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25 Comments

  1. 1

    Kamella Scemì

    Al Cairo, migliaia di persone vanno in piazza Tahrir per dimostrare contro le divisioni tra copti e musulmani: Per la precisione, sono in piazza per manifestare in favore dell' "unità nazionale" fra musulmani e cristiani, che è una cosa un po' diversa. Però, son lì a dire la loro.

    Un'enorme bandiera eretta sui muri di un palazzo invita all' "Unità nazionale", accanto a dei simboli cristiani e musulmani. La televisione di stato egiziana segue in diretta la manifestazione. Nei giorni scorsi, si sono moltiplicati via internet e tramite le organizzazioni sociali degli appelli a manifestare oggi contro le divisioni religiose, al Cairo e in altre città del Paese.

    Sabato scorso, 15 persone sono state uccise e almeno 200 sono rimaste ferite quando dei musulmani hanno attaccato alcune chiese nel quartiere popolare di Imbaba, nella capitale egiziana.

    I manifestanti chiedono oggi l'applicazione della legge: un manifesto sottolinea che "il popolo vuole uno Stato di diritto".

    Si scorgono anche bandiere siriane e libiche in segno di solidarietà con la gente di quei Paesi, e dei vessilli palestinesi in appoggio alla "riconciliazione della Palestina".

    Chi li guida? Chi è il "pastore"?

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  2. 2

    Karl Heinz Treetball

    Riflettendo sulla parte finale di quanto detto da Mons. Pierangelo Sequeri in un commento al brano evangelico di domenica scorsa, più precisamente a commento dell'Istruzione sull’applicazione della Lettera Apostolica Motu Proprio data “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI, mi chiedo anch'io donde venga e dove possa portarci l'assuefazione, sostanzialmente egotistica, all’investitura fai-da-te, che impanca chiunque a salvatore del cristianesimo e guida sicura delle sue guide presuntamente insicure. Se leggo il brano evangelico sopra riportato e il canovaccio che si va intrecciando, direi che la provenienza sta nel non sentirsi gregge, soprattutto, nel non sentirsi gregge guidato dal Pastore (che provvede a tutto, o quasi), e la conseguenza nell'implosione del gregge medesimo, nella replica della Torre di Babilonia, in ogni caso nella ricaduta in qualche forma politeistica. Umiltà e obbedienza sono virtù essenziali alla tradizione (trasmissione) della fede: è chiaramente detto nel brano in commento, laddove l'umanità è rappresentata in tutta la sua miseria, e ciononostante è amata dal suo Pastore. Se ce ne fossimo dimenticati, antichi o moderni quanti siamo, questo testo ci dà anche una lezione di stile. Cattolico. Del gregge che si ama perché segue con fiducia (fede) il suo Pastore.

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  3. 3

    prete anonimo

    Gli stimolanti scritti del confratello e del fedele laico ripropongono alla mia coscienza il problema delle comunità cristiane, soprattutto di quelle parrocchiali: si tratta di comunità assai complesse, anche soltanto per la diversa composizione sociale che sempre più le caratterizza e che ne rende spesso divergenti, quando non inconciliabili, gli indirizzi. La raffigurazione del gregge fatta da Gesù è, in fondo, una semplificazione, perchè allo stesso Maestro certamente non sfuggiva il fatto che assai più complicata è la natura umana, dotata di coscienza di sé, certamente almeno superiore – per non scontentare gli animalisti – a quella delle pecore, sempre che a queste se ne possa attribuire un pochino. La dispersione della comunità e degli stessi singoli nuclei di fedeli è spesso determinata dalla pretesa di una aprioristica sussistente adeguatezza delle strutture (specie parrocchiali) e delle loro funzioni rispetto all'evidenziarsi di una problematica come quella sopra accennata, che invece favorisce da sé la diaspora. Quanto lamenta il corrispondente articolo nella sezione di Cultura cristiana di questo sito, che mi sono riletto ieri, circa la disaggregazione ecclesiale determinata dalle strutture ecclesiastiche, è un semplice spunto rispetto a una realtà assai più grave e cronicamente malata.

    In tale contesto, purtroppo, le stupide alzate di cresta da parte di fedeli che si sentono superiori ad altri, ma spesso anche da parte dei sacerdoti (preghino lo Spirito di illuminarli, invece di sentirsi sempre da Esso illuminati), diventano spesso decisive e fanno sì che agli occhi dei componenti le comunità non sia riconoscibile il Pastore che con fatica e amore, nonostante tutto, le conduce. E così, già in sofferenza, le comunità si rompono, evaporano. L'evidente inadeguatezza delle strutture e delle funzioni a esse attribuite, vista la pervicace negazione dello stato di fatto da parte dei vertici ecclesiastici, non può essere vinta, in questo momento di crisi, che con un grande bagno di umiltà da parte di tutti, fedeli e sacerdoti, nella acquisita consapevolezza, da un lato, delle crescenti chiusure date dalle dette strutture (prima o poi si provvederà, intanto usiamo quel che c'è) e, dall'altro lato, che in ogni caso è Gesù in persona, il Buon Pastore, che le guida: di esse non può volere la rovina, nonostante l'acribico impegno in tal senso delle stesse burocrazie ecclesiastiche.

    Guardiamo alla luce che ci sta davanti, e impegnamoci nella sequela.

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  4. 4

    ana

    Ritengo utile segnalare anche nei commenti di questo brano evangelico questo articolo apparso su http://www.Avvenire.it, relativo all’invito rivolto a tutti noi dal Papa a non avere paura delle persecuzioni e a continuare nella ricerca dell’incontro col Signore:

    Il Papa: cristiani, non abbiate paura

    nonostante le persecuzioni.

    L’epoca attuale vede l’emergere di “nuove schiavitù “, sia nel mondo occidentale sia nei Paesi emergenti, con l’aumento “dei poveri, degli emigranti, degli oppressi”. È il richiamo lanciato dal Papa nel suo discorso all’Assemblea ordinaria del Consiglio Superiore delle Pontificie Opere Missionarie, ricevuta stamani in udienza. “Nuovi problemi e nuove schiavitù – ha detto Benedetto XVI – emergono nel nostro tempo, sia nel cosiddetto primo mondo, benestante e ricco ma incerto circa il suo futuro, sia nei Paesi emergenti, dove, anche a causa di una globalizzazione caratterizzata spesso dal profitto, finiscono per aumentare le masse dei poveri, degli emigranti, degli oppressi, in cui si affievolisce la luce della speranza”.

    Contro questi mali, ha affermato il Pontefice, la Chiesa deve “continuare con rinnovato entusiasmo l’opera di evangelizzazione, l’annuncio gioioso del Regno di Dio, venuto in Cristo nella potenza dello Spirito Santo, per condurre gli uomini alla vera libertà dei figli di Dio contro ogni forma di schiavitù “. Ma questo coinvolge i religiosi come i laici. “Tutti – ha sottolineato Benedetto XVI – devono essere coinvolti nella ‘missio ad gentes’: Vescovi, presbiteri, religiosi e religiose, laici”. “Occorre, pertanto, prestare particolare cura affinchè tutti i settori della pastorale, della catechesi, della carità siano caratterizzati dalla dimensione missionaria: la Chiesa è missione”.

    “I cristiani non devono avere timore” neppure di fronte alle persecuzioni di cui anche oggi sono oggetto”, ha aggiunto il Papa. “I cristiani – è stato l’appello del Papa – non devono avere timore, anche se ’sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fedè “, ha detto Benedetto XVI, citando il messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2011.

    Non voglio eccedere nell'autocompiacimento, ma mi sembra che l'indicazione data dal Papa corrisponda pienamente all'indirizzo preso dalla discussione appena avviata.

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  5. 5

    Aristide

    L’INTRECCIO TRA PAURA E INDIFFERENZA

    Due volte leggo in questa pagina la parola “paura”:

    A. Nel commento di Nosari, dove si legge «Perché Lui non ha paura di sporcarsi le mani per noi, a condizione che abbiamo voglia di seguirlo»: sono parole contro il quieto vivere, contro l’indifferenza.

    B. Il tema della paura è presente nella citazione delle parole del Papa durante l’udienza dei partecipanti all’assemblea del Consiglio delle pontificie opere missionarie (14 maggio 2011): «I cristiani non devono avere timore neppure di fronte alle persecuzioni di cui anche oggi sono oggetto». Questo concetto è stato espresso in un discorso incentrato sul tema dell’aumento “dei poveri, degli emigranti, degli oppressi”, dell’emergere di “nuove schiavitù”, sia nell’Occidente sia nei Paesi in via di sviluppo.

    In margine a tale seconda citazione della paura, mi viene in mente una considerazione che il Papa non ha fatto, né posso io pretendere ch’egli volesse dir questo (ci mancherebbe!). Però, prendendo spunto dalle parole del Papa, come non posso non pensare (anche) a quell’“esercito industriale di riserva” sul quale si soffermava Karl Marx nel primo libro del Capitale? Ecco affiorare, di nuovo, il tema dell’indifferenza. E l’indifferenza nasce, come vedremo, dalla paura. Ma procediamo con ordine. Troppo spesso ignoriamo, o facciamo finta d’ignorare, che:

    a) il 10% del Prodotto industriale lordo italiano nasce dal lavoro di immigrati legalmente sotto contratto;

    b) una cifra considerevole di ricchezza prodotta in Italia, tecnicamente non afferente al Pil, ma comunque “vera” ricchezza, è prodotta dal lavoro nero [io non saprei dire la percentuale, forse potrebbero dircela certi “esperti” e certi giornalisti economici, qualora volessero finalmente fare il loro dovere, invece delle pubbliche relazioni];

    c) il Pil ufficiale è fondamentalmente fraudolento, se invece che come giochino statistico è considerato per quello che pretende di essere, una stima – cioè – del valore dei beni e servizi prodotti nel Paese: infatti, nel Pil sono conteggiati con il segno positivo servizi che invece andrebbero considerati con segno negativo (per esempio, un professore insediato in cattedra ope legis e per giunta asino, non arricchisce la società, ma la impoverisce).

    Ma come si connette questa mia osservazione con il tema della paura? Facile a dirsi e anche a capirsi, purché si voglia seguire il seguente ragionamento, articolato in due punti.

    1. Il primo punto è che se vogliamo, una volta tanto, desistere dall’esecrabile (e pochissimo cristiano) atteggiamento d’indifferenza, dobbiamo prendere atto del fatto che noi italiani, o gran parte di noi, vive appropriandosi del “plusvalore” (mi scuso per la parola marxiana) prodotto dagl’immigrati. Anche ammesso che quelli che hanno contratto regolare non siano sfruttati (mah! forse che non sono sfruttati anche i nostri giovani, costretti a crearsi una partita Iva e fatti passare come “professionisti”?), c’è da considerare il fatto che gl’italiani – chi più, chi meno, s’intende – si appropriano della ricchezza prodotta in nero, in gran parte dagli immigrati.

