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31 Comments

  1. 1

    Bergamo.info

    Mi scuso con i nostri lettori che già nella giornata di ieri non volevano mancare al nostro appuntamento settimanale, come dimostrano i numerosi "clic" effettuati.

    Purtroppo, un inghippo, che spero sia stato soltanto tecnico, ha impedito la pubblicazione del testo fino a questo momento. In ogni caso, buona domenica a tutti…e buon cammino verso il Cielo in compagnia del Risorto.

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  2. 2

    Kamella Scemì

    Non potevo cominciare il commento al Vangelo per la prossima domenica e la prossima settimana ("settimanale" è termine caratteristico e incisivo, quasi da agenda) senza citare il nostro stimatissimo Cardinale Gianfranco Ravasi.

    Pongo una domanda: come han fatto i due discepoli che Lo incrociano sulla strada di Emmaus a non comprendere sùbito che quella Persona è Gesù? Il Suo calore, il Suo sguardo, la Parola forte, decisa e sapiente… Incredibile!. Un po' rapportabile a quel che raccontavo qualche tempo fa circa la mia reazione davanti al Santo Sepolcro, a Gerusalemme. E questo mi dovrebbe far pensare, tanto cogitare. Sua Eminenza Reverendissima mi suggerisce, col Mattutino di oggi su http://www.Avvenire.it una prima risposta: carenza, ma non mancanza, d'amore da parte dei due discepoli.

    Dice Sua Eminenza:

    LA LAMPADA DELL'AMORE

    "L'amore vuol sentirsi dire le cose che sa già". "L'amore dev'essere un'eterna confessione".

    È sabato ed è maggio: una combinazione scontata per celebrare matrimoni, secondo un'evidente consuetudine simbolica e pratica. Alle coppie che oggi si sposeranno e a quelle che mi leggono, unite forse da decenni, dedico due aforismi che avevo annotato leggendo le pagine di due autori francesi che amo. La prima frase è del famoso autore dei Miserabili, Victor Hugo (1802-1885), ed esprime una verità indiscussa: l'innamorato ama la ripetizione. Il «ti amo» reiterato non è mai superfluo e non è mai identico. Ha sempre sfumature e iridescenze diverse: «Mai la stessa onda – cantava David M. Turoldo – si riversa nel mare e mai / la stessa luce si alza sulla rosa: / né giunge l'alba / che tu non sia già altro». Eppure, la realtà è sempre la stessa: sono le sue potenzialità segrete che ininterrottamente sbocciano e fioriscono davanti ai nostri occhi. È questa la stessa logica della ripetizione orante: si pensi alla liturgia nel suo cuore costante o, più semplicemente, al significato del rosario. In questa ripetizione, però, ci ammonisce il secondo autore, il poeta Alfred de Vigny (1797-1863), la verità, la sincerità, l'autenticità devono sempre dominare. Altrimenti si ha la pura e semplice convenzione, propria dei formulari ufficiali, si ha la filastrocca infantile, si ha alla fine l'ipocrisia che simula sentimenti spenti. Nell'amore la confessione – anche delle fragilità e persino dei tradimenti – è l'anima stessa della comunione intima. Se la lampada della lealtà è a intermittenza, l'amore presto si fulmina.

    Ebbene, come posso inquadrare nel ritratto stupendamente colorato dell'amore terreno, così come disegnato da Sua Eminenza, l'atteggiamento dei due discepoli? Avevano bisogno di sentirsi ripetere la lezione d'amore – e Gesù lo fa -, perché già erano in astinenza, avevano bisogno della ripetizione di quelle parole, che per loro era anche preghiera.

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  3. 3

    angelo

    Durante l'omelia di oggi pomeriggio il sacerdote ha detto che Gesù non voleva farsi riconoscere dai due di Emmaus: non è possibile, perché altrimenti non avrebbe dovuto rimproverarli. I due avevano in realtà tutti gli elementi per riconoscerlo, ma non ne sono stati capaci, essendo umanamente legati in prevalenza al solo aspetto esteriore, fisico. E' un'altra cosa.

    Se così non fosse, nessuno dovrebbe frequentare l'Eucaristia, anzi, il sacramento stesso non dovrebbe esistere.

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  4. 4

    Giuseppe

    I due discepoli hanno incontrato per strada Gesù. E quando si incontra il demonio? Come fai a cercare Gesù? Dove lo trovi, quando magari non hai avuto un'adeguata educazione familiare, sociale ed ecclesiale? E la formazione? Voi chiedete di studiare: ma chi insegna? Avete provato ad andare in giro ad ascoltare le omelie?. Mi fa piacere, comunque, che Bergamo Tv, copiando sostanzialmente voi, abbia cominciato a far commentare il Vangelo a laici.

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  5. 5

    Karl Heinz Treetball

    Il brano in commento comprende già l'intera liturgia della Messa e della Liturgia in generale, quella della strada, della Parola e del pane.

    Parlando al Pontificio Istituto Sant’Anselmo, Papa Ratzinger ha ribadito la centralità della liturgia nella vita della Chiesa: «Non poche volte si contrappone in modo maldestro tradizione e progresso», mentre «in realtà i due concetti si integrano», perché «la tradizione è una realtà viva, include perciò in se stessa il principio dello sviluppo, del progresso». Il Papa ha ricordato come lo studio in modo più approfondito del fondamento teologico della liturgia, evita di cadere nel ritualismo o di favorire il soggettivismo, il protagonismo del celebrante. Affinché la riforma liturgica «sia ben giustificata nell’ambito della Rivelazione e in continuità con la tradizione della Chiesa».

    «Nell’azione liturgica della Chiesa – ha sottolineato Benedetto XVI – sussiste la presenza attiva di Cristo: ciò che ha compiuto nel suo passaggio in mezzo agli uomini, Egli continua a renderlo operante attraverso la sua personale azione sacramentale, il cui centro è costituito dall’Eucaristia». «La liturgia della Chiesa – ha ribadito il Papa – va al di là della stessa 'riforma conciliare', il cui scopo, infatti, non era principalmente quello di cambiare i riti e i testi, quanto invece quello di rinnovare la mentalità e porre al centro della vita cristiana e della pastorale la celebrazione del Mistero Pasquale di Cristo». «Purtroppo, forse, anche da noi pastori ed esperti, – ha aggiunto – la liturgia è stata colta più come un oggetto da riformare che non come soggetto capace di rinnovare la vita cristiana». «La liturgia, teste privilegiato della tradizione vivente della Chiesa, fedele al suo nativo compito di rivelare e rendere presente nell’hodie delle vicende umane l’Opus Redemptionis, – spiega il Pontefice – vive di un corretto e costante rapporto tra sana traditio e legitima progressio, lucidamente esplicitato dalla Costituzione conciliare al n. 23». «Con questi due termini – ha proseguito – i Padri conciliari hanno voluto consegnare il loro programma di riforma, in equilibrio con la grande tradizione liturgica del passato e il futuro». Il motivo di questo equilibrio è semplice: «Non poche volte si contrappone in modo maldestro tradizione e progresso – ha ribadito il Papa -. In realtà, i due concetti si integrano: la tradizione è una realtà viva, include perciò in se stessa il principio dello sviluppo, del progresso. Come a dire che il fiume della tradizione porta in sé anche la sua sorgente e tende verso la foce». Concludendo il suo discorso Benedetto XVI ha infine confidato che la «Facoltà di Sacra Liturgia» di Sant’Anselmo «continui con rinnovato slancio il suo servizio alla Chiesa, nella piena fedeltà alla ricca e preziosa tradizione liturgica e alla riforma voluta dal Concilio Vaticano II, secondo le linee maestre della Sacrosanctum Concilium e dei pronunciamenti del magistero».

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  6. 6

    Bergamo.info

    Imitando il Signore sulla via di Emmaus, dobbiamo essere nella società, tra la gente, credente o meno che sia, con chiarezza e simpatia, forti, delicati e fieri.

    Sempre, come insegna Gesù ai due discepolidi Emmaus, occorre riandare alla radice della nostra fede, conoscerla, approfondirla, per saper inventare il futuro, «per una nuova evange­lizzazione, per consegnare alle generazioni future l’eredità pre­ziosa della fede cristiana», come ha detto ieri il Papa a Venezia.

    Tutti abbiamo bisogno di radici, radici di cui non sempre è sem­plice decifrare il senso, onde l'erede può faticare a comprendere qua­le sia l’eredità. Sono le radici di chi si sente pre­so per mano e amato. Sono le radici di chi con chiarezza le ha ricevute.

    Ieri Be­nedetto XVI esortava veneti, friu­lani e giuliani: «Custodite, raffor­zate, vivete questa preziosa ere­dità. Siate gelosi» di essa. Fino a coniare un ossimoro, figura reto­rica poco frequente nel magiste­ro della Chiesa: il Vangelo va por­tato «con delicata fierezza». Con orgoglio, ma senza arroganza. Con garbo, ma senza debolezza. La misura della «delicata fierezza» è racchiusa nelle radici più profonde, quelle della Lettera a Diogneto, risalente ai primi pas­si della comunità cristiana. I cri­stiani stanno «in mezzo agli altri uomini con simpatia (…), tesi a costruire insieme a tutti gli uo­mini di buona volontà una 'città' più umana, più giusta e solidale». La tentazione, specialmente in questi tempi di materialismo rampante, è duplice. Adeguarsi, nell’ansia – comprensibile, ma non giustificabile – di farsi accet­tare. Annacquare, tagliandone le radici, la novità cristiana per di­venire i gregari, o gli inutili idio­ti, di culture tanto apparente­mente vincenti quanto sostan­zialmente fragili e passeggere. Oppure contrapporsi arroccan­dosi nella propria cittadella fatta di certezze, fierissimi senza deli­catezza alcuna, ringhiosi nel ti­more di apparire arrendevoli.

    Il Cristianesimo e i cristiani sono per tutti. Le loro radici non sono 'proprietà privata' e gelosa, ma un bene offerto a chiunque lo ap­prezzi, una risorsa per l’intera so­cietà. Con questo spirito il Papa ieri invitava a non farsi travolge­re da amarezze e pessimismi e chiusure. Il ponte non va taglia­to ma rinforzato, non stretto ma allargato. Le radici sono patri­monio dell’Italia intera, dell’Oc­cidente, del mondo tutto quanto. E chi, cristiano, si assume re­sponsabilità politiche – il Papa ha esortato per l’ennesima volta un impegno in tale direzione – que­sta ricchezza dovrà mettere in gioco. Fiero, e delicato assieme.

    Interpolato da Umberto Folena, http://www.Avvenire.it

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  7. 7

    angelomario

    Riprendo il concetto espresso da Giuseppe e mi aiuto col Mattutino "ravasiano": veniamo alla luce con una dotazione genetica, in un determinato ambito sociale, con caratteristiche culturali diverse, con attitudini e capacità varie.

    È a questo punto, però, che si dipana il filo della libertà, della creatività personale, della volontà, della risposta umana, della fede e delle opere, se vogliamo parlare in termini religiosi. E qui si apre la galleria dei 'quadri' dipinti da noi uomini e donne, capolavori talvolta, altre volte invece puri e semplici sgorbi. Mi fa ancora sorridere la confessione di un mio amico che aveva una moglie con l’hobby della pittura. Gli esiti non erano esaltanti, ma l’amore del marito aveva inserito quei quadri in cornici preziose. Un giorno vennero i ladri in quella casa: rubarono tutte le cornici e lasciarono a terra i dipinti. Che non accada così anche alle nostre storie personali, il cui unico valore è nei doni ricevuti, mentre quello che abbiamo compiuto è solo un mostriciattolo senza senso o valore: i due di Emmaus anche questo insegnano.

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  8. 8

    Giuli

    Scusate se mi inserisco con un argomento che poco riguarda il brano del Vangelo di domenica scorsa, ma poichè ho letto sui giornali (particolarmente nei commenti alla notizia data da bgnews) di una polemica che avrebbe investito la meritoria iniziativa della Parrocchia di Curno di sfamare gli immigrati tunisini, peraltro non pubblicizzata dai diretti interessati ma fatta passare come iniziativa di partito (sia chiaro è solo un dato di fatto non una nota polemica), volevo trascrivere due righe di seguito:

    "Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare”.

    – “Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare?”.

    – “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto questo a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,34-35.37.40).

    Volevo poi dire che a Curno c'è chi utilizza il Crocifisso come gadget tentando di asservirlo ad una parte politica, chi si richiama strumentalmente ai principi della tradizione cattolica e chi, in silenzio, sfama e veste.

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  9. 9

    Kamella Scemì

    In effetti, la stessa notizia data poco sopra da Giuli circa i tunisini affamati che si aggirano dalle parti di Curno e Mozzo, quasi fossero bestie, ci suggerisce alcune cose: il Cristianesimo non è più sufficientemente conosciuto nelle terre cosiddette cristiane, e la cosa va peggiorando, perché, ovviamente, ci si regola sempre meno in base a quel che non si conosce e che non si usa; non si utilizzano le Scritture o loro brani o ricordi per intessere i discorsi quotidiani, nemmeno usando come intercalare anche soltanto qualcosa in qualche modo rimasto nella memoria, un'eslamazione, un nome…; quando si sta insieme ad altri, gli argomenti non sono mai "cristiani", perché si parla sempre d'altro, soprattutto di ciò che è opinabile, comunque non impegnativo, che non richieda un evangelico "sì, sì, no, no"; è perciò assai difficile incontrare chi sappia inserirsi nel dialogo al momento e nel posto giiusto per almeno incuriosire i "compagni di viaggio" con argomenti tratti prontamente dalle Scritture in base alle esigenze del momento, così da renderli attuali, freschi, interessanti. Dovrebbero saperlo fare tutti i cattolici, e soprattutto i preti: questi ultimi sono spesso una delusione, i primi tante volte, parlando di cristianesimo, danno l'impressione di non capire quel che stanno dicendo, quasi avessero innestato la voce ma non il cervello: secondo me, occorre cambiare parecchio, e avere coscienza che il piccolo e vecchio gregge continua a diminuire, e scomparirà, se la sua funzione non sarà inserita, radicata fortemente nella vita delle nostre società. Questo giornale d'opinione, sotto tale aspetto, è stato un segno provvidenziale. Speriamo ce ne siano molti altri, sempre più potenti,

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  10. 10

    Karl Heinz Treetball

    Con chi camminiamo? Chi incontriamo? Questa mi sembra essere la domanda angosciata e angosciante che ci stiamo ponendo in questo nostro riflettere sul vangelo settimanale, su questo vademecum che ci scegliamo di sette giorni in sette giorni (più o meno – dipende…). La domanda è per di più gravata dalle nostre personali insufficienze, che vengono fuori nella discussione, e dalle situazioni topiche, che pesano come macigni sul cuore.

    Don Sandro Lagomarsini ce ne dà un esempio pregnante su http://www.Avvenire.it.

    Sui monti di Liguria coi profughi d'Africa: il volto dello Sconosciuto.

