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28 Comments

  1. 1

    Rotari, Langobardorum filius

    Credo che il brano evangelico in commento ponga un salutare problema circa i rapporti che debbono intercorrere fra il potere e la Legge, specie nell’ambito dell’esercizio di una vera democrazia. Il potere può lecitamente porsi quale dio di se stesso, sia pure in base a una costituzione, comprimendo o ignorando ogni regola divina, iscritta nel cuore e nella mente dell’uomo, quindi, pregiuridica?
    La forza del potere come può essere coniugata con quella dell’amore?

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  2. 2

    Carlo P.

    Il brano evangelico in commento ci pone davanti al senso del Mistero e alla Provvidenza divina che ne scaturisce.

    E ci mostra anche tutta la nostra ovvia ignoranza al riguardo.

    In perfetta sintonia, Sua Eminenza Reverendissima il Cardinale Gianfranco Ravasi, nel Mattutino di oggi su http://www.avvenire.it tratta la questione da par Suo.

    "La nostra conoscenza può essere solo finita, mentre la nostra ignoranza deve necessariamente essere infinita".

    A dire queste parole non è un predicatore in vena di moralismo, ma uno dei grandi filosofi della scienza del secolo scorso, il viennese Karl Raimund Popper, nato nel 1902 e morto a Londra nel 1994. Espressioni analoghe erano state dette o scritte da scienziati del livello di Einstein, Heisenberg e Planck. L'orizzonte della nostra conoscenza, pur esaltante, quanto più s'allarga tanto più vede l'immensità dell'ignoto che gli si schiude innanzi. Questa "ignoranza" è nobile e Montaigne, il celebre pensatore del Cinqucento, nei suoi Saggi la puntualizzava così: «L'ignoranza che si conosce e giudica non è vera ignoranza. Lo è solo quando ignora se stessa». L'ignorante saccente è il vero ignorante e il suo è «un male invincibile», come lo definiva Sofocle in uno dei frammenti a lui attribuiti. Purtroppo ai nostri giorni la superficialità è una divisa indossata con orgoglio, l'arroganza dell'insipiente è rispettata e considerata segno di decisionismo e persino di acutezza. Essa conduce non solo all'approssimazione e all'impreparazione, ma anche alla rozzezza, all'inciviltà, al cafonal, come si è soliti dire (e chi lo è non s'imbarazza certo di essere così classificato). Finisco come ho iniziato. Leggete le righe che ora cito. Non sono neanch'esse di un predicatore, né di un pessimista della ragione. È nientemeno che Voltaire il quale nella sua "Vita di Federico II" scriveva, fin esagerando: «Non sappiamo nulla di noi stessi e ci muoviamo, viviamo, sentiamo e pensiamo senza sapere come. Gli elementi della materia ci sono sconosciuti. Siamo ciechi che procedono e ragionano a tentoni».

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  3. 3

    Kamella Scemì

    Vorrei riprendere, dopo quanto scritto settimana scorsa, e sempre sulla scorta di ciò che è lì riportato, il racconto della creazione, proprio in relazione al problema posto da don Goffredo circa ciò che si deve intendere per "immagine e somiglianza" a Dio da parte dell'uomo.

    A Genesi 2,4 comincia un secondo distinto racconto della creazione, tratto da una fonte originariamente indipendente. Qui «Dio», Elohim, è sostituito dal «Signore Dio», YHWH Elohim. La divinità viene chiamata con il suo nome proprio, YHWH, con il nome comune (piuttosto che nome proprio alternativo) Elohim aggiunto come glossa. L'espressione «il Signore» {the Lord), che per convenzione traduce YHWH in tutte le Bibbie inglesi, è in effetti una traduzione della parola ebraica Adonay, alla lettera «mio Signore». La parola Adonay, che non si trova nel testo, è ciò che anticamente gli ebrei pii scelsero di dire piuttosto che profanare il sacro nome proprio di Dio col pronunciarlo. Più avanti nella sua lunga storia, Dio sarà talvolta Elohim, assai più spesso YHWH, e talvolta uno dei suoi numerosi nomi o epiteti meno frequenti. Benché il testo consideri chiaramente tutti questi nomi come riferiti a un medesimo essere, questo essere nel libro della Genesi si comporta in modo piuttosto diversificato a seconda dei suoi vari nomi.

    Il secondo racconto della creazione – che, in una lettura continuata, è ovviamente il seguito del primo racconto piuttosto che la sua alternativa, da cui si distingue per una differenza di elementi parzialmente inconciliabili che rendono il complessivo racconto di Genesi di altissimo pathos narrativo – mostra un restringimento del centro d'interesse e un innalzamento della tensione tra il creatore e la creatura umana. L'umanità non è più situata sulla «terra» come in un gigantesco paradiso naturale nel quale essere feconda e moltiplicarsi, bensì soltanto in «un giardino in Eden, a oriente», che Dio ha piantato e dato all'«uomo» perché lo coltivi e lo custodisca. E anche il libero dominio che l'umanità doveva esercitare quale immagine di Dio viene ristretto: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti» (Gen. 2,17).

    Nel primo racconto della creazione si comanda qualcosa ma non si proibisce nulla. Adesso, per la prima volta, vi è una proibizione, un comando negativo. Sembra imposta nell'interesse dell'uomo, ma ci chiediamo: se l'uomo deve dominare la terra (come si ricorda dal primo racconto della creazione), perché non gli è consentita la conoscenza del bene e del male? All'uomo non si presenta alcun motivo, per la sua obbedienza, all'infuori di uno che apparentemente avrebbe poco senso. E il Signore Dio, nella seconda storia della creazione, sembra considerevolmente più ansioso, nei confronti della sua creatura, di quanto lo sembrasse Dio nella prima.

    L'atmosfera di ansietà cresce quando il Signore Dio crea la donna. Nell'uomo c'è qualcosa che non va, e di questo difetto il Signore Dio può solo dire: «Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». Crea una donna da una delle costole dell'uomo. L'uomo, nelle prime parole pronunciate da un essere umano nella Bibbia, la acclama con gioia ma senza alcuna espressione di gratitudine nei confronti del Signore Dio:

    Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa.

    La si chiamerà donna perché dall'uomo è stata tolta. (2,23)

    Nemmeno nel primo racconto della creazione il maschio e la femmina dicono nulla in risposta a Dio che li ha creati, ma Dio, da parte sua, sembra non aspettarsi nulla. La sua unica aspettativa è che essi siano, fecondamente, se stessi, soggiogando la terra e servendo pertanto da sua immagine. Il primo racconto della creazione non contiene dunque alcuna storia di trasgressione umana.

    Quanto diverso il secondo, più ampio racconto:

    Ora tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna. Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. (2,25-3,7).

    La coppia morì all'istante, come Dio aveva predetto, ma la loro morte fu spirituale piuttosto che fisica: è l'interpretazione teologica classica della «caduta dell'uomo», il «peccato originale».

    Se mettiamo in rapporto questo racconto con il brano evangelico in commento, dobbiamo prendere atto che fin dall'origine alla conoscenza umana è posto un limite: all'uomo non è consentita la sintesi fra i frutti dell'albero della conoscenza e quelli dell'albero della vita.

    Cioè, ed è ovvio, i poteri dell'uomo non possono essere in toto quelli del suo creatore, perché se così non fosse, Quegli non sarebbe più "Il Creatore". Potremmo allora gettare il testo biblico e abbracciare tutte quelle ideologie che stanno avvelenando il tempo presente, dall'individualismo al relativismo fino all'indifferentismo. La Bibbia sarebbe, o meglio, dovrebbe essere il racconto del trionfo dell'uomo scippatore dei poteri divini, dio di se stesso. Così non è, come l'esperienza ci ha insegnato e ci insegna, e come il testo biblico ci narra. Dio, infatti e innanzitutto, non ha creato un alter ego ma un essere fatto a propria immagine e somiglianza. Somigliante nei poteri? Quando un potere è comunque limitato ha delle regole, deve ubbidire a quelle regole cui è subordinato. Dio, per definizione, non vi è subordinato.

    Qui si inserisce la spiegazione di Gesù: l'elemento di contatto, di rapporto fra l'uomo e Dio consiste nell'amore, quell'amore che, come ho cercato di spiegare settimana scorsa, è la ragione prima della creazione dell'uomo, la sua ragione di vita, la forza che lo ha tratto dal pensiero di Dio. Senza di esso i parziali poteri attribuitigli diventano fini a se stessi, non sono degni né dell'uomo né dello sconvolgente soffio divino. Solo attraverso l'amore verso Dio, in misera e comunque limitata risposta al Suo amore, l'uomo, rigenerando e rinnovando l'atto creativo originario, può ragionevolmente aspirare a una vita eterna faccia a faccia col suo Autore.

    Operando concretamente in qual modo? Seguendo le leggi che regolano quella forza, i comandamenti dettati da Gesù.

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  4. 4

    tommaso

    Letto don Zanchi.

    Letto Nosari.

    Dubbi atroci.

    Credo in un perché della vita?

    Credo in una ragione, in un fine della nostra esistenza (mia e dei miei simili)?

    Se sì, tutto ciò mi permetterà di misurare il tempo?

    Meglio forse non affacciarsi oltre quel confine?

    Quale la via da seguire al fine di non sperimentare il baratro?

    Quale la via da seguire al fine di non sperimentare il senso del caos?

    Non posso ridere.
    http://www.youtube.com/watch?v=wB5asw_H87k

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  5. 5

    Kamella Scemì

    Pubblico il testo del Regina Caeli di oggi:

    BENEDETTO XVI. REGINA CÆLI

    Piazza San Pietro

    Domenica, 29 maggio 2011

    Cari fratelli e sorelle!

    Nel libro degli Atti degli Apostoli si riferisce che, dopo una prima violenta persecuzione, la comunità cristiana di Gerusalemme, eccettuati gli apostoli, si disperse nelle regioni circostanti e Filippo, uno dei diaconi, raggiunse una città della Samaria. Là predicò Cristo risorto, e il suo annuncio fu accompagnato da numerose guarigioni, così che la conclusione dell’episodio è molto significativa: “E vi fu grande gioia in quella città” (At 8,8). Ogni volta ci colpisce questa espressione, che nella sua essenzialità ci comunica un senso di speranza; come dicesse: è possibile! E’ possibile che l’umanità conosca la vera gioia, perché là dove arriva il Vangelo, fiorisce la vita; come un terreno arido che, irrigato dalla pioggia, subito rinverdisce. Filippo e gli altri discepoli, con la forza dello Spirito Santo, fecero nei villaggi della Palestina ciò che aveva fatto Gesù: predicarono la Buona Notizia e operarono segni prodigiosi. Era il Signore che agiva per mezzo loro. Come Gesù annunciava la venuta del Regno di Dio, così i discepoli annunciarono Gesù risorto, professando che Egli è il Cristo, il Figlio di Dio, battezzando nel suo nome e scacciando ogni malattia del corpo e dello spirito.

