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25 Comments

  1. 1

    Bergamo.info

    Sono stato a lungo incerto circa l'ordine delle parole nel titolo: far precedere o seguire la vita alla risurrezione?. Il testo evangelico premette la risurrezione alla vita, in quanto la vita vera, quella che ricevono Marta e Maria più di Lazzaro, che riacquista quella materiale, è conseguenza di una risurrezione, del corpo per Lazzaro, dell'anima, del cuore e della mente per le due sorelle di Betània.

    Così è per noi, giorno dopo giorno: solo se saremo passati attraverso più esperienze di risurrezione, nella pervicace e continua ricerca di Dio, potremo sperare di acquistare la vita eterna. Gesù dice, infatti: Io sono la risurrezione e la vita, prima la risurrezione, poi la vita.

    Però, alla fine, ho scelto ugualmente di posporre la risurrezione alla vita, seguendo un ragionamento che suona più o meno così: la morte è una costante, presente nella vita dell'uomo, presente anche quando c'è vita, ove essa sia amorfa, indifferente, priva di obiettivi e significati. Nella società d'oggi, morte e vita sono spesso un binomio inscindibile, la qualificazione l'una dell'altra. E tale mortifera simbiosi può essere spezzata soltanto da un eccezionale e provvidenziale fenomeno, inatteso, improvviso, irresistibile, che proietta la persona da una vita "di morte" a una vita "vera", quella del Signore Dio nostro: è la conversione della mente e del cuore, la trasfigurazione di noi stessi per grazia. Questa è la nostra risurrezione "in vita", la nostra faticosa risurrezione cotidiana. Mediante essa si attua il passaggio dalla vita "subìta" alla vita "vissuta", degna di essere vissuta. Con Gesù, il Dio vivente.

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  2. 2

    Giuseppe

    Un po' tetro d'umore stamattina il Francesco. Vuole forse lasciarci un ricordo quaresimale che comprenda anche una forte stretta alle budella?

    Beh!, ai miei tempi, quand'ero piccolino, ricordo che i funerali erano spaventosi, con carrozze nere e cavalli bardati di nero, con lunghi pennacchi neri in testa, i paramenti neri, tutto nero, una roba da torcere le budella. E t'immaginavi Dio, con indosso la pianeta nera del prete e il berretto nero in testa, con ponpon nero anche quello (al posto dei pennacchi, credo), che ti puntava il dito e ti diceva: il giorno è venuto. E' l'ora. Porca vacca! Che fifa! Quando, finito il funerale, dopo un'omelia parimenti terrificante e anche un po' fantozziana, a ben vedere se ci ripenso oggi, te ne andavi a casa, parlavi poco e per quindici giorni obbedivi come una scheggia. Intanto, però, di notte ti sognavi il defunto e ti svegliavi di colpo per la paura di trovartelo davanti. Ecco perchè il Vangelo di Lazzaro, quello di oggi, non era poi molto gradito, anzi, neanche un po', né a me né ai mei coetanei, molti dei quali se lo sognavano, il Lazzaro, che veniva in camera da letto a grattar loro i piedi. Eh, no! Capisco quando c'era un funerale, e la paura della visita notturna del defunto era l'obolo da pagare, pesantino, per la vacanza scolastica non prevista, ma alla domenica, nel Vangelo… Non era giusto, ecco!. Così pensavo allora, e vi assicuro che tutti i ragionamenti di don Goffredo e Francesco non mi sfioravano nemmeno. Avevo paura e basta. Schivavo il più possibile ogni accenno a Lazzaro, e speravo che venisse Pasqua alla svelta. Anche perché in quel giorno benedetto si mangiavano le uova sode, l'uovo di cioccolata e la colomba…

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  3. 3

    Kamella Scemì

    Riporto anche qui, a commento del brano evangelico di questa settimana, quello che il nostro amatissimo Mons. Ravasi, nella rubrica “Mattutino”, che appare in testa all’edizione odierna di Avvenire, tratta in riguardo alla cecità data dall’arroganza e dall’egoismo, spinto fino al parossismo dell’egotismo. Cecità che è morte dell'anima, dalla quale solo la grazia, accompagnata dalla volontà di vita, può risollevarci, farci rinascere, risorgere. State a sentire: I SELVAGGI DELLA LOUISIANA di GIANFRANCO RAVASI

    “Quando i selvaggi della Louisiana vogliono un frutto, tagliano alla base l’albero e raccolgono il frutto. Ecco il governo dispotico.”

