Anche Bergamo deve ritrovare nuove realtà industriali: i tempi in cui Nello Pezzoli inventò i famosi telai che hanno reso famosa l’industria meccano tessile nel mondo sono storia ormai troppo lontani. Servono nuove soluzioni industriali da vendere all’estero per bilanciare la crescita delle nuove realtà globali come la Cina. L’export cinese verso il resto del mondo sta registrando crescite vertiginose (20% per il 2010), ma non serve guardare troppo lontano per vederne gli effetti: basta guardare la velocità con cui nelle città italiane aprono store cinesi di ogni genere.
Lo scenario economico mondiale è mutato radicalmente: la crisi economica ha ormai spodestato gli Stati Uniti dal loro ruolo di leader economico mondiale portando alla nascita di nuovi mercati che muovono l’economia mondiale. Il mercato asiatico, un tempo caratterizzato da un’enorme produzione di prodotti a bassa qualità ha ormai raggiunto la qualità europea.
Inutili le lamentele e le richieste di improbabili quanto anacronistiche politiche protezionistiche, l’Italia deve reagire all’esplosione dell’economia cinese assecondandola, cercando di superare il generale clima di sfiducia per arrivare ad adeguare il suo sistema economico-industriale e poter così continuare a promuovere il made in Italy. Made in Italy ed export verso la Cina che dalle ultime rivoluzioni monetarie internazionali (Yuan flessibile a fronte dell’euro debole) subisce un notevole impulso. Le esportazioni italiane infatti pur registrando un netto miglioramento (+ 20% rispetto all’anno scorso) non riescono a portare al pareggio del saldo commerciale che continua ad essere molto negativo.
L’ITALIA DELLE IMPRESE: DINAMICHE E DISILLUSE
A cura di Daniele Marini fondazione Nord Est
Dinamiche e disilluse. Reattive di fronte alla crisi, cominciano a intravedere primi spiragli positivi per tornare a risalire dopo la grande caduta, ma sono meno fiduciose nei confronti dell’ambiente istituzionale ed economico che le circonda. Potrebbe essere condensata in questo modo l’Italia delle imprese del 2010, così come emerge dal nono rapporto nazionale sul sistema produttivo italiano realizzato dalla Fondazione Nord Est per UniCredit Corporate & Investment Banking –Il Sole 24 Ore. La crisi fa sentire ancora i morsi sull’economia nazionale, ma quest’anno e mezzo di difficoltà profonda hanno sospinto le imprese ad accelerare un processo di trasformazione che, seppure lentamente, aveva già preso avvio in precedenza. Un clima d’incertezza diffuso avvolge ancora le prospettive degli imprenditori interpellati: oltre la metà (52,7%) ritiene che la crisi durerà almeno un altro anno e mezzo e che veri spiragli di ripresa si conosceranno solo a partire dal 2012. Tuttavia, il clima economico complessivo appare mutato anche solo rispetto allo scorso anno. I saldi di opinione sulle prospettive per il prossimo semestre tornano in campo positivo per le singole imprese e nei confronti dei mercati internazionali. Mentre rimangono negativi per il mercato interno regionale e nazionale, sebbene in una misura inferiore rispetto alla rilevazione del 2009. Come a dire che le possibilità di ripresa si potranno avere, almeno nel breve, solo guardando oltre confine, oltre UE, perché la domanda interna rimane ancora troppo fiacca per sostenere lo sviluppo. Sotto questo profilo, lo scenario generale che gli imprenditori prevedono come probabile si compone di due elementi fondamentali: da un lato, emergeranno modelli di consumo nuovi, diversi dai precedenti e sarà necessario attrezzarsi per coglierli tempestivamente; dall’altro, il percorso della ripresa richiede una maggiore produttività e ciò significherà che, diversamente da altre occasioni, non vi sarà un proporzionale coinvolgimento dell’occupazione. Ciò richiederà una revisione complessiva del sistema di welfare, oltre a forme contrattuali più ancorate ai territori e alle aziende, più flessibili e articolate al fine di evitare la creazione di sacche di disoccupazione o di penalizzare le giovani generazioni, come ha sottolineato recentemente anche il Governatore della Banca d’Italia.
