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19 Comments

  1. 1

    Karl Heinz Treetball

    Credo sia molto attinente al tema, specie in tempi come quelli correnti, questo articolo:

    Non confiniamo la religione nel privato,

    di ODDONE CAMERANA per l'OSSERVATORE ROMANO on line.

    Ci sono diversi modi di intendere la religione. Uno di questi è di considerarla un rifugio, un rimedio, una zattera a cui aggrapparsi per salvarsi da un naufragio psicologico, una cura a cui affidarsi a seguito di una sconfitta, un approdo a cui consegnare le membra stanche o logore di una coscienza, una forma di benefica sottomissione capace di ricambiare gli adepti con balsami ristoratori. In questi casi, e in altri simili, quello che emerge è l'aspetto individuale e personalistico della religione, una realtà certo diffusa e preziosa, ma parziale rispetto al quadro completo. Una realtà tardiva, inoltre, stratificata dall'uso, maturata con l'aiuto del tempo, levigata dall'esperienza e soprattutto successiva alla forma primordiale e fondativa della religione stessa.

    È a quest'ultimo aspetto costruttivo e istitutivo della religione che Emile Durkheim ha dedicato uno dei suoi testi basilari la cui lettura o rilettura è sempre proponibile o riproponibile. Parlo di un libro del lontano 1912, Les formes élémentaires de la vie religieuse, scritto quando la sociologia era ai suoi esordi, quanto meno per ciò che riguarda l'attenzione alla religione. Fonti del mirabile affresco composto dall'autore francese sono le osservazioni e le relazioni degli studiosi, degli etnologi e degli antropologi suoi contemporanei o che lo hanno preceduto di poco, compiute sul totemismo ancora vivo e presente, nelle sue forme primordiali, in terre non ancora occidentalizzate, in particolare l'Australia.

    Così come lo conosciamo o lo si conosceva in Occidente il totem è una bandiera, un simbolo, un simulacro e il totemismo è un modello di organizzazione sociale. Simbolo e organizzazione nei quali quelli che poco prima erano dei gruppi di sbandati hanno incominciato poco alla volta a riconoscersi come comunità o tribù. Se oggi possiamo parlare di civiltà, di istituzioni, di leggi, di governi, di tradizioni e di cultura, è alla religione e alla sua capacità di unire e di motivare quanto era disunito e smarrito, che dobbiamo risalire e a cui dire grazie. Privi di un istinto autosufficiente come quello di cui sono dotati gli animali, è a un qualcosa che ci mancava a cui dobbiamo rifarci per dirci diversi dagli animali stessi – con i quali ci ritenevamo per altro mescolati come dimostrano gli stessi simboli totemici. E questo qualcosa è la religione.

    Ciò che, infatti, fa di un insieme, di un numero e di un'entità quantitativa vivente una collettività, un'organizzazione, un'unione motivata, dotata di energia e di forza è la religione. Quando si parla di mana, di coscienza, di spirito di corpo e di sacrificio è alla religione che si deve pensare. Le idee di sacro, di anima e di divino non si spiegano se non sociologicamente. Si fa presto oggi a nominare il partito, la politica, la nazione, la musica, la salute, la scienza e il calcio stesso in termini di potenze, singole o mescolate insieme, aggregative. Senza la nozione di religione come dinamo, come acceleratore, come energetico, nozione rifondata ogni volta dal rito e dai culti, senza il sentimento del religioso, non ci sarebbe vita. Ciò che fa della religione quell'edificio di cui spesso dimentichiamo il profilo è la sua dimensione sociale, collettiva, unitaria. Ed è per tutte queste ragioni che Durkheim afferma che la religione nasce in foro esterno.

    Se dunque è nel clan, nella tribù primordiale e totemica, nel sociale e nel comunitario poi che la religione trova il suo fermento più attivo, se è nella dimensione comunitaria che ha origine il sentimento religioso dell'umanità, se il sacro non può vivere che nella coscienza collettiva, è comprensibile che l'aspetto individuale e personalistico della religione possa essere considerato una risorsa fragile e devitalizzata. A offrire un'indicazione in questo senso è un altro testo contemporaneo con quello di Durkheim, ma di tutt'altra natura. Mi riferisco al Tramonto dell'Occidente di Oswald Spengler uscito tra il 1918 e il 1922, e in particolare alle pagine del filosofo tedesco sulla denatalità dovuta alla perdita della voglia di vivere dell'uomo occidentale come essere collettivo, perdita mal sostituita dal desiderio di vivere solo in quanto individuo.

    Con quale sentimento religioso? Ci si chiede subito. Non certo con la fede indebolita che abbiamo appena descritto, insufficiente, in quanto personale, a difenderlo dalla paura della morte e dell'invecchiamento. Non solo, ma anche dai sentimenti che deprimono l'uomo spengleriano: la fine di un ciclo, l'eclissi del senso del destino, l'impoverimento della base cosmica, la visione di un'umanità al tramonto. Quanto al mai sopito bisogno di assoluto, non trovando soddisfazione, cerca rimedio nell'eugenetica dei popoli, nei biologismi e nelle forme di razza dell'anima che sono alle nostre spalle. Senza tuttavia dimenticare tra le cure sopravvenute il ruolo guida assunto nel frattempo dallo sviluppo dello spirito scientifico nelle sue forme più spinte. Va infatti tenuto conto che, da quando ha imboccato la via di voler creare la vita, la scienza non è più la scienza che conoscevamo, ma una nuova pseudoreligione, specialmente in alcuni casi e in alcune mani.

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  2. 2

    renato

    Legame è anche quello del dolore. Direi che l'amore nel dolore dovrebbe essere argomento di grande rilievo nella festività di domani. L'amore intrinseco alla Trinità in che rapporto sta coi dolori dell'uomo?. In quale relazione stanno poi dolore umano e morte, da esso liberatrice?

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  3. 3

    Kamella Scemì

    Visto l'argomento come impostato da Nosari, incentrato su Maria, mi piace cominciare i commenti di questo brano evangelico da meditare per una settimana con un articolo sull'arte, puramente descrittivo di una scelta museale, per carità, ma che induce a riflessioni, considerato anche il particolarissimo e bellissimo articolo in materia artistica scritto per questo giornale da Guido Nosari.

    Da http://www.avvenire.it:

    ARTE SACRA

    Matisse e l’inno alla Vergine

    Qualcuno l’ha definita la «Cappella Sistina del Novecento ». Certo non per le proporzioni, ma il paragone, almeno per la portata storica, regge. E pare segno del destino che tra pochi giorni la Chapelle du Rosaire realizzata da Henri Matisse per le suore domenicane del Santissimo Rosario a Vence, in Provenza, stia per diventare 'vicina di casa' del precedente michelangiolesco. Mercoledì 22 giugno, nella «marescalcia», un vasto locale adiacente alla Sistina, i Musei Vaticani inaugureranno la Sala Matisse, interamente dedicata ai bozzetti e ai cartoni realizzati dall’artista francese tra il 1948 e il 1952 per quello che può essere considerato il suo grande, estremo capolavoro, «il compimento – come egli stesso scrisse – di tutta una vita di lavoro e la fioritura di uno sforzo enorme, sincero e difficile».La storia della Cappella del Rosario è nota. Suor Jacques-Marie prima di entrare nel convento di Vence, era stata infermiera e poi allieva e modella di Matisse. L’istituto mancava ancora di una cappella e la religiosa ne parlò al maestro che nel 1947 accettò la sfida di curarne l’intera realizzazione. I primi studi risalgono al gennaio 1948. La prima pietra fu posta il 12 dicembre 1949 e il 25 giugno 1951 il vescovo di Nizza monsignor Remond potè consacrarla. La decorazione matissiana comprende vetrate, ceramiche dipinte e arredi liturgici. L’artista continuò a lavorare e solo il 31 ottobre 1952 venne ultimata la casula nera per i funerali.

    A seguire in fase di committenza l’artista, che volle curare l’opera nei minimi particolari, c’era anche padre Marie-Alain Couturier, il grande domenicano protagonista del rinnovamento dell’arte sacra in Francia nel dopoguerra. I cartoni diventano ora il pezzo forte della Collezione d’Arte Religiosa Moderna dei Musei Vaticani. Un corpus costituito dal cartone a scala 1:1 per la ceramica del presbiterio con La Vierge et l’Enfant e dai papiers découpés (una sorta di collage monumentale) a grandezza reale per le vetrate dell’abside, del coro e della navata: lavori che arrivano a misurare anche cinque metri di altezza per sei di larghezza. A queste si affianca una fusione in bronzo del piccolo crocifisso realizzato per l’altare. E presto saranno esposte anche la prima tessitura di cinque delle sei casule disegnate per ogni tempo liturgico dall’artista.

    Se il crocifisso e le casule furono donate dalle suore di Vence già nel 1973, quando per volere di Paolo VI nei Vaticani fu aperta la galleria dedicata ai moderni, la vicenda dei grandi cartoni è più complessa: «È una vicenda solo in parte conosciuta – racconta Micol Forti, responsabile della Collezione d’Arte Religiosa Moderna e curatrice dell’allestimento – ed è accessibile solo attraverso gli archivi di Pierre Matisse, il figlio dell’artista divenuto importante mercante d’arte e mecenate. La documentazione archivistica degli anni di Paolo VI, infatti, non è ancora consultabile. L’acquisizione è stata formalizzata nel 1980 in occasione di una mostra che il segretario di papa Montini, monsignor Pasquale Macchi, tra i padri della nostra galleria, realizzò in memoria del Pontefice con alcune ultime grandi donazioni. I documenti però hanno rivelato che i primi contatti per l’iniziativa, condivisa da tutti gli eredi anche se formalmente condotta da Pierre, risalgono almeno al 1974. Ciò significa che può essere considerata come l’ultima espressione dell’interesse verso l’arte di un intero pontificato».

    L’allestimento si è rivelato una vera e propria sfida: «I formati monumentali necessitavano spazi adatti, rari per noi, stretti tra l’appartamento Borgia e la Sistina. Un’altra difficoltà era data dalla conservazione di queste opere, realizzate su carta. La progettazione è partita cinque anni fa, ma la sola operazione di allestimento è durata più di due anni. Particolare cura abbiamo dedicato all’illuminazione. Lo stesso Matisse aveva riflettuto a lungo sulla diversa reazione di carta e vetro alla luce. Siamo arrivati a un risultato inverso rispetto alla Cappella: se quella è immersa nella luce mediterranea, la nostra sala è in penombra e solo le opere sono illuminate».

    «Tra le testimonianze di arte religiosa moderna conservate nei Vaticani questa è in assoluto la più importante – commenta il direttore dei Musei Antonio Paolucci – Sono certo che la sala contribuirà a dare la giusta luce a una collezione straordinaria in ogni sua parte». Già, perché nei Vaticani sembra di assistere a una maratona: «Il visitatore medio percorre i Musei in un tempo medio di un’ora e un quarto – continua Paolucci – una corsa forsennata verso la Sistina. Senza degnare di uno sguardo Raffaello e il Laocoonte. Figuriamoci i musei minori. Sono i tempi feroci dell’industria turistica. Il mio sforzo è far capire in questo vortice il carattere distintivo dei Musei, una rete che dimostra l’attenzione da sempre dedicata dalla Chiesa alle arti e alle culture». Ma la collezione Matisse comprende anche un importante nucleo di documenti: «Nel 1979 – spiega Micol Forti – i Musei ricevettero in dono anche le lettere che Matisse spedì a Agnès De Jésus, madre priora della congregazione domenicana, tutte decorate con progetti e disegni floreali».

    L’intero rapporto epistolare sarà pubblicato in Comme un fleur. Matisse e la cappella di Vence , volume firmato dalla Forti in uscita in autunno. «Lo studio dei documenti ha consentito di approfondire le stratificazioni di una storia nota. Interessanti novità sono emerse soprattuto sul contesto: dalla committenza delle stesse religiose, donne raffinate e colte che non subiscono ma vivono l’evento in modo partecipe e cosciente, sino alla fase storica vissuta dall’arte in Francia tra il ’45 al ’55 in cui la riflessione sul sacro tra gli artisti come Chagall, Leger, Le Corbusier, è molto intensa. Matisse si ritrova a discutere con referenti intellettuali ed ecclesiali di grande apertura. La Cappella di Vence non è, come spesso si è affermato, una fioritura isolata ma il caso più eclatante di un fenomeno che si pone al centro non solo del rinnovamento dell’arte sacra ma dell’arte tout court.

    Alessandro Beltrami per http://www.avvenire.it

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  4. 4

    Kamella Scemì

    VISITA PASTORALE ALLA DIOCESI DI SAN MARINO-MONTEFELTRO

    CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA

    OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

    Stadio di Serravalle – Repubblica di San Marino

    Domenica, 19 giugno 2011

    Solennità della Santissima Trinità

    Cari fratelli e sorelle!