    Ero ancora a Milano, Prefetto della Biblioteca Ambrosiana, e un amico ‘laico’, che era anche un alto funzionario dello Stato, mi regalò una delle prime edizioni dello “Spirito delle leggi” che il celebre Montesquieu pubblicò nel 1748. Il trasloco a Roma aveva disperso questo libro tra altri volumi, ma negli scorsi giorni è riapparso in un angolo della mia biblioteca. L’ho sfogliato e mi sono imbattuto in questa osservazione folgorante nella sua drammatica semplicità e verità, presente nel libro V, capitolo XIII di quest’opera che dette il via alla distinzione fra i tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario), distinzione che si fatica ancora oggi qui da noi a rispettare (e a comprendere pienamente, annoto io, Kamella). Prosegue Mons. Ravasi, sempre in prima persona:

    Io, però, non vorrei applicare questa metafora alla politica, come si ha nell’originale, ma a una triste qualità che alligna non tanto nei selvaggi della Louisiana, quanto nei civilizzatissimi abitanti delle moderne città. Si tratta dell’ottusità insita nell’egoismo e nella prepotenza. Pensate un po’ ai danni colossali che vengono causati nell’ambiente ove vivono molte persone per ottenere un vantaggio privato di pochi. È anche questa una battuta (per la precisione è dell’autore settecentesco francese Nicolas de Chamfort), eppure rivela la stessa verità: «Di un uomo molto egoista si potrebbe dire: ‘Brucerebbe la vostra casa per cuocersi due uova!’». Quando l’egocentrismo si sposa con la tracotanza arrogante, non è solo a cedere la morale o la decenza, ma è la stessa logica a essere calpestata.

    E’ il pensiero di Cristoforo, che aveva aperto la discussione riguardante il brano evangelico della scorsa settimana (vedi http://www.bergamo.info/ilvangelosettimanale/ceci… è la dovuta riflessione sulla tenebra del pensiero, che ha oscurato l’Occidente e che è giunta fino ad Auschwitz, è il saper riesercitare una nuova vista mediante l’aiuto dello specchio della nostra civiltà: la Bibbia, un libro che ha consentito a me, turca, di sentirmi partecipe vostra e di comprendere quale immenso tesoro stiate sprecando e rischiando di perdere. Che il gioioso saluto pasquale Christòs anèsti risvegli in tutti noi anche la volontà di riaprire gli occhi e ben usare la vista.

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  4. 4

    prode anselmo

    Lazzaro risorge, Lazzaro non è più quello di prima dopo aver vissuto l'esperienza della morte. La stessa cosa, l'essere diversi da prima, accade quando dobbiamo voltare pagina, dando una scossa alla nostra vita, quando sortiamo da una malattia, etc.. Dobbiamo risorgere. A volte risorgiamo. Specie quando abbiamo fede in Dio.

    Se guardiamo allo Stato italiano, all'Italia, considero che essa non può più essere quella di prima dopo gli choccanti eventi nordafricani: deve risorgere. E con essa l'Europa, che deve aprire gli occhi e anche chiedere di essere aiutata ad aprirli. E noi, personalmente, dobbiamo risorgere insieme alle strutture istituzionali di cui facciamo parte.

    La risurrezione, quindi, riguarda anche la politica, i princìpi, i valori e il senso che dovrebbero reggerla e che consentono di definire marcia la cosiddetta politica dei partiti italici attuali, qualificazione che è il corrispondente in politica del peccato a livello personale e sociale. L'essere strutture paramafiose è un peccato mortale.

    Berlusconi ha parlato oggi di Unione Europea: "Si devono fare i conti con la realtà e con il fatto che l'Europa o è qualcosa di vero e di concreto, oppure non è. E allora meglio ritornare a dividerci e ciascuno a inseguire le proprie paure e i propri egoismi!". Quindi, secondo il premier, meglio tornare alle incapacità e alle ristrettezze, anche mentali, che hanno reso poi necessario aprire le frontiere, piuttosto che affrontare la fatica della risurrezione cotidiana, come è stata esattamente definita. E' accettabile questo? Berlusconi si è riferito in particolare all'atteggiamento della Germania sull'accoglienza degli immigrati tunisini provenienti dall'Italia. "Sono sicuro che la cancelliera Merkel non potrà che convenire sulla necessità di una politica di compartecipazione europea per affrontare uno tsunami umano". Se ci si divide, si affronta insieme che cosa? Su che cosa la cancelliera eserciterà la propria condivisione (che brutto e abusato termine!)? Me lo sa spiegare il premier? E' logica questa? Indipendentemente dal fatto che Berlusconi abbia ottime ragioni per risentirsi e lamentarsi, sia chiaro.

    Ed è proprio così logico e coerente, specie sotto il profilo istituzionale, il discorso del Presidente Giorgio Napolitano allorché torna a invocare uno sforzo comune dell'Europa nell'accoglienza dignitosa degli immigrati?. "Alle persone che arrivano illegalmente in Sicilia e che non cercano asilo, dobbiamo dare una risposta", ha spiegato il Capo dello Stato nella conferenza stampa finale del vertice informale del gruppo "Uniti per l'Europa" a Budapest. "A queste persone, che sperano in una vita e in un lavoro migliori, bisogna rispondere sulla base delle nostre possibilità e quando dico nostre – ha chiarito – non parlo solo dell'Italia". Questo – ha insistito – "non è un problema solo italiano ma di tutta l'Europa". Napolitano ha poi ricordato le trattative in corso con la Francia e quelle che saranno necessarie con gli altri Paesi europei. "Su questo è gia stato trovato e sarà trovato un punto di convergenza – ha assicurato – e spero che lo dimostri il prossimo incontro dei ministri degli Affari Interni e di Giustizia a Bruxelles". Napolitano ha poi detto che su Schengen serve un chiarimento.

