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16 Comments

  1. 1

    Bergamo.info

    Per alcune ore è stato pubblicato, anziché il brano tratto dalla lettera di Paolo ai Filippesi (2, 5-11), quello tratto dalla lettera agli Efesini (2, 1-13). Si è trattato di un ripetuto errore di clic, non adeguatamente controllato, generato dalla vicinanza elettronica dei testi sul sito vaticano. Me ne scuso personalmente coi lettori e con Don Goffredo. Francesco.

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  2. 2

    luigi

    Dopo aver letto queste meravigliose parole provo una sensazione bellissima nel non voler avventurarmi in commenti ma nel lasciarmi trasportare dalle sensazioni e dalle emozioni che ho sentito dentro.

    Del resto per tendere verso l'Alto, per poter percorrere il cammino di santificazione e per trasformarci è necessario anche sapersi abbandonare all'energia e alla forza dell'Amore affinchè questa possa agire facendoci rinascere.

    Carissimo amico Franz, grazie "all'elisir" che ci hai proposto credo che da oggi il "tuo" amatissimo Benedetto XVI sia anche un pò "mio".

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  3. 3

    Kamella Scemì

    Credo che uno dei perni della Passione secondo Matteo stia nella contrapposizione fra il Tempio di Gerusalemme, cuore del potere teocratico, il cui velo viene squarciato al momento della morte del Cristo, e il Tempio d'amore eterno che è la persona di Gesù: dice Don Goffredo che il Suo "nome, che è al di sopra di ogni altro, è la realtà stessa di Dio che si manifesta. Quindi Gesù viene collocato nella dignità divina. La Chiesa è chiamata a confessare tale dignità “nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra”. E aggiunge: "la storia umana fin da Adamo ha conosciuto la tendenza contraria a quella di Gesù: Adamo ha voluto innalzarsi per diventare come Dio, cadendo nella superbia, da cui ha origine ogni male". Proprio questa contrapposizione fra potere terreno e riconoscimento della superiore divinità costituisce anche e soprattutto il problema dell'uomo moderno: crediamo di essere dèi per qualche scoperta scientifica che, per quanto strabiliante sia, è un nulla rispetto alla grandiosità del creato, e con questo nulla in mano pensiamo di innalzarci per diventare dèi, cadendo nella superbia, origine di ogni male, al punto che oggi nel linguaggio e nei comportamenti comuni cerchiamo di trasformare in diritti anche i più stupidi desideri. L'esortazione, pertanto, è quella di ritornare a cercare l'incontro con Gesù, Dio vivente perchè risorto, con la Sua Parola, chiara e netta, abbandonando la faticosa via che conduce soltanto verso la cima della Torre di Bàbel.

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  4. 4

    don angelo

    Francesco Nosari ci ricorda che risorgeremo alla fine dei tempi e ci invita a risorgere ora, qui, adesso. Secondo me c'è un errore, un dettaglio non da poco che gli è sfuggito: alla fine dei tempi risorgeremo con tutto il nostro corpo, trasformato, trasfigurato, santificato dalla Grazia di Dio, mentre ora possiamo cercar di risorgere nello spirito. Soltanto questa è la faticosa e continua risurrezione di cui l'Autore parlava anche nel suo commento al brano evangelico di domenica scorsa, mentre l'altra, la definitiva, è quella che dà senso alla vita, al nostro faticare, soffrire, amare.

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  5. 5

    maria

    Un motivo di riflessione credo consista nel comportamento del popolo, tanto beneficato dal Signore durante la Sua missione: è popolo quello che condanna Gesù oppure è folla, oppure è massa?. Non credo siano domande indifferenti. E' certo che quell'insieme di persone, da qualificare, è infido, sempre infido, tanto più quando dominato dal potere. Lo diviene meno quando deve condividere responsabilità collettive. Pensiamoci sopra, soprattutto nell'attuale sostanziale crisi della rappresentanza politica, concepita come delega e affidata a politicanti da strapazzo e ad organizzazioni che appaiono come strutture aventi scopi tutt'altro che politici, nel senso proprio del termine.

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  6. 6

    Karl Heinz Treetball

    Nell'umiliazione di Gesù un ruolo fondamentale l'ha avuto Giuda. Ultimamente si è detto molto a favore di Giuda, quasi fosse uno strumento in certo senso necessario, quindi, sostanzialmente passivo della Provvidenziale salvezza operata dal Cristo, mentre Gesù stesso di lui dice che sarebbe stato meglio che non fosse mai nato.

    Penso, ma vorrei il conforto di Don Goffredo, che il cassiere moralista del gruppo di Apostoli (il denaro entra sempre nei crimini più bestiali) sia largamente comparabile ai moltissimi portatori dell'amoralità odierna, laddove "tutto", "tutto" nel suo significato più deteriore, ha un prezzo, anche Colui che Giuda sa, o almeno ha intuito, essere il Figlio di Dio. E' il tradimento più bestiale, il peccato più tremendo, perché nega completamente, insieme all'uomo, Dio stesso. Che, poi, Dio sappia trarre il più grande bene dal massimo male, è un altro paio di manivche.

    E' lui, Giuda, il modernissimo antesignano di coloro che oggi si autoproclamano dèi di se stessi (vedi l'articolo "Sandro Magister… in http://www.Bergamo.info/cultura cristiana/), quindi, quando ne hanno il potere, divengono feroci oppressori degli altri. Mi intrigherebbe che questo aspetto della figura di Giuda venisse maggiormente vagliato e rapportato alla realtà odierna, estendendo adeguatamente il concetto di "tradimento".

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  7. 7

    ana

    Mi intriga parlare di tradimento: chi ha tradito Gesù? Meglio, quanti lo hanno tradito? E in quali diverse forme?. Perchè, se esaminiamo con attenzione il brano della Passione, vi troviamo diverse forme di tradimento, da quella ipotizzata da tutti gli apostoli (sarò io il traditore?), a quella di Pietro, dettata dalla paura, a quella di Giuda dettata da superba ideologia. Non sarebbe utile sviluppare la figura del "tradimento" rapportandola ai giorni nostri, magari applicandola in modo esemplificativo a casi concreti? Don Goffredo, tocca a Lei!