    Sono arrivati da Manduria venerdì notte, fortemente provati. Una donna, vicina al parto, ha interrotto il viaggio a Pescara e arriverà in seguito, con altri tre familiari. Il centro montano ligure che ha accolto i profughi è stato attrezzato in gran fretta e la prima notte, mancando il riscaldamento, si è faticato a trovare coperte per tutti. Sono 37 persone, tra uomini, donne e bambini (il più piccolo di 8 mesi). Molti i nuclei familiari al completo. Sono tutti giovani o giovanissimi (il più 'anziano' ha 33 anni) e provengono dall’Africa sub-sahariana.

    Dopo una giornata di controlli medici, nella piccola comunità sono stati suddivisi i compiti: gli uomini accudiscono i bambini, le donne, dopo aver fatto il bucato, hanno chiesto scope e hanno svolto le pulizie nella casa. I cattolici (sono la maggioranza) hanno chiesto la Messa. Così sono stato interpellato io, amico del Centro, e la mia ultima celebrazione del pomeriggio è stata con i profughi e i volontari che li assistono. Parecchi sono arrivati con il libro delle preghiere e dei canti, conservato tra le cose – veramente poche – salvate durante la traversata per Lampedusa. Giocoforza, la nostra celebrazione è bilingue. In inglese eseguono il canto iniziale: un solista dà l’avvio al coro, il ritornello ripete struggente «Alla tua presenza Signore…», le mani battono il ritmo, mentre i corpi si muovono in un accenno di danza. Le letture pasquali sembrano pensate per questo momento.

    La lettera di Pietro ci invita a considerarci stranieri in questo mondo e io devo sottolineare che l’invito vale anzitutto per me e per gli italiani presenti: noi in Patria, i profughi lontani dalle loro Patrie, ma tutti obbligati – se siamo veri credenti – a ricordarci che la Patria è provvisoria e che lo straniero deve diventare nostro concittadino. Poi lo Sconosciuto, il Forestiero che nel Vangelo ha fatto un tratto di strada con i discepoli di Emmaus, ci ha ricordato come si riconosce il volto di Cristo: spezzando insieme il pane, quello spirituale e quello materiale.

    Mi è venuto spontaneo fare a questa gioventù, ricchezza dell’Africa che si disperde nel mondo, un cenno al convegno a Genova ha riunito «atei, agnostici, umanisti, razionalisti». Qual è il Dio che essi rifiutano? Da quale Dio sentono minacciata la loro vita e la loro intelligenza? Non è certo il Dio di Emmaus quello che devono temere. Il Dio che si è rivelato nella piena umanità di Gesù, si affianca al nostro cammino amichevole e non invadente, si informa partecipe sulle nostre speranze e sulle nostre delusioni, dialoga e condivide senza imporli pensieri e visioni profonde, ci lascia liberi di continuare il nostro cammino o di fare la nostra sosta da soli. È il Dio rivelatosi in Gesù che ci ha insegnato ad aprire le porte di questa casa, a preparare l’accoglienza, a viverla in condivisione.

    Il «Padre nostro», che gli amici africani recitano in inglese, non ha nulla dei nostri toni a volte trionfali: con le palme rivolte verso l’alto, lo recitano come una preghiera mormorata a un Padre vicino e in ascolto. Sono ancora loro che chiudono con il canto, strofe di ringraziamento e di lode, ma ancora appesantite dalle fatiche e dalle incertezze dei giorni passati. Domani condivideremo con questi uomini e con queste donne anche qualche parola di italiano, perché possano cavarsela meglio con le pratiche per ottenere lo statuto di rifugiati, perché possano sfruttare al meglio le opportunità di questa sosta. Intanto, questa sera, anche noi siamo Emmaus, anche a noi questa sera si è rivelato il volto dello Sconosciuto.

    Sandro Lagomarsini

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  11. 11

    Kamella Scemì

    Il Maestro può rivivere tramite persone speciali, come PAPA BENEDETTO XVI, Viandante che ci apre gli occhi, come dice MIMMO MUOLO su Avvenire di oggi. Lo hanno incontrato le genti del Nord-Est ed hanno capito il titolo dato alla Sua Visita Apostolica: «Confermare i fratelli nella fede». Nei due giorni trascorsi nel Nord-Est Benedetto XVI ha fornito un’interpretazione estremamente moderna della perenne missione di Pietro. Con le sue parole e i suoi gesti, infatti, il Papa ha continuato ad approfondire una delle linee­ guida del Suo Pontificato: ricordare, e dimostrare, agli uomini un po’ distratti e un po’ delusi di questo inizio di terzo millennio che la fede cristiana non solo è plausibile sul piano della razionalità, ma anche bella da vivere, perché da essa può promanare sia la felicità personale sia il bene comune.

    In sostanza è sembrato di rivedere sulle strade del Triveneto un remake dell’episodio evangelico di Emmaus, che la liturgia ha proposto proprio domenica scorsa. Un Viandante si è affiancato agli uomini e alle donne di un’area d’Italia di generose tradizioni, ma oggi toccata dallo scoramento e agitata da venti di chiusura egoistica, dopo una lunga stagione di speranze e di proficuo sviluppo. Quel Viandante, semplicemente invitando a guardarsi intorno, ha spiegato tutto ciò che riguarda la storia, l’arte, la vita, l’economia – in una parola la cultura – di queste terre, alla luce di una sola parola. Piccola come un granellino di senape, ma capace di generare la possente pianta di una civiltà che per secoli si è irradiata nel bacino del Mediterraneo e in una vasta area della Mitteleuropa. La parola più usata dal Viandante è 'fede'. Un filo conduttore con cui Benedetto XVI ha cucito non solo i sette discorsi rivolti a diversi interlocutori (dagli uomini di cultura ai vescovi del Triveneto, dai laici impegnati ai semplici fedeli), ma ha anche tenuto insieme passato, presente e futuro.

    Il ragionamento del Papa è chiarissimo. Se è proprio grazie al cristianesimo che il Triveneto ha acquisito la sua fisionomia, la sua ricchezza (non solo culturale), la sua stabilità, perché oggi una tale profonda radice dovrebbe essere sacrificata sull’altare dell’«edonismo e del consumismo materialista» che generano una società liquida, cioè senza punti precisi di riferimento, e perciò straniante? Ecco allora che per il Papa, «confermare i fratelli nella fede» significa riaffermare che il Vangelo è stato e può essere ancora «la più grande forza di trasformazione del mondo». Significa accoglienza dello straniero al posto della «paura degli altri e dei lontani che giungono nelle nostre terre e sembrano attentare a ciò che siamo». Significa speranza creativa al posto del timore del futuro, difesa della vita e della famiglia al posto della cultura della morte, economia solidale al posto della smodata ricerca del profitto. Tutti temi che – non a caso – sono anche al centro del dibattito politico di questo nostro travagliato momento storico. E qui davvero il discorso di Benedetto XVI, scevro da ogni 'piccola' preoccupazione, è rivolto a tutti. All’Europa che dal cristianesimo ha ricevuto la sua forza e la sua identità e che oggi invece sembra volersi difendere dal Vangelo, quasi fosse un invasore. All’Italia che ha bisogno di ritrovare slancio progettuale e coesione interna. Al Nord-Est che proprio sulla coscienza degli splendori del passato remoto e recente può fondare la sua speranza di rinascita dopo la crisi. Alla fine della sua visita, il Papa Viandante ha di nuovo aperto gli occhi agli uomini e alle donne che ha incontrato. Realizzando di fatto l’auspicio con cui il rappresentante della massima istituzione culturale di Venezia, il laico presidente della Biennale, Paolo Baratta, aveva salutato il suo arrivo. «Riaccendere le luci oggi fulminate che ci consentano di guardare lontano». In altri termini «confermare i fratelli nella fede».

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  12. 12

    Bergamo.info

    Pubblichiamo il testo integrale dell’omelia pro­nunciata da Benedetto XVI durante la Messa ce­lebrata domenica mattina a Mestre nel Parco di San Giuliano.

    Cari fratelli e sorelle. Sono molto lieto di es­sere oggi in mezzo a voi e celebrare con voi e per voi questa solenne Eucaristia. È significativo che il luogo prescelto per questa liturgia sia il Parco di San Giuliano: uno spazio dove abitualmente non si celebrano riti reli­giosi, ma manifestazioni culturali e musicali. Oggi, questo spazio ospita Gesù risorto, real­mente presente nella sua Parola, nell’assem­blea del popolo di Dio con i suoi pastori e, in mo­do eminente, nel sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. A voi, venerati fratelli vescovi, con i presbiteri e i diaconi, a voi religiosi, reli­giose e laici rivolgo il mio più cordiale saluto, con un pensiero speciale per gli ammalati e gli in­fermi qui presenti, accompagnati dall’Unitalsi. Grazie per la vostra calorosa accoglienza! Salu­to con affetto il patriarca, cardinale Angelo Sco­la, che ringrazio per le toccanti parole che mi ha indirizzato all’inizio della santa Messa. Ri­volgo un deferente pensiero al sindaco, al mi­nistro per i Beni e le Attività culturali in rap­presentanza del governo, al ministro del Lavo­ro e delle Politiche sociali e alle autorità civili e militari, che con la loro presenza hanno voluto onorare questo nostro incontro. Un ringrazia­mento sentito a quanti hanno generosamente offerto la loro collaborazione per la prepara­zione e lo svolgimento di questa mia visita pa­storale.

    Grazie di cuore!

    Il Vangelo del­la terza do­menica di Pasqua – ora a­scoltato – pre­senta l’episodio dei discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35), un racconto che non finisce mai di stupirci e di commuoverci.

    Questo episodio mostra le conse­guenze che Gesù risorto opera nei due discepoli: conversione dalla disperazione alla speranza; conversione dalla tristezza alla gioia; e anche conversione alla vita comunitaria. Talvolta, quando si parla di conversione, si pensa unicamente al suo aspetto faticoso, di distacco e di rinuncia. Invece, la conversione cristiana è an­che e soprattutto fonte di gioia, di speranza e di amore. Essa è sempre opera di Cristo risorto, Signore della vita, che ci ha ottenuto questa grazia per mezzo della sua passione e ce la comu­nica in forza della sua risurrezione.

    Cari fratelli e sorelle! Sono venuto tra voi come vescovo di Roma e continuatore del ministero di Pietro, per confermarvi nella fedeltà al Vangelo e nella comunione. So­no venuto per condividere con i vescovi e i pre­sbiteri l’ansia dell’annuncio missionario, che tutti ci deve coinvolgere in un serio e ben coor­dinato servizio alla causa del Regno di Dio. Voi, oggi qui presenti, rappresentate le comunità ecclesiali nate dalla Chiesa madre di Aquileia. Come in passato, quando quelle Chiese si di­stinsero per il fervore apostolico e il dinamismo pastorale, così anche oggi occorre promuove­re e difendere con coraggio la verità e l’unità della fede. Occorre rendere conto della speran­za cristiana all’uomo moderno, sopraffatto non di rado da vaste ed inquietanti problematiche che pongono in crisi i fondamenti stessi del suo essere e del suo agire. V oi vivete in un contesto nel quale il cristianesimo si presenta come la fede che ha accompagnato, nei secoli, il cammi- no di tanti popoli, anche attraverso persecu­zioni e prove molto dure. Di questa fede sono eloquente espressione le molteplici testimo­nianze disseminate ovunque: le chiese, le ope­re d’arte, gli ospedali, le biblioteche, le scuole; l’ambiente stesso delle vostre città, come pure delle campagne e delle montagne, tutte costel­late di riferimenti a Cristo. Eppure, oggi questo essere di Cristo rischia di svuotarsi della sua ve­rità e dei suoi contenuti più profondi; rischia di diventare un orizzonte che solo superficialmente – e negli aspetti piuttosto sociali e cul­turali – abbraccia la vita; rischia di ridursi ad un cristianesimo nel quale l’esperienza di fede in Gesù crocifisso e risorto non illumina il cam­mino dell’esistenza, come abbiamo ascoltato nel Vangelo odierno a proposito dei due discepoli di Emmaus, i quali, dopo la crocifissione di Gesù, facevano ritorno a casa immersi nel dub­bio, nella tristezza e nella delusione. Tale atteggiamento tende, purtroppo, a diffondersi an­che nel vostro territorio: questo avviene quan­do i discepoli di oggi si allontanano dalla Gerusalemme del Crocifisso e del Risorto, non credendo più nella potenza e nella presenza viva del Signore. Il problema del male, del dolore e della sofferenza, il problema dell’ingiustizia e della sopraffazione, la paura degli altri, degli estranei e dei lontani che giungono nelle nostre terre e sembrano attentare a ciò che noi siamo, portano i cristiani di oggi a dire con tristezza: noi speravamo che il Signore ci liberasse dal male, dal dolore, dalla sofferenza, dalla paura, dall’ingiustizia.

    È necessario, allora, per ciascuno di noi, co­me è avvenuto ai due discepoli di Em­maus, lasciarsi istruire da Gesù: innanzi­­tutto, ascoltando e amando la Parola di Dio, let­ta nella luce del Mistero Pasquale, perché ri­scaldi il nostro cuore e illumini la nostra men­te, e ci aiuti ad interpretare gli avvenimenti del­la vita e dare loro un senso. Poi, occorre seder­si a tavola con il Signore, diventare suoi com­mensali, affinché la sua presenza umile nel sa­cramento del suo Corpo e del suo Sangue ci re­stituisca lo sguardo della fede, per guardare tut­to e tutti con gli occhi di Dio, nella luce del suo amore. Rimanere con Gesù che è rimasto con noi, assimilare il suo stile di vita donata, sce­gliere con lui la logica della comunione tra di noi, della solidarietà e della condivisione. L’Eu­caristia è la massima espressione del dono che Gesù fa di se stesso ed è un invito costante a vi­vere la nostra esistenza nella logica eucaristica, come un dono a Dio e agli altri.

    Il Vangelo riferisce anche che i due discepo­li, dopo aver riconosciuto Gesù nello spez­zare il pane, «partirono senza indugio e fe­cero ritorno a Gerusalemme» ( Lc 24,33). Essi sentono il bisogno di ritornare a Gerusalemme e raccontare la straordinaria esperienza vissu­ta: l’incontro con il Signore risorto. C’è un gran­de sforzo da compiere perché ogni cristiano, qui nel Nordest come in ogni altra parte del mondo, si trasformi in testimone, pronto ad an­nunciare con vigore e con gioia l’evento della morte e della risurrezione di Cristo. Conosco la cura che, come Chiese del Triveneto, ponete nel cercare di comprendere le ragioni del cuore del­l’uomo moderno e come, richiamandovi alle antiche tradizioni cristiane, vi preoccupate di tracciare le linee programmatiche della nuova evangelizzazione, guardando con attenzione alle numerose sfide del tempo presente e ri­pensando il futuro di questa regione. Desidero, con la mia presenza, sostenere la vostra opera e infondere in tutti fiducia nell’intenso pro­gramma pastorale avviato dai vostri pastori, auspicando un fruttuoso impegno da parte di tutte le componenti della comunità ecclesiale.

