarizzato, soprattutto in occidente, dove Dio è stato relegato alla marginalità, quando non alla totale irrilevanza. Per i media la religione è, secondo la loro logica parziale, un contenuto estraneo in quanto appartiene alla "vita privata", a meno che non abbia i colori della "cronaca" o l'onnipresente considerazione "politica". A Santiago de Compostela Benedetto XVI ha lanciato uno dei messaggi più importanti del suo pontificato su quella che deve essere la missione prioritaria della Chiesa: "Il suo apporto è centrato in una realtà così semplice e decisiva come questa: che Dio esiste e che è Lui che ci ha dato la vita. Solo Lui è assoluto, amore fedele e immutabile, meta infinita che traspare dietro tutti i beni, verità e bellezze meravigliose di questo mondo".

    Il Papa ha ribadito lo stesso concetto nella sua lettera che ha chiuso la polemica per la remissione della scomunica ai quattro prelati lefebvriani: nel nostro tempo "la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l'accesso a Dio" e "condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo".

    Così, uno dei compiti principali della comunicazione cristiana è quello di far emergere nell'agenda dei media la dimensione trascendente dell'esistenza umana: il piano religioso, senza il quale non capiamo pienamente né noi stessi né il mondo. Si tratta, in definitiva, di collocare Dio al suo posto, al centro dei media, perché egli è al centro della vita umana.

    Questa rivendicazione nasce non solo in virtù dell'inviolabile diritto della presenza di Dio nell'umano, ma anche per il non meno importante diritto della persona a vivere la propria dimensione religiosa anche nella libertà di espressione. In tal senso, è particolarmente illuminante l'insistenza di Benedetto XVI nell'esortare a tornare all'essenziale nella proposta della Chiesa al mondo di oggi, ossia quella dell'esistenza di Dio quale fondamento di tutta la realtà. Come ha ricordato nel discorso all'episcopato latinoamericano ad Aparecida: "Che cosa è il reale? Sono "realtà" solo i beni materiali, i problemi sociali, economici e politici? Qui sta precisamente il grande errore delle tendenze dominanti nell'ultimo secolo, errore distruttivo, come dimostrano i risultati tanto dei sistemi marxisti quanto di quelli capitalisti. Falsificano il concetto di realtà con l'amputazione della realtà fondante e per questo decisiva che è Dio. Chi esclude Dio dal suo orizzonte falsifica il concetto di "realtà" e, in conseguenza, può finire solo in strade sbagliate e con ricette distruttive. La prima affermazione fondamentale è, dunque, la seguente: Solo chi riconosce Dio, conosce la realtà e può rispondere ad essa in modo adeguato e realmente umano. La verità di questa tesi risulta evidente davanti al fallimento di tutti i sistemi che mettono Dio tra parentesi".

    Per ottenere una presenza normale del fatto religioso nell'agenda comunicativa, in primo luogo bisogna rivendicare l'importanza dell'informazione religiosa come genere specializzato, con professionisti formati; in secondo luogo, la Chiesa deve promuovere fra le sue fila l'esistenza di professionisti della comunicazione, cattolici coerenti, e anche la creazione di media propriamente cattolici, per dare così rappresentatività sociale alla visione cristiana del mondo ed evitare che scompaia dall'operatività sociale e culturale, dall'influenza sul pensiero e sull'agenda pubblica.

    Riusciremo così a recuperare dalle rovine della modernità e dal dominio del relativismo la semantica delle grandi verità dell'uomo e della religione, della trascendenza e della fede, eluse nella comunicazione di oggi. Aiutando i media a recuperare il senso della vera realtà.

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  31. 31

    Karl Heinz Treetball

    La testimonianza avviene colla mente e col cuore, e nessuno dei due elementi può mancare. Lo ha affermato il Papa, per la ricorrenza dei 90 ANNI DI ATENEO della Cattolica, dicendo ai docenti che la fede illumina la ricerca dell'uomo

    "Nel Vangelo si fonda una concezione del mondo e dell'uomo che non cessa di sprigionare valenze culturali, umanistiche ed etiche". Rivolto a 7 mila tra studenti e docenti dell'Università Cattolica, ha proseguito: "Il sapere della fede illumina la ricerca dell'uomo, la interpreta umanizzandola, la integra in progetti di bene, strappandola alla tentazione del pensiero calcolatore, che strumentalizza il sapere e fa delle scoperte scientifiche mezzi di potere e diasservimento dell'uomo".

    "A voi, cari docenti – aggiunge l'ex professor dottor Ratzinger rivolto ai suoi antichi colleghi – è affidato un ruolo decisivo: mostrare come la fede cristiana sia fermento di cultura e luce per l'intelligenza, stimolo a svilupparne tutte le potenzialità positive, per il bene autentico dell'uomo. Ciò che la ragione scorge, la fede illumina e manifesta. La contemplazione dell'opera di Dio dischiude al sapere l'esigenza dell'investigazione razionale, sistematica e critica; la ricerca di Dio rafforza l'amore per le lettere e per le scienze profane".

    "A novant'anni dalla sua fondazione, l'Università Cattolica del Sacro Cuore – sottolinea – si trova a vivere in questo tornante storico, in cui è importante consolidare e incrementare le ragioni per le quali è nata, recando quella connotazione ecclesiale che è evidenziata dall'aggettivo "cattolica"; la Chiesa, infatti, "esperta in umanità", è promotrice di umanesimo autentico. Emerge, in questa prospettiva, la vocazione originaria dell'Università, testimoniata da una secolare esperienza: scuola di humanitas nella quale si coltiva un sapere vitale, si forgiano alte personalità e si trasmettono conoscenze e competenze di valore. Secondo la visione cattolica, la fede è dono e atto motivato e pensato, capace di suscitare nei diversi popoli il fiorire di ricche culture.