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  8. 8

    Kamella Scemì

    A commento di quanto stavamo trattando, inserisco, come mio costume, un illuminante "pezzo" del grande Mons. Ravasi, dal Mattutino di ieri sul quotidiano Avvenire.

    Non solo il brano è interessante in sé, ma credo attiri l'attenzione del caro Aristide for President, amante del bel cinema, come mi è parso di capire:

    DIO E IL MALE di GIANFRANCO RAVASI

    "Anche gli dèi sono impotenti davanti alla follia degli uomini, che cercano la sofferenza invece della gioia e continuano a ripetere sempre gli stessi errori".

    Siamo nel Giappone del Cinquecento e due fratelli, animati da odio smisurato e invincibile, si combattono senza tregua con una sete di vendetta implacabile. È questo il cuore di un grandioso e terribile film, Ran , diretto nel 1986 dal famoso regista giapponese Akira Kurosawa (1910-1998), un film che rappresenta impietosamente la follia umana, attingendo quasi alla tragedia greca e al dramma shakespeariano. È dalla sua sceneggiatura che estraiamo la citazione dedicata appunto all’assurdità del comportamento umano, capace di tante crudeltà e generatore di tante infelicità. Nel suo Mistero dei Santi Innocenti il poeta francese Péguy metteva in bocca a Dio questo amaro soliloquio: «Gli uomini preparavano tali mostruosità che io stesso, Dio, ne fui spaventato. Non ne potevo quasi sopportare l’idea. Ho dovuto perdere la pazienza, eppure io sono paziente perché eterno».

    Mentre entriamo nella settimana della passione e della morte di Cristo, il flusso delle violenze e delle ingiustizie continua a scorrere per le strade, a coprire le pagine dei giornali, a scivolare lentamente nelle scuole col bullismo, a varcare le soglie dei templi con le persecuzioni religiose, a insinuarsi nelle famiglie e a inquinare le anime. Dio rispetta la libertà umana, pur non abbandonandoci alla nostra degenerazione e non rimanendo indifferente al male che disseminiamo. È, quindi, necessario un appello alla nostra coscienza perché non si lasci catturare dalla spirale dell’odio, perché stia sempre in guardia contro questo virus che, in dosi forse ancor minime, è però insediato anche in chi oggi celebrerà la passione del Signore.

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  9. 9

    Karl Heinz Treetball

    Riprendo il tema già impostato da Nosari: per corrispondere all'amore di Dio serve un segno della nostra volontà d'esser santi. Se guardiamo a quello che sentiamo e ricaviamo dai media, c'è da chiedersi come ciò sia possibile. La nostra Ihssane, per esempio, giovane bergamasca del Magreb, come pensiamo possa reagire di fronte a un ludibrio come quello che viene costantemente rappresentato? C'è da congratularsi con lei perchè, invece di rassegnarsi o abbattersi, studia e lavora. In quanto non sarebbe incomprensibile e facilmente opponibile una domanda dubbiosa al riguardo da parte sua: per cosa, perché dovrei farlo? Con quali prospettive e speranze, specie per me che porto sul mio bel viso il tratto distintivo del mio popolo? Il lavoro non c’è, a meno che tu non trovi chi ti raccomandi; e quand’anche, sarai un precario per sempre, e scordati, con quest’aria che tira, di poterti costruire una casa, una famiglia – ammesso che davvero poi tu voglia mettere al mondo dei figli in un mondo come questo.

    Invece, mentre lo sguardo di Ihssane ci fissa, fiero e gentile, dalla sua fotografia, in noi, occidentali, sembra cambiato lo sguardo. Sembra caduta la tensione di una speranza, di un voler continuare, di un credere che la nostra fatica non finisce nel nulla.

    È un inconsapevole nichilismo che ci ha contagiati, e che i figli respirano in noi, come ben suggerisce Marina Corradi.

    In questo orizzonte, però, c’è almeno una voce forte che si leva.

    È quel vecchio vestito di bianco che ogni domenica parla da San Pietro; e che l’altro giorno ha concluso una lezione sulla santità aggiungendo, a braccio, poche appassionate parole. Dopo avere evocato Agostino («Viva sarà la mia vita piena di Te») e spiegato che c’è una santità umile, nascosta, cui tutti i credenti sono chiamati, ha allontanato il testo e come dal cuore ha esortato a non aver paura a tendere verso l’alto, a «essere come tessere» nel grande mosaico che Dio va creando nella storia (vedi editoriale di Avvenire di ieri).

    Chi, oggi, parla in questo modo, con la certezza ferrea di un disegno buono sulla nostra vita, più grande di ogni avversità? Così come domenica scorsa, all’Angelus, dicendo del muro della morte che tutti abbiamo davanti, Benedetto XVI aveva concluso indicando «una nuova terra, finalmente ricongiunta con il cielo di Dio», che ci attende. Chi parla oggi così della morte, chi osa una simile sfrontata speranza?

    Nel cinismo, nella noia, nella disillusione che marcano il nostro tempo e i titoli dei giornali, una voce caparbiamente ci ricorda che, eppure, non è vero; eppure anche oggi siamo fatti per vivere e sperare e continuare nei figli, per essere «tessere di mosaico» in una storia che non sfocia nel nulla.

    Che siamo chiamati addirittura a una felicità – giacché la santità evocata dal Papa non è il prodotto di un buonismo doverista, ma un vivere in Cristo che allarga il cuore e il respiro –, l’opposto della cinica rassegnata tristezza a cui ci vogliono destinati. Così che se anche io non fossi credente, ma avessi dei figli e naturalmente li amassi, oggi, credo, direi loro di tendere l’orecchio a ciò che dice quel vecchio vestito di bianco. Di stare ad ascoltare, attenti a cogliere qualcosa che raramente altrove si trova: la fedeltà al proprio umano desiderio, e la speranza. Una sfrontata speranza tesa come un filo nei millenni, tra i nostri mille dolori; quella speranza che, fra invasioni barbariche, e pesti, e guerre, tuttavia ha costruito la nostra storia.