    Anche un popolo tradizionalmente cat­tolico può, tuttavia, avvertire in senso negativo, o assimilare quasi inconscia­mente, i contraccolpi di una cultura che finisce per insinuare un modo di pensare nel quale vie­ne apertamente rifiutato, o nascostamente o­stacolato, il messaggio evangelico. So quanto sia stato e quanto continui ad essere grande il vostro impegno nel difendere i perenni valori della fede cristiana. Vi incoraggio a non cedere mai alle ricorrenti tentazioni della cultura edo­nistica ed ai richiami del consumismo mate­rialista. Accogliete l’invito dell’apostolo Pietro, contenuto nella seconda lettura odierna, a com­portarvi «con timore di Dio nel tempo in cui vi­vete quaggiù co­me stranieri» (1 Pt 1,17); invito che si concretiz­za in una vita vis­suta intensa­mente nelle stra­de del nostro mondo, nella consapevolezza della meta da raggiungere: l’u­nità con Dio, nel Cristo crocifisso e risorto. Infatti, la nostra fede e la nostra speranza sono rivolte a Dio (cfr 1 Pt 1,21): rivolte a Dio perché radicate in Lui, fondate sul suo amore e sulla sua fedeltà. Nei secoli passa­ti, le vostre Chiese hanno conosciuto una ricca tradizione di santità e di generoso servizio ai fratelli, grazie all’opera di zelanti sacerdoti e religiosi e religiose di vita attiva e contemplativa. Se vogliamo metterci in ascolto del loro insegnamento spirituale, non ci è difficile riconoscere l’appello personale e inconfondibile che essi ci rivolgono: siate santi! Ponete al centro della vostra vita Cristo! Costruite su di Lui l’e­dificio della vostra esistenza. In Gesù troverete la forza per aprirvi agli altri e per fare di voi stes­si, sul suo esempio, un dono per l’intera uma­nità.

    Attorno ad Aquileia si ritrovarono uniti popoli di lingue e culture diverse, fatti convergere non solo da esigenze poli­tiche ma, soprattutto, dalla fede in Cristo e dal­la civiltà ispirata dall’insegnamento evangelico, la civiltà dell’Amore. Le Chiese generate da A­quileia sono chiamate oggi a rinsaldare quel­l’antica unità spirituale, in particolare alla luce del fenomeno dell’immigrazione e delle nuove circostanze geopolitiche in atto. La fede cri­stiana può sicuramente contribuire alla con­cretezza di un tale programma, che interessa l’armonico ed integrale sviluppo dell’uomo e della società in cui egli vive. La mia presenza tra voi vuole essere, perciò, anche un vivo so­stegno agli sforzi che vengono dispiegati per fa­vorire la solidarietà fra le vostre diocesi del Nor­dest. Vuole essere, inoltre, un incoraggiamento per ogni iniziativa tendente al superamento di quelle divisioni che potrebbero vanificare le concrete aspirazioni alla giustizia e alla pace.

    Questo, fratelli, è il mio auspicio, questa è la preghiera che rivolgo a Dio per tut­ti voi, invocando la celeste intercessio­ne della Vergine Maria e dei tanti santi e beati, tra i quali mi è caro ricordare san Pio X e il beato Giovanni XXIII, ma anche il venera­bile Giuseppe Toniolo, la cui beatificazione è ormai prossima. Questi luminosi testimoni del Vangelo sono la più grande ricchezza del vo­stro territorio: seguite i loro esempi e i loro in­segnamenti, coniugandoli con le esigenze at­tuali. Abbiate fiducia: il Signore risorto cammi­na con voi, ieri, oggi e sempre. Amen.

    Benedetto XVI.

    In 350mila persone hanno par­tecipato alla visita di Padre Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI, in Friuli e nel Veneto, circa 300mila soltanto alla Messa al parco di San Giuliano, a Mestre. I pellegrini sono arrivati anche dai Paesi vicini, l’Austria, la Slo­venia, la Croazia, l’Ungheria, la Baviera. «La visita è andata al di là di ogni aspettativa. C’è stato – sottolinea Scola – un concorso di popolo veramente straordinario, e non di curiosi; lo si vedeva da come acclamavano il Papa. E questa per me è una provoca­zione a riflettere, perché se la gente si muove così oggi; se uno parte alle 4.30 del mattino da Verona, per fare un esempio, per stare poi fino all’una in un par­co, sotto il sole, è perché sente che la figura del Papa e il suo messaggio ridestano qualcosa di cui abbiamo troppo bisogno».

    Per il patriarca, questo è conso­lante «perché vuol dire che nel cuore dell’uomo c’è una domanda di verità; c’è un desiderio di conoscere quale sia il proprio bene, in vista della felicità, del compimento di una autentica verità; e, c’è la coscienza netta che il Vangelo, interpretato autorevolmente dal successore di Pietro, rappresenta una rispo­sta efficace a questa domanda che si ha nel cuore. Questo è mol­to consolante, anche se mette sulle nostre spalle una grande responsabilità».

    Il Nordest ha avviato, con la visi­ta del Santo Padre, la prepara­zione al secondo convegno ecclesiale di Aquileia, nel 2012. «Il Papa ha richiamato il Nordest a non vivere la propria grande tra­dizione in maniera passiva – con­clude il patriarca –, ma a prati­carla – se così possiamo dire – in vista dei grandi cambiamenti in atto nel presente, affinché il Van­gelo di Gesù rappresenti ancora oggi una grande risorsa per tutti i popoli del Nordest. Egli ha invi­tato – meditando sui discepoli di Emmaus – a passare dalla disperazione alla speranza, dalla tri­stezza alla gioia ed ha indicato come strada per questo, alla realtà ecclesiale, l’intensificarsi di una comunione centrata sul­la forza eucaristica, illuminata dalla Parola di Dio; sulla condi­visione, partendo realmente dagli ultimi; su un rapporto bello con il creato».

    La partecipazione dei fedeli alla visita «significa che nel cuore dell’uomo c’è domanda di verità e di felicità».

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  13. 13

    Bergamo.info

    Con chi ti incontri per strada? Ecco la risposta: con le droghe… e la cannabis è sempre più fai-da-te, e continuano ad aumentare le sostanze sintetiche.

    DA ROMA PINO CIOCIOLA

    A macchia d’olio: droghe sintetiche, web per venderle (e comprarle), smart shop apparentemente legali. E in­fatti continuano a diffondersi le so­stanze sintetiche, secondo l’anali­si sviluppata nel Rapporto annua­le della 'Direzione centrale per i servizi antidroga' (Dcsa). Mentre nel 2010 ci sono stati 374 decessi per overdose. Le operazioni antidroga nel nostro Paese sono state complessivamen­te 22.064, ma soltanto per quanto riguarda gli illeciti di carattere pe­nale, poiché il rapporto non tiene conto di violazioni e provvedimenti amministrativi. E le operazioni hanno riguardato la cocaina (7.088 casi), l’hashish (5.992), l’eroina (3.725), la marijuana (2.941), le piante di cannabis (1.196) e le dro­ghe sintetiche (155). Per quanto riguarda i sequestri di stupefacenti, si tratta di oltre 31mila chili sottratti. E in particolare – sottolinea la Polizia – è stato registrato un incremento rispetto al 2009 delle droghe sintetiche: am­fetaminici in dosi (+5,52%), amfe­taminici a peso (+23,56%), Lsd (+206,22%). Appaiono in calo, al contrario (un trend che si conferma), le altre so­stanze: l’eroina (-18,32%), la cocai­na (-5,87%), l’hashish (-0,84%), la marijuana (-34,09%) e le piante di cannabis (-39,49%).

    Ancora. I dati sulle denunce per droga nel 2010 «confermano ulte­riormente il forte coinvolgimento nel nostro Paese delle organizzazioni criminali straniere nel narcotraffico. Delle 39.053 denunce com­plessive, infatti, ben 12.006 (il 30,74%) hanno riguardato cit­tadini stranieri, concentrate per il 54,81% nelle regioni Lom­bardia, Emilia Romagna, Veneto e Toscana. Anche nel reato più grave di associazione finalizzata al traffico la percentua­le degli stranie­ri denunciati ri­sulta il 10,60%.

    Le donne se­gnalate all’au­torità giudizia­ria nel 2010 «so­no state 3.350, di cui 2.255 in stato di arresto, corrispondenti all’8,57% del totale dei segnalati a livello na­zionale, con un incremento rispet­to al 2009 del 5,67%». I minori so­no stati 1.139, fra cui 732 in stato di arresto, corrispondenti al 2,91% del totale dei segnalati con un lieve de­cremento (-2,15%) rispetto all’anno precedente. Le cifre così «mostrano – scrive an­cora la Dcsa – che, nonostante i lusinghieri risultati raggiunti nella quotidiana attività di contrasto, svolta in crescente collaborazione con le forze di polizia degli altri Paesi, europei e non, la domanda e l’offerta di droga rimangono ele­vate, concorrendo ad alimentare un circuito criminale particolar­mente agguerrito». Del resto la di­versificazione dell’offerta di dro­ghe, «in grado di adattarsi rapida­mente ai nuovi orientamenti dei consumatori», si registra «anche nella comparsa sul territorio na­zionale degli ' smart shop ' » e «nel­l’utilizzo della rete internet per la commercializzazione di sostanze psicoattive».

    Aumentano le donne coinvolte nelle indagini per il traffico di stupefacenti.

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  14. 14

    angelomario

    Il problema della formazione, dunque, si riaffaccia all'esame dei lettori dopo l'ampia disamina fattane le scorse settimane dalle Suore Orsoline di Somasca (vedi commenti a "Innovazione immobiliare" in Cultura cristiana di questo sito).

    Domenica scorsa Sua Eminenza Reverendissima il Cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova e Presidente CEI, celebrando Messa per l'Azione cattolica, ha spiegato nell'omelia: la formazione integrale delle persone, «che voi (Azione cattolica – n.d.r.) ben conoscete e che perseguite», richiede oggi un supplemento di consapevolezza e d'impegno. «La cura della vita spirituale attraverso la preghiera e la vita sacramentale, la conoscenza amorosa e docile delle Scritture, del Catechismo della Chiesa cattolica, della Dottrina sociale, del Magistero, la faticosa e severa intelligenza della storia nei suoi movimenti e complessità. Il servizio e la testimonianza – ha aggiunto Bagnasco – costituiscono gli elementi irrinunciabili . dell'itinerario formativo ai vari livelli di età». Criteri, ha sottolineato, che «richiedono tempo, costanza e anche fatica», ma «senza i quali ogni analisi del presente rischia il generico e, soprattutto, luoghi comuni e letture parziali», rendendo «la presenza dei cattolici nella storia una presenza inadeguata, incapace di porre un giudizio di valore sulle cose e quindi inefficace rispetto a quell'essere "lievito e sale, luce e città posta sul monte", che è un unico e indivisibile imperativo evangelico». La storia infatti «è spesso complessa e complicata, a volte addirittura confusa nei suoi fenomeni, ma lo sguardo del credente – ha osservato Bagnasco -deve cogliere le linee sotterranee, i criteri di fondo che guidano, con fili invisibili ma ferrei, logiche personali e collettive. Deve essere attento a non lasciarsi ingannare dai fenomeni di superficie: essi sono reali e concreti, ma non necessariamente i più importanti e decisivi. Deve avere la capacità spirituale e culturale di andare anche oltre la coltre più o meno ruvida degli accadimenti, per stanare i criteri di giudizio, e per confrontarsi con la forza della verità».

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  15. 15

    Bergamo.info

    Pubblichiamo il testo integrale del discorso Di Sua Santità, l'amatissimo Papa Benedetto XVI:

    Cari fratelli e sorelle,

    oggi vorrei continuare a riflettere su come la preghiera e il senso religioso facciano parte dell’uomo lungo tutta la sua storia.

    Noi viviamo in un’epoca in cui sono evidenti i segni del secolarismo. Dio sembra sparito dall’orizzonte di varie persone o diventato una realtà verso la quale si rimane indifferenti. Vediamo, però, allo stesso tempo, molti segni che ci indicano un risveglio del senso religioso, una riscoperta dell’importanza di Dio per la vita dell’uomo, un’esigenza di spiritualità, di superare una visione puramente orizzontale, materiale della vita umana. Guardando alla storia recente, è fallita la previsione di chi, dall’epoca dell’Illuminismo, preannunciava la scomparsa delle religioni ed esaltava una ragione assoluta, staccata dalla fede, una ragione che avrebbe scacciato le tenebre dei dogmatismi religiosi e avrebbe dissolto il “mondo del sacro”, restituendo all’uomo la sua libertà, la sua dignità e la sua autonomia da Dio. L’esperienza del secolo scorso, con le due tragiche Guerre mondiali ha messo in crisi quel progresso che la ragione autonoma, l’uomo senza Dio sembrava poter garantire.

    Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “Mediante la creazione Dio chiama ogni essere dal nulla all’esistenza. … Anche dopo aver perduto la somiglianza con Dio a causa del peccato, l’uomo rimane ad immagine del suo Creatore. Egli conserva il desiderio di colui che lo chiama all’esistenza. Tutte le religioni testimoniano questa essenziale ricerca da parte degli uomini” (n. 2566). Potremmo dire – come ho mostrato nella scorsa catechesi – che non c’è stata alcuna grande civiltà, dai tempi più lontani fino ai nostri giorni, che non sia stata religiosa.

    L’uomo è per sua natura religioso, è homo religiosus come è homo sapiens e homo faber: “il desiderio di Dio – afferma ancora il Catechismo – è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio” (n. 27). L’immagine del Creatore è impressa nel suo essere ed egli sente il bisogno di trovare una luce per dare risposta alle domande che riguardano il senso profondo della realtà; risposta che egli non può trovare in se stesso, nel progresso, nella scienza empirica. L’homo religiosus non emerge solo dai mondi antichi, egli attraversa tutta la storia dell’umanità. A questo proposito, il ricco terreno dell’esperienza umana ha visto sorgere svariate forme di religiosità, nel tentativo di rispondere al desiderio di pienezza e di felicità, al bisogno di salvezza, alla ricerca di senso. L’uomo “digitale” come quello delle caverne, cerca nell’esperienza religiosa le vie per superare la sua finitezza e per assicurare la sua precaria avventura terrena. Del resto, la vita senza un orizzonte trascendente non avrebbe un senso compiuto e la felicità, alla quale tendiamo tutti, è proiettata spontaneamente verso il futuro, in un domani ancora da compiersi. Il Concilio Vaticano II, nella Dichiarazione Nostra aetate, lo ha sottolineato sinteticamente: “Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell'uomo: la natura dell'uomo [- chi sono io? -], il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l'origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l'ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo” (n. 1). L’uomo sa che non può rispondere da solo al proprio bisogno fondamentale di capire. Per quanto si sia illuso e si illuda tuttora di essere autosufficiente, egli fa l’esperienza di non bastare a se stesso. Ha bisogno di aprirsi ad altro, a qualcosa o a qualcuno, che possa donargli ciò che gli manca, deve uscire da se stesso verso Colui che sia in grado di colmare l’ampiezza e la profondità del suo desiderio.

