Dalla lettera di Paolo ai Filippesi 2, 5-11: Gesù…non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo.., obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Commento di Don Goffredo Zanchi
Per amorevole grazia Gesù ci ha salvati (di Francesco Nosari).
Questa settimana, in luogo del racconto della Passione di Nostro Signore, che sentirete leggere a più voci durante la Messa, proponiamo il testo della seconda lettura, il brano tratto dalla lettera di Paolo ai Filippesi, che richiama con evidenza il significato anche dei brani evangelici previsti dalla liturgia delle domeniche scorse, tanto ben commentati dai nostri attenti (e preparatissimi) lettori.
Dalla lettera di Paolo ai Filippesi 2, 5-11: Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.
Il commento di Don Goffredo Zanchi
DOMENICA DELLE PALME (Filippesi, 2,5-11)
Non commentiamo il vangelo della Passione ma la seconda lettura della messa, ricavata dalla lettera di S. Paolo ai Filippesi. Il brano riporta probabilmente un antico inno cristiano, utilizzato con qualche aggiunta da Paolo e precedente la composizione della lettera, scritta attorno all’anno 60 dopo Cristo. Questo brano testimonia come i cristiani (Gesù era morto sulla croce circa 30 anni prima) giunsero a leggere la vicenda di Gesù di Nazareth fin dai primi tempi. Si può dire che questo antico inno – sia di Paolo o a lui precedente poco importa – costituisce il primo Credo cristiano.
Esso non sarebbe stato possibile senza l’esperienza della risurrezione di Gesù, che ha permesso di cogliere il senso profondo della sua vita. La Pasqua non è stata solo un ritorno dalla morte alla vita, ma la manifestazione della vera identità di Gesù, che appare come Figlio di Dio, pienamente partecipe della Gloria divina. Questo aspetto viene ricordato nell’ultima parte del brano odierno, quando Paolo afferma che il Gesù morto e umiliato sulla croce, è stato esaltato “al di sopra di ogni altro nome”. Questo nome, che è al di sopra di ogni altro, è la realtà stessa di Dio che si manifesta, quindi Gesù viene collocato nella dignità divina. La Chiesa è chiamata a confessare tale dignità “nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra”.
La rivelazione pasquale permette di stabilire un primo punto: egli preesisteva alla sua venuta sulla terra; il suo ingresso nella gloria di Dio è possibile perché era Dio fin da prima. Inoltre nella prospettiva pasquale è possibile cogliere la logica del comportamento di Dio; in una parola ci consente di penetrare a fondo nella personalità e nei sentimenti che ispirano l’agire di Dio! Mai l’uomo aveva avuto la possibilità di penetrare così profondamente nei segreti divini: la Pasqua ce lo consente.
Emerge un ritratto di Dio, che mai avremmo potuto immaginare e del tutto inatteso.. Il Figlio di Dio infatti non si vanta della sua infinita potenza, né la considera un privilegio, cui rimanere avvinghiato. Gesù ha scelto la strada dello spogliamento, dello svuotarsi di se stesso, per rendersi in tutto uguale all’uomo nella piena condivisione della sua condizione, fino alla morte e alla morte ignominiosa della croce. Invece che avvinghiarsi alla sua divinità, si è avvinghiato ed ha abbracciato l’umanità.
Noi siamo soliti partire dalle meraviglie del creato e da ciò che c’è di più alto nell’uomo (il pensiero) per formarci un’immagine adeguata di Dio. Questo è pienamente legittimo. Ma vi è una via più alta e che rivela Dio in modo ancor più perfetto. E’ la via dell’incarnazione e della croce, del Dio che si abbassa e si fa servo dell’uomo! E ciò è dovuto esclusivamente ad una logica di amore, secondo le parole stesse di Gesù che affermò: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita per la salvezza di molti” (Marco, 10,45). E’ dunque la logica dell’amore a spingere Gesù a farsi nostro servo.
L’amore infatti è una forza che porta ad identificarci con la persona amata, a condividere la sua situazione, i suoi dolori, le sue sofferenze, in una parola è un dinamismo che ci spinge a diventare l’altro. L’intensità del nostro amore dipende dalla capacità di farci carico dei problemi dell’altro, di farli nostri. Ora il Figlio di Dio opera una condivisione e una vicinanza assolutamente perfette, diventa uno di noi e condivide la nostra esistenza in modo integrale, anche nei suoi lati tragici come la persecuzione e la morte ingiusta ed ignominiosa. In Gesù che dona la sua vita a noi l’amore di Dio si rivela compiutamente; non poteva trovare una modalità più perfetta! “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Giovanni, 15,13).
Paolo esorta i credenti ad avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù, cioè il suo amore di condivisione, di abbassamento, di umile servizio, componenti essenziali di un amore autentico.
La storia umana fin da Adamo ha conosciuto la tendenza contraria a quella di Gesù: Adamo ha voluto innalzarsi per diventare come Dio, cadendo nella superbia, da cui ha origine ogni male. Dio insegna una via contraria, quella dell’amore che si fa servizio e che esige lo svuotamento di sé stessi: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Filippesi, 2,5). In questo consiste il rinnovamento pasquale.
Il commento di Francesco Nosari
Perché Dio dovrebbe amarci? Perché avrebbe dovuto far nascere il Figlio nella nostra Storia, sotto specie umana, sacrificarlo per la nostra salvezza, per poi farlo risorgere alla Sua vita, vincendo la morte e riscattando l’umanità dal suo estremo limite, dando così un preciso senso alla vita?
Perché ci ha creati, è la risposta più ovvia e banale, ma biblica nella sostanza. La risposta della fede cristiana, complessa e problematica, ma supportata da una forte logica di base, sta nella considerazione che senza la risurrezione e la certezza di una vita futura, diversa ma ”vera”, di una nascita “nuova”, non si dà senso per l’uomo allo stare qui, in questo mondo, godendone le bellezze e sopportandone le nequizie: perché dovremmo ciecamente aderire a un disegno che ci è imposto da non si sa chi e nel quale non potremmo “recitare” parte alcuna, se non quella delle piccole beghe strumentali fra noi?. In fondo, osserva qualcuno, amarci con tutte le Sue forze, di là dal bene e dal male, di là da ogni limite, è persino “nell’interesse” di Dio, perchè se l’uomo non può trovare amore scambievole in Lui, resterebbe priva di significato, convenienza compresa, la sua presenza sulla Terra quale essere intelligente e dotato di coscienza. Che ci starebbe a fare? Non risponderebbe neppure più alla sua pur misteriosa funzione…
In questa settimana, come detto, la Chiesa proclama la Passione di Cristo, del patire di un Dio appassionato all’uomo. E’ questa la lettura più bella e regale che si possa fare, dove tutto ruota attorno alle due cose che toccano il nervo di ogni vita: l’amore e il dolore, la lingua universale dell’uomo. Morire così è rivelazione. Morire d’amore è cosa da Dio, perché sale sulla croce per essere con me e come me, con noi e come noi. Affinché noi possiamo essere con Lui e come Lui. Dio entra nella morte perché là va ogni suo figlio. Per poi trascinarlo fuori, in alto, con sé. Per dargli quella speranza senza la quale ogni giorno diventa difficile da sopportare, specie in tempi come questi.
Per instaurare un rapporto d’amore con Dio, possibile e sperimentato da molti, occorrono però alcune condizioni, necessarie per rispondere a Chi ha sacrificato Suo Figlio per donarci la salvezza. Il “mio” amatissimo Papa Benedetto XVI – il 16 aprile compie 84 anni: augurissimi! – le ha indicate con la consueta chiarezza e profondità nel corso dell’udienza generale di mercoledì scorso. E’ un discorso un po’ lunghetto, ma che scorre “dentro” come un elisir, bellissimo e appagante.