    2. Il secondo punto è che se qualcuno pensa che uscire dal guscio dell’indifferenza, per affermare la verità, sia cosa da poco, come fare una passeggiata, si sbaglia di grosso. Dire tutta la verità, in questo caso, significa affermare che gli sfruttatori non sono soltanto i “padroni”, come fa comodo pensare. La verità è che siamo tutti sfruttatori: noi, le masse impiegatizie inerti che producono lavoro falso, i baby pensionati, i pensionati con pensione calcolata con metodo retributivo maggiorato (cioè con trucchetto di scatto finale che non descrivo per non dilungarmi), gl’intermediari che vivono d’intermediazioni che andrebbero azzerate ecc. ecc. Ci sarà una ragione per cui quelli che dovrebbero dire queste cose (gli esperti, i giornalisti economici ecc.) tacciono sistematicamente, o no? Come mai, per esempio, nessuno propone l’abolizione degli ordini professionali (quasi tutti), l’abolizione del valore legale della laurea ecc., portando l’Italia a standard europei? Beh, qualcuno si ricorderà che cosa successe al povero Bersani quando volle liberalizzare le farmacie (ne venne fuori un aborto) o, prima ancora, al povero Luigi Berlinguer, quando volle proporre un sistema di valutazione dei professori (fu costretto alle dimissioni).

    Insomma, tanto per essere chiari, la vogliamo, o non la vogliamo UNA SOCIETÀ GIUSTA? Perché un conto è fare le conferenze di etica: quelle son bravi quasi tutti a farle (più o meno bene, s’intende). Ma per fare una società giusta ci vuole un gran coraggio. Perché, se ci provate, vi diranno che siete delinquenti, o pazzi. Poi, se sopravvivrete, cercheranno di farvi fuori, riducendovi sul lastrico, o anche peggio. E, tornando al discorso dei nuovi schiavi, se vorremo liberare i nuovi schiavi che vivono con noi, che sono il nostro prossimo, dovremo avere tanto coraggio, sia perché dovremo rinunciare alla pretesa di vivere al di sopra delle nostre possibilità (appropriandoci della ricchezza che non ci spetta e prospettando ai nostri giovani un futuro miserabile), sia perché l’abolizione dei privilegi è sempre stato l’esito di una rivolta, di una rivoluzione, di una guerra. Dunque, c’è il rischio di morire (più o meno metaforicamente) sul campo.

    Come si vede, “tout se tient”: l’indifferenza – se mi passate la parola – è una roba schifosa. Ed è la paura – spesso – che ci porta a essere indifferenti.

    Sempre sull’intreccio tra paura e indifferenza mi piace ricordare, in relazione anche allo sfondo nel quale il tema è inserito, quanto ebbe a dire il Pontefice il 3 ottobre 2010, nel corso dell’omelia della Messa celebrata al Foro italico di Palermo. Il Papa non ha utilizzato la parola “mafia” (altri meglio di me potrà spiegarci il perché, e sarà, o sarebbe, un discorso sottile, credo), ma il significato delle parole è chiarissimo: «Sono qui per darvi un forte incoraggiamento a non aver paura di testimoniare con chiarezza i valori umani e cristiani, così profondamente radicati nella fede e nella storia di questo territorio e della sua popolazione». E, ancora: «Ci si deve vergognare del male, di ciò che offende Dio, di ciò che offende l’uomo; ci si deve vergognare del male che si arreca alla Comunità civile e religiosa con azioni che non amano venire alla luce!»

    Mi sembra di sentire i nostri politici: “Parole sante!”. Già. Ma loro quand’è che ci mostreranno il loro coraggio? Quando finalmente cesseranno di essere indifferenti, così schifosamente (chiedo nuovamente scusa per la parola) indifferenti?

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  6. 6

    tommaso

    La paura è uno dei più grossi problemi della vita.

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  7. 7

    Bergamo.info

    In parziale risposta ad Aristide il Grande, rilevando la precisione con cui ha individuato un punto chiave:

    Da http://www.Avvenire.it del 16 maggio 2011:

    Farsi afferrare da Gesù, quella radice che dà forza

    I cristiani non devono avere paura, ha detto il Papa parlando alle Pontificie Opere Missionarie. Non devono avere paura di proclamare il Vangelo, anche se «sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni», ha ricordato. E basta pensare alle cronache dall’Iraq all’Egitto, al Pakistan, all’Orissa, al Sudan, e avere anche una vaga memoria della ferocia subita, per domandarsi istintivamente: non aver paura? E come si fa, in certi posti, a non avere paura? Perfino lontano dagli scenari sanguinosi, nel civile sicuro orizzonte occidentale, non ci vuole un po’ di coraggio forse semplicemente per palesarsi cristiani in un mondo secolarizzato? (Nelle scuole, nei luoghi di lavoro, quella tacita pressione a richiudere la fede in una camera privata, interiore, a non portarla nell’arena del vivere comune).

    Non dobbiamo avere paura, dice Benedetto XVI, e le sue parole riecheggiano quel "non abbiate paura" di Giovanni Paolo II la cui eco è risonata il primo maggio in una piazza San Pietro gremita e commossa. Già, non dobbiamo; ma, come si fa a non avere paura? Come fanno i cristiani in vaste zone del mondo a vivere, e a restare e a testimoniare il Vangelo, nella minaccia che incombe? E come facciamo più modestamente noi, a non trovare più comodo e conveniente allinearci, omologarci al conformismo della cultura dominante?

    Non bisogna avere paura, già; ma, come diceva Manzoni, il coraggio uno non se lo può dare. E allora un ascoltatore distratto potrebbe pensare a un imperativo morale che ci venga comandato, cui con le nostre forze dobbiamo aderire; come soldati, ai quali sia stato inculcato un senso militare dell’onore, e non ne possano venire meno.

    Ma c’è un passaggio nel discorso di Benedetto XVI che di quel "non abbiate paura" è la chiave di volta, e che nella sintesi dei titoli dei giornali rischia forse di non essere abbastanza notato. «Condizione fondamentale per l’annuncio è lasciarsi afferrare completamente da Cristo», dice il Papa: in questo essere afferrati è la "linfa vitale" del cristiano e dell’annuncio cristiano. Affermazione che, a guardarla dalla platea di un cristianesimo formalmente e distrattamente ereditato – come è per non pochi in Occidente – è un capovolgimento radicale della questione. Perché la vulgata appresa da molti della nostra generazione – forse per colpa anche nostra, noi alunni svogliati – sembrava insistere sul cristianesimo come un "dover essere", un dovere aderire a una morale, uno sforzarci di virtù.

    E invece la condizione fondamentale per vivere la fede e annunciarla, ricorda Benedetto, è «lasciarsi afferrare completamente da Cristo». Un essere presi, conquistati, abitati; non un doverismo, un ferreo imporsi una legge da osservare. Come Benedetto XVI ha scritto nell’incipit della Deus caritas est, «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona». E dunque quel "non abbiate paura" che da Giovanni Paolo II a Benedetto ci viene ripetuto non è l’ordine di aderire a un imperativo sia pure superiore, ma è l’esortazione a lasciarsi semplicemente afferrare da Cristo.

    Certo, anche questo comporta una paura, in uomini educati al culto di sé stessi, e di sé padroni; è un abbandonarsi, e anche questo richiede coraggio. Certo, ognuno può obiettare di essere inadeguato e incapace, non assolutamente all’altezza di quel compagno. Ma il nostro Dio, ricorda il Papa, è uso a mettere il suo tesoro in "vasi di creta". E la creta è terra, comune, e fragile. Però nella forma del vaso è fatta per accogliere. «L’anima non è che una cavità che egli riempie», ha scritto Clive Staples Lewis – l’autore di Cronache di Narnia – con l’intuizione folgorante del poeta. E dunque noi vasi di creta, materia da poco; ma, colmati, capaci anche di un’appartenenza più grande della paura.

    Marina Corradi

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  8. 8

    Kamella Scemì

    A quel che profondamente ha argomentato Aristide il grande, aggiungo un profilo suggerito da S. Em. Ravasi nel Suo Mattutino di oggi, pubblicato sul quotidiano Avvenire: la sofferenza stessa tende a rinchiuderci a riccio, umiliati e scoraggiati, ed è per questo che bisogna andare in cerca della pecora smarrita, come dice Gesù, ossia rintracciare nelle strade della notte o nei bassifondi della città chi si rintana come un animale ferito. Perchè è dall'indifferenza verso i numerosi feriti di questa società, sempre in maggior numero, che nasce "l'impossibilità" di aspirare a una società giusta. E' la gioia dell'incontro col ferito, poi, che ci deve far esplodere, rendere comunicativi, radiosi. Non si può godere da soli, è necessario partecipare agli altri la propria festa, come accade appunto al pastore che ha ritrovato la pecora perduta o alla donna che ha recuperato la moneta dispersa nella polvere o al samaritano che ha incontrato e curato il ferito.

    E per stare ancora alle parabole di Cristo, qui può scattare nell’altra persona cui si comunica la propria gioia un meccanismo perverso, quello dell’invidia: il fratello maggiore non si rassegna a partecipare alla gioia di suo padre e dell’intera famiglia per il figlio perduto e ritornato a casa. È la grettezza, la gelosia, l’egoismo di avere tutto per sé. Non è "semplicemente" indifferenza. È importante, allora, saper gioire con chi fa festa, e sa far festa, e non solo piangere con chi soffre. Infatti, «non verremo alla meta a uno a uno / ma a due a due», cantava il poeta francese Paul Eluard.

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  9. 9

    Bergamo.info

    Il gregge è organismo complesso, specie se riferito a quegli uomini che sono stati creati, maschio e femmina, a immagine e somiglianza di Dio.

    Ritengo utile, ai fini della ricerca che si sta sviluppando sul tema evangelico proposto dalla Liturgia, pubblicare il discorso rivolto venerdì scorso dal Papa ai partecipanti all’Incontro promosso dal Pontificio Istituto Gio­vanni Paolo II per gli studi su matri­monio e famiglia in occasione del XXX anniversario di fondazione.

    Signori Cardinali, venerati Fra­telli nell’Episcopato e nel Sa­cerdozio, cari Fratelli e Sorelle, con gioia vi accolgo oggi, a pochi gior­ni dalla beatificazione del Papa Gio­vanni Paolo II, che trent’anni fa, co­me abbiamo sentito, volle fondare contemporaneamente il Pontificio Consiglio per la Famiglia e il vostro Pontificio Istituto; due Organismi che mostrano come egli fosse ferma­mente persuaso dell’importanza decisiva della famiglia per la Chiesa e per la Società. Saluto i rappresentan­ti della vostra grande comunità spar­sa ormai in tutti i Continenti, come pure la benemerita Fondazione per matrimonio e famiglia che ho creato per sostenere la vostra missione. Rin­grazio il Preside, Mons. Melina, per le parole che mi ha rivolto a nome di tutti. Il nuovo Beato Giovanni Paolo II, che, come è stato ricordato, pro­prio trent’anni fa subì il terribile at­tentato in Piazza San Pietro, vi ha af- fidato, in particolare, per lo studio, la ricerca e la diffusione, le sue «Catechesi sull’amore umano», che contengono una profonda riflessione sul corpo umano. Coniugare la teologia del corpo con quella dell’amore per trovare l’unità del cammino dell’uo­mo: ecco il tema che vorrei indicarvi come orizzonte per il vostro lavoro.