    L’uomo porta in sé una sete di infinito, una nostalgia di eternità, una ricerca di bellezza, un desiderio di amore, un bisogno di luce e di verità, che lo spingono verso l’Assoluto; l’uomo porta in sé il desiderio di Dio. E l’uomo sa, in qualche modo, di potersi rivolgere a Dio, sa di poterlo pregare. San Tommaso d’Aquino, uno dei più grandi teologi della storia, definisce la preghiera “espressione del desiderio che l’uomo ha di Dio”. Questa attrazione verso Dio, che Dio stesso ha posto nell’uomo, è l’anima della preghiera, che si riveste poi di tante forme e modalità secondo la storia, il tempo, il momento, la grazia e persino il peccato di ciascun orante. La storia dell’uomo ha conosciuto, in effetti, svariate forme di preghiera, perché egli ha sviluppato diverse modalità d’apertura verso l’Altro e verso l’Oltre, tanto che possiamo riconoscere la preghiera come un’esperienza presente in ogni religione e cultura.

    Infatti, cari fratelli e sorelle, come abbiamo visto mercoledì scorso, la preghiera non è legata ad un particolare contesto, ma si trova inscritta nel cuore di ogni persona e di ogni civiltà. Naturalmente, quando parliamo della preghiera come esperienza dell’uomo in quanto tale, dell’homo orans, è necessario tenere presente che essa è un atteggiamento interiore, prima che una serie di pratiche e formule, un modo di essere di fronte a Dio prima che il compiere atti di culto o il pronunciare parole. La preghiera ha il suo centro e affonda le sue radici nel più profondo della persona; perciò non è facilmente decifrabile e, per lo stesso motivo, può essere soggetta a fraintendimenti e a mistificazioni. Anche in questo senso possiamo intendere l’espressione: pregare è difficile. Infatti, la preghiera è il luogo per eccellenza della gratuità, della tensione verso l’Invisibile, l’Inatteso e l’Ineffabile. Perciò, l’esperienza della preghiera è per tutti una sfida, una “grazia” da invocare, un dono di Colui al quale ci rivolgiamo.

    Nella preghiera, in ogni epoca della storia, l’uomo considera se stesso e la sua situazione di fronte a Dio, a partire da Dio e in ordine a Dio, e sperimenta di essere creatura bisognosa di aiuto, incapace di procurarsi da sé il compimento della propria esistenza e della propria speranza. Il filosofo Ludwig Wittgenstein ricordava che “pregare significa sentire che il senso del mondo è fuori del mondo”. Nella dinamica di questo rapporto con chi dà senso all’esistenza, con Dio, la preghiera ha una delle sue tipiche espressioni nel gesto di mettersi in ginocchio. E’ un gesto che porta in sé una radicale ambivalenza: infatti, posso essere costretto a mettermi in ginocchio – condizione di indigenza e di schiavitù -, ma posso anche inginocchiarmi spontaneamente, dichiarando il mio limite e, dunque, il mio avere bisogno di un Altro. A lui dichiaro di essere debole, bisognoso, “peccatore”. Nell’esperienza della preghiera la creatura umana esprime tutta la consapevolezza di sé, tutto ciò che riesce a cogliere della propria esistenza e, contemporaneamente, rivolge tutta se stessa verso l’Essere di fronte al quale sta, orienta la propria anima a quel Mistero da cui si attende il compimento dei desideri più profondi e l’aiuto per superare l’indigenza della propria vita. In questo guardare ad un Altro, in questo dirigersi “oltre” sta l’essenza della preghiera, come esperienza di una realtà che supera il sensibile e il contingente.

    Tuttavia solo nel Dio che si rivela trova pieno compimento il cercare dell’uomo. La preghiera che è apertura ed elevazione del cuore a Dio, diviene così rapporto personale con Lui. E anche se l’uomo dimentica il suo Creatore, il Dio vivo e vero non cessa di chiamare per primo l’uomo al misterioso incontro della preghiera. Come afferma il Catechismo: “Questo passo d’amore del Dio fedele viene sempre per primo nella preghiera; il passo dell’uomo è sempre una risposta. A mano a mano che Dio si rivela e rivela l’uomo a se stesso, la preghiera appare come un appello reciproco, un evento di alleanza. Attraverso parole e atti, questo evento impegna il cuore. Si svela lungo tutta la storia della salvezza” (n. 2567).

    Cari fratelli e sorelle, impariamo a sostare maggiormente davanti a Dio, a Dio che si è rivelato in Gesù Cristo, impariamo a riconoscere nel silenzio, nell’intimo di noi stessi, la sua voce che ci chiama e ci riconduce alla profondità della nostra esistenza, alla fonte della vita, alla sorgente della salvezza, per farci andare oltre il limite della nostra vita e aprirci alla misura di Dio, al rapporto con Lui, che è Infinito Amore. Grazie.

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  16. 16

    Bergamo.info

    I saluti del Papa ai partecipanti all'udienza generale:

    Je salue les pèlerins de langue française et les membres du Comité Directeur de la Fédération Internationale des Corps et Associations Consulaires ! Je vous exhorte tous à prier. Invitez également à prier vos enfants, vos parents et vos amis. Vous apprendrez à reconnaître dans le silence de votre cœur, la voix du Dieu d’amour révélé en Jésus-Christ. Avec ma bénédiction !

    I offer a warm greeting to the Missionary Benedictine Sisters of Tutzing visiting Rome for a programme of spiritual renewal. Upon all the English-speaking pilgrims and visitors present at today’s Audience, especially those from England, Australia, India, Indonesia, Japan, Canada and the United States, I invoke an abundance of joy and peace in the Risen Christ!

    Mit Freude grüße ich die deutschsprachigen Pilger und Besucher. Lernen wir wieder neu, vor Gott still zu werden und innezuhalten. Gerade in der Stille hören wir seine Stimme, die uns zur Quelle des Lebens ruft, um uns über alle Begrenzung hinauszuführen und auf die Größe Gottes hin zu öffnen, zur Gemeinschaft mit ihm, der die unendliche Liebe ist, nach der wir alle verlangen. Gott segne und begleite Euch alle!

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los jóvenes de Guatapé, Colombia, así como a los grupos provenientes de España, México, Panamá, Argentina y otros países latinoamericanos. Os invito a que entrando en el silencio de vuestro interior aprendáis a reconocer la voz que os llama y os conduce a lo más intimo de vuestro ser, para abriros a Dios, que es Amor Infinito. Muchas gracias.

    Amados peregrinos de língua portuguesa, sede bem-vindos! A todos saúdo com grande afeto e alegria, particularmente aos fiéis brasileiros vindos das paróquias em Goiânia e Teresópolis, e aos grupos da Família Franciscana e de Schoenstatt. Aprendei a reconhecer no vosso íntimo a voz de Deus que, na oração, chama à profundidade da vossa existência, à fonte da vida e da salvação. Que Ele vos abençoe a vós e as vossas famílias!

    Saluto in lingua polacca:

    Serdeczne pozdrowienie kieruję do Polaków. Moi drodzy, nasze życie wiary kształtuje się na modlitwie, gdy stajemy przed Bogiem, który objawił się w Jezusie Chrystusie, w milczeniu uczymy się wsłuchiwać w Jego głos, odkrywamy głębię Jego nieskończonej miłości, która nadaje sens naszemu istnieniu. Niech modlitwa wypełnia naszą codzienność. Niech Bóg wam błogosławi.

    Traduzione italiana:

    Rivolgo un cordiale saluto ai polacchi. Carissimi, la nostra vita di fede si modella nella preghiera, quando sostiamo davanti a Dio che si è rivelato in Gesù Cristo, nel silenzio impariamo di ascoltare la sua voce, scopriamo le profondità del suo infinito amore che dà senso alla nostra esistenza. La preghiera riempia la nostra quotidianità. Dio vi benedica!

    Saluto in lingua ceca:

    Srdečně zdravím poutníky z České republiky. V tomto velikonočním období rozjímáme o tajemství Vzkříšeného Krista. Ten, který nás znovu zrodil k novému životu, ať vás naplní veškerou milostí a nebeskou útěchou. Ze srdce vám žehnám! Chvála Kristu.

    Traduzione italiana:

    Un cordiale benvenuto ai pellegrini della Repubblica ceca. In questo tempo pasquale contempliamo il mistero di Cristo Risorto. Egli, che ci ha rigenerati a vita nuova, vi ricolmi di ogni grazia e consolazione celeste. Vi benedico di cuore! Sia lodato Gesù Cristo!

    Saluto in lingua croata:

    S uskrsnom radošću od srca pozdravljam i blagoslivljam sve hrvatske hodočasnike, a osobito članove Zajednice Krvi Kristove.

    Želja je Uskrslog Gospodina da budemo misionari i svjedočimo Njegovu ljubav svakom stvorenju. Ne bojte se odgovoriti ovom pozivu. Hvaljen Isus i Marija!

    Traduzione italiana:

    Nel clima della gioia pasquale di cuore saluto e benedico tutti i pellegrini Croati e in modo particolare i membri dell’Unione del Sangue di Cristo. Il desiderio del Signore Risorto è di essere missionari e testimoniare il Suo amore ad ogni creatura. Non abbiate paura di rispondere a questa chiamata. Siano lodati Gesù e Maria!

    Saluto in lingua lituana:

    Su džiaugsmu sveikinu maldininkus iš Lietuvos! Brangūs bičiuliai, šį Marijai skirtą gegužės mėnesį, pavedu jus Bažnyčios Motinos globai. Ji tepadeda jums siekti teisingumo ir taikos. To linkėdamas, laiminu jus ir jūsų šeimas. Garbė Jėzui Kristui!

    Traduzione italiana:

    Con gioia saluto i pellegrini dalla Lituania! Cari amici, in questo mese mariano di maggio voglio affidarvi alla Madonna – Madre della Chiesa. Ella vi accompagni nella ricerca della giustizia e della pace. Con questo auspicio benedico voi e le vostre famiglie. Sia lodato Gesù Cristo!

    Saluto in lingua slovacca:

    S láskou vítam slovenských pútnikov, osobitne z Detvy, Starej Ľubovne, Liptova, ako aj z Košíc: z Gymnázia svätej Edity Steinovej a z Gymnázia svätých Košických mučeníkov.

    Bratia a sestry, milí mladí, vaša návšteva Ríma – sídla Petrovho nástupcu – nech vo vás posilní povedomie, že aj vy patríte do Kristovej Cirkvi. S týmto želaním vás zo srdca žehnám.

    Pochválený buď Ježiš Kristus!

    Traduzione italiana:

    Con affetto do il benvenuto ai pellegrini slovacchi, particolarmente a quelli provenienti da Detva, Stará Ľubovňa, Liptov come pure a quelli da Košice: dal Ginnasio S. Edith Stein e dal Ginnasio SS. Martiri di Košice.

    Fratelli e sorelle, cari giovani, la vostra visita a Roma – sede del Successore di Pietro – rafforzi in voi la coscienza della vostra appartenenza alla Chiesa di Cristo. Con questo auspicio di cuore vi benedico.

    Sia lodato Gesù Cristo!

    Saluto in lingua ucraina:

    Щиро вітаю вірних з України. У цей Марійський місяць вручаю вас опіці Пречистої Діви, Мaтері Церкви. Нехай Вона перебуває з вами у цьому вашому паломництві. Від щирого серця уділяю всім вам та вашим родинам Апостольське благословення. Слава Ісусу Христу!

    Traduzione italiana:

    Con affetto saluto i fedeli ucraini. In questo mese mariano vi affido alla Madonna, Madre della chiesa. Ella vi accompagni in questo vostro pellegrinaggio. Di cuore imparto a tutti voi e alle vostre famiglie la Benedizione Apostolica. Sia lodato Gesù Cristo!

    Saluto in lingua ungherese:

    Isten hozta a magyar zarándokokat! Első helyen köszöntöm az egri főegyházmegye papjait, akik főpásztoruk, Ternyák Érsek Úr vezetésével érkeztek, továbbá a budapesti csoport tagjait és a bécsi Pázmáneum csoportját. Május hónapjában a Boldogságos Szűz Máriának, az Egyház Anyjának ajánlak Titeket.

    Szívesen adom Rátok és az Úr szőlőjében végzett munkátokra Apostoli Áldásomat.

    Dicsértessék a Jézus Krisztus!

    Traduzione italiana:

    Un cordiale saluto ai pellegrini ungheresi, ai Sacerdoti dell'Arcidiocesi di Eger, accompagati dal loro Pastore, Mons. Ternyák, qui presente, ai membri dei gruppi provenienti da Budapest e dal Pazmaneum di Vienna.

    Fratelli e sorelle, in questo mese mariano di maggio voglio affidarvi alla Madonna – Madre della Chiesa.

    Volentieri benedico tutti voi e il vostro lavoro nella vigna del Signore.

    Sia lodato Gesù Cristo!

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i partecipanti al pellegrinaggio promosso dalla “Società Divine Vocazioni”, in occasione della beatificazione del fondatore don Giustino Russolillo e li invito, sull’esempio del nuovo Beato, a proseguire nell’impegno di conformazione a Cristo, tendendo alla misura alta della vita cristiana, la santità. Saluto i fedeli della Diocesi di Gubbio, accompagnati dal loro Pastore Mons. Mario Ceccobelli e qui convenuti durante l’anno giubilare del patrono Sant’Ubaldo; a ciascuno auguro un generoso impegno di testimonianza cristiana per contribuire a diffondere il Vangelo in ogni ambito della società.

    Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli, esortando tutti ad intensificare la pia pratica del santo Rosario, specialmente in questo mese di maggio dedicato alla Madre di Dio. Invito voi, cari giovani, a valorizzare questa tradizionale preghiera mariana, che aiuta a meglio comprendere e assimilare i momenti centrali della salvezza operata da Cristo. Esorto voi, cari malati, a rivolgervi con fiducia alla Madonna mediante questo pio esercizio, affidando a Lei tutte le vostre necessità. Auguro a voi, cari sposi novelli, di fare della recita del Rosario in famiglia un momento di crescita spirituale sotto lo sguardo della Vergine Maria.

