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27 Comments

  1. 1

    Karl Heinz Treetball

    Giovedì scorso il nostro amato Vescovo, Sua Eccellenza Mons. Beschi, si è così rivolto ai fedeli presenti per la celebrazione della Festa liturgica del Corpus Domini: «Il nostro tempo vede tante verità smentite già al loro annuncio. Soltanto l'Eucaristia è verità radicale, è pane di amore, speranza, generosità e vita che accompagna l'esistenza dei cristiani. Questo vogliamo testimoniare e offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo e della nostra città». Parole incisive, di proiezione, di ripulitura.

    Il vescovo ha esordito ricordando il Vangelo del giorno (il corpo e il sangue di Cristo sorgente di vita eterna).

    «Sono parole meravigliose che giungeranno fino alla fine dei secoli. L'Eucaristia è una sorpresa sconvolgente ogni volta che ci riuniamo per celebrare il pane e il vino, che sono veramente il corpo e il sangue di Cristo. Queste parole sono un annuncio, ma soprattutto sono verità e affermazione impegnativa». I gesti del pane e del vino non sono soltanto un ricordo o un simbolo.

    «Sono gli stessi gesti di Gesù di Nazaret, sono memoriale e sacramento del suo amore. Il “Fate questo in memoria di me” non è soltanto un ricordo, ma è la Pasqua del Signore, sorgente di vita nuova e trasformata. Il Corpus Domini ridice ciò che ogni domenica e ogni giorno alimenta la nostra fede».

    L'Eucaristia supera i limiti umani. «Un non-credente potrebbe dirci: io rispetto la vostra fede, ma non cambia nulla, non siete diversi dagli altri uomini. Anche gli antichi miti parlavano dell'inutilità dei gesti dei grandi eroi. Ogni persona cresce nella consapevolezza della radicale insufficienza della condizione umana, come il limite della morte. Invece con l'Eucaristia questo limite è radicalmente superato davanti al dono sorprendente di un Dio che esiste per amare e per donarsi».

    L'Eucaristia non è una illusione cristiana. «In queste settimane nell'opinione pubblica si parla molto di batteri devastanti e di farmaci per combatterli. Come affermavano gli antichi, l'Eucaristia è farmaco, è principio attivo di vita che dona subito la comunione con Gesù. È una vita vera e definitiva che il cristiano costruisce ogni giorno. L'Eucaristia non è una speranza velleitaria, perché i cristiani testimoniano l'amore e la comunione del Signore, amando Dio e i fratelli».

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  2. 2

    Kamella Scemì

    Eucaristia e sacerdozio: non c’è niente di più indispensabile.

    Si va affermando — con la persuasione di proclamare chissà quale oracolo originale — che ormai nella Chiesa si deve far passare il ministero sacerdotale dalla sua fase sacrale a quella esistenziale. Una «società sacralmente impostata» è, infatti, giunta al tramonto, e una concezione cultuale di sacerdozio sarebbe estemporanea e inattuale. E qui risalta una prima anomalia: quella di collegare la dottrina della fede non alla verità ma all’attualità, alla mobilità dei gusti, o, se vogliamo, ai «segni dei tempi», la lettura dei quali, tra l’altro, brilla per arbitrio.

    Dalla storia apparirebbe che se, da un lato, la comunità cristiana nasce e si sviluppa dalla Pasqua di Cristo celebrata nell’Eucaristia, dall’altro lato, per non isolarsi come una setta, assume e integra via via il linguaggio e la struttura cultuali, innestandosi nel contesto imperiale, dove il sacerdozio era asse portante della società.

    Si tratterebbe ora di scollegarsi da questo contesto, e quindi di abbandonare la «sacerdotalizzazione» — per usare un vocabolo bruttissimo e quasi impronunciabile — per tornare alla cura pastorale della missione e della testimonianza.

    Ma è proprio questo che la storia insegna? Per quanto si possa riconoscere in essa un’assunzione di rivestimenti e di simbologie «sacerdotali», la realtà del sacerdozio cristiano fu sempre percepita e ha sempre operato nella sua incomparabile novità: la novità di Cristo, Sommo Sacerdote eterno e intramontabile della nuova alleanza, autore del Sacrificio spirituale, celeste e glorioso, in cui offrì se stesso, una volta per tutte, nel compimento e superamento del culto levitico. È la dottrina della mirabile Lettera agli Ebrei, che effettivamente non gode eccessiva stima presso i disinvolti teologi della «decultualizzazione» — altro termine bruttissimo — i quali fanno risalire proprio a quella lettera una certa responsabilità della concezione sacralizzante del ministero cristiano.

    Intanto possiamo notare che è affatto scorretto incriminare e aborrire la cultualità e la sacralità, miranti nella loro intenzione e nella loro natura a tenere vivo il senso di Dio e a suscitare e alimentare l’orazione; ed è improprio far coincidere, per ciò stesso, il culto con le pratiche puramente esteriori, formali, prive di anima e di verità e ritenute alternative alla fedeltà definita «esistenziale». Si verrebbe in tal modo a svalutare tutta la portata relativa al culto, che è invece fondamentale nella storia dell’antica alleanza. Gesù stesso con la sua famiglia non ha mancato di prendere parte alle osservanze religiose del suo popolo.

    Precisato questo, possiamo sentire, in particolare, alcuni insegnamenti impartiti a inesperti alunni in preparazione al ministero, o quanto meno da essi recepiti. Per esempio questi: che il Nuovo Testamento passa da una concezione cultuale del sacerdozio a una concezione esistenziale, che abolisce la prima; che il solo sacerdote è Gesù nella sua vita e morte e poi il cristiano che «offre il suo corpo» (Romani, 12, 1).

    Indubbiamente, e lo abbiamo visto dalla Lettera agli Ebrei, Gesù è l’unico Sommo Sacerdote, e il suo è l’unico e inesausto sacrificio; ed è ugualmente vero che il cristiano «offre» la sua stessa vita come sacrificio. Tuttavia, non è meno vero che lo stesso Gesù ha istituito un sacerdozio gerarchico, che certo non si «aggiunge» al sacerdozio di Cristo, bensì lo «rappresenta» sacramentalmente e opera in persona Christi.

    Il sacerdote può consacrare lo stesso Corpo di Cristo, in quanto, scrive Tommaso d’Aquino, «non opera d’autorità propria, bensì per l’autorità di Cristo» (Super epistolam ad Hebraeos Lectura, 343): «Tutta la sua dignità deriva da Cristo» (ibidem, 345).

    Neppure è corretto ritenere che dal sacerdozio cristiano sia eliminata la dimensione cultuale: è esatto invece che il sacrificio di Cristo avvera l’anima del culto divino, che in lui avviene «in spirito e verità» (Giovanni, 4, 23) in quanto suprema adorazione del Padre da parte di Gesù, che a lui si dona e per lui si consuma totalmente. E, se il cristiano è chiamato all’offerta del suo corpo, questa stessa offerta vale, se avviene in comunione e in continuazione con l’offerta, quindi con l’adorazione — diciamo ancora: con il culto — di Gesù Cristo sulla croce. Viene in mente l’espressione dell’antico Sacramentarium Veronense, citata dalla Sacrosanctum concilium: «In Cristo avvenne il perfetto compimento della nostra riconciliazione e ci fu data la pienezza del culto divino» (5).

    Si afferma, ancora, che secondo Gesù il compito dei pastori — presbiteri o episcopi — è la trasmissione e la custodia della fede attraverso la predicazione del Vangelo; che se si parla di sacerdozio o di liturgia lo si fa in senso traslato: Paolo chiama sacro ministero il suo annuncio, facendone offerta gradita (Romani, 15, 15-16).

    È vero che l’Apostolo si definisce «liturgo di Cristo» e che chiama un «esercizio» o una «funzione sacerdotale» («sacro ministero») l’annuncio del Vangelo di Dio, perché gli uomini vengano offerti in sacrificio a Dio; ma non è affatto vero che nella comunità cristiana sia scomparsa la liturgia come celebrazione e atto di culto. Si deve invece ripetere che l’unico sacerdozio a valere assolutamente è quello di Cristo; che la pienezza del culto è l’offerta sacrificale che Gesù fece di se stesso sulla croce, e che questa offerta è predicata, secondo lo stesso Paolo, dalla celebrazione consistente nel «mangiare la cena del Signore»: «Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore» (1 Corinzi, 11, 20. 26).

    Quanto alla missione affidata da Gesù agli Undici: essa consiste senza dubbio nel predicare, ma anche nel battezzare: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli» (Matteo, 28, 19).

    Vediamo poi che nell’Ultima Cena Gesù affidò agli apostoli il suo Corpo dato e il suo Sangue sparso — ossia la sua morte gloriosa e il suo mistero della salvezza — col mandato: «Fate questo in memoria di me» (Luca, 22, 19-20). La celebrazione dell’Eucaristia appare allora fondamentale per il ministero del Nuovo Testamento.

    E, infatti, a spiccare e a distinguersi da subito è «il primo giorno della settimana» quale giorno dello «spezzare il pane» e quindi della liturgia cristiana, dell’esercizio del sacerdozio ministeriale, della fattiva fraternità.

    I pastori pascono il gregge di Cristo certamente con la Parola, ma non è proprio questa Parola incarnata e fatta sacrificio, che viene resa presente e spezzata per il nutrimento del Popolo di Dio? Nessuna esitazione allora a riconoscere che il sacerdote del Nuovo Testamento, riflesso di Gesù Sommo Sacerdote, va radicalmente e anzitutto concepito in funzione della celebrazione del Corpo e del Sangue di Cristo, cioè per l’esserci della liturgia del Sacrificio di Gesù, perenne sorgente dell’identità della Chiesa.

    A ben vedere certe affermazioni da parte di improvvidi maestri si possono fare perché non si comprende il senso della presenza sacramentale del Corpo e del Sangue di Gesù, finalizzati non a una pura presenza rituale, ma a una efficacia «reale».

    Non si tratta di «desacerdotalizzare» la Chiesa di oggi, ma di ravvivare in essa il senso dell’Eucaristia e quindi il servizio al sacerdozio e al sacrificio di Cristo.

    Ben intesa, l’azione liturgica del pastore d’anime non isola affatto dalla comunità, non blocca l’immischiarsi a essa — come si ama dire con espressione sonora e confusa — non condiziona la valorizzazione della responsabilità dei fedeli, non chiude il pastore d’anime nella sua soddisfatta e incombente autorità, né lo sottrae all’apostolato libero e povero per la missione.

    Questa alternativa tra la «pietà» o la devotio christiana, da una parte, e la testimonianza e dedizione popolare, dall’altra, è clamorosamente smentita dalle grandi figure dei santi della carità e della missione, che esattamente nella celebrazione sacerdotale trovavano, e continuano a trovare, impulso e forza.

    Inos Biffi dall'OSSERVATORE ROMANO online

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  3. 3

    Kamella Scemì

    Benedetto XVI, il nostro amatissimo Papa:

    CORPUS DOMINI: Il mistero del Corpus Domini rinnova il mondo

    Cari fratelli e sorelle!

    La festa del Corpus Domini è inseparabile dal Giovedì Santo, dalla Messa in Caena Domini, nella quale si celebra solennemente l’istituzione dell’Eucaristia. Mentre nella sera del Giovedì Santo si rivive il mistero di Cristo che si offre a noi nel pane spezzato e nel vino versato, oggi, nella ricorrenza del Corpus Domini, questo stesso mistero viene proposto all’adorazione e alla meditazione del Popolo di Dio, e il Santissimo Sacramento viene portato in processione per le vie delle città e dei villaggi, per manifestare che Cristo risorto cammina in mezzo a noi e ci guida verso il Regno dei cieli. Quello che Gesù ci ha donato nell’intimità del Cenacolo, oggi lo manifestiamo apertamente, perché l’amore di Cristo non è riservato ad alcuni, ma è destinato a tutti. Nella Messa in Caena Domini dello scorso Giovedì Santo ho sottolineato che nell’Eucaristia avviene la trasformazione dei doni di questa terra – il pane e il vino – finalizzata a trasformare la nostra vita e ad inaugurare così la trasformazione del mondo. Questa sera vorrei riprendere tale prospettiva.

    Tutto parte, si potrebbe dire, dal cuore di Cristo, che nell’Ultima Cena, alla vigilia della sua passione, ha ringraziato e lodato Dio e, così facendo, con la potenza del suo amore, ha trasformato il senso della morte alla quale andava incontro. Il fatto che il Sacramento dell’altare abbia assunto il nome “Eucaristia” – “rendimento di grazie” – esprime proprio questo: che il mutamento della sostanza del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo è frutto del dono che Cristo ha fatto di se stesso, dono di un Amore più forte della morte, Amore divino che lo ha fatto risuscitare dai morti. Ecco perché l’Eucaristia è cibo di vita eterna, Pane della vita. Dal cuore di Cristo, dalla sua “preghiera eucaristica” alla vigilia della passione, scaturisce quel dinamismo che trasforma la realtà nelle sue dimensioni cosmica, umana e storica. Tutto procede da Dio, dall’onnipotenza del suo Amore Uno e Trino, incarnato in Gesù. In questo Amore è immerso il cuore di Cristo; perciò Egli sa ringraziare e lodare Dio anche di fronte al tradimento e alla violenza, e in questo modo cambia le cose, le persone e il mondo.

    Questa trasformazione è possibile grazie ad una comunione più forte della divisione, la comunione di Dio stesso. La parola “comunione”, che noi usiamo anche per designare l’Eucaristia, riassume in sé la dimensione verticale e quella orizzontale del dono di Cristo. E’ bella e molto eloquente l’espressione “ricevere la comunione” riferita all’atto di mangiare il Pane eucaristico. In effetti, quando compiamo questo atto, noi entriamo in comunione con la vita stessa di Gesù, nel dinamismo di questa vita che si dona a noi e per noi. Da Dio, attraverso Gesù, fino a noi: un’unica comunione si trasmette nella santa Eucaristia. Lo abbiamo ascoltato poco fa, nella seconda Lettura, dalle parole dell’apostolo Paolo rivolte ai cristiani di Corinto: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1 Cor 10,16-17).

    Sant’Agostino ci aiuta a comprendere la dinamica della comunione eucaristica quando fa riferimento ad una sorta di visione che ebbe, nella quale Gesù gli disse: “Io sono il cibo dei forti. Cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me” (Conf. VII, 10, 18). Mentre dunque il cibo corporale viene assimilato dal nostro organismo e contribuisce al suo sostentamento, nel caso dell’Eucaristia si tratta di un Pane differente: non siamo noi ad assimilarlo, ma esso ci assimila a sé, così che diventiamo conformi a Gesù Cristo, membra del suo corpo, una cosa sola con Lui. Questo passaggio è decisivo. Infatti, proprio perché è Cristo che, nella comunione eucaristica, ci trasforma in Sé, la nostra individualità, in questo incontro, viene aperta, liberata dal suo egocentrismo e inserita nella Persona di Gesù, che a sua volta è immersa nella comunione trinitaria. Così l’Eucaristia, mentre ci unisce a Cristo, ci apre anche agli altri, ci rende membra gli uni degli altri: non siamo più divisi, ma una cosa sola in Lui. La comunione eucaristica mi unisce alla persona che ho accanto, e con la quale forse non ho nemmeno un buon rapporto, ma anche ai fratelli lontani, in ogni parte del mondo. Da qui, dall’Eucaristia, deriva dunque il senso profondo della presenza sociale della Chiesa, come testimoniano i grandi Santi sociali, che sono stati sempre grandi anime eucaristiche. Chi riconosce Gesù nell’Ostia santa, lo riconosce nel fratello che soffre, che ha fame e ha sete, che è forestiero, ignudo, malato, carcerato; ed è attento ad ogni persona, si impegna, in modo concreto, per tutti coloro che sono in necessità. Dal dono di amore di Cristo proviene pertanto la nostra speciale responsabilità di cristiani nella costruzione di una società solidale, giusta, fraterna. Specialmente nel nostro tempo, in cui la globalizzazione ci rende sempre più dipendenti gli uni dagli altri, il Cristianesimo può e deve far sì che questa unità non si costruisca senza Dio, cioè senza il vero Amore, il che darebbe spazio alla confusione, all’individualismo, alla sopraffazione di tutti contro tutti. Il Vangelo mira da sempre all’unità della famiglia umana, un’unità non imposta dall’alto, né da interessi ideologici o economici, bensì a partire dal senso di responsabilità gli uni verso gli altri, perché ci riconosciamo membra di uno stesso corpo, del corpo di Cristo, perché abbiamo imparato e impariamo costantemente dal Sacramento dell’Altare che la condivisione, l’amore è la via della vera giustizia.

