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30 Comments

  1. 1

    Antonio il terrone

    Il primo commento al brano evangelico mi ricorda un pranzo a base di arrosticini a Fara Filiorum Petri, là dove mi venne spiegato il contadinesco genere tragicomico teatrale detto pinoquartesco, tipico del meridione bergamasco (mi sento un po' più a casa). Mancano solo i silenzi, i "non ricordo" e i "non so" del protagonista principale, e la sovrapposizione sarebbe totale, perfetta. Sotto l'aspetto culturale, sarebbe interessante vedere come e in che modo si declinino le impersonificazioni demoniache del mondo contadino man mano che si scende lungo lo stivale, e come e quanto esse possano essere rapportate, aderiscano o si discostino dai comportamenti tenuti da Satana nei confronti di Gesù. Il grande Don Goffredo Zanchi, illustre storico, potrebbe illuminarci al riguardo?

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  2. 2

    Nello

    Il mio è il campo commerciale: per me, per il mio lavoro, esiste l'interesse della grande distribuzione. Per me, "tentare" il potenziale acquirente, anche di acquistare ciò che non gli serve, è un dovere, è lavoro. Per me il cliente ideale è colui che pensa il meno possibile, ricorda, immagina e aspetta il meno possibile: prende subito quello che c’è e basta. Vive il momento. E così fa vivere la grande distribuzione, che a propria volta vive del momento.

    Tutto questo è basato sul fatto che la gente va a istinto, non fa altro che sentire, e lo confonde col pensare, come diceva Mark Twain. Il pensare è sempre più anchilosato, il ricordare è spento, l’immaginare è rattrappito, l’attesa è dissolta. Tutte queste attività alte che costituivano una sorgente di vitalità per la ricerca umana e spirituale sono state abbandonate come relitti inutili. Troppe persone ai nostri giorni sono ferme in quell’incrocio tra passato e futuro che è il 'momento', un presente grigio e statico, radicalmente diverso da quell’ «istante» perfetto, sintesi di infinito e finito, a cui il Faust di Goethe aspirava come a uno stato di pienezza 'puntuale', ossia eterna e traboccante. No, ora ci si accontenta di quel che è lì davanti, lo si afferra, ci si nutre e ci si rimette seduti ai bordi del fiume del tempo e della storia.

    La grande distribuzione, coi suoi templi, ne è la pratica conferma, quasi religiosa, dove il tempo scorre senza che ci si accorga, senza che ne venga percepito il fluire, facendo venir meno la coscienza stessa della relazione spazio-temporale. Teniamo conto che in questo stile di vita, in questo ripiegamento "religioso" avulso dal tempo che si vive, si evitano le illusioni delle ideologie o la retorica del progresso, ed è un grande vantaggio dopo le tragedie del secolo scorso: ma alla fine si viene condannati solo a 'sentire', a essere ricettori di segnali indistinti, interni ed esterni, a essere mezzi, e non più a pensare; si viene condannati a ignorare e non più a ricordare, a raggelare la fantasia e non più a sognare, a rassegnarsi e non più a sperare.

    Io, attivo protagonista di tutto questo disegno/effetto, sono un diavolo tentatore? Perché dovrebbe essere male quel che faccio? E se lo fosse, come potrebbe convertirsi in bene? Potrò comunque confidare nella misericordia divina? C'è misericordia per chi, volontariamente o no, è "demonio" in questa vita, anche se non si sente affatto tale? Anche se sa di poterlo essere? Posso permettermi di essere men che pinoquartesco, cioè, invece di commettere il male, liberamente e senza controllo, nascondendomi dietro presunte necessità, affrontarlo a viso aperto, assumendomene le conseguenti responsabilità, anche se irrimediabili?

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  3. 3

    Aristide

    Trovo l’intervento di Nello interessante e commovente: non nel senso sentimentale, molle e deteriore della parola “commovente”; tutto il contrario, lo trovo commovente nell’accezione forte di questa parola, perché chiama a raccolta quanto vi è di nobile nel sentire degli uomini, degno di essere chiamato umano. Cioè Nello, che è un uomo d’azienda, ci esprime la sua nostalgia per una concezione umanistica (“humani nihil a me alienum puto”), per cui l’uomo è fine e non mezzo di una volontà di potenza individuale o aziendale.

    In buona sostanza Nello afferma di essere – e di sentirsi – un pubblicano del nostro secolo. Nel Vangelo i pubblicani sono i funzionari del governo di occupazione romano: esigono le tasse dal popolo, lo vessano, lo impoveriscono. Eppure Matteo era stato un pubblicano, ma cessò di essere tale. Inoltre nel Vangelo di San Luca leggiamo del fariseo e del pubblicano che salirono al tempio per pregare. Il fariseo non cessò di fare lo sbruffone, neanche nel tempio: si riteneva superiore perché era un’anima bella, lui. «Il pubblicano invece si teneva indietro e non osava neppure alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto pregando: “O Dio, abbi pietà di me peccatore!”». Gesù dice che il pubblicano e non il fariseo tornò a casa sua giustificato, perché «chi si esalta sarà umiliato mentre chi si umilia sarà esaltato».