    Una storia fondata da Chi ci ha amati fino a morire per noi, e che ci chiama alla risurrezione, uno per uno.

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  10. 10

    Kamella Scemì

    Riprendo i commenti al Vangelo di domenica l'altra da parte di Maria e Cristoforo: passione è senza dubbio la fatica che molte famiglie affrontano nell'assistere, non coadiuvate, i loro anziani, visti invece come formidabile ricchezza da accompagnare alla fine naturale, sperando che essa sia più lontana possibile. Ma la voce flebile e dolorosa dei nostri anziani è vita, il faticoso impegno dei familiari è vita, quella vita che il Signore ha riscattato a nuova dignità sulla croce, croce di speranza per chi soffre e per chi assiste. Croce di risurrezione. Croce di santità.

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  11. 11

    Karl Heinz Treetball

    Grazie, "nuziale" Kamelia. Così come Gesù, Dio egli stesso, si è abbassato ad abbracciare l'umanità, soffrendo insieme all'uomo, è profondamente cristiano, anche inconsciamente, "abbassarsi" verso chi soffre, abbracciandolo con tenerezza, qualunque sia la sofferenza che mostra: del corpo come dello spirito, dell'anima come dell'intelligenza… disagi e ignoranze culturali compresi.

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  12. 12

    Bergamo.info

    Pubblichiamo il discorso di Sua Santità Benedetto XVI pronunciato durante l'udienza del mercoledì:

    Cari fratelli e sorelle, siamo ormai giunti al cuore della Settimana Santa, compimento del cammi­no quaresimale. Domani entreremo nel Triduo Pasquale, i tre giorni santi in cui la Chiesa fa memoria del mistero della passione, morte e rirezione di Gesù. Il Figlio di Dio, dopo essersi fatto uomo in obbedienza al Padre, divenendo in tutto simile a noi eccetto il peccato (c­fr. Eb 4,15), ha accettato di compiere fi­no in fondo la sua volontà, di affronta­re per amore nostro la passione e la cro­ce, per farci partecipi della sua risurre­zione, affinché in Lui e per Lui possia­mo vivere per sempre, nella consola­zione e nella pace. Vi esorto pertanto ad accogliere questo mistero di salvez­za, a partecipare intensamente al Tri­duo pasquale, fulcro dell’intero anno liturgico e momento di particolare gra­zia per ogni cristiano; vi invito a cerca­re in questi giorni il raccoglimento e la preghiera, così da attingere più profon­damente a questa sorgente di grazia. A tale proposito, in vista delle imminen­ti festività, ogni cristiano è invitato a ce­lebrare il sacramento della Riconcilia­zione, momento di speciale adesione alla morte e risurrezione di Cristo, per poter partecipare con maggiore frutto alla Santa Pasqua. Il Giovedì Santo è il giorno in cui si fa memoria dell’istituzione dell’Eu­caristia e del sacerdozio ministeria­le. In mattinata, ciascuna comunità dio­cesana, radunata nella Chiesa Catte­drale attorno al vescovo, celebra la Mes­sa crismale, nella quale vengono bene­detti il sacro crisma, l’olio dei catecu­meni e l’olio degli infermi. A partire dal Triduo pasquale e per l’intero anno li­turgico, questi oli verranno adoperati per i sacramenti del Battesimo, della Confermazione, delle ordinazioni sa­cerdotale ed episcopale e dell’Unzione degli infermi; in ciò si evidenzia come la salvezza, trasmessa dai segni sacra­mentali, scaturisca proprio dal Miste­ro pasquale di Cristo; infatti, noi siamo redenti con la sua morte e risurrezione e, mediante i sacramenti, attingiamo a quella medesima sorgente salvifica. Durante la Messa crismale, domani, av­viene anche il rinnovo delle promesse sacerdotali. Nel mondo intero, ogni sa­cerdote rinnova gli impegni che si è as­sunto nel giorno dell’ordinazione, per essere totalmente consacrato a Cristo nell’esercizio del sacro ministero a ser­vizio dei fratelli. Accompagniamo i no­stri sacerdoti con la nostra preghiera.

    Nel pomeriggio del Giovedì San­to inizia effettivamente il Tri­duo pasquale, con la memoria dell’Ultima Cena, nella quale Gesù istituì il memoriale della sua Pasqua, dando compimento al rito pasquale e­braico. Secondo la tradizione, ogni fa­miglia ebrea, radunata a mensa nella festa di Pasqua, mangia l’agnello arro­stito, facendo memoria della liberazio­ne degli israeliti dalla schiavitù d’Egit­to; così nel cenacolo, consapevole del­la sua morte imminente, Gesù, vero A­gnello pasquale, offre sé stesso per la nostra salvezza (cfr 1Cor 5,7). Pronun­ciando la benedizione sul pane e sul vi­no, Egli anticipa il sacrificio della croce e manifesta l’intenzione di perpetuare la sua presenza in mezzo ai discepoli: sotto le specie del pane e del vino, Egli si rende presente in modo reale col suo corpo donato e col suo sangue versato. Durante l’Ultima Cena, gli apostoli ven­gono costituiti ministri di questo sa­cramento di salvezza; ad essi Gesù la­va i piedi (cfr Gv 13,1-25), invitandoli ad amarsi gli uni gli altri come Lui li ha amati, dando la vita per loro. Ripeten­do questo gesto nella liturgia, anche noi siamo chiamati a testimoniare fattiva­mente l’amore del nostro Redentore.