    Queste considerazioni – ribadisce il Papa – fondano le motivazioni specifiche per cui la Chiesa dà vita ad Università Cattoliche" che sono chiamate a svolgere "con singolare efficacia, sotto il profilo sia scientifico che didattico" un "peculiare servizio alla Verità". Del resto, rileva Papa Ratzinger, "la fede cristiana non fa della carità un sentimento vago e pietoso, ma una forza capace di illuminare i sentieri della vita in ogni sua espressione.

    Senza questa visione, senza questa dimensione teologale originaria e profonda, la carità si accontenta dell'aiuto occasionale e rinuncia al compito profetico, che le è proprio, di trasformare la vita della persona e le strutture stesse della società". "È questo – conclude rivolto ai presenti – un impegno specifico che la missione in Università vi chiama a realizzare come protagonisti appassionati, convinti che la forza del Vangelo è capace di rinnovare le relazioni umane e penetrare nel cuore della realtà".

    "Cari amici – ha detto il Papa a conclusione dell'udienza speciale – auspico che l'Università Cattolica del Sacro Cuore, in sintonia di intenti con l'Istituto Toniolo, prosegua con rinnovata fiducia il suo cammino, mostrando efficacemente che la luce del Vangelo è sorgente di vera cultura capace di sprigionare energie di un umanesimo nuovo, integrale, trascendente".

    A guidare i 7 mila tra studenti e docenti della Cattolica ricevuti dal Papa nell'Aula Nervi, c'era oggi proprio il 77enne Tettamanzi, che secondo voci ricorrenti starebbe per lasciare il suo incarico di arcivescovo di Milano. Nel saluto rivolto al Pontefice, il cardinale ha ricordato che sotto la sua gestione il Toniolo sta percorrendo "speditamente" quello che ha definito "un coraggioso cammino di rinnovamento". "Nostro desiderio e impegno – ha detto – è mostrare come l'identità cristiana sia garanzia di libertà e fecondità cerativa nella coltivazione del sapere e nell'educazione della persona,indissolubilmente; allo stesso tempo – ha scandito – vogliamo far emergere dal ricco patrimonio della fede e della ragione cristianamente ispirata un contributo rilevante ed efficace alla costruzione della città dell'uomo".

    ORNAGHI: LA CATTOLICA ANCORA PIU' IMPEGNATA IN DIFESA DELLA VITA

    L'Università Cattolica si appresta a fondare "un Centro di Ateneo per la Vita, impegnando le migliori risorse intellettuali di ricerca sullo studio della vita in tutte le sue fasi fondamentali, dal suo sbocciare alla naturale conclusione terrena". Lo ha annunciato il rettore, professor Lorenzo Ornaghi, nel suo saluto Benedetto XVI. Tale centro, ha detto, affiancherà gli altri quattro " a cui si devono l'avanzamento e la diffusione della conoscenza scientifica in campi cruciali per la presenza culturale e l'azione pubblica dei cattolici: Centro per la Dottrina Sociale, Centro sulla Famiglia, centro di Bioetica, Centro per la Solidarietà Internazionale".

    Il professor Ornaghi ha anche dato conto al Pontefice, nel breve discorso che ha aperto l'incontro di oggi nell'Aula Nervi per i 90 anni dell'ateneo fondato da padre Gemelli, dell'impegno profuso a sostegno di altre università cattoliche nel mondo: "dopo aver accompagnato i primio passi dell'Università Cattolica Sede Sapientae di Lima, confidiamo – ha assicurato – di poter contribuire ai primio passidell'Università Cattolica di Kalulshi in Zambia".

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  32. 32

    Kamella Scemì

    Da http://www.avvenire.it, sempre a proposito di testimonianza sul web:

    «Dialogo e voci credibili: ecco come farsi ascoltare»

    «Muoversi da cattolici nella Rete non significa agire come agenti di marketing che tentano di piazzare la fede quasi fosse un prodotto di consumo o uno dei tanti messaggi che far circolare». Sgombra il campo da qualsiasi equivoco Chiara Giaccardi, docente di sociologia e antropologia dei media all’Università Cattolica di Milano. A lei si deve la ricerca sui «nativi digitali» e la loro identità che è stata presentata al Convegno di Macerata e da cui emerge un’apertura del 'popolo' giovane della Rete alla sfera religiosa (oltre la metà di coloro che hanno risposto al questionario si dichiara credente). «Di fronte a questa disponibilità che spesso è latente o implicita – afferma la ricercatrice – l’invito ad ascoltare una voce diversa nel web può essere lanciato. Anzi, ritengo che sono molti i luoghi virtuali in cui questa proposta può trovare casa».

    Certo, c’è bisogno di conoscere le caratteristiche dello spazio digitale. «E questo sforzo – spiega Giaccardi – è stato fatto proprio a Macerata con risultati importanti.

    Nel Convegno è stato ben evidenziato che si tratta di un ambiente convergente, in cui è fondamentale la relazione personale». Ed ecco quale consiglio. «Per avvicinarsi ai ragazzi del web occorre muoversi come singoli e non tanto come istituzione. Poi sono essenziali figure che, all’interno della Rete, si siano conquistate credibilità e autorevolezza senza, tuttavia, essere distanti. Potremmo chiamarle 'opinion leader' online perché sono punti di riferimento ma, al tempo stesso, non vengono percepite come lontane. Di fatto sono l’espressione migliore dello spirito del gruppo. E identificarle contribuisce a entrare in sintonia con quella generazione che è sempre connessa». Così anche su Internet potrà entrare la riflessione. «La dimensione del dialogo e dell’interattività è uno stimolo alla riflessività collettiva: laddove le posizioni sono molteplici e si confrontano, è possibile intraprendere percorsi comuni di elaborazione di significato. In ogni caso, tutto ciò avverrà a patto che non si rimanga totalmente immersi nella logica del dispositivo. Perciò è opportuno prendersi qualche pausa: è il 'silenzio digitale' che permette di non essere coinvolti nel continuo gioco fra stimolo e risposta che la Rete ci richiede». (G.Gamb.)