I Santi – ha detto il Papa – manifestano in diversi modi la presenza potente e trasformante del Risorto; hanno lasciato che Cristo afferrasse così pienamente la loro vita da poter affermare con san Paolo «non vivo più io, ma Cristo vive in me» ( Gal. 2,20). Seguire il loro esempio, ricorrere alla loro intercessione, entrare in comunione con loro, «ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla Fonte e dal Capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso del Popolo di Dio» (Conc. Ec. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 50). Al termine del ciclo di catechesi dedicato a diverse figure di Santi, vorrei allora offrire – dice Papa Benedetto – qualche pensiero su che cosa sia la santità. Che cosa vuol dire essere santi? Chi è chiamato ad essere santo? Spesso si è portati ancora a pensare che la santità sia una meta riservata a pochi eletti. San Paolo, invece, parla del grande disegno di Dio e afferma: «In lui – Cristo – (Dio) ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità» ( Ef. 1,4). E parla di noi tutti. Al centro del disegno divino c’è Cristo, nel quale Dio mostra il suo Volto: il Mistero nascosto nei secoli si è rivelato in pienezza nel Verbo fatto carne. E Paolo poi dice: «È piaciuto infatti a Dio che abiti in Lui tutta la pienezza» ( Col. 1,19). In Cristo il Dio vivente si è fatto vicino, visibile, ascoltabile, toccabile affinché ognuno possa attingere dalla sua pienezza di grazia e di verità (cfr Gv 1,14-16). Perciò, tutta l’esistenza cristiana conosce un’unica suprema legge, quella che san Paolo esprime in una formula che ricorre in tutti i suoi scritti: in Cristo Gesù. La santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua. È l’essere conformi a Gesù, come afferma san Paolo: «Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo» ( Rm 8,29). E sant’Agostino esclama: «Viva sarà la mia vita tutta piena di Te» ( Confessioni, 10,28). Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla Chiesa, parla con chiarezza della chiamata universale alla santità, affermando che nessuno ne è escluso: «Nei vari generi di vita e nelle varie professioni un’unica santità è praticata da tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio e … seguono Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria» (n. 41).
Ma rimane la questione: come possiamo percorrere la strada della santità, rispondere a questa chiamata? Posso farlo con le mie forze? La risposta è chiara: una vita santa non è frutto principalmente del nostro sforzo, delle nostre azioni, perché è Dio, il tre volte Santo (cfr Is
6,3), che ci rende santi, è l’azione dello Spirito Santo che ci anima dal di dentro, è la vita stessa di Cristo Risorto che ci è comunicata e che ci trasforma. Per dirlo ancora una volta con il Concilio Vaticano II: «I seguaci di Cristo, chiamati da Dio non secondo le loro opere, ma secondo il disegno della sua grazia e giustificati in Gesù Signore, nel Battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l’aiuto di Dio, mantenere nella loro vita e perfezionare la santità che hanno ricevuta» (ibid., 40). La santità ha dunque la sua radice ultima nella grazia battesimale, nell’essere innestati nel Mistero pasquale di Cristo, con cui ci viene comunicato il suo Spirito, la sua vita di Risorto. San Paolo sottolinea in modo molto forte la trasformazione che opera nell’uomo la grazia battesimale e arriva a coniare una terminologia nuova, forgiata con la preposizione «con»:
con-morti, con-sepolti, con-risucitati, con-vivificati con Cristo; il nostro destino è legato indissolubilmente al suo. «Per mezzo del Battesimo – scrive – siamo stati sepolti insieme con lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti… così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» ( Rm. 6,4). Ma Dio rispetta sempre la nostra libertà e chiede che accettiamo questo dono e viviamo le esigenze che esso comporta, chiede che ci lasciamo trasformare dall’azione dello Spirito Santo, conformando la nostra volontà alla volontà di Dio.
Come può avvenire che il nostro modo di pensare e le nostre azioni diventino il pensare e l’agire con Cristo e di Cristo? Qual è l’anima della santità? Di nuovo il Concilio Vaticano II precisa; ci dice che la santità cristiana non è altro che la carità pienamente vissuta. «’Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui’ ( 1Gv. 4,16). Ora, Dio ha largamente diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cfr Rm. 5,5); perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Lui. Ma perché la carità, come un buon seme, cresca nell’anima e vi fruttifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e, con l’aiuto della sua grazia, compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all’Eucaristia e alla santa liturgia; applicarsi costantemente alla preghiera, all’abnegazione di se stesso, al servizio attivo dei fratelli e all’esercizio di ogni virtù. La carità infatti, vincolo della perfezione e compimento della legge (cfr. Col. 3,14; Rm. 13,10), dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine». Forse anche questo linguaggio del Concilio Vaticano II per noi è ancora un po’ troppo solenne, forse dobbiamo dire le cose in modo ancora più semplice. Che cosa è essenziale? Essenziale è non lasciare mai una domenica senza un incontro con il Cristo Risorto nell’Eucaristia; questo non è un peso aggiunto, ma è luce per tutta la settimana. Non cominciare e non finire mai un giorno senza almeno un breve contatto con Dio. E, nella strada della nostra vita, seguire gli «indicatori stradali» che Dio ci ha comunicato nel Decalogo letto con Cristo, che è semplicemente l’esplicitazione di che cosa sia carità in determinate situazioni. Mi sembra che questa sia la vera semplicità e grandezza della vita di santità: l’incontro col Risorto la domenica; il contatto con Dio all’inizio e alla fine del giorno; seguire, nelle decisioni, gli «indicatori stradali» che Dio ci ha comunicato, che sono solo forme di carità. «Perciò il vero discepolo di Cristo si caratterizza per la carità verso Dio e verso il prossimo» ( Lumen gentium , 42). Questa è la vera semplicità, grandezza e profondità della vita cristiana, dell’essere santi.
Ecco perché sant’Agostino, commentando il capitolo quarto della Prima Lettera di san Giovanni , può affermare una cosa coraggiosa: « Dilige et fac quod vis», «Ama e fa’ ciò che vuoi». E continua: «Sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; vi sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene» (7,8: PL 35).
Chi è guidato dall’amore, chi vive la carità pienamente è guidato da Dio, perché Dio è amore. Così vale questa parola grande: «Dilige et fac quod vis», «Ama e fa’ ciò che vuoi». Forse potremmo chiederci: possiamo noi, con i nostri limiti, con la nostra debolezza, tendere così in alto? La Chiesa, durante l’Anno Liturgico, ci invita a fare memoria di una schiera di santi, di coloro, cioè, che hanno vissuto pienamente la carità, hanno saputo amare e seguire Cristo nella loro vita quotidiana. Essi ci dicono che è possibile per tutti percorrere questa strada. In ogni epoca della storia della Chiesa, ad ogni latitudine della geografia del mondo, i santi appartengono a tutte le età e ad ogni stato di vita, sono volti concreti di ogni popolo, lingua e nazione. E sono tipi molto diversi. In realtà devo dire che anche per la mia fede personale molti santi, non tutti, sono vere stelle nel firmamento della storia. E vorrei aggiungere che per me non solo alcuni grandi santi che amo e che conosco bene sono «indicatori di strada», ma proprio anche i santi semplici, cioè le persone buone che vedo nella mia vita, che non saranno mai canonizzate. Sono persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede. Questa bontà, che hanno maturato nella fede della Chiesa, è per me la più sicura apologia del cristianesimo e il segno di dove sia la verità.