    Ritorniamo ora all’atto di Gesù nell’Ultima Cena. Che cosa è avvenuto in quel momento? Quando Egli disse: Questo è il mio corpo che è donato per voi, questo è il mio sangue versato per voi e per la moltitudine, che cosa accadde? Gesù in quel gesto anticipa l’evento del Calvario. Egli accetta per amore tutta la passione, con il suo travaglio e la sua violenza, fino alla morte di croce; accettandola in questo modo la trasforma in un atto di donazione. Questa è la trasformazione di cui il mondo ha più bisogno, perché lo redime dall’interno, lo apre alle dimensioni del Regno dei cieli. Ma questo rinnovamento del mondo Dio vuole realizzarlo sempre attraverso la stessa via seguita da Cristo, quella via, anzi, che è Lui stesso. Non c’è nulla di magico nel Cristianesimo. Non ci sono scorciatoie, ma tutto passa attraverso la logica umile e paziente del chicco di grano che si spezza per dare vita, la logica della fede che sposta le montagne con la forza mite di Dio. Per questo Dio vuole continuare a rinnovare l’umanità, la storia ed il cosmo attraverso questa catena di trasformazioni, di cui l’Eucaristia è il sacramento. Mediante il pane e il vino consacrati, in cui è realmente presente il suo Corpo e Sangue, Cristo trasforma noi, assimilandoci a Lui: ci coinvolge nella sua opera di redenzione, rendendoci capaci, per la grazia dello Spirito Santo, di vivere secondo la sua stessa logica di donazione, come chicchi di grano uniti a Lui ed in Lui. Così si seminano e vanno maturando nei solchi della storia l’unità e la pace, che sono il fine a cui tendiamo, secondo il disegno di Dio.

    Senza illusioni, senza utopie ideologiche, noi camminiamo per le strade del mondo, portando dentro di noi il Corpo del Signore, come la Vergine Maria nel mistero della Visitazione. Con l’umiltà di saperci semplici chicchi di grano, custodiamo la ferma certezza che l’amore di Dio, incarnato in Cristo, è più forte del male, della violenza e della morte. Sappiamo che Dio prepara per tutti gli uomini cieli nuovi e terra nuova, in cui regnano la pace e la giustizia – e nella fede intravediamo il mondo nuovo, che è la nostra vera patria. Anche questa sera, mentre tramonta il sole su questa nostra amata città di Roma, noi ci mettiamo in cammino: con noi c’è Gesù Eucaristia, il Risorto, che ha detto: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Grazie, Signore Gesù! Grazie per la tua fedeltà, che sostiene la nostra speranza. Resta con noi, perché si fa sera. “Buon Pastore, vero Pane, o Gesù, pietà di noi; nutrici, difendici, portaci ai beni eterni, nella terra dei viventi!”. Amen.

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  4. 4

    Francesco

    Dice esattamente, secondo me, Don Goffredo che "il discorso del “pane di vita” non riguarda in primo luogo l’Eucarestia, ma il Cristo stesso, oggetto della nostra fede… rivelatore del Padre e del suo Regno… oggetto della nostra fede. La Sua Parola è il cibo che dà la vita e nutre il nostro spirito".

    Qui si innesta una mia specifica posizione, che "scandalizza" molti ed è da molti avversata, ma che a suo tempo non scandalizzò, anzi, interessò l'allora arcivescovo di Bologna, Sua Eminenza Giacomo Biffi. Così come interessò l'allora Prefetto della Sacra Congregazione della Fede.

    Ho sempre sostenuto (la mia prima osservazione al riguardo apparve in un inciso con nota su Studi Sociali, ed. Dehoniane, Roma, del 1975) che quella cristiana non può essere definita una "religione" nel senso usuale del termine, in quanto tutte le credenze che così vengono definite hanno per oggetto un insegnamento, una teoria, una Weltanschauung, un metodo di approccio alla divinità, qualunque essa sia, ma mai una Persona, come avviene nel Cristianesimo.

    Gesù, uomo-Dio, nella Sua interezza, nell'interezza della Sua vita in Dio, con Dio, per Dio e in quella terrena è l'unico oggetto della nostra fede, che non esiste se non in comunione col Dio vivente. E una posizione del genere non può essere definita "religiosa"… è ben altro.

    Leggo ora che Don Goffredo, pur indirettamente, pare confermare tale punto di vista che, se condiviso, dovrebbe a mio avviso essere maggiormente approfondito, nell'interesse generale dei fedeli, se possibile con l'ausilio di un grande storico, oltre che ottimo sacerdote, quale Lui è.

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  5. 5

    Kamella Scemì

    BENEDETTO XVI

    ANGELUS in Piazza San Pietro

    Domenica, 26 giugno 2011

    Cari fratelli e sorelle!

    Oggi, in Italia e in altri Paesi, si celebra il Corpus Domini, la festa dell’Eucaristia, il Sacramento del Corpo e Sangue del Signore, che Egli ha istituito nell’Ultima Cena e che costituisce il tesoro più prezioso della Chiesa. L’Eucaristia è come il cuore pulsante che dà vita a tutto il corpo mistico della Chiesa: un organismo sociale tutto basato sul legame spirituale ma concreto con Cristo. Come afferma l’apostolo Paolo: “Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1Cor 10,17). Senza l’Eucaristia la Chiesa semplicemente non esisterebbe. E’ l’Eucaristia, infatti, che fa di una comunità umana un mistero di comunione, capace di portare Dio al mondo e il mondo a Dio. Lo Spirito Santo, che trasforma il pane e il vino nel Corpo e Sangue di Cristo, trasforma anche quanti lo ricevono con fede in membra del corpo di Cristo, così che la Chiesa è realmente sacramento di unità degli uomini con Dio e tra di loro.

    In una cultura sempre più individualistica, quale è quella in cui siamo immersi nelle società occidentali, e che tende a diffondersi in tutto il mondo, l’Eucaristia costituisce una sorta di “antidoto”, che opera nelle menti e nei cuori dei credenti e continuamente semina in essi la logica della comunione, del servizio, della condivisione, insomma, la logica del Vangelo. I primi cristiani, a Gerusalemme, erano un segno evidente di questo nuovo stile di vita, perché vivevano in fraternità e mettevano in comune i loro beni, affinché nessuno fosse indigente (cfr At 2,42-47). Da che cosa derivava tutto questo? Dall’Eucaristia, cioè da Cristo risorto, realmente presente in mezzo ai suoi discepoli e operante con la forza dello Spirito Santo. E anche nelle generazioni seguenti, attraverso i secoli, la Chiesa, malgrado i limiti e gli errori umani, ha continuato ad essere nel mondo una forza di comunione. Pensiamo specialmente ai periodi più difficili, di prova: che cosa ha significato, ad esempio, per i Paesi sottoposti a regimi totalitari, la possibilità di ritrovarsi alla Messa domenicale! Come dicevano gli antichi martiri di Abitene: “Sine Dominico non possumus” – senza il “Dominicum”, cioè senza l’Eucaristia domenicale non possiamo vivere. Ma il vuoto prodotto dalla falsa libertà può essere altrettanto pericoloso, e allora la comunione con il Corpo di Cristo è farmaco dell’intelligenza e della volontà, per ritrovare il gusto della verità e del bene comune.

    Cari amici, invochiamo la Vergine Maria, che il mio Predecessore, il beato Giovanni Paolo II ha definito “Donna eucaristica” (Ecclesia de Eucharistia, 53-58). Alla sua scuola, anche la nostra vita diventi pienamente “eucaristica”, aperta a Dio e agli altri, capace di trasformare il male in bene con la forza dell’amore, protesa a favorire l’unità, la comunione, la fraternità.

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  6. 6

    Kamella Scemì

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle, anche oggi ho la gioia di annunciare la proclamazione di alcuni nuovi Beati. Ieri, a Lubecca, sono stati beatificati Johannes Prassek, Eduard Müller ed Hermann Lange, uccisi dai nazisti nel 1943 ad Amburgo. Oggi, a Milano, è la volta di Don Serafino Morazzone, parroco esemplare nel Lecchese tra XVIII e XIX secolo; di Padre Clemente Vismara, eroico missionario del PIME in Birmania; e di Enrichetta Alfieri, Suora della Carità, detta “angelo” del carcere milanese di San Vittore. Lodiamo il Signore per questi luminosi testimoni del Vangelo!

    In questa domenica che precede la solennità dei Santi Pietro e Paolo si celebra in Italia la Giornata per la carità del Papa. Desidero ringraziare vivamente tutti coloro che, con la preghiera e con le offerte, danno il loro appoggio al mio ministero apostolico e di carità. Grazie! Il Signore vi ricompensi!

    Je salue les pèlerins francophones, particulièrement les anciens élèves de l’Institut Saint-Dominique de Rome. En ce jour, de nombreux pays célèbrent la Solennité du Saint-Sacrement du Corps et du Sang du Christ. Nous avons toujours à redécouvrir le don inouï de son Fils que Dieu nous fait dans l’Eucharistie en participant chaque dimanche à la messe. Faisons une large place à l’adoration eucharistique ! « Le Seigneur est là, dans le sacrement de son amour, il nous attend jour et nuit », répétait le saint Curé d’Ars. Puisons à cette source d’amour et de pardon la force de conformer toujours plus notre vie à l’Evangile ! Tant de chrétiens aujourd’hui lui rendent témoignage jusqu’au don de leur vie. Que notre prière fraternelle les soutienne sans relâche !

    I am happy to welcome all the English-speaking pilgrims and visitors, particularly the group from Saint Fidelis Parish in Toronto. In many places today the Church celebrates the Solemnity of the Body and Blood of Christ. May our hearts rejoice in the great gift of Jesus, the Bread of Life, who has given himself for us and has come to nourish us. As we open our hearts to others and walk the path of life, may he always sustain and guide us. God bless you all!

    Von Herzen heiße ich alle deutschsprachigen Pilger und Besucher auf dem Petersplatz willkommen. Zugleich geht mein Gruß an die Gläubigen des Erzbistums Hamburg, die gestern die Seligsprechung der „Lübecker Märtyrer“ gefeiert haben. Die katholischen Kapläne Johannes Prassek, Hermann Lange und Eduard Müller sowie der evangelische Pastor Karl Friedrich Stellbrink haben mit ihrem gemeinsam getragenen Leiden im Gefängnis bis zu ihrer Hinrichtung im Jahre 1943 ein großartiges, auch ökumenisches Zeugnis der Menschlichkeit und der Hoffnung gegeben. Es ist beeindruckend, wie sie in ihren Kerkerzellen stets den Blick zum Himmel gerichtet haben. So hat Johannes Prassek geschrieben: „Wie ist Gott so gut, daß er mir alle Furcht nimmt und die Freude und die Sehnsucht schenkt“. Lassen wir uns von ihrem Gottvertrauen anstecken und bringen wir das Evangelium der Liebe zu den Menschen unserer Zeit. Der Herr begleite unser Reden und unser Tun.

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española que participan en esta oración mariana, en particular a los miembros de la Asociación de la Medalla Milagrosa, así como a los directivos de la Radiotelevisión “El sembrador por la nueva evangelización”. En la solemnidad del Santísimo Cuerpo y Sangre de Cristo, la Iglesia hace memoria agradecida del don de la Eucaristía y la adora con devoción. Que nuestros corazones se abran con humildad ante Jesús Sacramentado, para que, transformados por su gracia, seamos testigos valientes de su amor por todos los hombres. Que Dios os bendiga.

    Słowo pozdrowienia kieruję do wszystkich Polaków, a szczególnie do Episkopatu Polski i wiernych, uczestników jubileuszu 600-lecia konsekracji katedry włocławskiej. W modlitwie polecam was Najświętszej Maryi Pannie Wniebowziętej, Patronce katedry. Niech wymowne dzieje tej świątyni będą dla wszystkich zachętą do trwania w wierze Ojców i świadczenia o Chrystusie w codziennym życiu. Z serca wam błogosławię.

    [Il mio saluto va a tutti i Polacchi e, in modo particolare, all'Episcopato polacco e ai fedeli, partecipanti alla celebrazione del Giubileo del 600° anniversario della consacrazione della Cattedrale di Włocławek. Nella preghiera vi raccomando tutti alla Beata Vergine Maria, Assunta al Cielo, a cui essa è intitolata. La storia eloquente di questo tempio sia per tutti incoraggiamento a perseverare nella fede dei Padri e nella testimonianza resa a Cristo nella vita di ogni giorno. Vi benedico di cuore.]

    Infine, saluto con affetto i pellegrini italiani, in particolare il gruppo dell’associazione “Laici Betlemiti”. A tutti voi auguro una buona domenica, una buona settimana. Buona Festa dei Santi Pietro e Paolo. Buona domenica a tutti voi!

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  7. 7

    Kamella Scemì

    Se invece del pane disceso dal cielo ci si nutre della propria superbia, si finisce per adorare un dio di legno, come ci dice il "nostro" grande cardinal Ravasi nel Mattutino di ieri:

    IL DIO DI LEGNO

    "Se non riesci più a credere nel Dio in cui hai creduto da sempre, forse ciò proviene da qualcosa di distorto presente nella tua fede. Devi sforzarti, allora, di capire che cosa chiami Dio. Se uno smette di credere nel suo Dio di legno, questo non significa che non vi sia alcun Dio, ma solo che il vero Dio non è di legno".

    C'è una scenetta ironica nel libro del profeta Isaia, cesellata nei particolari e ripresa quasi dal vivo. Un falegname è alle prese coi suoi strumenti per modellare da un tronco una statua divina: alla fine è soddisfatto per l'opera delle sue mani, ma è anche stanco e affamato. Prende il legname avanzato, lo mette sul focolare, si cuoce un arrosto e poi si accomoda beato a godersi il tepore. Ben pasciuto e riposato, si ricorda della statua sacra che ha plasmato. Eccolo, allora, prostrato a invocare: «Salvami, perché tu sei il mio dio!» (così in Isaia 44, 13-17). È questo l'idolo, il «Dio di legno» a cui allude il grande scrittore russo Tolstoj nel brano che oggi abbiamo proposto. Facile è fare del sarcasmo sull'idolatria, sulla superstizione, sulla magia che anche ai nostri giorni avvincono folle di persone, per non parlare poi di certi idoli mentali, idee banali e vane che però sono piantate come chiodi in molti cervelli. Eppure, talora accade anche a chi è seriamente religioso di entrare in crisi nei confronti del proprio Dio. Certo, come accadde ad Abramo e a Giobbe, può essere Dio stesso che si cela o provoca e prova la nostra fedeltà per vagliarla. Ma spesso è solo perché anche noi, piano piano, siamo scivolati verso un Dio di legno, sostituendolo al Dio vivente. Demoliamo quella statua e cerchiamo il vero volto divino.