    E’ grande la mia gioia nel poter spezzare con voi il pane della Parola di Dio e dell’Eucaristia e potervi indirizzare, cari Sammarinesi, il mio più cordiale saluto. Rivolgo uno speciale pensiero ai Capitani Reggenti ed alle altre Autorità politiche e civili, presenti a questa celebrazione eucaristica; saluto con affetto il vostro Vescovo, Mons. Luigi Negri, che ringrazio per le cortesi parole rivoltemi, e, con lui, tutti i sacerdoti e fedeli della diocesi di San Marino-Montefeltro; saluto ciascuno di voi e vi esprimo la mia viva riconoscenza per la cordialità e l’affetto con cui mi avete accolto. Sono venuto per condividere con voi gioie e speranze, fatiche e impegni, ideali e aspirazioni di questa Comunità diocesana. So che anche qui non mancano difficoltà, problemi e preoccupazioni. A tutti voglio assicurare la mia vicinanza ed il mio ricordo nella preghiera, a cui unisco l’incoraggiamento a perseverare nella testimonianza dei valori umani e cristiani, così profondamente radicati nella fede e nella storia di questo territorio e della sua popolazione, con la sua fede granitica della quale ha parlato Sua Eccellenza.

    Celebriamo oggi la festa della Santissima Trinità: Dio Padre e Figlio e Spirito Santo, festa di Dio, del centro della nostra fede. Quando si pensa alla Trinità, per lo più viene in mente l’aspetto del mistero: sono Tre e sono Uno, un solo Dio in tre Persone. In realtà Dio non può essere altro che un mistero per noi nella sua grandezza, e tuttavia Egli si è rivelato: possiamo conoscerlo nel suo Figlio, e così anche conoscere il Padre e lo Spirito Santo La liturgia di oggi, invece, attira la nostra attenzione non tanto sul mistero, ma sulla realtà di amore che è contenuta in questo primo e supremo mistero della nostra fede. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono uno, perché amore e l’amore è la forza vivificante assoluta, l’unità creata dall’amore è più unità di un’unità puramente fisica. Il Padre dà tutto al Figlio; il Figlio riceve tutto dal Padre con riconoscenza; e lo Spirito Santo è come il frutto di questo amore reciproco del Padre e del Figlio. I testi della Santa Messa di oggi parlano di Dio e perciò parlano di amore; non si soffermano tanto sul mistero delle tre Persone, ma sull’amore che ne costituisce la sostanza e l’unità e trinità nello stesso momento.

    Il primo brano che abbiamo ascoltato è tratto dal Libro dell’Esodo – su di esso mi sono soffermato in una recente Catechesi del mercoledì – ed è sorprendente che la rivelazione dell’amore di Dio avvenga dopo un gravissimo peccato del popolo. Si è appena concluso il patto di alleanza presso il monte Sinai, e già il popolo manca di fedeltà. L’assenza di Mosè si prolunga e il popolo dice: «Ma dov’è rimasto questo Mosé, dov’è il suo Dio?», e chiede ad Aronne di fargli un dio che sia visibile, accessibile, manovrabile, alla portata dell’uomo, invece di questo misterioso Dio invisibile, lontano. Aronne acconsente e prepara un vitello d’oro. Scendendo dal Sinai, Mosè vede ciò che è accaduto e spezza le tavole dell’alleanza, che è già spezzata, rotta, due pietre su cui erano scritte le “Dieci Parole”, il contenuto concreto del patto con Dio. Tutto sembra perduto, l’amicizia subito, fin dall’inizio, già spezzata. Eppure, nonostante questo gravissimo peccato del popolo, Dio, per intercessione di Mosè, decide di perdonare ed invita Mosè a risalire sul monte per ricevere di nuovo la sua legge, i dieci Comandamenti e rinnovare il patto. Mosè chiede allora a Dio di rivelarsi, di fargli vedere il suo volto. Ma Dio non mostra il volto, rivela piuttosto il suo essere pieno di bontà con queste parole: «Il Signore, Il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34,8). E questo è il Volto di Dio. Questa auto-definizione di Dio manifesta il suo amore misericordioso: un amore che vince il peccato, lo copre, lo elimina. E possiamo essere sempre sicuri di questa bontà che non ci lascia. Non ci può essere rivelazione più chiara. Noi abbiamo un Dio che rinuncia a distruggere il peccatore e che vuole manifestare il suo amore in maniera ancora più profonda e sorprendente proprio davanti al peccatore per offrire sempre la possibilità della conversione e del perdono.

    Il Vangelo completa questa rivelazione, che ascoltiamo nella prima lettura, perché indica fino a che punto Dio ha mostrato la sua misericordia. L’evangelista Giovanni riferisce questa espressione di Gesù: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (3,16). Nel mondo c’è il male, c’è egoismo, c’è cattiveria e Dio potrebbe venire per giudicare questo mondo, per distruggere il male, per castigare coloro che operano nelle tenebre. Invece Egli mostra di amare il mondo, di amare l’uomo, nonostante il suo peccato, e invia ciò che ha di più prezioso: il suo Figlio unigenito. E non solo Lo invia, ma ne fa dono al mondo. Gesù è il Figlio di Dio che è nato per noi, che è vissuto per noi, che ha guarito i malati, perdonato i peccati, accolto tutti. Rispondendo all’amore che viene dal Padre, il Figlio ha dato la sua stessa vita per noi: sulla croce l’amore misericordioso di Dio giunge al culmine. Ed è sulla croce che il Figlio di Dio ci ottiene la partecipazione alla vita eterna, che ci viene comunicata con il dono dello Spirito Santo. Così, nel mistero della croce, sono presenti le tre Persone divine: il Padre, che dona il suo Figlio unigenito per la salvezza del mondo; il Figlio, che compie fino in fondo il disegno del Padre; lo Spirito Santo – effuso da Gesù al momento della morte – che viene a renderci partecipi della vita divina, a trasformare la nostra esistenza, perché sia animata dall’amore divino.

    Cari fratelli e sorelle! La fede nel Dio trinitario ha caratterizzato anche questa Chiesa di San Marino-Montefeltro, nel corso della sua storia antica e gloriosa. L’evangelizzazione di questa terra è attribuita ai Santi scalpellini Marino e Leone, i quali alla metà del III secolo dopo Cristo sarebbero approdati a Rimini dalla Dalmazia. Per la loro santità di vita sarebbero stati consacrati l’uno sacerdote e l’altro diacono dal Vescovo Gaudenzio e da lui inviati nell’entroterra, l’uno sul monte Feretro, che poi prese il nome di San Leo, e l’altro sul monte Titano, che poi prese il nome di San Marino. Al di là delle questioni storiche – che non è nostro compito approfondire – interessa affermare come Marino e Leone portarono nel contesto di questa realtà locale, con la fede nel Dio rivelatosi in Gesù Cristo, prospettive e valori nuovi, determinando la nascita di una cultura e di una civiltà incentrate sulla persona umana, immagine di Dio e perciò portatore di diritti precedenti ogni legislazione umana. La varietà delle diverse etnie – romani, goti e poi longobardi – che entravano in contatto tra loro, qualche volta anche in modo molto conflittuale, trovarono nel comune riferimento alla fede un fattore potente di edificazione etica, culturale, sociale e, in qualche modo, politica. Era evidente ai loro occhi che non poteva ritenersi compiuto un progetto di civilizzazione fino a che tutti i componenti del popolo non fossero diventati una comunità cristiana vivente e ben strutturata e edificata sulla fede nel Dio Trinitario. A ragione, dunque, si può dire che la ricchezza di questo popolo, la vostra ricchezza, cari Sammarinesi, è stata ed è la fede, e che questa fede ha creato una civiltà veramente unica. Accanto alla fede, occorre poi ricordare l’assoluta fedeltà al Vescovo di Roma, al quale questa Chiesa ha sempre guardato con devozione ed affetto; come pure l’attenzione dimostrata verso la grande tradizione della Chiesa orientale e la profonda devozione verso la Vergine Maria.

    Voi siete giustamente fieri e riconoscenti di quanto lo Spirito Santo ha operato attraverso i secoli nella vostra Chiesa. Ma voi sapete anche che il modo migliore di apprezzare un’eredità è quello di coltivarla e di arricchirla. In realtà, voi siete chiamati a sviluppare questo prezioso deposito in un momento tra i più decisivi della storia. Oggi, la vostra missione si trova a dover confrontarsi con profonde e rapide trasformazioni culturali, sociali, economiche, politiche, che hanno determinato nuovi orientamenti e modificato mentalità, costumi e sensibilità. Anche qui, infatti, come altrove, non mancano difficoltà e ostacoli, dovuti soprattutto a modelli edonistici che ottenebrano la mente e rischiano di annullare ogni moralità. Si è insinuata la tentazione di ritenere che la ricchezza dell’uomo non sia la fede, ma il suo potere personale e sociale, la sua intelligenza, la sua cultura e la sua capacità di manipolazione scientifica, tecnologica e sociale della realtà. Così, anche in queste terre, si è iniziato a sostituire la fede e i valori cristiani con presunte ricchezze, che si rivelano, alla fine, inconsistenti e incapaci di reggere la grande promessa del vero, del bene, del bello e del giusto che per secoli i vostri avi hanno identificato con l’esperienza della fede. Non vanno, poi, dimenticate la crisi di non poche famiglie, aggravata dalla diffusa fragilità psicologica e spirituale dei coniugi, come pure la fatica sperimentata da molti educatori nell’ottenere continuità formativa nei giovani, condizionati da molteplici precarietà, prima fra tutte quella del ruolo sociale e della possibilità lavorativa.

    Cari amici! Conosco bene l’impegno di ogni componente di questa Chiesa particolare nel promuovere la vita cristiana nei suoi vari aspetti. Esorto tutti i fedeli ad essere come fermento nel mondo, mostrandovi sia nel Montefeltro che a San Marino cristiani presenti, intraprendenti e coerenti. I Sacerdoti, i Religiosi e le Religiose vivano sempre nella più cordiale e fattiva comunione ecclesiale, aiutando ed ascoltando il Pastore diocesano. Anche presso di voi si avverte l’urgenza di una ripresa delle vocazioni sacerdotali e di speciale consacrazione: faccio appello alle famiglie ed ai giovani, perché aprano l’animo ad una pronta risposta alla chiamata del Signore. Non ci si pente mai ad essere generosi con Dio! A voi laici, raccomando di impegnarvi attivamente nella Comunità, così che, accanto ai vostri peculiari compiti civici, politici, sociali e culturali, possiate trovare tempo e disponibilità per la vita della fede, la vita pastorale. Cari Sammarinesi! Rimanete saldamente fedeli al patrimonio costruito nei secoli sull’impulso dei vostri grandi Patroni, Marino e Leone. Invoco la benedizione di Dio sul vostro cammino di oggi e di domani e tutti vi raccomando «alla grazia del Signore Gesù Cristo, all’amore di Dio e alla comunione dello Spirito Santo» (2Cor 13,11). Amen!

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  5. 5

    Kamella Scemì

    VISITA PASTORALE ALLA DIOCESI DI SAN MARINO-MONTEFELTRO

    BENEDETTO XVI

    ANGELUS

    Stadio di Serravalle – Repubblica di San Marino

    Domenica, 19 giugno 2011

    Solennità della Santissima Trinità

    Cari fratelli e sorelle, mentre ci avviamo a concludere questa celebrazione, l’ora del mezzogiorno ci invita a rivolgerci in preghiera alla Vergine Maria. Anche in questa terra, la nostra Madre Santissima è venerata in diversi Santuari, antichi e moderni. A lei affido tutti voi e l’intera popolazione Sammarinese e Montefeltrina, in modo particolare le persone sofferenti nel corpo e nello spirito. Un pensiero di speciale riconoscenza dirigo in questo momento a tutti coloro che hanno cooperato alla preparazione e organizzazione di questa mia visita. Grazie di cuore!

    Sono lieto di ricordare che quest’oggi a Dax, in Francia, viene proclamata Beata Suor Marguerite Rutan, Figlia della Carità. Nella seconda metà del secolo diciottesimo, ella lavorò con grande impegno all’Ospedale di Dax, ma, nelle tragiche persecuzioni seguite alla Rivoluzione, fu condannata a morte per la sua fede cattolica e per la sua fedeltà alla Chiesa.

    Je participe spirituellement à la joie des Filles de la Charité et de tous les fidèles qui, à Dax, prennent part à la Béatification de Sœur Marguerite Rutan, témoin lumineux de l’amour du Christ pour les pauvres.

    Infine, desidero ricordare che domani ricorre la Giornata Mondiale del Rifugiato. In tale circostanza, quest’anno si celebra il sessantesimo anniversario dell’adozione della Convenzione internazionale che tutela quanti sono perseguitati e costretti a fuggire dai propri Paesi. Invito quindi le Autorità civili ed ogni persona di buona volontà a garantire accoglienza e degne condizioni di vita ai rifugiati, in attesa che possano ritornare in Patria liberamente e in sicurezza.