    Il Giovedì Santo, infine, si chiude con l’adorazione eucaristica, nel ricordo dell’agonia del Signore nell’orto del Getsemani. Lasciato il cenacolo, Egli si ritirò a pregare, da solo, al cospetto del Padre. In quel momento di comunione profonda, i Vangeli raccontano che Ge­sù sperimentò una grande angoscia, u­na sofferenza tale da fargli sudare san­gue (cfr Mt 26,38). Nella consapevolez­za della sua imminente morte in croce, Egli sente una grande angoscia e la vi­cinanza della morte. In questa situa­zione, appare anche un elemento di grande importanza per tutta la Chiesa. Gesù dice ai suoi: rimanete qui e vigi­late; e questo appello alla vigilanza con­cerne proprio questo momento di an­goscia, di minaccia, nella quale arriverà il traditore, ma concerne tutta la storia della Chiesa. È un messaggio perma­nente per tutti i tempi, perché la son­nolenza dei discepoli era non solo il problema di quel momento, ma è il pro­blema di tutta la storia. La questione è in che cosa consiste questa sonnolen­za, in che cosa consisterebbe la vigi­lanza alla quale il Signore ci invita. Di­rei che la sonnolenza dei discepoli lun­go la storia è una certa insensibilità del­l’anima per il potere del male, un’in­sensibilità per tutto il male del mondo. Noi non vogliamo lasciarci turbare troppo da queste cose, vogliamo di­menticarle: pensiamo che forse non sarà così grave, e dimentichiamo. E non è soltanto insensibilità per il male, men­tre dovremmo vegliare per fare il bene, per lottare per la forza del bene. È insensibilità per Dio: questa è la nostra vera sonnolenza; questa insensibilità per la presenza di Dio che ci rende in­sensibili anche per il male. Non sentia­mo Dio – ci disturberebbe – e così non sentiamo, naturalmente, anche la for­za del male e rimaniamo sulla strada della nostra comodità. L’adorazione notturna del Giovedì Santo, l’essere vi­gili col Signore, dovrebbe essere proprio il momento per farci riflettere sul­la sonnolenza dei discepoli, dei difen­sori di Gesù, degli apostoli, di noi, che non vediamo, non vogliamo vedere tut­ta la forza del male, e che non voglia­mo entrare nella sua passione per il be­ne, per la presenza di Dio nel mondo, per l’amore del prossimo e di Dio.

    Poi, il Signore comincia a prega­re. I tre apostoli – Pietro, Giaco­mo, Giovanni – dormono, ma qualche volta si svegliano e sentono il ritornello di questa preghiera del Si­gnore: «Non la mia volontà, ma la tua sia realizzata». Che cos’è questa mia volontà, che cos’è questa tua volontà, di cui parla il Signore? La mia volontà è «che non dovrebbe morire», che gli sia risparmiato questo calice della sof­ferenza: è la volontà umana, della na­tura umana, e Cristo sente, con tutta la consapevolezza del suo essere, la vi­ta, l’abisso della morte, il terrore del nulla, questa minaccia della sofferen­za. E Lui più di noi, che abbiamo que­sta naturale avversione contro la mor­te, questa paura naturale della morte, ancora più di noi, sente l’abisso del male. Sente, con la morte, anche tutta la sofferenza dell’umanità. Sente che tutto questo è il calice che deve bere, deve far bere a se stesso, accettare il male del mondo, tutto ciò che è terribile, l’avversione contro Dio, tutto il peccato. E possiamo capire come Ge­sù, con la sua anima umana, sia terro­rizzato davanti a questa realtà, che per­cepisce in tutta la sua crudeltà: la mia volontà sarebbe non bere il calice, ma la mia volontà è subordinata alla tua volontà, alla volontà di Dio, alla vo­lontà del Padre, che è anche la vera vo­lontà del Figlio. E così Gesù trasforma, in questa preghiera, l’avversione naturale, l’avversione contro il calice, contro la sua mis­sione di morire per noi; trasforma que­sta sua volontà na­turale in volontà di Dio, in un «sì» alla volontà di Dio. L’uo­mo di per sé è ten­tato di opporsi alla volontà di Dio, di a­vere l’intenzione di seguire la propria volontà, di sentirsi libero solo se è au­tonomo; oppone la propria autonomia contro l’eteronomia di seguire la volontà di Dio. Questo è tut­to il dramma dell’umanità. Ma in verità questa autonomia è sbagliata e questo entrare nella vo­lontà di Dio non è un’opposizione a sé, non è una schiavitù che violenta la mia volontà, ma è entra­re nella verità e nel­l’amore, nel bene. E Gesù tira la nostra volontà, che si op­pone alla volontà di Dio, che cerca l’au­tonomia, tira questa nostra volontà in al­to, verso la volontà di Dio. Questo è il dramma della no­stra redenzione, che Gesù tira in alto la nostra volontà, tut­ta la nostra avversione contro la vo­lontà di Dio e la no­stra avversione con­tro la morte e il pec­cato, e la unisce con la volontà del Padre: «Non la mia volontà ma la tua ». In questa trasforma­zione del «no» in «sì», in questo inse­rimento della volontà creaturale nella volontà del Padre, Egli trasforma l’u­manità e ci redime. E ci invita a entra­re in questo suo movimento: uscire dal nostro «no» ed entrare nel «sì» del Fi­glio. La mia volontà c’è, ma decisiva è la volontà del Padre, perché questa è la verità e l’amore.

    Un ulteriore elemento di questa preghiera mi sembra importan­te. I tre testimoni hanno conservato – come appare nella Sacra Scrit­tura – la parola ebraica o aramaica con la quale il Signore ha parlato al Padre, lo ha chiamato: «Abbà», padre. Ma que­sta formula, «Abbà», è una forma fami­liare del termine padre, una forma che si usa solo in famiglia, che non si è mai usata nei confronti di Dio. Qui vediamo nell’intimo di Gesù come parla in fa­miglia, parla veramente come Figlio col Padre. Vediamo il mistero trinitario: il Figlio che parla col Padre e redime l’u­manità.