    Svegliamoci!: quel che il Presidente ha detto significa che i trattati finora stipulati in sede europea fanno acqua da tutte le parti. Altro che auspicare… l'Europa deve risorgere, e con essa gli Stati che l'hanno costituita quale Unione e non quale risultato di accordi fasulli. Il cittadino europeo deve risorgere, nascere a nuova vita. Pena la devastazione della nostra civiltà. Che va fatta risorgere.

    Sia Pasqua di Risurrezione anche per l'Europa, dunque, vecchia d'anni ma ancora capace di giovane pensiero. Almeno, lo speriamo.

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  5. 5

    evasio

    E allora Gesù disse: "Lazzaro, per questa volta ti perdono, ma la prossima volta non morire più".

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  6. 6

    tommaso

    Comunque il personaggio "storico" che io preferisco è la testa del Giovanni Battista.

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  7. 7

    suor robertina

    Quel che dice il signor Tommaso si presta a diverse interpretazioni.

    Il signor Evasio sembra impertinente.

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  8. 8

    agostino

    Sì, è vero, Evasio è stato impertinente su un tema sacro.

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  9. 9

    evasio

    Se ho parlato così, non l'ho fatto per puro spirito polemico, ma come scusa per parlare di un errore comune ai cristiani e ai loro avversari (errore almeno trisecolare nella nostra interpretazione dei rapporti tra la Bibbia e tutto il religioso): sulla sostanza sia gli uni che gli altri si comportano sempre in modo rigorosamente simmetrico, da bravi fratelli nemici quali sono e intendono rimanere. Essi tengono veramente soltanto alla loro controversia, perché non vivono che di essa. State alla larga, altrimenti li avrete tutti addosso.

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  10. 10

    evasio

    Postilla (necessaria, ma forse non sufficiente): citato R. (nella speranza di essere meglio compreso sia da suor Robertina che da Agostino).

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  11. 11

    agostino

    Mi congratulo con Evasio per la citazione (prolusiva). Ipse dixit!

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  12. 12

    Bergamo.info

    Non ho ben compreso la polemica fra Evasio, Agostino, suor Robertina e Tommaso, ma mi par d'aver capito che essa attiene alla valenza di ciò che nella Bibbia sta scritto.

    La Bibbia è antica di secoli. Non è un semplice libro, ma una raccolta di decine di scritti, di carattere molto vario. Essa contiene fatti e idee piuttosto lontani dalla mentalità e dalle esperienze degli uomini moderni.

    A motivo di questa lontananza nel tempo e nella cultura, a giudizio di molti, la Bibbia è un libro accessibile soltanto a quelli che sono forniti di una buona formazione storica, linguistica e letteraria: a tutti gli altri, — e sono i più, — resterebbe estranea, anche se la venerano come un grande monumento religioso.

    Non pochi, invece, la pensano diversamente. Ritengono che la Bibbia sia un libro prezioso, un punto di riferimento autorevole, in ogni epoca, e per ogni persona. Le vicende in essa narrate, anche se a volte sono complesse, hanno una impostazione unitaria che le rende comprensibili; le parole, i fatti, i gesti che contiene, trovano riscontro nell'esperienza umana di ogni tempo. La Bibbia è quindi aperta alla comprensione, è ricca di interesse.

    Per quelli infine che condividono la grazia e l'impegno di essere cristiani, i testi biblici non vengono considerati soltanto come antichi e venerandi monumenti religiosi. In essi incontrano eventi decisivi, «parole» divine sempre attuali: l'annunzio della salvezza, l'invito alla fede, l'appello all'impegno morale… E questi cristiani, mentre sentono il bisogno di dedicare alla Bibbia letture e meditazioni frequenti, si augurano che tutti possano sperimentarne la luce e la forza.

    Quale di questi atteggiamenti è più vero? Questo mi sembra il problema sollevato dai bisticcianti di cui sopra. So di non poter rispondere alla domanda nello spazio di poche righe. E forse nemmeno sono in grado di farlo. Credo, d'altra parte, che il mio modesto compito sia quello di illuminare per quanto posso una strada al lettore che ha intenzione sincera di iniziarla.

