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30 Comments

  1. 1

    angelomario

    Mi ha colpito l'immagine di Giovanni che fissa sbalordito l'incontenibile luce che sarebbe rifulsa dai lini funerarii, luce d'immenso amore, di gloria promessa, di salvezza offerta a tutti. Non credo, infatti, che la sola disposizione dei lini, pur elemento forte, possa aver mosso Giovanni a credere: può essere stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché a precederla c'erano stati l'insegnamento di Gesù, i Suoi prodigi, il Suo infinito amore. Infine, questo ulteriore prodigio può aver indotto Giovanni a pronunciare definitivamente: credo, credo, come spesso càpita a noi, suscitati all'improvviso dal torpore da un qualche fatto apparentemente insignificante. Ma non dimentichiamo che Giovanni, e con Lui Pietro, videro il lino sepolcrale, la Sacra Sindone, ancora fresca di risurrezione, la toccarono, la contemplarono. Ricordo la fortissima emozione che mi colse quando la vidi da lontano, esposta a Torino, e il senso di annichilimento che esercitò su di me. Quale può essere stata la reazione dei due discepoli di fronte alla sua incandescente forza? Incandescente per l'immenso amore che essa sprigionava. Buona Pasqua a tutti nel Cristo risorto!.

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  2. 2

    Kamella Scemì

    La salvezza dell'uomo nasce nel buio del sepolcro, si accende di grazia e amore, e si proietta al cielo. Oggi si assiste al tentativo "religioso" di trasformare addirittura il mito extraterrestre in un surrogato di religione, in cui un cristo laico, il marziano delle favole, laico, materialista, scientificamente accettabile, immanente, derivante da un'entità intellettualmente evoluta e magari anche moralmente superiore scende fra noi per portare un messaggio di progresso e pace. Delle due, quale salvezza è più "umana", libera e vera? E' una razionale riflessione pasquale, che affido a Voi, cari compagni d'avventura. Buona Pasqua a tutti. Christòs anésti.

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  3. 3

    Kamella Scemì

    Scusate se "rompo" ancora. Segnalo questo articolo su Avvenire di martedì scorso, pag. 2, e poi vorrei dire due parole a ulteriore commento:

    IL PAPA, IL PROGRESSO E L’UOMO CHE SI FA DIO

    Quella forza di gravità che ci attira verso l’alto

    di GIACOMO SAMEK LODOVICI

    «Da sempre gli uomini sono stati ricolmi – e oggi lo sono quanto mai – del desiderio di 'essere come Dio', di raggiungere essi stessi l’altezza di Dio». Lo ha detto il Papa nell’omelia della Domenica delle Palme, rilevando che «in tutte le invenzioni dello spirito umano», oggigiorno in particolare nell’ambito tecnologico, «si cerca, in ultima analisi, di ottenere delle ali […] per diventare indipendenti, totalmente liberi, come lo è Dio». In effetti, o vogliamo essere come Dio (è l’antica tentazione dei progenitori), oppure, anche quando non osiamo ardire tanto, desideriamo giustamente rendere la natura sempre più corrispondente ai nostri bisogni, sempre più a misura delle nostre esigenze, in modo da svincolarci sempre più dai limiti, anzitutto fisici, dal deperimento, dalla malattia, dalla morte, ecc. In fondo, il 'corpo glorioso' dopo la resurrezione della carne è un aspetto del compimento di questo anelito.

    Vogliamo dunque innalzarci, ma – ha aggiunto Benedetto XVI – c’è una potente «forza di gravità che ci tira in basso». Questa forza è anzitutto la nostra presunzione non solo di diventare dèi, ma anche di essere da soli simili a Dio: «Proprio la superbia di poterlo fare da soli ci tira verso il basso e ci allontana da Dio».

    Questa pretesa ha assunto diverse forme: per esempio non pochi moderni (il Papa lo ha messo in luce soprattutto nella 'Spe salvi') hanno creduto alle sirene delle utopie politiche, illudendosi che esse potessero realizzare dei paradisi terreni, o allo scientismo, ritenendo che con la scienza l’uomo possa autoredimersi dalla finitezza. Ma le aspettative messianiche riposte nella politica hanno alimentato le orrende carneficine dei totalitarismi, e il progresso scientifico ci ha anche portato dalla fionda alla megabomba. Infatti, la crescita delle capacità tecniche non incrementa solo le nostre possibilità di fare il bene: «Anche le possibilità del male sono aumentate e si pongono come tempeste minacciose».

    Dobbiamo essere grati alla scienza per gli straordinari miglioramenti delle nostre condizioni di vita, ma «le grandi conquiste della tecnica ci rendono liberi e sono elementi del progresso dell’umanità soltanto […] se le nostre mani diventano innocenti e il nostro cuore puro».

    Infatti, come diceva un pensatore come Giambattista Vico, il progresso morale non è un processo automatico, perché ogni uomo deve cominciare da zero (non ereditiamo la moralità dai genitori), dunque l’eticità di una civiltà può anche regredire e – per dirla con un intellettuale romantico come Novalis – «un passo avanti nella tecnica richiede tre passi avanti nell’etica». Altrimenti si giunge alla fabbricazione dell’uomo in provetta, alla clonazione, alla produzione di ibridi… Tutte pratiche aberranti, per varie ragioni, ma che ormai a molti risultano plausibili e, persino, pacifiche.

    Papa Benedetto ci invita a farci portare verso l’alto in altro modo. Ognuno di noi nasce già a immagine e somiglianza di Dio, nondimeno dobbiamo diventare sempre più simili a lui, specialmente esercitando l’amore, visto che Dio è Amore. Dobbiamo lasciarci attirare dalla «forza di gravità dell’amore di Dio: l’essere amati da Dio e la risposta del nostro amore ci attirano verso l’alto». Lui solo può innalzarci, da soli non ne siamo in grado e la Resurrezione, a cui la liturgia ci farà volgere la mente soprattutto domenica prossima, è la nostra unica possibilità di risorgere: «Dio stesso deve tirarci in alto, ed è questo che Cristo ha iniziato sulla Croce», in quanto «nel suo amore crocifisso ci prende per mano e ci conduce in alto».

    Grande! Capisco in ogni caso l'affetto di Nosari per il Papa regnante, prescindendo dalle sue ragioni personali. Benedetto XVI ci ha detto e spiegato proprio quel che oscuramente cercavo di introdurre poco sopra: Dio ci attira in alto partendo dal basso, conscio dei limiti delle Sue amate creature, delle loro miserie, dei loro "pesi", e in questo sta la gioia della salvezza, che è prima di tutto "essere sollevati", "sentirsi sollevare". E' tanto bello trovare qualcuno con cui parlare, sfogarsi, confessare le proprie miserie (è il fondamento tecnico del sacramento della Penitenza, è il fondamento della psicanalisi), figuriamoci quando la mano che ci viene porta è quella di Dio! Ecco!, nessuna grazia da un "altrove" sconosciuto che, apparentemente beneficandoci, finisce coll'opprimerci, coll'impedire e negare addirittura la nostra sete di libertà e verità, sete divina. Tanta Grazia da Chi ci solleva al Cielo.

    Il riferimento dell'ottimo articolista allo scientismo imperante, all'assurda e generalizzata tendenza dell'uomo a farsi dio di se stesso, creando idoli, mi sembra richiamare quasi integralmente l'articolo di Nosari sul politeismo risorgente, in questo giornale http;//www.Bergamo.info/culturacristiana, articolo che spesso e volentieri ho il piacere di rileggermi, nel confronto e completamento del pensiero di Sandro Magister.

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  4. 4

    Karl Heinz Treetball

    Senza tempo, fuori dal tempo, nel tempo e nella Storia. Questo mi sembra essere uno degli aspetti più importanti della Risurrezione, il miracolo realizzato per noi, che ci trascina verso il Cielo nonostante tutte le nostre resistenze.

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  5. 5

    Kamella Scemì

    Riprendendo l'osservazione del berlinese Karl Heinz, faccio osservare che nel suo secondo volume del "Gesù di Nazaret" anche Sua Santità Benedetto XVI sottolinea la contemporaneità di Gesù, attualizzando spesso il contenuto dei testi: passa dall'Ultima cena all'eucaristia della domenica mattina, rende presente l'appello alla vigilanza fatto da Gesù nell'agonia, e nelle due ultime frasi del libro dice testualmente: "Nella fede sappiamo che Gesù, benedicendo, tiene le Sue mani stese su di noi. E' questa la ragione permanente della gioia cristiana".

