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26 Comments

  1. 1

    Bergamo.info

    Mi scuso ancora una volta coi lettori, specie quelli che da venerdì mattina hanno cominciato a "cliccare", da Bergamo, dall'Italia e dall'estero: se da un lato hanno potuto ulteriormente meditare i brani evangelici delle settimane precedenti, dall'altro debbono sapere che la struttura familiare di questa sezione non sempre riesce a far coincidere i tempi di acquisizione della documentazione necessaria con i tempi di pubblicazione. Mi scuso ancora. f.j.

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  2. 2

    Kamella Scemì

    Credo sia molto utile e bello aggiungere il commento di Padre Ermes Ronchi, apparso giovedì scorso su Avvenire, il grande giornale di riferimento dei cristiani italiani.

    "Non sia turbato il vostro cuore, abbiate fiducia". Sono le parole primarie del nostro rapporto con Dio e con la vita, quelle che devono venirci incontro appena aperti gli occhi, ogni mattina: scacciare la paura, avere fiducia. Avere fiducia (negli altri, nel mondo, nel futuro) è atto umano, umanissimo, vitale, che tende alla vita. Senza la fiducia non si può essere umani. Senza la fede in qualcuno non è possibile vivere. Io vivo perché mi fido. In questo atto umano la fede in Dio respira.

    "Abbiate fede in me, io sono la via la verità e la vita". Tre parole immense. Che nessuna spiegazione può esaurire.

    "Io sono la via": la strada per arrivare a casa, a Dio, al cuore, agli altri.

    "Sono la strada": davanti non si erge un muro o uno sbarramento, ma orizzonti aperti e una meta. Sono la strada che non si smarrisce. Shakespeare scrive «la vita è una favola sciocca recitata da un idiota sulla scena, piena di rumore e di furore, ma che non significa nulla». Con Gesù la favola senza senso diventa la storia più ambiziosa del mondo, il sogno più grandioso mai sognato, la conquista di amore e libertà, di bellezza e di comunione: con Dio, con il cosmo con l'uomo.

    "Io sono la verità": non in una dottrina, in un libro, in una legge migliori delle altre, ma in un «io» sta la verità, in una vita, nella vita di Gesù, venuto a mostrarci il vero volto dell'uomo e di Dio. Il cristianesimo non è un sistema di pensiero o di riti, ma una storia e una vita (F. Mauriac).

    "Io sono": verità disarmata è il suo muoversi libero, regale e amorevole tra le creature. Mai arrogante. La tenerezza invece, questa sorella della verità. La verità sono occhi e mani che ardono! (Ch. Bobin). Così è Gesù: accende occhi e mani.

    "Io sono la vita". Che hai a che fare con me, Gesù di Nazareth? La risposta è una pretesa perfino eccessiva, perfino sconcertante: io faccio vivere. Parole enormi, davanti alle quali provo una vertigine. La mia vita si spiega con la vita di Dio. Nella mia esistenza più Dio equivale a più io. Più Vangelo entra nella mia vita più io sono vivo. Nel cuore, nella mente, nel corpo. E si oppone alla pulsione di morte, alla distruttività che nutriamo dentro di noi con le nostre paure, alla sterilità di una vita inutile.

    Infine interviene Filippo: «Mostraci il Padre, e ci basta». È bello che gli apostoli chiedano, che vogliano capire, come noi. Filippo, chi ha visto me ha visto il Padre. Guardi Gesù, guardi come vive, come ama, come accoglie, come muore, e capisci Dio e la vita.

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  3. 3

    Kamella Scemì

    Ed ecco, come per incanto, una bellissima interpretazione del brano evangelico da parte del "nostro" eminentissimo Cardinale, sul Mattutino di oggi (http://www.avvenire.it).

    IL CARDELLINO ACCECATO di GIANFRANCO RAVASI

    "Morire come le allodole assetate dal miraggio / o come la quaglia / passato il mare / nei primi cespugli / perché di volare / non ha più voglia. / Ma non vivere di lamento / come un cardellino accecato".

    Anche per ragioni cronologiche, non ho potuto mai dialogare con un poeta che amo profondamente, Giuseppe Ungaretti (1888-1970), pur avendo conosciuto e incontrato spesso il suo discepolo prediletto e amico Leone Piccioni. Così, ogni tanto idealmente ascolto il poeta sfogliando le sue raccolte e soffermandomi su qualche pagina. Oggi ho davanti a me i versi della notissima

    Agonia che so ormai a memoria. C’è dolore e dolore, così come non tutte le morti sono uguali pur meritando lo stesso rispetto. Il lamento del cardellino accecato dalla crudeltà del cacciatore che lo usa come richiamo è, certo, straziante, ma è drammaticamente senza approdo. La vita che trascina è amaramente senza sbocco e significato.

    Per contrasto, ecco il morire di un’allodola o di una quaglia che si sono gettate nel «folle volo» della ricerca dell’infinito, degli spazi immensi, della luce del sole. Certo, sono ormai stremate e in agonia, ma alle spalle hanno un’avventura esaltante e unica e quindi un’esistenza piena e realizzata. La parabola è chiara: la vita non dev’essere un lamento statico, una rassegnazione atroce, un incubo a cui ci si sottomette, ma una ricerca, una corsa, un volo. In noi ci sono straordinarie possibilità, c’è un’apertura naturale verso l’alto, la bellezza, il gratuito, il mistero, il divino. Dobbiamo cercare di evadere dal perimetro della nostra gabbia, anche a costo di perdere sangue. Se continuiamo ad accontentarci delle cose piccole, non saremo mai capaci di compiere quelle grandi.

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  4. 4

    tommaso

    Ringrazio la signora K. per la sue belle parole (lette di primo mattino).

    Come – dunque – non ricordare il nostro quando dice che la morte si sconta vivendo.

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  5. 5

    thomas

    Our revels now ended. These our actors,

    As I foretold you, were all spirits, and

    Are melted into air, into thin air:

    And, like the baseless fabric of this vision,

    The cloud-capp'd towers, the gorgeous palaces

    The solemn temples, the great globe itself,

    Yea, all which it inherit, shall dissolve,

    And, like this insubstantial pageant faded,

    Leave not a rack behind. We are such stuff

    As dreams are made on; and our little life

    Is rounded with sleep.

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  6. 6

    agostino

    Ottima idea quella dell'amico Thomas H. (presumo) di ricordare il suo conterraneo (con riferimento – credo – alla summenzionata citazione della signora K. quando il drammaturgo inglese dice che la vita è una favola etc.).

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  7. 7

    tommaso

    Traduco.

    I nostri giochi sono finiti.

    Questi attori,

    come ti avevo detto, erano solo fantasmi, e

    si sono dissolti nell’aria, in aria sottile.

    E come l’edificio senza basi di questa visione,

    anche gli alti torrioni incoronati di nuvole, e i sontuosi palazzi,

    e i templi solenni di questo globo immenso

    con le inerenti sostanze dovranno dissolversi,

    e come l’irreale spettacolo appena svanito,

    svanirà senza lasciare traccia di sé. Noi siamo fatti della stessa sostanza

    di cui sono fatti i sogni e la nostra piccola vita

    è cinta di sonno.

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  8. 8

    Aristide

    IL CARDELLINO ACCECATO E LE PUBBLICHE RELAZIONI

    Forse occorrerebbe ricostituire i nessi tra gl’interventi che precedono. Credo che sia saltato qualcosa. Thomas H. è Thomas Hardy? Non credo. I versi riportati sopra, «I nostri giochi […] la nostra piccola vita è cinta di sonno», sono tratti dalla ‘Tempesta’ di Shakespeare.

    Ringrazio Kamelia per averci presentato queste parole del Cardinale Ravasio. Bellissima, profonda e semplice insieme, questa poesia di Ungaretti, ‘Agonia’. Qui non c’è propriamente un elogio dell’eroismo, anche perché c’è eroismo ed eroismo, bisognerebbe specificare. Ma la brevità e la ‘concinnitas’ della poesia non lo consentono. Ma noi, che non siamo poeti, possiamo essere espliciti: c’è l’eroismo silenzioso (quello che prediligiamo) e c’è quello chiassoso (detestato da Voltaire: «J’aime peu les héros, ils font trop de fracas. […] Plus leur gloire a d’éclat, plus ils sont haïssables»). Ecco che Ungaretti con meravigliosa leggerezza, con vivacità d’immagini e sonorità di parola si limita a esortarci a non essere vili, a non voltare la faccia, a non essere indifferenti. A che serve poi essere vili? Afferma Orazio: ‘Mors et fugacem persequitur virum’, la morte raggiunge anche colui che fugge. Come pure chi si presta a far da richiamo per i gonzi, come il cardellino accecato, come coloro che fanno le pubbliche relazioni.

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  9. 9

    francesco

    Ieri sera, durante la nostra fraterna riunione mensile avente al centro lo studio, il commento, l'interpretazione della Parola di Dio, nell'esercizio di quella diaconìa della Parola evangelica che a nostro avviso sarebbe compito fondamentale di tutti i cristiani, si è dibattuto molto sulla mia affermazione circa il fatto che, secondo me, le domande rivolte da Tommaso e Filippo a Gesù rivelerebbero i dubbi, onesti e comprensibilissimi, allignanti fra gli apostoli. Secondo Dario e Beppe, infatti, non si potrebbe parlare di dubbi, ma soltanto di concrete domande da parte di chi (Filippo e Tommaso, nella circostanza) voleva attingere, secondo una visione tipicamente ebraica, il risultato finale, la conoscenza di Dio, ovvero la fine dei tempi. Secondo me e Don Sergio, invece, i dubbi nel gruppo apostolico c'erano, incentrati proprio sulla persona di Gesù, sulla non comprensione del Suo esatto rapporto col Padre, dubbi messi esplicitamente e indirettamente in rilievo da quel riferimento residuale e un po' sconsolato fatto da Gesù alla necessità da parte Sua di ricorrere al "mirabile" per avere credibilità anche nell'essenziale non conoscibile. Del resto, Gesù non si nasconde, non tentenna, non fa discorsi fumosi e fumiganti (dimostrando ancora una volta che il Suo Regno non è di questa terra), ma risponde alle domande, argomentandole, perché sa di essere il Figlio di Dio, e non può aver certo timore dei dubbi dei Suoi amati discepoli. I quali a loro volta lo amano, e ai quali, dunque, rispetto alle richieste di spiegazione e piena comprensione del mistero di Dio, non può che infondere speranza, che diventa certezza soltanto attraverso la fede in Lui. Certezza ancor maggiore dopo la Sua Risurrezione.

    Per gli altri partecipi alla nostra riunione, Luca, Rita, Milena, Miriam, Q etc. il tema messo a fuoco consisterebbe, in fondo, in un falso problema: infatti, non sarebbe tanto importante la distinzione fra il dubbio e la semplice e concreta domanda o richiesta di spiegazioni, quanto la modalità con cui ci si avvicina al Maestro, laddove dev'esserci necessariamente cuore, la semplicità del cuore, anche in aree di buona pretesa culturale. Altrimenti tutto crolla e diventa falso. Al riguardo, e in riferimento alla nota questione del parroco genovese, si è riproposto ancora una volta il problema del male, che non nasce certamente dal dubbio onesto ma, anzi, lo reprime, per poter perseguire con lucida determinazione gli effetti malvagi verso cui si è attirati, dal conseguimento dei quali si è posseduti. Perché il demonio esiste, e molti sono alla sua mercé. Qual'è l'arma di costoro, degli schiavi del male, di quel male che praticano credendo di esserne i dominatori? Principalmente la simulazione, spesso accompagnata da atteggiamenti di "semina" diffamatoria. Come si affrontano tali situazioni? La simulazione, con quel che le sta intorno, può essere aggirata e spesso vinta mediante la proposizione di domande chiare, "giuste", esigendo risposte altrettanto chiare e "giuste". Per esempio, le risposte date da Gesù ai discepoli potranno anche non essere del tutto "digeribili" o convincenti per qualcuno: ma non si può dire che non siano chiare e coerenti. E' lecito, dunque, avere dubbi; è dovere sociale esprimerli; è dovere metterli da parte quando si hanno risposte adeguate… Come accaduto agli Apostoli, che solo mediante una crescita nella soddisfazione e comprensione delle risposte del Maestro sono giunti ad attingere una forza testimoniale tale da non sfuggire anche al martirio nel nome di Colui che ha loro risposto.