    Ancora un’osservazione. La Let­tera agli Ebrei ci ha dato una profonda interpretazione di questa preghiera del Signore, di questo dramma del Getsemani. Dice: queste lacrime di Gesù, questa preghiera, que­ste grida di Gesù, questa angoscia, tut­to questo non è semplicemente una concessione alla debolezza della car­ne, come si potrebbe dire. Proprio co­sì realizza l’incarico del Sommo Sacer­dote, perché il Sommo Sacerdote deve portare l’essere umano, con tutti i suoi problemi e le sofferenze, all’altezza di Dio. E la Lettera agli Ebrei dice: con tut­te queste grida, lacrime, sofferenze, pre­ghiere, il Signore ha portato la nostra realtà a Dio (cfr Eb 5,7ss). E usa questa parola greca « prosferein », che è il ter­mine tecnico per quanto deve fare il Sommo Sacerdote per offrire, per por­tare in alto le sue mani.

    Proprio in questo dramma del Get­semani, dove sembra che la for­za di Dio non sia più presente, Gesù realizza la funzione del Sommo Sacerdote. E dice inoltre che in questo atto di obbedienza, cioè di conforma­zione della volontà naturale umana al­la volontà di Dio, viene perfezionato come sacerdote. E usa di nuovo la parola tecnica per ordinare sacerdote. Proprio così diventa realmente il Sommo Sa­cerdote dell’umanità e apre così il cie­lo e la porta alla risurrezione. Se riflettiamo su questo dramma del Getsemani, possiamo anche vedere il grande contrasto tra Ge­sù con la sua angoscia, con la sua sof­ferenza, in confronto con il grande fi­losofo Socrate, che rimane pacifico, senza perturbazione davanti alla mor­te. E sembra questo l’ideale. Possiamo ammirare questo filosofo, ma la mis­sione di Gesù era un’altra. La sua mis­sione non era questa totale indifferen­za e libertà; la sua missione era porta­re in sé tutta la nostra sofferenza, tutto il dramma umano. E perciò proprio questa umiliazione del Getsemani è es­senziale per la missione dell’Uomo­Dio. Egli porta in sé la nostra sofferen­za, la nostra povertà, e la trasforma secondo la volontà di Dio. E così apre le porte del cielo, apre il cielo: questa ten­da del Santissimo, che finora l’uomo ha chiuso contro Dio, è aperta per questa sua sofferenza e obbedienza. Queste al­cune osservazioni per il Giovedì Santo, per la nostra celebrazione della notte del Giovedì Santo.

    Il Venerdì Santo faremo memoria della passione e della morte del Si­gnore; adoreremo Cristo Crocifisso, parteciperemo alle sue sofferenze con la penitenza e il digiuno. Volgendo «lo sguardo a colui che hanno trafitto» (c­fr. Gv 19,37), potremo attingere dal suo cuore squarciato che effonde sangue ed acqua come da una sorgente; da quel cuore da cui scaturisce l’amore di Dio per ogni uomo riceviamo il suo Spirito. Accompagnamo quindi nel Venerdì Santo anche noi Gesù che sale il Calva­rio, lasciamoci guidare da Lui fino alla croce, riceviamo l’offerta del suo corpo immolato. Infine, nella notte del Saba­to Santo, celebreremo la solenne veglia pasquale, nella quale ci è annunciata la risurrezione di Cristo, la sua vittoria definitiva sulla morte che ci interpella ad essere in Lui uomini nuovi. Parteci­pando a questa santa Veglia, la Notte centrale di tutto l’Anno Liturgico, fare­mo memoria del nostro Battesimo, nel quale anche noi siamo stati sepolti con Cristo, per poter con Lui risorgere e par­tecipare al banchetto del cielo (cfr Ap 19,7-9). Cari amici, abbiamo cercato di comprendere lo stato d’animo con cui Gesù ha vissuto il mo­mento della prova estrema, per coglie­re ciò che orientava il suo agire. Il cri­terio che ha guidato ogni scelta di Ge­sù durante tutta la sua vita è stata la fer­ma volontà di amare il Padre, di essere uno col Padre, e di essergli fedele; que­sta decisione di corrispondere al suo a­more lo ha spinto ad abbracciare, in o­gni singola circostanza, il progetto del Padre, a fare proprio il disegno di amo­re affidatogli di ricapitolare ogni cosa in Lui, per ricondurre a Lui ogni cosa. Nel rivivere il santo Triduo, disponiamoci ad accogliere anche noi nella nostra vi­ta la volontà di Dio, consapevoli che nella volontà di Dio, anche se appare dura, in contrasto con le nostre intenzioni, si trova il nostro vero bene, la via della vita. La Vergine Madre ci guidi in questo itinerario, e ci ottenga dal suo Fi­glio divino la grazia di poter spendere la nostra vita per amore di Gesù, nel servizio dei fratelli. Grazie.

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  13. 13

    Kamella Scemì

    Sandro Magister (nomen omen) sul sito http://www.chiesa.espressoonline così commenta il testo appena sopra riportato:

    È una Settimana Santa speciale, quella di quest'anno del papa. Con una novità senza precedenti. Il Venerdì Santo, prima della liturgia nella basilica di San Pietro e della Via Crucis al Colosseo, Benedetto XVI risponderà in tv a sette domande giunte a lui da altrettanti paesi del mondo. Sette domande scelte tra migliaia. Quelle che vanno più diritte al dramma dell'esistenza umana.

    La prima domanda, di una bambina giapponese, sarà sullo scandalo del male. Del male incomprensibile, come quello di un terremoto. Del male che ha sullo sfondo il mistero del dolore innocente.

    Si ascolterà la risposta del papa a questa e alle altre domande.