    Angelus Domini…

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  6. 6

    Kamella Scemì

    VISITA PASTORALE ALLA DIOCESI DI SAN MARINO-MONTEFELTRO

    INCONTRO UFFICIALE CON I MEMBRI DEL GOVERNO,

    DEL CONGRESSO E DEL CORPO DIPLOMATICO

    DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

    Sala del Consiglio Grande e Generale del Palazzo Pubblico – Repubblica di San Marino

    Domenica, 19 giugno 2011

    Serenissimi Capitani Reggenti,

    illustri Signori e Signore!

    Vi ringrazio sentitamente per la vostra accoglienza; in particolare esprimo la mia riconoscenza ai Capitani Reggenti, anche per le cortesi parole che mi hanno rivolto. Saluto i Membri del Governo e del Congresso, come pure il Corpo diplomatico e tutte le altre Autorità qui convenute. Nel rivolgermi a voi, abbraccio idealmente l’intero popolo di San Marino. Fin dal suo nascere, questa Repubblica ha intrattenuto relazioni amichevoli con la Sede Apostolica, e negli ultimi tempi esse sono andate intensificandosi e consolidandosi; la mia presenza qui, nel cuore di quest’antica Repubblica, esprime e conferma questa amicizia.

    Più di diciassette secoli fa, un gruppo di fedeli, conquistati al Vangelo dalla predicazione del diacono Marino e dalla sua testimonianza di santità, si aggregò attorno a lui per dare vita ad una nuova comunità. Raccogliendo questa preziosa eredità, i Sammarinesi sono rimasti sempre fedeli ai valori della fede cristiana, ancorando saldamente ad essi la propria convivenza pacifica, secondo criteri di democrazia e di solidarietà. Lungo i secoli, i vostri padri, consapevoli di queste radici cristiane, hanno saputo mettere a frutto il grande patrimonio morale e culturale che avevano a loro volta ricevuto, dando vita ad un popolo laborioso e libero, che, pur nell’esiguità del territorio, non ha mancato di offrire alle confinanti popolazioni della Penisola italiana e al mondo intero uno specifico contributo di civiltà, improntata alla convivenza pacifica e al mutuo rispetto.

    Rivolgendomi oggi a voi, mi rallegro del vostro attaccamento a questo patrimonio di valori e vi esorto a conservarlo e a valorizzarlo, perché esso è alla base della vostra identità più profonda, un’identità che chiede alle genti ed alle istituzioni sammarinesi di essere assunta in pienezza. Grazie ad essa, si può costruire una società attenta al vero bene della persona umana, alla sua dignità e libertà, e capace di salvaguardare il diritto di ogni popolo a vivere nella pace. Sono questi i capisaldi della sana laicità, all’interno della quale devono agire le istituzioni civili, nel loro costante impegno a difesa del bene comune. La Chiesa, rispettosa della legittima autonomia di cui il potere civile deve godere, collabora con esso al servizio dell’uomo, nella difesa dei suoi diritti fondamentali, di quelle istanze etiche che sono iscritte nella sua stessa natura. Per questo la Chiesa si impegna affinché le legislazioni civili promuovano e tutelino sempre la vita umana, dal concepimento fino al suo spegnersi naturale. Inoltre, chiede per la famiglia il dovuto riconoscimento e un sostegno fattivo. Ben sappiamo, infatti, come nell’attuale contesto l’istituzione familiare venga messa in discussione, quasi nel tentativo di disconoscerne l’irrinunciabile valore. A subirne le conseguenze sono le fasce sociali più deboli, specialmente le giovani generazioni, più vulnerabili e perciò più facilmente esposte al disorientamento, a situazioni di auto-emarginazione ed alla schiavitù delle dipendenze. Talvolta le realtà educative faticano a dare ai giovani risposte adeguate e, venendo meno il sostegno familiare, spesso essi si vedono precluso un normale inserimento nel tessuto sociale. Anche per questo è importante riconoscere che la famiglia, così come Dio l’ha costituita, è il principale soggetto che può favorire una crescita armoniosa e far maturare persone libere e responsabili, formate ai valori profondi e perenni.

    Nel frangente di difficoltà economiche in cui versa anche la Comunità Sammarinese, nel contesto italiano e internazionale, la mia vuole essere una parola di incoraggiamento. Sappiamo che gli anni successivi al secondo conflitto mondiale sono stati un tempo di ristrettezze economiche, che hanno costretto migliaia di vostri concittadini ad emigrare. E’ venuto poi un periodo di prosperità, sulla scia dello sviluppo del commercio e del turismo, specie di quello estivo trainato dalla vicinanza della riviera adriatica. In queste fasi di relativa abbondanza spesso si verifica un certo smarrimento del senso cristiano della vita e dei valori fondamentali. Tuttavia, la società Sammarinese manifesta ancora una buona vitalità e conserva le sue migliori energie; ne danno prova le molteplici iniziative caritative e di volontariato a cui si dedicano numerosi vostri concittadini. Vorrei ricordare anche i numerosi missionari sammarinesi, laici e religiosi, che negli ultimi decenni hanno lasciato questa terra per portare il Vangelo di Cristo in varie parti del mondo. Non mancano dunque le forze positive che permetteranno alla vostra Comunità di affrontare e superare l’attuale situazione di difficoltà. A tale proposito, auspico che la questione dei lavoratori frontalieri, che vedono in pericolo la propria occupazione, si possa risolvere tenendo conto del diritto al lavoro e della tutela delle famiglie.

    Anche nella Repubblica di San Marino, l’attuale situazione di crisi spinge a riprogettare il cammino e diventa occasione di discernimento (cfr Enc. Caritas in veritate, 21); essa infatti pone l’intero tessuto sociale di fronte all’impellente esigenza di affrontare i problemi con coraggio e senso di responsabilità, con generosità e dedizione, facendo riferimento a quell’amore per la libertà che distingue il vostro popolo. A questo riguardo, vorrei ripetervi le parole rivolte dal Beato Giovanni XXIII ai Reggenti della Repubblica di San Marino, durante una loro visita ufficiale presso la Santa Sede: “L’amore della libertà – diceva Papa Giovanni – vanta tra voi squisitamente radici cristiane, e i vostri padri, cogliendone il vero significato, vi insegnarono a non disgiungere mai il suo nome da quello di Dio, che ne è il suo insostituibile fondamento” (Discorsi, Messaggi, Colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, I, 341-343: AAS 60[1959], 423-424). Questo monito del grande Papa conserva ancora oggi il suo valore imperituro: la libertà che le istituzioni sono chiamate a promuovere e difendere a livello sociale, ne manifesta una più grande e profonda, quella libertà animata dallo Spirito di Dio, la cui presenza vivificante nel cuore dell’uomo dona alla volontà la capacità di orientarsi e determinarsi per il bene. Come afferma l’apostolo Paolo: “È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore” (Fil 2,13). E Sant’Agostino, commentando questo passo, sottolinea: “È certo che siamo noi a volere, quando vogliamo; ma a fare sì che vogliamo il bene è Lui”, è Dio, e aggiunge: “Dal Signore saranno diretti i passi dell’uomo, e l’uomo vorrà seguire la sua via” (De gratia et libero arbitrio, 16, 32).

    A voi perciò, illustri Signori e Signore, il compito di costituire la città terrena nella dovuta autonomia e nel rispetto di quei principi umani e spirituali a cui ogni singolo cittadino è chiamato ad aderire con tutta la responsabilità della propria coscienza personale; e, allo stesso tempo, il dovere di continuare a operare attivamente per costruire una comunità fondata su valori condivisi. Serenissimi Capitani Reggenti e illustri Autorità della Repubblica di San Marino, esprimo di cuore l’auspicio che l’intera vostra Comunità, nella comunanza dei valori civili e con le sue specifiche peculiarità culturali e religiose, possa scrivere una nuova e nobile pagina di storia e divenga sempre più una terra in cui prosperino la solidarietà e la pace. Con questi sentimenti affido questo diletto popolo alla materna intercessione della Madonna delle Grazie e di cuore invoco su tutti e su ciascuno la Benedizione Apostolica.

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  7. 7

    Kamella Scemì

    INCONTRO CON I GIOVANI DELLA DIOCESI

    DI SAN MARINO-MONTEFELTRO

    DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

    Piazza Vittorio Emanuele – Pennabilli

    Domenica, 19 giugno 2011

    Cari giovani!

    Sono molto contento di essere oggi in mezzo a voi e con voi! Sento tutta la vostra gioia e l’entusiasmo che caratterizzano la vostra età. Saluto e ringrazio il vostro Vescovo, Mons. Luigi Negri, per le cordiali parole di accoglienza, e il vostro amico che si è fatto interprete dei pensieri e dei sentimenti di tutti, e ha formulato alcune questioni molto serie e importanti. Spero che nel corso di questa mia esposizione si trovino anche gli elementi per trovare le risposte a queste domande. Saluto con affetto i Sacerdoti, le Suore, gli animatori che condividono con voi il cammino della fede e dell’amicizia; e naturalmente anche i vostri genitori, che gioiscono nel vedervi crescere forti nel bene.

    Il nostro incontro qui a Pennabilli, davanti a questa Cattedrale, cuore della Diocesi, e in questa Piazza, ci rimanda con il pensiero ai numerosi e diversi incontri di Gesù che ci sono raccontati dai Vangeli. Oggi vorrei richiamare il celebre episodio in cui il Signore era in cammino e un tale – un giovane – gli corse incontro e, inginocchiatosi, gli pose questa domanda: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?” (Mc 10,17). Noi forse oggi non diremmo così, ma il senso della domanda è proprio: cosa devo fare, come devo vivere per vivere realmente, per trovare la vita. Quindi dentro questo interrogativo possiamo vedere racchiusa l’ampia e variegata esperienza umana che si apre alla ricerca del significato, del senso profondo della vita: come vivere, perché vivere. La “vita eterna”, infatti, alla quale fa riferimento quel giovane del Vangelo non indica solamente la vita dopo la morte, non vuol sapere soltanto come arrivo al cielo. Vuol sapere: come devo vivere adesso per avere già la vita che può essere poi anche eterna. Quindi in questa domanda questo giovane manifesta l’esigenza che l’esistenza quotidiana trovi senso, trovi pienezza, trovi verità. L’uomo non può vivere senza questa ricerca della verità su se stesso – che cosa sono io, per che cosa devo vivere – verità che spinga ad aprire l’orizzonte e ad andare al di là di ciò che è materiale, non per fuggire dalla realtà, ma per viverla in modo ancora più vero, più ricco di senso e di speranza, e non solo nella superficialità. E penso che questa – e l’ho visto e sentito nelle parole del vostro amico – sia anche la vostra esperienza. I grandi interrogativi che portiamo dentro di noi rimangono sempre, rinascono sempre: chi siamo?, da dove veniamo?, per chi viviamo? E queste questioni sono il segno più alto della trascendenza dell’essere umano e della capacità che abbiamo di non fermarci alla superficie delle cose. Ed è proprio guardando in noi stessi con verità, con sincerità e con coraggio che intuiamo la bellezza, ma anche la precarietà della vita e sentiamo un’insoddisfazione, un’inquietudine che nessuna cosa concreta riesce a colmare. Alla fine tutte le promesse si dimostrano spesso insufficienti.

    Cari amici, vi invito a prendere coscienza di questa sana e positiva inquietudine, a non aver paura di porvi le domande fondamentali sul senso e sul valore della vita. Non fermatevi alle risposte parziali, immediate, certamente più facili al momento e più comode, che possono dare qualche momento di felicità, di esaltazione, di ebbrezza, ma che non vi portano alla vera gioia di vivere, quella che nasce da chi costruisce – come dice Gesù – non sulla sabbia, ma sulla solida roccia. Imparate allora a riflettere, a leggere in modo non superficiale, ma in profondità la vostra esperienza umana: scoprirete, con meraviglia e con gioia, che il vostro cuore è una finestra aperta sull’infinito! Questa è la grandezza dell'uomo e anche la sua difficoltà. Una delle illusioni prodotte nel corso della storia è stata quella di pensare che il progresso tecnico-scientifico, in modo assoluto, avrebbe potuto dare risposte e soluzioni a tutti i problemi dell’umanità. E vediamo che non è così. In realtà, anche se ciò fosse stato possibile, nulla e nessuno avrebbe potuto cancellare le domande più profonde sul significato della vita e della morte, sul significato della sofferenza, di tutto, perché queste domande sono scritte nell’animo umano, nel nostro cuore, e oltrepassano la sfera dei bisogni. L’uomo, anche nell’era del progresso scientifico e tecnologico – che ci ha dato tanto – rimane un essere che desidera di più, più che la comodità e il benessere, rimane un essere aperto alla verità intera della sua esistenza, che non può fermarsi alle cose materiali, ma si apre ad un orizzonte molto più ampio. Tutto questo voi lo sperimentate continuamente ogni volta che vi domandate: ma perché? Quando contemplate un tramonto, o una musica muove in voi il cuore e la mente; quando provate che cosa vuol dire amare veramente; quando sentite forte il senso della giustizia e della verità, e quando sentite anche la mancanza di giustizia, di verità e di felicità.