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  8. 8

    Clodoveo

    CITTA' DEL VATICANO, 25 GIU. 2011. Questa mattina il Santo Padre ha ricevuto in udienza duemila membri dell'Associazione Santi Pietro e Paolo, di cui ricorre il 40° anniversario di istituzione.

    L'Associazione fu fondata per volontà di Paolo VI che, nel 1970, scioglieva i Corpi Pontifici, tra cui la Guardia Palatina d'Onore, costituita da Pio IX nel 1850, per raccogliere, nella Casa del Papa, una qualificata rappresentanza dei fedeli di Roma desiderosi di manifestare alla Sede Apostolica la propria incondizionata fedeltà. Gli appartenenti al disciolto Corpo militare furono così chiamati ad aderire ad un nuovo organismo, Associazione Santi Pietro e Paolo, il cui Statuto veniva approvato da Papa Paolo VI nel 1971.

    I membri dell'Associazione, articolata nelle Sezioni: Liturgica, Culturale, Caritativa e da una Segreteria Generale, dedicano il proprio tempo a diverse iniziative di volontariato organizzato, desiderosi di rendere una particolare testimonianza di vita cristiana, di apostolato e di fedeltà alla Sede Apostolica.

    Nel suo discorso Benedetto XVI ha ringraziato i membri per le iniziative caritative, in collaborazione con le Suore Figlie della Carità e per la loro collaborazione al buon ordine delle celebrazioni che hanno luogo in Vaticano. "Tali impegni" – ha detto Benedetto XVI – "richiedono una motivazione profonda, che va sempre rinnovata, grazie ad una intensa vita spirituale. Per aiutare gli altri a pregare, bisogna avere il cuore rivolto a Dio; per richiamarli al rispetto dei luoghi santi e delle cose sante, occorre avere in se stessi il senso cristiano della sacralità; per aiutare il prossimo con vero amore cristiano, dobbiamo avere un animo umile e uno sguardo di fede. Il vostro atteggiamento, spesso senza parole, costituisce un'indicazione, un esempio, un richiamo, e come tale ha anche un valore educativo".

    Benedetto XVI ha affidato l'Associazione dei Santi Pietro e Paolo alla Vergine Maria, venerata col titolo di "Virgo Fidelis". "Oggi più che mai c'è bisogno di fedeltà!" – ha esclamato il Pontefice – "Viviamo in una società che ha smarrito questo valore. Si esalta molto l'attitudine al cambiamento, la 'mobilità', la 'flessibilità', per motivi economici e organizzativi anche legittimi. Ma la qualità di una relazione umana si vede dalla fedeltà! La Sacra Scrittura ci mostra che Dio è fedele".

    "Cari amici" – ha concluso Benedetto XVI – "vi ringrazio anche per gli auguri, e soprattutto per le preghiere, in occasione del mio 60° anniversario di Sacerdozio. Il dono che mi avete voluto offrire, una bella casula, mi ricorda che sono sempre prima di tutto Sacerdote di Cristo".

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  9. 9

    quisquam de populo i

    PRESENTATO NUOVO PORTALE MULTIMEDIALE VATICANO NEWS.VA

    CITTA' DEL VATICANO, 27 GIU. 2011. Questa mattina, presso la Sala Stampa della Santa Sede, ha avuto luogo un incontro informativo relativo alla presentazione del nuovo portale vaticano "news.va", che sarà presentato dal Santo Padre il 28 giugno, vigilia della Solennità dei Santi Pietro e Paolo.

    Alla presentazione sono intervenuti: l'Arcivescovo Claudio Maria Celli, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali; Padre Federico Lombardi, S.I., Direttore della Sala Stampa della Santa Sede; il Dottor Giovanni Maria Vian, Direttore dell'Osservatore Romano; il Dottor Gustavo Entrala, fondatore e Direttore dell'Agenzia di Pubblicità "101" e il Dottor Thaddeus Milton Jones, Officiale del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali.

    "È con vivo piacere che oggi il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali" – ha detto l'Arcivescovo Celli – "portando a compimento l'incarico affidatogli dalla Segreteria di Stato, presenta a voi, in anteprima, il nuovo portale multimediale news.va, che sarà online il 29 giugno prossimo, festività dei Santi Pietro e Paolo".

    "È nostro desiderio" – ha proseguito l'Arcivescovo Celli – che il news.va "sia un omaggio e molto di più, l'espressione della nostra fedeltà e dedizione al Santo Padre, in occasione del 60° anniversario della Sua ordinazione sacerdotale".

    "Da questo 29 giugno, sarà possibile trovare su news.va le principali notizie stampate o messe in onda dagli altri media vaticani. Si tratta, quindi, di un portale multimediale che permetterà al visitatore di accedere immediatamente alle principali notizie, sia stampate che in via radiofonica tramite i vari programmi della Radio Vaticana, o in immagine con i filmati del Centro Televisivo Vaticano".

    "Le notizie riguarderanno le attività o gli interventi magisteriali del Santo Padre, le prese di posizione dei Dicasteri della Santa Sede, così come i più importanti avvenimenti del mondo o situazioni legate alle varie chiese particolari".

    "Il portale, almeno per i primi mesi" – ha proseguito l'Arcivescovo Celli – "sarà solo in due lingue: italiano e inglese. Dopo l'estate avremo un primo restyling del sito e l'apertura del sito in almeno un'altra lingua, forse in spagnolo. Si vedrà, perché è nostro desiderio che sia online anche in francese e portoghese".

    "Quale il rapporto con gli altri media vaticani? (…) Il portale non ha una sua specifica linea editoriale: si rifà semplicemente a quanto già scrive o comunica il quotidiano L'Osservatore Romano e la Radio Vaticana o le altre fonti vaticane di informazione. Tutti i media conserveranno la loro autonomia e identità che risulteranno evidenti dalla presentazione delle principali notizie da loro fornite sul portale".

    "Il sito vatican.va" – ha informato l'Arcivescovo Celli – "non scomparirà, ma conserverà intatta, anzi potenziata, la missione affidatagli di porre online il Magistero – nelle sue varie forme – del Santo Padre. Sin dall'inizio è stato un sito documentale e tale resterà ed opererà in piena sintonia con il nuovo portale".

    "Una parola di ringraziamento al Dottor Thaddeus Jones " – ha detto il Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali – "che è stato di prezioso aiuto come coordinatore, paziente e laborioso, di tutte le attività che hanno portato alla felice conclusione di un processo lungo e non semplice".

    "È mio dovere dire un grazie sentito anche al Dottor Gustavo Entrala, Direttore di 101" – ha detto infine l'Arcivescovo Celli – "che ha curato tutto l'aspetto tecnico e grafico di questa iniziativa".

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  10. 10

    Bergamo.info

    Amare la vita, amare la bellezza della vita. Non può non amare anche Chi dà nutrimento a questa vita bella colui che prova tali sentimenti. Ecco la bellissima riflessione di Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Gianfranco Ravasi su "Il Mattutino" di oggi, da http://www.avvenire,it

    AMO LA VITA

    "Amo la vita. Tutto il mio tormento consiste nella paura di non poterne godere abbastanza a lungo e appieno. Le giornate mi sembrano troppo brevi. Il sole tramonta troppo presto. Le estati finiscono così in fretta. La morte arriva così presto".

    I suoi romanzi rimasero chiusi per mezzo secolo nel baule che le due figlie non avevano mai osato aprire, dopo che il nazismo aveva eliminato la loro madre ebrea a Auschwitz nel 1942. Dobbiamo essere grati all'editore Adelphi che ha fatto conoscere anche a noi le opere di Irène Némirovsky, uscite finalmente da quel baule, rivelando una delle più geniali scrittrici del Novecento che visse meno di quarant'anni (era nata a Kiev nel 1903). Acquista, quindi, un valore particolare questa sua confessione autobiografica che sarebbe da meditare soprattutto da parte di chi vive immerso nella noia e nell'inerzia, di colui che tira a campare, giovane o anziano che sia, ripetendo idealmente – quando si trova davanti a un altro mattino – la sconfortante osservazione di Qohelet: «Non ci provo alcun gusto!» (12,1). Irène usa un'espressione che pochi purtroppo hanno il coraggio di ripetere: «Io amo la vita». E la amo perché ne succhio tutta la linfa, ne colgo i fiori, la colmo di ricerca, di azione e di contemplazione. Impressiona questo gustare l'esistenza a pieni sorsi, soprattutto ai nostri giorni quando si vedono folle di persone che non sanno come sprecare il tempo e bruciarsi la vita. È un po' anche per questo che la morte è divenuta semplicemente un dato statistico oppure è rimossa e ignorata. O peggio, è spesso scelta quasi come una soluzione per le difficoltà, dall'inizio assoluto della vita con l'aborto sino alla fine con l'eutanasia, con una futilità e una leggerezza impressionanti.

    Si tratta in tal caso di vita che non si è nutrita del pane disceso dal cielo.

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  11. 11

    mario

    Pane di vita è anche la Parola di Gesù, di Dio, oltre che l'intimità con Lui, l'Eucaristia. Fondamentale è che la Parola possa essere gustata da tutti, liberamente ma in modo coerente, omogeneo. Se no, si rischia il dio di legno, il dio fatto su misura per ciascuno di noi, come già argomentato più volte in questo sito nell'articolo sul rimontante politeismo (vedi Sandro Magister) e come magistralmente espresso da Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Gianfranco Ravasi nel Mattutino di ieri o di ier l'altro, al momento non si essere più preciso.

    E' giusto, pertanto, che la traduzione della Bibbia sia il tema centrale della quarantottesima Conferenza ecumenica che si tiene nell'abbazia benedettina di Glenstal, in Irlanda, avente per titolo "The Word of God: Lost in Translation?". L'obiettivo è di proseguire la riflessione sull'unità della Chiesa, che vede coinvolta da decenni la comunità benedettina di Glenstal. Per la conferenza di quest'anno è stato scelto il tema del rapporto tra la Parola di Dio e la liturgia, in particolare l'importanza di ascoltare, leggere, conoscere e accogliere la Parola di Dio, in modo da essere guidati nell'introduzione al mistero dell'eucaristia, considerato, anche alla luce di numerosi documenti ecumenici, uno dei nodi da sciogliere nel cammino verso la piena comunione tra i cristiani.

    Nella scelta del tema ha pesato l'anniversario – che ricorre quest'anno – del quinto centenario della traduzione inglese della Bibbia, la King James Bible, che ha avuto una grande influenza nella società anglosassone, diventando oggetto di confronto ecumenico tra cattolici e anglicani negli ultimi decenni, anche grazie all'azione ecumenica delle Società biblica che si è adoperata per una traduzione sempre più interconfessionale in lingua corrente. Con l'auspicio di vederla utilizzata dalle Chiese e dalle comunità locali non solo per gli incontri ecumenici, ma anche per le celebrazioni liturgiche quotidiane.

    Dopo una riflessione iniziale del padre benedettino Mark Patrick Hederman, abate di Glenstal, la conferenza si apre con un'introduzione sul tema da parte di Lindsey Hall, metodista, docente del St. John's Theological College di Nottingham, esperta di relazioni tra escatologia e Chiesa. A Seamus O'Connell, professore di Sacra scrittura alla Pontificia Università di Maynooth, è affidata la prima relazione, su come tradurre la Parola di Dio senza perdere le peculiarità attraverso le quali è stata letta, interpretata e vissuta nel corso dei secoli dalle diverse tradizioni cristiane. Sempre O'Connell è il primo relatore della seconda giornata, con un intervento su come leggere la Scrittura nella luce dell'eucaristia. Jan Carson, esperto con vasta esperienza in campo pastorale, introdurrà nel mondo della ricerca di nuove forme con le quali esprimere la fede delle comunità e l'amore per la Scrittura nella liturgia, attingendo anche a nuovi orizzonti musicali. Collin Mills, per molti anni impegnato nell'opera della traduzione interconfessionale in Africa, ricorderà invece quanto ancora deve essere fatto per rendere familiare, nella propria lingua madre, la Scrittura a ogni uomo e a ogni donna nel mondo.

    Nella stessa sessione è previsto l'intervento di Andy Tierney, chiamato a raccontare l'esperienza di nuove forme di predicazione della Parola di Dio nel mondo del lavoro, e il ricorso a una tecnologia che renda familiare il testo biblico, arricchito dalle letture spirituali delle diverse tradizioni cristiane. L'incontro si concluderà con una relazione di Lindsey Hall su Parola di Dio e liturgia.

    Con la conferenza non si esaurisce di certo l'impegno della comunità benedettina di Glenstal per l'unità della Chiesa, anche se essa rappresenta uno dei momenti forti della sua testimonianza ecumenica. Gli incontri sono cominciati negli anni del concilio Vaticano II, nella linea di un rinnovato impegno per l'unità della Chiesa. E si sono inseriti nel percorso ecumenico intrapreso dalle comunità cristiane in Irlanda, che ha posto al centro della sua attenzione la riconciliazione delle memorie come presupposto fondamentale e irrinunciabile per la pace tra i cristiani in Irlanda, con il superamento di divisioni e contrapposizioni plurisecolari. Per questo fin dalle prime conferenze – ricorda padre Patrick Fintan – "alcuni dei partecipanti protestanti del Nord, quasi tutti chierici, venivano in segreto, temendo la reazione della loro gente", proprio per il clima politico nell'isola, sconvolta nella parte settentrionale da atti di violenza che dividevano le comunità anche al loro stesso interno. Nel corso degli anni la lettura e la riflessione dei documenti ecumenici, soprattutto sul battesimo, sul rapporto tra fede e cultura e sull'eucaristia, hanno consentito una sempre più ampia e libera partecipazione, contribuendo alla creazione di un clima ecumenico nuovo, fondato su una riflessione mai disgiunta da una profonda attenzione alla testimonianza quotidiana della ricerca dell'unità della Chiesa. In tal senso, accanto all'opera dell'abbazia di Glenstal, va ricordato quanto, su un piano non solamente scientifico, viene fatto dalla Irish School of Ecumenics di Dublino, che in questi anni ha saputo affermarsi come luogo di insegnamento e ricerca in campo ecumenico con la definizione di percorsi formativi che hanno aiutato la costruzione della pace in Irlanda.

    Per il prossimo anno, come anticipato da padre Fintan, si pensa di dedicare la Glenstal Ecumenical Conference al concilio Vaticano II, in occasione del cinquantesimo anniversario della sua apertura: la nascita di una nuova stagione dell'ecumenismo, proprio per il nuovo ruolo assunto dalla Chiesa cattolica grazie ai documenti promulgati e ai gesti compiuti in quegli anni per la promozione dell'unità della Chiesa. L'obiettivo è – attraverso l'approfondimento dei testi più significativi del magistero ecclesiale e degli avvenimenti ecumenici internazionali – di riaffermare l'idea, centrale, che la ricerca dell'unità della Chiesa deve partire sempre dallo studio dei documenti e dall'ascolto della Parola di Dio.

    RICCARDO BURIGANA per l'Osservatore Romano On line.

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  12. 12

    tègn d&ugrave

    Gesù dice: «Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue, non avete in voi la vita». Siamo proprio sicuri che il riferimento sia solo e soltanto alla vita eterna e non anche alla concreta vita di tutti i giorni? L'Europa ha abbandonato i principi, valori e senso cristiani, le sue radici cristiane, per usare un'espressione persin abusata, ed ecco che è accaduto quel che vediamo: guerre, odio sociale, miseria, in un coktail mai storicamente riscontrato prima. E' un caso?