    Poco dopo la morte di Miche­langelo, Paolo Veronese fu chiamato davanti all’Inquisi­zione, con l’accusa di aver dipinto fi­gure inappropriate intorno all’Ulti­ma Cena. Il pittore rispose che anche nella Cappella Sistina i corpi erano rappresentati nudi, con poca rive­renza. Fu proprio l’inquisitore che prese la difesa di Michelangelo con u­na risposta diventata famosa: «Non sai che in queste figure non vi è cosa se non di spirito?». Da moderni fac­ciamo fatica a capire queste parole, perché il corpo ci appare come ma­teria inerte, pesante, opposta alla co­noscenza e alla libertà proprie dello spirito. Ma i corpi dipinti da Miche­langelo sono abitati da luce, vita, splendore. Voleva mostrare così che i nostri corpi nascondono un miste­ro. In essi lo spirito si manifesta e opera. Sono chiamati ad essere corpi spirituali, come dice san Paolo (cfr. 1Cor 15,44). Ci possiamo allora chiedere: può questo destino del corpo illuminare le tappe del suo cammino? Se il nostro corpo è chiamato ad es­sere spirituale, non dovrà essere la sua storia quella dell’alleanza tra cor­po e spirito? Infatti, lungi dall’oppor­si allo spirito, il corpo è il luogo dove lo spirito può abitare. Alla luce di que­sto è possibile capire che i nostri cor­pi non sono materia inerte, pesante, ma parlano, se sappiamo ascoltare, il linguaggio dell’amore vero.

    La prima parola di questo lin­guaggio si trova nella creazione dell’uomo. Il corpo ci parla di un’origine che noi non abbiamo con­ferito a noi stessi. «Mi hai tessuto nel seno di mia madre», dice il Salmista al Signore ( Sal 139,13). Possiamo af­fermare che il corpo, nel rivelarci l’Origine, porta in sé un significato filiale, perché ci ricorda la nostra gene­razione, che attinge, tramite i nostri genitori che ci hanno trasmesso la vi­ta, a Dio Creatore. Solo quando rico­nosce l’amore originario che gli ha dato la vita, l’uomo può accettare se stesso, può riconciliarsi con la natu­ra e con il mondo. Alla creazione di Adamo segue quella di Eva. La carne, ricevuta da Dio, è chiamata a rende­re possibile l’unione di amore tra l’uomo e la donna e trasmettere la vi­ta. I corpi di Adamo ed Eva appaio­no, prima della Caduta, in perfetta armonia. C’è in essi un linguaggio che non hanno creato, un eros radicato nella loro natura, che li invita a riceversi mutuamente dal Creatore, per potersi così donare. Compren­diamo allora che, nell’amore, l’uomo è 'ricreato'. Incipit vita nova, diceva Dante ( Vita Nuova I,1), la vita della nuova unità dei due in una carne. Il vero fascino della sessualità nasce dalla grandezza di questo orizzonte che schiude: la bellezza integrale, l’universo dell’altra persona e del 'noi' che nasce nell’unione, la promessa di comunione che vi si nasconde, la fecondità nuova, il cammino che l’amore apre verso Dio, fonte dell’amo­re. L’unione in una sola carne si fa al­lora unione di tutta la vita, finché uo­mo e donna diventano anche un so­lo spirito. Si apre così un cammino in cui il corpo ci insegna il valore del tempo, della lenta maturazione nel­l’amore. In questa luce, la virtù della castità riceve nuovo senso. Non è un 'no' ai piaceri e alla gioia della vita, ma il grande 'sí' all’amore come co­municazione profonda tra le perso­ne, che richiede il tempo e il rispet­to, come cammino insieme verso la pienezza e come amore che diventa capace di generare vita e di accoglie­re generosamente la vita nuova che nasce.

    certo che il corpo contiene an­che un linguaggio negativo: ci parla di oppressione dell’altro, del desiderio di possedere e sfrutta­re. Tuttavia, sappiamo che questo lin­guaggio non appartiene al disegno originario di Dio, ma è frutto del peccato. Quando lo si stacca dal suo sen­so filiale, dalla sua connessione con il Creatore, il corpo si ribella contro l’uomo, perde la sua capacità di far trasparire la comunione e diventa terreno di appropriazione dell’altro. Non è forse questo il dramma della sessualità, che oggi rimane rinchiu­sa nel cerchio ristretto del proprio corpo e nell’emotività, ma che in realtà può compiersi solo nella chia­mata a qualcosa di più grande? A que­sto riguardo Giovanni Paolo II parla­va dell’umiltà del corpo. Un perso­naggio di Claudel dice al suo amato: «la promessa che il mio corpo ti fece, io sono incapace di compiere»; a cui segue la risposta: «il corpo si rompe, ma non la promessa…» (Le soulier de satin , Giorno III, Scena XIII). La for­za di questa promessa spiega come la Caduta non sia l’ultima parola sul corpo nella storia della salvezza. Dio offre all’uomo anche un cammino di redenzione del corpo, il cui linguag­gio viene preservato nella famiglia. Se dopo la Caduta Eva riceve questo nome, Madre dei viventi, ciò testi­monia che la forza del peccato non riesce a cancellare il linguaggio ori­ginario del corpo, la benedizione di vita che Dio continua a offrire quan­do uomo e donna si uniscono in una sola carne. La famiglia, ecco il luogo dove la teologia del corpo e la teologia dell’amore si intrecciano. Qui si impara la bontà del corpo, la sua te­stimonianza di un’origine buona, nell’esperienza di amore che ricevia­mo dai genitori. Qui si vive il dono di sé in una sola carne, nella carità c­oniugale che congiunge gli sposi. Qui si sperimenta la fecondità dell’amo- re, e la vita s’intreccia a quella di altre generazioni. È nella famiglia che l’uomo scopre la sua relazionalità, non come individuo autonomo che si autorealizza, ma come figlio, sposo, genitore, la cui identità si fonda nell’essere chiamato all’amore, a riceversi da altri e a donarsi ad altri.

    Questo cammino dalla creazione trova la sua pienezza con l’Incarnazione, con la venuta di Cristo. Dio ha assunto il corpo, si è rivelato in esso. Il movimento del corpo verso l’alto viene qui integrato in un altro movimento più originario, il movimento umile di Dio che si abbassa verso il corpo, per poi elevarlo verso di sé. Come Figlio, ha ricevuto il corpo filiale nella gratitudine e nell’ascolto del Padre e ha donato questo corpo per noi, per generare così il corpo nuovo della Chiesa. La liturgia dell’Ascensione canta questa storia della carne, peccatrice in Adamo, assunta e redenta da Cristo. È una carne che diventa sempre più piena di luce e di Spirito, piena di Dio. Appare così la profondità della teologia del corpo. Questa, quando viene letta nell’insieme della tradizione, evita il rischio di superficialità e consente di cogliere la grandezza della vocazione all’amore, che è una chiamata alla comunione delle persone nella duplice forma di vita della verginità e del matrimonio.

    Cari amici, il vostro Istituto è posto sotto la protezione del­la Madonna. Di Maria disse Dante parole illuminanti per una teo­logia del corpo: «nel ventre tuo si rac­cese l’amore» (Paradiso XXXIII, 7). Nel suo corpo di donna ha preso cor­po quell’Amore che genera la Chie­sa. La Madre del Signore continui a proteggere il vostro cammino e a ren­dere fecondo il vostro studio e inse­gnamento, a servizio della missione della Chiesa per la famiglia e la so­cietà. Vi accompagni la Benedizione Apostolica, che imparto di cuore a tutti voi. Grazie.

    Benedetto XVI

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  10. 10

    Isidoro

    A commento del brano evangelico di domenica scorsa era stata pubblicata, come d'abitudine, la catechesi del Papa, tenuta durante l'udienza generale del mercoledì.

    Ebbene, riguardo al brano evangelico oggi in commento, osservo che nel corpaccione di quel gregge di cui parla Gesù si è oggi insinuata l'adorazione per un "nuovo" (l'ennesimo) idolo impalpabile: lo scientismo.

    Ma l'uomo “digitale”, come tutti gli uomini che di generazione in generazione lo hanno preceduto, è un uomo “religioso”: di questa certezza esistenziale e spirituale ha dato testimonianza Benedetto XVI nell’udienza dello scorso mercoledì (vedi il testo integrale fra i commenti al brano evangelico di domenica scorsa – n.d.r.). Col Papa, condivide Domenico Delle foglie su Avvenire che «l’uomo “digitale”, come quello delle caverne, cerca nell’esperienza religiosa le vie per superare la sua finitezza e per assicurare la sua precaria avventura umana». Una catechesi, quella del nostro amatissimo Papa, dalla quale è riaffiorata la consapevolezza che «l’uomo porta in sé una sete di infinito, una nostalgia di eternità, una ricerca di bellezza, un desiderio di amore, un bisogno di luce e di verità, che lo spingono verso l’Assoluto». È quel «desiderio di Dio», quel desiderio di sequela del Pastore che solo la fragorosa arroganza di certa ragione ha potuto pensare di mettere in un angolo o di far inaridire e che invece emerge in tutta la sua forza anche nello spazio e nel tempo digitale. Spazio e tempo dilatati all’inverosimile e simultaneamente miniaturizzati nell’esperienza individuale. Condizione, questa, che rende il singolo abitante digitale un cittadino del mondo globalizzato dalla Rete e al tempo stesso proprietario di una minuscola porzione di quello spazio sterminato e senza confini apparenti che è il mondo digitale. A pensarci bene, dinanzi alla consapevolezza di questo spazio infinito e di questo tempo rapidissimo e frammentato, l’uomo digitale potrebbe avvertire un senso di spaesamento o addirittura provare le vertigini come quando, in alta montagna, si sosta sull’orlo di un abisso. E invece galleggia, come sospeso in una bolla d’aria che la corrente sposta, provando persino una sensazione di leggerezza che a volte gli appare come una condizione perfetta, perché sembra semplificare le domande e fornire tutte le risposte. Ma così non è. Benedetto XVI sembra volerci dire che le grandi domande che sottendono l’esperienza religiosa convivono con qualunque esperienza umana, appunto dalle caverne al digitale. E dunque che si tratti di “nativi digitali” o di “migranti digitali” (profondamente diversi per età, cultura, generazione, sensibilità), le grandi domande di senso potranno pure trovare parole diverse per essere esplicitate, modalità espressive molteplici e alternative nella loro riproposizione, ma avranno sempre il loro fulcro nell’Altro e nell’Oltre. Un Qualcuno da incontrare e un Altrove da scoprire. Ecco, potrà sembrare paradossale, ma l’ambiente digitale ha molto dell’altro e dell’oltre (rigorosamente con le iniziali minuscole). Basti pensare ai meccanismi di ricerca propri della Rete, che restituiscono al moderno “navigatore” la sensazione di scoprire sempre nuovi mondi. Eppure, tutto nuovo non è.

    Altrimenti non sarebbe lì, a portata di mouse.

    Ovvero, non sarebbe stato raggiungibile, se non fosse stato già visitato, raccontato, sezionato.

    L’approdo digitale non è, per usare una metafora letteraria, l’isola che non c’è.