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  6. 6

    Aristide

    Nosari osserva che Simon Pietro, quando entra nel sepolcro vede anche il sudario, e non solo i lini posati per terra (o, forse, semplicemente, disposti in orizzontale, perché questo sembra essere il significato dell’espressione τὰ ỏθόνια κείμενα, lat. ‘posita linteamina’), come li aveva visti Giovanni, che aveva preceduto Pietro, ma che non era ancora entrato nel sepolcro. Tuttavia il sudario non stava con i lini, (forse) per terra; il sudario stava arrotolato, in un altro posto. Ebbene, questi lini distesi sono, appunto, la dimostrazione della resurrezione. Così osserva S. Giovanni Crisostomo, in una delle sue omelie: « Se [Gesù] fosse stato trasportato via, non l’avrebbero certo denudato; e se l’avessero trafugato, non si sarebbero preoccupati di levare il sudario, avvolgerlo e metterlo da parte, separato dai lini: semplicemente, avrebbero sollevato il corpo così com’era. Proprio per questo [san Giovanni] aveva posto in evidenza, prima, che il corpo è stato sepolto con la mirra, che incolla i lini al corpo, perché non siamo tratti in inganno da coloro i quali affermano che Gesù è stato sottratto furtivamente». Ho preso queste parole dalla trasposizione delle parole di san Giovanni Crisostomo da parte di san Tommaso d’Aquino (Catena aurea in quatuor Evangelia: Expositio in Ioannem: http://www.corpusthomisticum.org/cjo12.html ).

    Si noti che il sudario, cioè il fazzoletto, è una cosa, i lini sono un’altra. In particolare il sudario «stava sul capo di Gesù» (in greco: τὸ σουδάριον, ὃ ἦν ἐπὶ τῆς κεφαλῆς αὐτοῦ), dunque non è da confondere con la Sacra sindone, che sono invece i lini di cui sopra. (Anche il sudario è di lino, ma è un ‘linteolum’, cioè una pezza piccola.) Riguardo al sudario si fanno diverse ipotesi: secondo alcuni era un fazzoletto disteso che effettivamente copriva il volto di Gesù, tutto, secondo altri deve intendersi come un fazzoletto ripiegato, avvolto intorno al capo per tenere ferma la mandibola del defunto. Invece la Sacra sindone non può essere altro che quegli ỏθόνια κείμενα, cioè quelle fasce di lino distese (che, essendo un pezzo unico, possiamo intendere al singolare, come quando diciamo “bimbo in fasce”, anche se la fascia è una soltanto): le quali recano l’immagine del corpo e del volto di Gesù per un meccanismo di trasposizione chimica, o anche per irradiazione, al momento della Resurrezione. Questa, mi sembra di capire, è l’ipotesi di Nosari. Ma qui la ragione vacilla, com’è giusto che vacilli. Buona Pasqua ai lettori di Bergamo info.

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  7. 7

    domenico

    "E vidi le lasagne andare a Prato a vedere il Sudario, e ciascuna portava l’inventario." E' espressione grottesca relativa all'usanza delle donne toscane di lavarsi dalle colpe visitando il Sudario. Risale all'antico la devozione per le "Sacre bende" quali strumento di purificazione dai peccati.

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  8. 8

    antonio

    Il velo della Veronica, veramente, era oggetto di pellegrinaggi devoti a Roma, non a Prato.

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  9. 9

    francesco

    Ma forse Domenico si riferisce alla festa del "sacro cingolo", che si celebrava nel duomo di Prato.

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  10. 10

    franca

    Ho capito (ma non è stato facile). Cito Domenico (e il suo giustamente festoso, ma profondamente criptico invito in quel di Prato).

    Difatti la solennità più importante dell’anno liturgico, la Pasqua, viene celebrata, a Prato, come di consueto, anche con la solenne Ostensione del Sacro Cingolo mariano.

    Se non erro, nel pomeriggio, alle 17,30, dopo il Canto dei Vespri, il vescovo Simoni mostrerà la reliquia all’interno della cattedrale e sulla piazza, affacciandosi dal pulpito di Donatello. Quello del giorno della Risurrezione del Signore è il giorno (ma non è il solo) in cui viene mostrata ai fedeli la Cintura della Madonna.

    Grazie Domenico per l'informazione, senz'altro più che gradita: ci sarò.

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  11. 11

    vincenzo

    Noto con piacere che Bergamoinfo è letto anche da amici, presumo, fiorentini (http://www.toscanaoggi.it/news.php?IDNews=22653&IDCategoria=1). Saluti, dunque, agli amici fiorentini e complimenti alla redazione di Bergamoinfo.

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  12. 12

    Bergamo.info

    Innanzitutto, Santa Pasqua a tutti, viventi e no, perché la Risurrezione di Gesù è reale speranza di risurrezione per ciascun essere umano che abbia calcato questa terra, nessuno escluso.

    Non conosco la tradizione del Cingolo della Madonna, a Prato: non si tratta comunque del Sudario. Per inciso, ricordo che altra reliquia della Passione di Gesù, come tale venerata, è conservata nel Santuario di Manoppello, negli Abruzzi.

    Vengo al dettagliato scritto di Aristide il Grande: un augurio speciale per Te, caro amico approdato per avventura fra noi, e per tutti i Tuoi cari.

    Comincio dalla penultima frase: "ma qui la ragione vacilla, com’è giusto che vacilli". E' così, ed è giusto, quindi ragionevole, che sia così. Se così non fosse dovremmo dichiararci creatori della nostra vita, fin dall'origine, e ciò sarebbe palesemente irrazionale. Anche se qualcuno ci prova…

    Per quanto riguarda i miei "pensieri" a ruota libera, confermo che più volte mi ero chiesto cosa Giovanni avesse visto per convincerlo a credere. Avendo desiderio di scrivere un breve brano per la Pasqua, ho preso fra le mani il testo greco delle Edizioni Dehoniane di Bologna e il mitico vocabolario Rocci, ricordo ormai antico dei miei passati studi classici presso l'absburgico imperial-regio liceo Paolo Sarpi di Bergamo, e ho fatto quel che ogni dilettante (per diletto) appassionato può fare: ho cercato di capire il testo originario. Da dilettante, appunto.

    Ricostruisco la scena: Giovanni arriva per primo al sepolcro ma non entra, sbircia all'interno. Attende Simon Pietro, più anziano e capo del piccolo gruppo di apostoli, che arriva affannato ed entra, notando anche il sudario, e non solo i lini posati per terra (o, forse, semplicemente, disposti in orizzontale, perché questo sembra essere il significato dell’espressione τὰ ỏθόνια κείμενα, lat. ‘posita linteamina’), come li aveva visti Giovanni, che aveva preceduto Pietro, ma che non era ancora entrato nel sepolcro.

    Qui mi fermo per una considerazione: certamente i lini sono la copertura prevalente del cadavere rispetto alle bende usate per "sigillarli", perché, come si dice nel racconto della risurrezione di Lazzaro, bende è reso con keirìai, mentre qui si tratta di othònia, tessuti di lino, keiména, giacenti.

    Ho reso "giacenti" con "afflosciati" perchè, oltre che scorretto tradurre "per terra", se essi fossero stati in altro luogo ci sarebbe stata la prova contraria, cioè che il cadavere era stato effettivamente spostato.

    Veniamo al sudario: Aristide dice: "Tuttavia il sudario non stava con i lini, (forse) per terra; il sudario stava arrotolato, in un altro posto".

    Non sarei così certo: la traduzione letterale che ho fatto recita "e il sudario che era sopra il suo capo non con i lini giacente ma diversamente/separatamente in-arrotolato in un unico luogo". E' evìdente che il testo non è per noi chiaro, restando l'incertezza fra l'avverbio di modo (diversamente) e quello di luogo (separatamente). Il sudario, inoltre, consiste in un fazzoletto per asciugare il sudore, che normalmente legava verticalmente la testa dei cadaveri, per impedire l'apertura della bocca. Non era inconsueto che altro fazzoletto coprisse la faccia. Infatti, Aristide dice che «stava sul capo di Gesù» (in greco: τὸ σουδάριον, ὃ ἦν ἐπὶ τῆς κεφαλῆς αὐτοῦ).

    Ebbene, da tutto questo, con riferimento specifico a quel "in unico luogo", ho tratto la seguente lettura interpretativa: Giovanni vede i lini afflosciati e il sudario che era sul suo capo, non afflosciato come i lini (la mentoniera sporgeva, in quanto disposta perpendicolarmente ai lini stessi), ma diversamente, arrotolato dentro, al suo posto, dove doveva essere, in unico contesto coi lini.

    Per inciso, mi sembra chiaro che i nostri lettori non abbiano confuso il sudario con la Sacra Sindone, che sono invece i lini di cui sopra.

    La Sacra Sindone, infatti, come rileva Aristide, non può essere altro che quegli ỏθόνια κείμενα, cioè quelle fasce di lino distese (che, essendo un pezzo unico, possiamo intendere al singolare, come quando diciamo “bimbo in fasce”, anche se la fascia è una soltanto): le quali recano l’immagine del corpo e del volto di Gesù per un meccanismo di trasposizione chimica, o anche per irradiazione, al momento della Resurrezione.

    Magnifico, poi, il richiamo a S. Giovanni Crisostomo attraverso la lettura che ne fa S. Tommaso d'Aquino: «Se [Gesù] fosse stato trasportato via, non l’avrebbero certo denudato; e se l’avessero trafugato, non si sarebbero preoccupati di levare il sudario, avvolgerlo e metterlo da parte, separato dai lini: semplicemente, avrebbero sollevato il corpo così com’era. Proprio per questo [san Giovanni] aveva posto in evidenza, prima, che il corpo è stato sepolto con la mirra, che incolla i lini al corpo, perché non siamo tratti in inganno da coloro i quali affermano che Gesù è stato sottratto furtivamente».