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  13. 13

    luca

    Sì, è la mancanza di nutrimento cristiano il grave problema dell'Occidente, nutrimento che talora non è nemmen messo a disposizione all'interno della Chiesa. Sua Eminenza Reverendissima il signor cardinale Gianfranco Ravasi ne tratta nell'ambito del Mattutino di oggi su Avvenire:

    CORVI E COLOMBE

    "L'arca di Noè aveva in sé il corvo e la colomba. Se l'arca prefigura la Chiesa, è inevitabile che – nel diluvio del male del mondo – la Chiesa contenga ambedue questi generi: i corvi che cercano il proprio interesse e le colombe che cercano la gloria di Cristo".

    È spesso citato il monito che l'allora cardinale Ratzinger scrisse nella Via crucis al Colosseo del 2005 sul "marciume" che s'annida pure nella Chiesa. Nella stessa linea, celebrando oggi la solennità degli apostoli Pietro e Paolo, abbiamo voluto far risuonare la voce di un santo caro a Benedetto XVI, Agostino, anche lui vescovo e dottore della Chiesa. Dal suo commento al Vangelo di Giovanni abbiamo tratto la suggestiva (e tradizionale) metafora dell'arca di Noè. Essa, però, riceve una punta di sottigliezza e allusività nell'applicazione del grande Padre della Chiesa. Mentre fuori imperversa il diluvio che si stende come un manto di morte sulla «malvagità grande della terra» e su «ogni intimo intento del cuore umano dedito solo al male» (Genesi 6,5), anche nell'area serena della nave di Noè è presente l'eterno scontro tra bene e male. Il simbolismo animale del corvo e della colomba è ovviamente convenzionale, perché non sembra che i piccioni siano così pacifici e innocenti come li abbiamo classificati noi umani. Sta di fatto che il significato sotteso non può essere smentito: anche nella Chiesa si ramifica il peccato e ne siamo stati spesso testimoni e forse anche un po' attori, perché tutti noi portiamo il nostro granello «di lievito di malizia», per usare un'espressione paolina. Diceva Giovanni Paolo II che aveva già proposto alla Chiesa un esame di coscienza e una domanda di perdono a Dio: «La Chiesa è certamente santa, come professiamo nel Credo; essa però è anche peccatrice, non come corpo di Cristo, bensì come comunità fatta di uomini peccatori».

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  14. 14

    Karl Heinz Treetball

    CAPPELLA PAPALE

    NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO, SANTA MESSA E IMPOSIZIONE DEL PALLIO AI NUOVI METROPOLITI

    OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

    Basilica Vaticana

    Martedì, 29 giugno 2011

    Cari fratelli e sorelle,

    “Non iam dicam servos, sed amicos” – “Non vi chiamo più servi ma amici” (cfr Gv 15,15). A sessant’anni dal giorno della mia Ordinazione sacerdotale sento ancora risuonare nel mio intimo queste parole di Gesù, che il nostro grande Arcivescovo, il Cardinale Faulhaber, con la voce ormai un po’ debole e tuttavia ferma, rivolse a noi sacerdoti novelli al termine della cerimonia di Ordinazione. Secondo l’ordinamento liturgico di quel tempo, quest’acclamazione significava allora l’esplicito conferimento ai sacerdoti novelli del mandato di rimettere i peccati. “Non più servi ma amici”: io sapevo e avvertivo che, in quel momento, questa non era solo una parola “cerimoniale”, ed era anche più di una citazione della Sacra Scrittura. Ne ero consapevole: in questo momento, Egli stesso, il Signore, la dice a me in modo del tutto personale. Nel Battesimo e nella Cresima, Egli ci aveva già attirati verso di sé, ci aveva accolti nella famiglia di Dio. Tuttavia, ciò che avveniva in quel momento, era ancora qualcosa di più. Egli mi chiama amico. Mi accoglie nella cerchia di coloro ai quali si era rivolto nel Cenacolo. Nella cerchia di coloro che Egli conosce in modo del tutto particolare e che così Lo vengono a conoscere in modo particolare. Mi conferisce la facoltà, che quasi mette paura, di fare ciò che solo Egli, il Figlio di Dio, può dire e fare legittimamente: Io ti perdono i tuoi peccati. Egli vuole che io – per suo mandato – possa pronunciare con il suo “Io” una parola che non è soltanto parola bensì azione che produce un cambiamento nel più profondo dell’essere. So che dietro tale parola c’è la sua Passione per causa nostra e per noi. So che il perdono ha il suo prezzo: nella sua Passione, Egli è disceso nel fondo buio e sporco del nostro peccato. È disceso nella notte della nostra colpa, e solo così essa può essere trasformata. E mediante il mandato di perdonare Egli mi permette di gettare uno sguardo nell’abisso dell’uomo e nella grandezza del suo patire per noi uomini, che mi lascia intuire la grandezza del suo amore. Egli si confida con me: “Non più servi ma amici”. Egli mi affida le parole della Consacrazione nell’Eucaristia. Egli mi ritiene capace di annunciare la sua Parola, di spiegarla in modo retto e di portarla agli uomini di oggi. Egli si affida a me. “Non siete più servi ma amici”: questa è un’affermazione che reca una grande gioia interiore e che, al contempo, nella sua grandezza, può far venire i brividi lungo i decenni, con tutte le esperienze della propria debolezza e della sua inesauribile bontà.

    “Non più servi ma amici”: in questa parola è racchiuso l’intero programma di una vita sacerdotale. Che cosa è veramente l’amicizia? Idem velle, idem nolle – volere le stesse cose e non volere le stesse cose, dicevano gli antichi. L’amicizia è una comunione del pensare e del volere. Il Signore ci dice la stessa cosa con grande insistenza: “Conosco i miei e i miei conoscono me” (cfr Gv 10,14). Il Pastore chiama i suoi per nome (cfr Gv 10,3). Egli mi conosce per nome. Non sono un qualsiasi essere anonimo nell’infinità dell’universo. Mi conosce in modo del tutto personale. Ed io, conosco Lui? L’amicizia che Egli mi dona può solo significare che anch’io cerchi di conoscere sempre meglio Lui; che io, nella Scrittura, nei Sacramenti, nell’incontro della preghiera, nella comunione dei Santi, nelle persone che si avvicinano a me e che Egli mi manda, cerchi di conoscere sempre di più Lui stesso. L’amicizia non è soltanto conoscenza, è soprattutto comunione del volere. Significa che la mia volontà cresce verso il “sì” dell’adesione alla sua. La sua volontà, infatti, non è per me una volontà esterna ed estranea, alla quale mi piego più o meno volentieri oppure non mi piego. No, nell’amicizia la mia volontà crescendo si unisce alla sua, la sua volontà diventa la mia, e proprio così divento veramente me stesso. Oltre alla comunione di pensiero e di volontà, il Signore menziona un terzo, nuovo elemento: Egli dà la sua vita per noi (cfr Gv 15,13; 10,15). Signore, aiutami a conoscerti sempre meglio! Aiutami ad essere sempre più una cosa sola con la tua volontà! Aiutami a vivere la mia vita non per me stesso, ma a viverla insieme con Te per gli altri! Aiutami a diventare sempre di più Tuo amico!

    La parola di Gesù sull’amicizia sta nel contesto del discorso sulla vite. Il Signore collega l’immagine della vite con un compito dato ai discepoli: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16). Il primo compito dato ai discepoli, agli amici, è quello di mettersi in cammino – costituiti perché andiate -, di uscire da se stessi e di andare verso gli altri. Possiamo qui sentire insieme anche la parola del Risorto rivolta ai suoi, con la quale san Matteo conclude il suo Vangelo: “Andate ed insegnate a tutti i popoli…” (cfr Mt 28,19s). Il Signore ci esorta a superare i confini dell’ambiente in cui viviamo, a portare il Vangelo nel mondo degli altri, affinché pervada il tutto e così il mondo si apra per il Regno di Dio. Ciò può ricordarci che Dio stesso è uscito da sé, ha abbandonato la sua gloria, per cercare noi, per portarci la sua luce e il suo amore. Vogliamo seguire il Dio che si mette in cammino, superando la pigrizia di rimanere adagiati su noi stessi, affinché Egli stesso possa entrare nel mondo.

    Dopo la parola sull’incamminarsi, Gesù continua: portate frutto, un frutto che rimanga! Quale frutto Egli attende da noi? Qual è il frutto che rimane? Ebbene, il frutto della vite è l’uva, dalla quale si prepara poi il vino. Fermiamoci per il momento su questa immagine. Perché possa maturare uva buona, occorre il sole ma anche la pioggia, il giorno e la notte. Perché maturi un vino pregiato, c’è bisogno della pigiatura, ci vuole la pazienza della fermentazione, la cura attenta che serve ai processi di maturazione. Del vino pregiato è caratteristica non soltanto la dolcezza, ma anche la ricchezza delle sfumature, l’aroma variegato che si è sviluppato nei processi della maturazione e della fermentazione. Non è forse questa già un’immagine della vita umana, e in modo del tutto particolare della nostra vita da sacerdoti? Abbiamo bisogno del sole e della pioggia, della serenità e della difficoltà, delle fasi di purificazione e di prova come anche dei tempi di cammino gioioso con il Vangelo. Volgendo indietro lo sguardo possiamo ringraziare Dio per entrambe le cose: per le difficoltà e per le gioie, per le ore buie e per quelle felici. In entrambe riconosciamo la continua presenza del suo amore, che sempre di nuovo ci porta e ci sopporta.

    Ora, tuttavia, dobbiamo domandarci: di che genere è il frutto che il Signore attende da noi? Il vino è immagine dell’amore: questo è il vero frutto che rimane, quello che Dio vuole da noi. Non dimentichiamo, però, che nell’Antico Testamento il vino che si attende dall’uva pregiata è soprattutto immagine della giustizia, che si sviluppa in una vita vissuta secondo la legge di Dio! E non diciamo che questa è una visione veterotestamentaria e ormai superata: no, ciò rimane vero sempre. L’autentico contenuto della Legge, la sua summa, è l’amore per Dio e per il prossimo. Questo duplice amore, tuttavia, non è semplicemente qualcosa di dolce. Esso porta in sé il carico della pazienza, dell’umiltà, della maturazione nella formazione ed assimilazione della nostra volontà alla volontà di Dio, alla volontà di Gesù Cristo, l’Amico. Solo così, nel diventare l’intero nostro essere vero e retto, anche l’amore è vero, solo così esso è un frutto maturo. La sua esigenza intrinseca, la fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa, richiede sempre di essere realizzata anche nella sofferenza. Proprio così cresce la vera gioia. Nel fondo, l’essenza dell’amore, del vero frutto, corrisponde con la parola sul mettersi in cammino, sull’andare: amore significa abbandonarsi, donarsi; reca in sé il segno della croce. In tale contesto Gregorio Magno ha detto una volta: Se tendete verso Dio, badate di non raggiungerlo da soli (cfr H Ev 1,6,6: PL 76, 1097s) – una parola che a noi, come sacerdoti, deve essere intimamente presente ogni giorno.

    Cari amici, forse mi sono trattenuto troppo a lungo con la memoria interiore sui sessant’anni del mio ministero sacerdotale. Adesso è tempo di pensare a ciò che è proprio di questo momento.

    Nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo rivolgo anzitutto il mio più cordiale saluto al Patriarca Ecumenico Bartolomeo I e alla Delegazione che ha inviato, e che ringrazio vivamente per la gradita visita nella lieta circostanza dei Santi Apostoli Patroni di Roma. Saluto anche i Signori Cardinali, i Fratelli nell’Episcopato, i Signori Ambasciatori e le Autorità civili, come pure i sacerdoti, i compagni della mia prima Messa, i religiosi e i fedeli laici. Tutti ringrazio per la presenza e per la preghiera.

    Agli Arcivescovi Metropoliti nominati dopo l’ultima Festa dei grandi Apostoli viene ora imposto il pallio. Che cosa significa? Questo può ricordarci innanzitutto il giogo dolce di Cristo che ci viene posto sulle spalle (cfr Mt 11,29s). Il giogo di Cristo è identico alla sua amicizia. È un giogo di amicizia e perciò un “giogo dolce”, ma proprio per questo anche un giogo che esige e che plasma. È il giogo della sua volontà, che è una volontà di verità e di amore. Così è per noi soprattutto anche il giogo di introdurre altri nell’amicizia con Cristo e di essere a disposizione degli altri, di prenderci come Pastori cura di loro. Con ciò siamo giunti ad un ulteriore significato del pallio: esso viene intessuto con la lana di agnelli, che vengono benedetti nella festa di sant’Agnese. Ci ricorda così il Pastore diventato Egli stesso Agnello, per amore nostro. Ci ricorda Cristo che si è incamminato per le montagne e i deserti, in cui il suo agnello, l’umanità, si era smarrito. Ci ricorda Lui, che ha preso l’agnello, l’umanità – me – sulle sue spalle, per riportarmi a casa. Ci ricorda in questo modo che, come Pastori al suo servizio, dobbiamo anche noi portare gli altri, prendendoli, per così dire, sulle nostre spalle e portarli a Cristo. Ci ricorda che possiamo essere Pastori del suo gregge che rimane sempre suo e non diventa nostro. Infine, il pallio significa molto concretamente anche la comunione dei Pastori della Chiesa con Pietro e con i suoi successori – significa che noi dobbiamo essere Pastori per l’unità e nell’unità e che solo nell’unità di cui Pietro è simbolo guidiamo veramente verso Cristo.

    Sessant’anni di ministero sacerdotale – cari amici, forse ho indugiato troppo nei particolari. Ma in quest’ora mi sono sentito spinto a guardare a ciò che ha caratterizzato i decenni. Mi sono sentito spinto a dire a voi – a tutti i sacerdoti e Vescovi come anche ai fedeli della Chiesa – una parola di speranza e di incoraggiamento; una parola, maturata nell’esperienza, sul fatto che il Signore è buono. Soprattutto, però, questa è un’ora di gratitudine: gratitudine al Signore per l’amicizia che mi ha donato e che vuole donare a tutti noi. Gratitudine alle persone che mi hanno formato ed accompagnato. E in tutto ciò si cela la preghiera che un giorno il Signore nella sua bontà ci accolga e ci faccia contemplare la sua gioia. Amen.

    PALLIO VINCOLO DI UNITÀ CON LA SEDE DI PIETRO:

    CITTA' DEL VATICANO, 30 GIU. 2011. Questa mattina il Santo Padre ha ricevuto gli Arcivescovi Metropoliti nominati nel corso dell'ultimo anno, accompagnati dai familiari, che ieri hanno ricevuto il Sacro Pallio, nella Solennità dei Santi Pietro e San Paolo, Apostoli.

    Rivolgendosi agli Arcivescovi – rappresentanti di 25 paesi – nelle diverse lingue, il Santo Padre ha sottolineato che "se il Pallio vi ricorda la particolare responsabilità nei confronti della Chiese suffraganee e il vostro speciale vincolo di unità con la Sede di Pietro, ciò che comporta che tutti voi siate accompagnati da una maggiore vicinanza nella preghiera e dalla collaborazione nel ministero a voi affidato".

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  15. 15

    Kamella Scemì

    DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

    ALLA DELEGAZIONE DEL PATRIARCATO ECUMENICO DI COSTANTINOPOLI IN OCCASIONE DELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO.

    Martedì, 28 giugno 2011

    Cari Fratelli in Cristo,

    Siate benvenuti a Roma in occasione della Festa dei Patroni di questa Chiesa, i Santi Apostoli Pietro e Paolo. Mi è particolarmente gradito salutarvi con le parole che San Paolo rivolgeva ai cristiani di questa città: "Il Dio della pace sia con tutti voi" (Rm 15,32). Ringrazio di tutto cuore il Venerato fratello, il Patriarca Ecumenico Sua Santità Bartolomeo I e il Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico che hanno voluto inviare voi, cari Fratelli, come loro rappresentanti per partecipare qui con noi a questa solenne celebrazione.