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  10. 10

    Kamella Scemì

    Mi sa che, nel loro dibattito di ieri sera, il fatto di essere apertamente "tifoso-amico" di Sua Santità Benedetto XVI ha giovato non poco al buon prof. Nosari.

    Il Papa, infatti, PRIMA DEL REGINA CÆLI ha detto:

    Cari fratelli e sorelle!

    Il Vangelo dell’odierna domenica, la Quinta di Pasqua, propone un duplice comandamento sulla fede: credere in Dio e credere in Gesù. Il Signore, infatti, dice ai suoi discepoli: «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me» (Gv 14,1). Non sono due atti separati, ma un unico atto di fede, la piena adesione alla salvezza operata da Dio Padre mediante il suo Figlio Unigenito. Il Nuovo Testamento ha posto fine all’invisibilità del Padre. Dio ha mostrato il suo volto, come conferma la risposta di Gesù all’apostolo Filippo: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). Il Figlio di Dio, con la sua incarnazione, morte e risurrezione, ci ha liberati dalla schiavitù del peccato per donarci la libertà dei figli di Dio e ci ha fatto conoscere il volto di Dio che è amore: Dio si può vedere, è visibile in Cristo. Santa Teresa d’Avila scrive che «non dobbiamo allontanarci da ciò che costituisce tutto il nostro bene e il nostro rimedio, cioè dalla santissima umanità di nostro Signore Gesù Cristo» (Castello interiore, 7, 6: Opere Complete, Milano 1998, 1001). Quindi solo credendo in Cristo, rimanendo uniti a Lui, i discepoli, tra i quali siamo anche noi, possono continuare la sua azione permanente nella storia: «In verità, in verità io vi dico – dice il Signore –: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio» (Gv 14,12).

    La fede in Gesù comporta seguirlo quotidianamente, nelle semplici azioni che compongono la nostra giornata. «È proprio del mistero di Dio agire in modo sommesso. Solo pian piano Egli costruisce nella grande storia dell’umanità la sua storia. Diventa uomo ma in modo da poter essere ignorato dai contemporanei, dalle forze autorevoli della storia. Patisce e muore e, come Risorto, vuole arrivare all’umanità soltanto attraverso la fede dei suoi ai quali si manifesta. Di continuo Egli bussa sommessamente alle porte dei nostri cuori e, se gli apriamo, lentamente ci rende capaci di "vedere"» (Gesù di Nazareth II, 2011, 306). Sant’Agostino afferma che «era necessario che Gesù dicesse: "Io sono la via, la verità e la vita" (Gv 14,6), perché una volta conosciuta la via, restava da conoscere la meta» (Tractatus in Ioh., 69, 2: CCL 36, 500), e la meta è il Padre. Per i cristiani, per ciascuno di noi, dunque, la Via al Padre è lasciarsi guidare da Gesù, dalla sua parola di Verità, e accogliere il dono della sua Vita. Facciamo nostro l’invito di San Bonaventura: «Apri dunque gli occhi, tendi l’orecchio spirituale, apri le tue labbra e disponi il tuo cuore, perché tu possa in tutte le creature vedere, ascoltare, lodare, amare, venerare, glorificare, onorare il tuo Dio» (Itinerarium mentis in Deum, I, 15).

    Cari amici, l’impegno di annunciare Gesù Cristo, "la via, la verità e la vita" (Gv 14,6), costituisce il compito principale della Chiesa. Invochiamo la Vergine Maria perché assista sempre i Pastori e quanti nei diversi ministeri annunciano il lieto Messaggio di salvezza, affinché la Parola di Dio si diffonda e il numero dei discepoli si moltiplichi (cfr At 6,7).

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  11. 11

    Kamella Scemì

    Aggiungo quanto detto dall'amatissimo Papa DOPO IL REGINA CÆLI, i saluti in particolare:

    Cari fratelli e sorelle!

    Mi unisco alla gioia della Chiesa in Portogallo, per la beatificazione di Madre Maria Chiara di Gesù Bambino, avvenuta ieri a Lisbona; e a quella in Brasile, dove oggi, a Salvador Bahia, viene proclamata beata Suor Dulce Lopes Pontes. Due donne consacrate, in Istituti posti entrambi sotto la protezione di Maria Immacolata. Siano lodati il Signore e la sua santa Madre!

    Je salue avec joie les pèlerins francophones. Dans l’élan apporté à l’Eglise par la béatification du Pape Jean-Paul II, je vous invite à prier le chapelet en méditant sur les Mystères lumineux, ainsi qu’il nous y a invités. En suivant les étapes de la mission du Christ avec la Vierge Marie, nous devenons capables, comme elle, de voir l’amour du Père à l’œuvre dans la vie et l’enseignement de son Fils. Puissions-nous ainsi devenir des adorateurs en esprit et en vérité et des témoins ! Je vous bénis de grand cœur, ainsi que vos familles !

    I welcome all the English-speaking visitors who join us for this Regina Cœli prayer. In a special way I greet the participants in the leadership training course offered by the Saint Egidio community, assuring them of my prayers for their efforts to proclaim the Gospel and serve the poor and needy in their native countries. Also in these days the International Ecumenical Peace Convocation, organized by the World Council of Churches, is meeting in Kingston, Jamaica. The Convocation is the culmination of a decade-long programme aimed at combating all forms of violence. Let us join in prayer for this noble intention, and recommit ourselves to eliminating violence in families, in society and in the international community. Dear friends, in the joy of this Easter season, may we be strengthened by the Risen Lord to follow him faithfully and to share in his life. Upon you and your families I invoke God’s abundant blessings.

    Ganz herzlich heiße ich alle Pilger und Besucher deutscher Sprache willkommen. Im Evangelium des heutigen Sonntags antwortet der Herr auf das Unwissen und die Richtungslosigkeit der Jünger mit der Zusicherung: „Ich bin der Weg und die Wahrheit und das Leben" (Joh 14,6). Er gibt ihnen damit mehr als einen Wegweiser und ein orientierendes Wort. Er begegnet ihnen als Person an, der sie sich anvertrauen können. Auch uns lädt er ein, ihn in unser Leben und in unsere Welt aufzunehmen. Dann empfangen wir von ihm die Einsicht in das Wahre und Gute und die Anleitung zu einem wirklich gelungenen Leben. Ich wünsche Euch allen einen gesegneten Sonntag und eine gute Woche!

    Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española, en particular a los fieles de San Fernando de Henares. En este tiempo de Pascua, el ejemplo de la comunidad apostólica nos llama a manifestar con la palabra y el testimonio de vida la Verdad de Jesucristo, según la propia vocación. El Evangelio de hoy nos muestra el ideal de los diáconos y de los que son llamados al servicio de la comunidad: imbuirse plenamente de la Palabra de Dios y del amor a Jesucristo, para reflejar con sus buenas obras la bondad de Dios. Feliz domingo!

    Ao saudar os peregrinos de língua portuguesa, desejo também associar-me à alegria dos Pastores e fiéis congregados em São Salvador da Bahia para a beatificação da Irmã Dulce Lopes Pontes, que deixou atrás de si um prodigioso rasto de caridade ao serviço dos últimos, levando o Brasil inteiro a ver nela «a mãe dos desamparados». Idêntica celebração teve lugar ontem, em Lisboa, ficando inscrita no álbum dos Beatos a Irmã Maria Clara do Menino Jesus; ela fundou as Franciscanas Hospitaleiras da Imaculada Conceição, que ensinou «a alumiar e aquecer» a multidão de pobres e esquecidos da sociedade, vendo e acolhendo neles o próprio Deus. Enquanto confio à intercessão das novas Beatas os seus familiares e devotos, as suas filhas e irmãs espirituais e as comunidades eclesiais de Lisboa e São Salvador da Bahia, de coração concedo-lhes a Bênção Apostólica.

    Serdeczne pozdrowienie kieruję do Polaków. Jednoczę się duchowo z Biskupami, Duchowieństwem i Wiernymi, którzy dziś dziękują Bogu za 850 (osiemset pięćdziesiąt) lat istnienia Archikolegiaty Najświętszej Maryi Panny Królowej i św. Aleksego w Tumie koło Łęczycy. Wszystkim z serca błogosławię.

    [Un cordiale saluto rivolgo ai polacchi. Mi unisco spiritualmente ai Vescovi, al clero e ai fedeli che oggi ringraziano Dio per gli 850 anni dell’Arcicollegiata della Santissima Maria Vergine Regina e di Sant’Alessio a Tum presso Leczyca. Vi benedico tutti di cuore.]

    Rivolgo il mio cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai numerosi cresimandi della Diocesi di Genova, guidati dal Cardinale Bagnasco. Un pensiero va poi al folto gruppo del Movimento per la Vita: cari amici, mi congratulo con voi, in particolare per l’impegno con cui aiutate le donne che affrontano gravidanze difficili, i fidanzati e i coniugi che desiderano una procreazione responsabile; così voi operate concretamente per la cultura della vita. Chiedo al Signore che, grazie anche al vostro contributo, il "sì alla vita" sia motivo di unità in Italia e in ogni Paese del mondo. Benedico i bambini accompagnati dall’UNITALSI, i quali superando i disagi della malattia si fanno testimoni di pace. Incoraggio i malati e i volontari presenti in occasione della Settimana nazionale della sclerosi multipla. Saluto i membri dell’Istituzione Teresiana, nel centenario dell’Associazione; i fedeli provenienti da Saiano, da Montegranaro e da alcune parrocchie di Roma; le scolaresche di Verona e i ragazzi di Torano Nuovo. A tutti auguro una buona domenica.

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  12. 12

    Karl Heinz Treetball

    L'unicità della "porta", che è pure stretta, ci dà l'idea dell'ampiezza e della profondità del messaggio cristiano, perchè se esso fosse limitato e limitante non avrebbe avuto peso decisivo nello sviluppo della civiltà occidentale, ancora oggi a duemila anni di distanza. La porta è stretta, ma profondissima e altissima.

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  13. 13

    Kamella Scemì

    Chi vede me vede il Padre. Il Dio della Bibbia, Gesù ce lo presenta come reso visibile e concreto in forza della Sua appartenenza, di Lui, Gesù, alla Trinità, e come Padre in forza della creazione dell'uomo a immagine e somiglianza di Dio, avvenuta all'inizio dei tempi.

    Riandiamo, allora, a quei momenti creativi e cerchiamo di raffrontare le due figure, apparentemente diverse almeno sotto un profilo letterario: il Dio creatore e il Dio Padre di Gesù.