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  17. 17

    Antonio il terrone

    Più volte ho letto su questo giornale accenni piuttosto pesanti al familismo meridionale, che effettivamente caratterizza la nostra società e le nostre famiglie. Nulla da dire, se non che siete arroganti. Dovete capire che è l'unico modo che abbiamo di accompagnare i nostri figli, nell'assenza delle istituzioni. I commentatori pongono il problema del "chi incontri per strada?", una formula dolce per non cadere nel populismo del vecchio proverbio "dimmi con chi vai e ti dirò che sei". Ma partono dal presupposto che le istituzioni, dello Stato e della Chiesa, ci siano e funzionino, almeno un poco. Ma dove non funziona nulla, dove affidarsi alle istituzioni, specialmente quelle statali, vuol dire essere indifesi, essere senza arte né parte, essere disposti a essere schiavizzati da chi le istituzioni, anche della Chiesa, le usa, cosa c'è di meglio che essere accompagnati da coloro che ti vogliono bene? Anche se sono dei delinquenti, certo!. Ma ti vogliono bene. Gesù? Se in quel momento non è presente, perché non fa parte della famiglia, speriamo che arrivi… in tempo. Avete posto il problema di come riunificare l'Italia con metodo federale, perché questo è il sogno vostro e di tutto il Norditalia, facendoci scivolare pian piano in Africa: intanto l'Italia è unita, e sarete voi a dovervi adeguare alla sua realtà, e non l'Italia a doversi adeguare ai vostri sogni mitteleuropei. Se la realtà è questa, l'unità deve vestire tale realtà. Saluti. Vado a mangiare un po' di cruditées.

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  18. 18

    Kamella Scemì

    Nel corso dell'UDIENZA DEL MERCOLEDI', il Papa, citando l'accompagnarsi sul web di sempre maggiori quantità di persone, ha fatto osservare come, similmente ai due discepoli di Emmaus, anche "l'uomo digitale" sia alla ricerca di Dio

    Da http://www.avvenire.it:
    "L’uomo ‘digitale’, come quello delle caverne, cerca nell’esperienza religiosa le vie per superare la sua finitezza e per assicurare la sua precaria avventura terrena”. Lo ha detto il Papa, che ha incentrato la catechesi dell’udienza generale odierna sul senso religioso dell’uomo, proseguendo il ciclo di catechesi sulla preghiera iniziato mercoledì scorso. “La vita – ha spiegato Benedetto XVI – senza un orizzonte trascendente non avrebbe un senso compiuto e la felicità, alla quale tutti tendiamo, è proiettata spontaneamente verso il futuro, in un domani ancora da compiersi”. “L’uomo è per sua natura religioso, è homo religiosus come è homo sapiens e homo faber”, l’affermazione centrale della catechesi odierna, in cui il Santo Padre – citando il Catechismo della Chiesa cattolica – ha ribadito che “il desiderio di Dio – è inscritto nel cuore dell’uomo”. Ciò significa che “l’immagine del Creatore è impressa nel suo essere ed egli sente il bisogno di trovare una luce per dare risposta alle domande che riguardano il senso profondo della realtà; risposta che egli non può trovare in se stesso, nel progresso, nella scienza empirica”. (nella stessa casualità degliincontri – n.d.r.).

    Secondo il Papa, “per quanto si sia illuso e si illuda tuttora di essere autosufficiente”, l’uomo “fa l’esperienza di non bastare a se stesso”, ha bisogno “di aprirsi ad altro, a qualcosa o a qualcuno, che possa donargli ciò che gli manca, deve uscire da se stesso” (vedi l'articolo sul politeismo sempre risorgente, in questo stesso sito, nella rubrica Cultura cristiana – n.d.r.). “Noi viviamo in un’epoca in cui sono evidenti i segni del secolarismo”, ha esordito Benedetto XVI rivolgendosi ai circa 15 mila fedeli presenti in piazza s. Pietro: ”Dio sembra sparito dall’orizzonte di varie persone o diventato una realtà verso la quale si rimane indifferenti”. Nello stesso tempo, però, “molti segni ci indicano un risveglio del senso religioso, una riscoperta dell’importanza di Dio per la vita dell’uomo, un’esigenza di spiritualità, di superare una visione puramente orizzontale, materiale della vita umana”. Guardando alla storia recente, per il Papa “è fallita la previsione di chi, dall’epoca dell’Illuminismo, preannunciava la scomparsa delle religioni ed esaltava una ragione assoluta, staccata dalla fede, una ragione che avrebbe scacciato le tenebre dei dogmatismi religiosi e avrebbe dissolto il ‘mondo del sacro’, restituendo all’uomo la sua libertà, la sua dignità e la sua autonomia da Dio”. Le due “tragiche guerre mondiali” hanno poi “messo in crisi quel progresso che la ragione autonoma, l’uomo senza Dio sembrava poter garantire”.

    La preghiera è “espressione del desiderio che l’uomo ha di Dio”. La definizione è di san Tommaso d’Aquino, “uno dei più grandi teologi della storia”, e il Papa l’ha utilizzata per spiegare come “l’uomo porta in sé una sete di infinito, una nostalgia di eternità, una ricerca di bellezza, un desiderio di amore, un bisogno di luce e di verità, che lo spingono verso l’Assoluto; l’uomo porta in sé il desiderio di Dio. E l’uomo sa, in qualche modo, di potersi rivolgere a Dio, sa di poterlo pregare”. Questa “attrazione verso Dio, che Dio stesso ha posto nell’uomo”, secondo Benedetto XVI “è l’anima della preghiera, che si riveste poi di tante forme e modalità secondo la storia, il tempo, il momento, la grazia e persino il peccato di ciascun orante”. La storia dell’uomo ha conosciuto, infatti, “svariate forme di preghiera, diverse modalità d’apertura verso l’Altro e verso l’Oltre, tanto che possiamo riconoscere la preghiera come un’esperienza presente in ogni religione e cultura”. Parlare di “homo orans”, ha spiegato il Pontefice, significa “tenere presente” che la preghiera “è un atteggiamento interiore, prima che una serie di pratiche e formule, un modo di essere di fronte a Dio prima che il compiere atti di culto o il pronunciare parole”. La preghiera, in altre parole, “ha il suo centro e affonda le sue radici nel più profondo della persona”: per questo “non è facilmente decifrabile e può essere soggetta a fraintendimenti e a mistificazioni”.

    “Pregare è difficile”, ha ammesso Benedetto XVI, facendo notare che “nella preghiera, in ogni epoca della storia l’uomo considera se stesso e la sua situazione di fronte a Dio, a partire da Dio e in ordine a Dio, e sperimenta di essere creatura bisognosa di aiuto, incapace di procurarsi da sé il compimento della propria esistenza e della propria speranza”: così il Papa ha spiegato la perenne attualità della preghiera. Soffermandosi su “una delle sue tipiche espressioni”, il “mettersi in ginocchio”, il Papa lo ha definito “un gesto che porta in sé una radicale ambivalenza: posso essere costretto a mettermi in ginocchio, ma posso anche inginocchiarmi spontaneamente, dichiarando il mio limite e, dunque, il mio avere bisogno di un Altro”, a partire della mia condizione “di essere debole, bisognoso, peccatore”. In questo “guardare ad un Altro, in questo dirigersi oltre”, per il Papa “sta l’essenza della preghiera, come esperienza di una realtà che supera il sensibile e il contingente”. “Impariamo a sostare maggiormente davanti a Dio – l’esortazione finale del Papa – impariamo a riconoscere nel silenzio, nell’intimo di noi stessi, la sua voce che ci chiama e ci riconduce alla profondità della nostra esistenza, alla fonte della vita, alla sorgente della salvezza, per farci andare oltre il limite della nostra vita e aprirci alla misura di Dio, al rapporto con Lui, che è Infinito Amore”.

    Sono felice di osservare come la catechesi del nostro grandissimo Papa sia di conferma di tutto ciò che si è sempre argomentato in questa sezione del "nostro" giornale d'opinione.

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  19. 19

    Karl Heinz Treetball

    Quando si è comunità, quando si percorre la via insieme a qualcuno il cui pensiero è compatibile col nostro, e magari lo ammaestra anche, è facile crescere in sapienza, almeno nell'ambito preso in considerazione, è facile essere propositivi e "produttivi". Altra cosa è quando, come si accennava più sopra, si vive in una società, specialmente in ambienti "culturali", nei quali è più facile sentirsi offendere piuttosto che prendere in giro.

    È purtroppo vero e comprensibile che, in tali circostanze, ci risulta sempre più difficile lasciar affiorare oltre la soglia del generico malessere una vera reazione – semplice dignità, non l’inutile scatto di nervi – di fronte allo scempio di ciò che ci costituisce nel più profondo, che arriva a toccare la stessa fede in Gesù Cristo. A reagire ci sembra di esagerare, come minimo ci daranno dei "censori"… Pesa, infatti, un clima culturale che confonde la tolleranza con un’offensiva indifferenza, che porta il segno di una inesorabile vacuità e finisce per spianare il profilo dei princìpi umani fondamentali, rendendoli innominabili e isolando chi mostra di crederci come un impresentabile arnese fuori moda.

    Ogni tanto, però, succede qualcosa di talmente amaro e grave che un riflesso interiore non può non scattare, e così scopriamo che è ancora al suo posto. È esattamente questo che è accaduto di fronte all’incredibile espressione pescata in chissà quale pozzo di sensibilità da un pubblico ministero della Procura presso il Tribunale di Roma: richiesto da un esposto dell’Associazione ascoltatori radio-tv (Aiart) di ispezionare il brevissimo spot di una marca di auricolari per telefonini nel quale si evoca la Passione di Nostro Signore, ma solo per presentare un messaggio promozionale a sfondo sadomaso, il magistrato ha liquidato l’ignobile spot come esempio preclaro di «umorismo goliardico». Non importa che l’Istituto di autodisciplina pubblicitaria – massima autorità per chi produce e diffonde messaggi promozionali – abbia già sanzionato il filmato vietandone la riproposizione all’emittente che ha colpevolmente accettato di mandarlo in onda – Italia 1 – come a qualunque altro operatore televisivo. Si direbbe che questo pm romano non conosca legge oltre a quella del suo naso, che gli consiglia di ignorare l’affronto ai sentimenti religiosi di gran parte degli italiani.

    Ma, a ben vedere, dentro una cultura che svuota ostinatamente ogni identità ridicolizzandola attraverso la parodia di se stessa, il giudizio del magistrato ha persino una sua coerenza: se è indifferente (e, addirittura, mediaticamente patetico) credere in Qualcuno che ha sofferto sino alla morte per noi, allora anche una pubblicità blasfema che "gioca" proprio con questo evento cruciale non è altro – appunto – che una goliardata, tutt’al più un segno di «maleducazione», secondo quanto concede il pm degnandosi di considerare per un istante il punto di vista di chi si è sentito offeso. Non questione di reato, dunque, ma di educazione.

    Una delle metastasi della cultura «liquida» che «appare sempre più quella del relativo e dell’effimero» – secondo le parole rivolte domenica a Venezia dal Papa al mondo della cultura e dell’economia – è questo tenace lavorìo contro il dizionario stesso della nostra civiltà: modificando il nome delle cose viene perfezionato il loro snaturamento, la loro mutazione in ciò che si desidera. Con le sue piaghe Gesù Cristo ha redento l’umanità, niente di meno. E il suo incedere con la Croce addosso al Corpo lacero è il motivo per il quale a milioni nella storia, seguendone i passi, hanno versato a loro volta il sangue, creduto, sperato, costruito il presente e preparato il futuro. Noi vogliamo continuare a usare le parole con il loro vero significato, e non con quello artefatto della pubblicità: definire la parodia di tutto questo una «goliardata» è semplicemente inaudito. Ed è un segno di inescusabile ignoranza di ciò che non può essere fatto oggetto di vergognosa e volgare leggerezza. Si chieda pure con fare liquidatorio e quasi infastidito di archiviare l’esposto contro lo spot blasfemo: non ci persuaderanno che la realtà sia manipolabile a piacere (e a comando).

    Ma è un fatto: scopriamo che c’è una comunicazione e persino una giustizia che si ingegna a ribattezzare tutto ciò che è "antico" per adattarlo al "nuovo" finendo così, guarda caso, per assoggettarlo all’interesse, al mercato, all’ideologia… Non è una novità. Nel suo Mondo nuovo Aldous Huxley prefigurò appunto una società nella quale si cambiava nome alle cose per imporre pian piano un ordine plumbeo. Era ed è totalitarismo, e qualcuno prova ancora a rivestirlo dei panni della "tolleranza".

    Ringraziamo Francesco Ognibene, giornalista di Avvenire, e il sito http://www.Avvenire.it, in cui potrete trovare l'originale dell'articolo, che ci è sembrato molto pertinente rispetto alla riflessione che stiamo conduccendo.

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  20. 20

    prode anselmo

    Il cammino dei due discepoli a fianco di Gesù ripropone il problema di come attualizzare e rendere presente Gesù. E' anche il problema di questo giornale d'opinione, nella sezione che qui ci interessa. In fondo, se ben osserviamo, i due discepoli guardano al passato pur recente, nostalgicamente, rivivono quelle attese che ritengono svanite, non vedono futuro e un barlume di speranza se non nelle parole delle donne (dicono che è vivo). Ma non c'è "presente" nelle loro parole, anche se Gesù in persona è presente. E soltanto quando siede a cena con loro e spezza il pane si accorgono della presenza, che non è passato e nemmeno futuro, ma qualcosa di diverso che li racchiude. E' difficile scoprire il tempo presente! Molto difficile. Perchérichiede l'ausilio di elemneti diversi dalle esperienze passate e dalle speranze future.

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  21. 21

    j.batton

    Mi sono chiesto il perchè della decisione dell'evangelista Luca di scegliere proprio l'episodio accaduto a Emmaus e inserirlo nel suo racconto della vita e delle opere di Gesù di Nazaret, trascurando gli altri. Chissà quante volte Gesù è apparso ai discepoli, nei più diversi luoghi, cenacolo compreso. Così, almeno, dicono gli Atti degli Apostoli e così conferma San Paolo.

    Perché proprio Emmaus? Secondo me, perchè, come dice Kamella parafrasando il Papa, nell'episodio è già presente l'intera liturgia della Messa, anzi, l'intera liturgia della Chiesa. Ciò significa, quanto meno, che il rito della S. Messa era già radicato nelle comunità originarie al punto da determinare i contenuti dello stesso Vangelo. I nostri preti si rendono conto del tesoro che hanno fra le mani?

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  22. 22

    f.alonso

    Ci siamo concentrati un po' tutti sul cammino (con chi, verso dove, con quali rischi…), cioè sull'agire, piuttosto che sull'essere, sul riconoscimento del Signore attraverso lo spezzare del pane. Di là dalla partecipazione alla liturgia domenicale, che qualcuno sopra ha ben spiegato nella sua genesi e funzione, dovremmo chiederci quando mai spezziamo il pane coi nostri fratelli, con coloro con cui camminiamo; quando mai scopriamo la presenza del Signore (e non l'assenza o la semplice speranza di presenza) fra noi, la Sua viva presenza? Come è possibile che ciò avvenga, se fra noi non si "usa" la Parola di Dio?