    Anzitutto, la Bibbia non è caduta dal cielo. È un insieme di scritti che appartengono a una certa epoca (tremila-duemila anni orsono) e a una regione limitata (la Palestina e alcune nazioni vicine). In essi un piccolo popolo (quello ebraico) ha lasciato la traccia più notevole della sua storia. Nella Bibbia è fissata una quantità di preziosi ricordi: antiche esperienze quotidiane (la cura del bestiame, la fatica di procurarsi il cibo, la vita familiare, il commercio…), , le vicende dei suoi principali protagonisti (i patriarchi, i re, i profeti, i sapienti, Gesù, gli apostoli…), le tappe del rapporto con Dio (l'alleanza, le promesse, la fedeltà, i peccati, le attese, il messia, la croce…). Ma sono anche fissati importanti avvenimenti sociali e politici, in qualche modo, credo, rapportabili anche ai nostri giorni (le carestie allora, oggi la crisi economica, le guerre, oggi quella libica, l'esodo, oggi le migrazioni forzate, la schiavitù, oggi i commercianti di carne umana, i governi, grandi alcuni, pessimi altri, onesti o corrotti, l'esilio, oggi l'emigrazione dei cervelli, il dominio degli stranieri, oggi delle mafie…). Per questo apprezzo il contenuto essenzialmente politico dell'intervento del Prode Anselmo: credo sia in linea con la narrazione biblica…, anche se da affraontare con grande sensibilità e prudenza. Torniamo alla Bibbia: è una storia, ampia e varia, riferita in cento forme letterariamente diverse: narrazioni, elenchi, leggi, proverbi, inni, preghiere, parabole, discorsi, lettere, racconti… Intendere a fondo la Bibbia sotto l'aspetto storico, geografico, letterario, nella mentalità e nei modi di vivere che essa riferisce è compito difficile, riservato allo studioso. Comprenderla invece nelle sue linee essenziali è possibile a chiunque: purché sia disposto a farlo con pazienza, con ordine e con animo volenteroso.

    I cristiani di ogni tempo hanno sempre avuto e manifestato questa certezza: attraverso la storia e la letteratura biblica, Dio stesso ha parlato e continua a parlare. In passato, la sua volontà, i suoi doni, i suoi comandamenti, la sua presenza e le sue azioni sono stati percepiti nelle vicende di un popolo e soprattutto di alcuni personaggi: così, molte volte e in molti modi, Dio si è rivelato nella vita di Abramo, di Mosè, dei profeti… e si è manifestato e ha portato a compimento i suoi progetti nella persona di Gesù. In seguito, i gesti e le parole di Dio sono stati sempre di nuovo riproposti dai credenti. Proprio nella Bibbia essi hanno testimoniato di avere la memoria scritta fondamentale, il documento che conserva gli eventi decisivi del passato e permette di riesprimerli e renderli attuali.

    La struttura stessa della Bibbia è significativa, perché riflette la storia dei messaggi di Dio. Al centro, vi è Gesù: il suo Vangelo, la sua morte e risurrezione. Prima di lui, si trova un lungo periodo di preparazione e di promesse vissuto dal popolo eletto: le sacre scritture ebraiche sono la prima parte della Bibbia, l'Antico Testamento. Dopo di lui i suoi discepoli hanno iniziato a diffondere e ad applicare le profezie e il Vangelo anche al di fuori del popolo d'Israele; i loro scritti, aggiunti alle scritture ebraiche, costituiscono il Nuovo Testamento, la seconda parte della Bibbia.

    I credenti considerano la Bibbia una raccolta di scritti «ispirati». Ciò significa che li giudicano formati sotto l'influsso di una speciale intenzione e assistenza di Dio. In tal senso sono anche e soprattutto «rivelazione» divina, rivolta agli uomini di ogni generazione. Di conseguenza, non costituiscono soltanto il ricordo di una

    storia e di una fede passata, ma sono un messaggio di salvezza valido per tutti, in quanto intendono esprimere il senso dell'esistenza di ognuno di fronte a Dio.

    Fatte queste premesse, una buona lettura è possibile a tre condizioni: 1) Un impegno di studio: si tratta infatti di comprendere, superandone le distanze, una mentalità, una storia, e una letteratura che sono «lontane» da noi. 2) Una apertura dello spirito: per cogliere il senso di quei gesti e dì quelle parole, il loro valore perenne, occorre entrare nell'ottica dei profeti e degli apostoli, nella prospettiva di coloro che per primi hanno creduto e compreso. La lettura non può ridursi a semplice operazione culturale, ma si svolge all'interno della fede, intesa come sintonia con gli autori stessi. 3) Un esercizio di applicazione: la Bibbia è attuale se è messa a confronto con la situazione presente; scusatemi se insisto, ma il suo messaggio, mettendo in questione il lettore, ne coinvolge interamente l'esistenza. Anche gli aspetti più prosaicamente politici, se questa è la polemica.

    Per i credenti è normale che la lettura della Bibbia si accompagni alla preghiera; essi sanno che le risorse umane non sono separabili dalla grazia di Dio che salva.

    A queste condizioni, leggere la Bibbia può risultare un'esperienza seria e avvincente anche per uomini del nostro tempo. Infatti può essere l'incontro con parole antiche, cariche tuttavia di una forza non superata, capaci quindi di mutare l'orientamento di una vita e di nutrirla di una nuova speranza. Vale a dire, di farla continuamente risorgere. Ho cercato in poche righe di riassumere e facilitare la comprensione del senso del mio richiamo a quello che definisco lo specchio dell'Occidente, e di invogliare alla sua lettura anche chi, per vari motivi, sino a ieri se ne sentiva, forse, escluso.

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  13. 13

    Bergamo.info

    FEDE E SCIENZA di GIANFRANCO RAVASI, da http://www.Avvenire.it del 12 aprile 2011.

    "Poca scienza allontana da Dio, ma molta scienza riconduce a lui".