In questo contesto, l’Italia delle imprese non è rimasta inerte, in attesa che qualche segnale positivo dall’esterno si manifesti. Anzi, sta affrontando questo contesto incerto complessivamente in modo dinamico, cercando di aggredirlo come può. Le strategie emergono analizzando le azioni intraprese e gli orientamenti delle imprese, che evidenziano alcuni aspetti interessanti:
1 – La competizione internazionale premia gli orientamenti volti a fare sistema fra le imprese. Dopo che per anni la propensione ad agire da soli per ricercare un maggiore livello di competitività è cresciuta progressivamente anno dopo anno (dall’11,9% del 2003, al 31,6% del 2009), la crisi sembra imporre un ripensamento (27,4%). Torna l’idea che per presidiare e conquistare i mercati sia necessario individuare forme di collaborazione, dai consorzi, alle acquisizioni, alle molteplici forme di aggregazione e di partnership (64,0%). In questo senso, più che aprirsi all’ingresso di nuovi capitali (18,5%), è la strada di una ricapitalizzazione (40,2%) a essere individuata come fondamentale.
2 – I processi di innovazione, in senso ampio, sono il percorso principale che viene perseguito. Poco meno della metà fra gli interpellati (48,7%) ha mantenuto gli investimenti nonostante la crisi e il 30,9% ne ha progettati di nuovi. Due imprese su tre (62,1%) hanno fatto innovazioni di prodotto e la metà (51,6%) di processo nell’ultimo triennio. Fra quelle che hanno realizzato innovazioni di prodotto, il 41,3% ha introdotto nuovi prodotti avviando così una modifica radicale della propria offerta. L’aspetto interessante, sotto questo profilo, è che i processi di innovazione non interessano o coinvolgono esclusivamente le singole imprese, ma tendono a costituirsi come forme di cooperazione all’interno del sistema produttivo: poco meno della metà (48,5%) le ha realizzate con il coinvolgimento dei propri fornitori. Il 42,1% le ha concepite assieme ai propri clienti. Soltanto il 16,2% ha trovato nel sistema universitario e dei centri di ricerca un partner con cui dialogare, confermando l’annoso problema del rapporto fra economia e mondo della ricerca. L’innovazione, dunque, è un processo i cui riverberi travalicano le mura della singola impresa e coinvolgono il territorio e le reti di relazione. Ma l’innovazione si accompagna anche alla formazione dei propri dipendenti (68,3%, al netto di quella utilizzata per la Cig), meno per i manager (35,1%). Il capitale umano, quindi, è un aspetto fondamentale sul quale investire, poiché è attraverso di esso che le innovazioni possono trovare compimento.
3 – I processi di internazionalizzazione e l’apertura ai mercati esteri costituiscono sempre un punto di forza del sistema produttivo. Nonostante la fase recessiva, la quota di imprese che hanno saputo presidiare i nuovi mercati rimane complessivamente sostanzialmente inalterata, sebbene con diversità territoriali (40,1%). Il Nord Est si caratterizza una volta di più per l’area maggiormente vocata (52,9%), assieme al Nord Ovest (45,8%), mentre le altre aree del nostro Paese vedono aumentare le proprie difficoltà (Centro: 38,0%; Sud e Isole: 25,9%). Aumenta la strategia volta a presidiare i mercati esteri, ben più che a delocalizzare, senza che per questo motivo vengano chiusi gli stabilimenti in Italia (3,1%), anche se i processi di riorganizzazione abbiano visto aumentare la quota di lavoratori espulsi dalle aziende (17,0%, era il 2,6% nel 2009). Presidiare i mercati esteri significa anche riuscire ad arrivare al cliente finale con un servizio o un prodotto personalizzato. Ecco, allora, che il 15,8% di quanti si sono aperti alle relazioni internazionali dispongono di una rete di filiali commerciali e il 36,5% ha una rete di agenti all’estero. Aumenta poi l’utilizzo di fornitori esteri per la propria produzione, a indicare quanto si stiano allungando le reti e le filiere delle imprese anche oltre il confine. Rimane un problema di fondo che, con la crisi, appare ulteriormente accentuato: aumenta la quota di imprese che si proiettano sui mercati esteri da sole (53,7%, era il 48,9% nel 2009). Sicuramente, la crisi spinge le imprese a una sorta di mobilitazione individualistica, senza attendere le tradizionali (e spesso burocratiche) programmazioni che allungano i tempi e le possibilità di cogliere le domande dei mercati emergenti. Ciò non di meno, il problema dell’assenza di un sistema-paese in grado di aiutare le Pmi a proiettarsi su nuovi mercati rimane una questione ancora in larga misura irrisolta.