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  33. 33

    Cristoforo

    A proposito della testimonianza richiesta all'arte, riporto questo interessantissimo scritto da http://www.avvenire.it:

    Arte sacra senza ascesi?

    Il ritorno della vita ecclesiale all’asse vitale della comunità eucaristica porta anche al ritrovamento del carattere e dell’ethos comunionale dell’arte liturgica. Il contenuto ontologico dell’eucaristia, la comunione eucaristica come modo di esistenza, presuppone la dimensione cosmologica dell’evento comunionale della vita, cioè la materia e l’uso della materia ovvero l’arte, la trasformazione creatrice della materia in evento di relazione e di comunione. L’arte dell’uomo assunzione e uso del mondo è il presupposto costitutivo della vita, sia che compia l’alienazione della vita sia che la renda incorruttibile e la faccia emergere alla pienezza esistenziale dell’alterità e della libertà personali. Un’etica idealistica senza rapporto con la materia e con l’arte non può esprimere l’ethos ontologico della comunione ecclesiale e lo comprendiamo indagando l’identità organica dell’arte e del culto nello spazio eucaristico. Il culto della Chiesa è arte: opera e frutto dell’uso comunionale della realtà materiale, edificazione e formazione della materia della terra come possibilità di servizio alla vita e alla pienezza esistenziale della vita che è comunione e relazione. E l’arte della Chiesa è culto: non elemento decorativo, bensì manifestazione ed emergenza delle possibilità 'logiche' della materia, dell’armonia dossologica che i «logoi» delle creature compongono quando servono l’evento eucaristico della comunione. La «vera vita» dell’eucaristia si celebra dentro la realtà della creazione. Il tempo liturgico della Chiesa (il ciclo quotidiano, settimanale e annuale delle festività) e lo spazio liturgico (articolazione architettonica e pittorica) sono elementi indispensabili alla celebrazione dell’eucaristia al pari del pane e del vino del sacramento, della connessione immediata della salvezza della vita con la liturgia del mangiare e del bere. Ma per l’uomo dell’era tecnologica l’uso del mondo, cioè la vita come arte ed edificazione dell’evento personale della comunione, sembra aver perso ogni immediatezza di relazione: è la tecnica che oggi interviene tra uomo e mondo, sostituendo la conquista personale dell’arte con il fattore impersonale della macchina. Certo, l’organica cinghia di collegamento dell’uomo con il mondo, la liturgia del mangiare e del bere, non si è persa; tuttavia, il nutrimento ha smesso di ricapitolare la partecipazione dell’uomo alla vita del mondo e di riassumere l’arte dell’uomo, cioè la relazione immediata e la trasformazione creatrice della materia del mondo in possibilità di vita. L’uomo della società rurale non solo l’agricoltore ma anche l’artigiano, l’industriale e il commerciante 'guadagnava' la vita con la sua arte, con il suo misurarsi con le possibilità naturali e sociali della vita, con le possibilità della stessa materia naturale di servire la vita.

    Conosceva le esigenze, le resistenze, il modo di comportarsi dei materiali; conosceva, cioè rispettava la natura. La sua vita e la sua arte erano studio e rispetto del mondo: studiava con il corpo e con l’arte la vita del mondo, partecipando e non facendo violenza al mondo, in sintonia con il ritmo naturale della vita, la nascita, la crescita, il frutto, l’avvizzimento e la morte, il cambiamento delle stagioni, l’universale liturgia della creazione. Nel culto perciò si riassume il problema decisivo della vita contemporanea: com’è possibile che la vita torni a celebrare la dimensione dinamica dell’uso comunionale del mondo; com’è possibile che la tecnica ritrovi l’ethos dell’arte, serva l’autenticità della vita e l’attuazione comunionale dell’alterità e della libertà personali attraverso l’uso del mondo? Com’è possibile che il modo eucaristico di esistenza riconcili ancora il razionalismo della tecnica con il rispetto del senso delle creature, elimini l’inquinamento e la violenza della realtà naturale così come la dissolutezza industriale sul vivente corpo del mondo? Certo, non esistono risposte tali da poter giocare il ruolo di proposte o ricette oggettive di organizzazione della vita. Se si vogliono trovare risposte, esse scaturiranno organicamente attraverso la vera attuazione della vita e nel cammino ditale vera attuazione possono orientarci dinamicamente la liturgia e l’arte eucaristiche. Quel che deve essere innanzitutto chiaro è che l’eucaristia della Chiesa perde ogni contenuto ontologico e si trasforma in evento convenzionale di tonificazione dei sentimenti religiosi se il pane e il vino del sacramento si trasformano in simboli astratti, se smettono di ricapitolare le dimensioni cosmiche dell’evento comunionale della vita.