    Grazie ancora, caro Aristide, e buona e santa Pasqua a Te e a tutti i Tuoi cari.

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  13. 13

    m.capasso

    "A Pasqua in punto risorge Gesù. Prima di risorgere Egli soffrì molto, poverino.

    All'ultima cena già c'era un po' di tradimento in giro ma nessuno lo diceva, nessuno avvisava Gesù. Nell'orto degli ulivi Lui piangeva e i discepoli dormivano. Così nessuno si accorse che stavano per arrestarlo e quando si accorsero era troppo tardi. Giuda Iscariota lo tradì per trenta denari, San Pietro per niente, solo per paura.

    Ponzio Pilato maltrattò Gesù senza pietà: lo fece frustare a sangue.

    Poi gli misero una corona di spine e sfottendolo lo inchiodarono alla croce.

    Roma antica, come gli antichi Ebrei, avevano costumi diversi dai nostri, costumi che portarono a crocefiggere Gesù, un innocente. Però ancora oggi ci sono territori, come Napoli, dove comanda la camorra, o come Palermo, dove comanda la mafia, che hanno nei loro costumi usuali quelli di uccidere gli innocenti, come certi magistrati, colpevoli di aver fatto solo il loro dovere. In quelle città ancora oggi si crocifiggerebbe subito un portatore di verità come Gesù.

    Quando Gesù fu completamente morto venne un grande terremoto e solo allora si accorsero che era figlio di Dio. Devono succedere i fenomeni terrificanti per accorgersi? Quello del Giappone è un castigo di Dio? Ma se non sono neanche cristiani… Dopo tre giorni di morte – perchè lui solo tre giorni? – Gesù salì al cielo, perdonò tutti, anche Roma (forse) e aprì la strada per la loro salvezza, che però arriverà alla fine dei tempi".

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  14. 14

    f.capasso

    Caro prof. Nosari, sono costernato, e chiedo scusa (anche a nome di mia moglie). Il precedente intervento è di mio figlio Michele (è un bravissimo ragazzo). E' tratto da un brano reperito su Internet. E questo, nel giorno di Pasqua, dovrebbe far riflettere me, mia moglie e noi tutti…

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  15. 15

    Suor Marina

    Invio l'editoriale della rivista delle Suore Orsoline di Somasca "In Altum":

    ”Perché Dio permette tutto questo? ", è la domanda che si sente ormai ripetere per quanto sta succedendo: catastrofi immani nella natura, ma soprattutto a livello umano. Ogni giorno TV e mass media offrono un miserabile elenco di misfatti, di agguati, di lotte fratricide, di cattiverie, di odio…

    "Ma Dio dov'è?; perché, se c'è, non interviene?" e via… con frasi a volte sofferte, a volte banali.

    Non ci si chiede, però, perché l'uomo sia giunto a tanto, perché il male, la cattiveria facciano, ogni giorno di più, spaventosi progressi.

    Non ci si chiede perché l'uomo sia di fronte a due "situazioni": il bene e il male che convivono in lui!

    Dice San Paolo: "In me c'è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo… dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me… me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?" (Rom. 7, 15ss.).

    Il voler svolgere soltanto le attività di proprio gusto, il non saper mai ammettere di aver sbagliato dando sempre la colpa agli altri, il voler a tutti i costi seguire i propri gusti affermando che soltanto così si realizza la propria personalità, il voler essere sempre il centro dell'interesse e delle attenzioni altrui sentendosi offesi e ingelositi appena pare di non essere sufficientemente considerati, tutto questo indica forse il "male" a cui accenna San Paolo e che può essere riassunto nel relativismo, nell'egocentrismo, nell'egoismo di cui tutti, più o meno, viviamo? E, di contro, Dio, l'Amore che ha offerto in sacrificio il suo unico Figlio proprio per amore dell'uomo, può non esistere?

    Dio, l'Amore esiste…, ma l'uomo, libero nelle sue scelte, lo ascolta? come? quando?

    Il comportamento veramente ammirevole dei genitori di Yara, (era nostra brava alunna – n.d.r.) il movimento di preghiere e di compartecipazione sollevati da questa tragedia, sono una risposta a tale domanda: sì, Dio esiste e interviene se e quando gli si permette di intervenire, stando vicino a chi soffre, soffrendo con Lui!

    L'Amore, conoscendo il male che abita nell'uomo, ha infatti scelto di vivere pure Lui da uomo, condividendo, nella sofferenza, le cattiverie, le meschinità, la crudeltà, fino a lasciarsi condannare a morte come malfattore, ma solo per amore, così da saper dire, prima di emettere l'ultimo respiro sul legno infame della croce: "Padre, perdona loro, non sanno quello che fanno!". Ma Lui, L'Amore morto come uomo, è risorto! E' vivo, è con l'uomo ogni giorno purché egli gli lasci spazio dentro… E' questa la risposta alla domanda: "Perché Dio, se c'è, non interviene?".

    E' con questa convinzione che esprimiamo a tutti gli affezionati lettori l'augurio più vivo di saper riconoscere, nel Risorto, il Dio-Amore che cammina con ciascuno di noi. Buona Pasqua di Risurrezione in Lui!

    La Redazione

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  16. 16

    vincenzo

    Bergamo, Firenze (Prato), Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo: un'altra prospettiva, diversa per ogni singola località. Talora dobbiamo dire: purtroppo

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  17. 17

    cristoforo

    Non è straordinario quanto Gesù ci insegna con la sequenza vita/morte: lo sperimentiamo tutti i giorni, allorché facciamo delle scelte. Una, magari non riuscita, è la scelta e tutte le altre muoiono. L'agire è vita e nello stesso tempo morte. E' il limite dell'uomo, la sua miseria. Lo straordinario della Risurrezione di Gesù sta nel fatto che ci dice che la sequenza va a favore della vita, della vita vera, perché essa prevale sulla morte fisica, che annullerebbe "innaturalmente" l'opzione. Perché dovremmo agire se sapessimo che tutto si annulla? Sarebbe "veramente innaturale", perché la natura non è mero inganno.

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  18. 18

    Kamella Scemì

    A rafforzamento di quanto affermato da Cristoforo, aggiungo il Mattutino di oggi redatto per Avvenire dallo stimatissimo Cardinale Gianfranco Ravasi:

    CORPO, ANIMA, SPIRITO di GIANFRANCO RAVASI

    "Più gloriosa del corpo è l’anima. Più glorioso dell’anima è lo spirito. Più misteriosa dello spirito è la divinità. Alla fine il nostro corpo rivestirà la bellezza dell’anima. L’anima si rivestirà della bellezza dello spirito. E lo spirito rivestirà l’immagine della maestà divina".

    È difficile proporre una riflessione nel giorno di Pasqua. Sarei tentato di rimandare alla musica, magari suggerendo un testo affascinante eppure ignoto ai più come l’oratorio "Storia della risurrezione" (1623) del grande Heinrich Schütz il quale alla partitura aveva aggiunto questo postscriptum: «Signore Gesù Cristo, tu mi hai concesso di cantare la tua risurrezione su questa terra. Nel giorno del giudizio, richiamami dalla tomba perché il mio canto in cielo si mescoli a quello dei serafini per renderti grazie in eterno!». Ho invece scelto pochi e densi versi di un grande poeta spirituale dell’Oriente cristiano, sant’Efrem Siro (IV secolo), tratti da uno dei suoi Inni sul paradiso.

    Tutti distinguiamo – sulla scia della cultura greca classica – tra corpo e anima. Il cristianesimo, però, con san Paolo introduce un terzo elemento, lo spirito: è il principio di un’altra vita rispetto a quella psicofisica, un principio vitale che ci rende figli di Dio.

    Potremmo, quindi, dire che tra noi e Dio corre una sorta di respiro che possiamo spegnere solo col peccato e col male. È per questo, allora, che – giunti alla fine dell’esistenza terrena – se avremo conservato quel respiro, brillerà in pienezza l’epifania dell’immagine divina che è impressa nel nostro spirito, così che corpo-anima-spirito siano intimamente intrecciati col filo d’oro della divinità. È la risurrezione così come la canta Efrem che vede la creatura umana ascendere verso l’eterno e l’infinito, verso la grandezza e la luce divina. È quel paradossale (per i Greci) «corpo spirituale», vale a dire animato dallo Spirito di Dio, delineato da san Paolo (1Corinzi 15, 42-44).

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  19. 19

    Kamella Scemì

    Se permettete, aggiungo il magnifico editoriale dallo stesso quotidiano Avvenire:

    LE CERTEZZE SCRITTE NEL CIELO DELLA RISURREZIONE: NIENTE FINISCE IN NIENTE. di

    PIERANGELO SEQUERI

    Dovete volerci bene anche sol­tanto perché da qui, nonostan­te tutto, noi non arretriamo.