    Anche Nello, a suo modo, impoverisce gli uomini, perlomeno finché lavora nella grande distribuzione. Lo dice lui stesso. Li impoverisce non soltanto del peculio, ma anche dei valori: quelli faticosamente accumulati nel cammino secolare della civiltà occidentale, greco-romana e cristiana, oggi frettolosamente sostituiti dagli allettamenti della società dei consumi e dalle lucette della società dello spettacolo. Non ultimi, dai disvalori dell’etica protestante del capitalismo, per cui ogni mezza calzetta fanatizzata da qualche miserabile corso di formazione aziendale pretenderebbe di imporre la sua “determinazione” (che Dio la stramaledica!) al conseguimento di un successo sudaticcio, a costo di “vendere la propria madre a un nano”, come sentiamo in una bella canzone di De Andrè. Nello non si fa illusioni, sa di essere l’ingranaggio di un meccanismo, tuttavia non sfugge alle proprie responsabilità. Non fa l’anima bella, come quelli che ogni tanto firmano un manifesto progressista (“se pubblicano la mia firma, ci faccio anche bella figura”) e così si mettono l’anima in pace. Nello non sfugge al principio di responsabilità individuale, non si nasconde dietro il dito del giustificazionismo sociologico. Nello sa che i valori devono essere vissuti e non soltanto fabulati. Oppure è meglio tacere.

    Nello si sente un peccatore. Ma io dico, se non ho capito male la lezione della storia, che soprattutto dai peccatori possiamo aspettarci gran bene per tutti: naturalmente, ognuno secondo le proprie possibilità. Peccatore fu Agostino («sed adhuc tenaciter alligabar ex femina», scrive nelle ‘Confessioni’), peccatore e superbo fu fra Cristoforo nei “Promessi sposi” prima di essere fra Cristoforo, peccatore fu Rodrigo Mendoza nel film “Mission”: dapprima mercante di schiavi, quindi nemico degli schiavisti, gran difensore dell’umanità degli indios Guaranì. Ma gli esempi non finirebbero mai.

    Ma noi che non siamo stati grandi nemmeno nel peccato, noi che siamo semplici peccatori, che cosa possiamo fare di buono? Calma e gesso: anche noi possiamo fare del bene, nel nostro piccolo. È sufficiente porgere l’orecchio alla parte migliore di noi stessi, basta strappare la maschera alle lusinghe del potere (così torno in pieno dell’argomento di questo Vangelo settimanale). Il che non significa che abbiamo cessato di essere peccatori. Ma se operiamo una rottura, una rottura vera, irreversibile, con la mistica del potere, avremmo cessato di essere farisei. Dunque, siamo già a metà del guado. Senza contare che saranno gli stessi farisei a indicarci – pur senza volerlo – la strada del bene. I farisei non ti perdonano, se tu li tradisci, come del resto meritano. Se tu sei contro i farisei, saranno loro stessi a ricordarti, ogni giorno, che tu non sei più dei loro. Il che è condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per poter dire di essere tornati a essere uomini.

    Io non ho avuto ragione di pentirmi, da che ho voltato le spalle ai farisei. Benvenuto dunque, Nello, nel novero dei traditori degli dèi falsi e bugiardi. E poiché tu sei stato un esperto della grande distribuzione, noi tutti ci aspettiamo una mano da parte tua, nello smascherare i lenocinii della grande distribuzione.

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  4. 4

    angelo

    Il diavolo ha portato Gesù in cima al pinnacolo del tempio, nel luogo più alto, nel luogo da cui gli altri uomini paiono piccini, formichine da schiacciare. Il senso di potenza dato da una prospettiva sbagliata e pericolosa può generare mostri… e così il male diventa usuale, persin banale. Oggi la stessa cosa, il tragico errore di prospettiva, non avviene più in luoghi elevati, anche in senso figurato, ma nelle bolge infernali delle assemblee cosiddette democratiche: il demonio vi abita, parecchie persone di scarso ingegno ma di gomiti larghi vi dimorano, la banalità del male è pronta a riattivarsi. Sempre che non si fermi preventivamente in cima ai pali della luce. E sarebbe vera tragedia… banale tragedia.

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  5. 5

    Aristide

    Chiarisco perché, cessando di essere pubblicani, voltiamo di fatto le spalle ai farisei. Il punto è che farisei e pubblicani fanno parte di uno stesso sistema di potere. Con la differenza che le danze sono guidate dai farisei, i quali hanno bisogno dei pubblicani per proclamare la propria presunta superiorità morale (e antropologica, come anche si dice, e Dio solo sa perché).

    E se è vero, come afferma Eraclito, che Polemos, cioè la guerra, è il padre di tutte le cose, ebbene, la guerra – quella vera – non è tra farisei e pubblicani, ma tra “uomini e no”.

    Fuori di metafora, la guerra è la dialettica degli opposti. In particolare la guerra, così stando le cose, vede farisei e pubblicani schierati in un fronte unico contro gli uomini veri. D’altra parte, la guerra non cessa di essere tale quando ci si limita a subirla. Ma allora, non è meglio prendere atto delle cose come stanno? Non è meglio, cioè, prendere le armi? Spero di non essere frainteso: questa non è una guerra politica, semmai la politica pretende di mascherare la causa del contendere con paludamenti pretestuosi. Cioè, la politica ha un ruolo ancillare.

    È pur vero, tuttavia, che nella foga dello scontro politico i contendenti qualche volta perdono la maschera, il che ci dà agio di capire come stanno le cose. Com’è noto a chi abbia avuto la sventura di aggirarsi negli ambulacri della politichetta, i farisei affettano una visione superiore delle cose e, in conseguenza, trasudano una ben simulata indignazione contro i pubblicani, in questo caso contro i politici “territoriali”. I farisei dicono “noi siamo la società civile”, come se la società cosiddetta civile (non lo dico soltanto io: così si è espresso la settimana scorsa anche Cacciari) non fosse peggiore della società dei politici di professione. O, quanto meno, non è migliore. Intanto farisei e pubblicani sono indaffarati, insieme, quando credono di non essere visti, a tenere i coperchi sopra le pentole. Il che avviene a danno e scorno degli uomini veri.