    Quasi sbirciando dal buco di un'immaginaria serratura, come dice Jack Miles nel suo "Dio, una biografia", guardiamo Dio che si accinge all'opra: sta parlando a se stesso. Non è stato creato ancora nessun essere umano che possa ascoltarlo, e gli altri esseri divini, ai quali si rivolgerà di rado e quasi fuggevolmente, sembrano a malapena rientrare nella sua sfera d'attenzione: al massimo astanti, non collaboratori.

    Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.

    Con la Sua parola, direttamente, egli crea soltanto la luce, perché poi, in quel frangente, è un creatore/artigiano: parla a se stesso, ma non di se stesso. Non dice nulla di chi Egli sia o di quel che voglia, e le parole che pronuncia sono brusche, non intendono comunicare nulla a nessuno, ma solo decretare. Anche le Sue prime parole sono brusche all'estremo. La frase «Sia la luce» (1,3), così solenne nelle nostre lingue, non traduce che due rapide parole dell'ebraico: y'hi or. La frase di una sola parola «Luce!» sarebbe una traduzione plausibile, perché, se la frase è un comando, pure non è espressa in tono di comando. Non si parla in tono di comando a se stessi. È piuttosto, anche in questa circostanza, quando crea dal nulla e con l'ausilio della sola parola la luce, come un falegname in cerca del martello o della tenaglia, che dicesse a voce alta le parole «martello» o «tenaglia».

    La questione non è nemmeno alla lontana se sottomettersi o no a un «comando» del genere.

    La scena non ha narratore. Non viene presentata come una visione concessa a un profeta che abbia il privilegio di vedere Dio all'opera. Eppure l'effetto, lo ripetiamo, è quello di origliare o di spiare. Capitiamo mentre si sta facendo un lavoro, e quel che ci colpisce di Colui che sta lavorando è che, anche se sta parlando con se stesso, lo fa senza la minima esitazione. Non è cogitabondo. Ha in mente qualcosa di preciso, e ogni fase del suo progetto conduce alla successiva senza fretta, ma in maniera estremamente economica e diretta. Prima di tutto, la luce. Poi la cupola del cielo, che si apre come una bolla gigantesca nel caos dell'acqua: acqua sopra di essa, acqua al di sotto. Poi la separazione delle acque inferiori, così che possa apparire la terra asciutta. Poi la vegetazione, dalla terra appena rivelata. Poi, nel quarto giorno, il sole, la luna e le stelle per avere più luce e per poter computare il tempo; nel quinto, gli esseri viventi del mare e dell'aria; e nel sesto gli animali della terra.

    E poi, quando tutto sembra pronto, un tremolio della voce, una parola di spiegazione obliqua da parte di questo personaggio che sembra tanto al di sopra delle spiegazioni:

    E Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra». Poi Dio disse: «Ecco, io vi dò ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io dò in cibo ogni erba verde». E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno. (Gen 1, 26-31)

    Il significato effettivo di "immagine" è reso nell'istruzione, impartita subito dopo, di dominare la terra. Perché dare all'umanità questa versione del dominio divino? Perché in tal modo l'umanità costituisce un'immagine più precisa di «noi». E perché il crescere e il moltiplicarsi? Perché gli esseri umani, quando si riproducono, sono l'immagine del loro creatore nel suo atto creativo. La riproduzione produce riproduzioni, immagini: i figli non assomigliano forse ai genitori? Il motivo di tutto quello che precede la creazione dell'umanità è, alla fin fine, l'approvvigionamento per quell'atto culminante con cui Dio crea un altro genere di creatore.

    Per ripetere, Dio crea un mondo perché vuole l'umanità, e vuole l'umanità perché vuole un'immagine. Possono esservi stati altri motivi operativi. Per sceglierne uno dall'antico vicino Oriente: potrebbe aver voluto un servitore. Per spaziare nella sua storia più recente: potrebbe aver voluto qualcuno che lo amasse. Potrebbe perfino aver voluto qualcuno che lo adorasse. Ma a questo punto, a giudicare tutto quello che dice, egli non è un Dio che voglia amore o culto o alcuna cosa che possa avere facilmente un nome. Vuole un'immagine. Ma perché, dunque, dovrebbe volerla? Al punto in cui siamo, possiamo solo tirare a indovinare.

    Dio è di modi cauti, ma cos'è che tiene nascosto? Sentiamo dire «noi», «nostra immagine», e vogliamo sentire di più. Se la «nostra» immagine è maschio e femmina, non siamo anche «noi» maschio e femmina? La scienza in parte l'ha confermato e questa sarebbe la deduzione più logica e immediata, ma nulla di ciò che segue sembra ulteriormente accreditarla. E se Dio ha una vita privata o perfino, come potremmo dire, una vita sociale divina in mezzo ad altri dèi, non ci sta introducendo a essa. Sembra completamente solo, non soltanto senza una consorte, ma anche senza un fratello, un amico, un servitore o perfino un animale mitico. La sua vita è sul punto di implicarsi senza speranza con la determinazione, da parte della sua immagine, a fare immagini a propria volta. Ma se la vita di Dio fosse priva delle complicazioni umane, che razza di vita sarebbe? Anche qui possiamo solo tirare a indovinare. Nella sua attività non c'è stata traccia di sforzo. I sei giorni della creazione non sono come le dodici fatiche di Ercole, piene di muscoli che si contraggono e di sudore che gronda. Il suo tratto distintivo è stata una sovranità incontrollata e senza sforzo. Eppure, nel settimo giorno, si riposa «da ogni lavoro che egli creando aveva atto». Gli è costato più di quanto sul momento abbiamo perepito? È più debole di quanto riveli? Il sesto giorno della creazione ha avuto una conseguenza alquanto ambivalente. Il suo ordine al maschio e alla femmina che ha appena creato è: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela», e il testo dice: «E così avvenne». Ma non è ancora così. Fino a questo momento, il maschio e la femmina non si sono ancora dimostrati fecondi, non si sono moltiplicati. E Dio non dice direttamente di loro, come dice direttamente di tutte le altre sue creazioni, «E Dio vide che essi erano buoni». Il giudizio finale, nelle parole del narratore – che legge misteriosamente nella mente di Dio -, viene reso solamente sulla creazione nella sua totalità: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona». «Molto», qui per la prima e unica volta, ma soltanto dopo un'elisione leggermente perturbante laddove si tratta dell'umanità. E poi, d'un tratto, questo cadere in un'intera giornata di riposo. Dio, già in questo primissimo momento della propria storia, è un misto di forza e debolezza, di risoluzione e rimpianto.

    Ha creato a Sua immagine esseri che debbono crescere e moltiplicarsi, soggiogare e dominare la terra e gli animali che la popolano, ma non ha attribuito loro esplicitamente, in quell'istante, la forza tipicamente divina necessaria per agire e per adempiere al compito loro affidato, la forza che fa superare il mero interesse conservativo: la forza dell'amore. E' questo che Gesù aggiunge, quale elemento indispensabile di identificazione, per l'uomo e per Dio, alla descrizione del Misterioso Personaggio della Genesi; il quale, dice Gesù, non avrebbe provveduto a "quella" creazione a Sua immagine e somiglianza, con l'attribuzione all'umanità di quei compiti, se non fosse stato già in quel momento Padre, come Gesù mostra con chiarezza ai Suoi discepoli, prendendo se stesso a pietra di paragone. Lui, Maestro divino, presente in carne e ossa sulla terra, fra i dodici, non può che essere frutto di quell'immensa originaria forza sorgiva dell'uomo, la forza dell'amore, in lui insinuata fin dagli inizi dal Misterioso Personaggio del primo libro della Torah, che la possiede, la domina e la dona. E che per questo, dopo tale possente e gratuito atto creativo, sostanziantesi nella donazione all'uomo di Sé, di quanto più intimamente divino possegga, mostra tutta la Sua tenerezza riposando finalmente soddisfatto: ha infine creato quell'immagine cui tendeva, immagine a propria volta creatrice, in una continua e possente attuazione dei gesti divini. E' la sinfonia delle Scritture nel loro insieme quella che il brano evangelico in commento ci richiama agli occhi della mente e del cuore, la Sinfonia di Dio.

    Reply
  14. 14

    Giuseppe

    In fondo, almeno un aspetto, un lampo degli sguardi puntuti e interrogativi dei discepoli vorrei resistesse, per un attimo, in chi, per avventura, stia leggendo le surriportate righe evangeliche (così come il sorriso del gatto del Cheshire resiste al suo svanire sull'albero): l'intreccio fra piacere e trepidazione, tra felicità e brividi in colui che viene invitato al castello del Cielo, quello splendente ma misterioso maniero in cui Gesù va a preparare il posto per ciascuno dei Suoi amici. Non bastano le opere compiute quaggiù, occorre che a quanto noi facciamo in questo mondo corrisponda un'attività preparatoria di Gesù in Cielo, svolta per grazia e interamente donata, senza la quale la salvezza per l'uomo è impossibile.

    Pertanto, è parimenti impossibile tentar di scrivere il racconto, pur immaginario, dal valore essenzialmente allegorico, della natura dei preparativi messi in atto da Gesù in quel Luogo, a vantaggio di ciascuno di noi, là, in quel castello, rispetto ai quali ci si può sbizzarrire nel produrre opinioni. Credo, invece, che maggiormente conti osservare il modo in cui l'esistenza e la consistenza di tali preparativi vengono recepite dai fedeli, portatori di convinzioni e abitudini diversissime tra loro: il senso di profonda, aristocratica diversità con cui lo stile di Gesù sembra imporsi, per taluni; per altri, la vastità del suo spazio immaginativo e sapienziale – un vero luogo in cui soggiornare, perdersi e ritrovarsi; oppure il coniugarsi nella Sua voce e nelle Sue parole di aperture a tutto campo – di interrogazioni cruciali sull'Essere e il nulla, la vita e la morte, la grazia e il peccato, l'anima e il Padre – con toni e timbri di affabile conversazione; e, insieme a ciò, le reazioni ambivalenti che la Sua continua opera all'interno della Storia nel frattempo produce e può produrre.

    Si tratta di diverse espressioni della multiforme figura messianica che pesano nel rapporto personale e vengono messe in circolo, nella famiglia come nella comunità, andando ad arricchirle e a regolarne gli eventuali eccessi, in positivo e in negativo, e, soprattutto, costituiscono il necessario legame, preparatorio anch'esso, fra i nostri comportamenti terreni e l'opera di lassù.

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  15. 15

    Giuseppe

    Come si vede il «fenomeno» Gesù attraverso le parole e la scena del brano evangelico in esame? Il Suo "mito" e la Sua verità, la Sua forza di contagio e la Sua solitudine. Ma Gesù non è, ovviamente, solo questo. Nel tempo della Sua missione in Terra, la Sua opera ha sposato molte forme diverse, diversissime fra loro, si è avventurata su moltissimi terreni, ha mutato timbri, linee e colori, e darne conto, sia pure in breve, come il fedele brama, richiederebbe un osservatorio estremamente mobile e prensile, la cui edificazione, comunque e fra l'altro, dovrebbe essere obiettivo primario delle strutture ecclesiali, pur nella consapevolezza dell'irraggiungibilità di una definizione valida per tutti i luoghi e per sempre.