Nella comunione dei santi, canonizzati e non canonizzati, che la Chiesa vive grazie a Cristo in tutti i suoi membri, noi godiamo della loro presenza e della loro compagnia e coltiviamo la ferma speranza di poter imitare il loro cammino e condividere un giorno la stessa vita beata, la vita eterna. Cari amici, come è grande e bella, e anche semplice, la vocazione cristiana vista in questa luce! Tutti siamo chiamati alla santità: è la misura stessa della vita cristiana. Ancora una volta san Paolo lo esprime con grande intensità, quando scrive: «A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo… Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» ( Ef. 4,7.11-13). Vorrei invitare tutti ad aprirsi all’azione dello Spirito Santo, che trasforma la nostra vita, per essere anche noi come tessere del grande mosaico di santità che Dio va creando nella storia, perché il volto di Cristo splenda nella pienezza del suo fulgore. Non abbiamo paura di tendere verso l’alto, verso le altezze di Dio; non abbiamo paura che Dio ci chieda troppo, ma lasciamoci guidare in ogni azione quotidiana dalla sua Parola, anche se ci sentiamo poveri, inadeguati, peccatori: sarà Lui a trasformarci secondo il suo amore. Grazie.
Grazie a Lei, Santità, che ci ha indicato il senso e l’indirizzo della nostra vita. La forza dell’amore deve prevalere sulle forze brute e materiali, su quelle della sola intelligenza umana, sulla forza del peccato e del male. Risorgeremo. Risorgiamo!!
PREGHIAMO
perché l’amore di Gesù trovi corrispondenza nella nostra volontà di amarLo, ricercando in ogni momento, con l’aiuto dello Spirito, una via di santità che sia di salvezza per noi e per tutti coloro che con noi percorrono la perigliosa, bella e misteriosa strada della vita.


















26 maggio 2011, da http://www.avvenire.it
IL CASO
Leonardo ha copiato da san Giovanni?
L’opera d’arte più studiata al mondo resta un territorio vergine dal punto di vista dei significati, della spiritualità dell’immagine. Incredibilmente gli studiosi non leggono il Cenacolo di Leonardo quale opera di arte sacra, ricchissima di citazioni scritturali. Si fermano nel ripetere il punto di partenza; cioè il fatto, indubitabile, che il dipinto visualizzi la situazione seguente l’annuncio del tradimento da parte di Gesù. Ma nell’opera c’è molto di più, a patto di assumere un approccio di «iconologia spirituale», alla Panofsky, alla Colasanti o alla Calvesi. Il capolavoro appare specialmente influenzato dall’Apocalisse e dal Vangelo di Giovanni, l’unico a descrivere lo stato interiore di Gesù al momento del drammatico annuncio (Gv 13, 21), con un verbo greco che ricorre anche nel turbamento di Gesù davanti al sepolcro di Lazzaro e al Getsemani, come ha evidenziato Benedetto XVI in Gesù di Nazaret II.
L’apertura dietro al Signore è una porta (Gv 10, 9) non una finestra, mentre il vassoio sotto il petto di Gesù è vuoto, come i piatti degli apostoli, perché è Gesù l’Agnello di Dio (Gv 1, 29). La Cena sembra post-eucaristica, perché il pane è già in parte spezzato e il vino versato, ma resta agli inizi quanto al cibo, il cristico pesce o l’analoga anguilla, e un vassoietto lo mostra tagliato in quattro parti da tre tagli, allusione ai tre chiodi della croce e alle vesti di Gesù spartite in quattro (Gv 19, 23). Anche la posizione di Cristo è scritturale in quanto appare il settimo, Signore del Sabato (Mc 2, 27-28 e Ap 1, 20), visto sia da destra che da sinistra e anche rispetto alle sette lesene del soffitto a cassettoni. La triangolarità iconica del Cristo, rafforzata dalle tre aperture sul fondo, e ribadita dai tre vassoi sulla tavola, ci parla della giovannea ora di Gesù (Gv 2, 4 e 13, 1) e della reciproca glorificazione trinitaria fra il Figlio e il Padre (Gv 13, 31). Più precisamente il tempo narrativo è quello simbolico della «metà di sette» già presente in Daniele e poi nell’Apocalisse, (e allusa anche nell’apocalittica Melanconia I di Durer), cioè il tempo del dominio dell’anticristo: 3 anni e mezzo, 42 mesi, 1260 giorni. (Ap 11, 2-3 e 13, 5).
Non a caso il soffitto è un quadrato simbolico che reca per tre volte il numero 6, alludendo al numero della bestia (Ap 13, 18). Su Gesù incombe l’impero della tenebra di cui parla Luca (Lc 22, 53). La pietra sulla tunica di Gesù è verde, segno di Dio quale pietra viva, roccia di salvezza, ma anche allusione allo smeraldo riassumente l’iride attorno al trono di Dio (Ap 4, 3). La successione apostolica quale iride mistica, mandorla cristica tipica del Cristo glorioso, pantocratore. Ricordiamo il Gesù di Giotto agli Scrovegni, il Trittico del Giudizio di Hans Memling e «Il creato adora l’Eterno» in Postillae in Pentateucum di Nicola da Lira. Molti apostoli presentano anch’essi una pietra sulla tunica, e il simbolismo rinvia alle 12 pietre della nuova Gerusalemme (Ap 21, 19-20) come al pettorale di Aronne (Es 28, 17-21) articolato in 4 serie di 3 pietre, come i 4 gruppi apostolici. Ne abbiamo conferma nella pietruzza che reca Matteo, citazione della pietra bianca che Gesù promette alla Chiesa di Pergamo (Ap 2, 17), o della perla a cui si paragona il Regno di Dio (Mt 13, 45-46). La serie apostolica inizia con Simone il cananeo e termina con Bartolomeo di Cana. Segno giovanneo.
E a Simone segue Taddeo, entrambi predicatori in Armenia e Persia, indice di fedeltà alle tradizioni ecclesiali e allusione, con Matteo (Etiopia) e Tommaso (India), all’Eden. Leonardo sottolinea il ruolo del prediletto Giovanni (Gv 13, 23) e di suo fratello Giacomo, posti alla destra e alla sinistra del Signore, come richiesto dalla madre dei figli di Zebedeo (Mt 20, 20-21). Una «prima cena» che è già banchetto regale. Allusa in Giovanni vi è una donna, Maria, associata a Giovanni da Gesù crocifisso (Gv 19, 26-27). Ancora giovanneo Leonardo è nel Pietro che chiede all’evangelista chi sia il traditore (Gv 13, 24), mentre biblico si rivela il sale rovesciato da Giuda (Lv 2, 13).
Il volto di Giovanni manifesta la partecipazione mistica del discepolo al dolore di Cristo (Gv 13, 25), ma pure è mutuata dai modelli iconici e tipologici di Maria con Gesù bambino, ai piedi della croce, alla deposizione. Non a caso la contemporanea Pietà di Michelangelo ci mostra una Madonna simile nell’espressione. Nelle icone orientali più antiche Maria ha il mantello rosso apocalittico e la tunica celeste, come nel Giovanni dell’ultima cena, e spesso presenta i medesimi canoni melanconici del volto (la futura Madonna di Kazan o della tenerezza).
Ma pure ritroviamo la stessa postura in infinite opere d’arte fra le quali il «Cristo d’Ognissanti» di Giotto a Firenze o la Madonna in trono con bambino del Perugino. Una Madonna che già partecipa al dolore della Croce. Giacomo invece, nel suo dolore carnale, fisico, ricorda gli angeli della crocifissione e della deposizione del Giotto degli Scrovegni e della crocifissione di Simone Martini. Giovanni e Giacomo, cioè il sole e luna ai lati della Croce, altro topos diffusissimo. Lo stesso scambio mistico-cromatico fra le vesti di Giovanni e di Gesù c’è già nell’ultima cena di Pietro Lorenzetti nella Basilica di Assisi. Dopotutto Leonardo si forma in una Firenze in cui non erano cessati gli effetti del revival grecista-neobizantino derivante dal Concilio di Firenze e dal mecenatismo eclettico di Cosimo de Medici. Le vesti di Gesù, rosso-blu, indicano i giovannei segni del sangue e dell’acqua (Gv 19, 34) e il suo distacco dai due lati delle schiere degli apostoli rinvia a Mosè nel Mar Rosso come allo squarcio del velo del Tempio (Lc 23, 45).
