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17 Comments

  1. 1

    Bergamo.info

    Di questi tempi altre luci, livide come tutte le luci artificiali, si riflettono sul volto dell'umanità: in Giappone, l'accecante bagliore di un'eventuale esplosione atomica, replica non dissimile da quanto già accaduto a Cernobyl; nel Nord dell'Africa, il fiammeggiare di cannoni e mitragliatrici lungo tutto il litorale mediterraneo, a due passi dalle nostre coste; in casa nostra, i lampi che distruggono i cervelli dei nostri giovani preda di droghe e sostanze stupefacenti; nei meandri dell'economia e della politica italiche, il baluginare delle armi, proprie e improprie, delle cosche mafiose, sempre più predatrici, giunte talora a occupare le stesse istituzioni attraverso un qualche potere di controllo sui partiti. E, non dimentichiamolo, i falsi lumi dell'individualismo, del relativismo e del riduzionismo, strumenti di disaggregazione dell'umana società e di proiezione dell'individuo nel vuoto dell'autoreferenzialità (vedi l'articolo sul rimontante politeismo, nel settore di Cultura cristiana di questo stesso sito). Sono tutte luci che non trasfigurano ma sfigurano, che non sanano ma distruggono, che non illuminano ma distorcono, che disegnano sul viso dell'umanità contemporanea l'ombra tragica e inconfondibile della morte.

    Per scacciare quelle tenebre, spesse e gravi al punto d'ammantarsi di luce, di sembrare esse stesse luce, occorre diradare le nubi e riscoprire la Luce, quella vera, dando così nuova vita anche a tutte quelle piccole luminosità, quelle fiammelle che ancora resistono, celate nelle menti e nei cuori di molti (o di pochi), e che consentono di procedere, lentamente ma con speranza, attraverso le tenebre attuali verso quella Méta luminosa. E' l'umile teoria delle nostre comunque poche e insignificanti luci, parziali e imperfette, che è però preziosa davanti al Signore, perché in grado di avviare l'incendio della conversione dei molti, di sollevare il gran vento che fa riscoprire il sole. Tornerà, tornerà per opera degli uomini di buona volontà il sorriso di gioia sui volti splendenti, trasfigurati, dei nostri giovani. Tornerà il sorriso consapevole sul volto dei vecchi. Tornerà sulle labbra di tutti la luce di una Parola maestra di vita. (Francesco Nosari)

    Post Scriptum: Intanto, godiamoci anche la serena luce che promana da ognuno di quei Crocifissi che, per sentenza d'appello (è blasfemo, ma è così) della Grande Camera della Corte Europea per i Diritti dell'uomo, con sede in Strasburgo, non potranno più essere rimossi dai luoghi pubblici dei nostri territori, dove da millenni contemplano e consolano il quotidiano affannarsi delle nostre laboriose stirpi.

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  2. 2

    SCV

    Osserviamo che la tecnologia oggi disponibile consente a ciascuno di essere "presente" in ogni parte del mondo. Se voglio sapere cosa sta succedendo in questo momento nel tormentato Darfur, non faccio che azionare un clic, ed ecco che mi appare il volto e sento la parola del missionario che sta spendendo e rischiando la vita proprio lì, in quelle terre martoriate. Lo stesso posso fare per luoghi fino a poco fa chiusi agli sguardi del mondo, come alcune parti della Cina o dell'India, oppure mettendomi in ascolto di comunità dislocate fra popolazioni ostili. Che bisogno c'è, allora, che il caro don … stia nel Darfur, che gli ambasciatori di tutti gli Stati del mondo stiano presso di noi, che il Papa si rechi in pellegrinaggio a Compostela piuttosto che ad Aquileia? Il bisogno è ancor più impellente oggi, proprio per quelle possibilità offerte e per la presenza di quegli strumenti, perché il contatto e il rapporto personale trasmettono quella luce, luce del volto, degli occhi e del cuore, come avete detto, e il calore di quella luce, che nessun mezzo tecnico può trasmettere, e che è alimento reciproco indispensabile, vita di relazione, qualità non tecnologizzabile. Luce che va nutrita, resa ancor più bella, sempre. Ed è significativo, bello, mi è piaciuto e mi ha indotto all'intervento, che abbiate ricordato come la luce sia stata creata all'origine dalla Parola di Dio, da essa sia sgorgata: Fiat lux, et lux fuit. Parola di luce. Sia "luce", dunque, per tutti voi: è la benedizione particolare per questa "luminosa" seconda domenica del Tempo di Quaresima, con un ringraziamento particolare al vostro bravissimo e innovativo (webcompatibile, dovrei dire) assistente ecclesiale. Sit Nomen Domini semper benedictum.