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  6. 6

    Nello

    Eminente Aristide, introducendomi di soppiatto fra le pagine di questo giornale d'opinione sapevo, cosa che molti non sanno (e quelli che lo sanno, fanno finta di non sapere, anche per timore) di incontrare un nucleo di fortissima cultura cristiana mitteleuropea, di matrice cattolica e pure largamente ecclesiastica, che fa riferimento, non soltanto ideale, all'attuale Pontefice.

    Eminenza (perché è così, vero?), Lei mi ha chiarito l'aspetto fondamentale dell'essere publicano, e ne vado ora consapevole e in un certo senso dolorosamente orgoglioso e ulteriormente responsabilizzato. Ma quel che più mi impressiona, peraltro posto in rilievo dalla Sua precisazione di oggi, un'ora scarsa fa, è il fatto che, mentre all'epoca il publicano era odiato dal popolo, puntato a dito dai vessati, e "usato" in tal senso dai farisei, oggi è ammirato, quasi idolatrato da coloro che sfrutta e opprime. Io stesso, con tutti i miei dubbi, debbo resistere anche a tale idolatria, cui segue quasi sempre, in varie modalità, il tentativo di corruzione, materiale o morale: quel che mi pare di scoprire di nuovo ai tempi nostri è l'anestetizzazione delle coscienze, che non possono più essere "morse", onde, scomparendo il rimorso, il rossore dal viso, scompare anche il peccato. Non c'è più. Lei, che credo essere grande uomo di Chiesa, può illuminarmi al riguardo? Sa, credo che certe perversioni, anche sessuali, abbiano qui la loro matrice… bunga-bunga compreso, fatto passare, forse con "onesta" convinzione, pensi cosa Le dico, come lecitissimo e allegramente contagioso stile di vita. Il dramma pinoquartesco, in origine bassamente e diabolicamente contadino, è giunto ai vertici dello Stato… E in periferia, dove è nato, come si è sviluppato? Anche in tal senso non mi stupisce affatto la ramificazione mafiosa certificata (in grave ritardo) pure dalle nostre parti.

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  7. 7

    Aristide

    Caro Nello, sono d’accordo con tutto quel che lei scrive, come pure – ovviamente – concordo con la sua dissimulazione onesta, che con parola greca, ora italiana, si dice ironia. Dissento su un punto soltanto, laddove lei ritiene peculiare di questa epoca l’idolatria per i portatori – sani e insani – del male che la caratterizza (la struttura dell’agente patogeno è mutevole, purtroppo: perciò è difficile debellarlo), come pure l’acquiescenza all’anestetizzazione delle coscienze.

    In realtà, secondo me, queste sono cose riscontrabili in tutti i tempi. Perciò nel sito Testitrahus (www.testitrahus.it), che ha l’ambizione di essere un sito di politica, cultura e resistenza all’idiozia, in particolare all’idiozia della politichetta, ho ritenuto opportuno presentare un film cèco, che analizza un episodio avvenuto nel Protettorato di Boemia e Moravia nel 1942, sotto l’occupazione tedesca, alla luce dell’insegnamento di Seneca e Tacito. Insomma, la storia si ripete. (Si veda nel sito la pagina intitolata “Il principio superiore”.)

    Se posso aggiungere io stesso una citazione di Tacito, ricorderò che lo storico romano parlando apparentemente di Nerone, in realtà prendendo la parola sul proprio tempo, affermava come fosse «difficile conservare il senso dell’onore con oneste occupazioni. Tra coloro, invece, che gareggiano nell’immergersi nei vizi, è molto più difficile sentire pudore, moderazione, un minimo soltanto di retto costume». Di che dunque dobbiamo meravigliarci? Per parte mia, preferisco prendere un caffè con un rapinatore, piuttosto che con uno che lavora nel campo delle pubbliche relazioni.

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  8. 8

    tommaso

    Siccome, in quel di Curno, i giorni di Satana sono contati, egli ne approfitta più che può e, in modo assolutamente letterale, "si scatena".

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  9. 9

    suor robertina

    Nella seconda lettera ai Tessalonicesi san Paolo definisce ciò che ritarda lo "scatenamento di satana" come un "katéchon", vale a dire come ciò che "contiene" l'apocalisse, nel doppio senso della parola rilevato da Jean Pierre Dupuy: racchiudere in se stessi e trattenere entro certi limiti.

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  10. 10

    agostino

    Caro Tommaso, direi però che il tuo intervento necessita di una doverosa premessa (senza offesa, per carità, siamo amici, non litighiamo): direi appunto che il Demone (più che Satana), in quel di Curno, non può più scacciare se stesso, o che non può più "incatenarsi", il che in fondo equivale a dire la stessa cosa. Si capisce pertanto (e finalmente) che il Demone ha i giorni contati, per cui ne approffitta più che può e "si scatena".

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  11. 11

    tommaso

    Sì, certo, Agostino: Satana (ovvero il D.) non può più allontanare i suoi stessi disordini da se stesso; Satana non può più scacciare Satana. Non bisogna però concludere che gli uomini (di Curno) possano sbarazzarsi subito del loro Signorotto attualmente decaduto.

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  12. 12

    zio nunzio

    Nel Vangelo di Luca Cristo vede Satana "cadere dal cielo come la folgore".