Metafora presente nel Rinascimento nell’identificazione fra la ferita al costato di Cristo e il biblico Mar Rosso, come si vede nel mappamondo della Scuola di Atene di Raffaello. Il Cristo triste di Leonardo guarda verso sinistra, il lato della trafittura (Gv 19, 34).Nella condensazione narrativa di Leonardo ci sono molte altre anticipazioni, fra cui il coltello (makaira) di Pietro con cui taglierà l’orecchio a Malco (Gv 18, 10). Leonardo inverte il rapporto fra simbolo e persona umana. Opera cioè nell’arte l’inversione di valore indicata nei Vangeli fra il "Sabato" e l’"Uomo" (Mc 2, 27). Lo fa non seguendo un’ideologia rivoluzionaria o neopagana ma rinnovando creativamente gli elementi che vengono dalla Tradizione dell’arte sacra della Cristianità.
Addirittura nel Cenacolo, come nelle icone, c’è il lapislazzulo per il blu del mantello di Gesù! Spiritualmente è probabile che Leonardo abbia risentito, fra gli altri, anche degli influssi apocalittici del domenicano Girolamo Savonarola, ancora oggetto di ammirazione in molti ambienti culturali dell’epoca. Ma si può andare oltre pensando a un influsso della "mistica del Cuore" e della mimesi affettiva cristico-mariana del domenicano Enrico Suso. E siamo ancora agli inizi!
Giacomo Maria Prati
Mi riferisco al discorso sulla santità pronunciato dal Papa e riprendo l'invito di Bergamo.info del 10 aprile scorso, ore 20.51 (brano evangelico di domenica scorsa – resurrezione di Lazzaro). Per dare un taglio diverso dal solito alla parziale sintesi che intendo proporre, riporto l'articolo di Emanuela Ghini apparso sull'edizione di oggi del quotidiano Avvenire, del quale sono fedele lettrice. Nell'articolo si dice che la vita appartata e la grande discrezione di Teodorico Moretti-Costanzi (1912-1995), docente di filosofia teoretica nell’università di Bologna (1952-1983) sono forse una delle cause della scarsa conoscenza del suo pensiero, non elitario e per certi aspetti profetico, ma espresso in stile arduo. Molto prima che la tematica del rapporto ragione-fede fosse di comune dominio, e fosse rivolto a tutti l’invito a «un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa» (Ratzinger), Moretti-Costanzi ne fece un luogo importante della sua riflessione, dove il rapporto tra filosofia e fede è dominante.
Nato in Umbria, a Tuoro sul Trasimeno, da insigne e agiata famiglia, dopo gli inizi della carriera universitaria a Roma e una vita libera e dissipata, conseguente anche al dolore per la morte prematura dell’amatissima madre, Moretti-Costanzi trova nell’università di Bologna un clima più adatto, nel distacco da distrazioni mondane, a un serio impegno di studio e alla costituzione di una scuola di giovani affascinati da un pensiero diverso da quello dominante. A loro si dedica con altruismo e passione. Gli anni bolognesi sono tra i più fecondi della sua vita di maestro, anche se le sue origini umbre, radicate nella spiritualità dei santi francescani, sono la vera matrice di una riflessione che nasce tutta dal «Palazzo» antico dove Moretti-Costanzi abita e che apre con accoglienza ospitale ai suoi discepoli. L’opera omnia che Bompiani ha di recente pubblicato ha visto congiunta la laboriosa e ammirevole cura di Edoardo Mirri, primo discepolo di Moretti-Costanzi, poi ordinario di filosofia teoretica a Perugia, e di Marco Moschini, un discepolo di Mirri che – conterraneo del filosofo umbro – ne ha attinto il pensiero dalla frequentazione assidua, durata fino alla morte di Moretti-Costanzi. Moschini, ora associato di filosofia teoretica sempre a Perugia, definisce il pensiero di lui «un filosofare francescano declinato nel nostro tempo», anche se tiene presente tutta la tradizione moderna, da Schopenhauer a Cullmann, da Hegel a Nietzsche, da Jaspers a Bultmann, da Rosmini ad Heidegger…
Un pensiero che ha al centro la fede, come coinvolgimento della persona nel complesso delle sue potenzialità. Cristo-verità è anche via e vita. Il cristianesimo è fede sapiente, come la chiama Bonaventura, quella che Moretti-Costanzi coglie dall’ambiente dei santi umbri sui quali ha irradiato la bellezza di paesaggi che inducono a percepire come «l’ambientalità della santità costituisce un tutt’uno con la sapienza». Alla domanda perenne di significato Moretti-Costanzi risponde: la fede, per la sua persuasività segreta e immensa, può dire tutto. La fede non è problema, rischio, ipotesi, atteggiamenti lontani dalla sapienza teologale dei Padri e dottori della Chiesa più richiamati da Moretti-Costanzi – Giustino, Ireneo, i Cappadoci, Anselmo, Agostino…– e dai dottori francescani, che hanno visto fede e filosofia intimamente congiunte.
La fede è rivelazione, dona la notizia, ne dà l’annuncio. La filosofia è platonicamente una fiamma che accende intelligenza, sentimento, percezione della bellezza, nel superamento della distinzione ragione-fede, filosofia-scienza. La filosofia non può essere detta cristiana nel senso che presupponga un pensiero previo poi qualificabile come cristiano, ma è cristiana in quanto il filosofo si rende consapevole di essere assunto nella Verità. I veri sapienti sono i santi. Moretti-Costanzi richiama l’espressione di Bonaventura: Sine sanctitate non est homo sapiens.
Lontano da una teologia che riduca Dio a oggetto di analisi, Moretti-Costanzi recupera la consapevolezza agostiniana della filosofia in quanto sapere di Dio come verità, bontà, bellezza e capacità di adorarlo. Dove l’adorazione è biblicamente ascolto: «Parlare di Dio – commenta Moschini – vuol dire lasciar parlare Dio. Mettersi in dimensione uditiva e di apertura dello stesso principio critico che ci rende acustici e parlanti». Parlare di Dio è parlare in Dio «nel senso che Dio è la vera condizione della nostra sapidità di parola». Pensare è accorgersi che l’apice del pensiero è Dio. Così «ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo, se superiamo la limitazione autodecretata dalla ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza» (Ratzinger). Un’ampiezza che porta a vedere le cose nella loro realtà autentica, in una visione unitaria che Bonaventura chiama contuitus, atto dell’intelligenza come adesione al fondamento che rivela il mondo e chi lo guarda, partecipe di esso. È la conoscenza sperimentale di Dio propria dei mistici, ma offerta a tutti come possibilità alta della coscienza, quella notitia Dei che consente la vera lettura di tutte le cose, possibile solo attraverso Dio.
Significativamente un’opera di Bonaventura si intitola "Reductio artium ad theologiam": la riconduzione di tutte le conoscenze alla teologia non è opera dell’uomo, ma scoperta che tutto è finalizzato al Principio da cui ha origine. Se fosse possibile additare una sintesi del pensiero morettiano espressa dall’«opera omnia» di Teodorico Moretti-Costanzi, occorrerebbe citare La filosofia pura, dove è evidenziata la capacità teologica della filosofia. Mentre la filosofia indaga sulla realtà, la filosofia pura la testimonia. La prima si occupa di problemi, la filosofia pura li risolve. La filosofia pura ha capacità teologica. Teologia e filosofia sono solo apparentemente diverse; esprimono la modalità del pensare autentico, che ha come criterio il Principio di ogni realtà. Questa è per Moretti-Costanzi la rivelazione di Cristo redentore. Essa implica una elevazione dell’intelligenza, puro dono, che costituisce l’accesso alla risurrezione. Per giungervi, occorre essere tali da accoglierne il dono.