4 – I distretti industriali continuano a mantenere un ruolo fondamentale nel nostro sistema produttivo. Ma appaiono in profonda trasformazione. In primo luogo, sotto il profilo strutturale, in virtù dei processi di internazionalizzazione e della costruzione di filiere produttive all’estero. Il distretto allarga e allunga le proprie reti di relazioni, penalizzando quelle imprese (tendenzialmente le più piccole) che non sanno o non possono cogliere le opportunità e le richieste delle colleghe più strutturate. Il distretto che si “dislarga” a causa delle imprese più consolidate aperte alle relazioni internazionali, quindi, non si autodistrugge, perché le stesse continuano a insistere sul medesimo territorio. Ma muta il senso e l’intensità delle relazioni all’interno del sistema. Tant’è che gli stessi imprenditori prevedono che, nonostante la crisi, il ricorso a fornitori esteri rimarrà stabile (39,3%) o aumenterà progressivamente (38,1%). In secondo luogo, ciò che muta all’interno dei distretti è la dimensione “informale”, la fiducia fra gli operatori economici e la conseguente cooperazione. Il 53,2% degli imprenditori ritiene che nei prossimi anni diminuirà la fiducia fra le imprese, il 70,9% si attende una progressiva formalizzazione dei rapporti, l’81,0% intravede un peso crescente delle imprese leader nel processo decisionale. Quindi, la crisi trasformerà i sistemi di relazione rendendoli più selettivi, formalizzandoli e verticalizzandoli. Probabilmente, ciò non significherà la scomparsa dei distretti, poiché le culture del lavoro, le competenze professionali, le reti di relazioni consolidate non sono replicabili in contesti diversi o riproducibili in vitro. Nello stesso tempo, per mantenere una forte competitività richiederà un processo di ridefinizione, nuovi sistemi di regolazione interna e nei rapporti con il territorio e le istituzioni locali.
5 – L’Italia delle imprese è disillusa, disincantata. Si abbassa notevolmente il livello di fiducia nei confronti di tutte le istituzioni, tranne che per il Presidente della Repubblica Napolitano (59,2%), unico a rimanere ai medesimi livelli del 2009 (61,9%). Tutti gli altri enti politici, istituzionali, associativi, economici, conoscono un calo di fiducia significativo. Gli stessi piccoli e medi imprenditori, pur godendo di un orientamento positivo di tre interpellati su quattro (76,1%), conoscono una saldo negativo di 6 punti rispetto al 2009. Si tratta, a ben vedere, di un effetto indotto dalla perdurante crisi. Bisogna tornare al 2005 per ritrovare una perdita di fiducia simile. Tuttavia, questa del 2010 è più profonda per la sua intensità. Come se l’Italia delle imprese percepisse una sorta di solitudine di fronte alle difficoltà in cui si dibatte. O, peggio, ritenesse di non potere fare più affidamento nelle istituzioni. Al punto che nei confronti del Governo il livello di consenso scende al 33,9%, registrando una perdita di 22,8 punti percentuali (era il 56,9% nel 2009), una quota assai prossima a quanto registrato nell’ultimo anno del precedente Governo Berlusconi (30,7% nel 2005, dopo 5 anni). Un’ulteriore conferma del clima di disillusione degli imprenditori, si registra nelle valutazioni circa le politiche dell’esecutivo. Un’ampia maggioranza valuta positivamente quanto fin qui realizzato per l’utilizzo degli ammortizzatori sociali (66,0%) e sul modo in cui è stata gestita la crisi (59,1%). Tuttavia, dal federalismo, alle infrastrutture, dalle liberalizzazioni, al fisco e agli studi di settore, dalla Pubblica Amministrazione fino al problema del credito alle imprese, assegnano valutazioni largamente negative e in deciso calo rispetto allo scorso anno.