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  23. 23

    sicutti

    L'incontro a tre sulla via di Emmaus, educativo e di fidelizzazione nello stesso tempo, non è l'incontro di massa, quello delle assemblee sindacali o di partito, per intenderci, quando si è immersi in una folla che circonda, opprime, urla, strepita, impedisce di solito il ragionamento pacato, e veicola spesso strane idee, usualmente confacenti agli interessi di pochi.

    La televisione, e i media in genere, hanno amplificato e moltiplicato l'incontro di massa, l'unico di cui si parli e si discuta, l'unico, peraltro, che impedisce la riflessione profonda e il riconoscimento della verità. Bisogna, dunque, ripartire dalla ricerca di "incontri sulla strada di Emmaus", scegliendo i maestri giusti e adeguati, per controbattere gli incontri massificanti e annichilenti, quelli che sostanzialmente fanno capo a poteri intrisi di mafiosità.

    Questo giornale d'opinione può esserne un tentativo?.

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  24. 24

    Tina Ghilardi

    Però, voglio dire, dopo tutta un'elaborazione come quella sopra riportata, non è forse necessario che il nostro sacerdote rielabori l'omelia fatta al principio in conseguenza dei commenti ricevuti? Sarebbe molto bello e molto utile, perché potrebbe servire da introduzione al vangelo della settimana dopo.

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  25. 25

    pin quar

    Nella calca della massa è difficile dire: entriamo al riparo, si fa sera, lì proseguiremo la nostra coversazione. Nella massa trovi riparo dai tuoi dubbi, dai rimorsi, dalle incertezze, diventi sicuro di te, anzi, di quel che dicono (ma normalmente non fanno) gli altri. Se sei una cattiva persona puoi diventare un delinquente, ma se3 sei una brava persona, nella migliore delle ipotesi rischi di prenderle se appena t'azzardi ad avere qualche resipiscenza.

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  26. 26

    Bergamo.info

    Si è più volte detto che il brano evangelico in commento comprende una vera e propria, nonché completa, liturgia eucaristica. Leggete ora cosa dispone il nostro amatissimo Papa Benedetto XVI circa l'utilizzo ODIERNO della liturgia VIGENTE FINO AL 1962.

    Istruzione "Universae Ecclesiae" e Nota sulla nuova Istruzione "Universae Ecclesiae".

    CITTA' DEL VATICANO, 13 MAG. 2011.

    La Pontificia Commissione "Ecclesia Dei" ha pubblicato oggi l'Istruzione sull'applicazione della Lettera Apostolica Motu Proprio data "Summorum Pontificum" di Benedetto XVI.

    L'Istruzione, approvata dal Santo Padre, è datata 30 aprile 2011, memoria di San Pio V, Papa, e porta la firma del Cardinale William Joseph Levada, Presidente della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei" e del Monsignor Guido Pozzo, Segretario della medesima Pontificia Commissione.

    I. Introduzione

    1. La Lettera Apostolica, Summorum Pontificum Motu Proprio data, del Sommo Pontefice Benedetto XVI del 7 luglio 2007, entrata in vigore il 14 settembre 2007, ha reso più accessibile alla Chiesa universale la ricchezza della Liturgia Romana.

    2. Con tale Motu Proprio il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha promulgato una legge universale per la Chiesa con l'intento di dare una nuova normativa all'uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962.

    3. Il Santo Padre, dopo aver richiamato la sollecitudine dei Sommi Pontefici nella cura per la Sacra Liturgia e nella ricognizione dei libri liturgici, riafferma il principio tradizionale, riconosciuto da tempo immemorabile e necessario da mantenere per l'avvenire, secondo il quale "ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l'integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede". (1).

    4. Il Sommo Pontefice ricorda inoltre i Pontefici Romani che, in modo particolare, si sono impegnati in questo compito, specificamente San Gregorio Magno e San Pio V. Il Papa sottolinea altresì che, tra i sacri libri liturgici, particolare risalto nella storia ha avuto il Missale Romanum, che ha ricevuto nuovi aggiornamenti lungo il corso dei tempi fino al Beato Papa Giovanni XXIII. Successivamente, in seguito alla riforma liturgica posteriore al Concilio Vaticano II, Papa Paolo VI nel 1970 approvò per la Chiesa di rito latino un nuovo Messale, poi tradotto in diverse lingue. Papa Giovanni Paolo II nell'anno 2000 ne promulgò una terza edizione.

    5. Diversi fedeli, formati allo spirito delle forme liturgiche precedenti al Concilio Vaticano II, hanno espresso il vivo desiderio di conservare la tradizione antica. Per questo motivo, Papa Giovanni Paolo II con lo speciale Indulto Quattuor abhinc annos, emanato nel 1984 dalla Sacra Congregazione per il Culto Divino, concesse a determinate condizioni la facoltà di riprendere l'uso del Messale Romano promulgato dal Beato Papa Giovanni XXIII. Inoltre, Papa Giovanni Paolo II, con il Motu Proprio Ecclesia Dei del 1988, esortò i Vescovi perché fossero generosi nel concedere tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedevano. Nella medesima linea si pone Papa Benedetto XVI con il Motu Proprio Summorum Pontificum, nel quale vengono indicati alcuni criteri essenziali per l'Usus Antiquior del Rito Romano, che qui è opportuno ricordare.

    6. I testi del Messale Romano di Papa Paolo VI e di quello risalente all'ultima edizione di Papa Giovanni XXIII, sono due forme della Liturgia Romana, definite rispettivamente ordinaria e extraordinaria: si tratta di due usi dell'unico Rito Romano, che si pongono l'uno accanto all'altro. L'una e l'altra forma sono espressione della stessa lex orandi della Chiesa. Per il suo uso venerabile e antico, la forma extraordinaria deve essere conservata con il debito onore.

    7. Il Motu Proprio Summorum Pontificum è accompagnato da una Lettera del Santo Padre ai Vescovi, con la stessa data del Motu Proprio (7 luglio 2007). Con essa vengono offerte ulteriori delucidazioni sull'opportunità e sulla necessità del Motu Proprio stesso; si trattava, cioè, di colmare una lacuna, dando una nuova normativa all'uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962. Tale normativa si imponeva particolarmente per il fatto che, al momento dell'introduzione del nuovo Messale, non era sembrato necessario emanare disposizioni che regolassero l'uso della Liturgia vigente nel 1962. In ragione dell'aumento di quanti richiedono di poter usare la forma extraordinaria, si è reso necessario dare alcune norme in materia. Tra l'altro Papa Benedetto XVI afferma: "Non c'è nessuna contraddizione tra l'una e l'altra edizione del Messale Romano. Nella storia della liturgia c'è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso". (2).

    8. Il Motu Proprio Summorum Pontificum costituisce una rilevante espressione del Magistero del Romano Pontefice e del munus a Lui proprio di regolare e ordinare la Sacra Liturgia della Chiesa (3) e manifesta la Sua sollecitudine di Vicario di Cristo e Pastore della Chiesa Universale. (4). Esso si propone l'obiettivo di:

    a) offrire a tutti i fedeli la Liturgia Romana nell'Usus Antiquior, considerata tesoro prezioso da conservare;

    b) garantire e assicurare realmente a quanti lo domandano, l'uso della forma extraordinaria, nel presupposto che l'uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962 sia una facoltà elargita per il bene dei fedeli e pertanto vada interpretata in un senso favorevole ai fedeli che ne sono i principali destinatari;

    c) favorire la riconciliazione in seno alla Chiesa.

    II. Compiti della Pontificia Commissione Ecclesia Dei

    9. Il Sommo Pontefice ha conferito alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei potestà ordinaria vicaria per la materia di sua competenza, in modo particolare vigilando sull'osservanza e sull'applicazione delle disposizioni del Motu Proprio Summorum Pontificum (cf. art. 12).

    10. § 1. La Pontificia Commissione esercita tale potestà, oltre che attraverso le facoltà precedentemente concesse dal Papa Giovanni Paolo II e confermate da Papa Benedetto XVI (cf. Motu Proprio Summorum Pontificum, artt. 11-12), anche attraverso il potere di decidere dei ricorsi ad essa legittimamente inoltrati, quale Superiore gerarchico, avverso un eventuale provvedimento amministrativo singolare dell'Ordinario che sembri contrario al Motu Proprio.

    § 2. I decreti con i quali la Pontificia Commissione decide i ricorsi, potranno essere impugnati ad normam iuris presso il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.

    11. Spetta alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, previa approvazione da parte della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il compito di curare l'eventuale edizione dei testi liturgici relativi alla forma extraordinaria del Rito Romano.

    III. Norme specifiche

    12. Questa Pontificia Commissione, in forza dell'autorità che le è stata attribuita e delle facoltà di cui gode, a seguito dell'indagine compiuta presso i Vescovi di tutto il mondo, con l'animo di garantire la corretta interpretazione e la retta applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, emana la seguente Istruzione, a norma del can. 34 del Codice di Diritto Canonico.

    La competenza dei Vescovi diocesani

    13. I Vescovi diocesani, secondo il Codice di Diritto Canonico, devono vigilare in materia liturgica per garantire il bene comune e perché tutto si svolga degnamente, in pace e serenità nella loro Diocesi (5), sempre in accordo con la mens del Romano Pontefice chiaramente espressa dal Motu Proprio Summorum Pontificum (6). In caso di controversia o di dubbio fondato circa la celebrazione nella forma extraordinaria, giudicherà la Pontificia Commissione Ecclesia Dei.

    14. È compito del Vescovo diocesano adottare le misure necessarie per garantire il rispetto della forma extraordinaria del Rito Romano, a norma del Motu Proprio Summorum Pontificum.

    Il coetus fidelium (cf. Motu Proprio Summorum Pontificum, art. 5 § 1)

    15. Un coetus fidelium potrà dirsi stabiliter exsistens ai sensi dell'art. 5 § 1 del Motu Proprio Summorum Pontificum, quando è costituito da alcune persone di una determinata parrocchia che, anche dopo la pubblicazione del Motu Proprio, si siano unite in ragione della loro venerazione per la Liturgia nell'Usus Antiquior, le quali chiedono che questa sia celebrata nella chiesa parrocchiale o in un oratorio o cappella; tale coetus può essere anche costituito da persone che provengano da diverse parrocchie o Diocesi e che a tal fine si riuniscano in una determinata chiesa parrocchiale o in un oratorio o cappella.

    16. Nel caso di un sacerdote che si presenti occasionalmente in una chiesa parrocchiale o in un oratorio con alcune persone ed intenda celebrare nella forma extraordinaria, come previsto dagli artt. 2 e 4 del Motu Proprio Summorum Pontificum, il parroco o il rettore di chiesa o il sacerdote responsabile di una chiesa, ammettano tale celebrazione, seppur nel rispetto delle esigenze di programmazione degli orari delle celebrazioni liturgiche della chiesa stessa.

    17. § 1. Per decidere in singoli casi, il parroco o il rettore, o il sacerdote responsabile di una chiesa, si regolerà secondo la sua prudenza, lasciandosi guidare da zelo pastorale e da uno spirito di generosa accoglienza.

    § 2. Nei casi di gruppi numericamente meno consistenti, ci si rivolgerà all'Ordinario del luogo per individuare una chiesa in cui questi fedeli possano riunirsi per ivi assistere a tali celebrazioni, in modo tale da assicurare una più facile partecipazione e una più degna celebrazione della Santa Messa.

    18. Anche nei santuari e luoghi di pellegrinaggio si offra la possibilità di celebrare nella forma extraordinaria ai gruppi di pellegrini che lo richiedano (cf. Motu Proprio Summorum Pontificum, art. 5 § 3), se c'è un sacerdote idoneo.

    19. I fedeli che chiedono la celebrazione della forma extraordinaria non devono in alcun modo sostenere o appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità della Santa Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria e/o al Romano Pontefice come Pastore Supremo della Chiesa universale.

    Il sacerdos idoneus (cf. Motu Proprio Summorum Pontificum, art. 5 § 4)

    20. In merito alla questione di quali siano i requisiti necessari, affinché un sacerdote sia ritenuto "idoneo" a celebrare nella forma extraordinaria, si enuncia quanto segue:

    Ogni sacerdote che non sia impedito a norma del Diritto Canonico è da ritenersi idoneo alla celebrazione della Santa Messa nella forma extraordinaria. (7).

    Per quanto riguarda l'uso della lingua latina, è necessaria una sua conoscenza basilare, che permetta di pronunciare le parole in modo corretto e di capirne il significato.

    Per quanto riguarda la conoscenza dello svolgimento del Rito, si presumono idonei i sacerdoti che si presentano spontaneamente a celebrare nella forma extraordinaria, e l'hanno usato precedentemente.

    21. Si chiede agli Ordinari di offrire al clero la possibilità di acquisire una preparazione adeguata alle celebrazioni nella forma extraordinaria. Ciò vale anche per i Seminari, dove si dovrà provvedere alla formazione conveniente dei futuri sacerdoti con lo studio del latino (8) e, se le esigenze pastorali lo suggeriscono, offrire la possibilità di apprendere la forma extraordinaria del Rito.

    22. Nelle Diocesi dove non ci siano sacerdoti idonei, i Vescovi diocesani possono chiedere la collaborazione dei sacerdoti degli Istituti eretti dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, sia in ordine alla celebrazione, sia in ordine all'eventuale apprendimento della stessa.

    23. La facoltà di celebrare la Messa sine populo (o con la partecipazione del solo ministro) nella forma extraordinaria del Rito Romano è data dal Motu Proprio ad ogni sacerdote sia secolare sia religioso (cf. Motu Proprio Summorum Pontificum, art. 2). Pertanto in tali celebrazioni, i sacerdoti a norma del Motu Proprio Summorum Pontificum, non necessitano di alcun permesso speciale dei loro Ordinari o superiori.

    La disciplina liturgica ed ecclesiastica

    24. I libri liturgici della forma extraordinaria vanno usati come sono. Tutti quelli che desiderano celebrare secondo la forma extraordinaria del Rito Romano devono conoscere le apposite rubriche e sono tenuti ad eseguirle correttamente nelle celebrazioni.

    25. Nel Messale del 1962 potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi (9), secondo la normativa che verrà indicata in seguito.

    26. Come prevede il Motu Proprio Summorum Pontificum all'art. 6, si precisa che le letture della Santa Messa del Messale del 1962 possono essere proclamate o esclusivamente in lingua latina, o in lingua latina seguita dalla traduzione in lingua vernacola, ovvero, nelle Messe lette, anche solo in lingua vernacola.

    27. Per quanto riguarda le norme disciplinari connesse alla celebrazione, si applica la disciplina ecclesiastica, contenuta nel vigente Codice di Diritto Canonico.

    28. Inoltre, in forza del suo carattere di legge speciale, nell'ambito suo proprio, il Motu Proprio Summorum Pontificum, deroga a quei provvedimenti legislativi, inerenti ai sacri Riti, emanati dal 1962 in poi ed incompatibili con le rubriche dei libri liturgici in vigore nel 1962.