    Cari giovani, l’esperienza umana è una realtà che ci accomuna tutti, ma ad essa si possono dare diversi livelli di significato. Ed è qui che si decide in che modo orientare la propria vita e si sceglie a chi affidarla, a chi affidarsi. Il rischio è sempre quello di rimanere imprigionati nel mondo delle cose, dell'immediato, del relativo, dell’utile, perdendo la sensibilità per ciò che si riferisce alla nostra dimensione spirituale. Non si tratta affatto di disprezzare l’uso della ragione o di rigettare il progresso scientifico, tutt’altro; si tratta piuttosto di capire che ciascuno di noi non è fatto solo di una dimensione “orizzontale”, ma comprende anche quella “verticale”. I dati scientifici e gli strumenti tecnologici non possono sostituirsi al mondo della vita, agli orizzonti di significato e di libertà, alla ricchezza delle relazioni di amicizia e di amore.

    Cari giovani, è proprio nell’apertura alla verità intera di noi, di noi stessi e del mondo che scorgiamo l’iniziativa di Dio nei nostri confronti. Egli viene incontro ad ogni uomo e gli fa conoscere il mistero del suo amore. Nel Signore Gesù, che è morto e risorto per noi e ci ha donato lo Spirito Santo, siamo addirittura resi partecipi della vita stessa di Dio, apparteniamo alla famiglia di Dio. In Lui, in Cristo, potete trovare le risposte alle domande che accompagnano il vostro cammino, non in modo superficiale, facile, ma camminando con Gesù, vivendo con Gesù. L’incontro con Cristo non si risolve nell’adesione ad una dottrina, ad una filosofia, ma ciò che Lui vi propone è di condividere la sua stessa vita e così imparare a vivere, imparare che cosa è l'uomo, che cosa sono io. A quel giovane, che Gli aveva chiesto che cosa fare per entrare nella vita eterna, cioè per vivere veramente, Gesù risponde, invitandolo a distaccarsi dai suoi beni e aggiunge: “Vieni! Seguimi!” (Mc 10,21). La parola di Cristo mostra che la vostra vita trova significato nel mistero di Dio, che è Amore: un Amore esigente, profondo, che va oltre la superficialità! Che cosa sarebbe la vostra vita senza questo amore? Dio si prende cura dell’uomo dalla creazione fino alla fine dei tempi, quando porterà a compimento il suo progetto di salvezza. Nel Signore Risorto abbiamo la certezza della nostra speranza! Cristo stesso, che è andato nelle profondità della morte ed è risorto, è la speranza in persona, è la Parola definitiva pronunciata sulla nostra storia, è una parola positiva.

    Non temete di affrontare le situazioni difficili, i momenti di crisi, le prove della vita, perché il Signore vi accompagna, è con voi! Vi incoraggio a crescere nell’amicizia con Lui attraverso la lettura frequente del Vangelo e di tutta la Sacra Scrittura, la partecipazione fedele all’Eucaristia come incontro personale con Cristo, l’impegno all’interno della comunità ecclesiale, il cammino con una valida guida spirituale. Trasformati dallo Spirito Santo potrete sperimentare l’autentica libertà, che è tale quando è orientata al bene. In questo modo la vostra vita, animata da una continua ricerca del volto del Signore e dalla volontà sincera di donare voi stessi, sarà per tanti vostri coetanei un segno, un richiamo eloquente a far sì che il desiderio di pienezza che sta in tutti noi si realizzi finalmente nell’incontro con il Signore Gesù. Lasciate che il mistero di Cristo illumini tutta la vostra persona! Allora potrete portare nei diversi ambienti quella novità che può cambiare le relazioni, le istituzioni, le strutture, per costruire un mondo più giusto e solidale, animato dalla ricerca del bene comune. Non cedete a logiche individualistiche ed egoistiche! Vi conforti la testimonianza di tanti giovani che hanno raggiunto la meta della santità: pensate a santa Teresa di Gesù Bambino, san Domenico Savio, santa Maria Goretti, il beato Pier Giorgio Frassati, il beato Alberto Marvelli – che è di questa terra! – e tanti altri, a noi sconosciuti, ma che hanno vissuto il loro tempo nella luce e nella forza del Vangelo, e hanno trovato la risposta: come vivere, che cosa devo fare per vivere.

    A conclusione di questo incontro, voglio affidare ciascuno di voi alla Vergine Maria, Madre della Chiesa. Come Lei, possiate pronunciare e rinnovare il vostro “sì” e magnificare sempre il Signore con la vostra vita, perché Lui vi dona parole di vita eterna! Coraggio allora cari giovani e care giovani, nel vostro cammino di fede e di vita cristiana anche io vi sono sempre vicino e vi accompagno con la mia Benedizione. Grazie per la vostra attenzione!

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  8. 8

    Kamella Scemì

    SOMMARIO visita pastorale San Marino-Montefeltro del 19 giugno

    – Sviluppare prezioso deposito fede in un momento tra i più decisivi della storia.

    – Garantire accoglienza e degne condizioni vita ai rifugiati.

    – Alle Autorità Civili: superare crisi con coraggio e responsabilità.

    – Solo in Cristo si trovano risposte domande fondamentali vita

    SVILUPPARE PREZIOSO DEPOSITO FEDE IN UN MOMENTO TRA I PIÙ DECISIVI DELLA STORIA

    CITTA' DEL VATICANO, 19 GIU. 2011. Questa mattina il Santo Padre Benedetto XVI è partito in elicottero dall'aeroporto di Ciampino (Roma) diretto alla Repubblica di San Marino, per la Visita Pastorale alla Diocesi di San Marino-Montefeltro. Alle 10:00, nello Stadio di Serravalle, il Papa ha presieduto la Concelebrazione Eucaristica.

    "Celebriamo oggi la festa della Santissima Trinità" – ha detto il Papa nell'omelia – "Dio Padre e Figlio e Spirito Santo, festa di Dio, del centro della nostra fede. (…) Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono uno, perché amore e l'amore è la forza vivificante assoluta, l'unità creata dall'amore è più unità di un'unità puramente fisica".

    "La fede nel Dio trinitario" – ha proseguito il Pontefice – "ha caratterizzato anche questa Chiesa di San Marino-Montefeltro, nel corso della sua storia antica e gloriosa. L'evangelizzazione di questa terra è attribuita ai Santi scalpellini Marino e Leone, i quali alla metà del III secolo dopo Cristo sarebbero approdati a Rimini dalla Dalmazia. (…) Marino e Leone portarono nel contesto di questa realtà locale, con la fede nel Dio rivelatosi in Gesù Cristo, prospettive e valori nuovi, determinando la nascita di una cultura e di una civiltà incentrate sulla persona umana, immagine di Dio e perciò portatore di diritti precedenti ogni legislazione umana".

    "Accanto alla fede, occorre poi ricordare l'assoluta fedeltà al Vescovo di Roma, al quale questa Chiesa ha sempre guardato con devozione ed affetto; come pure l'attenzione dimostrata verso la grande tradizione della Chiesa orientale e la profonda devozione verso la Vergine Maria".

    Rivolgendosi ai fedeli presenti Benedetto XVI ha detto: "Voi siete giustamente fieri e riconoscenti di quanto lo Spirito Santo ha operato attraverso i secoli nella vostra Chiesa. (…) Voi siete chiamati a sviluppare questo prezioso deposito in un momento tra i più decisivi della storia. Oggi, la vostra missione si trova a dover confrontarsi con profonde e rapide trasformazioni culturali, sociali, economiche, politiche, che hanno determinato nuovi orientamenti e modificato mentalità, costumi e sensibilità".

    "Si è insinuata la tentazione di ritenere che la ricchezza dell'uomo non sia la fede, ma il suo potere personale e sociale, la sua intelligenza, la sua cultura e la sua capacità di manipolazione scientifica, tecnologica e sociale della realtà. Così, anche in queste terre, si è iniziato a sostituire la fede e i valori cristiani con presunte ricchezze, che si rivelano, alla fine, inconsistenti e incapaci di reggere la grande promessa del vero, del bene, del bello e del giusto che per secoli i vostri avi hanno identificato con l'esperienza della fede".

    "Non vanno, poi, dimenticate" – ha sottolineato il Pontefice – "la crisi di non poche famiglie, aggravata dalla diffusa fragilità psicologica e spirituale dei coniugi, come pure la fatica sperimentata da molti educatori nell'ottenere continuità formativa nei giovani, condizionati da molteplici precarietà, prima fra tutte quella del ruolo sociale e della possibilità lavorativa".

    "Esorto tutti i fedeli" – ha concluso il Santo Padre – "ad essere come fermento nel mondo, mostrandovi sia nel Montefeltro che a San Marino cristiani presenti, intraprendenti e coerenti. I Sacerdoti, i Religiosi e le Religiose vivano sempre nella più cordiale e fattiva comunione ecclesiale, aiutando ed ascoltando il Pastore diocesano. Anche presso di voi si avverte l'urgenza di una ripresa delle vocazioni sacerdotali e di speciale consacrazione: faccio appello alle famiglie ed ai giovani, perché aprano l'animo ad una pronta risposta alla chiamata del Signore. Non ci si pente mai ad essere generosi con Dio! A voi laici, raccomando di impegnarvi attivamente nella Comunità, così che, accanto ai vostri peculiari compiti civici, politici, sociali e culturali, possiate trovare tempo e disponibilità per la vita della fede, la vita pastorale".

    GARANTIRE ACCOGLIENZA E DEGNE CONDIZIONI VITA AI RIFUGIATI

    CITTA' DEL VATICANO, 19 GIU. 2011. Al termine della Celebrazione Eucaristica nello Stadio di Serravalle, il Papa ha recitato l'Angelus e prima della preghiera mariana, ha ringraziato tutti coloro che hanno collaborato all'organizzazione della sua Visita a San Marino.

    "Sono lieto" – ha detto il Santo Padre – "di ricordare che quest'oggi a Dax, in Francia, viene proclamata Beata Suor Marguerite Rutan, Figlia della Carità. Nella seconda metà del secolo diciottesimo, ella lavorò con grande impegno all'Ospedale di Dax, ma, nelle tragiche persecuzioni seguite alla Rivoluzione, fu condannata a morte per la sua fede cattolica e la fedeltà alla Chiesa". Ella fu, ha sottolineato Benedetto XVI, "testimone luminosa dell'amore di Cristo per i poveri". "Infine" – ha detto ancora il Santo Padre – "desidero ricordare che domani ricorre la Giornata Mondiale del Rifugiato. In tale circostanza, quest'anno si celebra il sessantesimo anniversario dell'adozione della Convenzione internazionale che tutela quanti sono perseguitati e costretti a fuggire dai propri Paesi. Invito quindi le Autorità civili ed ogni persona di buona volontà a garantire accoglienza e degne condizioni di vita ai rifugiati, in attesa che possano ritornare in Patria liberamente e in sicurezza".

    ALLE AUTORITÀ CIVILI: SUPERARE CRISI CON CORAGGIO E RESPONSABILITÀ

    CITTA' DEL VATICANO, 19 GIU. 2011. Alle ore 16:15 il Santo Padre Benedetto XVI ha lasciato in autovettura la Casa San Giuseppe per recarsi in Piazza della Libertà dove è stato accolto dai Capitani Reggenti della Repubblica di San Marino, Maria Luisa Berti e Filippo Tamagnini.

    Dopo gli Onori Militari e l'esecuzione degli Inni Pontificio e della Repubblica di San Marino, il Papa, accompagnato dai Capitani Reggenti, è entrato nel Palazzo Pubblico e quindi nella Sala del Consiglio dei XII, dove ha ricevuto il saluto dei Ministri del Governo ed ha avuto un Colloquio privato con i Capitani Reggenti. Nella Sala del Consiglio Grande e Generale, il Papa ha tenuto un discorso davanti ai Membri del Governo, del Congresso e del Corpo Diplomatico accreditato.

    Benedetto XVI ha tracciato le origini della comunità che da diciassette secoli si formò conquistata al Vangelo dal diacono Marino, grande predicatore del Vangelo ed ha sottolineato come i Sammarinesi, lungo i secoli, "sono rimasti sempre fedeli ai valori della fede cristiana, ancorando saldamente ad essi la propria convivenza pacifica, secondo criteri di democrazia e di solidarietà".

    Il Papa ha elogiato l'attaccamento dei Sammarinesi "a questo patrimonio di valori" esortandoli a "conservarlo e a valorizzarlo, perché esso è alla base della vostra identità più profonda, un'identità che chiede alle genti ed alle istituzioni sammarinesi di essere assunta in pienezza. Grazie ad essa, si può costruire una società attenta al vero bene della persona umana, alla sua dignità e libertà, e capace di salvaguardare il diritto di ogni popolo a vivere nella pace. Sono questi i capisaldi della sana laicità, all'interno della quale devono agire le istituzioni civili, nel loro costante impegno a difesa del bene comune".

    "La Chiesa, rispettosa della legittima autonomia di cui il potere civile deve godere, collabora con esso al servizio dell'uomo, nella difesa dei suoi diritti fondamentali, di quelle istanze etiche che sono iscritte nella sua stessa natura. Per questo la Chiesa si impegna affinché le legislazioni civili promuovano e tutelino sempre la vita umana, dal concepimento fino al suo spegnersi naturale. Inoltre, chiede per la famiglia il dovuto riconoscimento e un sostegno fattivo".