6 – È possibile provare a tracciare un profilo complessivo delle imprese e delle loro strategie di fronte alla crisi. Attraverso opportune elaborazioni1, abbiamo considerato alcune dimensioni fondamentali dell’azione imprenditoriale (la disponibilità all’apertura a capitali terzi, alle forme di alleanze, l’internazionalizzazione, l’innovazione) coniugandole con alcune variabili strutturali (essere in un distretto, la dimensione, la localizzazione, il settore, il titolo di studio). Ne sono emersi quattro profili prevalenti che aiutano a definire gli orientamenti strategici delle imprese in questa fase critica:
6.1 – Le PMI “velociste”: rappresentano un quinto delle interpellate (20,3%). Si tratta prevalentemente di imprese di dimensioni contenute (20-99 dipendenti), molto agili sul mercato che in questi anni hanno fatto significativi investimenti in innovazioni di processo e di prodotto. Sono fortemente proiettate sui mercati esteri, pur mantenendo una collocazione nei distretti industriali. Sono molto propense a realizzare forme di partnership con altre colleghe, ma assai poco disponibili a favorire un ingresso di capitali terzi. Sono collocate in prevalenza nel Nord Est e i loro titolari possiedono un titolo di studio molto elevati.
6.2 – Le Grandi imprese “passiste”: costituiscono il 18,5% degli intervistati. In questo caso, sono imprese di dimensioni più grandi (oltre i 50 dipendenti) che negli anni precedenti hanno fatto investimenti in innovazione in modo contenuto, relativamente proiettate sui mercati esteri, in prevalenza del settore industriale. Sono propense a realizzare forme di alleanze con altre imprese e ad aprirsi a capitali terzi. Sono per lo più collocate nel Centro e nel Mezzogiorno.
6.3 – Le Micro imprese “titubanti”: rappresentano un terzo del campione (36,6%). Hanno prevalentemente dimensioni alquanto contenute (10-19 dipendenti), collocate al di fuori di aree distrettuali e nel Mezzogiorno. Appartengono per lo più al settore dei servizi, con scarsa propensione all’innovazione, con un mercato totalmente domestico, poco disponibili ad aprirsi a capitali terzi, ma molto orientate a ricercare partnership per uscire dalle difficoltà in cui si trovano;
6.4 – Le Micro imprese “solitarie”: sono il 24,6% fra gli interpellati. Anche in questo caso abbiamo a che fare con imprese di taglia piccola (10-49 dipendenti), il cui mercato prevalente è quello locale, collocate nei distretti produttivi. Non hanno realizzato recentemente processi di innovazione, né sono propense a forme di alleanze fra imprese, né tanto meno ad accettare l’ingresso di capitali terzi. I titolari hanno in prevalenza un titolo di studio basso, sono collocate in prevalenza nel Nord Ovest e appartengono trasversalmente al settore industriale e del commercio.
Ancora una volta le PMI, in particolare, e le imprese più strutturate dimostrano una vitalità e una reattività che fa ben sperare per il futuro. Una parte non marginale del sistema produttivo, tuttavia, vive ancora una situazione di difficoltà. Una parte di esso sta cercando di sortirne positivamente, un’altra denuncia un forte affannamento. Su tutto, però, pesa un clima di disincanto e disillusione verso le istituzioni che sicuramente non aiuta le imprese. Realizzare rapidamente alcune riforme, sostenere l’Italia delle imprese nello sforzo dell’innovazione, dare anche segnali di coesione sociale e istituzionale che indichino la strada che il Paese intende intraprendere costituirebbe la vera iniezione di fiducia.