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  3. 3

    Aristide

    San Gerolamo, con riferimento a questo passo del Vangelo, osserva: «C’è da considerare che [Cristo] non volle dare agli scribi e ai farisei i segni che loro gli chiedevano». Questi segni li dà, invece, a tre dei suoi discepoli e «per aumentare la loro fede, dà un segno che viene dal cielo».

    Dunque, gli scribi e i farisei: cioè coloro che si autoproclamano “antropologicamente superiori”. Val la pena ricordare che gli scribi non erano degli scrivani, men che meno degli scribacchini, come pure si potrebbe credere, per assonanza scriba/scrivano. Gli scribi erano gl’intellettuali del tempo. In particolare, presso gli antichi Ebrei erano addetti alla trascrizione dei libri sacri (perciò si è usata la parola latina “scriba”), ma anche alla loro spiegazione, e questa non è roba per pivelli. Insomma, gli scribi erano i dottori della legge. Del resto anche per i romani gli scribi erano persone di tutto rispetto. Orazio, per dire di uno che è un villano rifatto, dice in una sua satira: ecco uno che era quinqueviro (un funzionario di basso rango) e che adesso si fa passare per scriba.

    Conclusione: il Vangelo ci esorta a diffidare di certi intellettuali, della loro spocchia, dal loro rigido formalismo. Perché noi dovremmo fare diversamente? Perché dovremmo sentire le loro lezioncine tardive sul “decoro”, adesso e solo adesso, a proposito delle frequentazioni del nuovo Cesare e dei suoi tripudi con la giovane baiadera numidica? Quando noi, non molti anni fa, parlavamo di decoro e di onore, facevano finta di non sentire, se sentivano voltavano la faccia, e se ci degnavano di una risposta era per darci la baia.

    «Vae vobis, scribae et pharisaei hypocritae, quia decimatis mentam et anethum et cyminum et reliquistis, quae graviora sunt legis: iudicium et misericordiam et fidem! Haec oportuit facere et illa non omittere.»

    Cioè: gli scribi e i farisei si preoccupano perché sia pagata la decima sulla menta, l’aneto (alcuni qui traducono “finocchio”) e il cumino (le cosucce, insomma, essendo queste erbe di poco conto, e non è detto nemmeno che fossero tassate: Gesù le nomina per significare la pochezza della cosa, appunto), ma trascurano ciò che vi è di più grave nella legge, trascurano la giustizia, la misericordia e la fede. Perché sarà giusto pagare la decima, ma più importanti sono proprio queste virtù.

    Gesù sa bene chi siano costoro, perciò leggiamo nel Vangelo di questa domenica che non li ritiene degni di ricevere quei segni che loro – forti del loro prestigio, e con tutta la loro baldanza “istituzionale” – gli chiedevano insistentemente.