    Cresima e Ordine sacro

    29. La concessione di usare la formula antica per il rito della Cresima è stata confermata dal Motu Proprio Summorum Pontificum (cf. art. 9 § 2). Pertanto non è necessario utilizzare per la forma extraordinaria la formula rinnovata del Rito della Confermazione promulgato da Papa Paolo VI.

    30. Con riguardo alla tonsura, agli ordini minori e al suddiaconato, il Motu Proprio Summorum Pontificum non introduce nessun cambiamento nella disciplina del Codice di Diritto Canonico del 1983; di conseguenza, negli Istituti di Vita Consacrata e nelle Società di Vita Apostolica che dipendono dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, il professo con voti perpetui oppure chi è stato incorporato definitivamente in una società clericale di vita apostolica, con l'ordinazione diaconale viene incardinato come chierico nell'istituto o nella società, a norma del canone 266 § 2 del Codice di Diritto Canonico.

    31. Soltanto negli Istituti di Vita Consacrata e nelle Società di Vita Apostolica che dipendono dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei e in quelli dove si mantiene l'uso dei libri liturgici della forma extraordinaria, è permesso l'uso del Pontificale Romanum del 1962 per il conferimento degli ordini minori e maggiori.

    Breviarium Romanum

    32. Viene data ai chierici la facoltà di usare il Breviarium Romanum in vigore nel 1962, di cui all'art. 9 § 3 del Motu Proprio Summorum Pontificum. Esso va recitato integralmente e in lingua latina.

    Il Triduo sacro

    33. Il coetus fidelium, che aderisce alla precedente tradizione liturgica, se c'è un sacerdote idoneo, può anche celebrare il Triduo Sacro nella forma extraordinaria. Nei casi in cui non ci sia una chiesa o oratorio previsti esclusivamente per queste celebrazioni, il parroco o l'Ordinario, d'intesa con il sacerdote idoneo, dispongano le modalità più favorevoli per il bene delle anime, non esclusa la possibilità di ripetere le celebrazioni del Triduo Sacro nella stessa chiesa.

    I Riti degli Ordini Religiosi

    34. È permesso l'uso dei libri liturgici propri degli Ordini religiosi in vigore nel 1962.

    Pontificale Romanum e Rituale Romanum

    35. È permesso l'uso del Pontificale Romanum e del Rituale Romanum, così come del Caeremoniale Episcoporum in vigore nel 1962, a norma del n. 28 di questa Istruzione e fermo restando quanto disposto nel n. 31 della medesima.

    1 BENEDETTO XVI, Lettera Apostolica Summorum Pontificum Motu Proprio data, AAS 99 (2007) 777; cf. Ordinamento generale del Messale Romano, terza ed. 2002, n. 397.

    2 BENEDETTO XVI, Lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione della Lettera Apostolica "Motu Proprio data" Summorum Pontificum sull'uso della Liturgia Romana anteriore alla Riforma effettuata nel 1970, AAS 99 (2007) 798.

    3 Cf. C.I.C. can. 838 '1 e '2.

    4 Cf. C.I.C. can. 331.

    5 Cf. C.I.C. cann. 223 ' 2; 838 '1 e ' 4.

    6 Cf. BENEDETTO XVI, Lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione della Lettera Apostolica "Motu Proprio data" Summorum Pontificum sull'uso della Liturgia Romana anteriore alla Riforma effettuata nel 1970, AAS 99 (2007) 799.

    7 Cf. C.I.C. can. 900 ' 2.

    8 Cf. C.I.C. can. 249; cf. Conc. Vat. II, Cost. Sacrosanctum Concilium, n. 36; Dich. Optatam totius n. 13.

    9 Cf. BENEDETTO XVI, Lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione della Lettera Apostolica"Motu Proprio data" Summorum Pontificum sull'uso della Liturgia Romana anteriore alla Riforma effettuata nel 1970, AAS 99 (2007) 797.

    NOTA SULLA NUOVA ISTRUZIONE "UNIVERSAE ECCLESIAE"

    CITTA' DEL VATICANO, 13 MAG. 2011. Riportiamo di seguito la Nota del Padre Federico Lombardi, S.I., Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, che sintetizza la nuova Istruzione "Universale Ecclesiae" relativa all'applicazione del Motu proprio "Summorum Pontificum".

    L'Istruzione sull'applicazione del Motu proprio "Summorum Pontificum" (del 7 luglio 2007, entrato in vigore il 14 settembre 2007) è stata approvata dal Papa Benedetto XVI l'8 aprile scorso e porta la data del 30 aprile, memoria liturgica di San Pio V, Papa.

    L'Istruzione, in base alle prime parole del testo latino, viene denominata "Universae Ecclesiae" ed è della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei", a cui il Papa aveva affidato – fra l'altro – il compito di vigilare sull'osservanza e l'applicazione del Motu proprio. Perciò essa porta la firma del suo Presidente, Cardinale William Joseph Levada, e del Segretario, Monsignor Guido Pozzo.

    Il documento è stato inviato a tutte le Conferenze Episcopali nelle settimane scorse. Ricordiamo che "le istruzioni rendono chiare le disposizioni delle leggi e sviluppano e determinano i procedimenti nell'eseguirle" (CIC, can.34). Come viene detto al n.12, l'Istruzione è emanata "con l'animo di garantire la corretta interpretazione e la retta applicazione" del Motu proprio "Summorum Pontificum".

    Era naturale che alla legge contenuta nel Motu proprio seguisse l'Istruzione sulla sua applicazione. Il fatto che ciò avvenga ora a più di tre anni di distanza si spiega facilmente ricordando che nella Lettera con cui il Papa accompagnava il Motu proprio diceva esplicitamente ai Vescovi: "Vi invito a scrivere alla Santa Sede, tre anni dopo l'entrata in vigore di questo Motu proprio. Se veramente fossero venute alla luce serie difficoltà, potranno essere cercate vie per trovare rimedio". L'Istruzione porta quindi in sé anche il frutto della verifica triennale dell'applicazione della legge, che era stata prevista fin dall'inizio".

    Il documento presenta un linguaggio semplice e di facile lettura. La sua Introduzione (nn.1-8) ricorda brevemente la storia del Messale Romano fino all'ultima edizione di Giovanni XXIII, nel 1962, e al nuovo Messale approvato da Paolo VI nel 1970, a seguito della riforma liturgica del Concilio Vaticano II, e ribadisce il principio fondamentale che si tratta di "due forme della Liturgia Romana, definite rispettivamente extraordinaria e ordinaria e: si tratta di due usi dell'unico Rito romano, che si pongono uno accanto all'altro. L'una e l'altra forma sono espressione della stessa lex orandi della Chiesa. Per il suo uso venerabile e antico, la forma extraordinaria deve essere conservata con il debito onore" (n.6).

    Si ribadisce anche la finalità del Motu proprio, articolandola nei seguenti tre punti: a) offrire a tutti i fedeli la Liturgia Romana nell'uso più antico, considerata tesoro prezioso da conservare; b) garantire e assicurare realmente, a quanti lo domandano, l'uso della forma extraordinaria; c) favorire la riconciliazione in seno alla Chiesa (cfr n.8).

    Una breve Sezione del documento (nn.9-11) ricorda i compiti e i poteri della Commissione "Ecclesia Dei", a cui il Papa "ha conferito potestà ordinaria vicaria" nella materia. Ciò comporta tra l'altro due conseguenze molto importanti. Anzitutto, essa può decidere sui ricorsi che le vengano presentati contro eventuali provvedimenti di vescovi o altri ordinari, che sembrino in contrasto con le disposizioni del Motu proprio (ferma restando la possibilità di impugnare ulteriormente le decisioni della Commissione stessa presso il Tribunale supremo della Segnatura Apostolica). Inoltre, spetta alla Commissione, con l'approvazione della Congregazione per il Culto Divino, curare l'eventuale edizione dei testi liturgici per la forma extraordinaria del Rito romano (nel seguito del documento si auspica, ad esempio, l'inserimento di nuovi santi e di nuovi prefazi).

    La parte propriamente normativa del documento (nn.12-35) contiene 23 brevi punti su diversi argomenti.

    Si ribadisce la competenza dei Vescovi diocesani per l'attuazione del Motu proprio, ricordando che in caso di controversia circa la celebrazione nella forma extraordinaria giudicherà la Commissione "Ecclesia Dei".

    Si chiarisce il concetto di coetus fidelium (cioè "gruppo di fedeli") stabiliter existens ("stabile") che desidera di poter assistere alla celebrazione in forma extraordinaria. Pur lasciando alla saggia valutazione dei pastori la valutazione del numero di persone necessario per costituirlo, si precisa che esso non deve essere necessariamente costituito da persone appartenenti a una sola parrocchia, ma può risultare da persone che confluiscono da diverse parrocchie o addirittura da diverse diocesi. Sempre tenendo conto del rispetto delle esigenze pastorali più ampie, l'Istruzione propone uno spirito di "generosa accoglienza" verso i gruppi di fedeli che richiedano la forma extraordinaria o i sacerdoti che chiedano di celebrare occasionalmente in tal forma con alcuni fedeli.

    Molto importante è la precisazione (n.19) secondo cui i fedeli che chiedono la celebrazione in forma extraordinaria "non devono in alcun modo sostenere o appartenere a gruppi che si manifestino contrari alla validità o legittimità della forma ordinaria" e/o all'autorità del Papa come Pastore Supremo della Chiesa universale. Ciò sarebbe infatti in palese contraddizione con la finalità di "riconciliazione" del Motu proprio stesso.

    Importanti indicazioni sono date anche circa il "sacerdote idoneo" alla celebrazione in forma extraordinaria. Naturalmente egli non deve avere impedimenti dal punto di vista canonico, deve conoscere sufficientemente bene il latino e conoscere il rito da celebrare. Si incoraggiano perciò i vescovi a rendere possibile nei seminari una formazione adeguata a tal fine, e si indica la possibilità di ricorrere, se mancano altri sacerdoti idonei, alla collaborazione dei sacerdoti degli Istituti eretti dalla Commissione "Ecclesia Dei" (che usano normalmente la forma extraordina­ria).

    L'Istruzione ribadisce come ogni sacerdote sia secolare sia religioso abbia licenza di celebrare la Messa "senza popolo" nella forma extraordinaria se lo desidera. Perciò, se non si tratta di celebrazioni con il popolo, i singoli religiosi non hanno bisogno del permesso dei superiori.

    Seguono – sempre per quanto riguarda la forma extraordinaria – norme relative alle regole liturgiche e all'uso di libri liturgici (come il Rituale, il Pontificale, il Cerimoniale dei vescovi), alla possibilità di usare la lingua vernacola per le letture (a complemento di quella latina, o anche in alternativa nelle "Messe lette"), alla possibilità per i chierici di usare il Breviario precedente alla riforma liturgica, alla possibilità di celebrare il Triduo Sacro nella Settimana Santa per i gruppi di fedeli che chiedono il rito antico. Per quanto riguarda le ordinazioni sacre, l'uso dei libri liturgici più antichi è permesso solo negli Istituti che dipendono dalla Commissione "Ecclesia Dei".

    A lettura compiuta, rimane l'impressione di un testo di grande equilibrio, che intende favorire – secondo l'intenzione del Papa – il sereno uso della liturgia precedente alla riforma da parte di sacerdoti e fedeli che ne sentano il sincero desiderio per il loro bene spirituale; anzi, che intende garantire la legittimità e l'effettività di tale uso nella misura del ragionevolmente possibile. Allo stesso tempo il testo è animato da fiducia nella saggezza pastorale dei vescovi, e insiste molto fortemente sullo spirito di comunione ecclesiale che deve essere presente in tutti – fedeli, sacerdoti, vescovi – affinché la finalità di riconciliazione, così presente nella decisione del Santo Padre, non venga ostacolata o frustrata, ma favorita e raggiunta.

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  27. 27

    Kamella Scemì

    Sandro Magister così commenta l'istruzione sopra riportata: un solo rito romano in due forme, antica e moderna.

    Sarebbe, secondo il grande Sandro, la medicina di Benedetto XVI per sanare un disordine liturgico arrivato "al limite del sopportabile". Per capire il perché della liberalizzazione della messa in rito romano antico, decisa da Benedetto XVI col motu proprio "Summorum Pontificum" del 2007 e confermata con l'istruzione "Universæ Ecclesiæ" diffusa oggi, la guida più sicura continuerebbe a essere la lettera ai vescovi con cui papa Joseph Ratzinger accompagnò quel motu proprio:

    "Cari fratelli nell'episcopato…"

    In essa, Benedetto XVI descriveva la situazione "al limite del sopportabile" che intendeva sanare. Se non solo i lefebvriani – la cui volontà di rottura era "però più in profondità" – ma anche molte persone fedeli al Concilio Vaticano II "desideravano ritrovare la forma, a loro cara, della sacra liturgia", cioè tornare all'antico messale, il motivo era il seguente, a giudizio del papa:

    "In molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo messale, ma esso addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della liturgia al limite del sopportabile. Parlo per esperienza, perché ho vissuto anch’io quel periodo con tutte le sue attese e confusioni. E ho visto quanto profondamente siano state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa".

    La convinzione di Benedetto XVI è invece che "le due forme dell’uso del rito romano possono arricchirsi a vicenda". Il rito antico potrà essere integrato da nuove feste e nuovi testi. Mentre "nella celebrazione della messa secondo il messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso".

    Il che è proprio ciò che avviene, sotto gli occhi di tutti, ogni volta che papa Ratzinger celebra la messa: col rito "moderno" ma con uno stile fedele alle ricchezze della tradizione.

    Nell'istruzione "Universæ Ecclesiæ" diffusa oggi con la data del 30 aprile 2011, festa di san Pio V, è citato quest'altro passaggio della lettera di Benedetto XVI del 2007:

    "Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del 'Missale Romanum'. Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso".

    E viceversa – ribadisce l'istruzione al n. 19 – i fedeli che celebrano la messa in rito antico "non devono in alcun modo sostenere o appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità della santa messa o dei sacramenti celebrati nella forma ordinaria".

    Sandro Magister fa un'osservazione: sia l'istruzione che la nota sono state diffuse nelle principali lingue. Così come si trova tradotta in più lingue, nel sito del Vaticano, anche la lettera di Benedetto XVI ai vescovi del 2007.

    Curiosamente, però, il motu proprio "Summorum Pontificum" continua ad essere presente nel sito della Santa Sede soltanto in due lingue, e tra le meno conosciute: la latina e l'ungherese:

    Intanto, il prossimo 15 maggio, IV domenica di Pasqua, sarà celebrata nella basilica papale di San Pietro in Vaticano, all'Altare della Cattedra, per la prima volta, una messa solenne in rito antico.

    Il celebrante sarà il cardinale Antonio Cañizares Llovera, prefetto della congregazione per il culto divino.