    “E vi fu grande gioia in quella città”. Leggendo questo brano, viene spontaneo pensare alla forza risanatrice del Vangelo, che nel corso dei secoli ha “irrigato”, come fiume benefico, tante popolazioni. Alcuni grandi Santi e Sante hanno portato speranza e pace ad intere città – pensiamo a san Carlo Borromeo a Milano, al tempo della peste; alla beata Madre Teresa a Calcutta; e a tanti missionari, il cui nome è noto a Dio, che hanno dato la vita per portare l’annuncio di Cristo e far fiorire tra gli uomini la gioia profonda. Mentre i potenti di questo mondo cercavano di conquistare nuovi territori per interessi politici ed economici, i messaggeri di Cristo andavano dappertutto con lo scopo di portare Cristo agli uomini e gli uomini a Cristo, sapendo che solo Lui può dare la vera libertà e la vita eterna. Anche oggi la vocazione della Chiesa è l’evangelizzazione: sia verso le popolazioni che non sono state ancora “irrigate” dall’acqua viva del Vangelo; sia verso quelle che, pur avendo antiche radici cristiane, hanno bisogno di nuova linfa per portare nuovi frutti, e riscoprire la bellezza e la gioia della fede (e quest'ultimo riferimento è evidentemente rivolto a noi, all'Europa scristianizzata o che si sta scristianizzando – n.d.r.).

    Cari amici, il beato Giovanni Paolo II è stato un grande missionario, come documenta anche una mostra allestita in questo periodo a Roma. Egli ha rilanciato la missione ad gentes e, al tempo stesso, ha promosso la nuova evangelizzazione. Affidiamo l’una e l’altra all’intercessione di Maria Santissima. La Madre di Cristo accompagni sempre e dovunque l’annuncio del Vangelo, affinché si moltiplichino e si allarghino nel mondo gli spazi in cui gli uomini ritrovano la gioia di vivere come figli di Dio.

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  6. 6

    Kamella Scemì

    Dopo il Regina Caeli

    Cari fratelli e sorelle, ieri, a Cerreto Sannita, è stata proclamata Beata Suor Maria Serafina del Sacro Cuore di Gesù, al secolo Clotilde Micheli. Originaria del Trentino, fondò in Campania l’Istituto delle Suore della Carità degli Angeli. Mentre ricordiamo il centenario della sua nascita al Cielo, ci rallegriamo con le sue figlie spirituali e con tutti i suoi devoti.

    Chers pèlerins francophones, les lectures d’aujourd’hui nous rapportent le zèle des Apôtres, après la Résurrection de Jésus. Ils parcourent le pays et visitent les communautés. Les malades sont guéris, beaucoup se convertissent. A leur suite, nous sommes appelés à annoncer sans relâche la bonne nouvelle du Salut donné à tous! Jésus Lui-même nous enseigne à aimer comme Lui. N’ayez pas peur de parler de Lui autour de vous et de faire découvrir la beauté de l’Evangile. Que Marie nous apprenne à chanter le Magnificat!

    I greet the English-speaking visitors and pilgrims at today’s Regina Cæli, especially those from Sioux Falls, South Dakota. In the Gospel today, our Lord declares: “I will not leave you orphans”, promising that the gift of the Holy Spirit will make us adopted children of God. Let us pray that we may be faithful to that gift and live fully the new life that Christ offers us. May God bless you all!

    Von Herzen grüße ich alle deutschsprachigen Pilger und Besucher. Die liturgischen Lesungen des heutigen Sonntags lenken unser Augenmerk auf den Heiligen Geist. Die Menschen, die uns in der Apostelgeschichte begegnen, zeigen den Willen und die Bereitschaft, Gottes Wort zu hören. Aber um es zu beherzigen, um es im Herzen aufgehen und Frucht bringen zu lassen, brauchen sie den Geist der Wahrheit und der Stärke, den Jesus den Seinen versprochen hat. Bitten wir in diesen österlichen Tagen den Auferstandenen um seine Gabe: Herr, schenke uns den Heiligen Geist, daß wir dich immer besser verstehen und dich wirklich lieben. – Euch allen wünsche ich einen gesegneten Sonntag und eine gute Woche.

    Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española que participan en esta oración mariana. La liturgia de hoy nos invita a no sentirnos huérfanos de Dios en el mundo, porque Cristo vive y, por su Espíritu, el Espíritu de la verdad, sigue siendo nuestro consuelo, nuestra defensa y nuestra guía. Invito a todos a renovar con gozo la esperanza cristiana que nace del misterio pascual, para afrontar las dificultades, ahuyentar el desánimo y los esfuerzos por construir un mundo más digno del hombre, según los deseos de Dios. Que la Santísima Virgen María nos acompañe en este camino. Feliz domingo.

    Słowo pozdrowienia przekazuję wszystkim Polakom. Wczoraj przypadała trzydziesta rocznica śmierci, kardynała Stefana Wyszyńskiego, Prymasa Tysiąclecia. Wypraszając dar jego beatyfikacji, uczmy się od niego zawierzenia swego życia Matce Bożej. Niech jego ufność wyrażona w słowach: „Wszystko postawiłem na Maryję” będzie dla nas szczególnym wzorem. Pamiętajmy o tym kończąc miesiąc maj, szczególnie poświęcony Matce Najświętszej. Z serca wam błogosławię.

    [Rivolgo il mio saluto a tutti i Polacchi. Ieri ricorreva il 30° anniversario della morte del cardinale Stefan Wyszyński, il Primate del Millennio. Invocando il dono della sua beatificazione, impariamo da lui il totale abbandono alla Madre di Dio. La sua fiducia espressa con le parole: “Tutto ho posto su Maria” sia per noi un particolare modello. Ricordiamo questo al termine del mese di maggio dedicato in modo particolare alla Madonna. Vi benedico di cuore.]

    Sono lieto di salutare i docenti e gli studenti del Pontificio Istituto di Musica Sacra, di cui si celebra il centenario di fondazione. Cari amici, rinnovo per voi l’assicurazione del mio ricordo nella preghiera.

    E infine saluto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli di Piacenza, Pontassieve, Prato, Carmignano, Ascoli Piceno, Teramo e Montesilvano Colle, l’associazione “Apostoli della Divina Misericordia con Maria Regina della Pace”, la Corale “S. Roberto Bellarmino” di Davoli, i bambini della Prima Comunione della parrocchia di San Tommaso Apostolo in Roma, la scuola “Figlie di Gesù” di Carrara e la Federazione Italiana Hockey, che stamani ha organizzato una manifestazione sportiva presso Piazza S. Pietro. Saluto con particolare affetto i bambini colpiti da ernia diaframmatica e i loro genitori, e ricordo che oggi ricorre la Giornata Nazionale del Sollievo, dedicata alla solidarietà con i malati. A tutti auguro una buona domenica, una buona settimana. Grazie per la vostra attenzione. Buona domenica a tutti voi.

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  7. 7

    Karl Heinz Treetball

    Tommaso, qui utilmente replicando filosofi illuministi e sociologi marxisti, dice di nutrire dubbi atroci, di non trovare un perchè nella vita, una ragione, un fine della nostra esistenza.

    Dice che potrebbe essere meglio, forse, non affacciarsi oltre quel confine, dove si potrebbe sperimentare il baratro, il senso del caos.

    Certo, davanti a dubbi del genere, non si può ridere.

    Una domanda: ha mai provato a seguire i due comandamenti di Gesù, facendone la fiaccola nelle tenebre della vita? Ha mai provato la gioia della sequela del Salvatore? Non è polemica, è una proposta. La stessa proposta, accompagnata da osservazioni oggettive, che il Santo Padre ha fatto qualche decina di minuti fa, affacciandosi su Piazza San Pietro.

    Certe contiguità temporali non sono mai casuali… Il pensiero del Papa era proprio rivolto a Te, Tommaso.

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  8. 8

    Clodoveo

    E' necessario applicare i comandamenti dell'amore, quindi, conoscere la legge del cuore e dell'anima, e applicarla. E' possibile al giorno d'oggi?

    Anticipando Kamella, che oggi so essere a spasso sul Lago di Spinone, e dietro sua raccomandazione, propongo il profondo scritto di S. Em. Ravasi, pubblicato nel Mattutino di oggi su Avvenire:

    VENDERE L’ANIMA di GIANFRANCO RAVASI

    "Non c’è niente da fare, oggi per vivere un po’ bene bisogna vendere l’anima".

    «Siamo andati avanti tanto rapidamente in tutti questi anni che ora dobbiamo sostare un attimo per consentire alle nostre anime di raggiungerci». Così confessarono alcuni indigeni latino­americani a Michael Ende, il noto autore del romanzo "La storia infinita" (Longanesi 1981). La vita contemporanea sempre più frenetica, la tecnica sofisticata, la corsa accelerata al piacere impediscono all’anima quella quiete e quel distacco, quella riflessione e quel silenzio che la nutrono e la fanno vivere. Ma c’è qualcosa di peggio ed è ciò che esprime Ignazio Silone nella frase desunta dal suo famoso romanzo "Vino e pane" composto nel 1936, durante il suo esilio svizzero a causa del fascismo. Tanti, troppi sono pronti a vendersi l’anima per il successo, per il denaro, per il piacere o anche semplicemente «per vivere un po’ bene», nell’indifferenza morale.

    Questo tradimento di sé stessi (è quel che dice Nosari nel "pensiero a modo suo", dando dello sciocco o dello scemo a chi non sappia riflettere in tal senso, per poi scegliere – n.d.r.) trasforma la persona solo in un centro di interessi e di necessità materiali, filtra escludendoli il fremito del bene, il rimorso della coscienza, la luce della trascendenza, la pienezza dell’amore. Non si vendono solo i corpi, come (e spesso drammaticamente) accade alle prostitute; si può mettere in vendita sulle strade dell’esistenza quotidiana anche la propria intimità, la dignità, la coerenza, appunto l’anima, per ottenere talora vantaggi banali come una comparsata televisiva o qualche successo nella professione o un pacco di soldi in più.

    Facciamo sì che non ci accada quello che temeva il poeta Montale nei suoi Ossi di seppia (1925), quando vedeva il nostro precipitare «nelle cure meschine che dividono / l’anima che non sa più dare un grido».

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  9. 9

    Simone

    Gentile Tommaso,

    i Suoi pensieri toccano le piu' profonde corde dell'anima, senza retorica e con una semplicita' cosi' potente da non potervi restare toccati.

    Lei chiede l'impossibile, si potrebbe pensare; ma forse non e' proprio cosi'.