    Con tutto quello che succede ogni an­no. Con tutte le piaghe dalle quali, an­che noi, siamo coperti. Con tutta la rassegnazione che ci ammala invisi­bilmente, come la radioattività nell’aria. Con tutta la rabbia per le im­placabili mortificazioni della vita, per le ottuse indifferenze della morte, che ci farebbe mandare tutto all’aria: cia­scuno per sé, e per l’amor di Dio, più nessuno per tutti, che ne abbiamo a­vuto abbastanza. Con tutto che sia­mo più pochi, e nemmeno tutti i mi­gliori. Con il fatto che non sappiamo neppure bene che cosa inventarci, per farvi volare alto: almeno voi, per­ché noi ci siamo impegnati anche per i pulcini con le ali spezzate. Con la sensazione di spenderci all’osso per l’essenziale e di essere poi comprati per le cose di complemento: come per un atto di beneficenza – almeno una volta all’anno. Con le lacrime a­gli occhi per tutti i figli che chiedono pane e ricevono rospi, sognano aria pulita e devono scegliere fra gli abiti dismessi. Con il groppo della nostal­gia per le avventure dell’anima che scoprono mondi e creano bellezza, quotidianamente sbeffeggiate dai volenterosi carnefici del rendimento.

    Con tutto questo, e col fatto che non siamo, noi per primi, all’altezza del­l’inaudito, noi sciogliamo le campa­ne e ripetiamo “Gesù Cristo è risor­to”. E che non c’è niente che finisca in niente. Dio ha bruciato le sue navi e non vuole ritornare da solo oltre la barriera. E noi siamo la compagnia destinata. Noi. Noi umani, che a di­spetto di tutto, siamo anche capaci di svenarci per un figlio, e di com­muoverci per la pura essenza della fe­de che ci viene incontro con lo sguar­do di qualcuno che ci pensa capaci di voler bene. Ebbene, noi siamo stati elegantemente anticipati da Dio. Im­perterrito, ha abitato le nostre frivo­lezze indecenti e le nostre odiosità insopportabili, e ne ha fatto fascine. Ha stretto un legame irrevocabile anche per un bicchier d’acqua. Non si è per­so nessuno dei nostri inferni, per strapparci dalle grinfie quelli che ci avevamo chiuso dentro: perché non erano dei nostri, perché non c’erano risorse, perché la civiltà dell’uomo e­mancipato aumenta i diritti, estingue i doveri, impone a tutti di pensare al­la salute. ”Gesù Cristo è risorto”. Il cielo è abi­tato da uomini, donne, bambini. Non solo angeli. L’intimità di Dio è un uo­mo come noi. Milioni hanno già tro­vato. Miliardi, troveranno. E saremo riconosciuti se ci riconosceranno. E saremo protetti, se abbiamo protet­to. Il pensiero dell’uomo occidenta­le si è fatto fine. L’annuncio è in cir­colazione da un bel po’. Bisognereb­be aggiornarsi. Il racconto è commovente, ma l’epilogo fuori portata. Gli atomi non vanno contraddetti – se non lo sappiamo noi! Li abbiamo in­terrogati: non ne sanno niente. D’ac­cordo, ognuno ha gli oracoli che si merita. Noi comunque non ci ag­giorniamo. Non cambiamo. Ci com­muoviamo come il primo giorno. Le donne hanno più fiuto di noi. I discepoli l’hanno visto, e non l’hanno più abbandonato. È in quel momen­to che, a noi uomini, ci è cambiato Dio. Non era più il faraone celeste, l’imperatore supremo, il divino mo­tore. E voleva noi. Ha imparato la no­stra lingua, ha patito i nostri affetti, ha sostenuto il nostro odio. Ha voluto noi e niente ha potuto fermarlo.

    ”Gesù Cristo è risorto”. A pensarci, grazie alla cocciuta fedeltà di questa testimonianza, oggi anche noi ci sen­tiamo migliori. E anche voi, vi vedia­mo meglio. Con tutto che siamo co­sì imperfetti (e così terribili, persino), grazie all’indomita ostinazione di quell’annuncio, incominciamo a ve­derne così tanti di esseri umani che tengono in vita il mondo, che certo non lo meriterebbe, da commuover­ci di quanti sono. Questo popolo del­le beatitudini, dico, ostinato come Dio, che ci tiene in vita, anche quan­do non lo meritiamo. Vedo che mol­ti sono dei nostri, li riconosco. Ma la stragrande maggioranza vengono da tutte le parti, e Gli vanno incontro. Ve lo dicevo che con la risurrezione di Gesù Cristo ci è cambiato Dio, a noi uomini. E anche noi ci troveremo cambiati, prima o poi. Noi non smet­tiamo, finché ce ne sono, di uomini. “Gesù Cristo è Risorto”.

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  20. 20

    Karl Heinz Treetball

    Grazie, "nuziale" Kamelia. Mi ci metto anch'io a inseguire Cristoforo, il cui pensiero mi sembra venga completato dall'articolo, sempre su Avvenire di oggi, di don Maurizio Patriciello:.

    IL «LAPSUS» DELLA SCIENZIATA ATEA E L’OCCASIONE DELL’INCONTRO CON CRISTO

    «Ma io che ci sto a fare qua?» E irrompe la domanda fondamentale.

    di MAURIZIO PATRICIELLO

    Se fosse viva, la mia mamma, avrebbe più o meno la stessa età di Margherita Hack.

    Anche lei amava, di notte, contemplare le stelle, ma a occhio nudo, senza cannocchiale. A differenza della Hack, però, esclamava sempre piena di stupore: «Ma guarda un po’ quanto è grande Iddio…». La signora Margherita, invece, non riesce a intravedere nessuno dietro le galassie. Lei è atea. Una volta, interrogata sull’esistenza di Dio, ebbe a dire: «Credere in Dio? Per me è come credere alla befana». Stupisce, e non poco, che l’argomento 'Dio' venga accantonato dalla signora – presidente onorario dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti – con tanta fretta. La curiosità è una dote fondamentale dello scienziato.

    Egli deve fare attenzione a tutto, non tralasciare nulla. Deve essere intelligente, caparbio, intuitivo. Vede cose che gli altri non riescono nemmeno a percepire, e va per la sua strada. Purtroppo nemmeno un poco della stessa curiosità la signora Hack riesce a riservare alle ipotesi 'Dio', 'vita eterna', 'aldilà'. La fede è un dono, è vero, ma anche una ricerca personale.

    Prima di eliminare con un colpo di spugna, per esempio, i miracoli di Lourdes, uno scienziato dovrebbe prenderli in seria considerazione. In gioco non c’è l’esistenza o meno di una lontana stella che gli strumenti non riescono a individuare: in ballo c’è il meglio della vita. Sì, perché se dietro l’universo e la vita umana c’è una Intelligenza che chiamiamo Dio, tutto cambia. La signora dice che tutto dipende dal cervello. Resta da capire perché mai il mio cervello, formatosi per caso, abbia a ragionare in questo modo. Perché mai un mondo nato per caso diventa comprensibile solo se studiato dall’intelligenza umana. Perché mai l’uomo, giunto per caso sulla terra, cerca un significato, un senso da dare alle sue azioni e si ribella all’idea di finire nel niente eterno. Mercoledì scorso, durante una puntata di «Porta a porta», si parlava dell’aldilà. La signora Hack non era in studio, ma collegata da Trieste. A un certo punto c’è stata una battuta che sarà sfuggita a molti. Le voci in studio si accavallavano a quella della Hack che non capiva se poteva o no parlare. Seccata per non avere la parola ha esclamato: «Ma che ci sto a fare qui?». Ecco, senza volerlo – un lapsus? – la signora ha fatto la domanda più sensata che possano farsi gli uomini: «Che ci stiamo a fare qui, su questa terra?». Come non si ammettono approssimazioni nel campo della scienza, altrettanto deve avvenire nel campo della fede. La vita, come sabbia, ci sfugge dalle mani. La signora Hack ha quasi 90 anni.

    Deve pur chiedersi con serietà – lasci ai bambini la befana – per quale motivo sia passata sulla terra. Le mille scoperte della scienza rendono più comoda la vita, ma da sole non bastano. L’uomo si pone domande, cerca un senso; vuole essere felice; vuole sapere che ne sarà di lui dopo la sua morte.

    Occorre avere una grande umiltà, perché siamo tutti sulla stessa barca. C’è chi, come accadeva alla mia mamma, fa più fatica a non trovare Dio piuttosto che a scovarlo. Ma c’è anche chi studia le galassie e il corpo umano fermandosi solo a ciò che vede. Mettendosi in reciproco ascolto queste persone possono farsi un grande bene. Scienza e fede. In fondo si va sempre alla ricerca di un perché. La luna non ci cade in testa perché… C’è vita sulla terra e non su Marte perché… Ma perché gli uomini non si accontentano di mangiare, bere e divertirsi? Perché hanno sempre bisogno di andare oltre? C’è stato un uomo che ha avuto la pretesa di essere anche Dio, Gesù di Nazaret, che, con la sua vita, morte e risurrezione ha incantato e incanta milioni di persone.