    La separazione dell’uomo d’oggi dall’ascetica dell’arte e dall’arte dell’ascesi (l’effettivo misurarsi con le possibilità di salvezza della carne dell’uomo e del mondo), il suo isolamento nell’autosufficienza individualistica che la tecnica procura, lasciano dominare sulla scena l’alienazione 'religiosa' della verità ecclesiale, il Cristo delle eresie: un modello morale di uomo perfetto o un’idea astratta di un Dio senza carne. Nei secoli dei suoi concili ecumenici la Chiesa si è opposta agli schemi intellettuali delle eresie per salvaguardare l’universalità cosmica della sua realtà eucaristica, la salvezza incarnata nel pane e nel vino dell’Eucaristia; si è opposta per salvare il corpo dell’uomo e non solo il suo 'corpo' dall’assurdo della morte, per manifestare la possibilità che l’umile materia del mondo ha di unirsi con la vita divina e di rivestire il corruttibile d’incorruttibilità: lotta e impegno di secoli perché la lingua potesse sottomettere l’arbitrarietà della logica individuale e significare la dinamica della vita rivelata dall’incarnazione del Verbo. Insieme con la lingua, poi, la lotta del pittore per dire la stessa verità con il pennello, non formalmente e allegoricamente, ma imprimendo nel disegno e nel colore la gloria della carne umana e cosmica resa incorruttibile. E poi, il canto plastico dell’architetto che 'dona senso' alla pietra e all’argilla; nel suo spazio edificato è contenuto colui che non può essere contenuto e si incarna colui che non ha carne e l’intero creato con la sua bellezza trova giustificazione. Infine, l’inno del poeta e la melodia del compositore, un’arte che sottopone i sensi invece di sottoporsi a essi, rivelando in tale sottomissione il mistero della vita che vince la morte. In ogni caso, l’uso eucaristico del mondo non esclude la tecnica; al contrario, ogni forma di arte ascetica presuppone sempre una tecnica particolarmente sviluppata. Per quanto si sviluppi la tecnica, essa non cessa di essere un uso 'logico' (con «logos») del mondo. Il problema comincia nel momento nel quale questa 'logica' viene limitata alla capacità intellettuale individuale dell’uomo e trascura, ignora o violenta il «logos» dell’ordine del mondo materiale; comincia cioè nel momento nel quale l’uso del mondo serve esclusivamente l’autonomia esistenziale dell’uomo, la sua presuntuosa separazione dal ritmo della vita del mondo. Ciò che oggi diciamo tecnocrazia è un’assolutizzazione della tecnica o meglio un ethos che accompagna una precisa tecnica d’uso del mondo. Non mira al servizio della vita come comunione e relazione personale del mondo, come manifestazione dell’energia personale di Dio nel mondo. Mira all’insaziabile consumismo dell’uomo, al suo bisogno istintivo di possedere e godere. L’uso eucaristico del mondo e la sua relazione con le realizzazioni tecniche dell’uomo trovano un modello comunionale compiuto nel caso dell’arte liturgica. Perciò il contributo essenziale dell’etica teologica ai problemi posti dall’odierna tecnocrazia deve forse essere lo studio dell’ethos dell’arte liturgica o, più concretamente, della questione: come si pone il problema della tecnica e quale ethos è espresso dalla tecnica nell’ambito dell’arte liturgica? Gli agganci più numerosi per avvicinare il tema ci sono dati dall’architettura. La principale caratteristica dell’architettura 'bizantina' è il rispetto del materiale di costruzione, il tentativo di far apparire il 'senso' («logos») proprio del materiale, le possibilità 'di senso' («logikes») della materia, e inoltre il tentativo di realizzare il 'dialogo' dell’architetto con il suo materiale. L’architetto bizantino vuole edificare la 'Chiesa', manifestare la sua verità, lo spazio della sua vita e non intende certo solo dare un tetto all’assemblea dei fedeli. Per il bizantino la chiesa è l’evento dell’eucaristia, la partecipazione del creato alla 'vera vita' del modo trinitario di relazione e di comunione.

    Questo modo è il corpo della Chiesa, la carne del mondo assunto dal Cristo, è l’intera creazione nelle dimensioni del Regno.

    L’architettura bizantina considera e svela questa realtà della carne cosmica del Verbo, l’evento della «chenosi» (svuotamento) di Dio e della 'divinizzazione' delle creature, il modo col quale Dio assumendo la nostra natura materiale dà ipostasi alla nostra esistenza nella vita divina di incorruttibilità e immortalità. Come l’asceta nel confronto diretto col suo corpo, così l’architetto nel confronto con il materiale del quale dispone (con la stessa libertà umile e con la stessa abnegazione) considera le resistenze, ma anche le possibilità della natura, cerca il senso («logos») proprio della materia, non attivo prima dell’incarnazione ma ora attivo, il senso che collega la povertà e le resistenze del materiale naturale con la possibilità stupefacente di questo stesso materiale di contenere l’incontenibile e di dare carne a colui che è senza carne, la possibilità di emergere come carne del Verbo, cioè come Chiesa. Ogni edificio bizantino è un fatto eucaristico: un inserimento dinamico di ogni ente individuale nell’evento universale della comunione ecclesiale. Questo inserimento dinamico è attuazione dell’alterità personale, ma nei termini della comunione, cioè dell’abnegazione dei sentimenti individuali, della sicurezza intellettuale individuale e della sensibilità individuale. Ogni architettura bizantina incarna questa abnegazione ascetica e questo mettersi da parte dell’architetto; perciò manifesta la sua alterità personale e insieme la verità universale della Chiesa. Come costruzione tecnica ogni opera ha un’alterità personale rivelatrice e in questa alterità personale si manifesta la verità universale della Chiesa.