    E' con rispetto che le chiedo di valutare il seguente video, che tramite il suo linguaggio astratto, riponde forse adeguatamente ai suoi dubbi.

    http://www.youtube.com/watch?v=b2sfwz-V_J0&fe

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  10. 10

    Aristide

    Poiché Tommaso e Simone si sono espressi sinesteticamente, facendo convergere parole, musica e colori (i colori ideologici di Savinio) vorrei — se posso — raccogliere la sfida e proporre anch'io la visione di un filmato:
    http://www.youtube.com/watch?v=WyOJ-A5iv5I
    Per carità, non parlerò di "messaggio". Dico soltanto: le parole, ascoltiamo le parole. Sono in singolare sintonia, credo, con gl'intendimenti di queste pagine di commento al Vangelo settimanale.

    Alla fine del filmato Mercedes Sosa fa menzione della 'Cancion de las simples cosas'. Possiamo ascoltarla recandoci al seguente indirizzo d'Internet:
    http://www.youtube.com/watch?v=Potimp3kSuM
    Spero di non irritare l'animosità di certi "interlocutori" occasionali che non hanno niente da dire, e perciò vorrebbero che nessuno dicesse niente, se mi permetto di ricordare che Nanni Moretti ha inserito la bellissima canzone 'Todo cambia' — anche questa è una canzone di Mercedes Sosa — nella colonna sonora del suo ultimo e bel film, 'Habemus papam'. Possiamo ascoltare la canzone al seguente indirizzo:
    http://www.youtube.com/watch?v=hf2cnIDyKL8

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  11. 11

    Giuseppe

    Nosari accenna sopra alla percezione che il comune fedele ha delle singole persone della Trinità. Riguardo al Padre, riporta con chiarezza il punto interrogativo che viene posto nei Suoi confronti allorchè ci sia il male, specialmente quando esso è immenso, come nel caso della Shoah. Come si concilia l’Eterno, che si presenta con la caratteristica della bontà, con tutto il male del mondo? Come si concilia, in particolare, con la Shoah e con gli stermini di massa perpetrati durante il secolo scorso, soprattutto in Europa e in Asia ad opera di nazisti e comunisti?. Come si concilia l'essere fatti a immagine e somiglianza di Dio con l’atteggiamento dell’aguzzino e la lucidità angosciosa della tecnica genocidaria messa concretamente in atto? Giorgio Pressburger, autore mitteleuropeo di stirpe ungherese, nell'ambito del 'Dialogo su Dio', promosso sabato pomeriggio allo spazio incontri di piazza Biade a Vicenza, cui ho assistito dopo aver esaurito i miei impegni politici, ha abbozzato una risposta rifacendosi a un quadro, "Giochi di fanciulli", dell’artista fiammingo Bruegel, conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna: «Quei bambini impegnatissimi nei loro giochi sono guardati dall’alto, con compassione e partecipazione, da Dio». Ecco, direi che dovremmo tornare a vederci per quello che siamo di fronte all'Infinito divino: dei bambini che giocano, e che Dio ama, dovendo noi essere consci del fatto che l'intelligenza di cui il Creatore ci ha dotati è semplicemente pericolosa, se disgiunta dal cuore, quando vogliamo in qualche modo appropriarci di Dio. Non solo, ma anche quando vogliamo travalicare quella forza d'amore che sola ci accosta a Lui, usando e facendo prevalere altre forze. Dobbiamo conservare con cura la forza d'amore che è in noi, perché l’esistenza, dono divino, è, soprattutto per il credente, dono per gli altri e responsabilità verso tutti gli esseri. La nostra esistenza deve essere una protezione per tutti.

    Quindi, come recita il brano di Vangelo in commento, dobbiamo essere 'giusti', soprattutto in quello che Giorgio Pressburger ha definito 'genocidio bianco', l’omologazione dei giovani «in una società consumistica che ci insegna a possedere sempre di più, a non interessarci degli altri e in cui la cultura viene uccisa».

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  12. 12

    Camillo

    I comandamenti di Gesù e la fede in Lui:

    Riflettiamo sui rapporti tra la fede e la ragione. Al riguardo mi ritrovo pienamente nella posizione di Joseph Ratzinger, secondo il quale il razionalismo ha fallito nel suo tentativo di dimostrare le premesse della fede – i praeambula fidei – mediante una ragione rigorosamente indipendente dalla fede, e sono ugualmente destinati a fallire altri eventuali tentativi analoghi. A sua volta, però, è fallito il tentativo opposto di Karl Barth di concepire la fede come un puro paradosso, che può sussistere solo in una totale indipendenza dalla ragione. In realtà «la ragione non si risana senza la fede, ma la fede senza la ragione non diventa umana». Dobbiamo dunque sforzarci di costruire un nuovo rapporto tra fede e ragione, fede e filosofia, perché esse hanno bisogno l’una dell’altra. Ciò non comporta alcuna confusione tra fede e ragione, teologia e filosofia, e tanto meno un circolo vizioso che volesse dimostrare la ragione con la fede e la fede con la ragione. Si tratta piuttosto di tener presente, anche qui, l’unità del soggetto umano, razionale, libero e credente.

    Camillo Ruini

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  13. 13

    Descartes

    Come si manifesta concretamente, di là da tante parole, l'amore di Dio per l'uomo? Perché, se non ho capito male, la creazione, il dono della vita, è un atto di volontà d'amore di Dio, ma non è espressione dell'amore divino dopo il dono della vita. Il Vostro don Goffredo è in grado di rispondere?. Perchè il resto, dopo la nascita, mi sembra manifestazione di amore umano, e nient'altro. E non vedo la morte come un atto d'amore.

    Reply
  14. 14

    Karl Heinz Treetball

    Gesù, nel chiedere l'amore per Lui da parte dei discepoli, della Sua contemporaneità e dei tempi futuri, promette agli Apostoli che dopo la Sua morte manderà "lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi". Dunque, Gesù richiama espressamente la stabilità che deve caratterizzare il rapporto con Dio, come accade per ogni rapporto, che va sempre spiritualmente alimentato e approfondito. Quando si tratta del rapporto con Gesù, non può che essere lo Spirito divino a fungere da necessario sostegno, proprio perché si tratta del rapporto col Trascendente.

    Al riguardo, in particolare circa la sua stabilità, Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Gianfranco Ravasi, nel mattutino di ieri, su Avvenire, precisa e ricorda alcuni elementi di base:

    PARTICIPIO PRESENTE di GIANFRANCO RAVASI

    "Credente non è chi ha creduto una volta per tutte, ma chi, in obbedienza al participio presente del verbo, rinnova il suo credo continuamente".

    Quando raccontava la sua conversione Chateaubriand, nella sua opera più celebre, "Il genio del cristianesimo" (1802), usava semplicemente due verbi: j'ai pleuré et j'ai cru, «ho pianto e ho creduto». Certo, c'è la via di Damasco per san Paolo e per molti; ma questa epifania folgorante dev'essere solo un inizio, altrimenti si trasforma in un mero evento spettacolare o taumaturgico. Ha, quindi, ragione Erri De Luca, uno scrittore ben noto ai lettori di questo giornale (Avvenire – n.d.r.) che non di rado ha ospitato alcuni suoi testi, quando definisce l'autentico credente. Emblematico è appunto il participio presente che incarna una continuità e non un atto singolo. Quando Elisabetta saluta Maria, la madre di Gesù venuta in visita nella sua casa, la interpella così: «Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore» (Luca 1,45.). Ebbene, se noi esaminiamo l'originale greco, scopriamo un participio che indica uno stato permanente «Beata la credente!». La festa liturgica della Visitazione contiene, allora, al suo interno anche questo messaggio: credere non è tanto un atto eroico ed eccezionale, compiuto una volta per sempre; è, invece, una scelta quotidiana, coi colori dell'ordinario e persino della paziente fedeltà. Ne sa appunto qualcosa Maria che deve seguire suo figlio prima nel grigiore dei giorni nascosti e sempre uguali di Nazaret e poi in mezzo alla folla che lo segue, fino a raggiungerlo sulla vetta della prova e del distacco, nell'addio struggente del Calvario. Maria è credente nel cuore e nelle opere anche quando s'inerpica verso la casa di Elisabetta per esserle accanto, mentre la parente compie la gestazione faticosa del figlio Giovanni.

    Reply
  15. 15

    Karl Heinz Treetball

    Nella stessa linea di cui sopra, per l'approntamento dentro di sé "dell'ambiente" giusto perché lo Spirito soffi, leggiamo il Mattutino di oggi, rivolto specialmente ai giovani:

    DAVANTI ALLO SPECCHIO di Gianfranco Ravasi

    "L'unico consiglio che mi sento di dare – e che regolarmente do – ai giovani è questo: combattete per quello in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Ma solo una potrete vincerne. Quella che s'ingaggia ogni mattina davanti allo specchio".

    Si cita spesso una battuta: «Bisogna vivere come si pensa, altrimenti si finirà per pensare come si è vissuto» (la frase è nel romanzo "Il demonio meridiano" pubblicato nel 1914 dallo scrittore francese Paul Bourget). Questo monito vale soprattutto per i giovani che non hanno ancora impresso alla loro vita una piega. È per questo che lo accosto al «consiglio» che a loro indirizzava Indro Montanelli nel suo scritto autobiografico Soltanto un giornalista. Egli introduceva una duplice dimensione nel suo suggerimento. La prima è quella del «pudore», una realtà sempre più scarsa nei nostri giorni «svergognati». Come si sa, la decenza non è solo quella sessuale, ma anche il rossore quando si traligna. Lo scrittore irlandese George Bernard Shaw ricordava che «l'uomo è l'unico animale capace di arrossire. Ma è anche l'unico ad averne bisogno». Purtroppo, spesso, e non solo tra i giovani, impera la sfrontatezza. Sulle guance si spalma il colore neutro dell'indifferenza morale, della spudoratezza, dell'improntitudine che cancella ogni rossore della coscienza. C'è un'altra dimensione che il «consiglio» di Montanelli introduce ed è quella della coerenza con le proprie idee. Certo, ironicamente ci si potrebbe talora chiedere: ma si hanno ancora idee o convinzioni oggi? La verifica della conformità tra pensare e fare la si ha simbolicamente «davanti allo specchio», ossia quando si esamina la propria coscienza. Ma anche qui sorge una domanda: si è ancora abituati a guardarsi dentro l'anima e a giudicarsi? Facciamo, allora, risuonare le parole di sant'Agostino: «Ritorna in te stesso: è lì che abita la verità».

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  16. 16

    Tina

    Ricordo che la bellezza, e la musica in particolare, sono alimento della vita spirituale.

    Non voglio dire cose strane, ma con semplicità dico che lo Spirito agisce meglio quando c'è un ambiente che naturalmente eleva a Dio, specie durante le cerimonie liturgiche.

    Riporto un testo del nostro grandissimo e amatissimo Papa pronunciato in occasione del centenario dell'Istituto di musica sacra vaticano:

    CITTA' DEL VATICANO, 31 MAG. 2011. In occasione del centesimo anniversario del Pontificio Istituto di Musica Sacra, il Santo Padre ha indirizzato una Lettera al Cardinale Zenon Grocholewski, Gran Cancelliere dell'Istituto. La Lettera, resa pubblica questa mattina, è stata letta, nella medesima sede, il 26 maggio scorso.