    Ecco allora la sfida: fare del mondo digitale il luogo in cui è possibile aprirsi all’Altro e all’Oltre. O almeno mettersi sulle loro tracce. Scoprire il gregge di cui facciamo parte. Ri-conoscere i nostri compagni d'avventura. Forse non è ancora maturo il tempo perché questo accada, ma è difficile che l’universo digitale possa trascurare l’uomo religioso, con i suoi bisogni essenziali, primo fra tutti la preghiera. Del resto, cosa avviene in questo singolarissimo sito elettronico? Nel frattempo gli antropologi stanno già studiando le trasformazioni avvenute negli uomini e nelle donne immersi nell’era digitale. Di sicuro, dovranno confrontarsi anche sul senso religioso di quell’uomo e di quella donna. E raccontare se e come avranno incontrato l’Altro e l’Oltre. E magari descrivere come avranno pregato il loro Dio. E se ancora avranno avuto il bisogno – come spiega magistralmente Benedetto XVI – di inginocchiarsi «spontaneamente». E a lui, all’Altro, dichiarare «di essere deboli, bisognosi, peccatori». Bisognosi di guida, bisognosi di sequela. Magari con un solo, inestimabile, clic.

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  11. 11

    cassiodoro

    Al Teatro greco di Siracusa sono in programma due tragedie di Euripide: Filottete e An­dromaca, tragedie non del tutto dissociate, dato che in entrambe appaiono personaggi della grande saga di Troia. Credo di vedere in esse un richiamo a quel che poco sopra argomentava Aristide il grande, del quale prima o poi leggeremo, all'interno dello stesso Teatro greco, qualche brano di una sua nota opera (Pedretteide, credo s'intitoli). Vediamo un po': Filottete è carico di dolori quando Sofocle lo evoca in questa tragedia, la sua più nuda e metafisica, da vedere anche come un testamento. Ormai novantenne, il drammaturgo guarda agli uomini attraverso le stanche palpebre del suo sventuratissimo eroe. Ha veleggiato, Filottete, verso Ilio, ma una serpe lo ha morso a un piede procurandogli una pia­ga così insopportabilmente fetida da indur­re i capi ad abbandonarlo nella disabitata isola di Lemno. È tormentato dalla solitudine e dal rancore e i greci dieci anni dopo avran­no bisogno di lui: l’oracolo ha svelato che Troia non potrà cadere senza l’uso del suo arco. Sarà Odisseo insieme a Neottolemo che verranno a implorarne il ritorno. Filottete non si piega perché troppo grande l’offesa subi­ta. Non sono le lusinghe dell’infido Ulisse che lo faranno cedere: saranno le parole del gio­vane figlio dell’ucciso Achille, portatore di u­na ben diversa legge morale: quella che afferma che «la vera utilità è solo la giustizia». Appunto!

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  12. 12

    ruperto

    Saper lasciar vagare le proprie antenne e i propri umori fra le vite e le opere, tra le evidenze fugaci e strazianti dei vissuti quotidiani e il mistero implacabile del genio che guida il gregge. Attingendo da tutto e da tutti, e ogni spunto decantando allo specchio calmo e serrato della fantasia, muovendosi all'interno del gregge senza mai aderire a una prospettiva assoluta, ma lasciando che la figura di ogni compagno d'avventura si formi nell'immaginazione spontaneamente, come un fiore raro e strano schiude i suoi petali al tocco invisibile del vento. E intanto tenere lo sguardo fisso sul Gigante che ci guida.

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  13. 13

    tommaso

    Ciò che mi sembra importante è il non entrare in competizione con le sistemazioni altrui, con le tabelle di marcia o le idee in voga della politica «professionale» che dovrebbe regolare il gregge. Alle parole d'ordine dell'ideologia, dei media, della politica e dell'abitudine intellettuale occorre saper opporre semplicemente la finezza tagliente, aristocratica e ironica dei gusti, soprattutto del gusto per la bellezza e l'armonia, l'incisività libertaria e un poco anarchica dell'intelligenza e delle intuizioni, il bisogno di parole, scritte e no, capaci di nutrirsi della vita, e a loro volta di nutrirla fino al midollo. Solo così, a mio avviso, si può udire ed ascoltare la voce del Pastore. E diffonderLa, farLa diventare Parola-guida.

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  14. 14

    cassiodoro

    Cerco di integrare alcune delle osservazioni che precedono: per ascoltare la voce del Pastore e seguirlo con cognizione di causa, pur stando all'interno del gregge, occorre mostrarsi capaci di qualcosa che somiglia alla ferocia per la mediocrità, essendo prima di tutto ben chiaro alla nostra mente, pur vigile e aperta, che non possiamo essere allo stesso tempo scrittori, moralisti, filosofi, saggisti, acrobati, pasticheurs o politicanti, e che dobbiamo attivare l'esercizio critico mediante la ricerca, sempre instabile e precaria, di un punto d'equilibrio tra queste facoltà, o fra alcune di esse. Il Pastore questo ci chiede per mantenere coeso e tonico il gregge.

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  15. 15

    melampo

    Vi è da considerare che spesso nella vita, la vita del gregge, dobbiamo o possiamo effettuare ricognizioni in territori rari e desueti, a condizioni eccezionali ed estreme: l'esperienza mistica; la «costellazione» della melanconia, le visioni degli schizofrenici (vedi i meravigliosi scritti del prof. Vittorino Andreoli); la grande letteratura cinese (Il sogno della camera rossa, / classici del Tao); la Qabbalah ebraica. Il fatto è che per noi che cerchiamo di seguire Gesù – il brano evangelico in commento ce lo dice chiaramente -, non esistono canoni o recinti obbligati. Il vento creatore soffia dove vuole, il cammino, unitario nell'insieme, è diverso per ciascuno, e compito di ogni animo e mente critici e fedeli è solo volgersi ovunque il Soffio si manifesti, seguendone le scie luminose e oscure con lo stesso lieto spirito d'obbedienza di un antico fedele d'amore ai cenni della sua donna, delle pecore verso il Pastore che conoscono, dei discepoli di Emmaus verso lo Sconosciuto che imparano a conoscere.

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  16. 16

    angelomario

    In una giornata in cui si guardano i dati dell'affluenza alle urne e si attendono i risultati elettorali, non può sfuggire l'apparente antinomia fra il potere di scegliersi rappresentanti da parte delle pecore all'interno del gregge e l'assolutezza della guida del Pastore. La rappresentanza "pecorina", ammesso e non concesso che quella di cui oggi si blatera sia effettivamente definibile come tale, o che in altro senso lo sia, riguarda la vita interna del gregge, spettando alla Parola di Dio, e soltanto ad Essa, l'indirizzo e la guida complessivi dell'umanità. L'ergersi a "guida" incondizionata da parte del cosiddetto rappresentante, oltre a un peccato di superbia (ed eventualmente d'altro), porta agli esiti tragici di cui il secolo scorso è stato testimone, oppure a quelli, ancor più tragici e che ormai si profilano, del demoniaco e assoluto dominio di tipo mafioso. Ricordiamoci che Gesù bolla coi termini "ladro, brigante" chiunque voglia sostituirsi a Lui nella guida delle persone che ama, singolarmente e collettivamente. E che perciò ogni impancatura di quel tipo va combattuta, soprattutto con la propria personale testimonianza.

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  17. 17

    aristodemo

    Si legge in una brillante traduzione di Lorenzo Fazzini su http://www.avvenire.it che Liu Xiaobo, critico letterario, scrittore e docente cinese, attivo da molti anni nella difesa dei diritti umani, considera la sua Cina come sperduta nel deserto dello spirito.

    A livello spirituale, la Cina sarebbe entrata in un periodo di "cinismo", non esistendo più la fiducia, non corrispondendo più gli atti alle parole, differendo la lingua dal cuore. La gente, compresi gli alti funzionari e i membri del Partito, non crederebbero più al discorso ufficiale; la lealtà verso gli interessi avrebbe rimpiazzato la fedeltà a ciò in cui si crede, la schizofrenia delle élites in seno al sistema, particolarmente diffusa tra i giovani e tra le persone di mezza età, rivelerebbe un «comportamento da militante clandestino»: in pubblico tutti ripetono il discorso ufficiale come pappagalli e non perdono occasione per fare carriera, ma in privato, nelle cene in villa, è tutto un altro discorso e dicono: «Benché io sia al potere e che tu sia all’opposizione, nei fatti abbiamo le stesse idee. Non c’è che una differenza di metodo: tu lanci i tuoi appelli all’esterno, io mino il sistema all’interno». Le persone sarebbero unanimi su questo: in seno al sistema, sono numerosi coloro che non sono d’accordo con la direzione e i loro atti hanno ben più peso di quelli dell’opposizione fuori dal sistema, e avviene come se, fuori dalla vita di piacere e di consumo, le sole grandi realizzazioni che comunque restano valide per tutti non fossero altro che lo sviluppo mostruoso della «razionalità dell’homo oeconomicus»: perseguire la massimizzazione dell’interesse personale senza guardare ai mezzi.

    E' un gregge questo? Chi è alla guida? E poi, può chiamarsi "guida" tutto questo?

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  18. 18

    nicodemo

    Il nostro amatissimo Papa, al Congresso per i 50 anni della "Mater et Magistra", partendo dal presupposto che la coesione e il benessere del gregge stanno innanzitutto nell'attuazione della giustizia al suo internoa, ha manifestato soprattutto preoccupazione per le speculazioni finanziarie e sui beni alimentari.

    Così Sua Santità Benedetto XVI si è espresso:

    Signori Cardinali,

    venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

    illustri Signore e Signori,

    sono lieto di accogliervi e di salutarvi in occasione del 50° anniversario dell’Enciclica Mater et magistra del beato Giovanni XXIII; un documento che conserva grande attualità anche nel mondo globalizzato. Saluto il Cardinale Presidente, che ringrazio per le sue cortesi parole, come pure Mons. Segretario, i Collaboratori del Dicastero e tutti voi, convenuti dai vari Continenti per questo importante Congresso.

    Nella Mater et magistra Papa Roncalli, con una visione di Chiesa posta al servizio della famiglia umana soprattutto mediante la sua specifica missione evangelizzatrice, ha pensato alla Dottrina sociale – anticipando il beato Giovanni Paolo II – come ad un elemento essenziale di questa missione, perché «parte integrante della concezione cristiana della vita» (n. 206). Giovanni XXIII è all’origine delle affermazioni dei suoi Successori anche quando ha indicato nella Chiesa il soggetto comunitario e plurale della Dottrina sociale. I christifideles laici, in particolare, non possono esserne soltanto fruitori ed esecutori passivi, ma ne sono protagonisti nel momento vitale della sua attuazione, come anche collaboratori preziosi dei Pastori nella sua formulazione, grazie all’esperienza acquisita sul campo e alle proprie specifiche competenze. Per il beato Giovanni XXIII, la Dottrina sociale della Chiesa ha come luce la Verità, come forza propulsiva l’Amore, come obiettivo la Giustizia (cfr n. 209), una visione della Dottrina sociale, che ho ripreso nell’Enciclica Caritas in veritate, a testimonianza di quella continuità che tiene unito l’intero corpus delle Encicliche sociali. La verità, l’amore, la giustizia, additati dalla Mater et magistra, assieme al principio della destinazione universale dei beni, quali criteri fondamentali per superare gli squilibri sociali e culturali, rimangono i pilastri per interpretare ed avviare a soluzione anche gli squilibri interni all’odierna globalizzazione. A fronte di questi squilibri c’è bisogno del ripristino di una ragione integrale che faccia rinascere il pensiero e l’etica. Senza un pensiero morale che superi l’impostazione delle etiche secolari, come quelle neoutilitaristiche e neocontrattualiste, che si fondano su un sostanziale scetticismo e su una visione prevalentemente immanentista della storia, diviene arduo per l’uomo d’oggi accedere alla conoscenza del vero bene umano. Occorre sviluppare sintesi culturali umanistiche aperte alla Trascendenza mediante una nuova evangelizzazione – radicata nella legge nuova del Vangelo, la legge dello Spirito – a cui più volte ci ha sollecitati il beato Giovanni Paolo II. Solo nella comunione personale con il Nuovo Adamo, Gesù Cristo, la ragione umana viene guarita e potenziata ed è possibile accedere ad una visione più adeguata dello sviluppo, dell’economia e della politica secondo la loro dimensione antropologica e le nuove condizioni storiche. Ed è grazie ad una ragione ripristinata nella sua capacità speculativa e pratica che si può disporre di criteri fondamentali per superare gli squilibri globali, alla luce del bene comune. Infatti, senza la conoscenza del vero bene umano, la carità scivola nel sentimentalismo (cfr n. 3); la giustizia perde la sua «misura» fondamentale; il principio della destinazione universale dei beni viene delegittimato. Dai vari squilibri globali, che caratterizzano la nostra epoca, vengono alimentate disparità, differenze di ricchezza, ineguaglianze, che creano problemi di giustizia e di equa distribuzione delle risorse e delle opportunità, specie nei confronti dei più poveri.