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  13. 13

    Nello

    Non ho ben capito: si parla di Curno, e la cosa potrebbe anche riguardarmi. In effetti, per bilanciamento di concorrenza con altri Centri, è stata chiesta l'apertura domenicale del locale Centro Commerciale e degli esercizi che gli stanno intorno al di fuori della stretta previsione normativa. Satana? Non so. Direi che le risposte di Aristide (Mons.?) possono al riguardo apparire problematiche. Se, invece, Satana sta altrove, e non è certamente quel brav'uomo del parroco, allora la cosa si fa più interessante: può una persona o un gruppo di persone detenere un potere immorale su un'intera popolazione? Possono coalizzarsi più gruppi di persone per tale scopo? E l'autodeterminazione di questa popolazione che fine fa? Può un'intensa presenza commerciale distogliere un'intera popolazione da un minimo di coesione sociale, facendole perdere qualunque senso di bene comune, guardando soltanto a interessi di bottega? E la politica, che ruolo ha in tutto questo? Può una politica soltanto locale occuparsi di un fenomeno che sicuramente travalica i ristretti limiti comunali? E la consolidata conduzione amministrativa che ruolo ha o ha avuto? Come può essa opporsi a ciò che è "satanicamente" usuale da altre parti? Beh, non pensavo di discuterne di domenica su questo sito, ma, sorprendentemente, mi va bene anche così. Straordinario!

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  14. 14

    Aristide

    Ehm, riguardo al Satana curnense, attenzione alle patacche. Colui che tentava Gesù nel deserto era un diábolos (se vogliamo usare la voce greca), cioè un calunniatore, detto anche Satana (se preferiamo la voce semitica). Una cosa seria, perché è il principio del male: il quale esiste, con buona pace di Jean-Jacques Rousseau.

    Tutt’altro discorso andrebbe fatto per Satanasso, il principe delle tenebre del quale si compiacciono alcuni esoterici sconsiderati (un fenomeno di tutti i tempi), per noia o perché sperano di raggiungere una qualche forma di miserabile potere sulle cose e sugli uomini. Questo Satanasso non esiste o – meglio – esiste soltanto nell’animo devastato di chi gli tributa il culto.

    Quanto al Satana curnense, escludo che un centro commerciale o anche un uomo in carne e ossa possano essere confrontati con il diavolo delle tentazioni nel deserto (che esiste) o con il Satanasso dei superstiziosi (che non esiste). Se a Curno c’è qualcuno che ambisce a essere Satana, il nostro primo dovere è ridimensionarlo al ruolo di miles gloriosus oppure – restando nell’ambito del teatro comico romano – a quello di Maccus, antesignano di Pulcinella. È vero, ad alcuni uomini, appartenenti alla schiera della perduta gente, piace sentirsi “formidabili”, cioè incuterci paura. Ma noi abbiamo il dovere di non dar loro questa soddisfazione.

    Questi ometti aspiranti a un ruolo satanico fanno come certi cani alla posta, pronti a latrare d’improvviso, all’indirizzo dei passanti che ignari lambiscano le inferriate delle víllule (l’espressione è di Carlo Emilio Gadda). Se ne stanno acquattati in un angolo del giardino oscenamente disseminato di nanetti di gesso, quindi, quando meno te l’aspetti, ti latrano addosso. Tu hai paura, loro annusano l’adrenalina sprigionata dalla tua paura e, poiché sono cani, godono così.

    Dicevo che non bisogna avere paura. Io ai cani non dò mai questa soddisfazione: quando passo davanti a una di queste ville dotate di Suv e nanetti di gesso, scruto il nascondiglio del cane, lo guardo, gli faccio capire che l’ho visto e lui non abbaia più, perché sa che non annuserà la mia adrenalina. In ogni caso, anche se si ha paura (è umano) non bisogna dare la soddisfazione di mostrarla: né ai cani, né agli uomini. Penso che sia un nostro dovere fare così.

    Escludo inoltre che un centro commerciale possa essere assimilato a Satana. Mi sembra una prospettiva talebana. Un centro commerciale non è Satana, men che meno sono Satana gli uomini che tessono il grande inganno consumistico: sono pubblicani, è un’altra cosa. Inoltre, essendo pubblicani, sono redimibili, molto più dei farisei, nel senso che possono riscattarsi, mettendosi dalla parte degli uomini, invece che delle merci. Del resto, non possiamo scaricare sui centri commerciali le nostre debolezze. Siamo liberi di usare o di non usare i centri commerciali. L’importante è non essere usati, non abbassare mai la guardia, ognuno secondo le proprie possibilità: cioè non farsi irretire dalle fallacie della pubblicità, dalla disposizione delle merci nelle scaffalature, dai colori delle confezioni, dalle luci calde su carni di per sé poco appetibili, dai bagliori metallici della paccottiglia tecnologica, dalla sollecitazione di bisogni falsi ma mercificabili, dalla cancellazione di bisogni veri, che però non si vendono e non si acquistano (come il tempo, diceva Seneca). Insomma, impariamo a difenderci dalla persuasione occulta. Analogamente, nessuno ci obbliga ad abbrutirci davanti a Maria De Filippi e ai suoi mostriciattoli, dunque smettiamola di prendercela con la televisione e impariamo – nel caso – a prendercela con noi stessi.