    "Ben sappiamo, infatti, come nell'attuale contesto l'istituzione familiare venga messa in discussione, quasi nel tentativo di disconoscerne l'irrinunciabile valore. A subirne le conseguenze sono le fasce sociali più deboli, specialmente le giovani generazioni, più vulnerabili e perciò più facilmente esposte al disorientamento, a situazioni di auto-emarginazione ed alla schiavitù delle dipendenze. Talvolta le realtà educative faticano a dare ai giovani risposte adeguate e, venendo meno il sostegno familiare, spesso essi si vedono precluso un normale inserimento nel tessuto sociale".

    Nel riferirsi alle difficoltà economica in cui versa anche la Comunità di San Marino e ricordando gli anni di prosperità, sulla scia dello sviluppo del commercio e del turismo, il Santo Padre ha ricordato anche la questione dei lavoratori frontalieri, che vedono in pericolo la propria occupazione, auspicando che "si possa risolvere tenendo conto del diritto al lavoro e della tutela delle famiglie. (…) L'attuale situazione di crisi spinge a riprogettare il cammino e diventa occasione di discernimento; essa infatti pone l'intero tessuto sociale di fronte all'impellente esigenza di affrontare i problemi con coraggio e senso di responsabilità, con generosità e dedizione, facendo riferimento a quell'amore per la libertà che distingue il vostro popolo".

    Benedetto XVI ha ricordato alle Autorità presenti che a loro corrisponde "il compito di costituire la città terrena nella dovuta autonomia e nel rispetto di quei principi umani e spirituali a cui ogni singolo cittadino è chiamato ad aderire con tutta la responsabilità della propria coscienza personale; e, allo stesso tempo, il dovere di continuare a operare attivamente per costruire una comunità fondata su valori condivisi".

    Al termine del discorso il Santo Padre, accompagnato dai Capitani Reggenti, ha visitato la Basilica di San Marino, chiusa al pubblico, dove ad accoglierlo era il Rettore Monsignor Lino Tosi. Il Papa si è raccolto in adorazione davanti al Santissimo Sacramento e ha venerato le reliquie del Santo. Infine, alle 18:15, il Santo Padre si è recato all'eliporto di Torraccia, da dove, dopo essersi congedato dai Capitani Reggenti della Repubblica di San Marino, è partito in elicottero diretto a Pennabilli (Rimini), per l'incontro, alle 19:15, con i giovani della Diocesi di San Marino-Montefeltro riuniti in Piazza Vittorio Emanuele.

    SOLO IN CRISTO SI TROVANO RISPOSTE DOMANDE FONDAMENTALI VITA

    CITTA' DEL VATICANO, 19 GIU. 2011. Alle ore 18:45 il Santo Padre Benedetto XVI è giunto in elicottero al campo sportivo di Pennabilli (Rimini), dove è stato accolto dalle Autorità Civili. Successivamente si è recato alla Cattedrale di Pennabilli e, alle 19:15, sul sagrato della Cattedrale, in Piazza Vittorio Emanuele, ha tenuto l'incontro con i giovani della Diocesi di San Marino-Montefeltro.

    Dopo l'introduzione del Vescovo di San Marino-Montefeltro, Monsignor Luigi Negri, e il saluto di un rappresentante dei giovani, il Papa ha pronunciato un discorso.

    "Oggi vorrei richiamare il celebre episodio" – ha detto Benedetto XVI – "in cui il Signore era in cammino e un tale – un giovane – gli corse incontro e, inginocchiatosi, gli pose questa domanda: 'Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?'. Noi forse oggi non diremmo così, ma il senso della domanda è proprio: cosa devo fare, come devo vivere per vivere realmente, per trovare la vita?".

    "Proprio guardando in noi stessi con verità, con sincerità e con coraggio che intuiamo la bellezza, ma anche la precarietà della vita e sentiamo un'insoddisfazione, un'inquietudine che nessuna cosa concreta riesce a colmare. Alla fine tutte le promesse si dimostrano spesso insufficienti".

    "Cari amici, vi invito a prendere coscienza di questa sana e positiva inquietudine, a non aver paura di porvi le domande fondamentali sul senso e sul valore della vita. Non fermatevi alle risposte parziali, immediate, certamente più facili al momento e più comode, che possono dare qualche momento di felicità, di esaltazione, di ebbrezza, ma che non portano alla vera gioia di vivere, quella che nasce da chi costruisce – come dice Gesù – non sulla sabbia, ma sulla solida roccia. Imparate allora a riflettere, a leggere in modo non superficiale, ma in profondità la vostra esperienza umana: scoprirete, con meraviglia e con gioia, che il vostro cuore è una finestra aperta sull'infinito!".

    "L'uomo, anche nell'era del progresso scientifico e tecnologico – che ci ha dato tanto – rimane un essere che desidera di più, più che la comodità e il benessere, rimane un essere aperto alla verità intera della sua esistenza, che non può fermarsi alle cose materiali, ma si apre ad un orizzonte molto più ampio".

    "Il rischio" – ha messo in guardia il Pontefice – "è sempre quello di rimanere imprigionati nel mondo delle cose, dell'immediato, del relativo, dell'utile, perdendo la sensibilità per ciò che si riferisce alla nostra dimensione spirituale. Non si tratta affatto di disprezzare l'uso della ragione o di rigettare il progresso scientifico, tutt'altro; si tratta piuttosto di capire che ciascuno di noi non è fatto solo di una dimensione 'orizzontale', ma comprende anche quella 'verticale'. I dati scientifici e gli strumenti tecnologici non possono sostituirsi al mondo della vita, agli orizzonti di significato e di libertà, alla ricchezza delle relazioni di amicizia e di amore".

    "In Lui, in Cristo, potete trovare le risposte alle domande che accompagnano il vostro cammino, non in modo superficiale, facile, ma camminando con Gesù, vivendo con Gesù. L'incontro con Cristo non si risolve nell'adesione ad una dottrina, ad una filosofia, ma ciò che Lui vi propone è di condividere la sua stessa vita e così imparare a vivere, imparare che cosa è l'uomo, che cosa sono io".

    "Non temete" – ha esortato il Papa – "di affrontare le situazioni difficili, i momenti di crisi, le prove della vita, perché il Signore vi accompagna, è con voi! Vi incoraggio a crescere nell'amicizia con Lui attraverso la lettura frequente del Vangelo e di tutta la Sacra Scrittura, la partecipazione fedele all'Eucaristia come incontro personale con Cristo, l'impegno all'interno della comunità ecclesiale, il cammino con una valida guida spirituale".

    "Lasciate che il mistero di Cristo illumini tutta la vostra persona!" – ha concluso il Pontefice – "Allora potrete portare nei diversi ambienti quella novità che può cambiare le relazioni, le istituzioni, le strutture, per costruire un mondo più giusto e solidale, animato dalla ricerca del bene comune".

    A conclusione dell'Incontro, il Papa si è trasferito in auto al campo sportivo di Pennabilli, dove preso congedo dalla Autorità che lo hanno accolto all'arrivo, è partito in elicottero per far ritorno in Vaticano.

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  9. 9

    rudolfbreuss

    Dio onnipotente ed eterno, Dio creatore del cielo e della terra, Ti chiedo, in nome di nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, Tuo amatissimo Figlio, per questa tua figlia K. salute per il corpo e per l'anima.

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  10. 10

    goffredo

    MONTAGNA

    Anche le vette hanno un’anima

    La valle in cui si trova il mio monastero (a Pra d’Mill, ai piedi di Punta Ostanetta, sulle Alpi Cozie) è chiusa da una corona di montagne a semicerchio, che abbracciano colui che si ferma a guardarle e danno un senso di accoglienza e di protezione. Per chi ha nell’orecchio e nel cuore questo versetto del salmo è impossibile non collegarlo allo spettacolo che circonda il monastero, nascosto a mezza costa in una valle piccolina e stretta, tale che lo sguardo può spaziare solo volgendosi verso le cime, o in caso, guardando dall’altra parte, scendere verso la pianura abitata, ma solo intravista, quasi per portare la Grazia raccolta nell’alto, seguendo il corso del torrentello che scende a valle.

    Arrivando da un’isola totalmente piatta del Mediterraneo, abituato a lanciare lo sguardo e la preghiera verso un orizzonte senza limiti, guardando l’acqua talvolta calma e talvolta agitata, ma sempre in movimento, questa montagna calma e solida mi ha insegnato una preghiera diversa.

    Da una parte la montagna protegge, nasconde e abbraccia e in tal modo dona un senso di sicurezza, e, in un certo modo, ricorda la parola di Gesù: «Tu, quando preghi, entra nella tua stanza chiudi la tua porta e prega tuo Padre nel segreto. Tuo Padre vede nel segreto» (cfr. Mt 6,7). La preghiera si fa più intima, segreta, abita il profondo del cuore. La montagna che ci circonda è povera, abbandonata, estremamente solitaria, ma dà un grande senso della Provvidenza, del Dio attento, che copre della sua benedizione quanti stanno sotto la sua mano. È un montagna quasi senza vento, salvo rare e brevi volte in cui il soffio violentissimo sconvolge tutto, come quello dello Spirito nel giorno della Pentecoste.

    Dall’altra la montagna è un ostacolo che si oppone, che impedisce allo sguardo di andare "oltre" e rimanda alla finitezza dell’uomo. L’uomo si sente piccolo e spesso totalmente impotente; sa che Dio è oltre ed irraggiungibile. In quella cresta che tocca il cielo si ferma la capacità dell’uomo di andare in alto e il vasto spazio del mondo ed ancor più quello di Dio, è oltre. All’uomo non rimane che scoprire il proprio limite e lavorare per accettarlo, pur non abbassando il tiro dello sforzo, del desiderio, dell’intelligenza, della fantasia, della coscienza della sua propria grandezza e del fatto che i grandi limiti della vita possono essere spinti sempre più lontano. Ma la cima della montagna dice anche che, una volta raggiunta, essa presenta altri limiti, un altro spazio con confini qualcosa ancora da scoprire, una bellezza sempre nuova.

    La montagna si può guardare e affrontare solamente con umiltà, quella vera che ci permette di aprirci a Dio, quella in cui la verità della nostra grandezza e della nostra piccolezza si uniscono e sono accettate con semplicità, senza passività né tristezza. L’uomo sa che può godere della montagna anche semplicemente guardandola, come un bambino, come chi non ha forze, e che questo sguardo può riempire, colmare, dilatare il cuore; ma che essa chiama, secondo le forze, alla salita, alla scoperta, all’andare di cima in cima, all’accettare che per una nuova conquista bisogna prima scendere. Senza l’umiltà della discesa l’uomo non raggiunge Dio. Solamente quando è sceso nel profondo vallone della sua piccolezza e anche del suo peccato in lui si apre la speranza della bellezza della salita, del raggiungere una nuova cima, dell’avvicinarsi a Dio, a quel Dio che per primo ha voluto scendere nel baratro della miseria dell’uomo per portarlo in alto nella sua Gloria.

    La montagna insegna all’uomo che non si può salire senza fatica e che la fatica permette il gusto della conquista. Ma anche che la gioia che si prova è totalmente gratuita, incomparabilmente più grande e diversa, senza proporzione con la pena della fatica. Non è la gioia di una vittoria sportiva, che vuole che ci sia anche uno sconfitto. È una gioia pura, condivisibile, che lascia anche molto soli perché incomunicabile; in essa la presenza dell’altro è quella di un amico, non di un concorrente, necessaria per godere davvero del momento, della grazia donata, che lega insieme la bellezza immobile alla dinamica del cammino. Il tutto è bello e richiede di essere gustato in silenzio. Come la preghiera.

    In montagna si sale in cordata. Anche nella vita spirituale non si può andare molto avanti e in alto da soli; in un caso e nell’altro non è neanche una cosa corretta. Anche lo sconosciuto è accolto, salutato, aiutato se ne ha bisogno, guidato se è perso. Nessuno può dire di avere una vita veramente spirituale se non si fa carico dei fratelli del mondo intero. La solidarietà viene dal fatto che la montagna è grande e che noi siamo coscienti e contenti di essere piccoli.

    Guardare la montagna, scalarla, scendere col senso della fine di tutte le cose, ma anche la riconoscenza per ciò che si è ricevuto, in fondo gratuitamente, il desiderio di una nuova salita, o il silenzio nello stare a guadarla, sapere che la montagna ci unisce e non ci divide da tutti quei popoli che stanno oltre il raggio della vista, tutto è parabola della nostra vita spirituale, che si colma di Dio e abbraccia tutti gli uomini.

    Cesare Falletti, da http://www.avvenire.it

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  11. 11

    Carlotta

    Pizziol, nuovo Vescovo di Vicenza al posto di Nosiglia, chiamato a Torino: siamo chiamati a offrire la testimonianza della comunione.