    Prima di passare oltre, facciano di tutto, gli uomini, per incontrarlo almeno una volta nella loro vita.

    "Naturale", no?

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  21. 21

    f.capasso

    Caro prof. Nosari, con riferimento a Cristoforo, La prego di non credere che sia impertinente ragionare per moto contrario.

    Pertanto Le domando: ma perché soffrire se poi nudo è il fine?

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  22. 22

    f.capasso

    Speriamo almeno che non sia così! Spero di scoprire qualcosa di più! Forse non dovrei neppure scriverne? So bene che molte cose non si possono dire!

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  23. 23

    Kamella Scemì

    Me ne sono stata lontana dal "libero pensiero" di F.J. Nosari perché, Vi confesso, quel che ha detto mi ha un poco turbato. L'argomentazione circa la tensione e il continuo rimando fra l'immagine di Dio e il Suo originale, utilizzata nel mio primo commento al brano evangelico previsto per la quarta domenica di Quaresima, mi è venuta alla mente tempo fa proprio dopo una visita alla città di Gerusalemme. L'immagine della "città santa" è inquieta, essa stessa inquieta, e rispecchia l'inquietudine del personaggio letterario "Dio" nella Bibbia: Gerusalemme è, in vero, la "Città dell'inquietudine". Lo si riscontra nel mutevole porsi dei suoi colori, che cambiano di ora in ora, di minuto in minuto, negli sguardi febbrili dei suoi abitanti, in cui puoi aspettarti da un attimo all'altro di scorgere ogni tipo di possibile sentimento umano, pur contraddittorio, nei loro stessi comportamenti, laddove gli ebrei percorrono camminamenti sopraelevati per non incontrare i palestinesi, allorché si recano al Muro del Pianto e vi ritornano di sera, mentre poi con costoro si incrociano e fanno affari tutti i giorni, nel suk e per le strade della città antica.

    Proprio così: le varie personalità riunite nel solo personaggio letterario "Dio della Bibbia" lo rendono sì difficile, ma anche impossibile da resistergli, fino ad arrivare a dipenderne. Mentre consciamente ne emulava le virtù, l’Occidente e il Medio- Oriente, specialmente le sue città, hanno assimilato inconsciamente la tensione – che genera ansia – tra la sua unità e la sua molteplicità. Così, e anche assai più incisivamente e decisamente, è avvenuto per Gerusalemme e i suoi abitanti, emblemi di una città tesa, inquieta, difficile, ma anche irresistibile e dominante il cuore di chi l'abbia veramente "vissuta". La sua identità, infatti, raccoglie insieme parecchie sottoidentità incompatibili, incongrue e in conflitto fra loro: è una città così difficile e complicata, così inquieta, perchè i suoi originari abitanti ebbero comprensione di sé come immagine di Dio, il quale, in effetti, si era reso le cose difficili in maniera analoga. Il monoteismo riconosce solo un Dio: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno». Nella Bibbia non vi è nulla, a proposito di Dio, su cui si insista più che sulla sua unità. Dio è la Roccia Eterna, l’integrità personificata. Pure, questo medesimo personaggio comprende diverse personalità. Sarebbero state ben più facili la pura unità (il solo carattere) o la pura molteplicità (la sola personalità). Ma egli è entrambe, e così l’immagine dell’umano che da lui deriva le richiede entrambe. Gerusalemme è una città così. I suoi abitanti sono modellati così.

    Orbene, se si percorre la città, specie durante la Settimana Santa, difficilmente si verrà colti e sopraffatti dall'emozione, come avviene allorché si ammira lo spettacolo del sorgere del sole dall'alto del Sinai oppure il tramonto sul lago dalla cima del Monte delle Beatitudini. No, in Gerusalemme, quasi senza volerlo, si fa attenzione ai particolari, si cerca di ricostruire quel che non c'è più, di porre sul banco, ogni momento, ipotesi plausibili per una realtà complessa in un quadro incerto.

    Seguendo la Via Dolorosa vedi l'indifferenza, talora l'ostilità, di quei visi che spuntano dalle bottegucce poste ai suoi lati, e t'immagini il Signore, non più portato in trionfo come al momento del Suo ingresso in città, ma sbeffeggiato, svilito, diventato bestia da macello per quegli avidi occhi, pronti a cercare una qualche utilità anche nell'agonia di un condannato che sanno essere innocente. Cerchi di capire, di immedesimarti, forse qualcosa percepisci, ti emozioni prima di tutto "intellettualmente", seguendo il corso dei pensieri e delle ipotetiche ricostruzioni, poi t'arrabbi, ti disperi.

    Arrivi alla Basilica del Santo Sepolcro e "senti" il peso delle tradizioni, delle abitudini, delle stupidità ivi presenti, ma senti anche, prima di tutto, l'attaccamento che tutti i cristiani che son lì mostrano per le reliquie, buone o fasulle, del momento decisivo della nostra Storia: la Risurrezione di Gesù. E li ringrazi, e li perdoni per le assurde evoluzioni cui ti costringono.

    Ti mostrano, unta e bisunta per balsami e profumi su di essa sparsi, la lastra di pietra dove sarebbe stato appoggiato il cadavere di Gesù per la preparazione post-mortem: sorridi; una pietra lavorata, a essere ottimisti, ai primi del XIX^ secolo, dopo la nascita di Cristo, naturalmente. Sorridi, ma dentro di te ringrazi la devozione di quei fedeli, una devozione che è il vero "custode di Terra Santa".

    Ti mostrano la pietra del Gòlgota: in realtà, è una delle poche pietre rimaste di quella cava dove fu ucciso Gesù, i cui tagli netti nella pietra dovevano rendere apparentemente più sopraelevato di quanto non fosse il piccolo rilievo oggi da noi detto Calvario. Ti immagini un temporale dentro la cava, oppure un rombo, una frana, un precipitare di pietre, oppure tutte queste cose insieme, e pensi e rifletti… e il tempo ti scorre via che non te ne accorgi nemmeno. Le pareti della basilica sono scomparse, intorno a te c'è l'anfiteatro di quelle della cava, rivedi i soldati romani, le guardie del tempio, i membri del Sinedrio, tutta la variegata umanità presente, la variabile atmosferica e tettonica, l'ignoranza della folla, la sua voglia omicida, il suo terrore quando essa è soddisfatta. Gerusalemme ti inquieta, ti stringe in una morsa il cuore…

    Infine entri nel Santo Sepolcro, meglio, in quello che tradizionalmente viene indicato come il Santo Sepolcro. Non c' è più spazio per la fantasìa: ti abbandoni alle sensazioni. E t'accorgi che non senti la forza ancestrale della risurrezione salire dal sepolcro vuoto e avvinghiarti, rapirti. Impossibile!, ti dici. Poi ragioni: può anche darsi che il sepolcro, quello vero se questo non lo fosse, sia qui intorno, qui vicino, come una splendida gemma per ora ancora incastonata nella roccia. La sua luce brillerà intensissima quando Dio stesso la libererà, per goderne. Per ora, noi dobbiamo accontentarci di guardare con attenzione dentro noi stessi, ascoltare e "auscultare" il nostro cuore, stranamente simile a quella gemma, per capire se per caso possiamo cogliervi balenii che ci dicano che la Risurrezione potrebbe anche essere veramente parte di noi. Pure questa è "inquietudine".

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  24. 24

    prode anselmo

    Il fatto che la pietra sepolcrale sia stata sbalzata in là con un lancio da record olimpico conta assai poco. Hanno ragione i commentatori: l'attenzione è attratta dal buio di quel sepolcro, che tuttavia riluce, e di primo acchito non si capisce perché riluca. Osserva bene la grande Kamella: anche l'attrazione che esercita il sepolcro vuoto e la luce che da esso rimbalza sono "inquietudine", generano inquietudine! Se dal sepolcro scoperchiato viene luce, dobbiamo argomentare che nel nostro sepolcro, quello del cuore, c'è tanta luce che attende soltanto di raggiungere la Luce, di unirsi al coro libero della verità che purifica, luce che, invece, noi opprimiamo nella "nostra" prigione, da cui non vogliamo "risorga". L'uomo deve voler "risorgere", l'han detto già altri prima di me, ma ecco anche spiegato perché l'uomo è stato capace di cercar di chiudere Dio in un sepolcro, senza riuscirvi naturalmente. Perchè, in fondo, l'uomo non ama Dio e non ha ancora appreso la lezione circa come accettarlo, se non amarlo: per troppo tempo, nella storia dell'Antico Testamento, lo ha soltanto temuto o "usato" a proprio vantaggio. Solo Gesù, dopo duemila anni di storia biblica, forse più, ci dice di provare ad amare il Padre, e ci educa a farlo. Ma non è facile cambiare sentimenti verso un personaggio tanto forte e "ingombrante"…. sucita inquietudine, ecco!.