    Ma già prima papa Joseph Ratzinger è entrato nel vivo. L'ha fatto con l'udienza generale del Mercoledì Santo e con l'omelia della messa crismale della mattina del Giovedì Santo. La prima con parole spontanee, messo da parte il testo scritto. La seconda con parole scritte tutte di suo pugno, anch'esse sgorganti dal cuore.

    Da questa sua doppia introduzione ai riti pasquali, più che mai si capisce come davvero per Benedetto XVI la questione di avvicinare l'uomo a Dio sia "la priorità" del suo pontificato. Quel Dio che appare lontano. Ma che in realtà è in incessante cammino alla ricerca dell'uomo smarrito.

    Benedetto XVI ha citato il "Dies irae", quel canto che dalla liturgia è stato improvvidamente cancellato perché ritenuto intriso di terrore, quando invece ha tratti di una tenerezza toccante. Come quando dice:

    Quaerens me, sedisti lassus,

    redemisti Crucem passus:

    tantus labor non sit cassus.

    Che il papa ha tradotto: "Cercandomi ti sedesti stanco… Che tanto sforzo non sia vano!". E vi ha letto l'avventura di Dio "che si è incamminato verso di noi" per puro amore, e per far questo "si è fatto uomo ed è disceso fin negli abissi dell'esistenza umana, fin nella notte della morte".

    Il sonno dei discepoli sul Monte degli Ulivi, mentre Gesù accetta di bere il calice della passione – ha detto Benedetto XVI nell'udienza del Mercoledì Santo – è la nostra insensibilità a Dio, da cui deriva anche la nostra insensibilità per la forza che il male ha nel mondo.

    "Ricercate sempre il suo volto", ha esortato il papa, citando il salmo 105. Anche questa una costante della sua predicazione: come nel memorabile discorso di Parigi, nel 2008, sul "quaerere Deum", sulla ricerca di Dio come matrice della civiltà occidentale.

    Reply
  14. 14

    Kamella Scemì

    Mi collego alle osservazioni di Maria del 17 aprile 2011, h.12.10. Nel secondo volume del Suo "Gesù di Nazaret", il regnante pontefice (regnante anche in alcune sezioni di questo giornale, mi pare – ma anch'io lo stimo e seguo moltissimo) affronta proprio il tema impostato da Maria. Egli dice che "la folla" che secondo il brano evangelico in commento chiese la condanna di Gesù era costituita dal "gruppo dei sostenitori di Barabba": non si sarebbe trattato, dunque, di tutto il popolo ebreo o di una sua qualificata rappresentanza, anche esterna rispetto ai detentori del potere teocratico costituito (il Sinedrio). Quanto alla presa di responsabilità della morte di Gesù da parte di "tutto il popolo", Egli osserva che è del tutto impossibile anche soltanto ipotizzare che "tutto il popolo" o una sua valida rappresentanza in senso atecnico fosse presente in quel momento, cosa quasi ovvia, e, soprattutto, che potesse avere sufficiente conoscenza dei fatti processuali e del loro svolgimento. Papa Benedetto XVI porta così a compimento il cammino di giustizia intrapreso nei confronti degli Ebrei, sulle orme della Costituzione conciliare "Nostra Aetate", 4.

    Le altre considerazioni di Maria credo mantengano completamente la loro problematica validità.

    Reply
  15. 15

    Kamella Scemì

    Mi riferisco al discorso sulla santità pronunciato dal Papa e riprendo l'invito di Bergamo.info del 10 aprile scorso, ore 20.51 (brano evangelico di domenica scorsa – resurrezione di Lazzaro). Per dare un taglio diverso dal solito alla parziale sintesi che intendo proporre, riporto l'articolo di Emanuela Ghini apparso sull'edizione di oggi del quotidiano Avvenire, del quale sono fedele lettrice. Nell'articolo si dice che la vita appartata e la grande discrezione di Teodorico Moretti-Costanzi (1912-1995), docente di filosofia teoretica nell’università di Bologna (1952-1983) sono forse una delle cause della scarsa conoscenza del suo pensiero, non elitario e per certi aspetti profetico, ma espresso in stile arduo. Molto prima che la tematica del rapporto ragione-fede fosse di comune dominio, e fosse rivolto a tutti l’invito a «un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa» (Ratzinger), Moretti-Costanzi ne fece un luogo importante della sua riflessione, dove il rapporto tra filosofia e fede è dominante.

    Nato in Umbria, a Tuoro sul Trasimeno, da insigne e agiata famiglia, dopo gli inizi della carriera universitaria a Roma e una vita libera e dissipata, conseguente anche al dolore per la morte prematura dell’amatissima madre, Moretti-Costanzi trova nell’università di Bologna un clima più adatto, nel distacco da distrazioni mondane, a un serio impegno di studio e alla costituzione di una scuola di giovani affascinati da un pensiero diverso da quello dominante. A loro si dedica con altruismo e passione. Gli anni bolognesi sono tra i più fecondi della sua vita di maestro, anche se le sue origini umbre, radicate nella spiritualità dei santi francescani, sono la vera matrice di una riflessione che nasce tutta dal «Palazzo» antico dove Moretti-Costanzi abita e che apre con accoglienza ospitale ai suoi discepoli. L’opera omnia che Bompiani ha di recente pubblicato ha visto congiunta la laboriosa e ammirevole cura di Edoardo Mirri, primo discepolo di Moretti-Costanzi, poi ordinario di filosofia teoretica a Perugia, e di Marco Moschini, un discepolo di Mirri che – conterraneo del filosofo umbro – ne ha attinto il pensiero dalla frequentazione assidua, durata fino alla morte di Moretti-Costanzi. Moschini, ora associato di filosofia teoretica sempre a Perugia, definisce il pensiero di lui «un filosofare francescano declinato nel nostro tempo», anche se tiene presente tutta la tradizione moderna, da Schopenhauer a Cullmann, da Hegel a Nietzsche, da Jaspers a Bultmann, da Rosmini ad Heidegger…

    Un pensiero che ha al centro la fede, come coinvolgimento della persona nel complesso delle sue potenzialità. Cristo-verità è anche via e vita. Il cristianesimo è fede sapiente, come la chiama Bonaventura, quella che Moretti-Costanzi coglie dall’ambiente dei santi umbri sui quali ha irradiato la bellezza di paesaggi che inducono a percepire come «l’ambientalità della santità costituisce un tutt’uno con la sapienza». Alla domanda perenne di significato Moretti-Costanzi risponde: la fede, per la sua persuasività segreta e immensa, può dire tutto. La fede non è problema, rischio, ipotesi, atteggiamenti lontani dalla sapienza teologale dei Padri e dottori della Chiesa più richiamati da Moretti-Costanzi – Giustino, Ireneo, i Cappadoci, Anselmo, Agostino…– e dai dottori francescani, che hanno visto fede e filosofia intimamente congiunte.