    Ma non sono meno preoccupanti i fenomeni legati ad una finanza che, dopo la fase più acuta della crisi, è tornata a praticare con frenesia dei contratti di credito che spesso consentono una speculazione senza limiti. Fenomeni di speculazione dannosa si verificano anche con riferimento alle derrate alimentari, all’acqua, alla terra, finendo per impoverire ancor di più coloro che già vivono in situazioni di grave precarietà. Analogamente, l’aumento dei prezzi delle risorse energetiche primarie, con la conseguente ricerca di energie alternative guidata, talvolta, da interessi esclusivamente economici di corto termine, finiscono per avere conseguenze negative sull’ambiente, nonché sull’uomo stesso.

    La questione sociale odierna è senza dubbio questione di giustizia sociale mondiale, come peraltro già ricordava la Mater et magistra cinquant’anni fa, sia pure con riferimento ad un altro contesto. È, inoltre, questione di distribuzione equa delle risorse materiali ed immateriali, di globalizzazione della democrazia sostanziale, sociale e partecipativa. Per questo, in un contesto ove si vive una progressiva unificazione dell’umanità, è indispensabile che la nuova evangelizzazione del sociale evidenzi le implicanze di una giustizia che va realizzata a livello universale. Con riferimento alla fondazione di tale giustizia va sottolineato che non è possibile realizzarla poggiandosi sul mero consenso sociale, senza riconoscere che questo, per essere duraturo, deve essere radicato nel bene umano universale. Per quanto concerne il piano della realizzazione, la giustizia sociale va attuata nella società civile, nell’economia di mercato (cfr Caritas in veritate n. 35), ma anche da un’autorità politica onesta e trasparente ad essa proporzionata, pure a livello internazionale (cfr ibid., n. 67).

    Rispetto alle grandi sfide odierne, la Chiesa, mentre confida in primo luogo nel Signore Gesù e nel suo Spirito, che la conducono attraverso le vicende del mondo, per la diffusione della Dottrina sociale conta anche sull’attività delle sue istituzioni culturali, sui programmi di istruzione religiosa e di catechesi sociale delle parrocchie, sui mass media e sull’opera di annuncio e di testimonianza dei christifideles laici (cfr Mater et magistra, 206-207). Questi debbono essere preparati spiritualmente, professionalmente ed eticamente. La Mater et magistra insisteva non solo sulla formazione, ma soprattutto sull’educazione che forma cristianamente la coscienza ed avvia ad un’azione concreta, secondo un discernimento sapientemente guidato. Il beato Giovanni XXIII affermava: «L’educazione ad operare cristianamente anche in campo economico e sociale difficilmente riesce efficace se i soggetti medesimi non prendono parte attiva nell’educare se stessi, e se l’educazione non viene svolta anche attraverso l’azione» (nn. 212-213).

    Ancora valide, inoltre, sono le indicazioni offerte da Papa Roncalli a proposito di un legittimo pluralismo tra i cattolici nella concretizzazione della Dottrina sociale. Scriveva, infatti, che in questo ambito «[…] possono sorgere anche tra cattolici, retti e sinceri, delle divergenze. Quando ciò si verifichi non vengano mai meno la vicendevole considerazione, il reciproco rispetto e la buona disposizione a individuare i punti di incontro per un’azione tempestiva ed efficace: non ci si logori in discussioni interminabili e, sotto il pretesto del meglio e dell’ottimo, non si trascuri di compiere il bene che è possibile e perciò doveroso» (n. 219). Importanti istituzioni a servizio della nuova evangelizzazione del sociale sono, oltre alle associazioni di volontariato e alle organizzazioni non governative cristiane o di ispirazione cristiana, le Commissioni Giustizia e Pace, gli Uffici per i problemi sociali e il lavoro, i Centri e gli Istituti di Dottrina sociale, molti dei quali non si limitano allo studio e alla diffusione, ma anche all’accompagnamento di varie iniziative di sperimentazione dei contenuti del magistero sociale, come nel caso di cooperative sociali di sviluppo, di esperienze di microcredito e di un’economia animata dalla logica della comunione e della fraternità.

    Il beato Giovanni XXIII, nella Mater et magistra, rammentava che si possono cogliere meglio le esigenze fondamentali della giustizia quando si vive come figli della luce (cfr n. 235). Auguro, pertanto, a tutti voi che il Signore Risorto riscaldi i vostri cuori e vi aiuti a diffondere il frutto della redenzione, mediante una nuova evangelizzazione del sociale e la testimonianza della vita buona secondo il Vangelo. Tale evangelizzazione sia sorretta da un’adeguata pastorale sociale, attivata sistematicamente nelle varie Chiese particolari. In un mondo, non di rado ripiegato su se stesso, privo di speranza, la Chiesa si attende che voi siate lievito, seminatori instancabili di veritiero e responsabile pensiero e di generosa progettualità sociale, sostenuti dall’amore pieno di verità che abita in Gesù Cristo, Verbo di Dio fattosi uomo. Nel ringraziarvi per la vostra opera, vi imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica.

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  19. 19

    don Angelo

    Gesù guida il gregge nel suo complesso, ma chiama per nome una per una le sue pecore.

    E le pecore fra loro. quando abbassano lo sguardo dall'Alfiere, sono reciprocamente vittime e artefici di insidie, soprattutto calunnie, laddove più l’accusa è inverosimile, meglio viene diffusa e ricordata. La persona corretta che viene diffamata non può uscirne distrutta; tuttavia ne esce annerita, come accade al legno verde che non è combustibile. E' anche così che si creano le cosiddette "pecore nere", che mai tali sarebbero diventate senza l'azione delle pecore "sorelle", piaga questa dalla quale non è indenne nessuno degli ambiti sociali, compresi quelli religiosi, nonostante il severo monito di Cristo: «Col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati» ( Matteo 7,1). Oggi, in particolare, è il senso della misura nella e della giustizia che è venuto a mancare, come anche accenna il discorso commemorativo del Papa sull'Enciclica "Mater et Magistra" del Beato (bergamasco) Giovanni ventitreesimo.

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  20. 20

    Bergamo.info

    Pubblichiamo:

    BENEDETTO XVI, REGINA CÆLI

    Piazza San Pietro

    Domenica, 15 maggio 2011

    Cari fratelli e sorelle!

    La liturgia della IV Domenica di Pasqua ci presenta una delle icone più belle che, sin dai primi secoli della Chiesa, hanno raffigurato il Signore Gesù: quella del Buon Pastore. Il Vangelo di san Giovanni, al capitolo decimo, ci descrive i tratti peculiari del rapporto tra Cristo Pastore e il suo gregge, un rapporto talmente stretto che nessuno potrà mai rapire le pecore dalla sua mano. Esse, infatti, sono unite a Lui da un vincolo d’amore e di reciproca conoscenza, che garantisce loro il dono incommensurabile della vita eterna. Nello stesso tempo, l’atteggiamento del gregge verso il Buon Pastore, Cristo, è presentato dall’Evangelista con due verbi specifici: ascoltare e seguire. Questi termini designano le caratteristiche fondamentali di coloro che vivono la sequela del Signore. Innanzitutto l’ascolto della sua Parola, dal quale nasce e si alimenta la fede. Solo chi è attento alla voce del Signore è in grado di valutare nella propria coscienza le giuste decisioni per agire secondo Dio. Dall’ascolto deriva, quindi, il seguire Gesù: si agisce da discepoli dopo aver ascoltato e accolto interiormente gli insegnamenti del Maestro, per viverli quotidianamente.

    In questa domenica viene dunque spontaneo ricordare a Dio i Pastori della Chiesa, e coloro che si stanno formando per diventare Pastori. Vi invito pertanto a una speciale preghiera per i Vescovi – compreso il Vescovo di Roma! –, per i parroci, per tutti coloro che hanno responsabilità nella guida del gregge di Cristo, affinché siano fedeli e saggi nel compiere il loro ministero. In particolare, preghiamo per le vocazioni al sacerdozio in questa Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, affinché non manchino mai validi operai nella messe del Signore. Settant’anni or sono, il Venerabile Pio XII istituì la Pontificia Opera per le vocazioni sacerdotali. La felice intuizione del mio Predecessore si fondava sulla convinzione che le vocazioni crescono e maturano nelle Chiese particolari, facilitate da contesti familiari sani e irrobustiti da spirito di fede, di carità e di pietà. Nel messaggio inviato per questa Giornata Mondiale ho sottolineato che una vocazione si compie quando si esce “dalla propria volontà chiusa e dalla propria idea di autorealizzazione, per immergersi in un’altra volontà, quella di Dio, lasciandosi guidare da essa”. Anche in questo tempo, nel quale la voce del Signore rischia di essere sommersa in mezzo a tante altre voci, ogni comunità ecclesiale è chiamata a promuovere e curare le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Gli uomini infatti hanno sempre bisogno di Dio, anche nel nostro mondo tecnologico, e ci sarà sempre bisogno di Pastori che annunciano la sua Parola e fanno incontrare il Signore nei Sacramenti.

    Cari fratelli e sorelle, rinvigoriti dalla gioia pasquale e dalla fede nel Risorto, affidiamo i nostri propositi e le nostre intenzioni alla Vergine Maria, madre di ogni vocazione, perché con la sua intercessione susciti e sostenga numerose e sante vocazioni al servizio della Chiesa e del mondo.

    ——————————————————————————–

    APPELLO

    Continuo a seguire con grande apprensione il drammatico conflitto armato che, in Libia, ha causato un elevato numero di vittime e di sofferenze, soprattutto fra la popolazione civile. Rinnovo un pressante appello perché la via del negoziato e del dialogo prevalga su quella della violenza, con l’aiuto degli Organismi internazionali che si stanno adoperando nella ricerca di una soluzione alla crisi. Assicuro, inoltre, la mia orante e commossa partecipazione all’impegno con cui la Chiesa locale assiste la popolazione, in particolare tramite le persone consacrate presenti negli ospedali.

