Tremonti: Io penso che dobbiamo cambiare e passare da un mondo dove consumo voleva dire benessere a un nuovo mondo con meno beni e con più opere pubbliche e servizi

Pubblicato da Bergamo.info il 20 novembre 2009
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TremontiIl 22 febbraio 2009 Joseph Ratzinger ricordò i due livelli della presente crisi finanziaria: quello della «macroeconomia» e quello della vita concreta delle persone che perdono il lavoro o la casa. In entrambi, ha spiegato, la Chiesa deve essere impegnata con una ragione illuminata «dalla luce della fede»: i cristiani sono chiamati ad una «denuncia ragionevole e ragionata degli errori, nella quale le ragioni concrete si fanno comprensibili».

Quattro giorni dopo Giulio Tremonti, intervenendo ad ‘Annozero’ dice che “Possiamo e dobbiamo salvare il lavoro, le famiglie e la parte buona della finanza e non le banche che sono tenute in vita solo dai governi”. E’ quanto sostiene il ministro dell’economia. “Come nelle malattie -spiega il ministro -anche nella crisi ci sono tre passaggi: diagnosi, prognosi e cura. Se fai la cura a casaccio sbagli”. Tremonti entra quindi nel dettaglio. La malattia “è nella globalizzazione per come è stata fatta e ha creato una catena di disastri che stiamo vedendo”. La prognosi è che “possiamo venirne fuori”. La cura è “semplice e gratuita. E’ la verità, avere il coraggio di dirla. Non devi leggere i libri di economia ma la Bibbia, dove c’è la separazione tra buono e cattivo”.

Parole dure, quasi come fosse il leader di una sinistra e non il ministro delle finanze di un primo ministro che ritiene che i consumi siano da considerasi ancora come il principale freno alla crisi.

Forse siamo ad una svolta storica: la contrapposizione tra la destra liberista, capitalista e consumista da un lato e, dall’altro lato, la sinistra dirigista, assistenzialista e statalista, non sembra avere più senso. Forse abbiamo trovato la terza via per la gestione economica e sociale del nuovo mondo. Un via che prende il meglio da entrambe le vecchie ideologie che hanno mostrato tutti i loro limiti.

Un mondo dove potrebbe anche essere stravolto il concetto di welfare per aspirare ad una società dove la pensione non venga più erogata ma dove tutti possano godere di tutto quel poco che è necessario per una vita dignitosa. Noi crediamo la pensione, cioè un contributo in denaro a chi esce dal mercato del lavoro non potendo più svolgere le mansioni che hanno dato un senso a gran parte della propria vita, non possa essere considerato come un premio, un traguardo ma piuttosto un umiliazione, un magra consolazione di scarso valore educativo che possa solo esaltare quello stato assistenzialista che è stato e continua ad essere la rovina del nostro paese e, in particolare, delle nostro mezzogiorno. Noi siamo certi che tutti i disoccupati figli di questa crisi e tutti i sotto occupati che vivacchiano nelle stato e nel para stato possano e debbano trovare la loro occupazione nel costruire quelle opere pubbliche e nel creare quei servizi per garantire a tutti i cittadini il massimo della qualità nel poco che è loro indispensabile per vivere, partendo, naturalmente dalla garanzia di un’assistenza sanitaria ineccepibile e di un’istruzione che sia capace di garantire la necessaria consapevolezza a tutti.

Lo Stato, secondo il principio di sussidiarietà, dovrà dettare regole rigide e forti senza mai cadere nella tentazione di sostituirsi ai privati ed accettando le regole del capitalismo che non dovrebbe avere niente a che vedere con il consumismo.

Ma allora viva questa crisi: forse consumeremo meno ma staremo tutti meglio.

Giuseppe Allevi

Autore articolo: Bergamo.info

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