    La fede è rivelazione, dona la notizia, ne dà l’annuncio. La filosofia è platonicamente una fiamma che accende intelligenza, sentimento, percezione della bellezza, nel superamento della distinzione ragione-fede, filosofia-scienza. La filosofia non può essere detta cristiana nel senso che presupponga un pensiero previo poi qualificabile come cristiano, ma è cristiana in quanto il filosofo si rende consapevole di essere assunto nella Verità. I veri sapienti sono i santi. Moretti-Costanzi richiama l’espressione di Bonaventura: Sine sanctitate non est homo sapiens.

    Lontano da una teologia che riduca Dio a oggetto di analisi, Moretti-Costanzi recupera la consapevolezza agostiniana della filosofia in quanto sapere di Dio come verità, bontà, bellezza e capacità di adorarlo. Dove l’adorazione è biblicamente ascolto: «Parlare di Dio – commenta Moschini – vuol dire lasciar parlare Dio. Mettersi in dimensione uditiva e di apertura dello stesso principio critico che ci rende acustici e parlanti». Parlare di Dio è parlare in Dio «nel senso che Dio è la vera condizione della nostra sapidità di parola». Pensare è accorgersi che l’apice del pensiero è Dio. Così «ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo, se superiamo la limitazione autodecretata dalla ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza» (Ratzinger). Un’ampiezza che porta a vedere le cose nella loro realtà autentica, in una visione unitaria che Bonaventura chiama contuitus, atto dell’intelligenza come adesione al fondamento che rivela il mondo e chi lo guarda, partecipe di esso. È la conoscenza sperimentale di Dio propria dei mistici, ma offerta a tutti come possibilità alta della coscienza, quella notitia Dei che consente la vera lettura di tutte le cose, possibile solo attraverso Dio.

    Significativamente un’opera di Bonaventura si intitola "Reductio artium ad theologiam": la riconduzione di tutte le conoscenze alla teologia non è opera dell’uomo, ma scoperta che tutto è finalizzato al Principio da cui ha origine. Se fosse possibile additare una sintesi del pensiero morettiano espressa dall’«opera omnia» di Teodorico Moretti-Costanzi, occorrerebbe citare La filosofia pura, dove è evidenziata la capacità teologica della filosofia. Mentre la filosofia indaga sulla realtà, la filosofia pura la testimonia. La prima si occupa di problemi, la filosofia pura li risolve. La filosofia pura ha capacità teologica. Teologia e filosofia sono solo apparentemente diverse; esprimono la modalità del pensare autentico, che ha come criterio il Principio di ogni realtà. Questa è per Moretti-Costanzi la rivelazione di Cristo redentore. Essa implica una elevazione dell’intelligenza, puro dono, che costituisce l’accesso alla risurrezione. Per giungervi, occorre essere tali da accoglierne il dono.

    Emanuela Ghini

    Santità e risurrezione quotidiana nello studio e nel lavoro…

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    Karl Heinz Treetball

    26 maggio 2011, da http://www.avvenire.it

    IL CASO

    Leonardo ha copiato da san Giovanni?

    L’opera d’arte più studiata al mondo resta un territorio vergine dal punto di vista dei significati, della spiritualità dell’immagine. Incredibilmente gli studiosi non leggono il Cenacolo di Leonardo quale opera di arte sacra, ricchissima di citazioni scritturali. Si fermano nel ripetere il punto di partenza; cioè il fatto, indubitabile, che il dipinto visualizzi la situazione seguente l’annuncio del tradimento da parte di Gesù. Ma nell’opera c’è molto di più, a patto di assumere un approccio di «iconologia spirituale», alla Panofsky, alla Colasanti o alla Calvesi. Il capolavoro appare specialmente influenzato dall’Apocalisse e dal Vangelo di Giovanni, l’unico a descrivere lo stato interiore di Gesù al momento del drammatico annuncio (Gv 13, 21), con un verbo greco che ricorre anche nel turbamento di Gesù davanti al sepolcro di Lazzaro e al Getsemani, come ha evidenziato Benedetto XVI in Gesù di Nazaret II.

    L’apertura dietro al Signore è una porta (Gv 10, 9) non una finestra, mentre il vassoio sotto il petto di Gesù è vuoto, come i piatti degli apostoli, perché è Gesù l’Agnello di Dio (Gv 1, 29). La Cena sembra post-eucaristica, perché il pane è già in parte spezzato e il vino versato, ma resta agli inizi quanto al cibo, il cristico pesce o l’analoga anguilla, e un vassoietto lo mostra tagliato in quattro parti da tre tagli, allusione ai tre chiodi della croce e alle vesti di Gesù spartite in quattro (Gv 19, 23). Anche la posizione di Cristo è scritturale in quanto appare il settimo, Signore del Sabato (Mc 2, 27-28 e Ap 1, 20), visto sia da destra che da sinistra e anche rispetto alle sette lesene del soffitto a cassettoni. La triangolarità iconica del Cristo, rafforzata dalle tre aperture sul fondo, e ribadita dai tre vassoi sulla tavola, ci parla della giovannea ora di Gesù (Gv 2, 4 e 13, 1) e della reciproca glorificazione trinitaria fra il Figlio e il Padre (Gv 13, 31). Più precisamente il tempo narrativo è quello simbolico della «metà di sette» già presente in Daniele e poi nell’Apocalisse, (e allusa anche nell’apocalittica Melanconia I di Durer), cioè il tempo del dominio dell’anticristo: 3 anni e mezzo, 42 mesi, 1260 giorni. (Ap 11, 2-3 e 13, 5).