Emanuela Ghini
Santità e risurrezione quotidiana nello studio e nel lavoro…
Mi collego alle osservazioni di Maria del 17 aprile 2011, h.12.10. Nel secondo volume del Suo "Gesù di Nazaret", il regnante pontefice (regnante anche in alcune sezioni di questo giornale, mi pare – ma anch'io lo stimo e seguo moltissimo) affronta proprio il tema impostato da Maria. Egli dice che "la folla" che secondo il brano evangelico in commento chiese la condanna di Gesù era costituita dal "gruppo dei sostenitori di Barabba": non si sarebbe trattato, dunque, di tutto il popolo ebreo o di una sua qualificata rappresentanza, anche esterna rispetto ai detentori del potere teocratico costituito (il Sinedrio). Quanto alla presa di responsabilità della morte di Gesù da parte di "tutto il popolo", Egli osserva che è del tutto impossibile anche soltanto ipotizzare che "tutto il popolo" o una sua valida rappresentanza in senso atecnico fosse presente in quel momento, cosa quasi ovvia, e, soprattutto, che potesse avere sufficiente conoscenza dei fatti processuali e del loro svolgimento. Papa Benedetto XVI porta così a compimento il cammino di giustizia intrapreso nei confronti degli Ebrei, sulle orme della Costituzione conciliare "Nostra Aetate", 4.
Le altre considerazioni di Maria credo mantengano completamente la loro problematica validità.
Sandro Magister (nomen omen) sul sito http://www.chiesa.espressoonline così commenta il testo appena sopra riportato:
È una Settimana Santa speciale, quella di quest'anno del papa. Con una novità senza precedenti. Il Venerdì Santo, prima della liturgia nella basilica di San Pietro e della Via Crucis al Colosseo, Benedetto XVI risponderà in tv a sette domande giunte a lui da altrettanti paesi del mondo. Sette domande scelte tra migliaia. Quelle che vanno più diritte al dramma dell'esistenza umana.
La prima domanda, di una bambina giapponese, sarà sullo scandalo del male. Del male incomprensibile, come quello di un terremoto. Del male che ha sullo sfondo il mistero del dolore innocente.
Si ascolterà la risposta del papa a questa e alle altre domande.
Ma già prima papa Joseph Ratzinger è entrato nel vivo. L'ha fatto con l'udienza generale del Mercoledì Santo e con l'omelia della messa crismale della mattina del Giovedì Santo. La prima con parole spontanee, messo da parte il testo scritto. La seconda con parole scritte tutte di suo pugno, anch'esse sgorganti dal cuore.
Da questa sua doppia introduzione ai riti pasquali, più che mai si capisce come davvero per Benedetto XVI la questione di avvicinare l'uomo a Dio sia "la priorità" del suo pontificato. Quel Dio che appare lontano. Ma che in realtà è in incessante cammino alla ricerca dell'uomo smarrito.
Benedetto XVI ha citato il "Dies irae", quel canto che dalla liturgia è stato improvvidamente cancellato perché ritenuto intriso di terrore, quando invece ha tratti di una tenerezza toccante. Come quando dice:
Quaerens me, sedisti lassus,
redemisti Crucem passus:
tantus labor non sit cassus.
Che il papa ha tradotto: "Cercandomi ti sedesti stanco… Che tanto sforzo non sia vano!". E vi ha letto l'avventura di Dio "che si è incamminato verso di noi" per puro amore, e per far questo "si è fatto uomo ed è disceso fin negli abissi dell'esistenza umana, fin nella notte della morte".
Il sonno dei discepoli sul Monte degli Ulivi, mentre Gesù accetta di bere il calice della passione – ha detto Benedetto XVI nell'udienza del Mercoledì Santo – è la nostra insensibilità a Dio, da cui deriva anche la nostra insensibilità per la forza che il male ha nel mondo.
"Ricercate sempre il suo volto", ha esortato il papa, citando il salmo 105. Anche questa una costante della sua predicazione: come nel memorabile discorso di Parigi, nel 2008, sul "quaerere Deum", sulla ricerca di Dio come matrice della civiltà occidentale.
Pubblichiamo il discorso di Sua Santità Benedetto XVI pronunciato durante l'udienza del mercoledì:
Cari fratelli e sorelle, siamo ormai giunti al cuore della Settimana Santa, compimento del cammino quaresimale. Domani entreremo nel Triduo Pasquale, i tre giorni santi in cui la Chiesa fa memoria del mistero della passione, morte e rirezione di Gesù. Il Figlio di Dio, dopo essersi fatto uomo in obbedienza al Padre, divenendo in tutto simile a noi eccetto il peccato (cfr. Eb 4,15), ha accettato di compiere fino in fondo la sua volontà, di affrontare per amore nostro la passione e la croce, per farci partecipi della sua risurrezione, affinché in Lui e per Lui possiamo vivere per sempre, nella consolazione e nella pace. Vi esorto pertanto ad accogliere questo mistero di salvezza, a partecipare intensamente al Triduo pasquale, fulcro dell’intero anno liturgico e momento di particolare grazia per ogni cristiano; vi invito a cercare in questi giorni il raccoglimento e la preghiera, così da attingere più profondamente a questa sorgente di grazia. A tale proposito, in vista delle imminenti festività, ogni cristiano è invitato a celebrare il sacramento della Riconciliazione, momento di speciale adesione alla morte e risurrezione di Cristo, per poter partecipare con maggiore frutto alla Santa Pasqua. Il Giovedì Santo è il giorno in cui si fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e del sacerdozio ministeriale. In mattinata, ciascuna comunità diocesana, radunata nella Chiesa Cattedrale attorno al vescovo, celebra la Messa crismale, nella quale vengono benedetti il sacro crisma, l’olio dei catecumeni e l’olio degli infermi. A partire dal Triduo pasquale e per l’intero anno liturgico, questi oli verranno adoperati per i sacramenti del Battesimo, della Confermazione, delle ordinazioni sacerdotale ed episcopale e dell’Unzione degli infermi; in ciò si evidenzia come la salvezza, trasmessa dai segni sacramentali, scaturisca proprio dal Mistero pasquale di Cristo; infatti, noi siamo redenti con la sua morte e risurrezione e, mediante i sacramenti, attingiamo a quella medesima sorgente salvifica. Durante la Messa crismale, domani, avviene anche il rinnovo delle promesse sacerdotali. Nel mondo intero, ogni sacerdote rinnova gli impegni che si è assunto nel giorno dell’ordinazione, per essere totalmente consacrato a Cristo nell’esercizio del sacro ministero a servizio dei fratelli. Accompagniamo i nostri sacerdoti con la nostra preghiera.
Nel pomeriggio del Giovedì Santo inizia effettivamente il Triduo pasquale, con la memoria dell’Ultima Cena, nella quale Gesù istituì il memoriale della sua Pasqua, dando compimento al rito pasquale ebraico. Secondo la tradizione, ogni famiglia ebrea, radunata a mensa nella festa di Pasqua, mangia l’agnello arrostito, facendo memoria della liberazione degli israeliti dalla schiavitù d’Egitto; così nel cenacolo, consapevole della sua morte imminente, Gesù, vero Agnello pasquale, offre sé stesso per la nostra salvezza (cfr 1Cor 5,7). Pronunciando la benedizione sul pane e sul vino, Egli anticipa il sacrificio della croce e manifesta l’intenzione di perpetuare la sua presenza in mezzo ai discepoli: sotto le specie del pane e del vino, Egli si rende presente in modo reale col suo corpo donato e col suo sangue versato. Durante l’Ultima Cena, gli apostoli vengono costituiti ministri di questo sacramento di salvezza; ad essi Gesù lava i piedi (cfr Gv 13,1-25), invitandoli ad amarsi gli uni gli altri come Lui li ha amati, dando la vita per loro. Ripetendo questo gesto nella liturgia, anche noi siamo chiamati a testimoniare fattivamente l’amore del nostro Redentore.