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  25. 25

    Kamella Scemì

    Come sempre ringrazio S. Em.Rev.ma Mons. Gianfranco Ravasi per gli scritti che ci dona: in questo, addirittura, trapela un'empatia di fondo che non credo sia soltanto frutto del caso. Poco sopra, in ora e giorno non sospetti, mettevo in relazione il nostro cuore al Santo Sepolcro. Ebbene, Sua Eminenza ha pensato qualcosa di simile, e così riporta la Sua riflessione su Avvenire di ieri, nel Mattutino:

    A FORMA DI CUORE di GIANFRANCO RAVASI

    "C’è un vuoto a forma di Dio nel cuore di ogni persona e non può mai essere riempito da nessuna cosa".

    Tempo fa ho letto con gusto un libro raffinato e molto 'mirato', la "Breve storia del verbo essere" di Andrea Moro, pubblicato da Adelphi. Si tratta, infatti, del termine che intreccia nel suo coniugarsi all’interno del linguaggio umano non solo la lingua e la logica, ma anche la filosofia, la matematica e persino la teologia, dato che Dio stesso si rivela a Mosè così: «Io sono colui che sono» (Esodo 3,14). Ebbene, in apertura a quel volume l’autore poneva la frase affascinante che sopra ho trascritto, aggiungendo questa precisazione: «citazione apocrifa di Pascal». Certo, come accadde a sant’Agostino, un pensatore folgorante, così anche il celebre filosofo e scienziato francese non poteva non generare un flusso di imitatori che gli assegnavano aforismi o riflessioni inventate.

    È vero, tuttavia, che è propria di Pascal l’esaltazione delle «ragioni del cuore che la ragione non conosce» (Pensieri n. 477 ed. Chevalier). Qui, però, si introduce un’ulteriore tappa: il cuore umano ha un tale abisso di profondità da poter essere colmato solo da Dio, cioè dall’Infinito e dall’Eterno. Vanamente la persona cerca di riempire questa sorta di buco dell’anima con le cose, coi piaceri, con le distrazioni. Ma queste realtà al massimo possono placare lo stomaco e i sensi; mai riescono anche solo a sopire l’attrazione che quell’assenza esercita, rendendoci sempre in tensione e insoddisfatti. Lo stesso desiderio umano, che è insaziabile, è la testimonianza di questo vuoto che anela e che nulla, tranne Dio, riesce a saturare.

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  26. 26

    angelomario

    Mi chiedo dove fosse il diavolo al momento dell'assassinio di Gesù. Che lì ci fosse, per me è certo: innanzitutto, proprio perchè a mio avviso di assassinio si tratta, quanto meno sotto l'aspetto soggettivo, cioè di chi l'ha voluto. E il diavolo non può mancare un appuntamento del genere. Poi, perchè si trattava della sfida cruciale portata da Satana a Dio, la battaglia campale: io, Satana, a Te, Dio, il Figlio Te lo assassino, Te lo seppellisco, e lì nel sepolcro se ne starà come tutti gli altri morti. E io sarò il signore della vita in quanto signore della morte. La fine di Dio, dunque, la fine del Signore della vita capace di vincere la morte, come noi invece lo crediamo, il dio a propria volta morto del nichilismo, il dio incapace di speranza. Come può mancare sul campo di battaglia uno dei due protagonisti del duello, lo sfidante, indomito e pazzesco nel suo tentativo di annullamento, capace di attrarre a proprio favore il potere e la folla, la casta dominante e il popolo, per una volta uniti nel loro cupio dissolvi? Senza cedere alle suggestioni del tragicomico psicodramma pinoquartesco, tòpos della rappresentazione delle miserie e mascalzonate soprattutto delle contadine della bassa bergamasca di qualche tempo fa, mi chiedo che veste possa aver assunto Belzebù in quell'anfiteatro di morte, la cava del Gòlgota appunto. Che ruolo egli abbia ulteriormente svolto, fino all'ultimo, silenzioso e piano, apparentemente poco incisivo, sfuggente, e in realtà delinquenziale all'ennesima potenza, privo di limite. Mi immagino uno scriba, un po' il notaro d'oggi, sufficientemente colto, determinato nel raggiungimento dell'obiettivo criminale da conseguire, silenzioso, protetto dalla pubblica immagine data dal ruolo che riveste, con gli occhi gonfi e ripieni di rosso odio, ieratico in quanto concentrato, pronto a versare sangue innocente per il pur minimo vantaggio da carpire all'Avversario. Magari accompagnato da una cagna nera dagli occhi color di bragia. Una lotta mortale da parte del signore delle tenebre. Una lotta sul suo terreno preferito. Una tremenda lotta contro Dio, ma anche contro se stesso in quanto essenza vivente…, e per questo, proprio per questo, sempre perdente, sempre negativa, sempre rifuggita d'istinto da chi sappia avvertirne la sinistra presenza (cagna compresa). Lo scriba, il notaro, insomma il demonio sotto mentite spoglie, Satana in una parola, mi par però di vederlo mentre, con la mente ottenebrata dall'odio, non pienamente conscio di quel che sta facendo, materialmente e nervosamente redige in tre lingue il cartiglio, dettatogli da Pilato, riportante la motivazione della condanna di Gesù. Senza rendersi conto di scrivere, nella ferocia del suo odio, anche la propria definitiva condanna, di incidere e innalzare di fronte a tutti il segno della propria definitiva sconfitta.

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  27. 27

    Bergamo.info

    A parziale conclusione della nostra complessiva riflessione sul Mistero pasquale, pubblichiamo il discorso tenuto da Sua Santità Benedetto XVI, il nostro amatissimo Papa, durante l'udienza di ieri.

    L'ottava di Pasqua

    Cari fratelli e sorelle, in questi primi giorni del Tempo Pasquale, che si prolunga fino a Pentecoste, siamo ancora ricolmi della freschezza e della gioia nuova che le celebrazioni liturgiche hanno portato nei nostri cuori. Pertanto, oggi vorrei riflettere con voi brevemente sulla Pasqua, cuore del mistero cristiano. Tutto, infatti, prende avvio da qui: Cristo risorto dai morti è il fondamento della nostra fede. Dalla Pasqua si irradia, come da un centro luminoso, incandescente, tutta la liturgia della Chiesa, traendo da essa contenuto e significato. La celebrazione liturgica della morte e risurrezione di Cristo non è una semplice commemorazione di questo evento, ma è la sua attualizzazione nel mistero, per la vita di ogni cristiano e di ogni comunità ecclesiale, per la nostra vita. Infatti, la fede nel Cristo risorto trasforma l’esistenza, operando in noi una continua risurrezione, come scriveva san Paolo ai primi credenti: «Un tempo infatti eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità» (Ef 5, 8-9).

    Come possiamo allora far diventare “vita” la Pasqua? Come può assumere una “forma” pasquale tutta la nostra esistenza interiore ed esteriore? Dobbiamo partire dalla comprensione autentica della risurrezione di Gesù: tale evento non è un semplice ritorno alla vita precedente, come lo fu per Lazzaro, per la figlia di Giairo o per il giovane di Nain, ma è qualcosa di completamente nuovo e diverso. La risurrezione di Cristo è l’approdo verso una vita non più sottomessa alla caducità del tempo, una vita immersa nell’eternità di Dio. Nella risurrezione di Gesù inizia una nuova condizione dell’essere uomini, che illumina e trasforma il nostro cammino di ogni giorno e apre un futuro qualitativamente diverso e nuovo per l’intera umanità. Per questo, san Paolo non solo lega in maniera inscindibile la risurrezione dei cristiani a quella di Gesù (cfr 1Cor 15,16.20), ma indica anche come si deve vivere il mistero pasquale nella quotidianità della nostra vita.

    Nella Lettera ai Colossesi, egli dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo seduto alla destra di Dio, rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (3,1-2). A prima vista, leggendo questo testo, potrebbe sembrare che l'Apostolo intenda favorire il disprezzo delle realtà terrene, invitando cioè a dimenticarsi di questo mondo di sofferenze, di ingiustizie, di peccati, per vivere in anticipo in un paradiso celeste. Il pensiero del “cielo” sarebbe in tale caso una specie di alienazione. Ma, per cogliere il senso vero di queste affermazioni paoline, basta non separarle dal contesto. L'Apostolo precisa molto bene ciò che intende per «le cose di lassù», che il cristiano deve ricercare, e «le cose della terra», dalle quali deve guardarsi. Ecco anzitutto quali sono «le cose della terra» che bisogna evitare: «Fate morire – scrive san Paolo – ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria» (3,5-6). Far morire in noi il desiderio insaziabile di beni materiali, l’egoismo, radice di ogni peccato. Dunque, quando l'Apostolo invita i cristiani a distaccarsi con decisione dalle «cose della terra», vuole chiaramente far capire ciò che appartiene all’«uomo vecchio» di cui il cristiano deve spogliarsi, per rivestirsi di Cristo.