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  15. 15

    Giuli

    Interessantissimi i vostri dotti discorsi. Ma (c'è sempre un "ma" cui prestare attenzione), dimenticate che le consorterie sono fortissime, unite da interessi economici enormi e da protezioni reciproche. Come pensate si possano scardinare le abitudini invalse, ciò che Nello descrive in modo così lucido?. La Parola è ciò che ci deve guidare, ciò che deve contraddistinguere chi si oppone a questo sistema marcio, sia egli credente o meno, ma ogni stravolgimento della società ha necessità di un catalizzatore, di un elemento che attragga irresistibilmente a sè. Sino ad oggi i catalizzatori sono stati il potere ed il denaro, anzi il potere ed il denaro quale catalizzatore unitario. Dite all'utilitarista che c'è in me il perchè dovrebbe rischiare posto e utilitates, perchè dovrebbe immolarsi senza nessun sostegno?. Lieta di "provocare" una vostra risposta vi saluto con ammirazione.

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  16. 16

    Bergamo.info

    "Insomma, impariamo a difenderci dalla persuasione occulta. Analogamente, nessuno ci obbliga ad abbrutirci davanti a Maria De Filippi e ai suoi mostriciattoli, dunque smettiamola di prendercela con la televisione e impariamo – nel caso – a prendercela con noi stessi". E' il fermo, ironico, nobile e alto richiamo di Aristide a una consapevolezza di sé oggi largamente assente.

    Ma Giuli precisa: "Le consorterie sono fortissime, unite da interessi economici enormi e da protezioni reciproche. Come pensate si possano scardinare le abitudini invalse?….ogni stravolgimento della società ha necessità di un catalizzatore, di un elemento che attragga irresistibilmente a sè". La Parola di Dio, risponde prontamente il credente, è il catalizzatore assoluto. Ma oggi la Parola è davvero un efficace catalizzatore per tutta la società, di utilizzo immediato voglio dire, capace di prevalere sul binomio denaro-potere? C'è qualche altro mezzo intermedio, che possa traghettare verso quel catalizzatore principe che è la Parola? In cosa potrebbe consistere? La effettiva partecipazione politica e amministrativa, forse, con conseguente scardinamento del sistema paramafioso dei partiti? Il controllo efficace dell'attività politica, quindi, dell'utilizzo delle risorse pubbliche? La spinta verso un ideale autonomistico? Un lavacro di sangue?…

    Quel che preoccupa, incuriosisce e colpisce, tuttavia, e credo che don Goffredo Zanchi ne farà oggetto di attenta valutazione, è il presupposto da cui quasi tutti i nostri lettori partono leggendo il brano evangelico "settimanale": nella società contemporanea non sarebbe più possibile resistere alle tentazioni, mantenendosi originariamente "buoni", e potendo, quindi, indirizzare l'esistenza a una "vita buona". Ciascuno di noi sarebbe di per sé "diavolo" per il prossimo e per se stesso, " per necessità", e l'unica preoccupazione personale sarebbe eventualmente quella di limitare i danni, provvedendo da sè, secondo criteri propri, con "buona volontà", in senso buonistico e tollerante, di fronte alla continua emergenza, un po' come se la nostra società vivesse, e addirittura fosse essa stessa, un continuo terremoto/tsunami etico e morale, impossibile da controllare. In questo senso, la più volte richiamata tragicomica figura teatrale contadinesca della Bassa bergamasca diventerebbe tragico e banale emblema di una società in cui il male avrebbe largamente prevalso sul bene, alterandone definitivamente l'equilibrio e condannandola, perciò, alla perdizione e alla conseguente distruzione. Del resto, osserva Giuli, una società in cui i criteri mafiosi prevalgono, in politica come nell'attività economica, con sempre maggior saldatura fra i due diversi settori, è già di per sé malata, gravemente malata, né si può pretendere che il singolo da solo possa anche soltanto tentare di provvedere alla sua guarigione. Il "buono", colui che volesse essere cristiano, vedrebbe indirizzata la propria testimonianza unicamente al martirio, nelle sue diverse forme. Dunque, il problema si sposta: anche la società nel suo complesso è chiamata a resistere alle tentazioni, non soltanto il singolo. E Giuli domanda: con quali mezzi e secondo quali criteri di determinazione e organizzazione delle "competenze"? La resistenza alle tentazioni da parte del singolo quanto e come può prescindere dalla maggiore o minore resistenza della società alle tentazioni che la riguardano? E come può influirvi? A don Goffredo la pressante richiesta di una parola di speranza, almeno sotto l'aspetto spirituale. E ci scusi, il nostro animatore cristiano, per l'arduo compito in cui l'abbiamo involontariamente coinvolto, esaltante, però, per un Sacerdote.

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  17. 17

    filandro

    Satana è dunque essenzialmente "l'accusatore", colui che inganna gli uomini facendo loro considerare colpevoli degli innocenti. Ora, chi è il Paracleto?

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  18. 18

    suor robertina

    In greco, "parakletos" credo sia l'equivalente esatto dell'italiano avvocato, o del latino "ad-vocatus".

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  19. 19

    don armando

    Suor Robertina, non crede che valga la pena di chiedersi come mai Girolamo (formidabile traduttore che generalmente non manca di audacia), sia indietreggiato davanti alla traduzione di un nome comune così consueto come "parakletos"?