    Il Signore Gesù Cristo, apparso ai suoi discepoli dopo la sua risurrezione, conferì loro il compito di essere testimoni del Vangelo di Salvezza. Gli Apostoli hanno portato a compimento fedelmente questa missione, testimoniando sino al sacrificio cruento della vita la fede in Cristo Salvatore e l'amore verso Dio Padre. In questa città di Roma gli Apostoli Pietro e Paolo hanno affrontato il martirio e da allora le loro tombe sono oggetto di venerazione. La vostra partecipazione a questa nostra Festa, come la presenza di nostri rappresentanti a Costantinopoli per la Festa dell'Apostolo Andrea, esprime l'amicizia e l'autentica fraternità che unisce la Chiesa di Roma ed il Patriarcato Ecumenico, vincoli che sono solidamente fondati su quella fede ricevuta dalla testimonianza degli Apostoli. L'intima vicinanza spirituale che sperimentiamo ogni volta che ci incontriamo è per me motivo di profonda gioia e di gratitudine a Dio. Al tempo stesso, però, la comunione non completa che già ci unisce deve crescere fino a raggiungere la piena unità visibile.

    Seguiamo con grande attenzione il lavoro della Commissione mista per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme. Ad uno sguardo puramente umano, si potrebbe essere presi dall'impressione che il dialogo teologico fatichi a procedere. In realtà, il ritmo del dialogo è legato alla complessità dei temi in discussione, che esigono uno straordinario impegno di studio, di riflessione e di apertura reciproca. Siamo chiamati a continuare insieme nella carità questo cammino, invocando dallo Spirito Santo luce e ispirazione, nella certezza che egli vuole condurci al pieno compimento della volontà di Cristo: che tutti siano uno (Gv 17,21). Sono particolarmente grato a tutti i membri della Commissione mista e in particolare ai Co-Presidenti Sua Eminenza il Metropolita di Pergamo Ioannis e Sua Eminenza il Cardinale Kurt Koch, per la loro infaticabile dedizione, la loro pazienza e competenza.

    In un contesto storico di violenze, indifferenza ed egoismo, tanti uomini e donne del nostro tempo si sentono smarriti. È proprio con la testimonianza comune della verità del Vangelo che potremo aiutare l'uomo del nostro tempo a ritrovare la strada che lo conduce alla verità. La ricerca della verità, infatti, è sempre anche ricerca della giustizia e della pace, ed è con grande gioia che costato il grande impegno con cui Sua Santità Bartolomeo si prodiga su questi temi. In unione di intenti, e ricordando il bell’esempio del mio predecessore, il Beato Giovanni Paolo II, ho voluto invitare i fratelli cristiani, gli esponenti delle altre tradizioni religiose del mondo e personalità del mondo della cultura e della scienza, a partecipare il prossimo 27 ottobre nella città di Assisi ad una Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo, che avrà come tema "Pellegrini nella verità, pellegrini nella pace". Il camminare insieme sulle strade della città di San Francesco sarà il segno della volontà di continuare a percorrere la via del dialogo e della fraternità.

    Eminenza, cari membri della Delegazione, ringraziandovi ancora una volta della vostra presenza a Roma in questa solenne circostanza, vi chiedo di recare il mio fraterno saluto al venerato fratello il Patriarca Bartolomeo I, al Santo Sinodo, al clero e a tutti i fedeli del Patriarcato Ecumenico, assicurandoli dell'affetto e della solidarietà della Chiesa di Roma, che oggi è in festa per i suoi Santi fondatori.

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  16. 16

    nomen tuum

    60^ Anniversario della consacrazione sacerdotale di Suia Santità Benedetto XVI

    Cari Confratelli nel ministero vescovile e sacerdotale, cari fratelli e sorelle!

    È questo per me un momento di gioia e di grande gratitudine – (…) in particolare per il fatto che ora, alla fine, sono potuto ancora tornare nel Duomo di Freising. (…) Ora, che mi trovo in questa Cattedrale, riemergono nel mio intimo tanti ricordi alla vista degli antichi compagni e dei giovani sacerdoti che trasmettono il messaggio, la fiaccola della fede. Emergono i ricordi della mia ordinazione (…) quando ero qui prostrato per terra e, come avvolto dalle Litanie di tutti i santi, dall’intercessione di tutti i santi, mi rendevo conto che su questa via non siamo soli, ma che la grande schiera dei santi cammina con noi e i santi ancora vivi, i fedeli di oggi e di domani, ci sostengono e ci accompagnano. Poi vi fu il momento dell’imposizione delle mani… e infine, quando il Cardinale Faulhaber ci gridò: “Iam non dico vos servos, sed amicos” – “Non vi chiamo più servi, ma amici”, allora ho sperimentato l’ordinazione sacerdotale come iniziazione nella comunità degli amici di Gesù, che sono chiamati a stare con Lui e ad annunciare il suo messaggio.

    Cattedrale di S. Maria e S. Corbiniano, Freising

    Giovedì, 14 settembre 2006.

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  17. 17

    Clodoveo

    ANGELUS

    Cari fratelli e sorelle!

    Scusate il lungo ritardo. La Messa in onore dei Santi Pietro e Paolo è stata lunga e bella. E abbiamo pensato anche a quel bell’inno della Chiesa di Roma che comincia: "O Roma felix!". Oggi nella solennità dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di questa Città, cantiamo così: "Felice Roma, perché fosti imporporata dal prezioso sangue di così grandi Principi. Non per tua lode, ma per i loro meriti ogni bellezza superi!". Come cantano gli inni della tradizione orientale, i due grandi Apostoli sono le "ali" della conoscenza di Dio, che hanno percorso la terra sino ai suoi confini e si sono innalzate al cielo; essi sono anche le "mani" del Vangelo della grazia, i "piedi" della verità dell’annuncio, i "fiumi" della sapienza, le "braccia" della croce (cfr MHN, t. 5, 1899, p. 385). La testimonianza di amore e di fedeltà dei Santi Pietro e Paolo illumina i Pastori della Chiesa, per condurre gli uomini alla verità, formandoli alla fede in Cristo. San Pietro, in particolare, rappresenta l’unità del collegio apostolico. Per tale motivo, durante la liturgia celebrata questa mattina nella Basilica Vaticana, ho imposto a 41 Arcivescovi Metropoliti il pallio, che manifesta la comunione con il Vescovo di Roma nella missione di guidare il popolo di Dio alla salvezza. Scrive sant’Ireneo, Vescovo di Lione, che alla Chiesa di Roma "propter potentiorem principalitatem [per la sua peculiare principalità] deve convergere ogni altra Chiesa, cioè i fedeli che sono dovunque, perché in essa è stata sempre custodita la tradizione che viene dagli Apostoli" (Adversus haereses, III,3,2); così nel II secolo.

    È la fede professata da Pietro a costituire il fondamento della Chiesa: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" – si legge nel Vangelo di Matteo (16,16). Il primato di Pietro è predilezione divina, come lo è anche la vocazione sacerdotale: "Né la carne né il sangue te lo hanno rivelato – dice Gesù – ma il Padre mio che è nei cieli" (Mt 16,17). Così accade a chi decide di rispondere alla chiamata di Dio con la totalità della propria vita. Lo ricordo volentieri in questo giorno, nel quale si compie per me il sessantesimo anniversario di Ordinazione sacerdotale. Grazie per la vostra presenza, per le vostre preghiere! Sono grato a voi, sono grato soprattutto al Signore per la sua chiamata e per il ministero affidatomi, e ringrazio coloro che, in questa circostanza, mi hanno manifestato la loro vicinanza e sostengono la mia missione con la preghiera, che da ogni comunità ecclesiale sale incessantemente a Dio (cfr At 12,5), traducendosi in adorazione a Cristo Eucaristia per accrescere la forza e la libertà di annunciare il Vangelo.

    In questo clima, sono lieto di salutare cordialmente la Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, presente oggi a Roma, secondo la significativa consuetudine, per venerare i Santi Pietro e Paolo e condividere con me l’auspicio dell’unità dei cristiani voluta dal Signore. Invochiamo con fiducia la Vergine Maria, Regina degli Apostoli, affinché ogni battezzato diventi sempre più una "pietra viva" che costruisce il Regno di Dio.

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  18. 18

    Kamella Scemì

    LA FESTA IN VATICANO

    Il Papa sacerdote da 60 anni.

    «Ecco la storia».

    Provincia tranquilla e città frenetica. Traunstein e Monaco. Sono i luoghi in cui vivono due dei compagni di Messa di Benedetto XVI che giusto sessant’anni dopo l’ordinazione – avvenuta a Frisinga per le mani del cardinale Michael von Faulhaber – ricordano la vita insieme in seminario. E dicono: da quel 29 giugno a oggi è rimasto l’amico di sempre.

    Poco sopra Traunstein, Alta Baviera, i colli immersi nel verde con i cavalli che pascolano allo stato brado formano un paesaggio idilliaco. Quando, da ragazzo, abitava nella frazione di Hufschlag, che significa "colpo di zoccolo", il Papa ogni giorno attraversava questo spettacolo naturale per recarsi nel ginnasio del Paese. E non mancava mai la sosta per la preghiera nella chiesa di Sant’Osvaldo, proprio quella dove l’8 luglio del 1951 celebrò la sua prima Messa. E dove adesso davanti al portale campeggia un suo busto da Pontefice.

    Siamo nel cuore della religiosità da cui è scaturita la vocazione dei fratelli Ratzinger. Nume tutelare dei luoghi è Rupert Berger, classe 1926, loro compagno di seminario. Dopo una vita da parroco in un paese vicino e un’apprezzata attività di liturgista e pastoralista, Berger è tornato alle origini e aiuta l’attuale parroco. Che la sua vita sia strettamente intrecciata a quella dei Ratzinger lo si capisce davanti alla sua casa, in un angoletto tranquillo del paese. Sul muro un cartello del Benediktweg, l’itinerario che contrassegna i luoghi ratzingeriani della Baviera, avverte che la Casetta del Parroco, risalente al Settecento, ospitò dal 1958 al 1964 Georg Ratzinger, direttore del coro di Sant’Osvaldo, e i genitori, che qui morirono: nel 1959 (il padre Joseph) e nel 1963 (la madre Maria).

    A Traunstein c’è anche il seminario minore che i Ratzinger frequentarono prima della guerra. Poi fu adibito a ospedale, proprio come quello maggiore di Frisinga. Subito dopo il ritorno a casa, alla fine del 1945, i tre (Georg, Joseph e Rupert) si trovarono nella comunità per futuri sacerdoti. La religiosità delle famiglie aveva creato il terreno per il grande passo. Ma anche esempi di preti nella stessa famiglia (Berger ne aveva uno) o giovani cappellani visti come esempio.

    C’era poi la durezza dei tempi. Il padre di Berger, sindaco di Traunstein ed esponente del partito cattolico bavarese, era stato internato a Dachau per la sua ostilità al regime. «Il nazismo lo rigettavamo al cento per cento. Potrei dire che odiavamo i nazisti, se l’odio non fosse un sentimento poco cristiano», rimemora Berger.

    E dunque c’era la coscienza di essere dei ricostruttori. Spirituali, non solo materiali. Ristrettezze in seminario a Frisinga c’erano. Chi non poteva pagare la retta riceveva un aiuto. Ma almeno il cibo era garantito dall’annessa azienda agricola, proprietà della diocesi. Tra le camerate, i due fratelli erano ben distinti da un soprannome. Georg era l’Orgel-Ratzi (l’organista), l’altro Bücher-Ratzi (lo studioso). L’amicizia crebbe.

    E la comunità non si scioglieva neanche in vacanza. Quando c’erano tre mesi di ferie tra i semestri, i seminaristi di Traunstein organizzavano passeggiate di gruppo in montagna, e discutevano l’un con l’altro. Rupert e Joseph furono mandati a studiare anche all’Università di Monaco e vivevano nel Collegio Ducale Georgianum. Lì le condizioni materiali erano peggiori. Ma c’erano teatri di prosa e d’opera, che i due frequentavano assiduamente. Il quartiere di Schwabing era il cuore artistico e letterario della città. Un cuore un po’ "bohemienne", «certo poco adatto a un prete», sorride Berger. Ma quando si trattava di studiare, niente fermava Bücher-Ratzi. Quando lavorava alla disseratazione per il dottorato, niente svaghi. Insomma, già allora uno studioso serissimo, ma anche un amico e un uomo alla mano. Ancora oggi che è sulla cattedra di Pietro. «Sì lui è davvero rimasto così come era», afferma Berger.

    Anche Friedrich Zimmermann, che invece è di Monaco – dove è stato a lungo parroco – ricorda la vita insieme, fatta di preghiera e amicizia, «Ratzinger è sempre stato una persona amichevole e amabile. Ma anche riservata. I due fratelli facevano parte del gruppo che veniva da Traunstein e noi eravamo di Monaco ed eravamo di più. Ma ci siamo capiti benissimo. Tanto che l’amicizia e la fratellanza sacerdotale sono durate anche dopo l’ordinazione», rievoca l’85enne prete, che è portavoce di quel corso di seminario. A far sentire il gruppo ancora più unito è stata, poi, la «grande gioia con cui abbiamo cominciato insieme nel 1946. Dopo le incertezze sul nostro futuro dovute alla guerra, al nazionalsocialismo, ora potevamo ricominciare, eravamo vicino all’obiettivo della nostra vita».

    Molti di questi aspiranti sacerdoti, infatti, avevano visto il loro percorso interrotto dalla catastrofe. Ma le radici erano forti, tanto che sessant’anni dopo Zimmermann sottolinea la volontà comune che animava tutti: essere vicini – con l’annuncio del Vangelo e i sacramenti – a chi gioisce e a chi soffre. Loro lo sono stati, come cappellani, in una Monaco distrutta. «Volevamo essere sempre a disposizione delle persone», spiega Zimmermann. Una comunità che si è poi divisa nei vari servizi alla Chiesa. Chi è stato solo parroco. Chi professore di teologia, di pastorale e di liturgia. Chi è diventato vescovo.

    Oltre a Ratzinger, tra quei 45 consacrati nel 1951 altri due, oggi scomparsi: Franz Schwarzenböck e Heinrich von Soden-Fraunhofen (entrambi ausiliari di Monaco). Tanto che quella nidiata fu chiamata la Drei-Bischöfe-Weihe, l’ordinazione dei tre vescovi. In tutto una dozzina di quei sacerdoti è ancora in vita. E si sono sempre riuniti per celebrare gli anniversari. Così è stato per il 40° e per il 50°, ricorda il loro portavoce. E sia Rupert sia "Fritz" saranno, con il fratello Georg nella delegazione dell’arcidiocesi bavarese che celebrerà a Roma con l’amico Papa. «L’elezione fu una sorpresa – conclude Zimmermann –. Ma per noi è, come un tempo, un confratello. Siamo stati due volte a trovarlo in Vaticano e tra noi parliamo proprio come facevamo allora».