    In questa società tesa tra globalizzazione da una parte e l'individualismo dall'altra, la nostra Chiesa è chiamata a offrire la testimonianza della comunione trinitaria». È la festa della Santissima Trinità, e il nuovo vescovo di Vicenza, Beniamino Pizziol, prende possesso della diocesi confermando che il «Dio trinitario è un Dio che non solo ama l'uomo, ma è colui che ci dona la sua forza di amare perché possiamo dilatare nel mondo il suo amore». Arriva da Venezia il vescovo Pizziol, dov'è stato ausiliare; lo accompagnano il patriarca Angelo Scola e numerosi preti e laici, anche autorità (fra le quali il sindaco Orsoni). Ci sono pure la mamma e il fratello, con i figli. E la mamma si commuoverà quando in Cattedrale un sacerdote scenderà dall'altare per dire grazie anche a lei «di questo dono» e per porgerle un omaggio floreale. Il vescovo Pizziol, prima della cerimonia d'ingresso, era salito al santuario di Monte Berico per inginocchiarsi davanti alla Madonna, nella recita del Rosario. Poi, in città, aveva ricevuto il caloroso benvenuto del sindaco Achille Variati, accompagnato dalla giunta, ma anche da alcuni immigrati. Sobria e al tempo stesso gioiosa la solenne concelebrazione in Cattedrale (con la partecipazione di una dozzina di vescovi), e la presenza dei cardinali Scola e Agostino Cacciavillan, presidente emerito dell'Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica. «Eccellenza carissima, tu sai bene, e io ne posso dare testimonianza – ha detto Scola – che se il nostro ministero non fosse il riflesso di questa inesauribile sorgente d'amore trinitario noi non riusciremmo più a parlare agli uomini». Il tema ricorrente, dunque, è quello della Trinità. Ed ecco il vescovo Pizziol sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d'onda: «Dalla Santissima Trinità dipende la nostra storia e la storia della Chiesa». «Prima dì programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione» ebbe a scrivere Giovanni Paolo II nell'enciclica Novo millennio ineunte. Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore puntato sul mistero della Trinità che abita in noi, spiegò in quel documento pontificio papa Wojtyla. «Dentro questo orizzonte teologale, carissimi, cercheremo di coltivare e far dilatare – dice il vescovo Pizziol ai fedeli -, giorno per giorno, gli spazi e i tempi della comunione, a ogni livello, nel tessuto della vita della nostra Chiesa: la comunione tra i vescovi del Triveneto, tra il collegio episcopale e il nostro papa Benedetto XVI, la comunione tra il vescovo di questa Chiesa con il presbiterio e la comunità diaconale, tra ì pastori e l'intero popolo di Dio, tra il clero e i religiosi, tra le associazioni e i movimenti ecclesiali».

    E, a proposito di Benedetto XVI, il vescovo ricorda la recente visita di Ratzinger a Venezia e ad Aquileia e rilancia una delle raccomandazioni pastorali del Pontefice dalla Messa in San Giuliano: «Occorre rendere conto della speranza cristiana all'uomo moderno, sopraffatto non di rado da vaste e inquietanti problematiche che pongono in crisi i fondamenti stessi del suo essere e del suo agire». La cerimonia si conclude con il vescovo di Vicenza che rende grazie, fra gli altri al patriarca emerito, cardinale Marco Cé e al suo successore, il cardinale Scola. «L'amicizia in Cristo vissuta in questi nove anni di collaborazione e di corresponsabilità nella cura pastorale della diocesi di Venezia – dice – è destinata a rimanere nel mio cuore e nella mia mente come prezioso patrimonio spirituale e come uno dei doni più belli che il Signore mi ha elargito». Scola si commuove. Il distacco si fa sentire. «Carissimo, a nome della Chiesa di Venezia consegno la tua amata persona alla Chiesa sorella di Vicenza – gli aveva detto all'inizio della cerimonia-. Con cuore trepidante e non senza sacrificio facciamo ai vicentini questo dono».

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  12. 12

    Kamella Scemì

    Riprendo il commento del vescovo Pizziol proposto da Carlotta: il «Dio trinitario è un Dio che non solo ama l’uomo, ma è colui che ci dona la sua forza di amare perché possiamo dilatare nel mondo il suo amore». Il rapporto con il mondo in cui viviamo, quindi, dovrebbe esser parte di quel rapporto trinitario che ci consente di dilatare l'amore divino. Acutamente come sempre, il nostro cardinale Gianfranco Ravasi pone l'accento su questa relazione nel Mattutino di oggi:

    Il conto, prego!

    "Un giorno ci sarà presentato il conto per la luce del sole e lo stormire delle fronde, per la neve e per il vento, per l'erba e per l'acqua. Per l'aria che abbiamo respirato e lo sguardo alle stelle, le sere e le notti. Un giorno dovremo andar via e dovremo pagare. Il conto, per favore! E il padrone di casa dirà, ridendo: «Ho offerto io sino ai confini della terra. È stato un vero piacere!»."

    Con questa parabola il teologo dell'università di Heidelberg, Klaus Berger, chiudeva il suo libro Gesù (Queriniana 2007). La propongo in queste giornate che scandiscono l'irrompere dell'estate, una delle tappe del ciclo della natura. Tappe che la civiltà contadina viveva con emozione, santificava e celebrava con passione, e che noi, appartenenti a una società industriale e informatica, neppure percepiamo, se non per le solite banalità sulle stagioni che non sono più quelle di una volta o al massimo per i bollettini meteorologici. Eppure è un dono costante che noi riceviamo, senza più ammirarne il valore, comprenderne il costo certamente superiore a quello di tante cose non necessarie che ci vengono proposte e che acquistiamo. Il segno evidente del disprezzo per questo dono insostituibile è nell'inquinamento e nella devastazione ambientale, ma anche nell'incapacità di valutare la preziosità unica e assoluta di queste realtà quotidiane. Un aforisma arabo afferma: «Nulla è più ovvio dell'aria, ma guai a non respirarla!». E lo stesso si potrebbe ripetere per l'acqua e per la luce. Io, però, vorrei aggiungere un'altra considerazione. Non sappiamo più contemplare e stupirci del miracolo continuo che il Creatore compie così da vivere un'esperienza come quella che cantava padre Turoldo: «Tu non sai cosa sia la notte / sulla montagna / essere soli come la luna- / mentre il vento appena vibra / alla porta socchiusa della cella».

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  13. 13

    Kamella Scemì

    BENEDETTO XVI

    UDIENZA GENERALE in Piazza San Pietro

    Mercoledì, 22 giugno 2011

    Cari fratelli e sorelle,

    nelle precedenti catechesi, ci siamo soffermati su alcune figure dell’Antico Testamento particolarmente significative per la nostra riflessione sulla preghiera. Ho parlato su Abramo che intercede per le città straniere, su Giacobbe che nella lotta notturna riceve la benedizione, su Mosè che invoca il perdono per il suo popolo, e su Elia che prega per la conversione di Israele. Con la catechesi di oggi, vorrei iniziare un nuovo tratto del percorso: invece di commentare particolari episodi di personaggi in preghiera, entreremo nel “libro di preghiera” per eccellenza, il libro dei Salmi. Nelle prossime catechesi leggeremo e mediteremo alcuni tra i Salmi più belli e più cari alla tradizione orante della Chiesa. Oggi vorrei introdurli parlando del libro dei Salmi nel suo complesso.

    Il Salterio si presenta come un “formulario” di preghiere, una raccolta di centocinquanta Salmi che la tradizione biblica dona al popolo dei credenti perché diventino la sua, la nostra preghiera, il nostro modo di rivolgersi a Dio e di relazionarsi con Lui. In questo libro, trova espressione tutta l’esperienza umana con le sue molteplici sfaccettature, e tutta la gamma dei sentimenti che accompagnano l’esistenza dell’uomo. Nei Salmi, si intrecciano e si esprimono gioia e sofferenza, desiderio di Dio e percezione della propria indegnità, felicità e senso di abbandono, fiducia in Dio e dolorosa solitudine, pienezza di vita e paura di morire. Tutta la realtà del credente confluisce in quelle preghiere, che il popolo di Israele prima e la Chiesa poi hanno assunto come mediazione privilegiata del rapporto con l’unico Dio e risposta adeguata al suo rivelarsi nella storia. In quanto preghiere, i Salmi sono manifestazioni dell’animo e della fede, in cui tutti si possono riconoscere e nei quali si comunica quell’esperienza di particolare vicinanza a Dio a cui ogni uomo è chiamato. Ed è tutta la complessità dell’esistere umano che si concentra nella complessità delle diverse forme letterarie dei vari Salmi: inni, lamentazioni, suppliche individuali e collettive, canti di ringraziamento, salmi penitenziali, salmi sapienziali, ed altri generi che si possono ritrovare in queste composizioni poetiche.

    Nonostante questa molteplicità espressiva, possono essere identificati due grandi ambiti che sintetizzano la preghiera del Salterio: la supplica, connessa al lamento, e la lode, due dimensioni correlate e quasi inscindibili. Perché la supplica è animata dalla certezza che Dio risponderà, e questo apre alla lode e al rendimento di grazie; e la lode e il ringraziamento scaturiscono dall’esperienza di una salvezza ricevuta, che suppone un bisogno di aiuto che la supplica esprime.

    Nella supplica, l’orante si lamenta e descrive la sua situazione di angoscia, di pericolo, di desolazione, oppure, come nei Salmi penitenziali, confessa la colpa, il peccato, chiedendo di essere perdonato. Egli espone al Signore il suo stato di bisogno nella fiducia di essere ascoltato, e questo implica un riconoscimento di Dio come buono, desideroso del bene e “amante della vita” (cfr Sap11,26), pronto ad aiutare, salvare, perdonare. Così, ad esempio, prega il Salmista nel Salmo 31: «In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso […] Scioglimi dal laccio che mi hanno teso, perché sei tu la mia difesa» (vv. 2.5). Già nel lamento, dunque, può emergere qualcosa della lode, che si preannuncia nella speranza dell’intervento divino e si fa poi esplicita quando la salvezza divina diventa realtà. In modo analogo, nei Salmi di ringraziamento e di lode, facendo memoria del dono ricevuto o contemplando la grandezza della misericordia di Dio, si riconosce anche la propria piccolezza e la necessità di essere salvati, che è alla base della supplica. Si confessa così a Dio la propria condizione creaturale inevitabilmente segnata dalla morte, eppure portatrice di un desiderio radicale di vita. Perciò il Salmista esclama, nel Salmo 86: «Ti loderò, Signore, mio Dio, con tutto il cuore e darò gloria al tuo nome per sempre, perché grande con me è la tua misericordia: hai liberato la mia vita dal profondo degli inferi» (vv. 12-13). In tal modo, nella preghiera dei Salmi, supplica e lode si intrecciano e si fondono in un unico canto che celebra la grazia eterna del Signore che si china sulla nostra fragilità.

    Proprio per permettere al popolo dei credenti di unirsi a questo canto, il libro del Salterio è stato donato a Israele e alla Chiesa. I Salmi, infatti, insegnano a pregare. In essi, la Parola di Dio diventa parola di preghiera – e sono le parole del Salmista ispirato – che diventa anche parola dell’orante che prega i Salmi. È questa la bellezza e la particolarità di questo libro biblico: le preghiere in esso contenute, a differenza di altre preghiere che troviamo nella Sacra Scrittura, non sono inserite in una trama narrativa che ne specifica il senso e la funzione. I Salmi sono dati al credente proprio come testo di preghiera, che ha come unico fine quello di diventare la preghiera di chi li assume e con essi si rivolge a Dio. Poiché sono Parola di Dio, chi prega i Salmi parla a Dio con le parole stesse che Dio ci ha donato, si rivolge a Lui con le parole che Egli stesso ci dona. Così, pregando i Salmi si impara a pregare. Sono una scuola della preghiera.

    Qualcosa di analogo avviene quando il bambino inizia a parlare, impara cioè ad esprimere le proprie sensazioni, emozioni, necessità con parole che non gli appartengono in modo innato, ma che egli apprende dai suoi genitori e da coloro che vivono intorno a lui. Ciò che il bambino vuole esprimere è il suo proprio vissuto, ma il mezzo espressivo è di altri; ed egli piano piano se ne appropria, le parole ricevute dai genitori diventano le sue parole e attraverso quelle parole impara anche un modo di pensare e di sentire, accede ad un intero mondo di concetti, e in esso cresce, si relaziona con la realtà, con gli uomini e con Dio. La lingua dei suoi genitori è infine diventata la sua lingua, egli parla con parole ricevute da altri che sono ormai divenute le sue parole. Così avviene con la preghiera dei Salmi. Essi ci sono donati perché noi impariamo a rivolgerci a Dio, a comunicare con Lui, a parlarGli di noi con le sue parole, a trovare un linguaggio per l'incontro con Dio. E, attraverso quelle parole, sarà possibile anche conoscere ed accogliere i criteri del suo agire, avvicinarsi al mistero dei suoi pensieri e delle sue vie (cfr Is 55,8-9), così da crescere sempre più nella fede e nell’amore. Come le nostre parole non sono solo parole, ma ci insegnano un mondo reale e concettuale, così anche queste preghiere ci insegnano il cuore di Dio, per cui non solo possiamo parlare con Dio, ma possiamo imparare chi è Dio e, imparando come parlare con Lui, impariamo l'essere uomo, l'essere noi stessi.