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  20. 20

    Aristide

    Riguardo a “parácletos”, è vero che corrisponde al lat. ‘advocatus’ (che però non è esattamente il nostro avvocato), ma l’accezione di significato è mutevole. Nella traduzione del Vangelo di san Giovanni secondo la Vulgata la parola “parácletos” è reso come Paraclitus, con il significato di “Spirito santo”: «et ego rogabo Patrem et alium Paraclitum dabit vobis ut maneat vobiscum in aeternum» (Jo., XIV, 16). Invece nella prima epistola di Giovanni “parácletos” viene tradotto “advocatus”, e si riferisce a Gesù Cristo: «filioli mei haec scribo vobis ut non peccetis sed et si quis peccaverit advocatum habemus apud Patrem Iesum Christum iustum» (Ep. Jo, I, 2, 1).

    Passando invece ad argomenti terreni (ma non necessariamente pedestri, spero), riprendo un punto toccato precedentemente. Se vogliamo cambiare le cose e se — ovviamente — le vogliamo cambiare in meglio, non possiamo certo contare sulle nostre esigue forze. La partita sarebbe persa in partenza. Proprio per le ragioni che Giuli ci ha fatto presente: per gli interessi economici in gioco, per le abitudini consolidate, per le connivenze non solo tra amici e amici degli amici, ma anche fra nemici finti ma organizzati, i quali callidamente recitano il gioco delle parti e convergono in un progetto di dominio sui cittadini non organizzati. Se dovessi portare il discorso sul piano della politichetta, tale ‘conspiratio oppositorum’ sarebbe fin troppo facile a dimostrarsi.

    Che fare allora? Se non abbiamo la forza, dobbiamo usare la forza dell'avversario. Dobbiamo studiarne le mosse, capirne le contraddizioni, in quelle dobbiamo incunearci e lì applicare quel minimo di forza dal quale ci aspettiamo il massimo del risultato. Usando una metafora ingegneristica, dirò che bisogna scoprire la frequenza di risonanza del Moloch che tiene in soggezione ogni nostra speranza di riscatto, che ottunde la nostra volontà di non precipitare nel buco nero che ci hanno apparecchiato gli apprendisti stregoni. Se a lorsignori non dispiace, siamo uomini e vogliamo continuare a essere uomini. Ricordiamo che ogni struttura ha la sua frequenza di risonanza e che molte strutture possono crollare imprimendo una forza minima, purché in regime dinamico, della stessa frequenza di risonanza della struttura.

    Chiamate l'avversario come volete: Satana, Moloch, Leviatano o anche — se volete — la Trimurti del blocco sociale conservatore che paralizza l'Italia da vent'anni a questa parte. In ogni caso, non ha senso combattere un avversario senza conoscerlo. Dobbiamo conoscerlo meglio di quanto lui conosca se stesso, prevederne le mosse prima ancora che lui abbia deciso di compierle. Lo so che non è facile, infatti non sostengo questo. Volevo soltanto arrivare alla conclusione che, in mancanza della forza, molto può lo studio e l'intelligenza delle cose. Fra l'altro, non capisco che gusto ci sia a vincere con la forza. A maggior ragione se non si dispone della forza. Alla prossima puntata una considerazione sulla forza dei singoli e la forza delle masse, sulla quale fanno leva i furbacchioni.

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  21. 21

    agostino

    In ogni evento cui un atto intenzionale si diriga è evidenziabile un valore o un disvalore, nella forma di uno stato affettivo, che ne è rivelatore. Ebbene, ciò che fa di un uomo "un uomo" è la sua partecipazione all'esser persona, alla personalità, cioè allo spirito come insieme degli atti intenzionali, fra i quali il più importante è l'atto d'amore, cioè l'atto che, mediante tale forza, dischiude l'orizzonte dei valori e precede e fonda ogni atto di preferenza e ogni atto cognitivo. L'atto d'odio ne costituisce la devianza: quanto più "l'oggetto" è odiato, tanto più danno tormento la sua felicità e le sue buone condizioni, tanto più allietano la sua infelicità o la sua nullità, e tanto più ricche fonti di possibili sofferenze e possibili gioie esso rappresenta. Il significato del tragicomico luogo teatrale pinoquartesco ha i suoi piedi qui, qui la sua origine, prima di trabordare nel demoniaco tragico-farsesco che lo caratterizza.

    Per quanto detto, infatti, l'atto d'odio non è di per sé "atto di Satana", in quanto sempre parziale, direzionale, mentre l'atto satanico è tendenzialmente totalizzante, essendo Satana volto alla sostituzione di Dio, e, di conseguenza, alla distruzione totale dell'uomo, all'appropriazione della sua anima. L'elevazione del singolo individuo a dio di se stesso – ho letto l'articolo sul rimontante politeismo nella sezione di Cultura Cristiana _ Bergamo.info – è atto satanico, atto distruttivo del tessuto sociale e della consistenza del sé in quanto persona. L'aderire a sottomissioni mediatiche è atto d'odio verso se stessi, di stupidità e di odio, ma non è atto satanico: è atto intenzionale di disvalore, che potrà trabordare nel satanico solo se diverrà banalmente totalizzante, come è nel dramma pinoquartesco.

    Esattamente, dunque, Aristide distingue e suggerisce di battere l'insieme degli atti d'odio, che non siano di totalizzante satanicità, rivolgendo a proprio favore l'incontrollabile e incontrollata forza bruta che essi necessariamente posseggono, danzando loro davanti con irridente leggerezza, come nell'arena il matador col toro. Infatti, e rispondo parzialmente a Giuli, ogni atto intenzionale, proprio perché di consistenza valoriale, risponde a quel demone-daimon che ciascuno di noi ha dentro di sé, ed è sempre impossibile, già in ipotesi, che qualunque connessione di potere, anche satanica, possa completamente prevederne i comportamenti, oscurandone gli effetti. Il problema si sposta sui tempi. Anche qui ha ragione Aristide: è il come dell'organizzazione contraria al male che accelera la disgregazione del satanico, non è mai incerto il suo fatale esito.