    Il mio pensiero va anche alla Siria, dove è urgente ripristinare una convivenza improntata alla concordia e all’unità. Chiedo a Dio che non ci siano ulteriori spargimenti di sangue in quella Patria di grandi religioni e civiltà, ed invito le Autorità e tutti i cittadini a non risparmiare alcuno sforzo nella ricerca del bene comune e nell’accoglienza delle legittime aspirazioni a un futuro di pace e di stabilità.

    ——————————————————————————–

    Dopo il Regina Caeli

    Cari fratelli e sorelle, la beatificazione del Papa Giovanni Paolo II ha avuto, come sapete, una risonanza mondiale. Vi sono altri testimoni esemplari di Cristo, molto meno noti, che la Chiesa addita con gioia alla venerazione dei fedeli. Oggi, a Würzburg, in Germania, è proclamato beato Georg Häfner, sacerdote diocesano, morto martire nel campo di concentramento di Dachau; e sabato 7 maggio scorso, a Pozzuoli, è stato beatificato un altro presbitero, Giustino Maria Russolillo, fondatore della Società delle Divine Vocazioni. Ringraziamo il Signore perché non fa mancare santi sacerdoti alla sua Chiesa!

    Chers pèlerins francophones, chaque année, au mois de mai nous vénérons la Vierge Marie. Dans son pèlerinage de foi, elle est restée discrète mais efficace pour soutenir et accompagner la mission de son Fils. En ce dimanche où l’Eglise prie pour les vocations au sacerdoce et à la vie consacrée, que son intercession maternelle suscite au cœur de nombreux jeunes une réponse généreuse et confiante à l’appel du Seigneur! Prions comme Marie et avec elle! Je vous bénis de grand cœur. Et vous les jeunes, répondez avec enthousiasme à l’appel au sacerdoce!

    I greet with joy the English-speaking visitors gathered here today, and I pray that your pilgrimage to Rome will strengthen your faith and your love for the Lord Jesus. Today we pray especially for vocations to the priesthood and the religious life, asking Christ our Lord to send shepherds to care for his flock, so that God’s people may have life in abundance. Upon all of you I invoke the peace and joy of the Risen Lord!

    Ein herzliches „Grüß Gott“ sage ich den Pilgern und Besuchern aus den Ländern deutscher Sprache. Besonders verbinde ich mich mit den zahlreichen Gläubigen, die heute am Sonntag des guten Hirten an der Seligsprechung des Martyrerpriesters Georg Häfner im Würzburger Dom teilnehmen. In den Wirren des Nationalsozialismus war Georg Häfner bereit, als treuer Hirte bis zur Hingabe seines Lebens die Herde zu weiden und viele Menschen in der Verkündigung der Wahrheit und der Spendung der Sakramente zu den Wassern des Lebens zu führen. Seinen Peinigern hat er von Herzen vergeben, und seinen Eltern schrieb er aus dem Gefängnis: „Mit allen wollen wir gut sein.“ Seiner Fürsprache vertrauen wir uns gerne an, damit auch wir die Stimme Christi, des guten Hirten, hören und so zum Leben und zur Freude in Fülle gelangen.

    Saludo con afecto a los fieles de lengua española. En este cuarto domingo de Pascua, llamado «del Buen Pastor», celebramos la Jornada mundial de oración por las vocaciones. Invito a todos a asumir el compromiso en la promoción y cuidado de las vocaciones, a alentar y sostener a los que muestran indicios de una llamada a la vida sacerdotal o a la vida consagrada. Roguemos al «Señor de la mies», que conceda a su Iglesia numerosas y santas vocaciones. Confiemos igualmente a la maternal protección de María, la Virgen, a todos aquellos que han respondido a la llamada de Dios en sus vidas. Muchas gracias y Feliz Domingo

    Słowo pozdrowienia przekazuję wszystkim Polakom. Dzisiaj w Niedzielę Dobrego Pasterza, w Światowy Dzień Modlitw o Powołania prosimy Chrystusa Zmartwychwstałego, by obudził w sercach wielu młodych pragnienie oddania się wyłącznej służbie Bożej. Niech staną się światłem dla współczesnego świata, świadkami Chrystusa, który jest bramą wiodącą wszystkich do zbawienia. Waszej modlitwie o powołania z serca błogosławię.

    [Rivolgo il mio saluto a tutti i Polacchi. Oggi, Domenica del Buon Pastore e Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, chiediamo a Cristo Risorto di destare nei cuori di numerosi giovani il desiderio di donarsi esclusivamente al servizio di Dio. Risplendano come luce per il mondo di oggi, come testimoni di Cristo che è la porta che conduce tutti alla salvezza. Benedico di cuore la vostra preghiera per le vocazioni.]

    Infine, saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli provenienti da Perugia e Parma, i giovani di Pesaro, i ragazzi di Taggi di Sopra che hanno ricevuto la Cresima. Saluto inoltre l’Associazione “Amici della Musica” di Niscemi, gli alunni della Scuola “Nostra Signora della Neve” di Genova e il gruppo Protezione Civile di Roccamonfina. A tutti auguro una buona domenica, una buona settimana.. Grazie per la vostra presenza.

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  21. 21

    Bergamo.info

    BENEDETTO XVI

    UDIENZA GENERALE

    Piazza San Pietro

    Mercoledì, 18 maggio 2011

    Cari fratelli e sorelle,

    nelle due scorse catechesi abbiamo riflettuto sulla preghiera come fenomeno universale, che – pur in forme diverse – è presente nelle culture di tutti i tempi. Oggi, invece, vorrei iniziare un percorso biblico su questo tema, che ci guiderà ad approfondire il dialogo di alleanza tra Dio e l’uomo che anima la storia della salvezza, fino al culmine, alla parola definitiva che è Gesù Cristo. Questo cammino ci porterà a soffermarci su alcuni importanti testi e figure paradigmatiche dell’Antico e del Nuovo Testamento. Sarà Abramo, il grande Patriarca, padre di tutti i credenti (cfr Rm 4,11-12.16-17), ad offrirci un primo esempio di preghiera, nell’episodio dell’intercessione per le città di Sodoma e Gomorra. E vorrei anche invitarvi ad approfittare del percorso che faremo nelle prossime catechesi per imparare a conoscere di più la Bibbia, che spero abbiate nelle vostre case, e, durante la settimana, soffermarsi a leggerla e meditarla nella preghiera, per conoscere la meravigliosa storia del rapporto tra Dio e l’uomo, tra Dio che si comunica a noi e l’uomo che risponde, che prega.

    Il primo testo su cui vogliamo riflettere si trova nel capitolo 18 del Libro della Genesi; si narra che la malvagità degli abitanti di Sodoma e Gomorra era giunta al culmine, tanto da rendere necessario un intervento di Dio per compiere un atto di giustizia e per fermare il male distruggendo quelle città. È qui che si inserisce Abramo con la sua preghiera di intercessione. Dio decide di rivelargli ciò che sta per accadere e gli fa conoscere la gravità del male e le sue terribili conseguenze, perché Abramo è il suo eletto, scelto per diventare un grande popolo e far giungere la benedizione divina a tutto il mondo. La sua è una missione di salvezza, che deve rispondere al peccato che ha invaso la realtà dell’uomo; attraverso di lui il Signore vuole riportare l’umanità alla fede, all’obbedienza, alla giustizia. E ora, questo amico di Dio si apre alla realtà e al bisogno del mondo, prega per coloro che stanno per essere puniti e chiede che siano salvati.

    Abramo imposta subito il problema in tutta la sua gravità, e dice al Signore: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?» (vv. 23-25). Con queste parole, con grande coraggio, Abramo mette davanti a Dio la necessità di evitare una giustizia sommaria: se la città è colpevole, è giusto condannare il suo reato e infliggere la pena, ma – afferma il grande Patriarca – sarebbe ingiusto punire in modo indiscriminato tutti gli abitanti. Se nella città ci sono degli innocenti, questi non possono essere trattati come i colpevoli. Dio, che è un giudice giusto, non può agire così, dice Abramo giustamente a Dio.

    Se leggiamo, però, più attentamente il testo, ci rendiamo conto che la richiesta di Abramo è ancora più seria e più profonda, perché non si limita a domandare la salvezza per gli innocenti. Abramo chiede il perdono per tutta la città e lo fa appellandosi alla giustizia di Dio; dice, infatti, al Signore: «E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?» (v. 24b). Così facendo, mette in gioco una nuova idea di giustizia: non quella che si limita a punire i colpevoli, come fanno gli uomini, ma una giustizia diversa, divina, che cerca il bene e lo crea attraverso il perdono che trasforma il peccatore, lo converte e lo salva. Con la sua preghiera, dunque, Abramo non invoca una giustizia meramente retributiva, ma un intervento di salvezza che, tenendo conto degli innocenti, liberi dalla colpa anche gli empi, perdonandoli. Il pensiero di Abramo, che sembra quasi paradossale, si potrebbe sintetizzare così: ovviamente non si possono trattare gli innocenti come i colpevoli, questo sarebbe ingiusto, bisogna invece trattare i colpevoli come gli innocenti, mettendo in atto una giustizia “superiore”, offrendo loro una possibilità di salvezza, perché se i malfattori accettano il perdono di Dio e confessano la colpa lasciandosi salvare, non continueranno più a fare il male, diventeranno anch’essi giusti, senza più necessità di essere puniti.

    È questa la richiesta di giustizia che Abramo esprime nella sua intercessione, una richiesta che si basa sulla certezza che il Signore è misericordioso. Abramo non chiede a Dio una cosa contraria alla sua essenza, bussa alla porta del cuore di Dio conoscendone la vera volontà. Certo Sodoma è una grande città, cinquanta giusti sembrano poca cosa, ma la giustizia di Dio e il suo perdono non sono forse la manifestazione della forza del bene, anche se sembra più piccolo e più debole del male? La distruzione di Sodoma doveva fermare il male presente nella città, ma Abramo sa che Dio ha altri modi e altri mezzi per mettere argini alla diffusione del male. È il perdono che interrompe la spirale del peccato, e Abramo, nel suo dialogo con Dio, si appella esattamente a questo. E quando il Signore accetta di perdonare la città se vi troverà i cinquanta giusti, la sua preghiera di intercessione comincia a scendere verso gli abissi della misericordia divina. Abramo – come ricordiamo – fa diminuire progressivamente il numero degli innocenti necessari per la salvezza: se non saranno cinquanta, potrebbero bastare quarantacinque, e poi sempre più giù fino a dieci, continuando con la sua supplica, che si fa quasi ardita nell’insistenza: «forse là se ne troveranno quaranta … trenta … venti … dieci» (cfr vv. 29.30.31.32). E più piccolo diventa il numero, più grande si svela e si manifesta la misericordia di Dio, che ascolta con pazienza la preghiera, l’accoglie e ripete ad ogni supplica: «perdonerò, … non distruggerò, … non farò» (cfr vv. 26.28.29.30.31.32).