    Non la voglio buttare in politica, men che meno in politichetta. Lasciatemi dire però che qualche volta bisognerebbe pur ricordare queste parole (Matteo, XXIII, 23), a certi intellettuali, a certi politici che si sentono in sintonia con gl’intellettuali (e che per questo sarebbero antropologicamente superiori), a certi sedicenti campioni della cosiddetta “società civile” che pretendono di essere “li meglio fichi del bigoncio”. Con garbo, s’intende, senza troppo insistere. Altrimenti ci dicono che siamo volgari (se lo dicono loro…), forse anche berlusconiani.

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  4. 4

    Aristide

    Guai a voi intellettuali e telepredicatori dell’ipercorrettismo politico!

    Così potremmo tradurre l’evangelico “Vae vobis scribae et pharisaei hypocritae!”. Perché dico questo? Il fatto è che un amico, Giorgio G., mi ha spedito un messaggio di posta elettronica (la chiamano “mail”: boh!), rimproverandomi, benevolmente, di aver spiegato chi fossero gli scribi, ma glissando sui farisei. Va bene, touché: in effetti, parlare dei farisei è un po’ più complicato. Però ci provo.

    Intanto l’origine del termine: ‘fariseo’ deriva dall’aramaico ‘perusc’ (di qui il greco ‘pharisaios’, il lat. ‘pharisaeus’ e l’it. ‘fariseo’) che significa “separato”. Infatti, i farisei costituiscono un movimento di stretta osservanza religiosa che invitava la comunità degli ebrei a separarsi dalla maggioranza del popolo, che a quel tempo subiva un processo di ellenizzazione e assimilazione al mondo greco-latino. La globalizzazione non è merce esclusiva dei nostri giorni, come si vede.

    Altra cosa degna di nota: oggi per “palestinese” s’intende un arabo della regione delimitata dal Mediterraneo e dal fiume Giordano, ma in antico i palestinesi erano proprio i filistei. Fu l’imperatore Adriano a chiamare Palestina tutta la Giudea, dopo la riconquista romana. In particolare, nell’ebraico biblico ‘Peleshèt’(di qui ‘Palestina’, attraverso il gr. ‘Palaistine’ e il lat. ‘Palaestina’) significa – appunto – “Terra dei filistei”: i filistei sono nel nome stesso della Palestina (con assimilazione dei suoni consonantici “f”, “ph” e “p”). Chi ancora nutrisse qualche dubbio, consideri che in arabo ‘Palestina’ si dice ‘Filastin’.C.v.d.

    Val la pena inoltre sottolineare che dopo la distruzione del cosiddetto Secondo Tempio di Gerusalemme (nel 70 d.C., per opera del generale romano Tito, che sarebbe divenuto imperatore), i farisei avrebbero improntato di sé l’ebraismo rabbinico moderno.

    Mentre i sadducei costituivano insieme un’aristocrazia di nascita e una plutocrazia, i farisei pretendevano di essere un’aristocrazia fondata sulla cultura. Non vanno però identificati totalmente con gli scribi, cioè con gl’intellettuali: c’era un’ampia sovrapposizione delle due classi, i farisei erano per lo più scribi, ma non tutti gli scribi erano farisei. I farisei sono come li descrive Flavio Giuseppe, lo scrittore romano di origine ebraica che scrisse (in greco) la ‘Guerra giudaica’: «superano gli altri ebrei per pietà e per l’interpretazione rigorosa della Legge». Gesù però ci fa capire che la loro pietà era soltanto simulata, come in una recita (questo è il significato della parola “ipocrita”).