    Non a caso il soffitto è un quadrato simbolico che reca per tre volte il numero 6, alludendo al numero della bestia (Ap 13, 18). Su Gesù incombe l’impero della tenebra di cui parla Luca (Lc 22, 53). La pietra sulla tunica di Gesù è verde, segno di Dio quale pietra viva, roccia di salvezza, ma anche allusione allo smeraldo riassumente l’iride attorno al trono di Dio (Ap 4, 3). La successione apostolica quale iride mistica, mandorla cristica tipica del Cristo glorioso, pantocratore. Ricordiamo il Gesù di Giotto agli Scrovegni, il Trittico del Giudizio di Hans Memling e «Il creato adora l’Eterno» in Postillae in Pentateucum di Nicola da Lira. Molti apostoli presentano anch’essi una pietra sulla tunica, e il simbolismo rinvia alle 12 pietre della nuova Gerusalemme (Ap 21, 19-20) come al pettorale di Aronne (Es 28, 17-21) articolato in 4 serie di 3 pietre, come i 4 gruppi apostolici. Ne abbiamo conferma nella pietruzza che reca Matteo, citazione della pietra bianca che Gesù promette alla Chiesa di Pergamo (Ap 2, 17), o della perla a cui si paragona il Regno di Dio (Mt 13, 45-46). La serie apostolica inizia con Simone il cananeo e termina con Bartolomeo di Cana. Segno giovanneo.

    E a Simone segue Taddeo, entrambi predicatori in Armenia e Persia, indice di fedeltà alle tradizioni ecclesiali e allusione, con Matteo (Etiopia) e Tommaso (India), all’Eden. Leonardo sottolinea il ruolo del prediletto Giovanni (Gv 13, 23) e di suo fratello Giacomo, posti alla destra e alla sinistra del Signore, come richiesto dalla madre dei figli di Zebedeo (Mt 20, 20-21). Una «prima cena» che è già banchetto regale. Allusa in Giovanni vi è una donna, Maria, associata a Giovanni da Gesù crocifisso (Gv 19, 26-27). Ancora giovanneo Leonardo è nel Pietro che chiede all’evangelista chi sia il traditore (Gv 13, 24), mentre biblico si rivela il sale rovesciato da Giuda (Lv 2, 13).

    Il volto di Giovanni manifesta la partecipazione mistica del discepolo al dolore di Cristo (Gv 13, 25), ma pure è mutuata dai modelli iconici e tipologici di Maria con Gesù bambino, ai piedi della croce, alla deposizione. Non a caso la contemporanea Pietà di Michelangelo ci mostra una Madonna simile nell’espressione. Nelle icone orientali più antiche Maria ha il mantello rosso apocalittico e la tunica celeste, come nel Giovanni dell’ultima cena, e spesso presenta i medesimi canoni melanconici del volto (la futura Madonna di Kazan o della tenerezza).

    Ma pure ritroviamo la stessa postura in infinite opere d’arte fra le quali il «Cristo d’Ognissanti» di Giotto a Firenze o la Madonna in trono con bambino del Perugino. Una Madonna che già partecipa al dolore della Croce. Giacomo invece, nel suo dolore carnale, fisico, ricorda gli angeli della crocifissione e della deposizione del Giotto degli Scrovegni e della crocifissione di Simone Martini. Giovanni e Giacomo, cioè il sole e luna ai lati della Croce, altro topos diffusissimo. Lo stesso scambio mistico-cromatico fra le vesti di Giovanni e di Gesù c’è già nell’ultima cena di Pietro Lorenzetti nella Basilica di Assisi. Dopotutto Leonardo si forma in una Firenze in cui non erano cessati gli effetti del revival grecista-neobizantino derivante dal Concilio di Firenze e dal mecenatismo eclettico di Cosimo de Medici. Le vesti di Gesù, rosso-blu, indicano i giovannei segni del sangue e dell’acqua (Gv 19, 34) e il suo distacco dai due lati delle schiere degli apostoli rinvia a Mosè nel Mar Rosso come allo squarcio del velo del Tempio (Lc 23, 45).

    Metafora presente nel Rinascimento nell’identificazione fra la ferita al costato di Cristo e il biblico Mar Rosso, come si vede nel mappamondo della Scuola di Atene di Raffaello. Il Cristo triste di Leonardo guarda verso sinistra, il lato della trafittura (Gv 19, 34).Nella condensazione narrativa di Leonardo ci sono molte altre anticipazioni, fra cui il coltello (makaira) di Pietro con cui taglierà l’orecchio a Malco (Gv 18, 10). Leonardo inverte il rapporto fra simbolo e persona umana. Opera cioè nell’arte l’inversione di valore indicata nei Vangeli fra il "Sabato" e l’"Uomo" (Mc 2, 27). Lo fa non seguendo un’ideologia rivoluzionaria o neopagana ma rinnovando creativamente gli elementi che vengono dalla Tradizione dell’arte sacra della Cristianità.

    Addirittura nel Cenacolo, come nelle icone, c’è il lapislazzulo per il blu del mantello di Gesù! Spiritualmente è probabile che Leonardo abbia risentito, fra gli altri, anche degli influssi apocalittici del domenicano Girolamo Savonarola, ancora oggetto di ammirazione in molti ambienti culturali dell’epoca. Ma si può andare oltre pensando a un influsso della "mistica del Cuore" e della mimesi affettiva cristico-mariana del domenicano Enrico Suso. E siamo ancora agli inizi!

    Giacomo Maria Prati

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