    Così, il corpo dei fedeli che si raccoglie in chiesa per costituire e manifestare la Chiesa, il regno di Dio, la nuova creazione della grazia, non è semplicemente ospitato sotto il tetto di un edificio architettonico ma costituisce con esso un unico spazio di vita e un evento di vita. L’edificio «celebra liturgicamente» con il popolo l’eucaristia del creato, l’anafora dei doni della vita al datore della vita, la rappresentazione dinamica «passaggio all’originale» dei nuovi cieli e della nuova terra. L’edificio e il popolo insieme, il senso («logos») della materia in accordo con l’affermazione dossologica della libertà umana, compongono la liturgia cattolica della Chiesa, la manifestazione del corpo di Cristo. Con la sua incarnazione, infatti, il Cristo ha intronizzato l’intera creazione materiale sul trono di Dio, la creazione è divenuta carne del Verbo, il cosmo è diventato Chiesa. Questa realtà del Dio fatto uomo e del cosmo fatto Chiesa è espressa nell’architettura bizantina con un’altra concezione tecnica di genialità sorprendente: l’introduzione della scala umana nelle dimensioni dell’edificio. Tutte le parti della chiesa sono misurate secondo le dimensioni dell’uomo. Le porte, le finestre, le cancellate, le colonne sono a misura dell’uomo e rimangono delle stesse misure indipendentemente dalla grandezza della chiesa. Le misure sono moltiplicate, ma non diventano più grandi. Così in Santa Sofia di Costantinopoli, ad esempio, le file d’archi al pianterreno hanno cinque aperture, mentre ne hanno sette al piano superiore, e le finestre nei timpani degli archi si moltiplicano in file successive cosicché le aperture più piccole misurano le più grandi e per quanto si guardi in alto lo spazio cresce, si amplia e infine respira all’infinito dentro le quaranta finestre della corona della cupola. In questo modo l’architetto bizantino riesce a conservare come misura della costruzione il «cosmo grande nel piccolo», cioè il microcosmo del corpo umano, creando la vivente unità di un corpo, con parti organiche, e la realtà di un tutto che non annulla, ma fa emergere la parte, la realtà della parte che non si perde nel tutto ma definisce il tutto. Questa relazione organica del tutto con la parte, l’assunzione della misura umana nelle dimensioni dell’intero edificio, è la più sconvolgente espressione sensibile della verità della Chiesa, cioè della relazione della persona con la natura intera; la natura è determinata dalla persona e non viceversa. La Chiesa, nuova natura della Grazia, non è l’organismo monolitico che si impone autoritariamente sui singoli individui ma è un’unità organica di persone che compongono la vita come comunione.

    Nell’architettura sacra bizantina tutte le parti della chiesa sono rapportate alle dimensioni dell’uomo, così il progetto riesce a conservare nella costruzione il senso dell’universo unito al microcosmo del corpo, creando un edificio che rappresenta una vivente unità Questa è la più sconvolgente espressione sensibile della verità della Chiesa, cioè della relazione della persona con la natura intera.

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  34. 34

    Karl Heinz Treetball

    Testimonianza nell'arte: ABenedetto XVI ricorda il compositore ungherese Liszt

    CITTA' DEL VATICANO, 28 MAG. 2011 (VIS). Nel pomeriggio di ieri, nell'Aula Paolo VI in Vaticano, Benedetto XVI ha assistito ad un Concerto offerto in suo onore dal Presidente della Repubblica di Ungheria, Signor Pál Schmitt, in occasione della Presidenza ungherese del Consiglio dell'Unione Europea e del bicenteneraio della nascita di Ferenc Liszt.

    Al termine del concerto il Santo Padre ha ringraziato il tenore István Horváth, l'Orchestra Filarmonica Nazionale Ungherese ed il Gruppo Corale Nazionale, che hanno eseguito musiche di Ferenc Liszt: la "Festmarsch zur Goethejubiläumsfeier", la "Vallée d'Obermann" e la "Ave Maria-Die Glocken von Rom" che trae ispirazione da un Salmo.

    Benedetto XVI ha affermato che i "colori orchestrali (…) ci hanno donato la bellezza e la gioia dell'ascolto, hanno suscitato in noi una vasta gamma di sentimenti: dalla gioia e festosità della marcia, alla pensosità del secondo pezzo con una ricorrente e struggente melodia, fino all'atteggiamento orante a cui ci ha invitato l'accorata Ave Maria".

    "Una parola anche sul bellissimo Salmo XIII" – ha proseguito il Pontefice – "Risale agli anni in cui Liszt soggiornò a Tivoli e a Roma; è il periodo in cui il compositore vive in modo intenso la sua fede (…) Il brano che abbiamo ascoltato ci ha dato l'idea della qualità e della profondità di questa fede. È un Salmo in cui l'orante si trova in difficoltà, il nemico lo circonda, lo assedia, e Dio sembra assente, sembra averlo dimenticato. E la preghiera si fa angosciosa davanti a questa situazione di abbandono: 'Fino a quando, Signore?', ripete per quattro volte il Salmista".

    "È il grido dell'uomo e dell'umanità, che sente il peso del male che c'è nel mondo; e la musica di Liszt ci ha trasmesso questo senso di peso, di angoscia. Ma Dio non abbandona. Il Salmista lo sa e anche Liszt, da uomo di fede, lo sa. Dall'angoscia nasce una supplica piena di fiducia che sfocia nella gioia: 'Esulterà il mio cuore nella tua salvezza ¼ canterò al Signore, che mi ha beneficato'. E qui la musica di Liszt si trasforma: tenore, coro e orchestra innalzano un inno di pieno affidamento a Dio, che mai tradisce, mai si dimentica, mai ci lascia soli".

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  35. 35

    Karl Heinz Treetball

    ENTUSIASMO E CORAGGIO DEGLI ALBORI PER ANNUNCIARE CRISTO

    CITTA' DEL VATICANO, 30 MAG. 2011 (VIS). Questa mattina il Santo Padre ha ricevuto i partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova Evangelizzazione, istituito nell'ottobre 2010. Presidente del Dicastero è l'Arcivescovo Salvatore Fisichella.

    Nel riferirsi al tema del prossimo Sinodo dei Vescovi, in programma nell'ottobre 2012, sul tema: "Nuova evangelizzazione e trasmissione della fede cristiana", il Papa ha detto: "Il termine 'nuova evangelizzazione' richiama l'esigenza di una rinnovata modalità di annuncio, soprattutto per coloro che vivono in un contesto, come quello attuale, in cui gli sviluppi della secolarizzazione hanno lasciato pesanti tracce anche in Paesi di tradizione cristiana".