Il profilo dell’Italia delle imprese secondo le loro strategie:

INTERNAZIONALIZZAZIONE: LE TENDENZE
A cura di Carlo Bergamasco fondazione Nord Est
Il 2010, anno culmine della crisi economica in Italia e in Europa, mostra un arretramento molto contenuto della presenza delle imprese italiane sui mercati internazionali. Complessivamente, il 40,2% di esse dichiarano di essere attive all’estero, dato in calo lieve rispetto al 2009 (-1,7%). 
L’esito appare almeno in parte coerente con l’andamento più recente del commercio internazionale, che mostra una ripresa della crescita dalla fine del 2009. Processo che, in base alle attese, dovrebbe consolidarsi nell’anno in corso. La Commissione europea prevede, infatti, per l’Europa a 27 una crescita nel 2010 del 2,1% delle esportazioni e dell’1,1% delle importazioni, dopo che nel 2009 le prime erano scese del 13,8% e le seconde del 13,3%. Andamento simile anche sul piano globale, dove L’Organizzazione Mondiale per il Commercio prevede una crescita del 9,5% del commercio mondiale nel 2010.
Dopo il picco toccato nel 2007, quando quasi un’impresa su due (47%) affermava di essere internazionalizzata, il calo è stato progressivo (-6,8%), fino all’attuale 40,2%. In Italia l’arretramento della presenza delle imprese all’estero, sebbene contenuto, pare dunque configurarsi come un processo in corso già prima dell’inizio della crisi finanziaria globale. Differenze notevoli sul grado di internazionalizzazione emergono ripartendo le aziende per aree territoriali. Risulta attivo all’estero il 52,8% delle aziende del Nel Nord Est, contro il 45,8% di quelle del Nord Ovest, il 38,0% di quelle del Centro e il 25,9% di quelle del Sud. Passando poi alla divisione delle aziende per settori produttivi emerge la lieve prevalenza delle imprese industriali, internazionalizzate per il 43,9%, su quelle commerciali, non troppo dissimili con il 42,5%. Distanti per presenza sui mercati extraitaliani sono invece le realtà dei servizi (29,2%).
Andando poi alle classi dimensionali si nota come quasi una su tre tra le aziende più piccole (10-19 addetti) sia attiva all’estero. Spicca maggiormente, tuttavia, la performance delle aziende con un numero di dipendenti tra 20 e 49, che arrivano in questo ambito al 46,7%. Un livello di apertura ai mercati esteri poco inferiore a quello delle aziende più grandi e strutturate, al 56,1% tra 50 e 99 addetti e al 54,3% con più di 100 dipendenti. Proseguendo nel tracciare il profilo delle aziende internazionalizzate, si nota come il 58,1% di esse si collochi all’interno di un distretto industriale, contro il 37,0% che invece è localizzato in un diverso contesto territoriale.
Nelle imprese attive all’estero si riscontra una propensione all’innovazione nettamente superiore. Il 53,8% delle internazionalizzate dichiara, infatti, di avere attivato innovazioni sia rispetto al prodotto che al processo, mentre il 35,7% solo rispetto a uno di questi due fattori. Un quarto delle aziende internazionalizzate (25,2%) non ha invece avviato alcuna forma di innovazione. Comportamento che, per contro, tra le non attive all’estero riguarda quasi il triplo delle aziende (70,2%). Va segnalato che, nel novero delle imprese che si dichiarano internazionalizzate, ve ne sono alcune che hanno un volume d’affari fuori dall’Italia molto contenuto o anche sporadico. Quelle che affermano di realizzare una quota rilevante del proprio fatturato (almeno il 10%) grazie a commerci realizzati al di fuori dell’Italia sono il 28,9% del campione. Si tratta di aziende che hanno una presenza all’estero più stabile e strutturata rispetto a quelle debolmente internazionalizzate (11,3%). A conferma di ciò, si nota come sia il 45,4% delle realtà fortemente attive all’estero ad affermare di avere una rete di agenti all’estero, contro solo il 18,1% di quelle debolmente internazionalizzate. Per quanto riguarda le modalità di internazionalizzazione, la più diffusa è la vendita di prodotti e servizi all’estero, prerogativa dell’86,7% delle aziende che si dichiarano internazionalizzate. Risulta maggiormente diffusa tra le imprese dell’industria (91,0%), meno invece tra quelle del commercio (72,7%).