Il Giovedì Santo, infine, si chiude con l’adorazione eucaristica, nel ricordo dell’agonia del Signore nell’orto del Getsemani. Lasciato il cenacolo, Egli si ritirò a pregare, da solo, al cospetto del Padre. In quel momento di comunione profonda, i Vangeli raccontano che Gesù sperimentò una grande angoscia, una sofferenza tale da fargli sudare sangue (cfr Mt 26,38). Nella consapevolezza della sua imminente morte in croce, Egli sente una grande angoscia e la vicinanza della morte. In questa situazione, appare anche un elemento di grande importanza per tutta la Chiesa. Gesù dice ai suoi: rimanete qui e vigilate; e questo appello alla vigilanza concerne proprio questo momento di angoscia, di minaccia, nella quale arriverà il traditore, ma concerne tutta la storia della Chiesa. È un messaggio permanente per tutti i tempi, perché la sonnolenza dei discepoli era non solo il problema di quel momento, ma è il problema di tutta la storia. La questione è in che cosa consiste questa sonnolenza, in che cosa consisterebbe la vigilanza alla quale il Signore ci invita. Direi che la sonnolenza dei discepoli lungo la storia è una certa insensibilità dell’anima per il potere del male, un’insensibilità per tutto il male del mondo. Noi non vogliamo lasciarci turbare troppo da queste cose, vogliamo dimenticarle: pensiamo che forse non sarà così grave, e dimentichiamo. E non è soltanto insensibilità per il male, mentre dovremmo vegliare per fare il bene, per lottare per la forza del bene. È insensibilità per Dio: questa è la nostra vera sonnolenza; questa insensibilità per la presenza di Dio che ci rende insensibili anche per il male. Non sentiamo Dio – ci disturberebbe – e così non sentiamo, naturalmente, anche la forza del male e rimaniamo sulla strada della nostra comodità. L’adorazione notturna del Giovedì Santo, l’essere vigili col Signore, dovrebbe essere proprio il momento per farci riflettere sulla sonnolenza dei discepoli, dei difensori di Gesù, degli apostoli, di noi, che non vediamo, non vogliamo vedere tutta la forza del male, e che non vogliamo entrare nella sua passione per il bene, per la presenza di Dio nel mondo, per l’amore del prossimo e di Dio.
Poi, il Signore comincia a pregare. I tre apostoli – Pietro, Giacomo, Giovanni – dormono, ma qualche volta si svegliano e sentono il ritornello di questa preghiera del Signore: «Non la mia volontà, ma la tua sia realizzata». Che cos’è questa mia volontà, che cos’è questa tua volontà, di cui parla il Signore? La mia volontà è «che non dovrebbe morire», che gli sia risparmiato questo calice della sofferenza: è la volontà umana, della natura umana, e Cristo sente, con tutta la consapevolezza del suo essere, la vita, l’abisso della morte, il terrore del nulla, questa minaccia della sofferenza. E Lui più di noi, che abbiamo questa naturale avversione contro la morte, questa paura naturale della morte, ancora più di noi, sente l’abisso del male. Sente, con la morte, anche tutta la sofferenza dell’umanità. Sente che tutto questo è il calice che deve bere, deve far bere a se stesso, accettare il male del mondo, tutto ciò che è terribile, l’avversione contro Dio, tutto il peccato. E possiamo capire come Gesù, con la sua anima umana, sia terrorizzato davanti a questa realtà, che percepisce in tutta la sua crudeltà: la mia volontà sarebbe non bere il calice, ma la mia volontà è subordinata alla tua volontà, alla volontà di Dio, alla volontà del Padre, che è anche la vera volontà del Figlio. E così Gesù trasforma, in questa preghiera, l’avversione naturale, l’avversione contro il calice, contro la sua missione di morire per noi; trasforma questa sua volontà naturale in volontà di Dio, in un «sì» alla volontà di Dio. L’uomo di per sé è tentato di opporsi alla volontà di Dio, di avere l’intenzione di seguire la propria volontà, di sentirsi libero solo se è autonomo; oppone la propria autonomia contro l’eteronomia di seguire la volontà di Dio. Questo è tutto il dramma dell’umanità. Ma in verità questa autonomia è sbagliata e questo entrare nella volontà di Dio non è un’opposizione a sé, non è una schiavitù che violenta la mia volontà, ma è entrare nella verità e nell’amore, nel bene. E Gesù tira la nostra volontà, che si oppone alla volontà di Dio, che cerca l’autonomia, tira questa nostra volontà in alto, verso la volontà di Dio. Questo è il dramma della nostra redenzione, che Gesù tira in alto la nostra volontà, tutta la nostra avversione contro la volontà di Dio e la nostra avversione contro la morte e il peccato, e la unisce con la volontà del Padre: «Non la mia volontà ma la tua ». In questa trasformazione del «no» in «sì», in questo inserimento della volontà creaturale nella volontà del Padre, Egli trasforma l’umanità e ci redime. E ci invita a entrare in questo suo movimento: uscire dal nostro «no» ed entrare nel «sì» del Figlio. La mia volontà c’è, ma decisiva è la volontà del Padre, perché questa è la verità e l’amore.
Un ulteriore elemento di questa preghiera mi sembra importante. I tre testimoni hanno conservato – come appare nella Sacra Scrittura – la parola ebraica o aramaica con la quale il Signore ha parlato al Padre, lo ha chiamato: «Abbà», padre. Ma questa formula, «Abbà», è una forma familiare del termine padre, una forma che si usa solo in famiglia, che non si è mai usata nei confronti di Dio. Qui vediamo nell’intimo di Gesù come parla in famiglia, parla veramente come Figlio col Padre. Vediamo il mistero trinitario: il Figlio che parla col Padre e redime l’umanità.
Ancora un’osservazione. La Lettera agli Ebrei ci ha dato una profonda interpretazione di questa preghiera del Signore, di questo dramma del Getsemani. Dice: queste lacrime di Gesù, questa preghiera, queste grida di Gesù, questa angoscia, tutto questo non è semplicemente una concessione alla debolezza della carne, come si potrebbe dire. Proprio così realizza l’incarico del Sommo Sacerdote, perché il Sommo Sacerdote deve portare l’essere umano, con tutti i suoi problemi e le sofferenze, all’altezza di Dio. E la Lettera agli Ebrei dice: con tutte queste grida, lacrime, sofferenze, preghiere, il Signore ha portato la nostra realtà a Dio (cfr Eb 5,7ss). E usa questa parola greca « prosferein », che è il termine tecnico per quanto deve fare il Sommo Sacerdote per offrire, per portare in alto le sue mani.
Proprio in questo dramma del Getsemani, dove sembra che la forza di Dio non sia più presente, Gesù realizza la funzione del Sommo Sacerdote. E dice inoltre che in questo atto di obbedienza, cioè di conformazione della volontà naturale umana alla volontà di Dio, viene perfezionato come sacerdote. E usa di nuovo la parola tecnica per ordinare sacerdote. Proprio così diventa realmente il Sommo Sacerdote dell’umanità e apre così il cielo e la porta alla risurrezione. Se riflettiamo su questo dramma del Getsemani, possiamo anche vedere il grande contrasto tra Gesù con la sua angoscia, con la sua sofferenza, in confronto con il grande filosofo Socrate, che rimane pacifico, senza perturbazione davanti alla morte. E sembra questo l’ideale. Possiamo ammirare questo filosofo, ma la missione di Gesù era un’altra. La sua missione non era questa totale indifferenza e libertà; la sua missione era portare in sé tutta la nostra sofferenza, tutto il dramma umano. E perciò proprio questa umiliazione del Getsemani è essenziale per la missione dell’UomoDio. Egli porta in sé la nostra sofferenza, la nostra povertà, e la trasforma secondo la volontà di Dio. E così apre le porte del cielo, apre il cielo: questa tenda del Santissimo, che finora l’uomo ha chiuso contro Dio, è aperta per questa sua sofferenza e obbedienza. Queste alcune osservazioni per il Giovedì Santo, per la nostra celebrazione della notte del Giovedì Santo.