    Se dunque gli scribi sono assimilabili ai nostri intellettuali, a chi somiglieremo i farisei? Ai telepredicatori dell’ipercorrettismo politico: credo che sia una buona analogia. Come i farisei si aggiravano dalle parti del Tempio, così costoro li trovi spesso nei paraggi del tempio mediatico per eccellenza, quello televisivo (anche se non disdegnano i vari Palasharp, Palavobis ecc.: non sono studi televisivi, ma hanno ampia risonanza mediatica). Come i farisei, i telepredicatori dell’ipercorrettismo politico guardano molto alla forma e poco alla sostanza. Proprio per questo ritengono di doversi “separare” (come dice il nome dei farisei) dalla volgarità delle cose di ogni giorno. I nostri telepredicatori fanno riferimento al mondo dei sogni, un mondo separato al quale soltanto dovremmo guardare, avendo loro come maestri unici. La Trimurti (finanza, grands commis de l’Ètat, masse impiegatizie inerti) ha decretato una sorta di condanna a morte nei confronti dei giovani, ma che importa loro? I telepredicatori non vogliono cambiare questo mondo (se necessario, dalle radici), ben si guardano dal prendere la frusta e cacciare i mercanti dal Tempio. Sarebbe volgare. Adesso se la prendono con Berlusconi, che offende il “decoro” (del quale peraltro fino a ieri non importava loro un fico secco). Magari hanno anche ragione. Ma perché solo Berlusconi, e perché solo adesso?

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  5. 5

    gigi

    Potrei melanconicamente rispondere al grande Aristide, degno esponente di quell'intellettualità che il Vostro amico Mons. Ravasi convoca nel Cortile dei gentili, che i farisei telepredicatori occupano quasi tutti i templi mediatici (quasi, cur omnia homini impossibilia), lasciando piccolissimi spazi, come questo, a strani insetti kafkiani che potrebbero anche diffondere, però, qualche grave morbo. Quello della rivendicazione della libertà, per esempio.

    Ma allora, come saranno riconoscibili coloro che potranno essere ammessi in quel cortile, se per parlare debbono persin travestirsi da insetti, da tarli, per la precisione?

    Qual'è il metodo da utilizzare per scoprire la luce dei loro volti, bella, sfolgorante e vera come il sole?

    Un dettaglio: secondo me, al riguardo, il commento n.2 andrebbe meditato attentamente, in tutte le sue implicazioni.

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  6. 6

    patrizio romano

    Nell'anno 1647 l'Europa era sconvolta da guerre civili, guerre di religione e rivolte popolari. In Inghilterra un re cattolico, Carlo Stuart, era agli "arresti domiciliari" nel castello di Hampton Court. A Napoli un certo Tommaso Aniello, detto Masaniello trascinava il popolo della città contro le milizie del re di Spagna, invadeva la reggia, apriva le carceri, piegava il Viceré alla sua volontà. In Germania quasi tutti gli eserciti europei stavano combattendo le ultime battaglie della "guerra dei trent'anni" che si sarebbe conclusa a Westfalia un anno dopo. Vi sono coincindenze cronologiche più interessanti e rivelatrici di qualsiasi analisi storica e letteraria.

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  7. 7

    dante l'african

    Gent.mo Patrizio Romano, intorno al secolo difficile e sanguinoso da Lei citato, colgo l'occasione per segnalarLe anche il 1641, anno che inaugura un piccolo libro – un bel libro – che credo appartenga al genere secentesco della "precettistica prudenziale" intitolato "Della dissimulazione onesta" (di Torquato Accetto). Quando avrà letto questo catalogo delle umane debolezze Lei giungerà alla conclusione che la vera intelligenza è sempre, inevitabilmente, imprudente.

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  8. 8

    don M.

    Stanno bene i riferimenti storici, le imprudenze e le imprevedibilità della Storia. Si può prevedere ben poco negli stessi eventi naturali, quelli che sono oggetto di indagine scientifica, come ci dicono i sismologi, vulcanologi e fisici, opportunamente interpellati dai redattori di questo sito. Figuriamoci in altri campi. Però, pur in presenza di quella imprevedibilità che sempre c'è stata (von Clausewitz diceva che le guerre non finivano mai come pensava chi le aveva iniziate), lo sguardo oggi non riesce, per chiunque, a essere sufficientemente limpido, ciò che è cosa diversa dall'essere acuto, perché la limpidezza, oggi, rischia di diventare ingenuità. E l'ingenuità non è semplicità, ma può nascondere o agevolare, anche inconsapevolmente, occulta cattiveria.