    Così, per l’intercessione di Abramo, Sodoma potrà essere salva, se in essa si troveranno anche solamente dieci innocenti. È questa la potenza della preghiera. Perché attraverso l’intercessione, la preghiera a Dio per la salvezza degli altri, si manifesta e si esprime il desiderio di salvezza che Dio nutre sempre verso l’uomo peccatore. Il male, infatti, non può essere accettato, deve essere segnalato e distrutto attraverso la punizione: la distruzione di Sodoma aveva appunto questa funzione. Ma il Signore non vuole la morte del malvagio, ma che si converta e viva (cfr Ez 18,23; 33,11); il suo desiderio è sempre quello di perdonare, salvare, dare vita, trasformare il male in bene. Ebbene, è proprio questo desiderio divino che, nella preghiera, diventa desiderio dell’uomo e si esprime attraverso le parole dell’intercessione. Con la sua supplica, Abramo sta prestando la propria voce, ma anche il proprio cuore, alla volontà divina: il desiderio di Dio è misericordia, amore e volontà di salvezza, e questo desiderio di Dio ha trovato in Abramo e nella sua preghiera la possibilità di manifestarsi in modo concreto all’interno della storia degli uomini, per essere presente dove c’è bisogno di grazia. Con la voce della sua preghiera, Abramo sta dando voce al desiderio di Dio, che non è quello di distruggere, ma di salvare Sodoma, di dare vita al peccatore convertito.

    E’ questo che il Signore vuole, e il suo dialogo con Abramo è una prolungata e inequivocabile manifestazione del suo amore misericordioso. La necessità di trovare uomini giusti all’interno della città diventa sempre meno esigente e alla fine ne basteranno dieci per salvare la totalità della popolazione. Per quale motivo Abramo si fermi a dieci, non è detto nel testo. Forse è un numero che indica un nucleo comunitario minimo (ancora oggi, dieci persone sono il quorum necessario per la preghiera pubblica ebraica). Comunque, si tratta di un numero esiguo, una piccola particella di bene da cui partire per salvare un grande male. Ma neppure dieci giusti si trovavano in Sodoma e Gomorra, e le città vennero distrutte. Una distruzione paradossalmente testimoniata come necessaria proprio dalla preghiera d’intercessione di Abramo. Perché proprio quella preghiera ha rivelato la volontà salvifica di Dio: il Signore era disposto a perdonare, desiderava farlo, ma le città erano chiuse in un male totalizzante e paralizzante, senza neppure pochi innocenti da cui partire per trasformare il male in bene. Perché è proprio questo il cammino della salvezza che anche Abramo chiedeva: essere salvati non vuol dire semplicemente sfuggire alla punizione, ma essere liberati dal male che ci abita. Non è il castigo che deve essere eliminato, ma il peccato, quel rifiuto di Dio e dell’amore che porta già in sé il castigo. Dirà il profeta Geremia al popolo ribelle: «La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio» (Ger 2,19). È da questa tristezza e amarezza che il Signore vuole salvare l’uomo liberandolo dal peccato. Ma serve dunque una trasformazione dall’interno, un qualche appiglio di bene, un inizio da cui partire per tramutare il male in bene, l’odio in amore, la vendetta in perdono. Per questo i giusti devono essere dentro la città, e Abramo continuamente ripete: «forse là se ne troveranno …». «Là»: è dentro la realtà malata che deve esserci quel germe di bene che può risanare e ridare la vita. E’ una parola rivolta anche a noi: che nelle nostre città si trovi il germe di bene; che facciamo di tutto perché siano non solo dieci i giusti, per far realmente vivere e sopravvivere le nostre città e per salvarci da questa amarezza interiore che è l’assenza di Dio. E nella realtà malata di Sodoma e Gomorra quel germe di bene non si trovava.

    Ma la misericordia di Dio nella storia del suo popolo si allarga ulteriormente. Se per salvare Sodoma servivano dieci giusti, il profeta Geremia dirà, a nome dell’Onnipotente, che basta un solo giusto per salvare Gerusalemme: «Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se c’è un uomo che pratichi il diritto, e cerchi la fedeltà, e io la perdonerò» (5,1). Il numero è sceso ancora, la bontà di Dio si mostra ancora più grande. Eppure questo ancora non basta, la sovrabbondante misericordia di Dio non trova la risposta di bene che cerca, e Gerusalemme cade sotto l’assedio del nemico. Bisognerà che Dio stesso diventi quel giusto. E questo è il mistero dell’Incarnazione: per garantire un giusto Egli stesso si fa uomo. Il giusto ci sarà sempre perché è Lui: bisogna però che Dio stesso diventi quel giusto. L’infinito e sorprendente amore divino sarà pienamente manifestato quando il Figlio di Dio si farà uomo, il Giusto definitivo, il perfetto Innocente, che porterà la salvezza al mondo intero morendo sulla croce, perdonando e intercedendo per coloro che «non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Allora la preghiera di ogni uomo troverà la sua risposta, allora ogni nostra intercessione sarà pienamente esaudita.

    Cari fratelli e sorelle, la supplica di Abramo, nostro padre nella fede, ci insegni ad aprire sempre di più il cuore alla misericordia sovrabbondante di Dio, perché nella preghiera quotidiana sappiamo desiderare la salvezza dell’umanità e chiederla con perseveranza e con fiducia al Signore che è grande nell’amore. Grazie.

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  22. 22

    Bergamo.info

    Saluti dopo il discorso catechetico:

    Chers pèlerins de langue française, en particulier les collégiens et les paroissiens présents ainsi que les pèlerins venus de la lointaine Réunion et de Montréal au Canada, je vous invite à vous procurer la Bible, à la lire et à la méditer. Vous expérimentez alors l’infinie bonté et l’inépuisable miséricorde de Dieu envers vous ! Bon pèlerinage à tous !

    I offer a warm welcome to the alumni of the Venerable English College on the occasion of their annual meeting in Rome. I also greet the members of the Catholic-Pentecostal Dialogue in Sweden, with prayerful good wishes for their work for Christian unity. Upon all the English-speaking pilgrims present at today’s Audience, especially those from England, Australia, the Republic of China, India, Indonesia, Sri Lanka and the United States, I invoke the joy and peace of Christ our Risen Saviour.

    Ein herzliches Willkommen sage ich allen Pilgern und Gästen aus den Ländern deutscher Sprache. Das Beispiel des Abraham soll uns lehren, unser Herz der Barmherzigkeit Gottes zu öffnen, um das Heil der Menschen zu bitten und uns selbst um das Rechtsein zu mühen. Der auferstandene Herr schenke euch allen seine Gnade.

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los grupos provenientes de España, Colombia, Venezuela, Chile, Argentina, México y otros países latinoamericanos. Invito a todos a conocer cada vez más la Biblia, a leerla y meditarla en la oración para profundizar así en la maravillosa historia de Dios con el hombre, y abrir el corazón a la sobreabundante misericordia divina. Muchas gracias.

    Uma saudação amiga para os fiéis da paróquia da Covilhã e da diocese de Maringá, para os Irmãos Maristas da província Brasil Centro-Sul e demais peregrinos de língua portuguesa! Cnvido-vos a aproveitar o percurso que faremos nas próximas catequeses para conhecer melhor a Bíblia, que tendes – penso eu – em casa. Durante a semana, parai um pouco a lê-la e meditá-la na oração para aprenderdes a história maravilhosa da relação entre Deus e o homem: Deus que Se comunica a nós, e nós que Lhe respondemos rezando. Sereis assim uma bênção no meio dos vossos irmãos, como foi Abraão. A Virgem Mãe vos guie e proteja!

    Saluto in lingua polacca:

    Serdecznie pozdrawiam Polaków! Bracia i siostry! Błaganie za niewiernymi miastami: Sodomą i Gomorą, zanoszone do Boga przez Abrahama, naszego Ojca w wierze, niech będzie przypomnieniem dla każdego z nas, byśmy w naszej codziennej modlitwie z ufnością upraszali miłosierdzie Boga dla siebie i całego świata. Do takiej modlitwy zachęcają nas również: święta Faustyna i błogosławiony Jan Paweł II. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus.

    Traduzione italiana:

    Saluto cordialmente tutti i Polacchi! Fratelli e sorelle! L’intercessione che Abramo, nostro padre nella fede, rivolge a Dio a favore delle città infedeli, Sodoma e Gomorra, sia per ciascuno di noi d’esempio per implorare con fiducia nelle nostre preghiere quotidiane la misericordia di Dio per noi e per il mondo intero. A tale preghiera ci incoraggiano anche Santa Faustina e il beato Giovanni Paolo II. Sia lodato Gesù Cristo.

    Saluto in lingua ceca:

    Jsem rád, že mohu pozdravit české poutníky. Drazí přátelé, děkuji vám, že jste tady. Buďte stále velkodušnějšími svědky Krista a evangelia. Chvála Kristu a Marii!

    Traduzione italiana:

    Sono lieto di salutare i pellegrini cechi. Cari amici, vi ringrazio della vostra presenza e vi esorto ad essere sempre più generosi testimoni di Cristo e del Vangelo. Siano lodati Gesù e Maria!

    Saluto in lingua croata:

    S velikom radošću pozdravljam sve hrvatske hodočasnike, a osobito članove Udruge „Kraljica Katarina Kosača“ iz Mostara.

    Dobri Pastir stoji na vratima svačijeg srca i kuca. Ne bojte se otvoriti mu i pozvati ga da s vama dijeli život, da svojom prisutnošću blagoslovi vaše radosti i teškoće. Hvaljen Isus i Marija!

    Traduzione italiana:

    Con grande gioia saluto tutti i pellegrini Croati e, in modo particolare, i membri dell’Associazione “Regina Katarina Kosača” di Mostar. Il Buon Pastore sta davanti alla porta del cuore e bussa a ciascuno. Non abbiate paura di aprirGli e invitarLo affinché condivida la vostra vita e, con la sua presenza, sostenga le gioie e difficoltà. Siano lodati Gesù e Maria!

    Saluto in lingua slovacca:

    S láskou vítam slovenských pútnikov, osobitne zo Žiliny, Bratislavy, Nitry a Hliníka nad Hronom.

    Bratia a sestry, minulú nedeľu sme slávili Deň modlitby za duchovné povolania. Proste Krista, Dobrého Pastiera, aby posielal stále nových pracovníkov do svojej služby.

    Zo srdca vás žehnám.

    Pochválený buď Ježiš Kristus!

    Traduzione italiana:

    Con affetto do il benvenuto ai pellegrini slovacchi, particolarmente quelli provenienti da Žilina, Bratislava, Nitra e Hliník nad Hronom.

    Fratelli e sorelle, domenica scorsa abbiamo celebrato la Giornata di preghiera per le Vocazioni. Domandate a Cristo Buon Pastore di mandare sempre nuovi lavoratori al suo servizio.

    Di cuore vi benedico.

    Sia lodato Gesù Cristo!

    Saluto in lingua rumena:

    Adresez un cordial salut vouă, pelerinilor români şi, asigurând pentru voi şi pentru toţi conaţionalii voştri o amintire în rugăciune, invoc peste fiecare Binecuvântarea mea. Cristos a înviat!

    Traduzione italiana:

    Rivolgo un cordiale saluto a voi, pellegrini rumeni e, mentre assicuro per voi e per tutti i vostri connazionali un ricordo nella preghiera, invoco su ciascuno la mia Benedizione. Cristo è risorto!

    Saluto in lingua russa:

    Сердечно приветствую российских паломников. Дорогие друзья, спасибо вам за визит. Призывая вас быть радостными свидетелями Христа у себя на родине, от всего сердца преподаю Апостольское благословение. Слава Иисусу Христу!

    Traduzione italiana:

    Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini russi. Cari amici, vi ringrazio per la vostra visita e, mentre vi esorto ad essere gioiosi testimoni di Cristo nella vostra Patria, di cuore vi imparto la Benedizione Apostolica. Sia lodato Gesù Cristo!