    Forse nessuna strategia, men che meno letteraria, per ritrarre Gesù, in qualche modo fissandolo, è possibile. Forse, invece, potrebbe essere efficace quella dai Vangeli stessi più volte evocata, basata, secondo un'analogia applicativa di alcune situazioni evangeliche, sull'invidia dell'evangelista di turno per i grandi pittori, poiché la loro arte inchioda, come la parola non può fare, l'identità, l'irripetibilità di un essere. Ma, se il pittore abita nello spazio concreto, fisico dell'esistenza, il ritrattista verbale, l'evangelista, ha la sua dimora nel tempo. Il personaggio che gli sta di fronte si muove, si sposta cambia come a nessun uomo sarebbe possibile nell'atelier di un pittore: come Proteo di fronte a Menelao, si trasforma via via in leone, serpente, pantera, cinghiale, acqua corrente e albero fronzuto. Il ritrattista letterario deve assecondare queste metamorfosi: non può mai, come il pittore, richiamare il suo modello alla fissità di una posa. Solo lasciando che la sua tavolozza di parole si sciolga nel ritmo di un destino può presumere di afferrare le vibrazioni di fondo di un'opera: quella che Proust chiamava l'air de la chanson. La parabola. Ed è anche questo che dobbiamo saper cogliere, noi fedeli, nei testi evangelici, l'aspetto ritrattistico, cercando il più possibile nei lampi di connessione testuale sintesi promettenti ulteriori esaltanti analisi.

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  16. 16

    maria

    La "parabola" di Gesù, per usare il termine sopra adottato da Giuseppe a indicare il potenziale, complessivo ed esemplare racconto, per sintesi, della vita terrena del Figlio di Dio, è tra le più difficili da racchiudere in un ritratto. Fin dalle origini famigliari, ovviamente, e dalle dimore e residenze disseminate, negli anni dell'infanzia, della giovinezza e della maturità pastorale, tra Betlemme, Nazaret, l'Egitto, la Galilea in genere, Cafarnao, il lago di Tiberiade, i vari monti e, infine, la città santa, Gerusalemme, la città dell'inquietudine, la capitale dell'inquietudine, come secondo me esattamente dice Kamelia Tszemì.

    Spostamenti frequenti cui va aggiunta, a complicare ulteriormente il racconto, la tensione continua e sempre latente fra le due apparentemente inconciliabili dimore, quella della Terra e quella del Cielo.

    Il destino terreno di Gesù, così come rivela la stessa scena sopra posta a commento, infatti, appare segnato da una non comune pluralità e contemporaneità di esperienze, delle quali soltanto una parte può essere compresa o percepita dagli Apostoli, la parte terrena, quella miracolistica se si vuole, mentre la parte "del Cielo" non solo non viene compresa, cosa che da un punto di vista meramente razionale è persin accettabile, ma viene vissuta dagli Apostoli come estranea allo stesso insegnamento del Maestro, sostanzialmente d'impaccio. E il Suo continuo cambiare nel tempo "d'abito e di volto", celeste e terreno, pur restando egli sempre confitto nella forma necessaria della propria verità; il mistero del Suo carattere, insieme difficile e sciolto; l'incontro nella Sua voce tra registri diversi e persino opposti, e non solo tra contenuti, – tutto ciò ci dice che il Suo magistero non è certo nato da progetti o da calcoli a freddo. Egli, inesausto esploratore delle Scritture, non si è mai sepolto in esse, non ha mai accecato tra i libri le proprie passioni. Ha costantemente tenuto la barra dritta fra Cielo e Terra, fra cuore e intelletto, fra ragione e fede, ben utilizzando i diversi toni e le diverse sfumature scritte sullo spartito della forza dell'amore. Per questo la sintesi, senza ritratto, non può che trovarsi nella Sua Persona, e non soltanto in quello che dice e fa, e che sarebbe letterariamente ritraibile: Lui, personalmente, è la via, la verità e la vita vera, Lui la porta del Cielo. Non ci può essere fotografia al riguardo, pittorica o letteraria, se non quella che, giorno dopo giorno, possiamo imprimere nel nostro cuore, aprendolo all'amore per Lui.

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  17. 17

    don Angelo

    Quel che risalta dalla lettura "poliedrica" di cui sopra, che mi sembra comunque aderente al testo evangelico, è l'esigenza di fedeltà, di rigore che promana da Gesù, il bisogno di coniugare passione e attenzione, e di aderire sinuosamente ai testi sacri per farli risuonare in tutti i loro possibili armonici, preservando sempre, allo stesso tempo, un'asciuttezza quasi icastica dello sguardo, una limpidezza «semplice» della visione ("sì, sì, no, no". La Parola "facile" per i bimbi, difficile per gl'intellettualoidi).

    Invece, ciò che di Gesù, persona umana, così come è visto e interpretato anche dagli Apostoli nella circostanza, più mi seduce all'interno dello scritto evangelico sopra riportato, attraverso la pur deformante lente di rivisitazione data dalle iridescenti sfaccettature dei diversi commenti, è, in realtà, l'abbraccio tra esattezza e fantasia, la vasta zona d'ombra intuibile dietro le pareti del luogo/laboratorio dove si è svolta l'Ultima Cena, insomma, la facoltà quasi rabdomantica, il magnetismo. Non è affatto strano, allora, che queste indubbie doti siano apparse ben presto troppo compresse agli occhi irrequieti degli Apostoli. Ed ecco che, anziché calarsi nel flusso vivo delle parole divine, essi cercano di raggelarle per estrarne dei frammenti e osservarli al microscopio. Con la minuziosità di un notaro di provincia o l'ambizione di purezza del matematico, gli Apostoli tentano di ridurre il movimento creativo di Gesù a una serie di formule giuridiche, o di ben ordinate equazioni, o di comandamenti di moralistica sostanza, dal tono secco e rigido, veicolo sì di sortilegi, ma di appartenenza ed esercizio suppostamente esclusivi, a loro vantaggio. Occultatori, in concreto, dei momenti epifanici del Cristo. E' la gnosi, già presente a intaccare il primo annuncio, a respingere il Mistero di cui l'uomo stesso vive.

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  18. 18

    Karl Heinz Treetball

    Non credo di provocare Aristide il grande se osservo che nel brano di Vangelo in commento Gesù manifesta in misura altissima tutta la Sua avversione verso chi è vile o si comporta da vile, chi volta la faccia, chi è indifferente, chi si presta a far da richiamo per i gonzi, come il cardellino accecato, come coloro che fanno le pubbliche relazioni. Gesù, che avrebbe avuto ogni opportunità per sfuggire alle domande, perplesse e insidiose, degli Apostoli, dice loro quel che è, la verità, lasciandoli liberi di fare valutazioni personali, sotto la propria responsabilità altrettanto personale, lasciandoli sconvolti e sconcertati, inquieti, forse ancora più dubbiosi. Ma solo così, ricevendo liberamente la Verità, essi potranno in breve tempo capire il significato della Croce e della Risurrezione. Solo così potranno dirsi cristiani. Soltanto così potranno risorgere col Maestro e ascendere al Padre. g.

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  19. 19

    Aristide

    Mi sento provocato, sì, ma nel senso migliore di “provocatus”, cioè chiamato in causa, o anche invitato a mostrare qualche qualità (come quando si dice “provocare aliquem virtute”) e non in quello peggiore, di “lacessitus”. Sono perfettamente d’accordo con il richiamo all’insegnamento evangelico da parte di Karl Heinz. Lo sono a tal punto che, interrogato anni fa da una giornalista sul libro che, a mio avviso, ogni adulto dovrebbe aver letto, risposi che quel libro era il Vangelo. Sarò sincero: dissi anche che un giovane dovrebbe avere la fortuna di leggere ‘Il grande amico Meaulnes’, di Alain-Fournier, per coltivare quell’ideale di eroismo silenzioso al quale accennavo in questa pagina, nel commento del 22 maggio, h. 11:12. I giovani, almeno loro, dovrebbero avere la possibilità di confrontarsi con questo modo generoso di vedere le cose. (Un eroismo silenzioso che certamente sarà valutato come una pericolosa eresia, misurato con il metro di Maria de Filippi, dei piccoli manager in carriera, degli assessorucoli ipercinetici.) Anche Gesù si espresse a più riprese contro il clamore dei farisei. Quanto agli operatori di pubbliche relazioni e ai giornalisti comprati, sono sicuro che Dante li caccerebbe nell’inferno, ma ho qualche dubbio riguardo al girone. Probabilmente, per chiarirmi le idee, dovrei sfogliare l’‘Etica nicomachea’. Si accettano suggerimenti.

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  20. 20

    Rotari, Langobardoru

    Chi vede me, vede il Padre, chi ascolta me, ascolta il Padre: Kamella, la nostra teologa di confessione ortodossa (forse sarebbe più opportuno ed esatto dire: di rito greco, senza ulteriori precisazioni, visti l'affetto e la stima che nutre verso il Papa e altre personalità della Chiesa cattolica) ci ha appena sopra dimostrato che lo Sconosciuto della Genesi è ancora l'amoroso Dio Padre del Vangelo di Giovanni, di cui leggiamo e meditiamo qui un significativo brano. Interessante mi sembra ora osservare che quel Dio che si fa presente attraverso il Figlio consente di soddisfare anche un altro essenziale bisogno di ogni uomo: quello di individuare e riprodurre, per sé e per gli altri, il carattere unico di una voce, la propria come quella dell'interlocutore, il quid di una singolarità, il clic di un destino espressivo, il mistero di una relazione, che è unica in sè. Alla luce di questa lettura, accostabile per certi versi alla «chiara analisi» e alla «ricreazione vivente delle voci altrui» operata da Proust nell'ambito dell'esercizio critico, possiamo pensare a una specie di genealogia del mimetismo cristiano, dell'Imitatio Christi, col conseguente puro abbandono alla liquidità cangiante dell'intuizione d'amore per Dio, la cui Parola va lasciata cantare nel silenzio del nostro cuore. Vi è qualcosa di essenziale in tutto questo, un nocciolo di verità verso cui orientare il senso profondo della nostra ricerca, della nostra identificazione come Christifideles: l'incontro di due coscienze, quella divina e quella umana, la nostra, la mia per essere più inequivoci, non solo sul terreno della Scrittura Sacra bensì, fatto enorme, su quello della concretezza dell'incontro personale col Signore, a tu per Tu, sul piano della complicità. E, si badi bene, non si tratta di una forma di resa «mistica» all'esistente, nel senso di una rinuncia preventiva a qualsiasi giudizio storico o classificatorio o ideologico, pur nell'ambito di un rapporto "religioso" (il Cristianesimo è religione? me lo chiedo, dopo quel che ho affermato), perchè il rapporto di mimesi critica emerge dall'interno di un attacco critico, attento e vibrante a ogni pulsione verso una "religione" ideologica o una ideologia religiosa, a partire da quella storicistica.