    Perciò, come si può effondere su altri serena luce di sè, vale a dire, riflesso della luce divina, quando si è nell'incertezza di tutto?. Per esempio: d'accordo sulle mascalzonate di Gheddafi, mancherebbe altro, ma come si può sostenere che non siamo in guerra? E se siamo in guerra, che guerra è? Una guerra in cui ammazziamo quella parte di popolazione libica non ammazzata dal dittatore!. Siamo sicuri che non sia una guerra anche contro di noi, da parte di chi dovrebbe essere "amico", così importante da far correre persino il rischio di una sollevazione islamista nel Nord dell'Africa? Come si può guardare con serenità a eventi di questo tipo quando in essi leggo la riedizione di quanto il prof. Nosari diceva nella sua conferenza di undici anni fa, a Noale? Il tremore nel volto, non la luce, può vedersi nel prossimo. Negazione di Cristo, comunque, della possibilità di trasfigurazione.

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  9. 9

    bartolo

    Mi domando quali lampi di gioia e di serenità potranno trapelare dagli occhi e dai volti dei nostri piloti incaricati di andare a uccidere (come danni collaterali, s'intende) la popolazione di Tripoli, senza nemmeno sapere perchè e secondo quali almeno apparenti ragioni. Essi sono in guerra perchè è stato loro così ordinato, tal quale fosse stato loro richiesto di espletare un lavoro in trasferta. E non mi sembra la stessa cosa… Con quali occhi guarderanno mogli e figli al rientro dal "lavoro"? L'affascinante spettacolo del deserto africano diventa così un incubo, e la poca "distanza" logico-intellettuale fra il solitario luogo della tentazione diabolica e il luogo "in disparte" della Trasfigurazione torna ad affacciarsi alla nostra mente e al nostro cuore.

    Il Signore ci illumini.

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  10. 10

    bartolo

    Ho appena finito di annotare la notizia riguardante Gheddafi, quella che voi avete commentato da sùbito dicendo: ma i difensori dei diritti umani non sapevano chi fosse Gheddafi prima d'oggi? Già. Torniamo alla trasfigurazione dei volti, al "nostro" Vangelo, quello che abbiamo nel cuore, quello che leggiamo anche con timore e tremore. Più sopra ho pensato agli occhi e all'espressione del volto dei nostri piloti, a come si sarebbero rivolti a mogli e figli dopo il compimento delle loro missioni, ma non ho pensato alla luce sinistra e spaventata promanante dagli occhi del dittatore nordafricano, occhi da fiera braccata, agli occhi lividi e glaciali della moglie del pompinaro americano, a quelli avidi del bassotto ungherese, a quelli "inutili" della levriera da lui concupita. In un "mondo" simile (nel senso di ambiente o ambito), non è possibile alcuna trasfigurazione, non è pensabile alcun atto d'amore. Quel mondo, dunque, e gli ambienti pedissequi imitatori, da Cristiani dobbiamo combattere con forza, riappropriandoci del potere di volgere liberi il viso al sole, sorridendo… perché trasfigurazione questo anche è.

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  11. 11

    evasio

    "Do' botte de campane, e 'na preghiera! Do' piante, nu suspire, e…bonasera!…"

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  12. 12

    Aristide

    Mi rendo conto che quel che sto per dire è OT, come si dice nel linguaggio (con qualche pretesa esoterica) di coloro che partecipano ai forum internettiani. Cioè “off topic”, cioè ancora (finalmente!) fuori tema. Ma la tentazione si riprendere un argomento sfiorato da don M. e Bartolo è troppo forte. Dunque l’Italia è in guerra, ma non è in guerra. Come il “non solo, ma anche…” di Veltroni.

    Eppure già il padre Dante ci ammoniva:

    «Ch'assolver non si può chi non si pente,

    né pentere e volere insieme puossi

    per la contradizion che nol consente».