    "Sottile è il Signore, ma non maligno".

    «Scienza e religione non sono in contrasto, ma hanno bisogno una dell’altra per completarsi nella mente di un uomo che pensa seriamente». Queste parole tratte dal saggio "Conoscenza del mondo fisico" sono di quel grande scienziato che fu Max Planck (1858-1947), colui che formulò la teoria dei quanti e ricevette il Premio Nobel nel 1918. Capita spesso di imbattersi — soprattutto a livello popolare — in sarcasmi sulla fede, quasi fosse il reperto di un paleolitico intellettuale. È un atteggiamento che, certo, alligna anche nel mondo della scienza, ma la cautela si sta sempre più diffondendo, consapevoli come si è che l’uomo non conosce solo secondo scienza e sperimentazione, ma per altre vie di assoluta nobiltà (arte, poesia, amore, filosofia e, perché no?, mistica e teologia).

    È un tema che abbiamo già affrontato, ma vogliamo riproporlo. Lo scienziato innamorato conosce e comprende la sua donna soprattutto attraverso esperienze profonde, dotate di una loro «grammatica», senza considerarla soltanto un complesso biologico. A questo punto possiamo riflettere sulla prima frase sopra citata: è addirittura Louis Pasteur a proporla ed è anche una sferzata a tutti quei credenti che temono o esorcizzano la scienza, la ricerca, la critica, chiusi nell’armatura di una religiosità paurosa e fin cieca.

    «La fede, se non è pensata, è nulla», osava dire sant’Agostino. Certo è arduo penetrare nel trascendente — come suggerisce la curiosa seconda citazione di Einstein — ma è un rischio positivo da correre.

    Credo che questo brillantissimo commento di S. Em. Rev.ma Mons. Gianfranco Ravasi, che colloco – in modo arbitrario sotto il profilo temporale – subito dopo le "spiegazioni" bibliche, integri molto più e meglio di quanto sia in grado di fare quel che sopra si è voluto trasmettere.

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  14. 14

    Kamella Scemì

    Risorgere: occorre anche il concorso della nostra volontà, la nostra partecipazione, quindi, l'essere rivestiti delle sole bende funerarie, avendo abbandonato sia ogni corazza di protezione che le maschere di celatura dei nostri limiti. Occorre lavarsi da quell’ipocrisia che Gesù sapeva subito snidare, da quell’orgoglio raffinato che ci avvolge il cuore e l’anima, da quell’«apparire» a tutti i costi che diventa la legge che sostituisce l’impegno per «essere». Solo chi è come Lazzaro, nudo e genuino, sa alla fine vedere meglio la realtà umana, quindi è degno della vita nuova che riceve in dono. Non avendo più bisogno di stordirsi…

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  15. 15

    angelo

    Restano un po' in ombra due frasi del brano evangelico in esame. La prima: “Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce”.

    L'altra: Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: “Andiamo anche noi a morire con lui!”.

    1) Prima di confidare nella risurrezione dal peccato, dunque, occorre tenere gli occhi ben aperti, per evitare di cadere nel peccato stesso. Aspettarsi la risurrezione quando si è sistematicamente poco diligenti non è la via giusta per sollevarsi dal peccato, perchè la razionalità non è affatto estranea al processo di fede.

    2) Tommaso, sempre caustico, proclama così la propria fede: Lazzaro, risorgendo, recupererà la vita (quanto meno quella materiale) e verrà risanato nel corpo, i discepoli risorgeranno nel cuore e nella loro fidente speranza in Gesù, così come avverrà per Maria e Marta.

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  16. 16

    maria

    Val la pena di cominciare ad affrontare, in vista della Pasqua di Risurrezione, il tema della morte, esorcizzato e nascosto nella società odierna, ma per questo ancora più pervasivo e penetrante, incombente, inutilmente spaventoso. La sua rimozione ci dice quanta poca fede animi le nostre comunità. Così come ce lo dice la paura delle malattie, tanto forte da ridar fiato alle trombe dell'eugenetica di nazista memoria…

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  17. 17

    Cristoforo

    Certo la morte si approccia a noi in modo diverso rispetto ai decenni trascorsi. Ma non nuovo. Oggi molte famiglie assistono, non coadiuvate, i loro anziani, visti come formidabile ricchezza da accompagnare alla fine naturale, sperando che essa sia più lontana possibile. Quel faticosissimo vivere a fianco a fianco con l'anziano, spesso saggio, normalmente capace di "semplificare", meglio, sintetizzare la complessità artificiale della vita contemporanea, è la riedizione di antichi costumi ed è risurrezione continua, conforto e lavacro dal peccato per chi ne fa l'esperienza. Un tesoro per noi e per i nostri figli.

    Tesoro educativo, morale, di fede, di esperienza della cotidiana risurrezione, come ben ha detto Nosari.

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  18. 18

    prode anselmo

    Risorto è il potere smisurato della forza materiale, ammantato di legalismi, falsa demoxrazia e burocrazia, morto, quindi in aspettativa di risurrezione, quello dell'intelligenza e, soprattutto, quello della forza dell'amore. Il Cristianesimo, in attesa di una nuova evangelizzazione, giace oggi inane nell'oblio dei popoli occidentali, di quelli europei in particolare. A quando, come, con quali mezzi – cito Aristide – attraverso quale grazia la risurrezione?