    Dirigerà il coro, con musiche di Giovanni Pierluigi da Palestrina, il cardinale Domenico Bartolucci, già maestro perpetuo della Cappella Musicale Sistina.

    La messa concluderà un convegno sul motu proprio "Summorum Pontificum", tra i cui relatori figurano lo stesso cardinale Cañizares, il vescovo Athanasius Schneider e monsignor Guido Pozzo, segretario della pontificia commissione "Ecclesia Dei" che ha emesso l'istruzione "Universæ Ecclesiæ".

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  28. 28

    Bergamo.info

    Riteniamo importante questo scritto di Mons. Pierangelo Sequeri, teologo e musicista, riportato sia sul sito http://www.Avvenire.it sia sul quotidiano omonimo, nelle edicole oggi.

    Due forme del Messale, una sola liturgia.

    Una lezione di stile. Cattolico.

    Potrà un gesto di pacata saggezza magisteriale restituirci al senso della fede che ci è comune? E anche, se mi è consentito, ricondurci al senso delle proporzioni, nelle discussioni in materia di liturgia e tradizione?

    L’Istruzione diffusa ieri dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, puntualizza dettagliatamente, con toni fermi e sereni la questione relativa alla teoria e alla pratica della forma liturgica precedente, e costituisce ora, a questo scopo, un autorevolissimo punto di riferimento.

    Nell’evidenza di un eccesso di drammatizzazione dell’adeguamento liturgico ufficiale, il Papa Benedetto XVI (come del resto già il beato Giovanni Paolo II) ha giustamente difeso, a più riprese, la sua piena legittimità: «Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Messale Romano. Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura». Il giudizio, naturalmente, vale dai due lati. Non esiste alcuna ragione per qualificare pregiudizialmente come una deviazione il giusto adeguamento liturgico che la Chiesa autorevolmente procura alla tradizione vivente della fede (la liturgia sarà finalmente perfetta solo in cielo). Così come non esiste alcun motivo per lasciar intendere che un tale sviluppo comporti necessariamente una sorta di ripudio per ciò che nella tradizione liturgica è stato "sacro e grande". E tale rimane. La comprensione per la venerazione della forma precedente, e la regolata accoglienza del suo esercizio nella Chiesa odierna, confermano esattamente il principio ermeneutico confermato da Benedetto XVI.

    L’effettiva percezione di una diffusa sensibilità, fra sacerdoti e fedeli, per il sostegno spirituale loro offerto dalla pratica dell’antico rito, lascia però intuire che quella sensibilità può essere gravemente manipolata (già è avvenuto, come si sa): persino in termini cattolicamente inaccettabili. Quella sensibilità, infatti, può essere pretestuosamente forzata a intendersi come baluardo della dottrina liturgica autentica contro una forma liturgica – di per sé altrettanto ufficiale e in continuità con la tradizione apostolica – che ne rappresenterebbe la corruzione e la distruzione. O peggio, la sua rivendicazione, in termini a sua volta materialmente esclusivi di ogni vitale adeguamento delle forme, potrebbe essere persino esaltata come simbolo per una linea di resistenza e di lotta al Magistero recente, che reagisce a un processo di generale corruzione della dottrina e della prassi della Chiesa cattolica. Corruzione alla quale gli stessi Sommi Pontefici non sarebbero in grado – o addirittura non avrebbero l’intenzione – di opporsi con la necessaria efficacia.

    La continuità dell’affezione nei confronti di una forma rituale venerabile e sacra, che innumerevoli generazioni hanno abitato come espressione dell’immutabile tradizione apostolica, è dunque autorevolmente riconosciuta, in base a princìpi sempre condivisi e mai revocati in dubbio, come espressione legittima di una vera sensibilità cattolica. Il criterio ultimo della sua legittima "ospitalità ecclesiale", raccomandata al saggio discernimento dei vescovi, appare in tutta evidenza nel prologo del documento. Nulla deve ferire la concordia di ogni Chiesa particolare con la Chiesa universale: nella dottrina della fede, nei segni sacramentali, e «negli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica». Interesse rigorosamente comune e principio sicuro di pace ecclesiale.

    Di qui in avanti, unire le forze per restituire alla liturgia l’incanto possente della fede che sta al cospetto dell’unico Signore deve apparirci, in questi tempi difficili, l’unica cosa veramente necessaria allo splendore della tradizione della fede. E se fosse proprio questo ciò che ci fa difetto? Da dove viene – e dove ci porta – questa assuefazione all’investitura fai-da-te, che impanca chiunque a salvatore del cristianesimo, e guida sicura delle sue guide insicure? Umiltà e obbedienza non sono virtù essenziali alla tradizione della fede? Se ce ne fossimo dimenticati, antichi o moderni quanti siamo, questo testo non ci istruisce soltanto. Ci dà una lezione di stile. Cattolico.

    Pierangelo Sequeri

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  29. 29

    ana

    Ritengo utile segnalare questo articolo apparso su http://www.Avvenire.it relativo all'invito a non avere paura delle persecuzioni e a continuare nella ricerca dell'incontro col Signore:

    Il Papa: cristiani, non abbiate paura

    nonostante le persecuzioni.

    L'epoca attuale vede l'emergere di "nuove schiavitù ", sia nel mondo occidentale sia nei Paesi emergenti, con l'aumento "dei poveri, degli emigranti, degli oppressi". È il richiamo lanciato dal Papa nel suo discorso all'Assemblea ordinaria del Consiglio Superiore delle Pontificie Opere Missionarie, ricevuta stamani in udienza. "Nuovi problemi e nuove schiavitù – ha detto Benedetto XVI – emergono nel nostro tempo, sia nel cosiddetto primo mondo, benestante e ricco ma incerto circa il suo futuro, sia nei Paesi emergenti, dove, anche a causa di una globalizzazione caratterizzata spesso dal profitto, finiscono per aumentare le masse dei poveri, degli emigranti, degli oppressi, in cui si affievolisce la luce della speranza".

    Contro questi mali, ha affermato il Pontefice, la Chiesa deve "continuare con rinnovato entusiasmo l'opera di evangelizzazione, l'annuncio gioioso del Regno di Dio, venuto in Cristo nella potenza dello Spirito Santo, per condurre gli uomini alla vera libertà dei figli di Dio contro ogni forma di schiavitù ". Ma questo coinvolge i religiosi come i laici. "Tutti – ha sottolineato Benedetto XVI – devono essere coinvolti nella 'missio ad gentes': Vescovi, presbiteri, religiosi e religiose, laici". "Occorre, pertanto, prestare particolare cura affinchè tutti i settori della pastorale, della catechesi, della carità siano caratterizzati dalla dimensione missionaria: la Chiesa è missione".

    "I cristiani non devono avere timore" neppure di fronte alle persecuzioni di cui anche oggi sono oggetto", ha aggiunto il Papa. "I cristiani – è stato l'appello del Papa – non devono avere timore, anche se 'sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fedè ", ha detto Benedetto XVI, citando il messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2011.

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  30. 30

    Kamella Scemì

    Invito a meditare il Mattutino di oggi del "nostro" eminentissimo amico, da http://www.avvenire.it

    A DUE A DUE di GIANFRANCO RAVASI

    "Il dolore può bastare a sé stesso, ma per apprezzare a fondo una gioia bisogna avere qualcuno con cui condividerla".

    «Pasqua splendida, Pasqua del Signore, Pasqua! Con gioia abbracciamoci gli uni gli altri!». Oggi è una delle domeniche pasquali, segnate quindi dalla festosa allegria dello spirito, come si dice in questo stichirion,

    l’acclamazione cantata dai fedeli che si abbracciano, secondo il Canone pasquale di san Giovanni Damasceno dell’antica liturgia orientale. Si pensi che nel IX secolo questo e altri simili inviti erano intonati in greco pure a Roma, davanti al Papa, nella liturgia pasquale. Noi, però, per la nostra riflessione ci siamo rivolti a un autore americano spesso ironico, che in passato abbiamo già evocato. Si tratta di Mark Twain (1835-1910), e dal suo "Seguendo l’Equatore" scegliamo un’acuta annotazione sul dolore e sulla felicità.

    Sì, è vero: la sofferenza tende a rinchiuderci a riccio, umiliati e scoraggiati, ed è per questo che bisogna andare in cerca della pecora smarrita, come dice Gesù, ossia rintracciare nelle strade della notte o nei bassifondi della città chi si rintana come un animale ferito.

    La gioia, invece, ci fa esplodere, è comunicativa, si irradia. Non si può godere da soli, ma si tende a partecipare agli altri la propria festa, come accade appunto al pastore che ha ritrovato la pecora perduta o alla donna che ha recuperato la moneta dispersa nella polvere. E per stare ancora alle parabole di Cristo, qui scatta nell’altra persona un meccanismo perverso, quello dell’invidia: il fratello maggiore non si rassegna a partecipare alla gioia di suo padre e dell’intera famiglia per il figlio perduto e ritornato a casa. È la grettezza, la gelosia, l’egoismo di avere tutto per sé. È importante, allora, saper gioire con chi fa festa e non solo piangere con chi soffre. Infatti, «non verremo alla meta a uno a uno / ma a due a due», cantava il poeta francese Paul Eluard.

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  31. 31

    Kamella Scemì

    Ritengo interessante nel rapporto fra scienza e fede segnalare questo articolo riportato sull'Osservatore Romano on line:

    The New York Review of Books" boccia Sam Harris

    Anche il pensiero laico ha bisogno di verità morali oggettive, di GIULIA GALEOTTI

    "C'era una volta una scienza popolare il cui fine era quello di spiegare al grande pubblico i risultati scientifici. Era uno sforzo nobile che assolveva a un'utile funzione. Altrimenti, come avrebbero fatto i non addetti ai lavori a comprendere la portata delle scoperte dei fisici, dei chimici e dei biologi? Recentemente, però, è comparso un nuovo genere di scienza popolare, un genere che ha spostato la sua ottica dal passato al futuro. Questi nuovi libri non si concentrano sulle grandi cose che la scienza ha fatto, ma su quelle che farà".

    Così inizia la recensione all'ultimo saggio di Sam Harris, The Moral Landscape: How Science Can Determine Human Values (New York, Free Press, 2010, pagine 304), comparsa su "The New York Review of Books" (12-25 maggio 2011). L'analisi critica è firmata da H. Allen Orr, professore di biologia all'università di Rochester. Genetista che pubblica regolarmente su "Science" e "Nature", vincitore nel 2008 della Darwin-Wallace Medal (conferita ogni cinquant'anni dalla Linnean Society di Londra), Orr è molto critico verso lo scientismo e la sua convinzione che tutte le verità siano, in ultima analisi, scientifiche.

    Il nuovo saggio di Harris che Orr analizza è, in sostanza, il seguito di quel suo primo lavoro, The End of Faith (2004), divenuto uno dei testi cardine del nuovo ateismo, che conteneva un attacco feroce alle religioni organizzate.

    Preoccupato per il miserrimo stato in cui si trova oggi il pensiero occidentale, con il suo contributo Sam Harris intende spazzare via non solo la falsa costruzione di una morale proveniente dall'alto, ma anche il relativismo che ormai impera nelle menti secolarizzate. Il tentativo è così quello di convincere i lettori che verità morali oggettive esistono. La chiave è la scienza: "la morale deve essere considerata una branca non sviluppata della scienza". Non a caso, il sottotitolo del volume è proprio "come la scienza può determinare i valori umani", scalzando definitivamente dalla scena morale sia la religione che il relativismo.

    "Il risultato di questa impresa non è particolarmente brillante", scrive però Orr, criticando sia la costruzione del testo (confuso e slegato al suo interno, in esso Harris si perde, quasi dimenticando che il suo fine era quello di dimostrare che è possibile una scienza della moralità), quanto, e soprattutto, la tesi di fondo che vi sostiene.

    Come noto, la distinzione tra fatto e valore fu teorizzata per la prima volta da David Hume nel suo Trattato sulla natura umana (1739). Distinzione del tutto priva di senso invece per Sam Harris, che continua entusiasta nella certezza di aver finalmente identificato quale sia la giusta definizione del bene, individuato nel benessere di creature coscienti e consapevoli. E se dunque il panorama morale riflette il mondo dei fatti, per Harris è evidente che esso possa essere indagato e facilmente studiato dalla scienza.

    Una volta messa a punto, la scienza della moralità porterà a certe sorprese (alcune nostre intuizioni morali potrebbero sbagliarsi circa ciò che effettivamente incrementa il benessere umano), ma potrebbe anche confermare alcuni visioni tradizionali (ad esempio, concetti come generosità e compassione verranno giustificati su basi neurologiche).

    Il ragionamento di Harris, però, come già detto, non convince affatto H. Allen Orr. Innanzitutto, definire illusoria la distinzione tra fatto e valore è illusorio a sua volta: che senso ha dimostrare la relazione tra due giudizi sostenendo che essi sono prodotti dalla stessa regione del cervello? Se le stesse regioni del cervello funzionano quando si fanno le addizioni e le moltiplicazioni, Harris ne conclude forse che anche la distinzione tra addizione e moltiplicazione è meramente illusoria?

    Del resto, quando sostiene che la moralità investe la massimizzazione del benessere, finisce per sfociare in quell'utilitarismo già oggetto di tante obiezioni (né Harris considera mai il fatto che persone diverse in tempi diversi abbiano avuto diverse visioni morali).

    Ma il vero problema nella sua costruzione, continua Orr, è che il discorso sulla morale come massimizzazione del benessere delle creature coscienti non "segue" la scienza: quale esperimento scientifico vi risponde? Se, ad esempio, decidessimo che il nostro sommo valore fosse quello di vivere più a lungo possibile, la scienza medica ci potrebbe molto probabilmente aiutare, ma non potrebbe certo dimostrare e rivelare che il sommo valore in sé sia una lunga vita. "La volontà di Harris di dimostrare come la scienza può determinare i valori umani è temeraria. The Moral Landscape non fa nulla di simile".

    Il punto è che Harris, continua sempre Orr, ha sbagliato il suo obiettivo. È chiaro, infatti, che ciò che lo fa agitare e infuriare è il relativismo morale, ma purtroppo egli "tende a confondere le questioni". Ad esempio, si può benissimo essere scettici sulla pretesa di elaborare una scienza della morale pur rifiutando in radice il relativismo (pensiamo a una persona religiosa che "non ha interesse alla scienza della morale, ma certo non la si può accusare di relativismo morale"). Pur condividendo molte posizioni di Harris (concorda ad esempio sul fatto che la religione non debba avere il monopolio sulla morale), Orr trova il suo progetto un fallimento. Perché ciò che si contesta al fondo è proprio l'idea che la morale debba e possa considerarsi "una branca non sviluppata della scienza". Orr è convinto che la scienza richieda due grandi cose: porre le domande giuste e ottenere le risposte giuste. Il problema è che oggi ci concentriamo esclusivamente sul secondo aspetto, con grave detrimento per la scienza tutta. Da laico a laico.

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