    Gianni Santamaria per http://www.avvenire.it

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  19. 19

    Karl Heinz Treetball

    Ancora un «regalo» dal Papa

    Gli intrugli e il vino buono

    Il vino buono ha bisogno della notte. Delle molte metafore dell’uva e del vino, che fanno parte del lessico famigliare cristiano – e della Bibbia, in primo luogo – questa era rimasta nascosta. L’ha portata alla luce Benedetto XVI, ieri, in un giorno pieno di solennità e di affetti, segnato dal suo sessantesimo anniversario di ordinazione sacerdotale. Il tema dell’omelia è stato intimo e profondo, con parole che hanno fatto vibrare le molte risonanze della parola di Gesù sull’amicizia. Parola affettiva, ma non sentimento leggero. Parola che fissa la chiave della nuova confidenza con Dio, sigillata dal dono della vita, fino al sangue. Parola che scandisce il tempo della storia fra l’uomo e Dio: prima dell’amicizia di Gesù, dopo l’amicizia di Gesù. Fra noi e Dio cambia anche la religione, con questo legame. «Dio stesso è uscito da sé, ha abbandonato la sua gloria, per cercare noi».

    Il legame si è saldato una volta per tutte, e per sempre. La metafora che lo illumina è viva e generatrice di vita: «Io sono la vite e voi i tralci». Questo legame è destinato a diventare gioiosa nervatura dell’intero corpo del mondo nel quale abitiamo, ci muoviamo e siamo. E linfa vitale, per frutti sempre nuovi. Non siamo ammanettati a Dio: siamo suoi amici, noi.

    Di questo vino è tempo di ritrovare la fragranza. Niente di melenso. Niente di cosmetico. Un profumo di cosa genuina e viva, niente trucchi. Questo legame con Dio va curato, nutrito e lavorato fino all’ultima goccia. Rossi di pigiatura e di tino dobbiamo essere. E dono e nutrimento e fuoco nelle vene deve diventare: non vapori di esaltazione, sterili, che lo sprecano in niente. La Parola di Dio irriga la terra e non ritorna a Lui senza produrre fatti, dice l’antica profezia (Is 55, 11). L’emozione di questo vino nuovo non deve abitare la terra invano.

    A questo vino serve la notte. Il lavoro nelle oscurità della terra, il passaggio del fuoco e dell’acqua, la violenza della pigiatura, la pazienza della fermentazione. «Del vino pregiato – è il Papa che parla – è caratteristica non soltanto la dolcezza, ma anche la ricchezza delle sfumature, l’aroma variegato che si è sviluppato nei processi della maturazione e della fermentazione». Non sono incidenti di percorso, fatiche da evitare, vuoti a perdere: sono le condizioni di una generazione riuscita.

    Amici vinificatori e ristoratori mi spiegano che, in questi ultimi tempi, si sono molto dovuti adattare alla sempre più diffusa ricerca di vinelli facili, sapori ammorbiditi, biologici da laboratorio. E poi, per contrappasso, intrugli per lo choc di mezza sera e biberon per lo sballo di una nottata (il reality di maggior successo: "Domani è un giorno di meno"). Lo dicono con malinconia: hanno perso la soddisfazione di essere gratificati – persino loro – dalle parti nobili del giudizio di gusto, che hanno bisogno – persino esse – di umana sensibilità e finezza di riflessione.

    Non posso fare a meno di domandarmi se non ci siamo persi qualcosa del genere anche nel trattare il vino di Dio. Se non siamo diventati persino insofferenti dei tempi e della tenuta che sono necessari all’educazione e al lavoro dell’amicizia: che ha la tenacia dei passaggi difficili, armonizza sapori forti, genera sapori intensi che durano nel tempo. Persino capaci di migliorare, invecchiando (inconcepibile, oggi, vero?). Ha ragione il Papa. «Il vino è immagine dell’amore».

    Editoriale di Pierangelo Sequeri per http://www.avvenire.it

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  20. 20

    Kamella Scemì

    INTERVISTA

    Georg: «Annunciare a tutti l’amore di Dio missione che lui svolge in modo esemplare».

    Joseph Ratzinger «si è speso tutto per la sua vocazione» e in tutte la tappe della vita sacerdotale ha sempre voluto portare a termine il suo compito di pastore, cioè essere sempre disponibile per ciò che Dio vuole e per cercare di «introdurre gli altri alla Sua conoscenza». Quel 29 giugno del 1951 in cui venne ordinato nel duomo di Frisinga, così come oggi.

    Parola di fratello, oltre che di confratello. C’era anche Georg Ratzinger quel giorno a ricevere l’imposizione delle mani da parte del cardinale Faulhaber, arcivescovo di Monaco e Frisinga. E alla vigilia del 60° anniversario, del Giubileo sacerdotale di diamante, il fratello maggiore di Benedetto XVI ritaglia per Avvenire pochi minuti della sua giornata per tornare con la mente e col cuore a quel giorno.

    L’ex direttore del coro di voci bianche della cattedrale di Ratisbona, i celebri Regensburger Domspatzen, insiste più volte sul concetto della missione da compiere. Sul fatto che Dio si affida agli uomini per realizzare i suoi disegni. E che questi devono fare la propria parte nella vigna del Signore, per usare un’immagine cara al Pontefice.

    Monsignore, come vive questa ricorrenza? Quale ricordo più forte le suscita?

    I ricordi dell’ordinazione e della Primiz, la prima Messa, sono ancora molto vivi nella mia memoria. Certo, da allora sono successe tante cose. Le forze vengono meno, la vista anche (problemi agli occhi rendono sempre più difficile suonare il piano al sacerdote-musicista ndr). Ma sento una grande gratitudine per quello che abbiamo potuto vivere.

    Allora, dopo il disastro della guerra, cosa significava per voi, per la vostra generazione, diventare sacerdoti? Cosa vi spingeva?

    La coscienza della nostra missione. Del fatto che Dio non ha abbandonato il mondo e che questo vive a partire da Dio. Questo è il compito più bello: essere mandati da Dio e annunciare il suo amore alle persone.

    Per voi l’ambiente in cui è maturata la vocazione è stato la famiglia, cosa che oggi sempre più spesso manca. Chi di voi due per primo ha deciso per questa vita?

    La prima considerazione la trovo giusta. Poi, io sono maggiore di tre anni e tre mesi e forse in me la decisione è maturata prima. Essendo più vecchio, ho anticipato mio fratello in tutto.

    E lui come ha vissuto il proprio stile sacerdotale nelle varie tappe della sua vita: cappellano, professore, vescovo, cardinale, infine Papa?

    Ha sempre incarnato la figura del pastore, che è per Dio e vuole introdurre gli altri alla Sua conoscenza. Penso sempre che mio fratello possa essere un esempio, perché si è speso tutto per la sua vocazione e non ha mai posto innanzi le proprie preferenze personali. Il suo compito è per lui la vita.

    Una fedeltà nell’umiltà che lo ha portato al momento dell’elezione a definirsi un lavoratore nella vigna del Signore…

    … e lo è davvero. Ha voluto esserlo. Per questo ha usato quell’immagine evangelica, in cui la Chiesa viene paragonata a una vigna, nella quale qualcuno deve lavorare affinché il vino riesca bene. E lui in questa vigna della Chiesa vuole assolvere pienamente il suo compito.

    Gianni Santamaria per http://www.avvenire.it

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  21. 21

    mons

    Gli auguri della Cei.

    Beatissimo Padre,

    nella lietissima ricorrenza del sessantesimo anniversario della Sua ordinazione sacerdotale, anche a nome dell’intero Episcopato italiano, formulo fervidi voti augurali, grato al Signore che L’ha chiamata al servizio pastorale per il bene della sua Chiesa.

    Volgendo lo sguardo con animo riconoscente ai lunghi anni di ministero, caratterizzato dalla profondità della ricerca teologica e dallo zelo apostolico, invochiamo per Lei l’abbondanza dei favori celesti, perché il Padre della misericordia La sostenga e La consoli nella cura della Chiesa universale e Le doni rinnovate energie per realizzare ogni proposito di bene per la salvezza del mondo.

    Anche in questa occasione intendiamo rinnovare l’incondizionata fedeltà alla Sua persona e al Suo alto magistero. Sappia, Padre Beatissimo, di poter sempre contare sulla preghiera, la devozione e il sostegno delle Chiese che sono in Italia con i loro Pastori.

    Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente Cei

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  22. 22

    gargantua

    L'ospitalità diventa condivisione di pane spezzato, per l'ospitante e per l'ospite. Il pane discende dal cielo per entrambi, e la coppia amico-nemico viene meno nel suo significato esistenziale. Eppure, al giorno d'oggi, il nemico è "più nemico" di un tempo neppur lontano, anzi, alla Hobbes, tutti sono nemici di ciascuno. Senza rimedio. E' questo l'argomento che tratta il "nostro" grandissimo cardinal Ravasi sul Mattutino di oggi in http://www.avvenire.it:
    HOSTIS O HOSPES?

    "La civiltà ha fatto un passo decisivo, forse il passo decisivo per eccellenza, il giorno in cui lo straniero, da nemico (hostis), è divenuto ospite (hospes). Il giorno in cui nello straniero si riconoscerà un ospite, allora qualcosa sarà mutato nel mondo".

    Non è la prima volta che proponiamo un gioco di parole secondo una lingua classica, e per noi "materna", come il latino. Oggi ci affidiamo a un'assonanza che di per sé vorrebbe dire affinità e che, invece, a livello di significato, rivela un'antitesi. Da un lato c'è l'hostis, il nemico per eccellenza, con una connotazione più generale e quasi "nazionale" rispetto al puro e semplice inimicus personale. D'altro lato, ecco l'hospes, un vocabolo dal suono simile, ma dal valore ben diverso: è l'«ospite» che viene accolto con premura, come fece Abramo in quel caldo pomeriggio orientale nei confronti dei tre personaggi che si erano presentati davanti alla sua tenda sotto le querce di Mamre (Genesi 18). A proporci la sorprendente fusione dei due termini antitetici dell'hostis e dell'hospes è naturalmente il cristianesimo, ma per formularne la tematica abbiamo scelto le parole di un famoso teologo del secolo scorso, Jean Daniélou, creato cardinale da Paolo VI. Egli ci fa osservare – e la sua nota ha un valore particolare soprattutto per noi italiani in questa fase storica segnata dall'immigrazione di persone appartenenti a differenti etnie, religioni e culture – che la civiltà nasce non tanto con le grandi scoperte, ma con un atto di umanità, di ospitalità. Essa non si può misurare solo in termini di tecnologia e sviluppo economico, ma soprattutto nella logica dell'accoglienza che trasforma il potenziale hostis in un hospes. Certo, questa scelta è complessa e anche faticosa, dev'essere calibrata ed è frutto di un impegno reciproco tra i due interlocutori, ma è l'unica «via stretta» verso la civiltà e la grandezza di un popolo.

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  23. 23

    Quirico

    LA FEDE RETTA ORIENTA LA RAGIONE AD APRIRSI AL DIVINO

    CITTA' DEL VATICANO, 30 GIU. 2011.

    Nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Benedetto XVI ha conferito per la prima volta il "Premio Ratzinger" istituito dalla "Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger – Benedetto XVI – al Professore Manlio Simonetti, italiano, studioso di Letteratura cristiana antica e Patrologia; al Professor Olegario González de Cardedal, spagnolo, sacerdote, docente di Teologia sistematica e al Professor Padre Maximilian Heim, tedesco, cistercense, Abate del Monastero di Heiligenkreuz in Austria e docente di Teologia fondamentale e dogmatica.

    Dopo il saluto del Presidente della Fondazione, Monsignor Giuseppe Antonio Scotti, il Santo Padre ha tenuto un discorso.

    "La teologia è scienza della fede, ci dice la tradizione" – ha detto il Papa – "(…) ma se il fondamento della teologia, la fede, non diviene contemporaneamente oggetto del pensiero, se la prassi è riferita solo a se stessa, oppure vive unicamente dei prestiti delle scienze umane, allora la prassi diventa vuota e priva di fondamento".

    "Nella teologia è in gioco la questione circa la verità; essa è il suo fondamento ultimo ed essenziale. Un'espressione di Tertulliano può qui farci fare un passo avanti: Cristo non ha detto: Io sono la consuetudine, ma: Io sono la verità" – ha proseguito il Santo Padre spiegando che "Christian Gnilka ha mostrato che il concetto 'consuetudo' può significare le religioni pagane che, secondo la loro natura, erano 'consuetudine': si fa ciò che si è fatto sempre; si osservano le tradizionali forme cultuali e si spera di rimanere così nel giusto rapporto con l'ambito misterioso del divino. L'aspetto rivoluzionario del cristianesimo nell'antichità fu proprio la rottura con la 'consuetudine' per amore della verità. Tertulliano parla qui soprattutto in base al Vangelo di san Giovanni, in cui si trova anche l'altra interpretazione fondamentale della fede cristiana, che s'esprime nella designazione di Cristo come Logos. Se Cristo è il Logos, la verità, l'uomo deve corrispondere a Lui con il suo proprio logos, con la sua ragione".

    "Da qui si capisce che la fede cristiana, per la sua stessa natura, deve suscitare la teologia, doveva interrogarsi sulla ragionevolezza della fede (…) Per quanto si presenti dunque chiara nel cristianesimo il nesso fondamentale tra Logos, verità e fede – la forma concreta di tale nesso ha suscitato e suscita sempre nuove domande. (…) San Bonaventura, nel prologo al suo 'Commento alle Sentenze' ha parlato di un duplice uso della ragione – di un uso che è inconciliabile con la natura della fede e di uno che invece appartiene proprio alla natura della fede".

    "Esiste" – per San Bonaventura- "la 'violentia rationis', il dispotismo della ragione, che si fa giudice supremo di tutto. Questo genere di uso della ragione è certamente impossibile nell'ambito della fede", perché si vuole sottomettere Dio "ad un procedimento di prova sperimentale" – ha detto ancora il Santo Padre spiegando che nell'età moderna "La ragione sperimentale appare oggi ampiamente come l'unica forma di razionalità dichiarata scientifica. (…) Con questa impostazione sono state realizzate opere grandiose; che essa sia giusta e necessaria nell'ambito della conoscenza della natura e delle sue leggi nessuno vorrà seriamente porlo in dubbio. Esiste tuttavia un limite a tale uso della ragione: Dio non è un oggetto della sperimentazione umana. Egli è Soggetto e si manifesta soltanto nel rapporto da persona a persona: ciò fa parte dell'essenza della persona".

    "In questa prospettiva Bonaventura fa cenno ad un secondo uso della ragione, che vale per l'ambito del 'personale', per le grandi questioni dello stesso essere uomini. L'amore vuole conoscere meglio colui che ama. L'amore, l'amore vero, non rende ciechi, ma vedenti. Di esso fa parte proprio la sete di conoscenza, di una vera conoscenza dell'altro. Per questo, i Padri della Chiesa hanno trovato i precursori e gli antesignani del cristianesimo – al di fuori del mondo della rivelazione di Israele – non nell'ambito della religione consuetudinaria, bensì negli uomini in ricerca di Dio, nei 'filosofi': in persone che erano assetate di verità ed erano quindi sulla strada verso Dio. Quando non c'è questo uso della ragione, allora le grandi questioni dell'umanità cadono fuori dell'ambito della ragione e vengono lasciate all'irrazionalità. Per questo un'autentica teologia è così importante. La fede retta orienta la ragione ad aprirsi al divino, affinché essa, guidata dall'amore per la verità, possa conoscere Dio più da vicino".

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  24. 24

    Karl Heinz Treetball

    Sei anni sulla cattedra di Pietro: un'interpretazione

    Benedetto XVI maestro della parola, ma anche uomo di governo: autore di nuove leggi in campo liturgico, finanziario, penale, ecumenico. Con un criterio guida: "riforma nella continuità",

    di Sandro Magister, dal sito http://www.chiesa.espressonline.it

    ROMA, 1 luglio 2011 – La festa dei santi Pietro e Paolo, "colonne" della Chiesa, è coincisa quest'anno con il sessantesimo anniversario dell'ordinazione di Benedetto XVI al sacerdozio.