    Come è stato chiaro nel dire quali sono le cose verso le quali non bisogna fissare il proprio cuore, con altrettanta chiarezza san Paolo ci indica quali sono le «cose di lassù», che il cristiano deve invece cercare e gustare. Esse riguardano ciò che appartiene all’«uomo nuovo», che si è rivestito di Cristo una volta per tutte nel Battesimo, ma che ha sempre bisogno di rinnovarsi «ad immagine di Colui che lo ha creato» (Col 3,10). Ecco come l’Apostolo delle Genti descrive queste «cose di lassù»: «Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri (…). Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto» (Col 3,12-14). San Paolo è dunque ben lontano dall'invitare i cristiani, ciascuno di noi, ad evadere dal mondo nel quale Dio ci ha posti. E’ vero che noi siamo cittadini di un'altra «città», dove si trova la nostra vera patria, ma il cammino verso questa meta dobbiamo percorrerlo quotidianamente su questa terra. Partecipando fin d'ora alla vita del Cristo risorto dobbiamo vivere da uomini nuovi in questo mondo, nel cuore della città terrena.

    E questa è la via non solo per trasformare noi stessi, ma per trasformare il mondo, per dare alla città terrena un volto nuovo che favorisca lo sviluppo dell'uomo e della società secondo la logica della solidarietà, della bontà, nel profondo rispetto della dignità propria di ciascuno. L’Apostolo ci ricorda quali sono le virtù che devono accompagnare la vita cristiana; al vertice c'è la carità, alla quale tutte le altre sono correlate come alla fonte e alla matrice. Essa riassume e compendia «le cose del cielo»: la carità che, con la fede e la speranza, rappresenta la grande regola di vita del cristiano e ne definisce la natura profonda.

    La Pasqua, quindi, porta la novità di un passaggio profondo e totale da una vita soggetta alla schiavitù del peccato ad una vita di libertà, animata dall’amore, forza che abbatte ogni barriera e costruisce una nuova armonia nel proprio cuore e nel rapporto con gli altri e con le cose. Ogni cristiano, così come ogni comunità, se vive l’esperienza di questo passaggio di risurrezione, non può non essere fermento nuovo nel mondo, donandosi senza riserve per le cause più urgenti e più giuste, come dimostrano le testimonianze dei Santi in ogni epoca e in ogni luogo. Sono tante anche le attese del nostro tempo: noi cristiani, credendo fermamente che la risurrezione di Cristo ha rinnovato l’uomo senza toglierlo dal mondo in cui costruisce la sua storia, dobbiamo essere i testimoni luminosi di questa vita nuova che la Pasqua ha portato. La Pasqua è dunque dono da accogliere sempre più profondamente nella fede, per poter operare in ogni situazione, con la grazia di Cristo, secondo la logica di Dio, la logica dell’amore. La luce della risurrezione di Cristo deve penetrare questo nostro mondo, deve giungere come messaggio di verità e di vita a tutti gli uomini attraverso la nostra testimonianza quotidiana.

    Cari amici, Sì, Cristo è veramente risorto! Non possiamo tenere solo per noi la vita e la gioia che Egli ci ha donato nella sua Pasqua, ma dobbiamo donarla a quanti avviciniamo. E’ il nostro compito e la nostra missione: far risorgere nel cuore del prossimo la speranza dove c’è disperazione, la gioia dove c’è tristezza, la vita dove c’è morte. Testimoniare ogni giorno la gioia del Signore risorto significa vivere sempre in “modo pasquale” e far risuonare il lieto annuncio che Cristo non è un’idea o un ricordo del passato, ma una Persona che vive con noi, per noi e in noi, e con Lui, per e in Lui possiamo fare nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5).

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  28. 28

    Bergamo.info

    Quale curiosità, voglio qui di seguito riportare il contenuto dei saluti rivolti dal Papa ai fedeli presenti all'Udienza generale di ieri.

    Credo sia interessante vedere scritto quel che spesso sentiamo soltanto dire e di cui non sempre comprendiamo il significato:

    Je salue avec joie les pèlerins francophones, particulièrement les séminaristes de Saint-Étienne, accompagnés de Mgr Dominique Lebrun ! Puissiez-vous être le ferment nouveau de notre monde, en apportant à tous les hommes la lumière de la Résurrection du Christ, qui est un message de vérité et de vie ! Bonne fête de Pâques à tous!

    I welcome the newly-ordained deacons of the Pontifical Irish College, together with their families and friends. Dear young deacons: in fulfilling the ministry you have received, may you proclaim the Gospel above all by the holiness of your lives and your joyful service to God’s People in your native land. Upon all the English-speaking pilgrims present at today’s Audience, especially those from Sweden, Australia, the Philippines, Thailand and the United States, I invoke an abundance of joy and peace in the Risen Lord. Happy Easter!

    Von Herzen heiße ich alle deutschsprachigen Pilger und Besucher willkommen, heute besonders die Mitglieder und Gäste der Studentenverbindung Capitolina, die heuer ihr 25. Stiftungsfest feiert. Die beglückende Erfahrung, die uns der auferstandene Herr an Ostern geschenkt hat, können wir nicht für uns selbst behalten. Wir müssen sie als Hoffnung weitergeben, wo Hoffnungslosigkeit ist, als Freude, wo Traurigkeit herrscht, als Leben, wo Tod ist. Dazu schenke uns der Herr seine Gnade. – Euch allen wünsche ich eine gesegnete und frohe Osterzeit.

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los sacerdotes y alumnos del Seminario Conciliar de Barcelona, así como a los grupos provenientes de España, Guinea Ecuatorial, Perú, México, Argentina y otros países Latinoamericanos. Les animo a que con el testimonio cotidiano de vida irradien la luz de la resurrección de Cristo, que penetra el mundo, y se hace mensaje de verdad y amor para todos los hombres. Muchas gracias.

    Queridos peregrinos de língua portuguesa, particularmente os portugueses vindos de Lisboa e da Sertã e os brasileiros de Poços de Caldas, a minha saudação, com votos duma boa continuação de santa Páscoa! Não podemos guardar só para nós a vida e a alegria que Cristo nos deu com a sua Ressurreição, mas devemos transmiti-la a quantos se aproximam de nós. Assim, fareis surgir no coração dos outros a esperança, a felicidade e a vida! Sobre vós e vossas famílias, desça a minha Bênção Apostólica.

    Saluto in lingua polacca, un po' più difficile da leggere. Provateci:

    Słowa serdecznego pozdrowienia kieruję do Polaków. Moi drodzy, bardzo dziękuję Wam za wszelkie wyrazy życzliwości, za nadsyłane życzenia na święta Wielkiej Nocy i z innych moich osobistych okazji, a szczególnie za dar modlitwy w mojej intencji. Z swej strony nieustannie zawierzam każdą i każdego z Was Bożej dobroci, wypraszam obfitość łask, i z serca wam błogosławię. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus.

    Traduzione italiana:

    Rivolgo un cordiale saluto ai polacchi. Miei cari, Vi ringrazio tanto per tutti i segni di benevolenza, per gli auguri inviati in occasione della Pasqua e per le altre mie ricorrenze personali, e soprattutto per il dono della preghiera secondo le mie intenzioni. Da parte mia ininterrottamente affido ognuna e ognuno di Voi alla bontà di Dio, chiedendo un’abbondanza di grazie e vi benedico di cuore. Sia lodato Gesù Cristo!

    Saluto in lingua croata (idem, come sopra):

    Suskrsnom radošću od srca pozdravljam i blagoslivljam sve hrvatske hodočasnike.

    Na uskrsno jutro učenici su, potaknuti viješću o Gospodinovom uskrsnuću, potrčali na grob i uvjerili se da je prazan. Dragi prijatelji, i vi koračajte ovim svijetom i svjedočite: Krist je živ, aleluja! Hvaljen Isus i Marija!

    Traduzione italiana:

    Nel clima della gioia pasquale di cuore saluto e benedico tutti i pellegrini Croati. Nella mattina di Pasqua i discepoli, spinti dalla notizia della Risurrezione del Signore, sono corsi alla tomba e si sono resi conto che era vuota. Cari amici, anche voi camminate in questo mondo e testimoniate che Cristo è vivo, alleluia! Siano lodati Gesù e Maria!

    Saluto in lingua lituana:

    Su meile kreipiuosi į maldininkus iš Lietuvos. Brangūs bičiuliai, Prisikėlęs Kristus tepripildo jūsų širdis savo meilės ir džiaugsmo. Jums, čia esantiems, ir visai lietuvių tautai suteikiu Apaštališkąjį Palaiminimą. Garbė Jėzui Kristui!

    Traduzione italiana:

    Con affetto mi rivolgo ai pellegrini giunti dalla Lituania. Cari amici, Cristo Risorto riempia i vostri cuori del suo amore e della sua gioia! A voi qui presenti e all’intero popolo lituano imparto la Benedizione Apostolica. Sia lodato Gesù Cristo!

    Saluto in lingua slovena:

    Lepo pozdravljam romarje iz Slovenije, še posebej iz Trzina in iz Dola pri Ljubljani!

    Veselje ob Jezusovi zmagi nad peklom je naša moč! Veselite se v Gospodu, da boste z Njim zmagovali nad grehom in tako postajali vedno bolj deležni Njegovega življenja. Naj bo z vami moj blagoslov!