    Dunque, un problema di logica? Forse. Ricordo di aver letto che i francesi avrebbero affermato, molti anni fa, forse al tempo della proditoria entrata in guerra dell’Italia (10 giugno 1940): «Les Italiens, ils ne combattent pas». Ecco, questa è la cosa peggiore. Perché un conto è se uno è un pacifista conseguente. Altro è se uno è pacifista, ma anche… Naturalmente, vale anche il contrario: un conto è se uno è interventista, altro se è interventista ma anche… Insomma, è una questione di onore.

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  13. 13

    angelomario

    Ringrazio il Maestro, Mastro Aristide, per aver detto con precisione quel "ma anche" che caratterizza i comportamenti dello Stato italiano, delle forze politiche che lo detengono e, probabilmente, anche dei popoli italici: si dice, in sostanza, che i nostri volti, i nostri occhi e le nostre labbra "brilleranno", diciamo così, sempre e soltanto di luci notturne, quelle da riposo, fatte eventualmente per non inciampare nel vaso da notte (e poi ci si inciampa lo stesso). La politica che tale si definisce, dunque, non è politica, ben lo si sa, ma può essere "anche" politica, basta cambiare l'etichetta, basta che si voglia credere quel che non è. La stessa cosa vale per la cosiddetta democrazia. Ma prima o poi si inciampa nel vaso da notte, è fatale, e quanto sta succedendo nel Nordafrica, auspici i comunque "corti" Hillary e Sarkò, dà l'idea che ci si stia arrivando… allo spargimento.

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  14. 14

    angelomario

    Oggi sono incazzatissimo perché non riesco a tirare una riga sul computer, a spostare una parete, a piazzare una cucina al posto giusto in un appartamento da ristrutturare, a fare qualcosa di "utile", insomma, a trovare la consueta soddisfazione nel mio lavoro. Così, guardo distrattamente le mie pratiche (sarebbe meglio che nemmeno le guardassi), e invece leggo quel che càpita, e con interesse particolare analizzo l'evolversi nel tempo di codesto vostro incredibile libro elettronico, che si forma e modifica coi nostri commenti, sotto i nostri occhi, secondo la volontà mia che si compone con quella altrui, in un concetto diverso di utilità. Mi ha colpito il ridursi spaziale degli articoli e l'allungarsi di profondi commenti: è una forma di giornalismo relativamente nuova, nella quale si mescolano e assemblano tòcchi di cronaca a riflessioni e considerazioni, anche di non addetti alla comunicazione, pezzi scritti da diverse persone, di diversa professionalità, in tempi diversi ma consecutivi, in cui lo spazio perde della propria importanza dimensionale a favore del tempo, che è di dimensione differente. E' un giornale (meglio: un libro) delle opinioni temporalmente scandite, quindi attualizzate e al minimo collocate nello spazio e ad esso collegate, così come non lo è, e non può esserlo, del potere o del denaro in sé presi, i quali, per eccellenza, sono dimensionati spazialmente e in tal senso dimensionano.

    Emblema di questa specifica evoluzione continua del libro elettronico mi pare essere in particolare la sezione dedicata al Vangelo settimanale, dove la Parola di Dio fa da necessaria traccia conduttrice (per non sbandare e andare fuori strada) degli argomenti dell'attualità, senza eccezioni. In tal modo si parla di preoccupazioni e problemi concreti utilizzando nuovamente, nel comune parlato, la lingua, le figure, gli insegnamenti, la giustizia, la misericordia, l'aspirazione alla salvezza contenute nella Bibbia, ricollocando al centro del nostro agire, quindi, della nostra civiltà, quel Gesù che si è fatto norma di se stesso.