    "La crisi che si sperimenta" – ha proseguito il Pontefice – "porta con sé i tratti dell'esclusione di Dio dalla vita delle persone, di una generalizzata indifferenza nei confronti della stessa fede cristiana, fino al tentativo di marginalizzarla dalla vita pubblica. (…) Inoltre, si verifica spesso il fenomeno di persone che desiderano appartenere alla Chiesa, ma sono fortemente plasmate da una visione della vita in contrasto con la fede".

    "Annunciare Gesù Cristo unico Salvatore del mondo" – ha sottolineato il Pontefice – "oggi appare più complesso che nel passato; ma il nostro compito permane identico come agli albori della nostra storia. La missione non è mutata, così come non devono mutare l'entusiasmo e il coraggio che mossero gli Apostoli e i primi discepoli".

    "Nel corso dei secoli la Chiesa non ha mai smesso di proclamare il mistero salvifico della morte e risurrezione di Gesù Cristo, ma quello stesso annuncio ha bisogno oggi di un rinnovato vigore per convincere l'uomo contemporaneo, spesso distratto e insensibile. La nuova evangelizzazione, per questo, dovrà farsi carico di trovare le vie per rendere maggiormente efficace l'annuncio della salvezza, senza del quale l'esistenza personale permane nella sua contraddittorietà e priva dell'essenziale. Anche in chi resta legato alle radici cristiane, ma vive il difficile rapporto con la modernità, è importante far comprendere che l'essere cristiano non è una specie di abito da vestire in privato o in particolari occasioni, ma è qualcosa di vivo e totalizzante, capace di assumere tutto ciò che di buono vi è nella modernità".

    "Mi auguro" – ha detto ancora il Papa – "che nel lavoro di questi giorni possiate delineare un progetto in grado di aiutare tutta la Chiesa e le differenti Chiese particolari, nell'impegno della nuova evangelizzazione; un progetto dove l'urgenza per un rinnovato annuncio si faccia carico della formazione, in particolare per le nuove generazioni, e sia coniugato con la proposta di segni concreti in grado di rendere evidente la risposta che la Chiesa intende offrire in questo peculiare momento".

    "Se, da una parte, l'intera comunità è chiamata a rinvigorire lo spirito missionario per dare l'annuncio nuovo che gli uomini del nostro tempo attendono" – ha concluso il Papa – "non si potrà dimenticare che lo stile di vita dei credenti ha bisogno di una genuina credibilità, tanto più convincente quanto più drammatica è la condizione di coloro a cui si rivolgono".

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  36. 36

    Bergamo.info

    Da http://www.Avvenire.it:

    Fede e ragione: la sconfitta di Heidegger

    Premetto la mia inadeguatezza a questo tema e specialmente a trattarlo con voi: non ho infatti alcuna vera formazione scientifica, mentre per la filosofia e la teologia sto cercando di ricuperare una pausa di 25 anni. Ho però sempre avuto un grande interesse alle scienze, come terreno fondamentale del confronto tra fede e ragione oggi; inoltre i miei studi si concentrano attualmente sulla questione di Dio, che per sua natura ha a che fare con tutto l’umano, inclusa la comprensione delle scienze. Vi esporrò dunque, con poca organicità, alcune idee e convinzioni che mi sembrano significative. La prima di esse riguarda l’importanza delle scienze, che emerge di continuo nella nostra vita. Sappiamo tutti, inoltre, che le scienze, e gli uomini di scienza, hanno oggi un grande peso presso l’opinione pubblica, tanto che si parla di una loro leadership culturale. Ma io mi riferisco a qualcosa di diverso e, per così dire, di più intrinseco: i procedimenti euristici che caratterizzano le scienze moderne ci consentono una nuova e più precisa conoscenza dell’indole e dei modi di procedere della nostra intelligenza. Sono quindi assai rilevanti per la gnoseologia e in genere per la filosofia. Se è vero che la riflessione sulle scienze moderne consente alla ragione una nuova e più approfondita comprensione di se stessa, ne risulta confermata l’indole storica della nostra ragione, nel senso del suo progressivo rivelarsi a se stessa.

    Una seconda considerazione, in certo senso complementare alla prima, è che il rapporto della fede, e della teologia, con le scienze ha bisogno di essere mediato dalla filosofia: in concreto da un esercizio della ragione filosofica che, da una parte, è «interno» alla teologia, poiché la teologia è fides quaerens intellectum; dall’altra parte deve essere autonomo rispetto alla fede e alla teologia, perché la filosofia è autonoma o non è filosofia. Qui ci imbattiamo però nella celebre obiezione di Heidegger (nella sua Introduzione alla metafisica), secondo la quale l’«interrogarsi» proprio della filosofia e il «credere» proprio della teologia sono due atteggiamenti che si escludono reciprocamente, perché il credente non può porsi la domanda fondamentale della filosofia («Perché esiste qualcosa piuttosto che nulla?») senza rinunciare al suo atteggiamento di credente.