    Benedetto XVI ha ricordato che il Predecessore San Pio X fu il fondatore della Scuola Superiore di Musica Sacra, elevata a Pontificio Istituto dopo un ventennio da Papa Pio XI. "Per cogliere chiaramente l'identità e la missione del Pontificio Istituto di Musica Sacra" – scrive Benedetto XVI – "occorre ricordare che il Papa San Pio X lo fondò otto anni dopo aver emanato il Motu proprio 'Tra le sollecitudini', del 22 novembre 1903, col quale operò una profonda riforma nel campo della musica sacra, rifacendosi alla grande tradizione della Chiesa contro gli influssi esercitati dalla musica profana, specie operistica".

    "Tale intervento magisteriale aveva bisogno, per la sua attuazione nella Chiesa universale, di un centro di studio e di insegnamento che potesse trasmettere in modo fedele e qualificato le linee indicate dal Sommo Pontefice, secondo l'autentica e gloriosa tradizione risalente a San Gregorio Magno. Nell'arco degli ultimi cento anni, codesta Istituzione ha pertanto assimilato, elaborato e trasmesso i contenuti dottrinali e pastorali dei Documenti pontifici, come pure del Concilio Vaticano II, concernente la musica sacra, affinché possano illuminare e guidare l'opera dei compositori, dei maestri di cappella, dei liturgisti, dei musicisti e di tutti i formatori in questo campo".

    "Un aspetto fondamentale" – scrive ancora il Papa – "desidero mettere in rilievo a tale proposito: come, cioè, da San Pio X fino ad oggi si riscontri, pur nella naturale evoluzione, la sostanziale continuità del Magistero sulla musica sacra nella Liturgia. In particolare, i Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, alla luce della Costituzione conciliare 'Sacrosanctum Concilium' hanno voluto ribadire il fine della musica sacra, cioè 'la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli', e i criteri fondamentali della tradizione, che mi limito a richiamare: il senso della preghiera, della dignità e della bellezza; la piena aderenza ai testi e ai gesti liturgici; il coinvolgimento dell'assemblea e, quindi, il legittimo adattamento alla cultura locale, conservando, al tempo stesso, l'universalità del linguaggio; il primato del canto gregoriano, quale supremo modello di musica sacra, e la sapiente valorizzazione delle altre forme espressive, che fanno parte del patrimonio storico-liturgico della Chiesa, specialmente, ma non solo, la polifonia; l'importanza della 'schola cantorum', in particolare nelle chiese cattedrali".

    "Ma dobbiamo sempre chiederci nuovamente; chi è l'autentico soggetto della Liturgia? La risposta è semplice: la Chiesa. Non è il singolo o il gruppo che celebra la Liturgia, ma essa è primariamente azione di Dio attraverso la Chiesa, che ha la sua storia, la sua ricca tradizione e la sua creatività" – conclude il Santo Padre – "La Liturgia, e di conseguenza la musica sacra 'vive di un corretto e costante rapporto tra sana 'traditio' e 'legitima progressio', tenendo sempre ben presente che questi due concetti (…) si integrano a vicenda perché 'la tradizione è una realtà viva, include perciò in se stessa in principio dello sviluppo, del progresso'".

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  17. 17

    Kamella Scemì

    Rispetto a un brano del Vangelo di Giovanni che ci chiede l'osservanza dei comandamenti donatici da Gesù, perché in ogni caso non si può adattare Dio ai nostri schemi, spesso avulsi dalla forza d'amore, non può mancare il riferimento a Mosé, propugnatore dell'obbedienza e della fiducia verso Dio da parte del popolo di Israele, da esercitare con l'ausilio indispensabile della preghiera. Ciò che Sua Santità ha fatto questa mattina:

    BENEDETTO XVI

    UDIENZA GENERALE

    Piazza San Pietro

    Mercoledì, 1° giugno 2011

    Cari fratelli e sorelle,

    leggendo l’Antico Testamento, una figura risalta tra le altre: quella di Mosè, proprio come uomo di preghiera. Mosè, il grande profeta e condottiero del tempo dell’Esodo, ha svolto la sua funzione di mediatore tra Dio e Israele facendosi portatore, presso il popolo, delle parole e dei comandi divini, conducendolo verso la libertà della Terra Promessa, insegnando agli Israeliti a vivere nell’obbedienza e nella fiducia verso Dio durante la lunga permanenza nel deserto, ma anche, e direi soprattutto, pregando. Egli prega per il Faraone quando Dio, con le piaghe, tentava di convertire il cuore degli Egiziani (cfr Es 8–10); chiede al Signore la guarigione della sorella Maria colpita dalla lebbra (cfr Nm 12,9-13), intercede per il popolo che si era ribellato, impaurito dal resoconto degli esploratori (cfr Nm 14,1-19), prega quando il fuoco stava per divorare l’accampamento (cfr Nm 11,1-2) e quando serpenti velenosi facevano strage (cfr Nm 21,4-9); si rivolge al Signore e reagisce protestando quando il peso della sua missione si era fatto troppo pesante (cfr Nm 11,10-15); vede Dio e parla con Lui «faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico» (cfr Es24,9-17; 33,7-23; 34,1-10.28-35).

    Anche quando il popolo, al Sinai, chiede ad Aronne di fare il vitello d’oro, Mosè prega, esplicando in modo emblematico la propria funzione di intercessore. L’episodio è narrato nel capitolo 32 del Libro dell’Esodo ed ha un racconto parallelo in Deuteronomio al capitolo 9. È su questo episodio che vorrei soffermarmi nella catechesi di oggi, e in particolare sulla preghiera di Mosè che troviamo nella narrazione dell’Esodo. Il popolo di Israele si trovava ai piedi del Sinai mentre Mosè, sul monte, attendeva il dono delle tavole della Legge, digiunando per quaranta giorni e quaranta notti (cfr Es 24,18; Dt 9,9). Il numero quaranta ha valore simbolico e significa la totalità dell’esperienza, mentre con il digiuno si indica che la vita viene da Dio, è Lui che la sostiene. L’atto del mangiare, infatti, implica l’assunzione del nutrimento che ci sostiene; perciò digiunare, rinunciando al cibo, acquista, in questo caso, un significato religioso: è un modo per indicare che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore (cf Dt 8,3). Digiunando, Mosè mostra di attendere il dono della Legge divina come fonte di vita: essa svela la volontà di Dio e nutre il cuore dell’uomo, facendolo entrare in un’alleanza con l’Altissimo, che è fonte della vita, è la vita stessa.

    Ma mentre il Signore, sul monte, dona a Mosè la Legge, ai piedi del monte il popolo la trasgredisce. Incapaci di resistere all’attesa e all’assenza del mediatore, gli Israeliti chiedono ad Aronne: «Fa’ per noi un dio che cammini alla nostra testa, perché a Mosè, quell’uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto» (Es 32,1). Stanco di un cammino con un Dio invisibile, ora che anche Mosè, il mediatore, è sparito, il popolo chiede una presenza tangibile, toccabile, del Signore, e trova nel vitello di metallo fuso fatto da Aronne, un dio reso accessibile, manovrabile, alla portata dell’uomo. È questa una tentazione costante nel cammino di fede: eludere il mistero divino costruendo un dio comprensibile, corrispondente ai propri schemi, ai propri progetti. Quanto avviene al Sinai mostra tutta la stoltezza e l’illusoria vanità di questa pretesa perché, come ironicamente afferma il Salmo106, «scambiarono la loro gloria con la figura di un toro che mangia erba» (Sal 106,20). Perciò il Signore reagisce e ordina a Mosè di scendere dal monte, rivelandogli quanto il popolo stava facendo e terminando con queste parole: «Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione» (Es 32,10). Come con Abramo a proposito di Sodoma e Gomorra, anche ora Dio svela a Mosè che cosa intende fare, quasi non volesse agire senza il suo consenso (cfr Am 3,7). Dice: «lascia che si accenda la mia ira». In realtà, questo «lascia che si accenda la mia ira» è detto proprio perché Mosè intervenga e Gli chieda di non farlo, rivelando così che il desiderio di Dio è sempre di salvezza. Come per le due città dei tempi di Abramo, la punizione e la distruzione, in cui si esprime l’ira di Dio come rifiuto del male, indicano la gravità del peccato commesso; allo stesso tempo, la richiesta dell’intercessore intende manifestare la volontà di perdono del Signore. Questa è la salvezza di Dio, che implica misericordia, ma insieme anche denuncia della verità del peccato, del male che esiste, così che il peccatore, riconosciuto e rifiutato il proprio male, possa lasciarsi perdonare e trasformare da Dio. La preghiera di intercessione rende così operante, dentro la realtà corrotta dell’uomo peccatore, la misericordia divina, che trova voce nella supplica dell’orante e si fa presente attraverso di lui lì dove c’è bisogno di salvezza.

    La supplica di Mosè è tutta incentrata sulla fedeltà e la grazia del Signore. Egli si riferisce dapprima alla storia di redenzione che Dio ha iniziato con l’uscita d’Israele dall’Egitto, per poi fare memoria dell’antica promessa data ai Padri. Il Signore ha operato salvezza liberando il suo popolo dalla schiavitù egiziana; perché allora – chiede Mosè – «gli Egiziani dovranno dire: “Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla faccia della terra”?» (Es 32,12). L’opera di salvezza iniziata deve essere completata; se Dio facesse perire il suo popolo, ciò potrebbe essere interpretato come il segno di un’incapacità divina di portare a compimento il progetto di salvezza. Dio non può permettere questo: Egli è il Signore buono che salva, il garante della vita, è il Dio di misericordia e perdono, di liberazione dal peccato che uccide. E così Mosè fa appello a Dio, alla vita interiore di Dio contro la sentenza esteriore. Ma allora, argomenta Mosè con il Signore, se i suoi eletti periscono, anche se sono colpevoli, Egli potrebbe apparire incapace di vincere il peccato. E questo non si può accettare. Mosè ha fatto esperienza concreta del Dio di salvezza, è stato inviato come mediatore della liberazione divina e ora, con la sua preghiera, si fa interprete di una doppia inquietudine, preoccupato per la sorte del suo popolo, ma insieme anche preoccupato per l’onore che si deve al Signore, per la verità del suo nome. L’intercessore infatti vuole che il popolo di Israele sia salvo, perché è il gregge che gli è stato affidato, ma anche perché in quella salvezza si manifesti la vera realtà di Dio. Amore dei fratelli e amore di Dio si compenetrano nella preghiera di intercessione, sono inscindibili. Mosè, l’intercessore, è l’uomo teso tra due amori, che nella preghiera si sovrappongono in un unico desiderio di bene.