    A tale proposito, appare significativo il titolo che la tradizione ebraica ha dato al Salterio. Esso si chiama tehillîm, un termine ebraico che vuol dire “lodi”, da quella radice verbale che ritroviamo nell’espressione “Halleluyah”, cioè, letteralmente: “lodate il Signore”. Questo libro di preghiere, dunque, anche se così multiforme e complesso, con i suoi diversi generi letterari e con la sua articolazione tra lode e supplica, è ultimamente un libro di lodi, che insegna a rendere grazie, a celebrare la grandezza del dono di Dio, a riconoscere la bellezza delle sue opere e a glorificare il suo Nome santo. È questa la risposta più adeguata davanti al manifestarsi del Signore e all’esperienza della sua bontà. Insegnandoci a pregare, i Salmi ci insegnano che anche nella desolazione,anche nel dolore, la presenza di Dio rimane, è fonte di meraviglia e di consolazione; si può piangere, supplicare, intercedere, lamentarsi, ma nella consapevolezza che stiamo camminando verso la luce, dove la lode potrà essere definitiva. Come ci insegna ilSalmo 36: «È in Te la sorgente della vita, alla tua luce vedremo la luce» (Sal 36,10).

    Ma oltre a questo titolo generale del libro, la tradizione ebraica ha posto su molti Salmi dei titoli specifici, attribuendoli, in grande maggioranza, al re Davide. Figura dal notevole spessore umano e teologico, Davide è personaggio complesso, che ha attraversato le più svariate esperienze fondamentali del vivere. Giovane pastore del gregge paterno, passando per alterne e a volte drammatiche vicende, diventa re di Israele, pastore del popolo di Dio. Uomo di pace, ha combattuto molte guerre; instancabile e tenace ricercatore di Dio, ne ha tradito l’amore, e questo è caratteristico: sempre è rimasto cercatore di Dio, anche se molte volte ha gravemente peccato; umile penitente, ha accolto il perdono divino, anche la pena divina, e ha accettato un destino segnato dal dolore. Davide così è stato un re, con tutte le sue debolezze, «secondo il cuore di Dio» (cfr 1Sam 13,14), cioè un orante appassionato, un uomo che sapeva cosa vuol dire supplicare e lodare. Il collegamento dei Salmi con questo insigne re di Israele è dunque importante, perché egli è figura messianica, Unto del Signore, in cui è in qualche modo adombrato il mistero di Cristo.

    Altrettanto importanti e significativi sono il modo e la frequenza con cui le parole dei Salmi vengono riprese dal Nuovo Testamento, assumendo e sottolineando quel valore profetico suggerito dal collegamento del Salterio con la figura messianica di Davide. Nel Signore Gesù, che nella sua vita terrena ha pregato con i Salmi, essi trovano il loro definitivo compimento e svelano il loro senso più pieno e profondo. Le preghiere del Salterio, con cui si parla a Dio, ci parlano di Lui, ci parlano del Figlio, immagine del Dio invisibile (Col 1,15), che ci rivela compiutamente il Volto del Padre. Il cristiano, dunque, pregando i Salmi, prega il Padre in Cristo e con Cristo, assumendo quei canti in una prospettiva nuova, che ha nel mistero pasquale la sua ultima chiave interpretativa. L’orizzonte dell’orante si apre così a realtà inaspettate, ogni Salmo acquista una luce nuova in Cristo e il Salterio può brillare in tutta la sua infinita ricchezza.

    Fratelli e sorelle carissimi, prendiamo dunque in mano questo libro santo, lasciamoci insegnare da Dio a rivolgerci a Lui, facciamo del Salterio una guida che ci aiuti e ci accompagni quotidianamente nel cammino della preghiera. E chiediamo anche noi, come i discepoli di Gesù, «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1), aprendo il cuore ad accogliere la preghiera del Maestro, in cui tutte le preghiere giungono a compimento. Così, resi figli nel Figlio, potremo parlare a Dio chiamandoLo “Padre Nostro”. Grazie.

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  14. 14

    Kamella Scemì

    Saluti:

    Je salue cordialement les pèlerins francophones particulièrement les aumôniers militaires de France accompagnés de Monseigneur Luc Ravel ! Dans votre ministère parfois difficile, je vous invite à être fidèle à la liturgie des heures et à la célébration des sacrements. Puissiez-vous trouver aussi dans les psaumes la force inépuisable pour votre ministère et votre vie chrétienne ! Bon pèlerinage à tous ! Avec ma bénédiction !

    I welcome the participants in the Congress of the European Society of Clinical Neurophysiology, with good wishes for their deliberations. I greet the Catholic educators from Canada and the United States meeting in Rome. I also greet the officers of the International Association of Machinists and Aerospace Workers. My welcome goes to the American seminarians taking part in a study program in Rome, and to the novices of the Missionaries of Charity. Upon all the English-speaking pilgrims, especially those from England, Scotland, Sweden, Indonesia and the United States, I invoke God’s abundant blessings.

    Von Herzen grüße ich alle Pilger und Besucher deutscher Sprache. Möge das Buch der Psalmen uns helfen, Gott in allen unseren Lebensumständen zu loben und ihn vertrauensvoll zu bitten. Er ist unter uns mit seinem Wort und besonders durch die Gegenwart des Sohnes im Sakrament des Altares. Danken wir ihm dafür und begehen wir das morgige Fronleichnamsfest als einen Tag des freudigen Lobpreises Gottes und der Bitte um seinen Segen. Der Herr geleite euch auf allen euren Wegen.

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los grupos provenientes de España, Colombia, Venezuela y otros países latinoamericanos. Os invito a que aprendáis de los Salmos a hablar con Dios y, repitiendo la súplica de los apóstoles, Señor, enséñanos a orar, abráis el corazón para acoger la plegaria del Maestro, en la que toda oración llega a su culmen. Muchas gracias.

    Saúdo todos os peregrinos de língua portuguesa, em particular os brasileiros de Curitiba e os jovens portugueses que se organizaram sob o lema “Eu acredito” para unir seus coetâneos à volta do Sucessor de Pedro. Continuai a fazer da oração um meio para crescerdes nesta união. Cada dia, pedi a Jesus como os seus primeiros discípulos: “Senhor, ensinai-nos a rezar”! Que Deus vos abençoe!

    Saluto in lingua polacca:

    Pozdrawiam polskich pielgrzymów. Jutro przypada uroczystość Bożego Ciała. W czasie Mszy świętych w sposób szczególny będziemy przeżywać tajemnicę przeistoczenia chleba i wina w Ciało i Krew Chrystusa i przyjmować je w Komunii świętej. Podczas nabożeństw i procesji będziemy adorować Jego rzeczywistą, sakramentalną obecność pośród nas. Niech ta uroczystość rozpali w nas cześć i miłość do Eucharystii, niewyczerpanego źródła łaski. Niech Bóg wam błogosławi!

    Traduzione italiana:

    Saluto i pellegrini polacchi. Domani si celebra la solennità del Corpus Domini. Durante le Sante Messe in modo particolare vivremo il mistero della transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo e li riceveremo nella santa Comunione. Durante le funzioni e le processioni adoreremo la Sua reale, sacramentale presenza tra noi. Questa solennità infiammi in noi il rispetto e l’amore per l’Eucaristia, inesauribile fonte di grazia. Dio vi benedica!

    Saluto in lingua ceca:

    Zdravím a žehnám poutníky z České republiky, zvláště věřící z Mnichova Hradiště. Ať je váš křesťanský život patrný z hojného ovoce, především ze svědectví ryzí víry v Boha a z účinné lásky k bližnímu. Chvála Kristu.

    Traduzione italiana:

    Saluto e benedico i pellegrini provenienti dalla Repubblica Ceca, specialmente i fedeli di Mnichovo Hradiste.

    La vostra vita cristiana sia riconoscibile dai buoni frutti, innanzitutto dalla testimonianza autentica della fede in Dio e dall’amore operoso per il prossimo. Sia lodato Gesù Cristo.

    Saluto in lingua croata:

    Radosno pozdravljam sve hrvatske hodočasnike. Dragi prijatelji, okupljeni na nedjeljnom euharistijskom slavlju oko stola Gospodnjeg, hranite se Njegovim tijelom i krvlju kako biste živjeli u zajedništvu s Njime. Hvaljen Isus i Marija!

    Traduzione italiana:

    Saluto con gioia i pellegrini Croati. Cari amici, radunati intorno all’altare del Signore per l’Eucaristia domenicale, nutritevi con il Suo Corpo e Sangue affinché viviate in comunione con Lui. Siano lodati Gesù e Maria!

    Saluto in lingua slovacca:

    Zo srdca vítam pútnikov zo Slovenska, osobitne z Košíc a Vrbového.

    Milí pútnici, Kristus je cesta k Otcovi a v Eucharistii sa ponúka každému z nás ako prameň božského života. Čerpajme vytrvalo z toho prameňa. S týmto želaním žehnám vás i vašich drahých.

    Pochválený buď Ježiš Kristus!

    Traduzione italiana:

    Di cuore do un benvenuto ai pellegrini provenienti dalla Slovacchia, specialmente a quelli da Košice e Vrbové.

    Cari pellegrini, Cristo è la via che conduce al Padre e nell’Eucaristia si offre ad ognuno di noi come sorgente di vita divina. Attingiamone con perseveranza. Con questi voti benedico voi ed i vostri cari.

    Sia lodato Gesù Cristo!

    Saluto in lingua ungherese:

    Szeretettel köszöntöm a magyar zarándokokat, különösen a miskolci híveket. Az Apostolok sírjánál tett látogatásotok legyen alkalom arra, hogy megújuljatok a hitben, a reményben és a szeretetben. Szívből adom mindnyájatokra Apostoli áldásomat.

    Dicsértessék a Jézus Krisztus!

    Traduzione italiana:

    Saluto con affetto i fedeli di lingua ungherese, specialmente i fedeli provenienti da Miskolc.

    Questa visita alle tombe degli Apostoli sia per voi occasione di rinnovamento della fede, della speranza e della carità.

    Volentieri imparto a tutti voi la Benedizione Apostolica. Sia lodato Gesù Cristo!

    * * *

    Rivolgo il mio cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare accolgo con gioia i fedeli della diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa, accompagnati dal loro Vescovo Mons. Gianfranco Todisco, e li esorto ad attingete dall'Eucaristia la forza per essere testimoni del Vangelo della carità, seguendo l'esempio del conterraneo san Giustino de’ Jacobis. Saluto poi con affetto il pellegrinaggio della Congregazione Orionina proveniente da Tortona e da Roma, con l’auspicio che questo incontro sia per tutti stimolo e incoraggiamento ad essere sempre più segni eloquenti dell'amore di Dio e missionari della sua pace. Saluto la Comunità dei Figli del Sacro Cuore di Gesù, qui convenuti con il loro Pastore Mons. Claudio Giuliodori, e li incoraggio a perseverare nei buoni propositi di fedeltà al Vangelo e alla Chiesa.

    Saluto, ora, i giovani, i malati e gli sposi novelli. L’esempio e l’intercessione di San Luigi Gonzaga, di cui ieri abbiamo fatto memoria, solleciti voi, cari giovani, a valorizzare la virtù della purezza evangelica; aiuti voi, cari malati, ad affrontare la sofferenza trovando conforto in Cristo crocifisso; conduca voi, cari sposi novelli, a un amore sempre più profondo verso Dio e tra di voi.

    Domani, festa del Corpus Domini, come ogni anno celebreremo alle ore 19 la Santa Messa a San Giovanni in Laterano. Al termine, seguirà la solenne processione che, percorrendo Via Merulana, si concluderà a Santa Maria Maggiore. Invito i fedeli di Roma e i pellegrini ad unirsi in questo atto di profonda fede verso l'Eucaristia, che costituisce il più prezioso tesoro della Chiesa e dell'umanità.

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  15. 15

    Karl Heinz Treetball

    A proposito della sentenza sul crocifisso e del libro di Cardia: nessuno rimanga indifferente di fronte alla cristianofobia in Europa

    Questa sera nell’Ambasciata italiana a Mosca viene presentata la versione russa del libro di Carlo Cardia intitolato "Identità religiosa e culturale europea. La questione del crocifisso". L’iniziativa è dell’ambasciatore Antonio Zanardi Landi che aveva promosso la pubblicazione dell’originale italiano lo scorso anno quando ancora ricopriva l’incarico di rappresentante dell’Italia presso la Santa Sede. Il volume nella nuova edizione, oltre a quelle di Gianni Letta e Franco Frattini già presenti nella precedente, è arricchita dalle prefazioni dello stesso Zanardi Landi, di Adriano Dell’Asta, e di quella, che pubblichiamo qui sotto, del metropolita Hilarion, presidente del Dipartimento per le Relazioni esterne del Patriarcato di Mosca.