    Egli può solamente comportarsi «come se» si interrogasse, dato che ha già nella fede la risposta a quella domanda, che per lui è dunque superflua. In realtà questa tesi di Heidegger dimentica ciò che distingue la fede autentica dal fanatismo e dal convenzionalismo, ossia l’amore per la verità e la ricerca sincera di essa, la sincerità con noi stessi. Il credente può conservarsi cioè coerente con la propria fede soltanto se si chiede senza finzioni che cosa crede e perché crede. La fede, dunque, non solo rimane aperta alla domanda radicale della filosofia ma, pur dandole una precisa risposta, al tempo stesso la ripropone continuamente al proprio interno. Già san Tommaso, del resto, afferma che il credere è atto dell’intelletto, avendo per oggetto il vero, la verità divina, ma precisa contestualmente che tale atto si compie per il comando della volontà mossa dalla grazia di Dio e attratta dal bene della vita eterna promessa al credente. Perciò è caratteristico della fede che in essa l’assenso e l’indagine procedano «quasi ex aequo»: l’assenso fermissimo dell’intelligenza alla verità, provenendo non dall’evidenza intrinseca di ciò che si crede ma dalla decisione della volontà, lascia infatti spazio all’ulteriore indagine e all’inquietudine intellettuale. In certo senso, san Tommaso ha dunque prevenuto il problema sollevato da Heidegger. (…)

    Torniamo ora a riflettere sui rapporti tra la fede e la ragione, accolta e valorizzata in questa sua ampiezza. Al riguardo mi ritrovo pienamente nella posizione di Joseph Ratzinger, secondo il quale il razionalismo ha fallito nel suo tentativo di dimostrare le premesse della fede – i praeambula fidei – mediante una ragione rigorosamente indipendente dalla fede, e sono ugualmente destinati a fallire altri eventuali tentativi analoghi. A sua volta, però, è fallito il tentativo opposto di Karl Barth di concepire la fede come un puro paradosso, che può sussistere solo in una totale indipendenza dalla ragione. In realtà «la ragione non si risana senza la fede, ma la fede senza la ragione non diventa umana». Dobbiamo dunque sforzarci di costruire un nuovo rapporto tra fede e ragione, fede e filosofia, perché esse hanno bisogno l’una dell’altra. Ciò non comporta alcuna confusione tra fede e ragione, teologia e filosofia, e tanto meno un circolo vizioso che volesse dimostrare la ragione con la fede e la fede con la ragione. Si tratta piuttosto di tener presente, anche qui, l’unità del soggetto umano, razionale, libero e credente.

    Di fronte a quella dicotomia che nell’epoca moderna tende spesso a instaurarsi tra l’«oggettività» della ragione e la «soggettività» della fede, va ricordato, come sottolineava già Hegel (sia in Credere e sapere sia nell’Introduzione alla storia della filosofia), che la frattura, o l’antagonismo, tra soggettività e oggettività costituisce forse il più grave problema della stessa epoca moderna: un problema che oggi abbiamo più che mai bisogno di lasciare alle nostre spalle, superandolo a partire dalla struttura stessa del soggetto umano, con la sua apertura all’essere e al dono della fede. (…) La nascita e lo sviluppo delle scienze moderne ha portato inoltre con sé un radicale cambiamento dell’immagine sia dell’universo sia anche dell’uomo, cambiamento con il quale la riflessione filosofica non può non confrontarsi.

    In concreto, la filosofia è divenuta esistenziale e storica, considera l’uomo non solo secondo le sue strutture essenziali bensì nella concretezza del suo vivere e morire: pur essendosi assai allontanata e spesso contrapposta alla teologia, almeno da questo punto di vista essa è diventata in certo senso più affine alla teologia stessa. Giovanni Paolo II, nell’enciclica Dives in misericordia (n. 1), ci ha offerto un criterio di grande validità ed efficacia per il nostro rapportarci al pensiero moderno. Scrive infatti: «Mentre le varie correnti del pensiero umano sono state e continuano ad essere propense a dividere e perfino a contrapporre il teocentrismo e l’antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo il Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell’uomo in maniera organica e profonda». E aggiunge: «Questo è anche uno dei principi fondamentali, e forse il più importante del magistero dell’ultimo Concilio». Così è superata in radice la visione catastrofale della modernità antropocentrica – alla quale la nostra filosofia e teologia hanno dato nel passato uno spazio troppo grande –, a condizione però di cambiare segno all’antropocentrismo, rendendolo non alternativo ma tendenzialmente coincidente con il teocentrismo. (…)

    Charles Taylor, nel suo libro L’età secolare, sostiene con buoni argomenti che, sebbene non esista alcun rapporto automatico tra modernità e perdita o diminuzione della fede in Dio, si è verificato tuttavia nella società occidentale un cambiamento decisivo, che ha raggiunto dimensioni di massa verso la metà dell’Ottocento, e che consiste nel passaggio da una società nella quale era «virtualmente impossibile non credere in Dio, ad una in cui anche per il credente più devoto credere in Dio è solo una possibilità umana – un’opzione – tra le altre».

    La ragione fondamentale di questo passaggio per Taylor non è principalmente di ordine teoretico, ma è consistita nell’affermarsi, nella vita concreta personale e sociale, di un «umanesimo esclusivo», per il quale la piena realizzazione di noi stessi, il «fiorire dell’uomo» non ha più bisogno di Dio o riferimento a Dio. A una sfida di questo genere non si può rispondere limitandosi a criticare la sensibilità attuale, mettendone in evidenza gli indubbi limiti e contraddizioni. Bisogno soprattutto attingere alla ricchezza della proposta cristiana su Dio e sull’uomo per offrire a questa sensibilità una possibilità di realizzazione ben più piena e più grande. In concreto, la cosiddetta «riduzione dei desideri» sembra essere la via imboccata dalla nostra civiltà, in maniera sempre più chiara e consapevole negli ultimi decenni. Rinunciamo, cioè, a soddisfare quell’«anelito di pienezza» che portiamo dentro di noi, per prendere invece atto della nostra precarietà e finitezza, adeguando ad esse i nostri obiettivi e le nostre attese. In questo modo però il «fiorire dell’uomo» non può essere che un fiorire molto modesto, difficilmente attraente e tanto meno appagante, specialmente in un tempo come il nostro nel quale le esigenze del soggetto sono esaltate al di là di ogni limite ragionevole. Vi è in tutto ciò una logica profonda: se Dio non esiste e l’uomo è solo nell’universo, viene semplicemente dalla natura e alla natura ritorna – una natura che non sa niente di lui e non si cura di lui –, è difficile pensare che sia possibile soddisfare in qualche modo il nostro «anelito di pienezza».