    Poi, Mosè si appella alla fedeltà di Dio, rammentandogli le sue promesse: «Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”» (Es 32,13). Mosè fa memoria della storia fondatrice delle origini, dei Padri del popolo e della loro elezione, totalmente gratuita, in cui Dio solo aveva avuto l’iniziativa. Non a motivo dei loro meriti, essi avevano ricevuto la promessa, ma per la libera scelta di Dio e del suo amore (cfr Dt 10,15). E ora, Mosè chiede che il Signore continui nella fedeltà la sua storia di elezione e di salvezza, perdonando il suo popolo. L’intercessore non accampa scuse per il peccato della sua gente, non elenca presunti meriti né del popolo né suoi, ma si appella alla gratuità di Dio: un Dio libero, totalmente amore, che non cessa di cercare chi si è allontanato, che resta sempre fedele a se stesso e offre al peccatore la possibilità di tornare a Lui e di diventare, con il perdono, giusto e capace di fedeltà. Mosè chiede a Dio di mostrarsi più forte anche del peccato e della morte, e con la sua preghiera provoca questo rivelarsi divino. Mediatore di vita, l’intercessore solidarizza con il popolo; desideroso solo della salvezza che Dio stesso desidera, egli rinuncia alla prospettiva di diventare un nuovo popolo gradito al Signore. La frase che Dio gli aveva rivolto, «di te invece farò una grande nazione», non è neppure presa in considerazione dall’“amico” di Dio, che invece è pronto ad assumere su di sé non solo la colpa della sua gente, ma tutte le sue conseguenze. Quando, dopo la distruzione del vitello d’oro, tornerà sul monte per chiedere di nuovo la salvezza per Israele, dirà al Signore: «E ora, se tu perdonassi il loro peccato! Altrimenti, cancellami dal tuo libro che hai scritto» (v. 32). Con la preghiera, desiderando il desiderio di Dio, l’intercessore entra sempre più profondamente nella conoscenza del Signore e della sua misericordia e diventa capace di un amore che giunge fino al dono totale di sé. In Mosè, che sta sulla cima del monte faccia a faccia con Dio e si fa intercessore per il suo popolo e offre se stesso – «cancellami» -, i Padri della Chiesa hanno visto una prefigurazione di Cristo, che sull'alta cima della croce realmente sta davanti a Dio, non solo come amico ma come Figlio. E non solo si offre – «cancellami» -, ma con il suo cuore trafitto si fa cancellare, diventa, come dice san Paolo stesso, peccato, porta su di sé i nostri peccati per rendere salvi noi; la sua intercessione è non solo solidarietà, ma identificazione con noi: porta tutti noi nel suo corpo. E così tutta la sua esistenza di uomo e di Figlio è grido al cuore di Dio, è perdono, ma perdono che trasforma e rinnova.

    Penso che dobbiamo meditare questa realtà. Cristo sta davanti al volto di Dio e prega per me. La sua preghiera sulla Croce è contemporanea a tutti gli uomini, contemporanea a me: Egli prega per me, ha sofferto e soffre per me, si è identificato con me prendendo il nostro corpo e l'anima umana. E ci invita a entrare in questa sua identità, facendoci un corpo, uno spirito con Lui, perché dall'alta cima della Croce Egli ha portato non nuove leggi, tavole di pietra, ma ha portato se stesso, il suo corpo e il suo sangue, come nuova alleanza. Così ci fa consanguinei con Lui, un corpo con Lui, identificati con Lui. Ci invita a entrare in questa identificazione, a essere uniti con Lui nel nostro desiderio di essere un corpo, uno spirito con Lui. Preghiamo il Signore perché questa identificazione ci trasformi, ci rinnovi, perché il perdono è rinnovamento, è trasformazione.

    Vorrei concludere questa catechesi con le parole dell’apostolo Paolo ai cristiani di Roma: «Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi. Chi ci separerà dall’amore di Cristo? […] né morte né vita, né angeli né principati […] né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,33-35.38.39).

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  18. 18

    Kamella Scemì

    Saluti:

    J’accueille avec joie les pèlerins francophones ! Comme Moïse, soyons aussi des intercesseurs auprès de Dieu, en étant solidaires de nos frères. Désirons ardemment le salut qu’il veut pour tous. Connaissant sa miséricorde, nous serons capables d’aimer jusqu’au don de nous-mêmes. Avec ma Bénédiction !

    I welcome the many school and university students present at today’s Audience. I offer a cordial greeting to the pilgrimage group of NATO soldiers stationed in Germany. I also greet the students and staff of Father Agnelo Higher Secondary School in Vashi, Mumbai. My welcome also goes to the seminarians of Sacred Heart Major Seminary in Detroit. Upon all the English-speaking pilgrims and visitors, especially those from England, Sweden, South Africa, India, Malaysia, the Philippines and the United States, I invoke the joy and peace of the Risen Lord.

    Von Herzen grüße ich alle Pilger und Besucher deutscher Sprache. Der vertraute Umgang des Mose mit dem liebenden und treuen Gott soll auch uns ein Vorbild sein. Dabei nimmt Christus uns sozusagen in sich auf, und wir können auch als Freunde, als Söhne, als Töchter, als Kinder mit Gott sprechen und mit ihm ringen und so erneuert werden. Gottes Geist begleite euch bei all eurem Tun!

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los de la parroquia de San Juan Evangelista, de Madrid, así como a los demás grupos provenientes de España, Argentina, Ecuador, México y otros países latinoamericanos. Que el Señor nos ayude a comprender en la oración su designio gratuito de salvación, que ha llegado a su culminación en el don de su Hijo, Jesucristo, para que siguiendo su ejemplo demos la vida por los demás, sin esperar nada a cambio. Muchas gracias.

    Amados peregrinos de língua portuguesa, a minha saudação amiga para todos, com menção especial das Irmãs Franciscanas Hospitaleiras da Imaculada Conceição em festa pela recente beatificação da sua Madre Fundadora. Esta queria ver-vos todas unidas num mesmo e único pensamento: Deus. No pensamento e serviço de cada uma, o hóspede seja Deus; e, com Ele, a vossa vida não poderá deixar de ser feliz. Sobre vós, vossas comunidades e famílias desça a minha Bênção.

    Saluto in lingua polacca:

    Witam serdecznie obecnych tu Polaków. Kierując moje pozdrowienie do was, zwracam się dzisiaj szczególnie do młodych, którzy w sobotę spotkają się na Polach Lednickich. Kochani! Będziecie dziękować Bogu za życie i beatyfikację Jana Pawła II, który był ojcem, przewodnikiem, kapłanem, przyjacielem młodych. Budował dom na skale, na Chrystusie! Szedł za głosem Ewangelii. Trwał na modlitwie i adoracji Eucharystii. Miał otwarte serce dla każdego człowieka. Cierpiał z Jezusem. Był niezwykłym pielgrzymem wiary. Niech was inspiruje motto spotkania: „Jan Paweł II – Liczy się świętość!” Waszemu dążeniu do świętości z serca błogosławię.

    Traduzione italiana:

    Saluto cordialmente i Polacchi qui presenti. Salutandovi mi rivolgo oggi in modo particolare ai giovani che sabato prossimo si incontreranno a Lednica. Carissimi! Renderete grazie a Dio per la vita e per la beatificazione di Giovanni Paolo II, padre, guida, sacerdote e amico dei giovani. Egli costruiva la casa sulla roccia che è Cristo! Seguiva la voce del Vangelo. Perseverava nella preghiera e nell’adorazione dell’Eucaristia. Per ogni uomo aveva il cuore aperto. Soffriva con Cristo. Era un straordinario pellegrino nella fede. Vi ispiri il motto dell’incontro: “Giovanni Paolo II – Ciò che conta è la santità!” Di cuore benedico il vostro cammino verso la santità.

    Saluto in lingua croata:

    Upućujem pozdrav svim hrvatskim hodočasnicima, a osobito vjernicima župe Svetih Petra i Pavla iz Kočerina u Bosni i Hercegovini.

    Dragi prijatelji, u subotu i nedjelju posjetit ću Zagreb i Hrvatsku da zajedno s vama proslavim Dan hrvatskih katoličkih obitelji. Dok s radošću iščekujem taj susret, sve vas pozivam da molite kako bi moj pastirski pohod ovoj dragoj zemlji donio obilje duhovnih plodova te da kršćanske obitelji budu sol zemlje i svjetlo svijeta. Hvaljen Isus i Marija!

    Traduzione italiana:

    Rivolgo il mio saluto ai pellegrini Croati, in modo particolare ai fedeli della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di Kočerin in Bosnia ed Erzegovina. Cari amici, sabato e domenica prossima mi recherò a Zagabria in Croazia per celebrare con voi la Giornata delle famiglie cattoliche croate. Mentre attendo con gioia questo incontro, vi invito a pregare affinché il mio viaggio in quella cara terra porti molti frutti spirituali e le famiglie cristiane siano sale della terra e luce del mondo. Siano lodati Gesù e Maria!

    Saluto in lingua slovacca:

    Srdečne pozdravujem slovenských pútnikov, osobitne z Farnosti Breznička, z Kalinova, Veľkej Vsi a Krompách.

    Bratia a sestry, Cirkev na Slovensku zajtra slávi sviatok Nanebovstúpenia Pána. On má pripravené miesto pre každého a očakáva nás. Tam, na nebeskú vlasť, nech sú nasmerované naše myšlienky a skutky.

    S láskou žehnám vás i vaše rodiny.

    Pochválený buď Ježiš Kristus!

    Traduzione italiana:

    Saluto cordialmente i pellegrini slovacchi, particolarmente quelli provenienti dalla Parrocchia di Breznička, da Kalinovo, Veľká Ves e Krompachy.

    Fratelli e sorelle, la Chiesa in Slovacchia domani celebra la festa dell’Ascensione del Signore. Lui ha preparato un posto per ognuno e ci attende. I nostri pensieri e le nostre opere siano rivolti verso la patria celeste.

    Con affetto benedico voi e le vostre famiglie.

    Sia lodato Gesù Cristo!

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Piccole Suore Missionarie della Carità, di San Luigi Orione, che stanno celebrando il Capitolo generale, ed auguro loro di essere sempre più fedeli al carisma del Fondatore, per rispondere con coraggio alle nuove povertà. Saluto i partecipanti al pellegrinaggio promosso dalle Suore degli Angeli-Adoratrici della Santissima Trinità, in occasione della beatificazione di suor Maria Serafina del Sacro Cuore, e li invito ad imitare la nuova Beata nel rispondere con prontezza alla chiamata di Dio alla santità nelle ordinarie circostanze della vita. Saluto i ragazzi del Coretto della Parrocchia di S. Giorgio, in Chirignago, esortandoli a proseguire con impegno la loro importante attività di animazione liturgica attraverso il canto.

    Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. Iniziamo proprio oggi il mese di giugno, dedicato al Sacro Cuore di Gesù. Soffermiamoci spesso a contemplare questo profondo mistero dell'Amore divino. Voi, cari giovani, alla scuola del Cuore di Cristo imparate ad assumere con serietà le responsabilità che vi attendono. Voi, cari malati, trovate in questa sorgente infinita di misericordia il coraggio e la pazienza per compiere la volontà di Dio in ogni situazione. E voi, cari sposi novelli, restate fedeli all’amore di Dio e testimoniatelo con il vostro amore coniugale.

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  19. 19

    Christoph

    Vorrei segnalare questa bellissima lettera indirizzata al Direttore di Avvenire, dr Marco Tarquinio, che evidenzia come e quanto l'inosservanza dei comandamenti dell'amore incidano sulla vita delle nuove generazioni, creando senso di solitudine, laddove non sempre chi ne è colpito riesce a sentire la "mano di Dio" che lo sostiene (vedi sopra anche il commento di Kamella):

    Cercare e credere. A 13 anni

    Caro direttore,

    mi chiamo Debora e frequento la terza media. A volte, in parrocchia, mi capita di leggere "Avvenire". Sfogliando le ultime pagine del giornale e sollecitata dal parroco, con cui spesso mi confido, mi son decisa a scriverti questa lettera per parlarti di un "problema" che oggi, spesso, molti ragazzi della mia età si trovano ad affrontare. Mi riferisco a quella sensazione di piccolezza, confusione e preoccupazione, che generalmente definiamo "solitudine". Chissà perché, proprio quando ti rendi conto di essere in corsa, una corsa sicura, irrefrenabile, a un passo dalla felicità, ecco che inciampi: qualcuno vuole ostacolare la tua felicità, e la sola conseguenza è la solitudine. Causata da un tradimento, una parola, un’offesa, uno sguardo che ti fa ritrovare al punto di partenza. Un punto in cui si è totalmente soli o, meglio, se ti guardi intorno, c’è tanta gente, ma nessuno è disposto ad aiutarti, a sprecare del tempo con te. Ti senti totalmente trasparente. Un colpo basso, nel tuo punto più debole, che spesso è lì nella parte più profonda e sensibile del cuore. Non c’è più nessuno pronto ad afferrarti prima che tu cada, nessuno disposto a offrirti un semplice sorriso pur di vederti felice, nessuno che ti aiuti a rincominciare da zero. Sei solo, sommerso da tutti i tuoi pensieri, e non sai come venirne fuori. Spesso le uniche cose che senti sono la paura di non riuscire a riprenderti e il desiderio di trovare delle risposte a tutte le tue domande, ma senza riuscirci. Quelle domande, quelle frasi con le quali esprimi la tua rabbia e il tuo dolore, che vorresti urlare alle orecchie del mondo. Ma in fondo la solitudine può avere i suoi vantaggi finali… Dopo aver sofferto e pianto inutilmente, alla ricerca di qualcuno che ti ascolti, nell’esatto momento in cui perdi tutte le speranze, ecco che trovi un appoggio sicuro. Vedi la Sua mano che ti cerca. L’unica mano capace di darti tutte le risposte che cercavi. Quella mano che, anche se tu non te ne accorgi, è sempre lì che ti sostiene. È la Sua mano sicura, è la mano di Dio.

    Debora, Adelfia (Ba)

    La bella lettera che hai scritto, cara Debora, mi ha restituito per un po’ il sapore dei sentimenti e delle attese dei 13 anni. Ho ritrovato gli slanci e gli scoramenti di allora, la profondità delle emozioni, la purezza un po’ arruffata dei sogni e dei pensieri e la pretesa nitida di "farsi sentire" con la stessa generosa intensità con cui si è curiosi ed esigenti nei confronti degli altri, coetanei e più grandi. Sono contento di averti potuto leggere, ma soprattutto sono contento per te. Perché in fondo a una catena di concetti squadrati e amari – confusione, precauzione, solitudine, indisponibilità, zero, paura, rabbia… – hai trovato e offerto l’idea e, ancor più, il tocco accogliente della «mano sicura» di Dio. Non posso e non voglio dirti qualcosa di ciò che ti aspetta, nel tempo che hai davanti. Mi mordo la lingua e freno la scrittura – proprio come faccio da anni con le mie due figlie – perché l’esperienza mi autorizza a raccontare di me, a spiegare e, per quanto riesco, a testimoniare ciò che ho imparato, ma mai ad "anticipare" la vita altrui. Posso e voglio però dirti che ciò che tu stai sperimentando l’ho provato anch’io. Quella «mano sicura» ha sempre trovato la mia spalla, anche quando ho temuto di non meritarla, tanto più quando ho pensato di poterne fare a meno. Mi ha rincuorato e turbato e sostenuto. E, sempre, mi ha sorpreso. Sentendone il peso e l’affetto, ho imparato e non finisco d’imparare a essere cristiano, figlio, fratello e – poco a poco – anch’io padre. Ti auguro di crescere bene, con giusto passo, nella tua fede e nella tua umanità di donna. E ti auguro di restare in buona compagnia.

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  20. 20

    ruperto

    E' drammatica e bellissima la lettera sopra riportata da Christoph: non è solo dei giovani il senso di solitudine che attanaglia sempre più spesso coloro che vogliono vivere secondo i Comandamenti, quelli mosaici e quelli cristiani, a completamento e superamento dei primi (come dicono don Goffredo e Nosari).

    Siamo giunti al punto in cui la legge positiva ti obbliga a violarli, se vuoi sopravvivere se vuoi far sopravvivere la tua famiglia, i tuoi cari.

    E' vero e profondamente forte quel che dice Rotari nel primo dei commenti sopra riportati (ma dove la trovate tutta questa gente che riflette e scrive in questi modi?). La Chiesa parla spesso di osservanza della legalità quale comandamento civile, ma ci si rende conto che "il sistema", per dirla con Beppe Grillo, ci costringe spesso e volentieri a violare le norme che abbiamo più sacre? Pensate anche soltanto al ruolo che ha "la produttività" nel settore della rappresentanza commerciale o delle pubbliche relazioni: se non si è all'inganno e al pastiche, ci si è molto vicini. Occorre ripensare in fretta i rapporti che debbono intercorrere fra il potere e la legge, come ben dice Rotari, e ciò non può certamente essere demandato ai saltimbanchi della politichetta odierna, come a sua volta direbbe il vostro Aristide.

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  21. 21

    Karl Heinz Treetball

    Il Papa e le derive della religione "portatile". la tentazione del dio fai-da-te per eludere il mistero.

    Mosè parla «faccia a faccia» con l’Altissimo, «come uno parla con il suo amico». Intanto, il popolo si prostra davanti «a un toro che mangia erba» (è la bellissima ironia del Salmo 106, v. 20). Su quello che accadde subito dopo si è soffermata la catechesi che Benedetto XVI ha pronunciato ieri, sul celebre episodio biblico del «vitello d’oro». Il popolo ha ceduto all’impazienza e alla demoralizzazione: «Fateci vedere qualcosa». Non importa se si tratta di qualcosa di meno alto, di meno puro, di meno assoluto del vero Dio. Dateci un pretesto per festeggiare ed essere felici, insomma, e ci basta. Dio non si vede, di Mosè non c’è più traccia. Dateci un dio portabile, una religione sostenibile. Alla tentazione si cede sempre in due: gli umori del popolo che chiede pane e giochi, da una parte, i dispensatori del sacro a buon mercato dall’altra. Storia infinita. I venditori di almanacchi, amuleti, divi fai-da-te, eventi toccare­per- credere, sono sempre pronti. Pensatori di complemento scrivono i testi, arredatori di grido confezionano icone. Un po’ sacre (da conservare un brivido d’infinito), un po’ profane (è la comunicazione, bellezza): con l’uso, la differenza non si vedrà più di tanto. Si comincia con «la materia di cui sono fatti i sogni», si finisce con le cromature di una berlina da brivido. (Questa non mangia erba, mangia strada: ma l’idea è quella). La fede stessa non è mai al riparo da questa debolezza, che induce, nei momenti della stanchezza e della prova quando sembra che più niente cammini davanti a noi, la tentazione di 'farsi un dio' più vicino: a costo di mettere i paramenti a un dio di bronzo (che non mangia neppure l’erba).

    «È questa una tentazione costante del cammino di fede – dice chiaramente il Papa –: eludere il mistero divino costruendo un dio comprensibile, corrispondente ai propri schemi, ai propri progetti». L’espediente può sembrare persino innocuo, sulle prime: si tratta di venire incontro alla gente, di dare concretezza al mistero. Purtroppo, la deriva di un 'dio al consumo' è micidiale: non hai idea di cosa finirà nel catalogo. Un toro, è ancora niente. Di qui, la bellissima 'collera di Dio'. Passione pura, ogni volta. E struggimento irrevocabile, per questo inizio dell’autodistruzione della creatura. Ma qui viene anche il bello della storia. Sorpresa nella sorpresa, sulla quale insiste astutamente il commento del Papa: riprendendo l’astuzia del testo (che rispecchia, a sua volta, l’astuzia di Dio).

    Mosè, che non era certo uno 'tenero' col popolo, in quel preciso momento, prende ostinatamente le difese del popolo. «Lasciali perdere – lo provoca Dio – farò di te una grande nazione». «Vuoi che gli altri dicano che hai liberato questo popolo dalla schiavitù – replica Mosè – per poi farli perire fra i sassi del deserto, aggiungendo la beffa all’abbandono?». «È a loro che Ti sei promesso – conclude Mosè – è a loro che devi dare un futuro. Altrimenti, cancellami dal tuo libro che hai scritto». Ragazzi, così si prega, quando ti è affidato un popolo. Questo significa mettersi in mezzo, e 'fronteggiare' anche Dio, per amore del popolo. Mosè lo fa, perché sa che il suo azzardo corrisponde esattamente all’intenzione di Dio. In ogni modo, l’azzardo c’è tutto. Il Figlio sigillerà per sempre questo azzardo, conclude il Papa, tra Dio e Dio. Quando erano al sicuro, com’è giusto, Gesù incalzava i suoi discepoli con la richiesta di fedeltà a ogni costo. Nel momento del pericolo reale, però, quando le guardie arrivano, dice: «Laciateli andare, prendete me». Il popolo è certamente stolto quando cede all’idolo, e chi ne ha cura – non senza essersi purificato fino a togliersi la pelle – deve ruvidamente fronteggiare una simile stoltezza. Ma dalle guide che Dio manda ad ogni generazione – quelle che hanno intelligenza e follia sufficienti per onorare l’incarico – Dio si aspetta che abbiano fegato per fronteggiare anche l’Altissimo, nel momento del pericolo, in favore del popolo. Niente a che vedere, insomma, con 'gadget' e 'grida' a buon mercato.