    Per tendere a un "vero" non asservito agli affilati utensili della mente occorre semplicemente il coraggio di una visione larga delle cose, una visione che contempli, fra le sue possibilità, il Mistero. Il pensiero sa davvero penetrare nell'altro quando ha la ricchezza delle posizioni individuali e la forza immaginosa della fantasia e della speranza, quando sa riconoscere la povertà degli schemi in cui lo storicismo, in senso lato, vorrebbe ingabbiare il tempo, che la fede allunga in modo indefinito. Solo ammorbidendosi e osando, solo coniugando discrezione e fermezza il discepolo può tentare di evadere dalle griglie iperlucide e ottuse entro cui la ragione ristagna nell'età della «sapienza prodotta in serie». Solo lacerando i veli dell'ideologia per eccellenza "moderna" (anche e soprattutto religiosa, quella che ci condanna ad essere, ed è quasi una bestemmia, anzitutto e pregiudizialmente "intelligenti"), noi fedeli potremmo ritrovare quella magica intuizione, quel tocco fuso e vellutato, quella scienza sicura e spontanea delle sfumature, alla quale i classici antichi, non ancora raggiunti dalla Rivelazione, davano il nome omnicomprensivo di natura e noi il nome di Verbo, Parola, in quanto sanciti dall'autorevolezza del Padre Creatore. Ma la battaglia contro l'ideologia religiosa, anticamera del teocratismo, è qualcosa che ognuno deve combattere a modo suo. Nella civiltà di massa, purtroppo, ciascun fedele deve pensare di poter contare unicamente su se stesso, come un ragno che soltanto dal proprio corpo può trarre il filo che lo sosterrà sull'abisso dell'esistenza. Le comunità, infatti, a partire da quelle parrocchiali, non costituiscono più, o quasi, mondi su cui riverberare le proprie tensioni e i propri abbandoni, le proprie intuizioni e i propri dubbi, esse rappresentando spesso, purtroppo, il volto di mere, retrostanti e retrograde, ingannevoli strutture.

    Se è vero, dunque, che ciascuno di noi deve costruirsi non meno di un mondo in cui relazionarsi con Dio (ma altri mondi possono esistere e vivere separati, per di più con emarginazione di Dio?); se è vero che ogni creazione di uno spazio religioso, ogni ricerca della propria identità nel rapporto col Signore, anche sul terreno della Sacra Scrittura, è una parabola para-iniziatica o una piccola cosmogonia, bisogna ammettere che l'atto iniziale della parabola, della cosmogonia, per porre le premesse di tensione (tendenza) a quel «castello» a venire, dove il Signore sta preparandoci il posto, è insieme un gesto di chiusura e di apertura, d'impazienza e di acuta pazienza. Da una parte, siamo invitati a riconoscere che, nell'età dell'inautentico, la solitudine è il primo bene che possediamo (e il Dio della Genesi, solo, ci dev'essere di stimolo creativo e creatore). Ma questo riconoscimento non è che il rovescio necessario del nostro bisogno di aprirci, di valicare le pareti della solitudine, di non fare mai della nostra esperienza una turris eburnea. Proprio la coscienza di essere solo – privo di garanzie, materialmente "sorretto" (come Muenchhausen) unicamente dalla propria mano, irriducibile a una società dominata dalla presunzione scientista, dall'ideologia e dalle astrazioni – sta alla radice del nostro desiderio di dialogare sensibilmente con gli altri, di schiuderci sentieri, di sondare i fermenti creativi del mondo, di entrare non solo psicologicamente ma anche «fisicamente» nelle relazioni, alla ricerca della loro linfa, dei loro succhi vitali, del loro profumo e della loro forza.

    Avendo Dio in personale rapporto con noi, però, avendo il nostro Dio d'amore nel cuore, chè, altrimenti, quella ricerca, quel protendersi verso gli altri, ma non verso l'Altro, sarebbe un'inutile e dispendiosa coltura dell'effimero, un reciproco inganno del tempo che fugge, la manifestazione inoppugnabile della nostra balorda convinzione che quella stessa nostra mano allungata nel vuoto a sorreggerci sarebbe, secondo noi, un valido sostegno. Sì, può darsi che ciò "sostenga" qualcuno, forse qualche saccente televolto. Oppure qualche partecipe dei programmi di Maria de Filippi, come non manca mai di "incensare" Aristide il grande. Oppure, anche e forse, sia un dogma alla Clementina, sulla strada per Seriate, andando in giù, a sinistra…

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  21. 21

    Kamella Scemì

    So, leggendo ciò che scrive, che Aristide è un grande appassionato di cinema. Aristide sa che ammiro tantissimo, e tengo come "mio " giornale, Avvenire, forse l'unico quotidiano di respiro europeo presente sul mercato italiano, oltre che giornale di riferimento dei cristiani in genere, quanto meno certamente dei cattolici e degli ortodossi presenti sul territorio italiano.

    Ad Aristide propongo, per una sua valutazione, due articoli apparsi mercoledì scorso, che qui riporto e che mi appaiono in stretta attinenza col brano evangelico in commento:

    «THE TREE OF LIFE». FILM CHE PARLA DI DIO /1

    Non c’è Cristo nel Creatore di Malick della prof. MARINA CORRADI

    Il film di Terrence Malick vincitore a Cannes, sorprendentemente, parla di Dio. Parla del dolore per un figlio morto in una famiglia americana di forse cinquant’anni fa: brava gente, di chiesa, il padre irrigidito in una durezza protestante, la madre amorosa e però come impotente a dare ai tre figli la certezza che la vita sia buona. Ma tutto il vivere onesto e pio della famiglia non evita che i figli siano infelici, e sospettosi, fra sé, che il Dio che pregano ogni mattina sia in realtà cattivo. Tutta una vita onesta e pia non risparmia la morte di un figlio, e quindi che nel dolore si alzi la straziata domanda di Giobbe.

    Dunque il dolore, e il senso; certamente The tree of life

    (L’albero della vita) è un film religioso. Allora cos’è, il crescente senso di angoscia che può farsi largo in uno spettatore? È che il Dio cercato da questi genitori è unicamente il Dio del Vecchio Testamento: è il Creatore supremo, ordinatore del cosmo, Signore del Big bang.

    Un Dio che il regista Malick rappresenta in masse incandescenti di materia informe, galassie nascenti nell’universo di tenebre, abissi di oceani in cui nuotano oscure amebe informi. A questo Dio, confusa forma di luce e di vento, la madre offre infine il suo figlio perduto.

    Donare un figlio a un Creatore così lontano e spaventevole? È questa l’angoscia che può prendere davanti a The tree of life.

    Il Dio sideralmente distante delle praterie americane raccontate da Malick non è il Dio che si è fatto uomo; non è Gesù Cristo, non è il Figlio nato da una donna. La domanda posta nel film sembra ripartire da un tempo remoto, di molto avanti Cristo; come se a Betlemme non fosse nato nessuno, e ancora si trovassero, gli uomini, a combattere con la possanza terribile di uno sconosciuto demiurgo; come se, ordinato il cosmo, Dio se ne fosse disinteressato.

    E dunque soli, gli uomini, con il devastante peso del dolore e del male. Se manca Cristo manca l’incarnazione, manca la croce caricata su quelle spalle, manca la morte e la pietra del sepolcro che rotola. Manca la resurrezione e il perdono. Manca quindi la speranza.

    È denso, allora, lo sgomento che si accumula in chi sta a guardare il dramma di questa famiglia americana. Non c’è, in tutto il film, una sola faccia amica, forte, certa; non c’è alcun uomo nella cui faccia buona ritrovare il volto di Cristo, come è accaduto in duemila anni di cristianesimo, come è accaduto anche pochi giorni fa, a Roma, per Wojtyla beato. Non c’è traccia di quel Dio incarnato da cui, ha detto pochi giorni fa Benedetto XVI, occorre «lasciarsi afferrare»; giacché tutti i nostri sforzi di onestà e rigore, di essere «buoni» con le nostre sole forze, possono alla fine fabbricare il padre duro e vuoto di questo film, e figli tristi e soli, che non credono in niente.

    Splendida fotografia, narrazione intensa; e anche vero, come dicono e come ha titolato questo giornale, che questo film è una «preghiera»; preghiera però, come ai tempi di Paolo ad Atene, a un dio ignoto.

    Altro dal nostro, di italiani, cattolici, abituati da sempre a incontrare un Dio fattosi bambino nelle Natività sui muri delle nostre chiese; abituati a cercarlo nei tratti intensamente carnali dei volti di Caravaggio. Come nella Vocazione di San Matteo, a San Luigi dei Francesi a Roma; dove un Cristo profondamente uomo e figlio e padre chiama, e Matteo attonito sembra domandare: 'Io'? Nello sbalordimento di conoscere un Dio che ci chiama per nome.

    Splendida fotografia, narrazione intensa, per la preghiera a un «dio ignoto».

    «THE TREE OF LIFE». FILM CHE PARLA DI DIO /2

    Ma fa essenziale la «ricerca di senso» di FERDINANDO CAMON

    «Preghiera laica»: così il film vincitore della Palma d’Oro al festival di Cannes è stato definito da un titolo di questo giornale. E Alessandra De Luca ha ragionato sul «film più atteso e, poi, più contestato». In effetti, The tree of life ha avuto anche riserve, e pesanti: si va cinque stelle su cinque a tre e perfino a due. In Italia è uscito prima del verdetto di Cannes, sono corso a vederlo, la sala era per tre quarti vuota. Cosa non ha apprezzato la critica che non l’ha apprezzato, cos’han punito i critici che gli han tolto una stella, due stelle, tre stelle? Cosa c’è nel film, di sorprendente e attraente, di scostante e sgradevole?

    Tutto, il richiamo e la repulsione, nel film era inatteso. Il film pone domande che la critica, l’arte, la massa non solo non si pongono, ma si turbano se altri se le pongono. Domande su Dio. Dicono che il personaggio centrale del film non sia Brad Pitt, che pure è il capo della famiglia di cui si narra, il giovane padre-padrone, ma che sia il figlio ribelle, che non accetta il ruolo del padre-padrone e vorrebbe chiamarlo 'papà'. È una scena violenta, nel sempre presente e sempre represso scontro padre-figli­moglie (figli e madre da una parte, padre dall’altra). Il padre vuol essere chiamato padre, non papà. Papà è una parola inventata dai figli, quando imparano a parlare. Padre è una parola imposta. Tra Terra e Cielo, il padre vuol essere una tappa intermedia. Nessun cedimento da quel ruolo. Di fronte a un padre che nella famiglia impone l’ordine, la madre impone l’amore. Amando.

    I figli amano la madre, ma si sentono plasmati dal padre. Sono tre. Uno dei tre muore. La notizia arriva per lettera alla madre, la madre la comunica per telefono al padre. Non ci sono parole, soltanto urla mute. La morte del figlio è il motore della storia. La storia è una sequenza d’interrogativi, che vanno dalla creazione del mondo alla fine del mondo, riguardano le ere umane della storia, ma partono dalle ere pre-umane, quando sul pianeta trottavano i dinosauri.

    Un dinosauro giovane (un figlio?) giace a terra, fa fatica a sollevare la testa, per guardare in giro, i pericoli o gli aiuti. Un dimosauro grande (la madre?) gli corre incontro, gli si ferma sopra, ha due gambe (posteriori) per correre e due gambe (anteriori) uso-mani, guarda il piccolo­figlio stramazzato e gli calca il piede sul cranio. È questa la Natura? È l’istinto primordiale impiantato sui viventi di tutte le specie? Nella specie umana, in un libro intitolato proprio 'La specie umana', sta scritto che l’uomo caduto a terra, nei campi di prigionia, scatena l’istinto aggressivo degli uomini in piedi. Tu vedi il fratello fuori-combattimento e il tuo istinto è di dargli il colpo di grazia.

    Homo homini lupus. Così fino a Cristo. Cristo ha rovesciato quest’ordine. Nel film di Terrence Malick, semplice e profondo, lineare e visionario, criptico e ineludibile, la domanda fin dall’inizio è: che cosa siamo noi per Te? Il Te è Dio. È una domanda pre­cristiana, o pre-evangelica. C’è molta Bibbia, nel film, e molta cultura biblica nel regista. Non c’è niente del Vangelo, e nessuna citazione dei Vangeli. Se per la morte di un figlio l’umanità biblica alza gli occhi al cielo e chiede: cosa sono io per Te?, l’umanità evangelica rovescia la domanda: Dio ha mandato il Figlio a morire per noi, cosa facciamo noi per Lui?