    Saluto in lingua ungherese:

    Szeretettel köszöntöm a magyar híveket, elsősorban azokat, akik Bágyogszovátról érkeztek. A Szent Péter és Pál apostolok élete és vértanúsága által megszentelt városba vezető zarándokutatok erősítse meg hitetek és hűségtek az Egyházhoz.

    Szívesen adom Rátok és minden családtagotokra Apostoli Áldásomat.

    Dicsértessék a Jézus Krisztus!

    Traduzione italiana:

    Saluto con affetto i fedeli ungheresi, prima di tutto i membri del gruppo della Parrocchia di Bágyogszovát. Il vostro pellegrinaggio alla città consacrata dalla vita e dal martirio dei santi Apostoli Pietro e Paolo rafforzi la vostra fede e la vostra fedeltà alla Chiesa. A voi e a tutti che vi sono cari, imparto la Benedizione Apostolica.

    Sia lodato Gesù Cristo!

    ——————————————————————————–

    Cari fratelli e sorelle!

    Durante il tempo pasquale, la liturgia canta a Cristo risorto dai morti, vincitore della morte e del peccato, vivo e presente nella vita della Chiesa e nelle vicende del mondo. La Buona novella dell’Amore di Dio manifestatosi in Cristo, Agnello immolato, Buon Pastore che dà la vita per i suoi, si espande incessantemente fino agli estremi confini della terra e, al tempo stesso, incontra rifiuto ed ostacoli in tutte le parti del mondo. Come allora, ancora oggi, dalla Croce alla Risurrezione.

    Martedì, 24 maggio, è giorno dedicato alla memoria liturgica della Beata Vergine Maria, Aiuto dei Cristiani, venerata con grande devozione nel Santuario di Sheshan a Shanghai: tutta la Chiesa si unisce in preghiera con la Chiesa che è in Cina. Là, come altrove, Cristo vive la sua passione. Mentre aumenta il numero di quanti Lo accolgono come il loro Signore, da altri Cristo è rifiutato, ignorato o perseguitato: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (At 9, 4). La Chiesa in Cina, soprattutto in questo momento, ha bisogno della preghiera della Chiesa universale. Invito, in primo luogo, tutti i cattolici cinesi a continuare e a intensificare la propria preghiera, soprattutto a Maria, Vergine forte. Ma anche per tutti i cattolici del mondo pregare per la Chiesa che è in Cina deve essere un impegno: quei fedeli hanno diritto alla nostra preghiera, hanno bisogno della nostra preghiera.

    Sappiamo dagli Atti degli Apostoli che, quando Pietro era in carcere, tutti hanno pregato con forza e hanno ottenuto che un angelo lo liberasse. Anche noi facciamo lo stesso: preghiamo intensamente, tutti assieme, per questa Chiesa, fiduciosi che, con la preghiera, possiamo fare qualcosa di molto reale per essa.

    I cattolici cinesi, come hanno detto molte volte, vogliono l’unità con la Chiesa universale, con il Pastore supremo, con il Successore di Pietro. Con la preghiera possiamo ottenere per la Chiesa in Cina di rimanere una, santa e cattolica, fedele e ferma nella dottrina e nella disciplina ecclesiale. Essa merita tutto il nostro affetto.

    Sappiamo che, fra i nostri fratelli Vescovi, ci sono alcuni che soffrono e sono sotto pressione nell’esercizio del loro ministero episcopale. A loro, ai sacerdoti e a tutti i cattolici che incontrano difficoltà nella libera professione di fede esprimiamo la nostra vicinanza. Con la nostra preghiera possiamo aiutarli a trovare la strada per mantenere viva la fede, forte la speranza, ardente la carità verso tutti ed integra l’ecclesiologia che abbiamo ereditato dal Signore e dagli Apostoli e che ci è stata trasmessa con fedeltà fino ai nostri giorni. Con la preghiera possiamo ottenere che il loro desiderio di stare nella Chiesa una e universale superi la tentazione di un cammino indipendente da Pietro. La preghiera può ottenere, per loro e per noi, la gioia e la forza di annunciare e di testimoniare, con tutta franchezza e senza impedimento, Gesù Cristo crocifisso e risorto, l’Uomo nuovo, vincitore del peccato e della morte.

    Con tutti voi chiedo a Maria di intercedere perché ognuno di loro si conformi sempre più strettamente a Cristo e si doni con generosità sempre nuova ai fratelli. A Maria chiedo di illuminare quelli che sono nel dubbio, di richiamare gli smarriti, di consolare gli afflitti, di rafforzare quanti sono irretiti dalle lusinghe dell’opportunismo. Vergine Maria, Aiuto dei cristiani, Nostra Signora di Sheshan, prega per noi!

    * * *

    E adesso, rivolgo un cordiale pensiero ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i sacerdoti del Pontificio Collegio San Paolo Apostolo che hanno terminato gli studi presso le varie Università Pontificie di Roma. Cari sacerdoti, tornando nei vostri Paesi, sappiate mettere a frutto l'esperienza culturale e di comunione sacerdotale maturata in questi anni. Saluto voi, Diaconi del Collegio Urbano de Propaganda Fide, e vi auguro di testimoniare dappertutto che Gesù Cristo risponde pienamente alle attese dell’uomo. Saluto i Capitolari della Congregazione del Santissimo Sacramento e quelli della Compagnia di Maria (Missionari Monfortani). Vi accompagno, cari amici, con la preghiera ed auspico che dai lavori dei vostri Capitoli Generali scaturisca per i rispettivi Istituti un rinnovato ardore religioso per servire con gioia il Vangelo. Saluto voi fedeli dell’Arcidiocesi di Campobasso-Bojano, accompagnati dal vostro Arcivescovo Mons. Giancarlo Maria Bregantini: possa questa visita alle tombe degli Apostoli apportare ricchi frutti spirituali alla vostra Comunità diocesana.

    Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. Cari giovani, vi auguro di saper riconoscere, in mezzo alle tante voci di questo mondo, quella di Cristo, che continua a rivolgere il suo invito al cuore di chi sa mettersi in ascolto. Siate generosi nel seguirlo, non abbiate timore nel mettere le vostre energie e il vostro entusiasmo a servizio del suo Vangelo. E voi, cari malati, apritegli il cuore con fiducia; Egli non vi farà mancare la luce consolante della sua presenza. Infine, a voi, cari sposi novelli, auguro che le vostre famiglie rispondano alla vocazione di essere trasparenza dell'amore di Dio. Grazie.

    Reply
  23. 23

    Kamella Scemì

    A commento del brano evangelico "settimanale", il "nostro" Cardinale Gianfranco Ravasi ha tirato la Sua "zampata" sul Mattutino di oggi (http://www.Avvenire.it):

    La zampata e l'infinito

    "Quando in un branco un compagno dà una zampata, l'immediato istinto dell'animale è la ritorsione. La prima volta che un animale trattiene la zampata, avverte l'orrore del sangue e non reagisce alla violenza: qui è nato un uomo".

    Di lui mi avevano spesso parlato amici comuni, ma anche laici e sacerdoti che accorrevano lassù nel paesino della Val d'Aosta ove aveva trascorso la maggior parte della sua vita, nella purezza assoluta della natura e della sua meditazione e testimonianza. Sto parlando di don Michele Do (1918-2005) e oggi lo rievoco attraverso queste sue righe che vogliono rappresentare simbolicamente quando si compie la vera ominizzazione. Noi passiamo dallo stato bestiale a quello umano nel momento in cui il nostro pugno lascia cadere a terra il sasso di Caino o la spada della vendetta o la zampata dell'assalto, e proviamo nausea e orrore della violenza. Questo è, certo, il primo grande passo verso la nascita dell'uomo, ossia la scoperta del perdono e dell'amore. Ma don Michele va oltre e continua così, prospettando un'altra tappa fondamentale: «Quando uno degli animali che procede nel branco, alza gli occhi e vede le stelle, quando ne avverte per la prima volta lo stupore, la meraviglia, il mistero, quando – come dice Fogazzaro – sente su di sé, sul proprio cuore, il peso delle stelle: qui è nato l'uomo». La nostra realtà è, infatti, bidimensionale. Noi non guardiamo solo orizzontalmente, incontrando con gli occhi le altre creature; noi abbiamo un altro sguardo che sale verticalmente, verso l'infinito e il Creatore. È questa l'estrema avventura dell'uomo e della donna, affacciarsi sulle immensità del mistero e cercare di raggiungerle. Siamo un microcosmo che può contenere il cosmo e persino l'infinito, come suggeriva Pascal.

    Reply
  24. 24

    pacomio

    Visto tutto quanto è accaduto nei mesi scorsi e alle recenti elezioni, mi chiedo quale possa essere il rapporto proponibile fra l'evangelico Alfiere e Maestro e chi ha la responsabilità della conduzione politica.

    Il brano evangelico in commento può essere di spunto anche per una riflessione sulla democrazia? Gli ingredienti ci sono tutti: le pecore, il pastore, la porta, le responsabilità individuali e collettive….

    Reply
  25. 25

    Karl Heinz Treetball

    Nel gregge ci sono pecore di diversa salute, robustezza, ma soprattutto di diversa età: è un aspetto che è un po' mancato nella riflessione di questa settimana e che Sua Eminenza Reverendissima il Cardinale Ravasi completa nel Mattutino di Oggi su Avvenire:

    QUATTRO TAPPE di GIANFRANCO RAVASI

    "La vita dell’uomo ha quattro tappe. La prima è quella dell’imparare, quando si è formati dai maestri. La seconda è quella dell’insegnamento in cui si condivide ciò che si è appreso con gli altri. La terza fase è quella del bosco, nel quale ci si ritira per ritrovare se stessi ed energie nuove. Infine, la quarta tappa è l’essere mendicanti, tendendo la mano agli altri perché ti sorreggano nella malattia e nella vecchiaia".

    Imparare, insegnare, meditare, mendicare: ecco le quattro tappe della vita abbozzate dal testo indiano che ho riassunto per i miei lettori. Anche nell’arte, si hanno rappresentazioni delle varie fasi dell’esistenza umana, dalla nascita alla morte; ma ci si accontenta di inseguirne la parabola crono-fisiologica, dalla freschezza vitale delle origini al disfacimento terminale. Qui, invece, è di scena la trama interiore e ciascuno di noi può interrogarsi sul livello in cui ora si trova e soprattutto se sta correttamente seguendo la traiettoria (v. il cammino del gregge nel racconto lucano – n.d.r.), ricordando però che le tappe possono intrecciarsi tra loro.

    C’è innanzitutto il tempo del discepolato, della ricerca, dell’apprendimento umile e paziente. È solo così che si passa alla seconda tappa divenendo maestri, testimoni, padri e madri. Ma non si può vivere sempre esposti e solo donando. È necessaria la ricarica, una sorta di rifornimento dell’anima, una reimmissione dell’acqua nella diga dello spirito, per usare un’espressione di Alberto Moravia proprio riguardo alla meditazione, alla riflessione, al silenzio. È questo il tempo del bosco, cioè della solitudine intima e profonda. Alla fine, giunge la vecchiaia o la malattia e, allora, con umiltà si deve stendere la mano come mendicanti per essere aiutati e sostenuti. Anche questa, però, è una stagione importante di quell’avventura unica che è la vita.

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