    Traduzione italiana:

    Rivolgo un caro saluto ai pellegrini provenienti dalla Slovenia, in particolare da Trzin e da Dol pri Ljubljani! La gioia della vittoria di Gesù sugli inferi è la nostra forza! Rallegratevi nel Signore, affinché possiate con Lui vincere il peccato e così diventare sempre più partecipi della Sua vita. Vi accompagni la mia benedizione!

    Saluto in lingua ceca:

    Srdečně zdravím poutníky z České republiky!

    Drazí přátelé, kéž vám daruje Pán pravou radost a stále vás provází svými dary. S tímto přáním vám ze srdce žehnám.

    Chvála Kristu!

    Traduzione italiana:

    Saluto i pellegrini della Repubblica ceca.

    Cari amici, il Signore infonda in voi la vera gioia della Risurrezione e vi accompagni sempre con i suoi doni. Con questi voti vi benedico di cuore!

    Sia lodato Gesù Cristo!

    Saluto in lingua ungherese:

    Isten hozta a magyar zarándokokat! Szeretettel köszöntelek Benneteket!

    Krisztus, aki a szent asszonyoknak és az apostoloknak kinyilvánította a feltámadás örömét, tegyen benneteket is a halálon aratott győzelmének hirdetőivé! Apostoli áldásom legyen veletek mindenkor.

    Dicsértessék a Jézus Krisztus!

    Traduzione italiana:

    Un cordiale saluto ai pellegrini di lingua ungherese. Cristo, che ha rivelato alle pie donne ed ai suoi apostoli la gioia della risurrezione, vi renda arditi annunciatori della sua vittoria sulla morte!

    La benedizione apostolica vi accompagna sulle vostre vie.

    Sia lodato Gesù Cristo!

    Saluto in lingua slovacca:

    Sláskou vítam slovenských pútnikov z Farnosti Narodenia Panny Márie v Novej Bani.

    Bratia a sestry, vaša návšteva Ríma počas Veľkonočnej oktávy nech je pre každého z vás príležitosťou na pravú duchovnú obnovu. Oslávený Pán nech vás sprevádza svojim pokojom. Rád vás žehnám.

    Pochválený buď Ježiš Kristus!

    Traduzione italiana:

    Con affetto do un benvenuto ai pellegrini slovacchi provenienti dalla Parrocchia della Natività della Vergine Maria di Nová Baňa.

    Fratelli e sorelle, la vostra visita a Roma nell’Ottava di Pasqua sia per ognuno di voi occasione di autentico rinnovamento spirituale. Il Signore Risorto vi accompagni con la sua pace. Volentieri vi benedico.

    Sia lodato Gesù Cristo!

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i Diaconi della Compagnia di Gesù, invocando sul loro itinerario formativo e apostolico l'abbondanza dei doni dello Spirito Santo. Saluto i fedeli di Lampedusa, accompagnati dal loro Pastore Mons. Francesco Montenegro, e li incoraggio a continuare nel loro apprezzato impegno di solidarietà verso i fratelli migranti, che trovano nella loro isola un primo asilo di accoglienza; in pari tempo auspico che gli organi competenti proseguano l’indispensabile azione di tutela dell’ordine sociale nell’interesse di ogni cittadino. Saluto i rappresentanti dell’Associazione Nazionale Vittime dell’Amianto e dell’Osservatorio Nazionale Amianto e li esorto a proseguire la loro importante attività a difesa dell’ambiente e della salute pubblica.

    Il mio pensiero va infine ai malati, agli sposi novelli e ai giovani, specialmente ai numerosi adolescenti, provenienti dall'Arcidiocesi di Milano. Grazie per il vostro entusiasmo. Sento la gioia di Pasqua. Grazie. Cari giovani amici, anche a voi, come ai primi discepoli, Cristo risorto ripete: "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi … Ricevete lo Spirito Santo" (Gv 20, 21-22). Rispondetegli con gioia e con amore, grati per l'immenso dono della fede, e sarete ovunque autentici testimoni della sua gioia e della sua pace. Per voi, cari malati, la risurrezione di Cristo sia fonte inesauribile di conforto, di consolazione e di speranza. E voi, cari sposi novelli, rendete operante la presenza del Risorto nella vostra famiglia con la quotidiana preghiera, che alimenti il vostro amore coniugale.

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  29. 29

    Kamella Scemì

    L'esperienza "dell'entrata e uscita dal sepolcro", dal buio più tetro alla luce, viene continuamente ripetuta dal fedele praticante allorché si accosta al confessionale per il sacramento della riconciliazione. La riconciliazione è un dono, comunque un dono, dono anche da parte dei molti sacerdoti che nell'esercizio del sacramento ti fanno scoprire qualcosa di sempre nuovo sull’ascolto, sul consiglio e sul perdono. Per questo, davanti al confessionale si debbono avere più attese che dubbi, e comunque l'attesa di veder spazzata via la pietra che sigilla il sepolcro. «Legittime attese», mi pare che disse il Papa in un’udienza del mercoledì di più o meno un anno fa. La stessa udienza nella quale esortò i preti a «tornare al confessionale», da considerare non solo «come luogo nel quale celebrare il sacramento della riconciliazione», ma anche – citando le sedici ore quotidiane di cui era capace il santo curato d’Ars – «come luogo in cui abitare più spesso». Già, il confessionale è uno dei posti dove si manifesta e si sperimenta la pazienza di Dio, che siamo noi a mettere alla prova.

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  30. 30

    Kamella Scemì

    Credo sia interessante sgombrare il campo da possibili equivoci: «Con la Sindone i templari non c’entrano», da http://www.Avvenire.it

    In occasione dell’ostensione della Sindone a Torino sono stati pubblicati numerosi li­bri dedicati alla misteriosa im­magine impressa sul lino. Si trat­ta di testi di maggiore o minore importanza dedicati alle que­stioni più diverse; alcuni si con­centrano su aspetti scientifici, medico-legali, chimici o sulla datazione ricavata con il meto­do del carbonio 14, altri utilizza­no strumenti squisitamente sto­rici. Tra questi ultimi particola­re dibattito hanno suscitato i li­bri di Barbara Frale nei quali ve­niva rilanciata l’ipotesi – già in­trodotta da Ian Wilson nel 1978 – che siano stati i templari a cu­stodire il sacro lenzuolo dopo il sacco di Costantinopoli del 1204; un’ipotesi che consente, tra l’al­tro, di colmare il vuoto esistente fra quell’anno e la riemersione documentata della misteriosa i­cona a Lirey, verso la metà del XIV secolo. Proprio di questo secolo e mez­zo di vuoto si occupa il libro di uno storico del cristianesimo dell’Università di Torino, Andrea Nicolotti: I templari e la Sindone. Storia di un falso (Salerno. Pagine 186. Euro 12,50).

    Il testo si con­centra sulle teorie storiografiche che sono state proposte per col­mare la lunga eclissi documen­taria della Sindone, teorie che avvalorano il ruolo che, in tale storia, avrebbero giocato i tem­plari. La custodia della reliquia da parte di questi ultimi si rica­verebbe dalla lettura degli atti dei processi, laddove alcuni tem­plari affermarono di adorare u­na misteriosa 'testa' che sareb­be, appunto, proprio la Sindone. Secondo Nicolotti, tuttavia, le te­stimonianze del processo sareb­bero state mal tradotte dal latino, stravolgendone il senso, pro­prio nei passi critici. Ciò avreb­be portato storici ed esegeti su false piste. Correttamente inter­pretati, invece, tali passi esclu­derebbero ogni rapporto dell’ordine templare con il telo fu­nebre di Torino.

    In particolare, l’autore giudica inconsistente l’ipotesi che i templari abbiano davvero confessato di aver ado­rato un oggetto di stoffa. Nico­lotti si propone insomma di smontare, punto per punto, la teoria del possesso templare arrivando a dichiarare come un falso moderno il Chartularium culisanense , un documento spesso giudicato prova indiretta dell’esistenza della Sindone nel­la città di Atene agli inizi del secolo XIII. La minuziosa ricostru­zione di forzature interpretati­ve, invenzioni ed errori dei vari studiosi che sostengono il coin­volgimento dei templari nella custodia della Sindone non lasciano in piedi, secondo Nico­lotti, «nemmeno una pietra» del loro «castello argomentativo». In questa puntigliosa e spesso polemica messa a registro di problemi storici, linguistici, paleografici, Nicolotti non conte­sta l’autenticità della Sindone, questione nella quale, semplicemente, non entra. Suo inten­to è criticare, con metodi squisi­tamente storici, teorie costruite per avvalorare tesi precostituite.

    La polemica e il dibattito, a que­sto punto, sono assicurati anche perché il principale obiettivo polemico di Nicolotti è proprio la Frale con le sue più recenti ri­cerche. Comunque, il testo – competente e documentato – costringe studiosi d’altro avviso a precisare meglio e a controbattere se è il caso. Questo pro­cesso di puntualizzazione e chiarimento non può che risul­tare positivo e salutare per tutti coloro che desiderino compren­dere la natura dell’enigmatico lenzuolo funebre conservato nel duomo di Torino anche alla lu­ce delle risultanze storiche.

    Mario Iannaccone

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