La seconda forma più diffusa di rapporti con l’estero concerne il ricorso a fornitori esteri, che nel 2010 raggiunge il 70,3%, mostrando una leggera crescita rispetto al 2009 (+3,7%). È piuttosto forte la differenza rispetto a tale pratica comparando i settori delle imprese, con il commercio (83,9%) che in tale ambito è decisamente più esposto dell’industria (69,7%) e di servizi e altri settori (58,9%). La ricerca di fornitori fuori dall’Italia sembra inoltre più accentuata nel Sud e Isole (74,1%), meno nel Centro (64,6%). Andando poi alle dimensioni delle imprese, il ricorso a questa pratica si mostra funzionale al numero di addetti, con le grandi imprese più orientate su un mercato internazionale della fornitura. Passando poi alle forme di rapporti con l’estero legate alla commercializzazione del prodotto, emerge come il 36,5% delle aziende sia dotata di una rete di agenti fuori dall’Italia (monomandatari, oppure plurimandatari), mentre il 15,9% si è strutturata in alcuni mercati in maniera più stabile attraverso una rete di filiali commerciali. Da notare come quest’ultima scelta sia stata adottata in misura superiore dalle aziende del Sud e Isole (21,4%) e del Centro (21,2%), molto meno nel Nord Ovest (9,9%). In generale, poi, sono le imprese industriali quelle più strutturate sul piano commerciale, sia rispetto alla dotazione di una rete di agenti (40,2%) che di filiali (18,0%). Entrambe le opzioni risultano crescere all’aumentare delle dimensioni del’azienda, aspetto correlato alle capacità delle realtà più grandi di investire e strutturarsi anche oltre confine.
Le forme di internazionalizzazione che comportano la produzione effettuata direttamente all’estero risultano sostanzialmente costanti per diffusione nel 2010, rispetto a quanto registrato nell’anno precedente. La commissione di produzione e servizi a un’azienda terza localizzata all’estero è stata adottata dal 31,5% delle aziende internazionalizzate, la produzione in strutture preesistenti dal 12,4% e l’apertura di un nuovo stabilimento dal 10,8%. Queste ultime due modalità, espressione di una scelta di radicamento stabile su un mercato estero, si riscontrano maggiormente tra le imprese del Nord Est, nel caso sia stata rilevata una struttura già precedentemente in uso (16,8%), nel Centro, quando invece ne è stata realizzata una nuova (16,8%). Va notato come le imprese del settore “altri”, seppure, come precedentemente osservato, risultino aperte ai mercati esteri in misura inferiore rispetto agli altri settori, affermino di avere adottato più frequentemente sia la commissione della produzione (41,1%, contro 35,2% per il commercio e 27,9% per l’industria), che l’apertura di uno stabilimento ex novo (15,6% contro 11,4% dell’industria e 4,6% del commercio). In maniera ancora più accentuata che per altre modalità di rapporti con l’estero, nel caso della produzione delocalizzata, sono le imprese più grandi a essere più attive, soprattutto per l’onerosità di investimenti di questo genere. Conseguentemente, l’apertura di uno stabilimento ex novo, verosimilmente la più onerosa tra le tre modalità di delocalizzazione descritte, si attesta sull’1,9% dei casi tra le imprese più piccole (10 e 19 addetti), ma raggiunge il 35,6% tra quelle con più di 100 dipendenti.
Passando ora a descrivere gli effetti che le operazioni di delocalizzazione hanno comportato per le aziende che le hanno adottate, si nota un aumento piuttosto marcato di chi afferma di avere proceduto a un forte ridimensionamento dell’organico nei propri stabilimenti in Italia: il 16,8% delle aziende che hanno aperto stabilimenti all’estero, +14,2% rispetto al 2009. Il dato, se associato alla crescita del ricorso ai fornitori esteri descritto precedentemente, sembrerebbe indicare una ricerca da parte di alcune imprese di costi più competitivi sui mercati esteri rispetto


















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