    Malick è traumatizzato dal problema, non pensa che a quello. Non è il problema dell’uomo contemporaneo. Il pubblico e la critica che rifiutano il film, rifiutano quelle domande. Il senso della vita sta nel dare un senso alla vita, dice Malick. No, il senso della vita sta nel vivere, risponde il pubblico di oggi.

    The tree of life è un film essenziale. La massa che lo respinge, respinge l’essenziale, vuole il superfluo.

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  22. 22

    Kamella Scemì

    Non faccio mancare il discorso di Benedetto XVI all'udienza generale di mercoledì scorso, da leggere anche in connessione con quanto argomentato in qualche commento sopra riportato, anche sotto il profilo critico.

    Cari fratelli e sorelle,

    Oggi vorrei riflettere con voi su un testo del Libro della Genesi che narra un episodio abbastanza particolare della storia del Patriarca Giacobbe. È un brano di non facile interpretazione, ma importante per la nostra vita di fede e di preghiera; si tratta del racconto della lotta con Dio al guado dello Yabboq, del quale abbiamo sentito un brano.

    Come ricorderete, Giacobbe aveva sottratto al suo gemello Esaù la primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie e aveva poi carpito con l’inganno la benedizione del padre Isacco, ormai molto anziano, approfittando della sua cecità. Sfuggito all’ira di Esaù, si era rifugiato presso un parente, Labano; si era sposato, si era arricchito e ora stava tornando nella terra natale, pronto ad affrontare il fratello dopo aver messo in opera alcuni prudenti accorgimenti. Ma quando è tutto pronto per questo incontro, dopo aver fatto attraversare a coloro che erano con lui il guado del torrente che delimitava il territorio di Esaù, Giacobbe, rimasto solo, viene aggredito improvvisamente da uno sconosciuto con il quale lotta per tutta una notte. Proprio questo combattimento corpo a corpo – che troviamo nel capitolo 32 del Libro della Genesi – diventa per lui una singolare esperienza di Dio.

    La notte è il tempo favorevole per agire nel nascondimento, il tempo, dunque, migliore per Giacobbe, per entrare nel territorio del fratello senza essere visto e forse con l’illusione di prendere Esaù alla sprovvista. Ma è invece lui che viene sorpreso da un attacco imprevisto, per il quale non era preparato. Aveva usato la sua astuzia per tentare di sottrarsi a una situazione pericolosa, pensava di riuscire ad avere tutto sotto controllo, e invece si trova ora ad affrontare una lotta misteriosa che lo coglie nella solitudine e senza dargli la possibilità di organizzare una difesa adeguata. Inerme, nella notte, il Patriarca Giacobbe combatte con qualcuno. Il testo non specifica l’identità dell’aggressore; usa un termine ebraico che indica “un uomo” in modo generico, “uno, qualcuno”; si tratta, quindi, di una definizione vaga, indeterminata, che volutamente mantiene l’assalitore nel mistero. È buio, Giacobbe non riesce a vedere distintamente il suo contendente e anche per il lettore, per noi, esso rimane ignoto; qualcuno sta opponendosi al Patriarca, è questo l’unico dato certo fornito dal narratore. Solo alla fine, quando la lotta sarà ormai terminata e quel “qualcuno” sarà sparito, solo allora Giacobbe lo nominerà e potrà dire di aver lottato con Dio.

    L’episodio si svolge dunque nell’oscurità ed è difficile percepire non solo l’identità dell’assalitore di Giacobbe, ma anche quale sia l’andamento della lotta. Leggendo il brano, risulta difficoltoso stabilire chi dei due contendenti riesca ad avere la meglio; i verbi utilizzati sono spesso senza soggetto esplicito, e le azioni si svolgono in modo quasi contraddittorio, così che quando si pensa che sia uno dei due a prevalere, l’azione successiva subito smentisce e presenta l’altro come vincitore. All’inizio, infatti, Giacobbe sembra essere il più forte, e l’avversario – dice il testo – «non riusciva a vincerlo» (v. 26); eppure colpisce Giacobbe all’articolazione del femore, provocandone la slogatura. Si dovrebbe allora pensare che Giacobbe debba soccombere, ma invece è l’altro a chiedergli di lasciarlo andare; e il Patriarca rifiuta, ponendo una condizione: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto» (v. 27). Colui che con l’inganno aveva defraudato il fratello della benedizione del primogenito, ora la pretende dallo sconosciuto, di cui forse comincia a intravedere i connotati divini, ma senza poterlo ancora veramente riconoscere.

    Il rivale, che sembra trattenuto e dunque sconfitto da Giacobbe, invece di piegarsi alla richiesta del Patriarca, gli chiede il nome: “Come ti chiami?”. E il Patriarca risponde: “Giacobbe” (v. 28). Qui la lotta subisce una svolta importante. Conoscere il nome di qualcuno, infatti, implica una sorta di potere sulla persona, perché il nome, nella mentalità biblica, contiene la realtà più profonda dell’individuo, ne svela il segreto e il destino. Conoscere il nome vuol dire allora conoscere la verità dell’altro e questo consente di poterlo dominare. Quando dunque, alla richiesta dello sconosciuto, Giacobbe rivela il proprio nome, si sta mettendo nelle mani del suo oppositore, è una forma di resa, di consegna totale di sé all’altro.

    Ma in questo gesto di arrendersi anche Giacobbe paradossalmente risulta vincitore, perché riceve un nome nuovo, insieme al riconoscimento di vittoria da parte dell’avversario, che gli dice: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto» (v. 29). “Giacobbe” era un nome che richiamava l’origine problematica del Patriarca; in ebraico, infatti, ricorda il termine “calcagno”, e rimanda il lettore al momento della nascita di Giacobbe, quando, uscendo dal grembo materno, teneva con la mano il calcagno del fratello gemello (cfr Gen 25,26), quasi prefigurando lo scavalcamento ai danni del fratello che avrebbe consumato in età adulta; ma il nome Giacobbe richiama anche il verbo “ingannare, soppiantare”. Ebbene, ora, nella lotta, il Patriarca rivela al suo oppositore, in un gesto di consegna e di resa, la propria realtà di ingannatore, di soppiantatore; ma l’altro, che è Dio, trasforma questa realtà negativa in positiva: Giacobbe l’ingannatore diventa Israele, gli viene dato un nome nuovo che segna una nuova identità. Ma anche qui, il racconto mantiene la sua voluta duplicità, perché il significato più probabile del nome Israele è “Dio è forte, Dio vince”.

    Dunque Giacobbe ha prevalso, ha vinto – è l’avversario stesso ad affermarlo – ma la sua nuova identità, ricevuta dallo stesso avversario, afferma e testimonia la vittoria di Dio. E quando Giacobbe chiederà a sua volta il nome al suo contendente, questi rifiuterà di dirlo, ma si rivelerà in un gesto inequivocabile, donando la benedizione. Quella benedizione che il Patriarca aveva chiesto all’inizio della lotta gli viene ora concessa. E non è la benedizione ghermita con inganno, ma quella gratuitamente donata da Dio, che Giacobbe può ricevere perché ormai solo, senza protezione, senza astuzie e raggiri, si consegna inerme, accetta di arrendersi e confessa la verità su se stesso. Così, al termine della lotta, ricevuta la benedizione, il Patriarca può finalmente riconoscere l’altro, il Dio della benedizione: «Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva» (v. 31), e può ora attraversare il guado, portatore di un nome nuovo ma “vinto” da Dio e segnato per sempre, zoppicante per la ferita ricevuta.

    Le spiegazioni che l’esegesi biblica può dare riguardo a questo brano sono molteplici; in particolare, gli studiosi riconoscono in esso intenti e componenti letterari di vario genere, come pure riferimenti a qualche racconto popolare. Ma quando questi elementi vengono assunti dagli autori sacri e inglobati nel racconto biblico, essi cambiano di significato e il testo si apre a dimensioni più ampie. L’episodio della lotta allo Yabboq si offre così al credente come testo paradigmatico in cui il popolo di Israele parla della propria origine e delinea i tratti di una particolare relazione tra Dio e l’uomo. Per questo, come affermato anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, «la tradizione spirituale della Chiesa ha visto in questo racconto il simbolo della preghiera come combattimento della fede e vittoria della perseveranza» (n. 2573). Il testo biblico ci parla della lunga notte della ricerca di Dio, della lotta per conoscerne il nome e vederne il volto; è la notte della preghiera che con tenacia e perseveranza chiede a Dio la benedizione e un nome nuovo, una nuova realtà frutto di conversione e di perdono.

    La notte di Giacobbe al guado dello Yabboq diventa così per il credente un punto di riferimento per capire la relazione con Dio che nella preghiera trova la sua massima espressione. La preghiera richiede fiducia, vicinanza, quasi in un corpo a corpo simbolico non con un Dio nemico, avversario, ma con un Signore benedicente che rimane sempre misterioso, che appare irraggiungibile. Per questo l’autore sacro utilizza il simbolo della lotta, che implica forza d’animo, perseveranza, tenacia nel raggiungere ciò che si desidera. E se l’oggetto del desiderio è il rapporto con Dio, la sua benedizione e il suo amore, allora la lotta non potrà che culminare nel dono di se stessi a Dio, nel riconoscere la propria debolezza, che vince proprio quando giunge a consegnarsi nelle mani misericordiose di Dio.

    Cari fratelli e sorelle, tutta la nostra vita è come questa lunga notte di lotta e di preghiera, da consumare nel desiderio e nella richiesta di una benedizione di Dio che non può essere strappata o vinta contando sulle nostre forze, ma deve essere ricevuta con umiltà da Lui, come dono gratuito che permette, infine, di riconoscere il volto del Signore. E quando questo avviene, tutta la nostra realtà cambia, riceviamo un nome nuovo e la benedizione di Dio. E ancora di più: Giacobbe, che riceve un nome nuovo, diventa Israele, dà un nome nuovo anche al luogo in cui ha lottato con Dio, lo ha pregato; lo rinomina Penuel, che significa “Volto di Dio”. Con questo nome riconosce quel luogo colmo della presenza del Signore, rende sacra quella terra imprimendovi quasi la memoria di quel misterioso incontro con Dio. Colui che si lascia benedire da Dio, si abbandona a Lui, si lascia trasformare da Lui, rende benedetto il mondo. Che il Signore ci aiuti a combattere la buona battaglia della fede (cfr 1Tm 6,12; 2Tm 4,7) e a chiedere, nella nostra preghiera, la sua benedizione, perché ci rinnovi nell’attesa di vedere il suo Volto. Grazie.

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  23. 23

    Kamella Scemì

    Saluti:

    Je salue cordialement les pèlerins francophones, particulièrement les jeunes et les membres de la communauté de l’Arche de Grenoble ! Comme Jacob, laissez-vous bénir et transformer par Dieu pour rendre béni notre monde. Puisse le Seigneur vous aider à mener le bon combat de la foi avec humilité et dans une prière quotidienne et confiante ! Avec ma bénédiction !

    I offer a warm welcome to all the English-speaking pilgrims present at today’s Audience, especially those from England, Ireland, Denmark, Norway, Nigeria, Australia, India, Indonesia, Japan and the United States. In a special way I welcome the group of Wounded Warriors, with the promise of my solidarity in prayer. I also greet the many student groups present, and I thank the choirs for their praise of God in song. Upon all of you I invoke the joy and peace of the Risen Lord.