    Pierangelo Sequeri da http://www.Avvenire.it

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  22. 22

    rudolph

    Mi lascia perplesso una cosa: è grande il lavoro che insieme compiono scrittori, collaboratori, commentatori e lettori del Vangelo settimanale, secondo un'intuizione, un'intenzione e un disegno veramente bellissimi e nuovi, quelli di questa sezione del sito http://www.bergamo.info. E' cosa straordinaria perchè, senza volerlo, quasi obbligate a tenere impegnata tutta la settimana la testa sul significato del pezzo di Vangelo che la liturgia propone alla domenica, e si viene portati a riflettere se quel che si sta facendo in quel momento è in linea coi comandamenti del Signore. Ebbene, alla fine, quando c'è da tirare le reti per vedere se ci sono i pesci, manca il pescatore.

    Infatti, il sacerdote fa una bellissima omelia al venerdì o al sabato, ma poi non raccoglie tutti i pensieri dei lettori o i contributi. In fondo, non fa la sintesi della discussione. Probabilmente non ha tempo, ma sarebbe bello se lo facesse, perché darebbe senso a tutto l'impegno di tante persone. Mi rendo conto che questo è uno dei grandi problemi dei sacerdoti, – avere il tempo (qui la preparazione c'è) per il confronto coi laici in materia di fede -, come ho letto anche in un recente articolo sui preti firmato da certo Carròn, in questo sito, ma bisogna trovare il modo di risolverlo.

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  23. 23

    Kamella Scemì

    L'osservanza dei comandamenti e la libertà dell'uomo trovano un punto di scontro e di riflessione nel Mattutino di oggi, su http://www.avvenire.it:

    UN ORRENDO DIVERTIMENTO di Gianfranco Ravasi

    Gli animali selvaggi non uccidono mai per divertimento. L'uomo è la sola creatura per cui la tortura e la morte dei suoi simili possono essere in sé divertenti. Leggo queste righe in un articolo di una rivista tedesca e istintivamente il pensiero mi corre agli orrori nazisti, quando le più macabre torture si trasformavano in un sadico passatempo. La considerazione è attribuita a uno storico inglese dell'Ottocento, James A. Froude, e coglie un aspetto tragico dell'umanità. L'animale attacca l'altro, se è a sua volta attaccato oppure lo fa per la sua sopravvivenza. L'uomo, dotato di creatività, di fantasia, di libertà, piega queste doti verso il basso, piombando nella crudeltà più atroce, elaborata persino con raffinatezza intellettuale. Mi impressionava fin da ragazzo una tavola del Novissimo Dizionario Melzi, che era un po' il volume delle mie prime curiosità nel sapere: in essa si rappresentavano tutte le torture e lì si poteva toccare con mano quanto possa degenerare l'intelligenza umana nella perversione. È forse anche per questo che l'antica favolistica (a partire dalla biblica asina di Balaam) ha trasformato gli animali in maestri degli umani. Ironicamente il poeta Ezra Pound (1885-1972) nella poesia Meditatio osservava: «Quando osservo attentamente le strane abitudini dei cani, / mi tocca concludere / che l'uomo è un animale più evoluto. / Quando osservo le strane abitudini dell'uomo / ti confesso, amico mio, che resto dubbioso». Siamo certamente più evoluti delle bestie; ma sappiamo anche precipitare in abissi di assurdità, di ferocia e di brutalità da lasciarci dubbiosi di un simile primato. Ci siamo assegnati il titolo di re del creato, ma spesso siamo solo tiranni implacabili. E i cani, talora, levando il loro muso umido verso di noi sembrano quasi chiederci ragione di tanta ottusità e spietatezza.

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  24. 24

    Maria Lucrezia

    Esempio "pratico" di applicazione dei comandamenti dell'amore trasmessici da Gesù:

    I medici inglesi e l'eutanasia nascosta. La soluzione «pratica»

    Una soluzione pratica a un problema reale, decisa senza tentennamenti di tipo etico»: questo l’incredibile commento che si leggeva ieri su un quotidiano italiano al nuovo sistema per affrontare il «problema» dei malati terminali in Gran Bretagna. Per loro la «soluzione pratica» trovata dai medici di base inglesi – senza discussioni di sorta su questioni etiche – sarebbe semplice: le volontà dei pazienti terminali sui trattamenti sanitari di fine vita vanno messe per iscritto, e si devono rispettare.

    In altre parole, i medici di famiglia e gli infermieri inglesi hanno condiviso e diffuso linee di indirizzo che rendono vincolanti le «necessità e i desideri» dei propri malati «vicini alla fine della loro vita», purché messi nero su bianco. Non si parla di consenso informato ma di volontà, e niente viene detto sulla natura delle possibili richieste dei pazienti terminali: i medici si impegnano ad ascoltarli, a sostenerli insieme ai loro cari e a dare loro le migliori cure possibili – e fin qui tutto giusto, ovviamente – ma soprattutto promettono di mettere in atto le loro volontà qualunque esse siano, e di farle rispettare da ogni medico si trovasse ad assisterli.

    Una soluzione sicuramente molto «pratica», e per diversi motivi. Innanzitutto, è la strada più semplice: il malato dispone e il medico esegue, senza entrare nel merito delle richieste. In secondo luogo, un’iniziativa come quella assunta dai medici di base inglesi evita il fastidioso iter parlamentare di una legge ricorrendo alla scorciatoia già utilizzata in molti Paesi: si elaborano linee di indirizzo per instaurare una prassi che, una volta diffusa, prima o poi sarà riconosciuta e legittimata dalla giurisprudenza e dalla legislazione.

    Il documento ora diffuso è stato accusato di apertura a eutanasia e suicidio assistito, ma l’ordine professionale dei medici inglesi ha respinto ogni obiezione sostenendo che queste indicazioni condivise sul fine vita servono solo per «proteggere» medici e familiari dall’intervento dei magistrati «quando mancano evidenze certe». Qualora così fosse, l’accusa sarebbe purtroppo confermata: se le richieste del malato diventano legittime e vincolanti solo per il fatto di essere evidenti perché messe chiaramente per iscritto, senza individuare il tipo di trattamenti che si possono effettuare e distinguendoli comunque da atti eutanasici, la porta per la legalizzazione di eutanasia e suicidio assistito è praticamente spalancata.

    Il punto di arrivo di iniziative come quella inglese è chiaro: non si tratta di tenere conto – come è giusto – delle intenzioni espresse da chi è malato inguaribile, ma piuttosto di legittimare la "buona morte" e farla entrare nell’ordinamento giuridico senza chiamarla per nome. La parola maledetta – «eutanasia» – scompare magicamente se c’è una richiesta esplicita e scritta di un malato terminale, e si trasforma in volontà da rispettare.

    Le parole scomode vengono insabbiate perché certe idee possano diffondersi incontrando la minima resistenza possibile: se si circoscrive sempre più l’uso della parola «eutanasia», limitandolo a casi estremi molto eclatanti (arriveremo a considerarla solo come «omicidio del non consenziente»?), si tende a sbiadirne il significato, fino a farlo quasi scomparire, per renderlo accettabile. Non c’è dubbio: una bella «soluzione pratica». E, naturalmente, senza tentennamenti – ohibò – etici…

    Assuntina Morresi in http://www.avvenire.it

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  25. 25

    Karl Heinz Treetball

    Mi sembra interessante questo articolo trovato su Avvenire, il nostro giornale di riferimento: stanno bene i comandamenti di Gesù, ma come viverli?. Una proposta viene da Antonietta Potente, teologa e suora domenicana, col suo libre «Un bene fragile. Riflessioni sull'etica», (Mondadori. Pagine 179. Euro 10,00).

    Propone un'etica che abbia la solidità dei mattoni, modellata sulle stanze e gli spazi domestici, fedele alla scansione dei gesti quotidiani, ritmata da atti apparentemente minimi, quasi al limite dell'insignificanza, ma in realtà carichi di sensi perché costituiscono la trama del nostro vivere. L'etica come una casa: è un invito a ripensare quella tradizione millenaria che ha cercato di dare risposte a una domanda ineludibile: «come vivere bene?». Ma in che cosa l'etica si modella sulla casa? «La casa, come l'etica, – scrive l'autrice – è uno spazio frapposto tra noi e il mondo che ci circonda. Non solo un riparo, ma un luogo scelto per riprendere in mano i fili profondi della vita; un ritrarsi nell'intimità per cogliere meglio gli stimoli incessanti che la storia privata e pubblica ci invia come puntuali messaggi». Il paesaggio disegnato dalla casa-etica non deve essere frainteso come un ripiegamento, né deve essere confuso con un movimento che tende ad escludere tutto ciò che esula dalla nostra familiarità. Casa, per suor Potente, è quello spazio privato che incessantemente si apre, accoglie, in un flusso incessante di scambi. «L'etica è l'invito ad abitare nel mondo e a muoversi in esso non solo perché abbiamo dei ruoli, ma per il desiderio di stare nel mondo e con il mondo». Non a caso cifra dell'etica proposta dall'autrice è l'inquietudine (vedi al riguardo Kamella Scemì e la sua descrizione di Gerusalemme, casa e patria celeste): inquietudine che nasce dalla coscienza della nostra «insufficienza» e «di ciò che capiamo della vita e del mistero». Incertezza vissuta non come un'amputazione delle nostre possibilità ma come uno slancio «per ricominciare a vivere». L'etica, suggerisce ancora suor Antonietta, non si

    esaurisce nella prassi. Ma si slancia in un

    orizzonte che è innanzitutto ricerca, passione per il possibile, attenzione per il dettaglio. In questo impeto, l'autrice sottolinea l'importanza del pensare da un lato, dello studio dall'altro e della loro venatura etica. «Il pensare è un atto etico bellissimo; un progressivo riconoscimento di ciò che ci circonda, di ciò che avviene. È ciò che ci permette di uscire da una visione superficiale e distratta della vita. Il pensare è accompagnato da un'inquietudine, da una specie di insonnia quotidiana e da una costante ricerca di significato». Altrettanto etico è l'atto dello studiare, visto non come un allontanamento dal mondo: al contrario, «studiare è una pulsione interiore, possibilità di protendersi verso qualcosa o qualcuno con sollecitudine, un atto mistico-politico di progressivo avvicìnamento alla realtà. Studiare è una tensione costante a imparare, assimilare, crescere, legata al cambiamento, al divenire delle cose, al tempo e alla vita in generale; un modo non egocentrico, di stare al mondo».

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  26. 26

    francesco

    Riprendo uno scritto del professor Francesco D'Agostino, amico fin dai tempi del "Coordinamento" universitario cattolico, che ricorda a tutti noi un acuto scritto dell'allora prof. dr Joseph Ratzinger riguardante il problema del «logos» del diritto.