    Leggo il brano evangelico sopra riportato e immediatamente mi viene di confrontarlo con quanto sta succedendo: i terribili bagliori della guerra, innanzitutto, ma non solo. Qualcuno, a nostra insaputa, si è impadronito anche del tempo e, per riconquistare lo spazio, tanto spazio e con esso tanto potere e denaro, ci ha collocati in una livida alba che ci annuncia un'odissea, meglio, l'inizio di un'odissea. Odissea che, presumibilmente, vorrebbe riportare alla casa dei colonialisti, più o meno vecchi e sperimentati, inglesi, francesi e statunitensi, il dominio su vaste aree del pianeta. Quale luce può trasfigurare quella livida alba, quale diversa via può impedire quell'odissea, se non il ritorno alla luce e ai cammini evangelici che hanno nei secoli caratterizzato la nostra civiltà? Ricordiamoci, per esempio, il cammino di luce della Via Francigena, con tutti i suoi simboli, significati, applicazioni… Certo, quelle azioni intraprese, quelle finalizzazioni ci dimostrano che una fase della civiltà umanistico-cristiana occidentale si è definitivamente conclusa, in particolare quella poggiata in larga misura sul nerbo borghese, ora snervato. Ma quegli stessi eventi ci dimostrano che necessita l'inizio di una nuova fase, pena un crollo di civiltà, quella cosiddetta occidentale, re-inizio basato su un ritorno e un'attualizzazione del messaggio cristiano (ce n'è un altro che ha retto nel tempo, forse?), da rendere nuovamente profonda e stabile cultura dei popoli. Allora potremo nuovamente volgere il viso alla luce, noi stessi divenendo irraggiatori di luce, Luce vera, quella di Dio.

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  15. 15

    sicutti

    Quello che il brano evangelico in commento mette in rilievo e che forse non è stato sufficientemente considerato negli scritti che abbiamo prodotto, abbagliati come eravamo dalla forza della luce che vi risiede e promana, è l'armonia che caratterizza l'evento della Trasfigurazione, armonia fra tutti i presenti, contemporanei e del passato, senza la quale l'anticipazione paradisiaca non sarebbe stata possibile. Il Paradiso in terra, dunque, dipende in modo diretto dai rapporti interpersonali e dalla loro trasparenza. Trasparenza tale da essere luminosa. Nel mondo e nella società attuali è possibile addivenire a situazioni trasfigurative, anche solo nel senso della possibilità? Cosa bisogna fare per ricreare tale base comportamentale e di pensiero? Insomma, come si può nuovamente introdurre nelle culture dei popoli, almeno quelli occidentali, l'uso costantemente quotidiano della Parola di Dio?

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  16. 16

    noislamisti

    Il tragico terremoto giapponese ha minato la fede dei nipponici e di tutte le popolazioni del mondo nella tecnologia, fasullo idolo moderno, adorato da intere popolazioni che con cura hanno cercato di elevarlo sull'altare dell'infallibilità, nei suoi molteplici aspetti: il paese con la massima conoscenza di terremoti e tsunami e con la massima competenza antisismica, il paese con la più alta quota di centrali atomiche pro capite dopo la Francia e con la più vasta esperienza di danni atomici non è riuscito, disponendo dei tecnici più esperti del mondo, a controllare i suoi reattori atomici. Perché dovremmo credere a chi promette che altri, meno esperti, siano invece capaci di farlo?

    Ma soprattutto, perchè dovremmo idolatrare una tecnologia che si diversifica secondo le singole competenze umane? Proprio questo ci dice che tale idolatria è stupidità pura. E anche questo dovrebbe aiutare a rivolgerci a "luci" diverse da quelle tecnologiche, a "luci" eterne, capaci di trasfigurare l'uomo. Però ci vorrebbero anche sacerdoti in grado di cogliere il significato profondo di questi eventi e indirizzarli, secondo logica e cuore, da Altra parte.