Il Venerdì Santo faremo memoria della passione e della morte del Signore; adoreremo Cristo Crocifisso, parteciperemo alle sue sofferenze con la penitenza e il digiuno. Volgendo «lo sguardo a colui che hanno trafitto» (cfr. Gv 19,37), potremo attingere dal suo cuore squarciato che effonde sangue ed acqua come da una sorgente; da quel cuore da cui scaturisce l’amore di Dio per ogni uomo riceviamo il suo Spirito. Accompagnamo quindi nel Venerdì Santo anche noi Gesù che sale il Calvario, lasciamoci guidare da Lui fino alla croce, riceviamo l’offerta del suo corpo immolato. Infine, nella notte del Sabato Santo, celebreremo la solenne veglia pasquale, nella quale ci è annunciata la risurrezione di Cristo, la sua vittoria definitiva sulla morte che ci interpella ad essere in Lui uomini nuovi. Partecipando a questa santa Veglia, la Notte centrale di tutto l’Anno Liturgico, faremo memoria del nostro Battesimo, nel quale anche noi siamo stati sepolti con Cristo, per poter con Lui risorgere e partecipare al banchetto del cielo (cfr Ap 19,7-9). Cari amici, abbiamo cercato di comprendere lo stato d’animo con cui Gesù ha vissuto il momento della prova estrema, per cogliere ciò che orientava il suo agire. Il criterio che ha guidato ogni scelta di Gesù durante tutta la sua vita è stata la ferma volontà di amare il Padre, di essere uno col Padre, e di essergli fedele; questa decisione di corrispondere al suo amore lo ha spinto ad abbracciare, in ogni singola circostanza, il progetto del Padre, a fare proprio il disegno di amore affidatogli di ricapitolare ogni cosa in Lui, per ricondurre a Lui ogni cosa. Nel rivivere il santo Triduo, disponiamoci ad accogliere anche noi nella nostra vita la volontà di Dio, consapevoli che nella volontà di Dio, anche se appare dura, in contrasto con le nostre intenzioni, si trova il nostro vero bene, la via della vita. La Vergine Madre ci guidi in questo itinerario, e ci ottenga dal suo Figlio divino la grazia di poter spendere la nostra vita per amore di Gesù, nel servizio dei fratelli. Grazie.
Grazie, "nuziale" Kamelia. Così come Gesù, Dio egli stesso, si è abbassato ad abbracciare l'umanità, soffrendo insieme all'uomo, è profondamente cristiano, anche inconsciamente, "abbassarsi" verso chi soffre, abbracciandolo con tenerezza, qualunque sia la sofferenza che mostra: del corpo come dello spirito, dell'anima come dell'intelligenza… disagi e ignoranze culturali compresi.
Riprendo i commenti al Vangelo di domenica l'altra da parte di Maria e Cristoforo: passione è senza dubbio la fatica che molte famiglie affrontano nell'assistere, non coadiuvate, i loro anziani, visti invece come formidabile ricchezza da accompagnare alla fine naturale, sperando che essa sia più lontana possibile. Ma la voce flebile e dolorosa dei nostri anziani è vita, il faticoso impegno dei familiari è vita, quella vita che il Signore ha riscattato a nuova dignità sulla croce, croce di speranza per chi soffre e per chi assiste. Croce di risurrezione. Croce di santità.
Riprendo il tema già impostato da Nosari: per corrispondere all'amore di Dio serve un segno della nostra volontà d'esser santi. Se guardiamo a quello che sentiamo e ricaviamo dai media, c'è da chiedersi come ciò sia possibile. La nostra Ihssane, per esempio, giovane bergamasca del Magreb, come pensiamo possa reagire di fronte a un ludibrio come quello che viene costantemente rappresentato? C'è da congratularsi con lei perchè, invece di rassegnarsi o abbattersi, studia e lavora. In quanto non sarebbe incomprensibile e facilmente opponibile una domanda dubbiosa al riguardo da parte sua: per cosa, perché dovrei farlo? Con quali prospettive e speranze, specie per me che porto sul mio bel viso il tratto distintivo del mio popolo? Il lavoro non c’è, a meno che tu non trovi chi ti raccomandi; e quand’anche, sarai un precario per sempre, e scordati, con quest’aria che tira, di poterti costruire una casa, una famiglia – ammesso che davvero poi tu voglia mettere al mondo dei figli in un mondo come questo.
Invece, mentre lo sguardo di Ihssane ci fissa, fiero e gentile, dalla sua fotografia, in noi, occidentali, sembra cambiato lo sguardo. Sembra caduta la tensione di una speranza, di un voler continuare, di un credere che la nostra fatica non finisce nel nulla.
È un inconsapevole nichilismo che ci ha contagiati, e che i figli respirano in noi, come ben suggerisce Marina Corradi.
In questo orizzonte, però, c’è almeno una voce forte che si leva.
È quel vecchio vestito di bianco che ogni domenica parla da San Pietro; e che l’altro giorno ha concluso una lezione sulla santità aggiungendo, a braccio, poche appassionate parole. Dopo avere evocato Agostino («Viva sarà la mia vita piena di Te») e spiegato che c’è una santità umile, nascosta, cui tutti i credenti sono chiamati, ha allontanato il testo e come dal cuore ha esortato a non aver paura a tendere verso l’alto, a «essere come tessere» nel grande mosaico che Dio va creando nella storia (vedi editoriale di Avvenire di ieri).
Chi, oggi, parla in questo modo, con la certezza ferrea di un disegno buono sulla nostra vita, più grande di ogni avversità? Così come domenica scorsa, all’Angelus, dicendo del muro della morte che tutti abbiamo davanti, Benedetto XVI aveva concluso indicando «una nuova terra, finalmente ricongiunta con il cielo di Dio», che ci attende. Chi parla oggi così della morte, chi osa una simile sfrontata speranza?
Nel cinismo, nella noia, nella disillusione che marcano il nostro tempo e i titoli dei giornali, una voce caparbiamente ci ricorda che, eppure, non è vero; eppure anche oggi siamo fatti per vivere e sperare e continuare nei figli, per essere «tessere di mosaico» in una storia che non sfocia nel nulla.
Che siamo chiamati addirittura a una felicità – giacché la santità evocata dal Papa non è il prodotto di un buonismo doverista, ma un vivere in Cristo che allarga il cuore e il respiro –, l’opposto della cinica rassegnata tristezza a cui ci vogliono destinati. Così che se anche io non fossi credente, ma avessi dei figli e naturalmente li amassi, oggi, credo, direi loro di tendere l’orecchio a ciò che dice quel vecchio vestito di bianco. Di stare ad ascoltare, attenti a cogliere qualcosa che raramente altrove si trova: la fedeltà al proprio umano desiderio, e la speranza. Una sfrontata speranza tesa come un filo nei millenni, tra i nostri mille dolori; quella speranza che, fra invasioni barbariche, e pesti, e guerre, tuttavia ha costruito la nostra storia.
Una storia fondata da Chi ci ha amati fino a morire per noi, e che ci chiama alla risurrezione, uno per uno.
A commento di quanto stavamo trattando, inserisco, come mio costume, un illuminante "pezzo" del grande Mons. Ravasi, dal Mattutino di ieri sul quotidiano Avvenire.