    Francesco D'Agostino ricorda che nel 1969, fresco di laurea in giurisprudenza, propose a Sergio Cotta di pubblicare sulla «Rivista internazionale di filosofia del diritto», da lui diretta, una recensione a "Introduzione al cristianesimo" di Joseph Ratzinger, tradotto in Italia da Queriniana. La richiesta era un piccolo azzardo, perché Cotta, grande voce del pensiero cattolico in Italia, era pur sempre l'allievo di Norberto Bobbio e ben attento a marcare la distanza tra filosofia e teologia. Ma accettò di buon grado, già convinto che l‘argomentare del teologo tedesco, noto in Italia per lo più tra un ristretto numero di esperti e amici, fosse essenziale anche per la filosofia, perfino per una branca specialistica come appunto la filosofia del diritto. Ciò che aveva attirato l'attenzione di Cotta e di D'Agostino negli scritti dell'allora professore di Tubinga erano le sue riflessioni sul Logos «come tema accomunante tutte le dimensioni del pensiero». D'Agostino parte proprio da questo episodio di gioventù, che sia lui che il prof. Sergio Cottami raccontarono, per spiegare il senso del libro che ha appena dato alle stampe, "Un magistero per i giuristi. Riflessioni sugli insegnamenti di Benedetto XVI" (San Paolo, pagine 126, euro 10). Si tratta di una silloge di interventi tenuti dall'autore sull'insegnamento ratzingeriano, frutto di un confronto con la sua opera iniziato in tempi non sospetti. Un Ratzinger che, per D'Agostino, ha posto le basi come pochi in epoca contemporanea per superare la separazione tra diritto e riflessione teologica che ha segnato la storia europea post-rinascimentale, fino a giungere a esiti più che problematici. Quel processo di secolarizzazione simboleggiato dal monito di Alberico Gentili, antipapista e tra i fondatori del moderno diritto internazionale: «Silete theologi in munere alieno», teologi non impicciatevi delle questioni profane altrui. Ratzinger ha sottolineato, senza soluzione di continuità dagli anni '60 a oggi, l'importanza di una sana autonomia della realtà temporale, per cui sfugge dall'accusa di ingerenza «in munere alieno». Anzi, lo si può certamente annoverare tra i fautori di un «illuminismo cristiano», teso a rivendicare l'intrinseca bontà e razionalità del Creato, assegnando all'uomo il compito di riconoscere, rispettare ed esaltare coscientemente l'oggettiva natura del mondo. «La teologia di Ratzinger», spiega D'Agostino, «è un costante invito a non screditare il Logos, ma a rendergli omaggio, a orientarlo e a fondarlo in Dio, cosicché l'agire dell'uomo possa nel medesimo tempo essere qualificato come libero, ma non arbitrario». Ed è questo l'orizzonte di cui i giuristi oggi hanno bisogno, tentati da un riduzionismo «che li solleva dal compito di tematizzare il nesso essenziale tra diritto e verità o, se si preferisce, tra diritto e giustizia», fino a «gloriarsi di essere degli ingegneri del sociale» e nulla più. Mentre «il carattere sacro del diritto, intuito dai giuristi romani e sottolineato perfino da Kant come dono di un santo reggitore, riceve dalla teologia una giustificazione lontana da ogni fondamentalismo confessionale: il diritto ha in se stesso qualcosa di sacro perché è difesa dei diritti e, quindi, della dignità dell'uomo e perché la sua radice si trova soltanto in quella verità che la Chiesa è chiamata, per ordine del suo fondatore, ad annunciare e difendere costantemente».

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  27. 27

    cosimo

    Come si entra in contatto con Dio, linguisticamente, intendo? Quanti e quali linguaggi ha adoperato l'uomo per entrare in contatto con Lui, al fine di rispettarne gli ordini e i comandamenti? Da http://www.avvenire.it, Marcello Semeraro:

    «La teologia moderna ha reso marginali due tradizioni: il realismo della croce che ammette il nascondimento di Dio e la teologia apofatica, che ne esprime l’incomprensibilità». A partire da questa lapidaria constatazione, David Tracy, noto teologo americano, ha rivolto un pressante invito perché la teologia ponga fine a una simile «emarginazione». Oggi, poi, esiste, a suo giudizio, una particolare esigenza del linguaggio apofatico e mistico per nominare Dio. Ciò perché si tratta di un linguaggio aperto alla speranza che siano sanate quelle che egli indica come caratteristiche separazioni della modernità: la separazione della ragione dalla passione, della teoria dalla pratica e, a essa imparentata, la separazione della forma dal contenuto. Jean Paul Lieggi è un giovane docente di teologia dogmatica e patristica della Facoltà Teologica Pugliese. Il volume "La cetra di Cristo. Le motivazioni teologiche della poesia di Gregorio di Nazianzo" (Herder, pagine XII + 306, euro 42), si colloca esattamente nel solco appena richiamato e attraverso lo studio della poesia di Gregorio di Nazianzo mette in luce il prezioso contributo che il linguaggio poetico può offrire alla teologia.

    Quest'opera, infatti, benché si presenti come una monografia dedicata a investigare le motivazioni teologiche della poesia del Nazianzeno – il padre cappadoce che la tradizione ha denominato «il Teologo» – s'inserisce nel dibattito teologico contemporaneo relativo all'apofatismo, apportando «arricchimenti notevoli che non potranno più essere misconosciuti alla riflessione teologica cristiana contemporanea» (dalla Presentazione di Innocenzo Gargano, p. IX). Partendo dall'analisi dell'opera poetica di Gregorio (capitoli I e II) e della sua teoria circa l'inconoscibilità e l'ineffabilità di Dio (capitolo III), l'autore conclude che «la relazione tra poesia e ineffabilità […] consente di giungere a una concezione più autentica dell'apofatismo. L'apofatismo – a suo giudizio – non è e non vuol essere assenza di parola, ma apertura al linguaggio dell'Ineffabile» (p. 258). Rimandando

    alla lettura del volume per ciò che concerne le ragioni che conducono l'autore a considerare la poesia come il linguaggio più atto a dire l'Ineffabile, mi limito a rilevare che ciò apre appunto a una nuova visione dell'apofatismo, che non ne mette più in luce solo la dimensione «negativa» e il richiamo al silenzio, ma ne fa uno spazio per la poesia teologica. Di questa poesia vengono offerti alcuni esempi significativi nel IV capitolo, dove sono riportati e commentati alcuni carmi di Gregorio, il Teologo che Lieggi – a partire da alcune allusioni contenute negli stessi versi gregoriani – definisce come la cetra di Cristo. Nella presentazione, padre Gargano sottolinea come «l'autore ha osato indagare sul delicatissimo rapporto che la fede impone di stabilire fra le esigenze del logos, inteso come esaudimento della razionalità, e la poiesis, intesa come esigenza della creatività intuitiva dell'uomo ispirato poeticamente, ambedue componenti essenziali della persona umana e dunque a loro modo necessarie nell'accostamento umano al contenuto del mistero della fede» (p. VII) e in tal modo ha aperto ai fatto, «con certe sue prese di posizione, una linea teologica assolutamente cruciale soprattutto per il dialogo teologico fra cattolici e ortodossi di tradizione bizantina» (p. X).

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  28. 28

    goffredo

    Il Papa chiuderà xxv congresso eucaristico nazionale

    CITTA' DEL VATICANO, 21 GIU. 2011. Questa mattina, presso la Sala Stampa della Santa Sede, ha avuto luogo la presentazione del XXV Congresso Eucaristico Italiano, in programma ad Ancona dal 3 all'11 settembre, sul tema: ""Signore da chi andremo? L'Eucaristia per la vita quotidiana".

    Alla Conferenza Stampa sono intervenuti l'Arcivescovo Edoardo Menichelli, di Ancona-Osimo; il Dottor Vittorio Sozzi, Responsabile del Servizio Nazionale per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI); il Dottor Giovanni Morello, Presidente del Comitato Scientifico delle Mostre del Congresso e Don Ivan Maffeis, Vice Direttore dell'Ufficio Nazionale delle Comunicazioni Sociali della CEI.

    Il Santo Padre Benedetto XVI si recherà in Visita Pastorale ad Ancona domenica 11 settembre, e, alle 10:00, presso il Cantiere Navale della città, presiederà la Concelebrazione Eucaristica a conclusione del XXV Congresso Eucaristico Nazionale. Nel pomeriggio è in programma un Incontro con le Famiglie e con i Sacerdoti nella Cattedrale di San Ciriaco ed infine un Incontro con i Giovani Fidanzati nella Piazza Plebiscito.

    Il Dottor Sozzi ha spiegato che le Giornate del Congresso saranno dedicate a cinque ambiti: affettività, fragilità, lavoro e festa, tradizione, cittadinanza. "La celebrazione del Congresso Eucaristico Nazionale" – ha detto – "può essere vissuta come un'importante opportunità per riaffermare pubblicamente la fede nell'Eucaristia, Sacramento di salvezza e di comunione".

    Nell'ambito del XXV Congresso Eucaristico Nazionale si svolgeranno una serie di eventi culturali fra i quali la Mostra "Alla Mensa del Signore", Capolavori dell'arte europea da Raffaello a Tiepolo (Ancona, Mole Vanvitelliana, 2 settembre 2011-8 gennaio 2012).

    La mostra, a cura del Ministero dei Beni Culturali e dei Musei Vaticani, ospiterà una serie di capolavori dell'arte italiana ed europea dal Quattrocento all'Ottocento, sul tema dell'Ultima Cena, nell'interpretazione degli artisti che vi hanno voluto raffigurare due momenti distinti, quali l'Istituzione dell'Eucaristia e la Comunione degli Apostoli. Per rendere ancora più preziosa l'esposizione è stata prevista un'apposita sezione di oreficerie sacre, di ambito marchigiano, scelte soprattutto tra i doni significativi fatti dai Pontefici, nel corso dei secoli, alle varie chiese della Regione.

    Una seconda Mostra che fa da cornice alla serie di iniziative collegate al Congresso è quella intitolata "Segni dell'Eucaristia", organizzata grazie alla collaborazione delle Diocesi marchigiane. Le mostre didattico illustrative sono basate sulla premessa che la chiesa, sia che si tratti di una grande basilica che di una semplice cappella rurale, è innanzitutto il luogo di celebrazione della Messa, la cui liturgia è strutturata intorno al Sacramento principale: l'Eucaristia. Lo svolgimento di tale rito liturgico richiede un complesso di apparati: mobili, oggetti, tessuti, connessi con l'altare e l'Eucaristia. (…) Raccontare e descrivere tutti gli "oggetti", che siano espressione della religiosità popolare come della magnificenza della Chiesa e del loro rapporto con il territorio: edifici di culto, dipinti, oggetti, tessuti, vesti liturgiche, è il filo rosso che unisce tutte queste mostre.

    "Oggi devo fermarmi a casa tua". L'Eucaristia, la grazia di un incontro imprevedibile", è il titolo di una terza mostra documentaria itinerante che partendo dal celebre episodio di Zaccheo, illustra la radicale necessità che l'uomo ha dell'Eucaristia.

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