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  19. 19

    Bergamo.info

    «La Quaresima è un dono che spinge alla conversione e a cercare lo sguardo dell'altro e dei suoi bisogni. Ci sono anche le quaresime esistenziali inevitabili, quelle non scandite dal calendario. Sono le prove e le penitenze che attraversano ogni età della vita. In questo periodo, le nostre comunità sembrano entrate nel tempo della prova, che ci invita a riconsiderare il mistero di Gesù Cristo crocifisso e risorto per tutti». È un passo dell'omelia del vescovo Francesco Beschi durante la concelebrazione eucaristica in Cattedrale per il mercoledì delle Ceneri e primo giorno di Quaresima.

    «…Entrando in Quaresima — ha detto il vescovo — scegliamo con il nostro impegno, le nostre esigenze interiori, il nostro raccoglimento, la volontà di cambiare almeno qualcosa del nostro agire, del nostro pensare e della nostra vita. La Quaresima è soprattutto dono di Dio: attraverso i profeti e gli apostoli, il Signore ci dice di tornare a Lui, ci offre la possibilità di tornare a Lui. Abbandoniamo i meccanismi di colpa e giudizio ed entriamo nella meraviglia della grazia, del perdono e della misericordia del Signore». Così potremo sperar di risorgere.

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  20. 20

    lucio

    Leggo ora le osservazioni circa la scelta degli articoli da pubblicare su questo sito/giornale d'opinione http://www.bergamo.info. Quel che vi si propone è una "risurrezione" in senso cristiano che, però, richiede "luce", chiarezza. Come può avvenire in un clima simile, economicamente e politicamente depresso, e soprattutto inadeguato sotto il profilo del pensiero? Risorgere dal peccato personale è fattibile, con l'aiuto dei sacramenti, ma risorgere dal peccato sociale è molto più complesso. La stessa prospettata nuova visione che si deve avere nei confronti dell'Unione Europea segnala con forza l'enormità del problema. Che però va affrontato senza indugi.

    Flebile voce la vostra? Non direi poi tanto. Singolare, ecco, molto singolare. Per certuni persin pericolosa.

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  21. 21

    Giuli

    Singolare, ecco esattamente il termine che descrive la scelta di rimettere al centro del dibattito politico e sociale il Vangelo.

    Pericolosa, la scelta è certamente pericolosa, perchè afferma la forza e l'attualità della Parola contribuendo a farne riscoprire il messaggio universale valido in tutti i contesti, anche in quello più prettamente politico.

    Non a caso l'unico statista in questa Europa martoriata o meglio l'unica guida che ha dimostrato di comprendere e poter dominare gli eventi è Benedetto XVI.

    Pericolosa è tale scelta anche ricordando la reazione che caratterizzò la società di oltre 2000 anni fa nei confronti del messaggio e della persona di Colui che scelse di farsi uomo.

    I tempi cambiano, gli interessi e le posizioni di potere si auto-ricreano ed auto-alimentano.

    Reply
  22. 22

    Kamella Scemì

    A proposito del rapporto fra dolore e senso del medesimo – commento di Cristoforo del 12 aprile 2011, h. 11.03 -, e anche di quello fra fede e scienza – commento di Angelo del 11 aprile 2011, h.9.25 -, in riferimento al brano evangelico in commento (ma pure al richiamo di terre che mi sono care), riporto da http://www.Avvenire.it il Mattutino di oggi redatto dal sempre eccezionale S. Em. Rev.ma Mons. Gianfranco Ravasi:

    IL DONATORE DI SENSO di GIANFRANCO RAVASI

    "La sofferenza deve evidentemente avere un senso, altrimenti la vita sarebbe insopportabile, ed esige quindi necessariamente l’esistenza di un Donatore di Senso".

    È una vetta sempre innevata di oltre cinquemila metri, posta al confine tra Turchia e Armenia. È l’Ararat ove, secondo la tradizione popolare, si sarebbe arenata l’arca di Noè (in realtà la Genesi parla dei «monti dell’Ararat», l’antica regione di Urartu).

    Ebbene, un noto scrittore olandese, Frank Westerman, intitola a questo monte un romanzo-reportage e lo fa diventare l’emblema del rapporto tra scienza e fede (ed. Iperborea 2009). In questo crocevia incandescente si presenta anche lo spettro del dolore che spesso fa saltare le categorie filosofiche, i teoremi scientifici e le tesi teologiche (Giobbe insegna…). La frase che ho proposto è significativa, soprattutto con quelle maiuscole: è necessario un «Donatore di Senso».

    Sì, come accade a Giobbe, non bastano le compassate argomentazioni degli amici teologi. È Lui, il Creatore, che deve rispondere.