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  17. 17

    ambarabàcicc&

    Sono molti a pensare che stiamo vivendo una stagione della storia segnata da profondi capovolgimenti epoca­li: dalla 'rivolta del pane', alla crisi libica, per non parlare del­le altre guerre che producono miserie e privazioni. E cosa di­re degli stravolgimenti provocati da terremoti, tsunami e al­tre forze della natura?. Mai come oggi si avverte pertanto il bisogno di promuovere la speranza evangelica su scala planetaria, rivolgendosi ad autorevoli modelli di riferimento. La sfida consiste nel rieducare l’animo umano, una preoc­cupazione peraltro resa esplicita nel recente piano pastora­le del nostro episcopato per il prossimo decennio, intitola­to 'Educare alla vita buona del Vangelo'. Ma per educare dobbiamo saper guardarci dentro e guardare nel profondo degli occhi i fratelli: è una sapienza che va riacquisita, rischiosa perché indagatrice e potenzialmente violatrice, di quella "violenza" che solo la Luce sa recare, come ben sanno tutti quei missionari e missionarie che hanno dato la vita per la causa del Regno di Dio, che hanno creduto nella forza della Parola di Dio. La loro luminosa testimonianza di vita è motivo di grande conforto e rappresenta il valo­re aggiunto della fede cristiana rispetto a certe ideologie che promettono il successo a tutti i costi. Alla radice semantica della testimonianza, è bene rammentarlo, vi è la parola gre­ca martyrion, da cui deriva la parola martirio. Siamo disposti a tale testimonianza, di tale intensità? Chi è infatti il testimone, se non chi è pronto a dare tutto per la causa che si è prefisso di perseguire?

    Storie davvero avvincenti, quelle dei nostri missionari, che toccano il cuore perché riescono ancora oggi a ricomporre il legame inscindibile tra il Vangelo e la vita quotidiana. Stia­mo parlando di persone in carne e ossa, la cui identità non si è mai fondata sul disprezzo e sulla prevaricazione nei con­fronti del prossimo, ma sulla talvolta scomoda e comunque radicale conformazione a Cristo. «Arruolare i martiri sotto il segno della speranza è certamente un’impresa ardua», ha giustamente scritto don Gianni Cesena, direttore della Fon­dazione Missio: il martire è, per definizione, colui che vede interrotta in maniera brusca la propria esistenza, spesso un’esistenza densa di sapienza, di amore, di dono di sé, «tuttavia – precisa don Cesena – e­gli non resiste solo nella memoria commossa di chi lo ha co­nosciuto o nel ricordo dei suoi gesti e insegnamenti: il mar­tire resiste in Cristo». Questo mistero – che i teologi definiscono «escatologico» – non isola il martire, ma lo restituisce alla sua comunità, a chi lo ha conosciuto, a chi ne sente parlare per la prima volta. Ogni martirio è certamente sintomatico della prevaricazio­ne, dell’ingiustizia, dell’arbitrio, delle peggiori realizzazioni umane. E sebbene il ripetersi fin troppo frequente di episo­di di martirio tra i missionari e tra i cristiani che vivono nel­le periferie del mondo rinnovano dolore, smarrimento, tal­volta anche paura e rabbia, l’insegnamento delle Beatitudi­ni ricorda a ogni credente che la persecuzione è profezia, rappresentando sempre e comunque il segno più evidente dell’autenticità cristiana ( Mt 5 ,11 ). La Trasfigurazione ne indica il premio. Nello scandalo dell’ap­parente assenza, il martire diventa così promotore di una nuova umanità, sorgente di speranza, messaggio che supe­ra il tempo e lo spazio. Tra tante inquietudini, ci solleva l’idea che non sia comple­tamente andata perduta l’antica saggezza secondo cui c’è più insegnamento e vita autentica nella verità dei pro­pri comportamenti che nei discorsi infarciti di promesse e luoghi comuni. È proprio questa la lezione impartita dai martiri del Vangelo, all’insegna della coerenza di vita, perché «la storia siamo noi».

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