Non solo il brano è interessante in sé, ma credo attiri l'attenzione del caro Aristide for President, amante del bel cinema, come mi è parso di capire:
DIO E IL MALE di GIANFRANCO RAVASI
"Anche gli dèi sono impotenti davanti alla follia degli uomini, che cercano la sofferenza invece della gioia e continuano a ripetere sempre gli stessi errori".
Siamo nel Giappone del Cinquecento e due fratelli, animati da odio smisurato e invincibile, si combattono senza tregua con una sete di vendetta implacabile. È questo il cuore di un grandioso e terribile film, Ran , diretto nel 1986 dal famoso regista giapponese Akira Kurosawa (1910-1998), un film che rappresenta impietosamente la follia umana, attingendo quasi alla tragedia greca e al dramma shakespeariano. È dalla sua sceneggiatura che estraiamo la citazione dedicata appunto all’assurdità del comportamento umano, capace di tante crudeltà e generatore di tante infelicità. Nel suo Mistero dei Santi Innocenti il poeta francese Péguy metteva in bocca a Dio questo amaro soliloquio: «Gli uomini preparavano tali mostruosità che io stesso, Dio, ne fui spaventato. Non ne potevo quasi sopportare l’idea. Ho dovuto perdere la pazienza, eppure io sono paziente perché eterno».
Mentre entriamo nella settimana della passione e della morte di Cristo, il flusso delle violenze e delle ingiustizie continua a scorrere per le strade, a coprire le pagine dei giornali, a scivolare lentamente nelle scuole col bullismo, a varcare le soglie dei templi con le persecuzioni religiose, a insinuarsi nelle famiglie e a inquinare le anime. Dio rispetta la libertà umana, pur non abbandonandoci alla nostra degenerazione e non rimanendo indifferente al male che disseminiamo. È, quindi, necessario un appello alla nostra coscienza perché non si lasci catturare dalla spirale dell’odio, perché stia sempre in guardia contro questo virus che, in dosi forse ancor minime, è però insediato anche in chi oggi celebrerà la passione del Signore.
Mi intriga parlare di tradimento: chi ha tradito Gesù? Meglio, quanti lo hanno tradito? E in quali diverse forme?. Perchè, se esaminiamo con attenzione il brano della Passione, vi troviamo diverse forme di tradimento, da quella ipotizzata da tutti gli apostoli (sarò io il traditore?), a quella di Pietro, dettata dalla paura, a quella di Giuda dettata da superba ideologia. Non sarebbe utile sviluppare la figura del "tradimento" rapportandola ai giorni nostri, magari applicandola in modo esemplificativo a casi concreti? Don Goffredo, tocca a Lei!
Nell'umiliazione di Gesù un ruolo fondamentale l'ha avuto Giuda. Ultimamente si è detto molto a favore di Giuda, quasi fosse uno strumento in certo senso necessario, quindi, sostanzialmente passivo della Provvidenziale salvezza operata dal Cristo, mentre Gesù stesso di lui dice che sarebbe stato meglio che non fosse mai nato.
Penso, ma vorrei il conforto di Don Goffredo, che il cassiere moralista del gruppo di Apostoli (il denaro entra sempre nei crimini più bestiali) sia largamente comparabile ai moltissimi portatori dell'amoralità odierna, laddove "tutto", "tutto" nel suo significato più deteriore, ha un prezzo, anche Colui che Giuda sa, o almeno ha intuito, essere il Figlio di Dio. E' il tradimento più bestiale, il peccato più tremendo, perché nega completamente, insieme all'uomo, Dio stesso. Che, poi, Dio sappia trarre il più grande bene dal massimo male, è un altro paio di manivche.
E' lui, Giuda, il modernissimo antesignano di coloro che oggi si autoproclamano dèi di se stessi (vedi l'articolo "Sandro Magister… in http://www.Bergamo.info/cultura cristiana/), quindi, quando ne hanno il potere, divengono feroci oppressori degli altri. Mi intrigherebbe che questo aspetto della figura di Giuda venisse maggiormente vagliato e rapportato alla realtà odierna, estendendo adeguatamente il concetto di "tradimento".
Un motivo di riflessione credo consista nel comportamento del popolo, tanto beneficato dal Signore durante la Sua missione: è popolo quello che condanna Gesù oppure è folla, oppure è massa?. Non credo siano domande indifferenti. E' certo che quell'insieme di persone, da qualificare, è infido, sempre infido, tanto più quando dominato dal potere. Lo diviene meno quando deve condividere responsabilità collettive. Pensiamoci sopra, soprattutto nell'attuale sostanziale crisi della rappresentanza politica, concepita come delega e affidata a politicanti da strapazzo e ad organizzazioni che appaiono come strutture aventi scopi tutt'altro che politici, nel senso proprio del termine.
Francesco Nosari ci ricorda che risorgeremo alla fine dei tempi e ci invita a risorgere ora, qui, adesso. Secondo me c'è un errore, un dettaglio non da poco che gli è sfuggito: alla fine dei tempi risorgeremo con tutto il nostro corpo, trasformato, trasfigurato, santificato dalla Grazia di Dio, mentre ora possiamo cercar di risorgere nello spirito. Soltanto questa è la faticosa e continua risurrezione di cui l'Autore parlava anche nel suo commento al brano evangelico di domenica scorsa, mentre l'altra, la definitiva, è quella che dà senso alla vita, al nostro faticare, soffrire, amare.
Credo che uno dei perni della Passione secondo Matteo stia nella contrapposizione fra il Tempio di Gerusalemme, cuore del potere teocratico, il cui velo viene squarciato al momento della morte del Cristo, e il Tempio d'amore eterno che è la persona di Gesù: dice Don Goffredo che il Suo "nome, che è al di sopra di ogni altro, è la realtà stessa di Dio che si manifesta. Quindi Gesù viene collocato nella dignità divina. La Chiesa è chiamata a confessare tale dignità “nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra”. E aggiunge: "la storia umana fin da Adamo ha conosciuto la tendenza contraria a quella di Gesù: Adamo ha voluto innalzarsi per diventare come Dio, cadendo nella superbia, da cui ha origine ogni male". Proprio questa contrapposizione fra potere terreno e riconoscimento della superiore divinità costituisce anche e soprattutto il problema dell'uomo moderno: crediamo di essere dèi per qualche scoperta scientifica che, per quanto strabiliante sia, è un nulla rispetto alla grandiosità del creato, e con questo nulla in mano pensiamo di innalzarci per diventare dèi, cadendo nella superbia, origine di ogni male, al punto che oggi nel linguaggio e nei comportamenti comuni cerchiamo di trasformare in diritti anche i più stupidi desideri. L'esortazione, pertanto, è quella di ritornare a cercare l'incontro con Gesù, Dio vivente perchè risorto, con la Sua Parola, chiara e netta, abbandonando la faticosa via che conduce soltanto verso la cima della Torre di Bàbel.
Dopo aver letto queste meravigliose parole provo una sensazione bellissima nel non voler avventurarmi in commenti ma nel lasciarmi trasportare dalle sensazioni e dalle emozioni che ho sentito dentro.
Del resto per tendere verso l'Alto, per poter percorrere il cammino di santificazione e per trasformarci è necessario anche sapersi abbandonare all'energia e alla forza dell'Amore affinchè questa possa agire facendoci rinascere.
Carissimo amico Franz, grazie "all'elisir" che ci hai proposto credo che da oggi il "tuo" amatissimo Benedetto XVI sia anche un pò "mio".
Per alcune ore è stato pubblicato, anziché il brano tratto dalla lettera di Paolo ai Filippesi (2, 5-11), quello tratto dalla lettera agli Efesini (2, 1-13). Si è trattato di un ripetuto errore di clic, non adeguatamente controllato, generato dalla vicinanza elettronica dei testi sul sito vaticano. Me ne scuso personalmente coi lettori e con Don Goffredo. Francesco.