    Von Herzen grüße ich alle deutschsprachigen Pilger und Besucher. Möge das Beispiel Jakobs uns Mut machen, uns ganz in die Hände Gottes zu geben, nicht Angst zu haben, daß uns dabei etwas verlorengeht, und uns von ihm umwandeln zu lassen. Der Herr helfe uns, den Kampf des Glaubens mit Ausdauer zu kämpfen und durch unsere Gebete Gottes Segen zu erlangen für uns und für die Welt. Danke.

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular al grupo del Movimiento Scout católico, acompañado por el Señor Obispo de Solsona, así como a los demás grupos provenientes de España, México, Guatemala, Ecuador, Venezuela, Colombia, Argentina y otros países latinoamericanos. Que el Señor nos ayude a combatir el buen combate de la fe. Muchas gracias.

    Queridos peregrinos vindos de Portugal e do Brasil, nomeadamente da paróquia de Itú, agradeço a vossa presença e quanto a mesma significa de confissão de fé e amor a Deus. Procurai sempre na oração o auxílio do Senhor para combater a boa batalha da fé. De coração, a todos abençôo. Ide com Deus!

    Saluto in lingua polacca:

    Serdecznie pozdrawiam polskich pielgrzymów. Modlitwa Jakuba była trudna, była zmaganiem się z Bogiem. Ostatecznie jednak Jakub poddaje się Bogu, pozwala się wewnętrznie przemienić Bożą mocą, zyskuje nowe imię i otrzymuje błogosławieństwo. Czasem nasza modlitwa może być tak samo trudna, ale możemy być pewni, że nas przemienia i jest niewyczerpanym źródłem łaski. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus.

    Traduzione italiana:

    Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. La preghiera di Giacobbe era difficile, era una lotta con Dio. Tuttavia alla fine Giacobbe si abbandona a Dio, si lascia trasformare della potenza di Dio, ottiene un nome nuovo e riceve la benedizione. A volte la nostra preghiera può essere ugualmente difficile, però possiamo essere certi che ci trasforma ed è un’esauribile fonte di grazia. Sia lodato Gesù Cristo.

    Saluto in lingua bulgara:

    ОТПРАВЯМ СЪРДЕЧНИ ПОЖЕЛАНИЯ КЪМ МИНИСТРАНТИТЕ ОТ ЕНОРИЯ „ПРЕСВЕТО СЪРЦЕ ИСУСОВО” ОТ ГРАД РАКОВСКИ В БЪЛГАРИЯ И ГИ ПРИКАНВАМ ДА САХРАНЯВАТ ЕДНО ДЪЛБОКО ПРИЯТЕЛСТВО С ИСУС. ТОЙ СЕ НУЖДАЕ ОТ ДЕЦА И МЛАДЕЖИ, КОИТО ОСВЕН СЛУЖЕНИЕТО НА ОЛТАРА ДА СТАНАТ СЛУЖИТЕЛИ НА ОЛТАРА. НА ВСЕКИ ЕДИН ОТ ВАС ДАВАМ МОЯ БЛАГОСЛОВ!

    Traduzione italiana:

    Rivolgo un cordiale saluto ai ministranti della parrocchia Sacratissimo Cuore di Gesù, di Rakovski, in Bulgaria, e li invito a coltivare una profonda amicizia con Gesù. Egli ha bisogno di ragazzi e giovani che, oltre al servizio all’altare, diventino ministri dell’altare. A ciascuno la mia Benedizione!

    Saluto in lingua croata:

    Od srca pozdravljam sve hrvatske hodočasnike, a osobito članove Hrvatskog katoličkog liječničkog društva iz Zadra.

    Dragi prijatelji, u svakodnevnom radu nasljedujte Krista, Dobrog Samaritanca, koji s ljubavlju strpljivo liječi svaku bol i dariva život. Hvaljen Isus i Marija!

    Traduzione italiana:

    Saluto di cuore tutti i pellegrini Croati in modo particolare i membri dell’Associazione dei medici cattolici croati di Zadar. Cari amici, nel lavoro quotidiano imitate Cristo, Buon Samaritano, che con amore e pazienza cura ogni dolore e da la vita. Siano lodati Gesù e Maria!

    Saluto in lingua slovacca:

    S láskou vítam slovenských pútnikov, osobitne z Farnosti svätého Martina z Lipian.

    Bratia a sestry, Cirkev si včera v liturgii pripomínala Pannu Máriu Pomocnicu kresťanov. Podľa príkladu svätého Jána Apoštola prijmite ju aj vy do svojich domovov a dajte jej priestor vo vašom každodennom živote.

    Všetkých vás žehnám.

    Pochválený buď Ježiš Kristus!

    Traduzione italiana:

    Con affetto do il benvenuto ai pellegrini slovacchi, in particolare a quelli provenienti dalla Parrocchia di San Martino in Lipany.

    Fratelli e sorelle, la Chiesa ieri ha celebrato la memoria liturgica della Beata Maria Vergine Ausiliatrice del popolo cristiano. Sull’esempio di San Giovanni Apostolo anche voi accogliete Maria nelle vostre case e fateLe spazio nella vostra esistenza quotidiana.

    A tutti voi la mia benedizione.

    Sia lodato Gesù Cristo!

    Saluto in lingua ucraina:

    Щиро вітаю українських військовиків, що брали участь у військовому паломництві до Люрду. Дорогі друзі, підбадьорені цією духовною зупинкою у стіп Пречистої Діви, повертайтесь на вашу Батьківщину з бажанням ще великодушніше свідчити Христа та Його Євангеліє. Від щирого серця благословлю вас і ваші родини. Христос Воскрес!

    Traduzione italiana:

    Rivolgo un cordiale saluto ai militari ucraini che hanno partecipato al pellegrinaggio militare a Lourdes. Cari amici, rinfrancati da questa sosta spirituale ai piedi della Madonna, ritornate nella vostra Patria con il desiderio di testimoniare ancora più generosamente Cristo e il suo Vangelo. Di cuore benedico voi e le vostre famiglie. Cristo è risorto!

    Saluto in lingua ungherese:

    Isten hozta a magyar zarándokokat, különösen azokat, akik Hatvanból és az ősi Veszprém városából érkeztek. Biztosítalak benneteket imáimról, hogy egyre inkább megismerjétek és kövessétek Jézus Krisztust, a világ egyetlen Megváltóját. Elődöm, Boldog II. János Pál pápa közbenjárását kérve szívesen adom Rátok és minden családtagotokra Apostoli Áldásomat.

    Dicsértessék a Jézus Krisztus!

    Traduzione italiana:

    Un saluto cordiale ai pellegrini ungheresi, specialmente a coloro che sono venuti da Hatvan e dall'antica Veszprém. Vi assicuro della mia preghiera, perchè si rafforzi in voi il desiderio di conoscere e seguire Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo. Chiedendo la intercessione del mio predecessore, Papa Beato Giovanni Paolo Il, imparto volentieri a voi e a tutti i vostri familiari la Benedizione Apostolica.

    Sia lodato Gesù Cristo!

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i rappresentanti dell’associazione “L’Ora di Gesù” della diocesi di Taranto, accompagnati dal loro Pastore Mons. Benigno Luigi Papa, e li incoraggio a proseguire con gioia nel loro cammino di fede, diventando sempre più testimoni coraggiosi al servizio della vita e della dignità umana. Saluto gli esponenti della comunità “Regina Pacis” di Verona, che celebrano il 25° anniversario di fondazione, e faccio voti che da questa fausta ricorrenza scaturisca un rinnovato ardore apostolico. Saluto i fedeli della parrocchia di San Pietro in Carolei e auspico che questo incontro possa apportare ricchi frutti spirituali alla comunità parrocchiale.

    Saluto, infine, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Ieri abbiamo celebrato la festa della Madonna venerata con il titolo di Maria Ausiliatrice. Maria aiuti voi, cari giovani, specialmente voi alunni della Scuola S. Vincenzo de’ Paoli di Reggio Calabria, a rinsaldare ogni giorno la vostra fedeltà a Cristo. Ottenga conforto e serenità per voi, cari ammalati. Incoraggi voi, cari sposi novelli, a tradurre nella vita quotidiana il comandamento dell'amore.

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  24. 24

    Kamella Scemì

    Pubblico il discorso del Sommo Pontefice pronunciato in occasione dell'affidamento dell'italia alla Madonna:

    Venerati e cari Confratelli,

    siete convenuti in questa splendida Basilica – luogo nel quale spiritualità e arte si fondono in un connubio secolare – per condividere un intenso momento di preghiera, con il quale affidare alla protezione materna di Maria, Mater unitatis, l’intero popolo italiano, a centocinquant’anni dall’unità politica del Paese. È significativo che questa iniziativa sia stata preparata da analoghi incontri nelle diocesi: anche in questo modo esprimete la premura della Chiesa nel farsi prossima alle sorti di questa amata Nazione. A nostra volta, ci sentiamo in comunione con ogni comunità, anche con la più piccola, in cui rimane viva la tradizione che dedica il mese di maggio alla devozione mariana. Essa trova espressione in tanti segni: santuari, chiesette, opere d’arte e, soprattutto, nella preghiera del Santo Rosario, con cui il Popolo di Dio ringrazia per il bene che incessantemente riceve dal Signore, attraverso l’intercessione di Maria Santissima, e lo supplica per le sue molteplici necessità. La preghiera – che ha il suo vertice nella liturgia, la cui forma è custodita dalla vivente tradizione della Chiesa – è sempre un fare spazio a Dio: la sua azione ci rende partecipi della storia della salvezza. Questa sera, in particolare, alla scuola di Maria siamo stati invitati a condividere i passi di Gesù: a scendere con Lui al fiume Giordano, perché lo Spirito confermi in noi la grazia del Battesimo; a sederci al banchetto di Cana, per ricevere da Lui il “vino buono” della festa; ad entrare nella sinagoga di Nazaret, come poveri ai quali è rivolto il lieto messaggio del Regno di Dio; ancora, a salire sul Monte Tabor, per vivere la croce nella luce pasquale; e, infine, a partecipare nel Cenacolo al nuovo ed eterno sacrificio, che, anticipando i cieli nuovi e la terra nuova, rigenera tutta la creazione.

    Questa Basilica è la prima in Occidente dedicata alla Vergine Madre di Dio. Nell’entrarvi, il mio pensiero è tornato al primo giorno dell’anno 2000, quando il Beato Giovanni Paolo II ne aprì la Porta Santa, affidando l’Anno giubilare a Maria, perché vegliasse sul cammino di quanti si riconoscevano pellegrini di grazia e di misericordia. Noi stessi oggi non esitiamo a sentirci tali, desiderosi di varcare la soglia di quella “Porta” Santissima che è Cristo e vogliamo chiedere alla Vergine Maria di sostenere il nostro cammino ed intercedere per noi. In quanto Figlio di Dio, Cristo è forma dell’uomo: ne è la verità più profonda, la linfa che feconda una storia altrimenti irrimediabilmente compromessa. La preghiera ci aiuta a riconoscere in Lui il centro della nostra vita, a rimanere alla sua presenza, a conformare la nostra volontà alla sua, a fare “qualsiasi cosa ci dica” (Gv 2,5), certi della sua fedeltà. Questo è il compito essenziale della Chiesa, da Lui incoronata quale mistica sposa, come la contempliamo nello splendore del catino absidale. Maria ne costituisce il modello: è colei che ci porge lo specchio, in cui siamo invitati a riconoscere la nostra identità. La sua vita è un appello a ricondurre ciò che siamo all’ascolto e all’accoglienza della Parola, giungendo nella fede a magnificare il Signore, davanti al quale l’unica nostra possibile grandezza è quella che si esprime nell’obbedienza filiale: “Avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38). Maria si è fidata: lei è la “benedetta” (cfr Lc 1,42), che è tale per aver creduto (cfr Lc 1,45), fino ad essersi così rivestita di Cristo da entrare nel “settimo giorno”, partecipe del riposo di Dio. Le disposizioni del suo cuore – l’ascolto, l’accoglienza, l’umiltà, la fedeltà, la lode e l’attesa – corrispondono agli atteggiamenti interiori e ai gesti che plasmano la vita cristiana. Di essi si nutre la Chiesa, consapevole che esprimono ciò che Dio attende da lei.