    Per questo la domanda, di fronte a sofferenze atroci, anche nella Bibbia è lanciata verso il cielo (vedi, appunto, il brano di Vangelo in commento, laddove Maria e Marta si rivolgono a Gesù e, attraverso di Lui, al Padre – n.d.r.). Quando un genitore tiene tra le braccia il figlio morto o, anche più semplicemente, un figlio gravemente disabile, l’urlo che gli sale dalla gola non riguarda più né il medico né l’amico, ma solo Lui. E ora, tra le tante cose che si dovrebbero dire – ma con scarso esito – su questo tema, vorrei solo evocare le parole di un altro scrittore che fu un mio caro amico, Giuseppe Pontiggia (1934-2003), nell’autobiografico "Nati due volte" (2000). Egli coglie così il significato della preghiera nel tempo della prova: nella disperazione «mi metto in contatto con una Voce che risponde. Non so quale sia. Ma è più durevole e fonda della voce di chi la nega. Tante volte l’ho negata anch’io per riscoprirla nei momenti difficili. E non era un’eco».

    Reply
  23. 23

    Kamella Scemì

    Completo: da Youcat, catechismo per i giovani presentato oggi:

    C’è contraddizione fra fede e scienza?

    Non esiste una contraddizione insolubile fra fede e scienza, poiché non può esistere una doppia verità. Non esiste una verità di fede che possa fare concorrenza alla verità della scienza. Esiste una sola verità a cui fanno riferimento tanto la fede che la razionalità scientifica. Dio ha voluto la ragione, con la quale noi possiamo riconoscere le strutture razionali del mondo, allo stesso modo in cui ha voluto la fede. Per questo la fede cristiana richiede e promuove le scienze e la scienza. La fede esiste perché noi possiamo riconoscere realtà che non sono contrarie alla ragione, ma che sono comunque reali e al di sopra della ragione. La fede ricorda alla scienza che essa non deve sostituirsi a Dio ma mettersi al servizio della creazione, la scienza deve rispettare la dignità umana e non violarla.

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  24. 24

    Kamella Scemì

    E completo ancora i niostri commenti, quindi, il lungo articolo complessivo che abbiamo composto insieme, con l'articolo di ieri su Avvenire, giornale che aiuta a pensare cristianamente.

    MARTA, UNA DI NOI, E LA RESURREZIONE DI LAZZARO Quell’abbraccio misericordioso più forte della nostra fragilità di FRANCESCO BELLETTI

    Ogni anno, in Quaresima, la Chiesa ci ripropone, nella liturgia domenicale, la potenza della presenza di Gesù, capace di sanare e di vincere ciò che l’uomo da solo non potrà mai guarire né sconfiggere: la malattia del cieco nato, o la morte stessa, davanti al suo amico Lazzaro. Ogni volta ascoltare la proclamazione della Parola è un dono di possibilità di conversione, e ogni anno queste narrazioni possono parlare al nostro cuore: basta saper ascoltare.

    Domenica, per esempio, mi ha colpito con una consapevolezza quasi dolorosa la 'messa alla prova' della fede di Marta, che Gesù quasi crudelmente interroga, mentre viene implorato e insieme accusato di aver dimenticato i suoi amici: «Se tu fossi stato qui!». Allora Gesù ricorda a Marta che Lazzaro non è morto per sempre; ma Marta non si arrende, non si accontenta della resurrezione finale: vuole indietro suo fratello subito, perché Gesù può.

    A questo punto arriva la domanda: «Credi tu?» E Marta crede, senza sapere bene che cosa potrà succedere. E Gesù si commuove, per il dolore dei suoi amici, ma anche per questa fede, e questa commozione ci dà una speranza travolgente, perché sappiamo che anche il nostro peccato, la nostra morte potranno essere accolti da questa misericordia, che è capace di salvare una condizione di morte, che è profezia di un altro sepolcro, di un’altra morte, di un’altra pietra che dovrà essere spostata: quella del Santo Sepolcro. Si fa portare alla tomba di Lazzaro, e chiede di aprire quel luogo di morte, già sigillato. E Marta, di fronte a quella domanda, anziché agire fiduciosa, confermando quella fede che Gesù le aveva chiesto di dichiarare, appena pochi minuti prima, dice invece: «È lì da quattro giorni!».

    Marta, come tutti noi.

    Affermiamo la fede a parole, ma davanti agli eventi tragici e faticosi, non riusciamo a capire che la potenza di Cristo può salvare tutto, anche ciò che sembra irreparabilmente perduto. Ma Gesù dimostra ancora di più il suo amore; richiama Lazzaro alla vita nonostante la fede traballante, incostante e incoerente di Marta, che dice «credo in te» e poi non crede che «a Dio tutto è possibile». Anche per noi, quindi, la presenza di Gesù è potenza di salvezza, nonostante la nostra misera fede.

    Quanti tra noi avremmo invece detto a Marta: «Solo pochi minuti fa hai detto che credevi, e adesso già non ci credi più? Non meriti il mio amore, non è vero che ci credi!». Ma, per grazia divina, l’abbraccio misericordioso di Gesù sarà sempre più grande della nostra grettezza e del nostro cuore piccolo.