    Non per caso, dunque, la post-modernità ha sviluppato una critica spesso spietata (valida da un lato, troppo radicale e «nichilista» dall’altro) nei confronti della modernità, anzitutto riguardo alla sua pretesa di autosufficienza del soggetto umano. I credenti hanno nel Dio che è intelligenza e amore, e che ha pronunciato in Gesù Cristo un sì definitivo nei confronti dell’umanità (cfr. 2Cor 1, 17-22), la base per aprire la loro vita a desideri più grandi, per coltivare, insieme all’umiltà, la virtù della magnanimità, che non teme di puntare ad obiettivi anche molto alti. E ciò riguarda ciascuno di noi, dentro le coordinate concrete della sua esistenza. Riguarda le scelte di vita ma anche, e non meno, le idee e i convincimenti (da questo punto di vista l’analisi di Taylor è un po’ unilaterale e può essere ben integrata, ad esempio, con le riflessioni di Rémi Brague, La Saggezza del mondo. Storia dell’esperienza umana dell’Universo, come riconosce lo stesso Taylor). Riguarda in maniera peculiare chi, come voi, oggi intende dedicarsi alla ricerca scientifica nell’ampio orizzonte aperto dalla fede nel Dio di Gesù Cristo e da una razionalità non ristretta. L’augurio, e la preghiera, con cui vorrei terminare è che ciascuno di noi non abbia paura e non esiti a motivare e «saldare» il suo lavoro quotidiano con quella fiducia in Dio che rende possibile essere generosi con noi stessi e con gli altri.

    Camillo Ruini

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    casimiro

    In giovinezza la mente riesce a conservare un bagaglio enorme di informazioni, anche non necessarie. Le menti giovani, che possono immagazzinare dati, come avviene nei computer, non li elaborano più di tanto. La situazione della giovane generazione attuale, con l'avvento dell'informatica, è appunto quella di avere a disposizione una valanga di dati, di "memorie", come si usa dire nel linguaggio "virtuale". Una massa che, però, non è ordinata in un progetto sensato ed è, quindi, arduo elaborarla, comprenderla, trasformarla in uno strumento di conoscenza e di trasmissione, di testimonianza insomma. All'antipodo, certamente, c'è la vecchiaia che incarna un modello antitetico, quello del capire, sì, ma senza ricordare, disperdendo in tal modo la capacità di sintesi e di conservazione. Ma alla vecchiaia, nel senso indicato, i moderni strumenti di memorizzazione rischiano di essere più utili che alla giovinezza. E ciò costituisce un problema, anche per il Cristianesimo e il suo annuncio. Memoria e intelligenza, infatti, non procedono necessariamente insieme e, così, ci troviamo sempre un po' monchi e incompleti. Purché si sia solo "un po' " tali. Eppure ricordare e comprendere è, senz'altro, una meta ardua, ma non impossibile, comunque un'esigenza, anche un risparmio di energie, un bagagliodi esperienza, e questo avviene attraverso la selezione dei dati, il rigore del metodo. Ripeto: ciò deve avvenire anche nella trasmissione del Cristianesimo, non solo delle conoscenze cosiddette laiche. Purtroppo pare che di questo la scuola e la stessa cultura contemporanea non si preoccupino. La vera conoscenza, infatti, unisce al dato appreso lo scavo per comprenderlo, a differenza di quanto oggi accade: «Un'infarinatura di tutto, una conoscenza di niente», per dirla con il celebre scrittore inglese Charles Dickens.

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    Kamella Scemì

    Uno splendido commento su fere e ragione da Sua Eminenza Reverendissima il signor cardinale Gianfranco Ravasi, da http://www.avvenire.it

    PARLARE E CANTARE

    "La ragione può solo parlare, è l'amore che canta".

    La domenica cancella dal calendario quest'anno la celebrazione dell'apostolo "dubbioso" Tommaso al quale, in verità, Dio concede una prova. Ben sappiamo che – come diceva Giovanni Paolo II nella sua enciclica Fides et ratio – la fede e la ragione sono due ali entrambe necessarie per il volo nel mistero divino. Oggi, però, vorremmo sottolineare la diversità di linguaggio, la differente qualità espressiva che esse hanno e lo facciamo con questa bella battuta di uno scrittore francese che fu fiero (e fin eccessivo) avversario dell'Illuminismo, ma che seppe anche scrivere pagine appassionate sulla conoscenza per fede e amore: si tratta di Joseph de Maistre (1753-1821), noto per le sue Serate di Pietroburgo, evocazione del suo soggiorno presso lo zar, serate interpretate da un senatore, un conte, un cavaliere. Uno di costoro ci ricorda ora quella differenza di linguaggio che intercorre tra la ragione che "parla", ossia dipana le sue argomentazioni in modo piano e consequenziale, e l'amore che invece "canta", cioè intuisce, compie balzi nel cielo della verità. La persona umana è capace di parlare e di cantare e lo deve fare con un esercizio severo, con rigore e passione. Come è facile cadere dalla parola nella chiacchiera vana, così è frequente lo stonare nel canto. Fuor di metafora, dobbiamo sorvegliare la logica del nostro pensiero, ma anche impedire che la fede cada nell'illusione o nell'irrazionale e l'amore esploda in atti insensati. Pensare bene e amare e credere in modo puro sono le due grandi vie che ci permettono di parlare in maniera pertinente e di cantare con arte.

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