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  22. 22

    agostino

    Tutto quanto sopra non toglie che la massa abnorme di atti d'odio presente nei comportamenti sociali provochi grande confusione, tentando la gente alle pratiche che a essa sono più vicine nell'ancestrale storia dell'uomo: quelle magiche. E anche su questo dovremmo riflettere, perché di gente convinta che, se si getta dal pinnacolo del tempio, verranno gli angeli a salvarla, ce n'è tanta, ma tanta…e tanta ancora.

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  23. 23

    zio nunzio

    Per me è ancora aperta la questione se abbia arrecato più danni al mondo la combinazione "buone intenzioni + stupidità" oppure "cattive intenzioni + intelligenza".

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  24. 24

    dante l'african

    Parole sante quelle di Aristide (curnense): "a chi non conoscono abbaiano i cani".

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  25. 25

    gigi

    Torniamo alle tentazioni: come mai nel testo sacro non c'è la tentazione sessuale? Forse non rientra fra le tentazioni diaboliche, e lo stesso Vangelo la vede semplicemente come un'inclinazione naturale? Don Zanchi, dìa qualche speranza anche al Berlùsca, dài!

    Interessante. comunque, e se voluta, assai perspicace, la contestualizzazione dei problemi e delle discussioni su un territorio ristretto, topologicamente determinato: non dimentico, infatti, che la predicazione e l'insegnamento di Gesù sono "relativi", se così si può dire, anche al suo luogo di esplicazione, la Palestina, e al popolo cui appartiene, quello ebraico, onde mi sembra che nulla impedisca, anzi sia molto promettente, che in questo caso la "replica" applicativa avvenga su un territorio interessante e immagine dei problemi sociali attuali quale è quello di Curno, luogo di provenienza o di interesse di buona parte degli intervenuti, per quel che capisco.

    Visto, poi, che all'interno della vostra redazione c'è un esperto teatrale, vorrei avere qualche maggiore informazione sulla pièce pinoquartesca, che ricordo rappresentata parecchi anni fa da una filodrammatica a Mornico, con tanto di scoppi di bombe fumogene sul palco e comparsa in scena di Belzebù in "carne e ossa", nelle sue vere sembianze, cioè, in precedenza mascherate sub specibus di un mite, inconsapevole e filantropico ometto.

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  26. 26

    gigi

    Un'osservazione più pragmatica: la discussione ha successo, vedo! E siamo solo a martedì: chissà se col prossimo brano quaresimale la fantasia della gente sarà mossa allo stesso modo intenso. Certo è che, sagge o folli che siano, le osservazioni qui espresse, largamente imprevedibili, danno l'impressione che a un po' di gente si muova ancora la mente… senza andare in mobilità.

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  27. 27

    gigi

    Rompo ancora le scatole. Ma tutte le imponenti retate di questi tempi, qui da noi, di mafiosi incistati nella società e nei poteri, non pongono fortemente in relazione tale oggettiva situazione a quanto descritto da qualcuno prima? Non solo, però, sotto l'aspetto del demoniaco o meno, ma sotto quello, che sta a monte, di quanto queste organizzazioni criminali controllino luoghi di grande richiamo e strutture partitiche. Perché il male, demoniaco o da odio sociale che sia, forse è in larga parte derivato. Torna la questione della società che dovrebbe resistere alle tentazioni, argomento che vedo e sento trattare per la prima volta qui.

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  28. 28

    gigi

    Scusate, sono sempre io. Se avete statistiche da fare, conto per uno e non per tutte le volte che ho scritto. Rileggevo adesso l'articolo sull'organizzazione della Chiesa, nel settore/categoria di cultura cristiana, là dove avevo a suo tempo rilevato la mancanza di apertura alle donne da parte delle strutture ecclesistiche, cosa grave. Però l'articolo, sempre problematico e da rileggere e macinare nel tempo, mi pone una domanda: se la burocratizzazione voluta dal Vescovo precedente è veramente tale, i preti non si interrogano sul fatto che dalle maglie di essa è passato indenne un fenomeno come quello dell'insediamento politico-economico mafioso, che è l'antitesi della cultura e della civiltà cristuiane? Ma quale 150^ anniversario dell'Unità d'Italia stiamo festeggiando? Quello della definitiva conquista del Nord da parte delle mafie? Siamo passati in 150 anni dal potere temporale del Papa a quello criminale delle mafie, spesso travestite da partiti politici? E le complesse burocrazie curiali non se ne sono accorte? Che salvezza sociale dobbiamo aspettarci dalla Chiesa? Quelle strutture hanno saputo resistere alle tentazioni?

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  29. 29

    don mario

    Sono d'accordo sostanzialmente con Agostino: l'atto d'amore è quello che precede e indirizza, anche cognitivamente. E' l'atto col quale si supera qualunque tentazione negativa e ci si indirizza verso la volontà del Padre. Tuttavia, non può non considerarsi il fatto che anche l'atto d'amore è un vincolo, un vincolo che, secondo la visione cristiana, in apparenza contraddittoriamente, libera. "Se stiamo nella Chiesa – ha spiegato il nostro grande Papa rifacendosi a san Giovanni Crisostomo – è vero che un grande vincolo ci unisce con Cristo, appunto mediante la Chiesa, ma è un vincolo «bello» con il quale «ci leghiamo insieme sia gli uni con gli altri sia con Dio. Non è una catena che ferisce. Non dà crampi alle mani, le lascia libere, dà loro ampio spazio e un coraggio più grande». È questo «il paradosso evangelico: l’amore cristiano è un vincolo […], ma un vincolo che libera!». Esiste, cioè, una «grande catena invisibile, liberante dell’amore», perché coloro che si legano per amore agli altri, «così legati insieme nell’amore, sopportano tutto con facilità». In effetti, tutto ciò che compiamo per amore ci risulta tanto più gioioso, o comunque meno gravoso, quanto più è intenso l’amore che ci anima.