    Gesù si commuove per il dolore dei suoi amici, ma anche per questa fede. E questa commozione ci dà una speranza travolgente

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  25. 25

    Karl Heinz Treetball

    Riprendo il ragionamento di Prode Anselmo e innanzitutto riporto questo articolo da Avvenire di ieri:

    UNA «VOCE» CHE NON C’È. UN PROGETTO AFFIEVOLITO. Europa, storia senza protagonisti.

    di CARLO CARDIA

    I primi mesi di quest’anno sono stati ricchi di eventi che potrebbero segnare una svolta storica nei Paesi che ci sono vicini, ma l’Europa è rimasta inerte, incapace di interpretarli, di dare qualche seria risposta. Il ciclone che sta sconvolgendo il mondo arabo ci lascia senza parole, o idee, ignoriamo come si concluderà, se prevarranno le componenti dell’islam più tradizionale, o si apriranno nuove prospettive. Non sappiamo quasi nulla. Anche i grandi analisti geo-politici evitano di proporre le proprie interpretazioni, timorosi di essere smentiti dai fatti del giorno dopo.

    Il senso di frustrazione cresce se guardiamo alla Libia, dove passano le settimane, aumentano le distruzioni, quasi un oscuro senso di colpa ci impedisce di dire che l’intervento sembra fondato più sui vecchi egoismi europei che su veri intenti umanitari. Certo, esistono fasi storiche complicate, il mondo arabo ha una sua proverbiale complessità, e quando iniziano delle rivolte non se ne conoscono gli esiti. Però, un fatto ci fa soffrire più degli altri: il silenzio dell’Europa, che pensavamo potesse diventare un soggetto politico strategico capace di promuovere i diritti umani, i valori della democrazia e del pluralismo, attorno a noi e in ogni parte del mondo.

    Questo progetto è fallito clamorosamente. Oggi siamo spettatori di un fluire della storia senza protagonisti, constatiamo che ogni Stato continua a coltivare i propri interessi, senza dire nulla agli altri, né offrire sponde a chi vorrebbe cambiare davvero la realtà. La vicenda della Libia e degli immigrati è diventata per certi aspetti sconcertante. Prima un lungo silenzio, poi l’intervento armato sollecitato da chi sognava antiche glorie militari, infine l’impantanamento di 'grandi potenze' che non sanno più che fare, salvo chiamarsi tutte fuori dal dramma dell’immigrazione con la scusa della vicinanza italiana alle coste africane che libera il testo del continente da ogni responsabilità. Ma che razza d’Europa abbiamo costruito, ci chiediamo in tanti mentre assistiamo a questi meschini calcoli fatti a Parigi, Berlino, Londra, che negano lo spirito e la lettera di solenni documenti sottoscritti negli ultimi 50 anni. E perché mai a Tunisi vanno a trattare solo i ministri italiani mentre chi viene in Italia lo fa per andare in Francia (e meno male che, proprio ieri, da lì sono arrivati primi segni di ripensamento rispetto alle secche chiusure di queste settimane), Germania o Spagna, e poi scopre di non poter valicare le Alpi? Le mancate risposte a queste domande lasciano sgomenti, e provocano il tramonto di quegli ideali che sono alla base dell’Europa unita; la quale preferisce veder scorrere la storia, non vuole parteciparvi, si ritaglia il ruolo di spettatrice priva di idee proprie, che non vuole essere solidale con nessuno.

    Eppure non era impossibile per l’Europa parlare con una sola voce almeno sulle questioni cruciali. L’Europa poteva ben chiedere ai Paesi del Mediterraneo di dare spazio a riforme di tipo democratico, affermando i diritti umani fondamentali, civili e politici, la libertà religiosa e di espressione, offrire un’intensa collaborazione politica ed economica a chi scegliesse questa strada. Si poteva affrontare il problema dell’immigrazione come grande questione europea, concordare le misure per il sostegno dell’economia dei Paesi d’origine degli immigrati, per il rimpatrio di questi, quando possibile, l’accoglienza degli altri nei vari Paesi. Sarebbero state misure sagge, che avrebbero distribuito equamente i costi e rinsaldato un sentimento comune di appartenenza tra i popoli che compongono l’Unione.

    Un’Europa che dicesse queste cose, sarebbe un vero soggetto politico, di respiro planetario, ma nulla di ciò è stato fatto, con la conseguenza che si vanno diffondendo delusioni e impotenza dentro molti di noi, privati di un sogno nel quale credevamo. Figlia disperata di questa impotenza è la tentazione di uscire dall’Europa, compiendo così un errore peggiore delle difficoltà di oggi. Meglio, molto meglio, chiedere alle istituzioni europee di essere fedeli ai propri compiti e agli impegni assunti da decenni, stabilire i doveri di corresponsabilità di ciascuno Stato, per far pesare a livello internazionale la propria capacità di dissuasione, intervento, contrattazione. Per far ciò occorre un’identità europea che non sia solo minimalista e mercantile, che dobbiamo ancora costruire; ma se scegliessimo questa strada, assisteremmo a un’altra storia, di cui saremmo protagonisti anziché spettatori passivi.

    Risorgere? Si può parlare di utile risurrezione per un accrocchio simile?

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