    Anche questa volta papa Joseph Ratzinger, nell'omelia della messa, ha insistito sulla missione di chi è chiamato a guidare la Chiesa come successore di Pietro.

    Un motivo in più per tentare un'interpretazione di questo pontificato, ormai entrato nel settimo anno, da un'angolatura particolare: quella del governo.

    A una prima impressione, Benedetto XVI non sembra brillare come uomo di governo. Il disordine della curia vaticana ne è prova.

    D'altra parte, però, il pontificato di papa Benedetto si caratterizza per una serie importante di provvedimenti normativi, tipici di un'azione di comando:

    – nel 2007 il motu proprio "Summorum pontificum" sull'uso del messale romano di rito antico;

    – nel 2009 la costituzione apostolica "Anglicanorum coetibus" sul passaggio alla Chiesa cattolica di comunità anglicane;

    – nel 2010 le nuove norme sui "delicta graviora" e in particolare sugli abusi sessuali;

    – ancora nel 2010 la creazione di un nuovo ufficio della curia romana: il pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione;

    – sempre nel 2010 il motu proprio per la prevenzione dei reati finanziari in tutti gli istituti della Santa Sede o ad essa connessi;

    – nel 2011 l'istruzione "Universæ Ecclesiæ" ad integrazione delle norme sulla messa in rito antico.

    Si tratta di norme con elementi fortemente innovativi, alcune accolte da vivaci resistenze, tali da smentire per l'ennesima volta che Benedetto XVI sia un papa di pura conservazione dell'esistente.

    Al contrario. Il criterio che più identifica questo pontificato sotto il profilo del governo è quello della "riforma nella continuità": la stessa formula che egli ha adottato come criterio interpretativo delle novità Concilio Vaticano II e in genere dei cambiamenti nel magistero della Chiesa nel procedere della storia.

    Su Benedetto XVI come "legislatore canonico" illustri studiosi del diritto – tra i quali l'arcivescovo Francesco Coccopalmerio, presidente del pontificio consiglio per i testi legislativi – hanno recentemente tenuto un convegno nell'Università di Pavia, la città dove è sepolto sant'Agostino.

    Ecco qui di seguito la relazione conclusiva, affidata a un non specialista.

    Nella quale si tenta una lettura unitaria dell'azione normativa di papa Benedetto, alla luce della visione "bonaventuriana" che egli ha di se stesso come timoniere della barca di Pietro.

    _________

    BENEDETTO XVI LEGISLATORE CANONICO

    L’ermeneutica della "riforma nella continuità". Dal motu proprio “Summorum Pontificum” alla nuova evangelizzazione dell’Occidente.

    di Sandro Magister

    Quella di "legislatore canonico" può sembrare una definizione sorprendente, applicata a Benedetto XVI. Eppure definisce un tratto essenziale del suo profilo, della sua visione su come governare la Chiesa.

    Se la tempesta che da qualche decennio tormenta la Chiesa è dovuta a delle "rotture" rispetto alla sua tradizione e identità propria – come Benedetto XVI ha detto in ripetute occasioni, a partire del memorabile discorso alla curia romana del 22 dicembre 2005 sull'interpretazione del Concilio Vaticano II –, una di queste linee di rottura il papa la vede proprio sul terreno del diritto canonico.

    L'ha scritto nella lettera aperta da lui indirizzata alla Chiesa d'Irlanda il 19 marzo 2010.

    E l'ha spiegato con parole ancor più dirette nel libro-intervista "Luce del mondo" pubblicato alla fine del 2010:

    "È interessante a questo proposito – ha risposto il papa a una domanda – quello che mi ha detto l'arcivescovo di Dublino. Diceva che il diritto penale canonico sino alla fine degli anni Cinquanta ha funzionato; certo, non era perfetto – in molti punti lo si potrebbe criticare – ma in ogni caso veniva applicato. A partire dagli anni Sessanta semplicemente non è stato più applicato. Dominava la convinzione che la Chiesa non dovesse essere una Chiesa del diritto, ma una Chiesa dell'amore; che non dovesse punire. […] In quell'epoca anche persone molto valide hanno subito uno strano oscuramento del pensiero, […] per cui è subentrato un oscuramento del diritto e della necessità della pena. E in fin dei conti anche un restringimento del concetto di amore, che non è soltanto gentilezza e cortesia, ma che è amore nella verità".

    Pochi giorni prima della lettera alla Chiesa d'Irlanda, il 10 marzo 2010, in un'udienza generale del mercoledì, Benedetto XVI ha sviluppato più a fondo la sua lettura della vicenda della Chiesa negli ultimi decenni.

    Quell'udienza il papa la dedicò a san Bonaventura, uno dei tre santi da lui personalmente più amati assieme ad Agostino e a Tommaso d'Aquino: il santo sul quale da giovane pubblicò la tesi di dottorato, sulla sua teologia della storia messa a confronto con quella influentissima di Gioacchino da Fiore.

    Secondo Gioacchino da Fiore, dopo le età del Padre e del Figlio, quest'ultima coincidente col tempo della Chiesa, era imminente l'alba di una terza e ultima età del mondo, quella dello Spirito Santo: un'era di piena libertà, con una nuova Chiesa spirituale senza più gerarchia né dogmi, un'era di pace definitiva tra gli uomini, di riconciliazione dei popoli e delle religioni.

    Dallo spiritualismo all'anarchia il passo è breve, spiegò Benedetto XVI in quell'udienza. E san Bonaventura, nel suo tempo, faticò non poco per arginare questa deriva, molto presente nel suo ordine francescano.

    Ma anche oggi, proseguì il papa, riaffiora nella Chiesa questo "utopismo spiritualista":

    "Sappiamo, infatti, come dopo il Concilio Vaticano II alcuni erano convinti che tutto fosse nuovo, che ci fosse un’altra Chiesa, che la Chiesa preconciliare fosse finita e ne avremmo avuta un’altra, totalmente 'altra'. Un utopismo anarchico! Ma grazie a Dio i timonieri saggi della barca di Pietro, papa Paolo VI e papa Giovanni Paolo II, da una parte hanno difeso la novità del Concilio e dall’altra, nello stesso tempo, hanno difeso l’unicità e la continuità della Chiesa".

    Novità e continuità. Perché non è vero che la Chiesa di Dio debba essere "immobile, fissa nel passato e non possa esserci novità in essa". Il papa citò di nuovo san Bonaventura: "Opera Christi non deficiunt, sed proficiunt", le opere di Cristo non vanno a ritroso, non si consumano, ma avanzano e progrediscono. Assicurano "novità e rinnovamento in tutti i periodi della storia".

    Basta questo per capire che papa Joseph Ratzinger non è affatto un custode della tradizione e basta. La sua visione della Chiesa è dinamica. Non teme di usare la parola "riforma" per definire la sua ermeneutica del Concilio Vaticano II.

    È ciò che ha fatto in quel discorso capitale che rivolse alla curia romana il 22 dicembre 2005, vigilia del suo primo Natale da papa.

    “Il Concilio Vaticano II – disse in quell'occasione Benedetto XVI –, con la nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche corretto alcune decisioni storiche, ma in questa apparente discontinuità ha invece mantenuto ed approfondito la sua intima natura e la sua vera identità. La Chiesa è, tanto prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica in cammino attraverso i tempi".

    La discontinuità solamente “apparente” di cui parla il papa si riferisce precisamente alla “intima natura” della Chiesa e alla “sua vera identità”, che sono rimaste intatte, dice, nonostante le correzioni fatte dal Vaticano II di “alcune decisioni storiche” della Chiesa stessa.

    Nello stesso tempo però – disse Benedetto XVI sempre in quel discorso – accanto a questa discontinuità solamente "apparente" vi è stata anche una discontinuità vera, almeno in un caso, tra il Concilio e il magistero precedente dei papi.

    Il caso che papa Ratzinger citò e analizzò è quello della libertà religiosa, affermata dalla dichiarazione "Dignitatis humanae". Lì la discontinuità con il magistero dei papi tra l'Ottocento e il Novecento è incontestabile. La "Dignitatis humanae" afferma e proclama ciò che l'enciclica "Quanta cura" di Pio IX del 1864, con il relativo "Syllabus errorum", aveva rifiutato e condannato.

    Tale discontinuità tuttavia, ha spiegato Benedetto XVI, riguarda non la natura e l'identità della Chiesa ma la concezione dello Stato e dei suoi rapporti con le religioni. Il soggetto Chiesa, anzi, esce da questo cambiamento ancora più nitido e luminoso, poiché, dice il papa, il Vaticano II, "riconoscendo e facendo suo con il decreto sulla libertà religiosa un principio essenziale dello Stato moderno, ha ripreso nuovamente il patrimonio più profondo della Chiesa". Si è cioè rimesso "in piena sintonia" non solo con l'insegnamento di Gesù sulla distinzione tra Dio e Cesare, ma "anche con la Chiesa dei martiri, con i martiri di tutti i tempi", poiché essi sono morti proprio "per la libertà di professione della propria fede: una professione che da nessuno stato può essere imposta, ma invece può essere fatta propria solo con la grazia di Dio, nella libertà della coscienza".

    Questa innovazione del Concilio fu vista comunque da molti, durante l'assise e dopo, come una rottura rispetto alla tradizione della Chiesa. Con grande giubilo per chi vedeva nel Vaticano II un radioso "nuovo inizio" epocale ed ecclesiale. Con grande costernazione per chi vi vedeva un nefasto abbandono della retta dottrina.

    E la tentazione era facile per entrambe le parti. Benedetto XVI, sempre nel discorso del 22 dicembre 2005, riconobbe che in effetti, "se la libertà di religione viene considerata come espressione dell'incapacità dell'uomo di trovare la verità e di conseguenza diventa canonizzazione del relativismo", allora essa può dar luogo all'idea – inaccettabile – che tutte le religioni hanno pari valore e che la propagazione missionaria della fede cattolica non abbia più ragione d'essere.

    Idea non priva di ripercussioni gravi sulla vita della Chiesa, se Giovanni Paolo II si sentì in dovere nel 1990 di dedicare un'enciclica, la "Redemptoris missio", all'osservanza del mandato di Gesù a far discepoli e a battezzare tutti i popoli, e se nel 2000 lo stesso papa, con l'allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede, cardinale Ratzinger, si sentì in obbligo di ribadire, con la dichiarazione "Dominus Iesus", che il Signore Gesù è l'unico salvatore di tutti gli uomini".

    Da successore di Pietro, Ratzinger ha proseguito con decisione su questa strada. Ha detto e argomentato senza posa che il riconoscimento da parte della Chiesa della libertà per ogni cittadino di ogni Stato del mondo di osservare la religione che considera in coscienza quella vera, e di propagarla, non è in contraddizione con la natura missionaria della Chiesa e con la fede che solo Gesù è "la via, la verità, la vita". Questo riconoscimento della libertà religiosa stimola però i cristiani a pensare nel modo più genuino la loro stessa azione missionaria, consapevoli che la professione della fede in Cristo "da nessuno Stato può essere imposta, ma invece può essere fatta propria solo con la grazia di Dio, nella libertà della coscienza".

    E quindi, proseguì Benedetto XVI sempre in quello straordinario discorso del 22 dicembre 2005:

    "Una Chiesa missionaria, che si sa tenuta ad annunciare il suo messaggio a tutti i popoli, deve impegnarsi per la libertà della fede. Essa vuole trasmettere il dono della verità che esiste per tutti ed assicura al contempo i popoli e i loro governi di non voler distruggere con ciò la loro identità e le loro culture, ma invece porta loro una risposta che, nel loro intimo, aspettano: una risposta con cui la molteplicità delle culture non si perde, ma cresce invece l'unità tra gli uomini e così anche la pace tra i popoli".

    La "nuova evangelizzazione" voluta da Benedetto XVI ha questo di moderno: essa definitivamente si spoglia di ogni braccio secolare, di ogni tipo di imposizione anche sofisticata e lieve, in ciò perfettamente in linea con le moderne concezioni liberali di cittadinanza, e affida la verità a ogni uomo "solo mediante il processo del convincimento".

    Ma nello stesso tempo la "nuova evangelizzazione" di papa Benedetto riprende e rinvigorisce i tratti originari del mandato di Gesù ai discepoli. Perché questa cos'è se non la pedagogia di Dio dall'Antico al Nuovo Testamento? E cos'è se non lo stile di Gesù, nella sua predicazione del Regno? E cos'è se non il dialogo degli autori biblici e poi dei Padri della Chiesa con la sapienza dei filosofi greci e le profezie delle Sibille? E cos'è se non l'innesto dell'arte cristiana sulla classicità?

    La lezione di Ratisbona del 12 settembre 2006 è l'altro discorso capitale del pontificato di Benedetto XVI, in perfetta continuità con quello fin qui citato. Il meglio del pensiero greco "è parte integrante della fede cristiana", affermò il papa in quell'università dei saperi nella quale aveva insegnato. Il "logos" umano è il riflesso del "Logos" eterno. Quindi anche nell'uomo più lontano da Dio mai si spegne questo lume razionale che a Dio rimanda. Delle ragioni della fede, l'annuncio del cristianesimo non deve e non può fare a meno. Ancor più in un mondo come quello di oggi e in una regione come l'Europa, alla quale il cristianesimo ha dato l'impronta ma che dal cristianesimo si è ampiamente allontanata.

    Un aspetto, non l'unico, della "nuova evangelizzazione" di Benedetto XVI è quello che egli ha chiamato il "cortile dei gentili". L'ha annunciato alla fine del 2009 dopo aver visitato Praga, capitale di una delle regioni d'Europa più scristianizzate. E l'ha voluto per quelle "persone che conoscono Dio soltanto da lontano; che sono scontente con i loro dèi, riti, miti; che desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il 'Dio ignoto'".

    L'immagine del "cortile dei gentili", il cortile esterno del tempio di Gerusalemme, per i "timorati di Dio", non israeliti, che non potevano prendere parte al culto mosaico ma lo avvicinavano nella preghiera, porta a un altro grande asse del pontificato di Benedetto XVI, anch'esso in equilibrio tra novità e continuità: l'asse della liturgia.

    Che il Concilio Vaticano II abbia dedicato al tema della liturgia il suo esordio e il suo primo documento "si rivelò come la cosa anche intrinsecamente più giusta", ha scritto papa Ratzinger nella prefazione al primo volume, volutamente tutto liturgico, della sua "opera omnia". Perché Dio è la priorità assoluta. Perché l'ortodossia della fede, come dice l'etimologia della parola, è "doxa", è glorificazione di Dio. E quindi il modo giusto dell'adorazione è la vera misura della fede: "lex orandi, lex credendi".

    Per questa stessa ragione, Ratzinger ha più volte sostenuto che la crisi della Chiesa degli ultimi decenni ha origine da sbandamenti proprio nel campo della liturgia, e in particolare dall'opinione diffusa che la nuova liturgia prodotta dalle riforme conciliari abbia segnato una cesura radicale con la liturgia precedente.

    In effetti, le variazioni introdotte nella liturgia a partire dalla fine degli anni Sessanta hanno qua e là marcato un'evidente rottura col passato. Alla messa intesa soprattutto come sacrificio di redenzione e celebrata "rivolti al Signore" si è sostituita una messa come pasto fraterno, su un altare a forma di tavolo avvicinato il più possibile ai fedeli. Alla liturgia come "opus Dei" si è sostituita una dinamica assembleare con la comunità come protagonista.