    L’opera del professor Carlo Cardia che viene proposta all’attenzione del lettore colpisce per la profondità delle ricerche storiche e delle moderne manifestazioni della religiosità nella vita pubblica dei popoli del continente europeo. Questo lavoro è divenuto una delle risposte scientifiche più approfondite ai quesiti posti dalla sentenza della Corte europea dei Diritti dell’Uomo che nel novembre 2009 ha qualificato l’esposizione del crocifisso nelle scuole italiane come una violazione della Convenzione europea sui diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

    Le costruttive critiche alla sentenza del 2009 riportate nel libro sono divenute uno dei fondamenti intellettuali decisivi al fine di riesaminare nel 2011 la posizione iniziale della Corte di Strasburgo. Come è noto, molti Stati europei e comunità religiose hanno appoggiato il ricorso presentato dall’Italia contro la sentenza della Corte di Strasburgo che ha tentato di ricondurre ad un denominatore comune tutta la molteplicità e la complessità dei rapporti costituitisi nei secoli sul continente tra Stato e Chiesa e fra società e religione. In quell’occasione Sua Santità Kirill Patriarca di Mosca e di tutte le Russie assunse una posizione inequivocabile, giudicando l’operato della Corte un attentato alla comune identità cristiana dell’Europa e salutò favorevolmente la decisione delle Autorità italiane di adoperarsi per rimuovere tale affronto. La posizione dei leader spirituali europei ha trovato dovuta espressione in quest’opera.

    L’impegno congiunto degli Stati europei e dei leader religiosi, il cui risultato è stato il ristabilimento della giustizia nel caso 'Lautsi contro l’Italia', ha dimostrato che i popoli europei sono disposti a difendere la propria identità cristiana, il diritto di vivere in base alla propria concezione del ruolo della fede nell’educazione dei figli e nell’edificazione complessiva di alti ideali sociali e morali. Nel libro del professor Cardia si dice che il futuro dell’Europa unita dipende proprio dalla capacità di tener conto e considerare le tradizioni e le differenze di ciascun Paese. Le ricerche condotte dall’autore vanno ben oltre l’analisi del procedimento legale. Nel libro, fra le altre cose, viene esaminato il senso teologico della crocifissione quale simbolo comune della cristianità, il suo significato come eredità spirituale dell’Europa. Nel descrivere il significato fondamentale della Croce per la cultura europea, l’autore si rivolge anche alle opere di san Filarete di Mosca.

    La sua attenzione alla cristianità ortodossa non è casuale poiché proprio nei Paesi di tradizione ortodossa fu fatto l’orribile tentativo di cancellare completamente la fede da tutti gli ambiti della vita sociale. Né la Russia né gli altri Paesi dell’Europa orientale che hanno espresso contrarietà alla sentenza della Corte europea contro l’esposizione del crocifisso nelle scuole vogliono che ciò si ripeta. Particolare attenzione nell’opera di Cardia viene dedicata ai problemi dell’edificazione di una società basata sulla concordia interreligiosa in Europa che deve rendere possibili e non reprimere le libere manifestazioni della vita religiosa. Il libro riporta argomentazioni a favore della necessita’ di considerare il contributo eccezionale dato dalla cristianità alla formazione della civiltà europea. Da tale posizione viene esaminata l’attuale prassi adottata dalla Corte europea per i diritti umani nel campo della tutela della libertà di coscienza e di opinione.

    Il libro L’identità religiosa e culturale europea. Il caso del crocifisso non perde la sua attualità anche al termine del procedimento legale relativo al caso 'Lautsi contro l’Italia'. In Europa i cristiani continuano a dover affrontare tentativi di limitazione arbitraria dei loro diritti dovuti all’abuso o alla falsa interpretazione del principio di laicità. Non solo i leader religiosi cristiani, ma neppure gli europei capaci di riflettere e che sono chiamati a comprendere e difendere la propria storia e la propria cultura devono rimanere indifferenti di fronte ai casi di cristianofobia. Se la comunità scientifica del nostro continente non perderà la capacità di produrre opere scientifiche ed artistiche del livello del lavoro del professor Carlo Cardia, ciò sarà un indubbio segno che l’Europa moderna è disposta a difendere la propria identità cristiana, operando in tal modo per il futuro di tutta la civiltà cristiana.

    Hilarion, sua Eminenza il Metropolita di Volokolamsk. Presidente del Dipartimento per le Relazioni Esterne del Patriarcato di Mosca.

    da http://www.avvenire.it Editoriale

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  16. 16

    angelomario

    Mi sono riletto tutto quanto, commenti compresi. Facevo un po' fatica a comprendere il ritmo logico dei commenti. Tutto un po' strano, come tipico di questo giornale, specialmente di questa sezione. Ma alla fine i conti tornano. Tutto sta nel credere che Dio ha tanto amato il mondo, gratuitamente, liberamente, da dare il suo Figlio, unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Questo dobbiamo credere in ognuna delle indefinite e indefinibili sfaccettature di cui si compone, e in cui si scompone, la nostra vita. Allora tutto quel che è stato scritto e segnalato nella meditazione ha un senso, un bellissimo significato. E vien voglia di leggere. E anche un po' di piangere… di gioia.

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  17. 17

    Kamella Scemì

    La corrispondenza all'amore di Dio Trinità implica un cuore che ascolti. Sua Eminenza Reverendissima, il "nostro" cardinale Gianfranco Ravasi, così scrive per il Mattutino di oggi su Avvenire:

    "Devo tutto quello che so ai giovani operai e contadini cui ho fatto scuola. Quello che loro credevano di stare imparando da me, son io che l'ho imparato da loro. Io ho insegnato loro soltanto a esprimersi mentre loro mi hanno insegnato a vivere".

    «Vi è un'età in cui si insegna ciò che si sa; ma poi ne viene un'altra in cui si insegna ciò che non si sa e questo si chiama cercare». Così scriveva un famoso pensatore e studioso francese, Roland Barthes (1915-1980). Vorrei accostare questa sua considerazione – che nel suo cuore profondo riguarda tutti e non solo gli insegnanti – alle righe che sopra ho proposto, desumendole da quel grande educatore (nel senso pieno del termine) che fu don Lorenzo Milani. Egli scriveva questa sua confessione nel libro "Esperienze pastorali" ed era il 1958. Anch'io ho alle spalle una buona parte della mia vita dedicata all'insegnamento e ancor oggi continuo a tenere conferenze. Il senso delle sue parole l'ho capito solo più avanti negli anni. Come docente, è vero, conosci più dati, sei più abile nell'argomentare; ma la verifica della verità di quello che proponi è spesso più palpitante in chi ti ascolta e ti segue. Ed è questo pubblico, a prima vista "incompetente", a condurti verso il significato ultimo della realtà. È così – come diceva Barthes – che ci si mette tutti allo stesso livello, camminando insieme nella ricerca della verità e conquistando il dono che si chiama "sapienza del cuore", quella che Salomone aveva chiesto a Dio per essere degno di governare e guidare un popolo (1 Re 3,9: «concedi al tuo servo un cuore che ascolti», cioè aperto e docile alla verità).

    Alla verità trinitaria, appunto.

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  18. 18

    Kamella Scemì

    L'amore di Dio per l'uomo, l'amore mostratoci da Gesù richiede corrispondenza.

    Su questo aspetto della relazione d'amore che dovrebbe caratterizzare il rapporto con Dio mi sembra ponga l'accento Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Gianfranco Ravasi nel Mattutino di oggi su Avvenire:

    LA TESTA SUL VASSOIO

    "Quando il testimone della verità arriva alla morte, dice a Dio: «Grazie anche per le sofferenze che mi hai dato. Grazie a te, infinito amore!». E Dio gli risponde: «Grazie a te, amico mio, per l'uso che ho potuto fare di te!».

    Anche chi non ha molta dimestichezza col greco sa che in quella lingua il «testimone» è chiamato «martire». E se vogliamo scegliere una raffigurazione simbolica esemplare che ben s'adatta alla festa che il calendario odierno propone, potremmo evocare le parole di quel grande -testimone- che fu don Primo Mazzolari: la testa di Giovanni Battista è ancor più eloquente quando è posta sul vassoio di Salomè ed Erodiade rispetto a quando era sul collo del Precursore. La voce dei martiri non tace neanche dopo la loro morte. Noi ora, con la nota sopra desunta dal Diario del filosofo danese dell'Ottocento, Soeren Kierkegaard, facciamo un passo oltre quella fine più o meno drammatica e pensiamo all'incontro tra il martire-testimone e il suo Signore. Il primo confessa a Dio che quando si agisce per amore non pesa neppure dare la vita: «se un uomo non ha scoperto qualcosa per cui è disposto a morire, non è neppure degno di vivere», diceva un altro martire, Martin Luther King. In quei momenti oscuri vibra nella fragilità umana la grazia divina con la sua efficacia potente. Il Signore, invece, ringrazia il suo fedele perché egli è stato quasi la sua voce e la sua stessa mano visibile davanti agli uomini. Il martire offre la sua libertà e la sua stessa persona all'agire di Dio. In questo si rivela la virtù teologale della fortezza che è grazia donata e impegno personale, proprio come accade nel primo martire cristiano Stefano, «pieno di grazia e di fortezza» (Atti 6,8). Allora, come dice un suggestivo proverbio indiano, «la lama della spada che colpisce il martire profuma di balsamo».

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  19. 19

    Clodoveo

    CITTA' DEL VATICANO, 24 GIU. 2011. Questa mattina il Santo Padre ha ricevuto i Partecipanti all'Assemblea annuale della Riunione delle Opere Aiuto Chiese Orientali (ROACO).

    Nel ricordare la celebrazione ieri della Solennità del Corpo e Sangue del Signore, il Santo Padre ha detto che "La Processione Eucaristica, che ho presieduto dalla Cattedrale Lateranense fino alla Basilica di Santa Maria Maggiore, reca sempre un appello all'amata Città di Roma e all'intera Comunità cattolica di rimanere e camminare sulle vie non facili della storia, tra le grandi povertà spirituali e materiali del mondo, per offrire la carità di Cristo e della Chiesa, che scaturisce dal Mistero Pasquale, mistero di amore, di dono totale che genera vita".

    "Non dimenticate mai la dimensione eucaristica del vostro obiettivo per mantenervi costantemente nel movimento della carità ecclesiale, che desidera raggiungere in particolare la Terra Santa ma anche il Medio Oriente nel suo complesso, e sostenere la presenza cristiana. Vi chiedo di fare tutto il possibile – interessando le autorità pubbliche con le quali siete in contatto a livello internazionale – perché in Oriente, dove sono nati i pastori e i fedeli di Cristo, i cristiani possano vivere non come 'stranieri' ma come 'concittadini' che testimoniano Gesù Cristo, come hanno testimoniato prima di loro i santi del passato, figli anch'essi delle Chiese Orientali. L'Oriente è a giusto titolo la loro patria terrena, dove essi sono chiamati anche oggi a promuovere, senza distinzioni, il bene di tutti, con la loro fede. Uguale dignità e una reale libertà devono essere riconosciute ad ogni persona che professa tale fede, permettendo così una più proficua collaborazione ecumenica e interreligiosa".

    "Vi ringrazio per le vostre riflessioni sui cambiamenti che stanno avendo luogo nei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, fonte di ansietà nel mondo. Grazie alle comunicazioni ricevute in questo periodo dal Cardinale Patriarca Copto-Cattolico e dal Patriarca Maronita, dal Rappresentante Pontificio in Gerusalemme e dalla Custodia Francescana di Terra Santa, la Congregazione per le Chiese Orientali e le Agenzie sono in grado di valutare la reale situazione e le conseguenze per la Chiesa e per le popolazioni di quella regione, così importante per la pace e la stabilità internazionale. Il Papa desidera esprimere la sua vicinanza, anche attraverso di voi, a coloro che soffrono e a coloro che disperatamente tentano di fuggire, accrescendo così il flusso migratorio che spesso rimane senza speranza. Prego che imminente sia la necessaria assistenza di emergenza, ma soprattutto prego che sia messa in atto ogni possibile forma di mediazione, così che si ponga fine alla violenza e si ristabilisca ovunque l'armonia sociale e la coesistenza pacifica, nel rispetto dei diritti dei singoli e delle comunità".

    Successivamente, esprimendosi in lingua tedesca, il Papa ha ricordato l'Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente, tenutasi in Vaticano l'ottobre scorso, che ha reso possibile percepire "nuovi segni nell'epoca attuale". "Ciò nonostante poco tempo dopo, nella Cattedrale siro-cattolica di Baghdad, persone indifese rimanevano vittime di un atto di violenza insensato (…) seguito nei mesi successivi da altri incidenti simili". L'auspicio del Papa è che le sofferenze di tante persone si tramutino in frutti copiosi e proficui per la fede di queste popolazioni.

    Infine Benedetto XVI ha ringraziato tutti per le preghiere e gli auguri nel 60° anniversario della sua Ordinazione sacerdotale che ricorre il prossimo 29 giugno, Solennità dei Santi Pietro e Paolo, Apostoli.

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