    Sul bronzo della Porta Santa di questa Basilica è incisa la raffigurazione del Concilio di Efeso. L’edificio stesso, risalente nel nucleo originario al V secolo, è legato a quell’assise ecumenica, celebrata nell’anno 431. A Efeso la Chiesa unita difese e confermò per Maria il titolo di Theotókos, Madre di Dio: titolo dal contenuto cristologico, che rinvia al mistero dell’incarnazione ed esprime nel Figlio l’unità della natura umana con quella divina. Del resto, è la persona e la vicenda di Gesù di Nazaret a illuminare l’Antico Testamento e il volto stesso di Maria. In lei si coglie in filigrana il disegno unitario che intreccia i due Testamenti. Nella sua vicenda personale c’è la sintesi della storia di un intero popolo, che pone la Chiesa in continuità con l’antico Israele. All’interno di questa prospettiva ricevono senso le singole storie, a partire da quelle delle grandi donne dell’Antica Alleanza, nella cui vita è rappresentato un popolo umiliato, sconfitto e deportato. Sono anche le stesse, però, che ne impersonano la speranza; sono il “resto santo”, segno che il progetto di Dio non rimane un’idea astratta, ma trova corrispondenza in una risposta pura, in una libertà che si dona senza nulla trattenere, in un sì che è accoglienza piena e dono perfetto. Maria ne è l’espressione più alta. Su di lei, vergine, discende la potenza creatrice dello Spirito Santo, lo stesso che “in principio” aleggiava sull’abisso informe (cfr Gen 1,1) e grazie al quale Dio chiamò l’essere dal nulla; lo Spirito che feconda e plasma la creazione. Aprendosi alla sua azione, Maria genera il Figlio, presenza del Dio che viene ad abitare la storia e la apre a un nuovo e definitivo inizio, che è possibilità per ogni uomo di rinascere dall’alto, di vivere nella volontà di Dio e quindi di realizzarsi pienamente.

    La fede, infatti, non è alienazione: sono altre le esperienze che inquinano la dignità dell’uomo e la qualità della convivenza sociale! In ogni stagione storica l’incontro con la parola sempre nuova del Vangelo è stato sorgente di civiltà, ha costruito ponti fra i popoli e ha arricchito il tessuto delle nostre città, esprimendosi nella cultura, nelle arti e, non da ultimo, nelle mille forme della carità. A ragione l’Italia, celebrando i centocinquant’anni della sua unità politica, può essere orgogliosa della presenza e dell’azione della Chiesa. Essa non persegue privilegi né intende sostituirsi alle responsabilità delle istituzioni politiche; rispettosa della legittima laicità dello Stato, è attenta a sostenere i diritti fondamentali dell’uomo. Fra questi vi sono anzitutto le istanze etiche e quindi l’apertura alla trascendenza, che costituiscono valori previi a qualsiasi giurisdizione statale, in quanto iscritti nella natura stessa della persona umana. In questa prospettiva, la Chiesa – forte di una riflessione collegiale e dell’esperienza diretta sul territorio – continua a offrire il proprio contributo alla costruzione del bene comune, richiamando ciascuno al dovere di promuovere e tutelare la vita umana in tutte le sue fasi e di sostenere fattivamente la famiglia; questa rimane, infatti, la prima realtà nella quale possono crescere persone libere e responsabili, formate a quei valori profondi che aprono alla fraternità e che consentono di affrontare anche le avversità della vita. Non ultima fra queste, c’è oggi la difficoltà ad accedere ad una piena e dignitosa occupazione: mi unisco, perciò, a quanti chiedono alla politica e al mondo imprenditoriale di compiere ogni sforzo per superare il diffuso precariato lavorativo, che nei giovani compromette la serenità di un progetto di vita familiare, con grave danno per uno sviluppo autentico e armonico della società.

    Cari Confratelli, l’anniversario dell’evento fondativo dello Stato unitario vi ha trovati puntuali nel richiamare i tasselli di una memoria condivisa e sensibili nell’additare gli elementi di una prospettiva futura. Non esitate a stimolare i fedeli laici a vincere ogni spirito di chiusura, distrazione e indifferenza, e a partecipare in prima persona alla vita pubblica. Incoraggiate le iniziative di formazione ispirate alla dottrina sociale della Chiesa, affinché chi è chiamato a responsabilità politiche e amministrative non rimanga vittima della tentazione di sfruttare la propria posizione per interessi personali o per sete di potere. Sostenete la vasta rete di aggregazioni e di associazioni che promuovono opere di carattere culturale, sociale e caritativo. Rinnovate le occasioni di incontro, nel segno della reciprocità, tra Settentrione e Mezzogiorno. Aiutate il Nord a recuperare le motivazioni originarie di quel vasto movimento cooperativistico di ispirazione cristiana che è stato animatore di una cultura della solidarietà e dello sviluppo economico. Similmente, provocate il Sud a mettere in circolo, a beneficio di tutti, le risorse e le qualità di cui dispone e quei tratti di accoglienza e di ospitalità che lo caratterizzano. Continuate a coltivare uno spirito di sincera e leale collaborazione con lo Stato, sapendo che tale relazione è benefica tanto per la Chiesa quanto per il Paese intero. La vostra parola e la vostra azione siano di incoraggiamento e di sprone per quanti sono chiamati a gestire la complessità che caratterizza il tempo presente. In una stagione, nella quale emerge con sempre maggior forza la richiesta di solidi riferimenti spirituali, sappiate porgere a tutti ciò che è peculiare dell’esperienza cristiana: la vittoria di Dio sul male e sulla morte, quale orizzonte che getta una luce di speranza sul presente. Assumendo l’educazione come filo conduttore dell’impegno pastorale di questo decennio, avete voluto esprimere la certezza che l’esistenza cristiana – la vita buona del Vangelo – è proprio la dimostrazione di una vita realizzata. Su questa strada voi assicurate un servizio non solo religioso o ecclesiale, ma anche sociale, contribuendo a costruire la città dell’uomo. Coraggio, dunque! Nonostante tutte le difficoltà, “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37), a Colui che continua a fare “grandi cose” (Lc 1,49) attraverso quanti, come Maria, sanno consegnarsi a lui con disponibilità incondizionata.

    Sotto la protezione della Mater unitatis poniamo tutto il popolo italiano, perché il Signore gli conceda i doni inestimabili della pace e della fraternità e, quindi, dello sviluppo solidale. Aiuti le forze politiche a vivere anche l’anniversario dell’Unità come occasione per rinsaldare il vincolo nazionale e superare ogni pregiudiziale contrapposizione: le diverse e legittime sensibilità, esperienze e prospettive possano ricomporsi in un quadro più ampio per cercare insieme ciò che veramente giova al bene del Paese. L’esempio di Maria apra la via a una società più giusta, matura e responsabile, capace di riscoprire i valori profondi del cuore umano. La Madre di Dio incoraggi i giovani, sostenga le famiglie, conforti gli ammalati, implori su ciascuno una rinnovata effusione dello Spirito, aiutandoci a riconoscere e a seguire anche in questo tempo il Signore, che è il vero bene della vita, perché è la vita stessa.

    Di cuore benedico voi e le vostre comunità.

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  25. 25

    Kamella Scemì

    Caro Aristide, oltre ai commenti sul film (vedi commento sopra), gradirei anche un suo libero commento al discorso di Sua Santità, appena riportato. Grazie.

    Reply
  26. 26

    Aristide

    "The tree of life", il film che quest’anno (pochi giorni fa) ha vinto la palma d’oro a Cannes, promette benissimo. Spero di vederlo quanto prima. Possibilmente al Plinius, Milano, dove infatti è in programmazione: perché lì ho visto, poco più che ragazzo, alcuni film memorabili. Dunque per ragioni sentimentali, ma anche cognitive (se pensiamo agl’imprevedibili e meravigliosi meccanismi associativi della memoria), è bene che lo veda lì.

    Quanto al discorso del Pontefice, da un lato so che non devo osare far commenti, infatti non ne farò. Grande tuttavia è la tentazione di parlare dell’Italia, riprendendo – questo sì – le parole del Pontefice. Quest’Italia merita di essere amata, ma è in declino: del resto, è già avvenuto nel passato. Altre volte l’Italia fu salvata dai barbari, forse perché sottile è il Signore, come ebbe a dire Einstein in un ambito del discorso che toccava la filosofia naturale. Ma sottile è il Signore anche quando la Storia compie i suoi imprevedibili (e talora benedetti) scarti.

    Non saranno queste celebrazioni unitarie parruccone alle quali tristemente assistiamo (anzi, facciamo di tutto per non assistervi) a riscattare il destino di decadenza dell’Italia. Fanno di tutto, questi nostri celebranti “istituzionali” e senza cuore, perché niente traspaia del disegno eroico dei padri fondatori, garibaldini compresi (quale si coglie nei ‘Mille’ di Giuseppe Bandi, o negli scritti del negletto, eroico, letteratissimo e toscano maledetto Bianciardi). Sembra, a voler trarre il sugo di queste esangui e ipocrite celebrazioni, che l’Italia sia stata unita per garantire un posto fisso alle masse impiegatizie inerti. No, non è questa l’Italia che vollero i padri fondatori, soprattutto non è questa l’Italia, che aveva un’anima prima ancora di essere unificata. Certo, oggi l’Italia è popolata da perduta gente, da gente senz’anima. Ma questo è un altro discorso. E non tutto è perduto, forse. In ogni caso, l’anima dell’Italia sopravvive agl’italiani che oggi come zombi vagolano di evento in evento, di consumo in consumo, che sono morti ma credono di essere vivi.

    Qual è la ragione di sperare in tanto sfacelo civile e morale? Sappiamo tutti che cosa sia successo della cosiddetta cortina di ferro, e chi sia stato il demiurgo che l’ha abbattuta. Qualcosa del genere non potrebbe avvenire anche in Italia? L’Italia non è divisa da una cortina di ferro, ma è – apparentemente – come una vecchia babbiona che si trascina da una festa all’altra, dilapidando le ricchezze sottratte ai contadini che per parte loro vivono in miseria, trascinati dalla babbiona in un destino di dissoluzione. Bisogna far fuori la babbiona, perché l’Italia risorga.

    In un intervento di qualche tempo fa auspicavo che sulla cattedra di sant’Ambrogio venisse a sedere qualcuno che se la sentisse, in nome della cultura, di scacciare con la frusta i sarti, gl’intromettitori di pubbliche relazioni, i procacciatori di “eventi” ecc. che dominano Milano e ne soffocano l’anima. La città è offesa, prostituita. Lo stesso discorso vale per l’Italia. Non dico di più, ma forse si capisce quel ch’io non oso dire, e che però oso sperare.

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