    In alcuni luoghi e momenti queste variazioni si sono spinte all'estremo. Un caso esemplare è quello illustrato dall'opuscolo "Kerk en Ambt", Chiesa e ministero, distribuito nel 2007 nelle parrocchie olandesi a cura dei domenicani di quella nazione. Nel quale si proponeva di trasformare in regola generale ciò che in vari luoghi già si praticava e si pratica: la messa presieduta indifferentemente da un sacerdote o da un laico, "non importa se uomo o donna, omo o eterosessuale, sposato o celibe". Con le parole dell'istituzione eucaristica pronunciate dall'uno o dall'altro dei presenti, designati "dal basso", o anche dall'insieme dell'assemblea e liberamente sostituite da "espressioni più facili da capire e più in sintonia con la moderna esperienza di fede".

    Non sorprende quindi che Benedetto XVI abbia fornito questa descrizione allarmata dello sbandamento liturgico seguito al Concilio, in una lettera indirizzata ai vescovi di tutto il mondo in quello stesso 2007:

    "In molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo messale, ma esso addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della liturgia al limite del sopportabile. Parlo per esperienza, perché ho vissuto anch’io quel periodo con tutte le sue attese e confusioni. E ho visto quanto profondamente siano state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa".

    La lettera ora citata è quella con cui Benedetto XVI ha accompagnato la promulgazione del motu proprio "Summorum Pontificum" del 7 luglio 2007, col quale ha liberalizzato la celebrazione della messa secondo il messale del 1962, quello antecedente il Vaticano II, peraltro pacificamente usato durante tutta l'assise conciliare.

    Il proposito di Benedetto XVI, espresso nella lettera, è che le due forme del rito romano, l'antica e la moderna, convivendo "possono arricchirsi a vicenda".

    In particolare, l'auspicio del papa è che "nella celebrazione della messa secondo il messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso".

    Il che è precisamente ciò che avviene, sotto gli occhi di tutti, ogni volta che papa Ratzinger celebra la messa: col rito "moderno" ma con uno stile fedele alle ricchezze della tradizione.

    Nell'istruzione "Universæ Ecclesiæ" diffusa lo scorso 13 maggio, a ulteriore precisazione e applicazione del motu proprio "Summorum Pontificum", è citato quest'altro passaggio della lettera di Benedetto XVI del 2007:

    "Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del 'Missale Romanum'. Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso".

    E viceversa – ribadisce l'istruzione "Universæ Ecclesiæ" – i fedeli che celebrano la messa in rito antico "non devono in alcun modo sostenere o appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità della santa messa o dei sacramenti celebrati nella forma ordinaria".

    Si capisce chiaramente, da queste citazioni, che la "riforma nella continuità" è anche in campo liturgico il criterio ermeneutico con cui Benedetto XVI vuole guidare la Chiesa fuori dall'attuale crisi.

    La contrastata accoglienza che hanno registrato nella Chiesa sia il motu proprio che la successiva istruzione sono la prova di quanto sia serio e urgente il proposito di Benedetto XVI.

    In campo liturgico, infatti, l'ermeneutica della rottura è pane quotidiano, tuttora, sia di quei tradizionalisti che vedono nel nuovo rito della messa l'affiorare di elementi eretici, sia dei progressisti che vedono nella liberalizzazione del rito antico il rinnegamento del "nuovo inizio" ecclesiale inaugurato dal Vaticano II.

    Tra i liturgisti, quest'ultima opinione è molto presente. Per loro, la forma moderna del rito ha soppiantato l'antica e non può sopportare che questa persista. Ne è prova recente la "vis" polemica con cui Andrea Grillo, liturgista, professore alla facoltà teologica di Sant'Anselmo, ha reagito a PierAngelo Sequeri, teologo, colpevole quest'ultimo di aver difeso la "lezione di stile cattolico" impartita da Benedetto XVI col ridare "ospitalità ecclesiale" alla forma antica del rito romano.

    Aveva scritto Sequeri, sulla prima pagina di "Avvenire" del 14 maggio:

    "Di qui in avanti, unire le forze per restituire alla liturgia l’incanto possente della fede che sta al cospetto dell’unico Signore deve apparirci, in questi tempi difficili, l’unica cosa veramente necessaria allo splendore della tradizione della fede. E se fosse proprio questo ciò che ci fa difetto? Da dove viene – e dove ci porta – questa assuefazione all’investitura fai-da-te, che impanca chiunque a salvatore del cristianesimo, e guida sicura delle sue guide insicure?".

    Il proposito di Benedetto XVI – lo si sa e l'ha ribadito il 14 maggio il cardinale Kurt Koch, presidente del pontificio consiglio per l'unità dei cristiani, in un convegno romano sul motu proprio "Summorum Pontificum" – non è infatti quello di far convivere indefinitamente le due forme del rito, la moderna e l'antica. In futuro, la Chiesa avrà di nuovo un suo rito romano unico. Ma il cammino che il papa vede davanti per integrare le due forme attuali del rito è lungo e difficoltoso. Ed esige la nascita di un nuovo movimento liturgico di qualità alta come quello che preparò il Concilio Vaticano II e al quale lo stesso Ratzinger attinse, il movimento liturgico di Guardini e di Jungmann, di Casel e di Vagaggini, di Bouyer e di Daniélou, di quei grandi che non a caso furono anche critici severi degli sviluppi liturgici postconciliari.

    Come la liturgia è stata in questi decenni il campo delle più evidenti rotture tra il presente della Chiesa e la tradizione, così l'ermeneutica della "riforma nella continuità" ha nella liturgia, con Benedetto XVI, il suo più drammatico terreno di prova.

    Pavia, 21 maggio 2011.

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  25. 25

    Kamella Scemì

    L'accoglienza del pane vivo disceso dal Cielo richiede UN CUORE MERAVIGLIOSO, come ci dice quest'oggi Sua Eminenza Reverendissima il signor cardinale Gianfranco Ravasi, nel Mattutino da http://www.avvenire.it:

    "Credo che un giorno, il tuo giorno, mio Dio avanzerò verso Te con passi titubanti, con tutte le mie lacrime sul palmo della mano, ma anche con questo cuore meraviglioso che ci hai donato, questo cuore troppo grande per noi perché è fatto per Te".

    «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore». Ricordiamo tutti questo appello del Deuteronomio (6,5), il quinto libro della Bibbia. Il Catechismo della Chiesa cattolica spiega che «la tradizione spirituale della Chiesa insiste anche sul cuore nel senso biblico di "fondo dell'essere" ove la persona si decide o no per Dio» (n. 368). E il profeta Geremia era certo che Dio vuole «scrivere la sua legge nel cuore» degli uomini (31,33). Il "cuore" – che è al centro della festa odierna del S. Cuore di Cristo – non è riducibile, quindi, al sentimento (la "posta del cuore"), ma è in pratica la nostra coscienza, la nostra anima, aperta all'infinito, all'eterno, al mistero divino. È ciò che esprime in modo suggestivo Jacques Leclercq (1891-1971), teologo moralista belga, precursore del Concilio Vaticano II, nelle parole intense e spirituali che oggi abbiamo citato. Nella Bibbia si denuncia il cuore «indurito», quasi pietrificato, che non può perciò dilatarsi e abbracciare Dio, i grandi orizzonti, il respiro della bellezza e della verità. Si ripete spesso la celebre frase dei Pensieri di Pascal: «Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce» (n. 277). La vastità e la libertà dell'anima umana non si comprimono nella pur gloriosa scatola cranica. Davanti a Cristo, «mite e umile di cuore», riprendiamo la preghiera di un noto scrittore svedese Pär Lagerkvist (1891-1974): «Tienimi, Signore, con la tua mano misteriosa e non abbandonarmi. Conducimi sui luminosi ponti che varcano il vertiginoso abisso, dove tu trattieni prigioniera la tenebra».

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  26. 26

    direttamente dal vat

    A proposito di pane disceso dal cielo: c'è anche quello che è fatto col grano che cresce in terra e che costituisce la forma di quello:

    RISCOPRIRE IL VALORE DELL'AZIENDA FAMILIARE RURALE.

    CITTA' DEL VATICANO, 1 LUG. 2011. Questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, il Santo Padre ha ricevuto i partecipanti alla XXXVII Conferenza dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (F.A.O.).

    Benedetto XVI ha salutato il Direttore Generale eletto della F.A.O. Signor José Graziano da Silva ed ha ringraziato il predecessore, Signor Jacques Diouf, per il servizio prestato alla F.A.O. "con competenza e dedizione".

    "La povertà, il sottosviluppo e quindi la fame" – ha detto il Papa nel suo discorso – "sono spesso il risultato di atteggiamenti egoistici che partendo dal cuore dell'uomo si manifestano nel suo agire sociale, negli scambi economici, nelle condizioni di mercato, (…) e si traducono nella negazione del diritto primario di ogni persona a nutrirsi e quindi ad essere libero dalla fame. Come possiamo tacere il fatto che anche il cibo è diventato oggetto di speculazioni o è legato agli andamenti di un mercato finanziario che, privo di regole certe e povero di principi morali, appare ancorato al solo obiettivo del profitto? L'alimentazione è una condizione che tocca il fondamentale diritto alla vita".

    "Il quadro internazionale e le ricorrenti apprensioni determinate da instabilità e dall'aumento dei prezzi hanno bisogno di risposte concrete e necessariamente unitarie per conseguire risultati che singolarmente gli Stati non possono garantire. Questo significa fare della solidarietà un criterio essenziale per ogni azione politica e strategia (…) In tale prospettiva, le istituzioni della Comunità internazionale sono chiamate ad operare coerentemente al loro mandato per sostenere i valori propri della dignità umana eliminando atteggiamenti di chiusura e senza lasciare spazio a istanze particolari fatte passare come interessi generali".

    "Anche la FAO" – ha ricordato il Pontefice – "è chiamata a rilanciare la propria struttura liberandola da ostacoli che l'allontanano dall'obiettivo indicato dalla sua Costituzione di garantire la crescita nutrizionale, la disponibilità della produzione alimentare, lo sviluppo delle aree rurali, così da assicurare all'umanità la libertà dalla fame".

    "Il mio pensiero si dirige ora alla situazione di milioni di bambini" – ha detto il Pontefice – "che sono le prime vittime di questa tragedia, condannati ad una morte precoce, ad un ritardo nel loro sviluppo fisico e psichico (…). L'attenzione verso le giovani generazioni può essere un modo per contrastare l'abbandono delle aree rurali e del lavoro agricolo (…). Si deve, infatti, constatare che nonostante gli impegni assunti ed i conseguenti obblighi, l'assistenza e gli aiuti concreti si limitano spesso alle emergenze, dimenticando che una coerente concezione dello sviluppo deve essere in grado di disegnare un futuro per ogni persona, famiglia e comunità favorendo obiettivi di lungo periodo. Vanno perciò sostenute le iniziative che si vorrebbero prendere anche a livello dell'intera Comunità internazionale per riscoprire il valore dell'azienda familiare rurale e sostenerne il ruolo centrale per raggiungere una stabile sicurezza alimentare".

    "L'obiettivo della sicurezza alimentare è un'esigenza autenticamente umana, ne siamo consapevoli. Garantirla alle presenti generazioni ed a quelle che verranno significa anche tutelare da un frenetico sfruttamento le risorse naturali poiché la corsa al consumo ed allo spreco sembra ignorare ogni attenzione verso il patrimonio genetico e le diversità biologiche, tanto importanti per le attività agricole".

    "In questo momento nel quale ai tanti problemi che investono l'attività agricola si affiancano nuove opportunità per contribuire ad alleviare il dramma della fame" – ha detto infine il Papa ai Rappresentanti della F.A.O. – "voi potete operare perché attraverso la garanzia di un'alimentazione rispondente ai bisogni, ogni persona possa crescere secondo la sua vera dimensione di creatura fatta a somiglianza di Dio".

    Una sola osservazione: la F.A.O. consuma il 98,7% della propria ingentissima dotazione per il mantenimento della sola sua struttura satrapesca… Gli affamati, intanto, possono crepare.

    Reply
  27. 27

    Kamella Scemì

    Nella sua bellissima omelia di mercoledì scorso, festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, il Papa ha trattato il tema dell’amicizia tra Dio e l’uomo: infatti, nel Vangelo Gesù dice: «Non vi chiamo più servi, ma amici». Ora, ha aggiunto Benedetto XVI, l’amicizia consiste nel «volere le stesse cose e non volere le stesse cose […] è una comunione del pensare e del volere». Con questa definizione il Papa si è esplicitamente rifatto agli antichi ma, nello stesso tempo, è ben consapevole della novità radicale della dottrina cristiana dell’amicizia con Dio. Mentre noi, forse, dopo venti secoli di cristianesimo, non ci rendiamo conto della rivoluzione introdotta da questo annuncio evangelico. Pertanto può forse essere utile confrontarlo con il pensiero dei due più grandi filosofi dell’antichità, Platone e Aristotele.

    Platone ha chiamato Dio il "Primo Amico", ma senza immaginare che Dio potesse offrire la sua amicizia all’uomo: impiegava piuttosto questa espressione per designare l’oggetto dell’anelito di coloro che cercano di ascendere al congiungimento con il divino. È vero che ha talvolta parlato di una qualche premura divina verso l’uomo, ma non ha mai pensato che Dio si rapportasse da amico verso l’essere umano, men che meno che per l’uomo potesse dare la vita.

    Forse glielo ha impedito la concezione greca dell’amore (che egli recepisce salvo pochi spunti in contrario), secondo cui l’amore è desiderio, è tentativo di eliminare un’imperfezione, una mancanza. Dunque Platone non riusciva ad attribuire a Dio quella forma di amore che si chiama amicizia, pena introdurre in Dio l’imperfezione. Per questo stesso motivo, anche Aristotele nega che Dio possa amare l’uomo e, salvo qualche cenno non approfondito, afferma che Dio non ama l’uomo e che nemmeno lo pensa. E quando questi due grandissimi pensatori accennano a una qualche premura di Dio per l’uomo, essa riguarda solo gli uomini giusti e non i malvagi.

    Il cristianesimo, invece, introduce l’idea di un Dio che compie una discesa per amore verso l’uomo, fino alla morte di Cristo in croce, e pensa nitidamente, senza il minimo tentennamento, l’amore come dono gratuito. Di più, una delle Persone divine, lo Spirito Santo, è l’Amore del Padre e del Figlio. Per il cristianesimo «Dio è amore» (1 Gv 4,8), amore perfetto ed esclusivamente generoso che ama ogni uomo, anche quello malvagio.

    Resta però un problema. Come può esserci amicizia tra Dio e l’uomo, vista la loro enorme differenza, quando l’amicizia richiede proprio la somiglianza tra gli amici? Aristotele aveva ben chiaro questo problema e perciò ha escluso con sicurezza la possibilità di una relazione amicale tra Dio e l’uomo. Sul piano delle possibilità di comprensione della ragione era nel giusto. Infatti, la ragione umana non poteva da sola sapere che l’amicizia tra uomo e Dio è invece possibile: sia in quanto Dio si è fatto simile all’uomo, incarnandosi e assumendo tutto della condizione umana fuorché il peccato, sia perché la grazia divina eleva l’uomo a partecipare (in qualche misura) alla vita di Dio, rendendolo simile a sé.

    Così, il cristianesimo esaudisce l’umano desiderio naturale di avere un amico perfetto, come può esserlo soltanto Dio. Il Dio cristiano è davvero il Migliore Amico, sia perché non ha nulla da guadagnare dal rapporto con l’uomo (in quanto è già perfetto), dunque può essere totalmente generoso, sia perché Dio (essendo Onnipotente) conosce, vuole e fa il nostro bene meglio di chiunque: a volte – come nota san Paolo – «noi non sappiamo nemmeno cosa domandare, ma lo Spirito intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili».

    Giacomo Samek Lodovici per http://www.avvenire.it

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