    Ciò non toglie, però, lo ripeto ancora una volta, che di vincolo si tratti, e che stia nel concetto stesso di libero arbitrio, come spettante a ciascuno, il volersi liberare da qualsivoglia vincolo. In questo, oggi, secondo me, sta la principale tentazione. In questo sta la domanda fondamentale: può l'uomo "svincolarsi" in assoluto? Solo se si fa creatore di se stesso, rispondo, ciò che è impossibile per ipotesi. Se crede di potersi fare creatore di se stesso, cioè dio di se stesso, non può che cadere nell'idolatria, come ha detto esattamente il Vostro articolista (Politeismo e dintorni, in Cultura cristiana di questo sito). E l'idolatria ha regole soggettivamente determinate, comprese quelle del male.

    E' certamente vero che, se non svolgiamo un lavoro già stimolante, lavorare per mero senso del dovere, o soltanto per guadagnarci da vivere, è molto faticoso, mentre lavorare per amore della propria moglie e dei propri figli, nonché per amore di Dio, può diventare gratificante, come molte persone possono confermare. Ma altrettanto vero, in ipotesi, è che questo "amore" possa essere rivolto a desideri non commendevoli, al divertimento con e sulle le "arcorine" o "olgettine", per esempio, esseri umani resi oggetto di soddisfazione personale.

    Allora chiediamoci: in entrambi i casi si tratta di amore o, nel secondo, di semplice animalesco desiderio? E in cosa si distingue quest'ultimo dal primo? Gli esempi si potrebbero moltiplicare e ognuno può pensarne di più efficaci. Quel che conta è rilevare che l’amore può trasfigurare le nostre azioni e renderle gioiose, fino al punto che esistono persone di grandissima fede che riescono a provare gioia, o almeno momenti di contentezza, persino in condizioni di acuto dolore fisico causato da una malattia, perché offrono amorosamente a Dio la loro situazione, affinché dal loro amore ricavi un bene. Altrettanto e corrispondentemente, il desiderio può trasfigurare le nostre azioni, rendendole, però, ansiose, tese al conseguimento del fine sotteso al mezzo, il quale, intrinsecamente, è a propria volta mezzo di qualche altro fine, senza soluzione di continuità, e senza speranza di uscire dalla spirale. E così, la tentazione diventa demoniaca, cioè consegna l'anime dell'uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, al Suo nemico.

    Viene in mente il detto, spesso mal compreso, di Agostino (appunto!): «Ama e fa ciò che vuoi». Questo grande santo, filosofo e teologo – probabilmente il più caro all’attuale Papa – non intendeva affatto dire ciò che gli viene spesso attribuito, e cioè che basta amare gli altri e poi si può fare qualsiasi cosa e poco importano i comandamenti e le leggi morali, con ciò sostanzialmente accomunando un un unico calderone amore e desiderio; piuttosto, per il santo di Ippona, se amiamo qualcuno e soprattutto Qualcuno, quando facciamo/omettiamo qualcosa per lui, facciamo/omettiamo quello che vogliamo, perché l’amore ci fa agire volentieri, senza fini immediati ulteriori. E, allora, fermo restando che l’etica cristiana promuove anche azioni nobili che non sono doverose, il rispetto dei doveri morali che essa prescrive può avvenire in due modi: o per mero senso del dovere e per paura di Dio, oppure per amore di Dio e del prossimo. Nel primo caso tale rispetto è faticoso, frustrante e finanche repressivo; nel secondo invece è più lieve e talvolta persino gioioso, perché la motivazione è appunto l’amore. In questo secondo caso noi viviamo (anche) rispettando obblighi e norme, ma la motivazione che ci anima dà slancio al nostro agire, slancio che è di indefinita portata e potenza.

    Per dirla evangelicamente ( Mt, 11,30) e col Papa, c’è un giogo che è leggero, e che può diventare talvolta persino soave. Ma leggiamo in proposito proprio il libro del Papa: «Se un uomo reca in sé un grande amore, questo amore gli dà quasi ali, e sopporta più facilmente tutte le molestie della vita». Per questo, se amiamo il prossimo e Cristo «L’andare con Cristo […] non è un peso aggiunto al già sufficientemente duro fardello della nostra vita», bensì è «una forza, che ci aiuta a portare questo fardello».

    Una forza che si acquisisce coltivando in noi stessi l’amore e lasciandoci docilmente animare da quello che viene dall’Alto.

    Diversamente, non c'è che Satana, la repressione e occupazione satanica, la infelice replica del Tentatore.

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  30. 30

    don mario

    Don Goffredo, che insegna e opera lassù, su uno dei colli più significativi di Bergamo, può volgere lo sguardo quaggiù, e darci un quadro d'insieme, un commento, magari tranchant, come è anche nelle corde del Suo gradito stile, che alimentino la speranza presente in tutti gli intervenuti di dare risposta ai molti problemi posti? Grazie, confratello.

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