Le industrie bergamasche: spesso troppo piccole

Pubblicato da Bergamo.info il 27 luglio 2010
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luce-in-fondo-al-tunnelL’unione fa la forza e abbatte i costi: anche a Bergamo molte aziende dovrebbero pensare  di aggregarsi per cercare di raggiungere quelle dimensioni che consentirebbero di competere sui mercati internazionali. Lo studio di questi processi di aggregazione è spesso agevolato anche dalla possibilità di accedere a finanziamenti a fondo perduto che, purtroppo, troppo spesso, vengono snobbate dalle imprese.

 

 ALLEANZE FRA IMPRESE E CAPITALIZZAZIONE

 

 

Fondazionenordest

A cura di Silvia Oliva fondazione Nord Est.

La crisi sembra aver almeno in parte mitigato la voglia di autonomia degli imprenditori italiani che si mostrano, viceversa, più orientati verso strategie di fusione per garantire la competitività delle piccole e medie imprese. In questo contesto, rimane fortemente prevalente la quota di chi ritiene non opportuno o non applicabile alla propria realtà l’apertura di capitali a terzi; mentre il 40,2% delle imprese ritiene sia necessaria o ha già avviato la propria ricapitalizzazione per assicurarsi la capacità di stare sul mercato. Per la prima volta dal 2003 la quota di imprese che indicano lo stare da soli sul mercato come strategia vincente per le piccole e medie imprese perde appeal tra i titolari di azienda. Nella precedente rilevazione a indicare come prioritaria per la competitività questa strada erano il 31,6%; oggi, dopo un anno di intensa difficoltà che ha fatto emergere importanti criticità soprattutto per le imprese più piccole, un orientamento volto a fare da sé ottiene “solo” il 27,4%. La scelta più gettonata rimane ancora quella delle aggregazioni (41,2%). Acquista punti l’ipotesi di realizzare fusioni tra imprese (da 16,7% a 22,7%) che costituisce senza dubbio una strada per condividere in modo definitivo risorse, competenze e strutture. Infine, si conferma al 3,7% la quota di titolari che ipotizza come soluzione per la competitività quella della cessione dell’attività. Nord Est e Centro presentano un quadro di priorità coerente con il complesso del campione. Viceversa, nel Nord Ovest è più rilevante la scelta di stare da soli sul mercato (33,5%) mentre nel Sud e nelle Isole è più diffusa la propensione alle aggregazioni (49,5%) e all’ipotesi di cedere l’attività ad altri (7,5%). A livello di settori quello dei servizi coglie in misura più rilevante la difficoltà di rimanere competitivi restando soli e dichiara in un caso su due che la strada migliore è quella della collaborazione tra imprese. Sebbene emerga una volontà generalizzata di aggregazione, nella realtà risulta poi difficile per gli imprenditori prendere parte concretamente a tali esperienze.

Secondo la maggioranza del campione la strada più indicata per favorire la collaborazione tra imprese è quella dell’introduzione di incentivi e sgravi (41,2%), seguita dalla semplificazione degli adempimenti burocratici (29,4%). Sebbene minoritaria è interessante cogliere anche la sollecitazione che emerge da parte di un quinto del campione circa la necessità di un cambiamento culturale degli imprenditori. La fase di crisi in atto mette anche in luce la necessità di reperire nuovi capitali per lo sviluppo dell’impresa e quella di rendere più solide le posizioni finanziarie e di indebitamento delle stesse. Per questo si è sondata la disponibilità degli imprenditori italiani ad aprire il proprio capitale a terzi e a procedere con la ricapitalizzazione. Sulla disponibilità ad aprirsi a capitali di terzi  non si registrano sostanziali differenze da quanto rilevato nell’indagine svolta nel 2009: l’81,5% dichiara che questa strada non sia opportuna o non sia applicabile alla propria impresa. Il rimanente 18,5% si dichiara disponibile o ha già adottato questa scelta. Tale posizione sembra essere condivisa trasversalmente in tutti i territori e in tutti i settori considerati. Invece, sale l’apertura tra le imprese più grandi a partire dalla soglia dei 50 addetti. Sopra i 100 addetti, è particolarmente rilevante la quota di chi ha già aperto il capitale a terzi (16,0%). Sul tema ricapitalizzazione quattro imprese su dieci ritengono che sia necessaria per restituire competitività all’azienda. La consapevolezza dell’esigenza di ricapitalizzazione appare leggermente più diffusa a Nord Est (45,5%) e tra le imprese con più di 50 addetti. Sopra tale soglia, infatti, cresce la quota di chi ha già realizzato tale percorso: il 27,2% tra i 50 e i 99 addetti e il 36,2% sopra i 10 addetti.

Disponibilità all’aggregazione, apertura del capitale a terzi e scelta di procedere alla ricapitalizzazione sono elementi di una nuova cultura di impresa che tiene conto delle nuove esigenze di competitività che stanno emergendo nel contesto economico e produttivo. Osservando le risposte degli imprenditori italiani rispetto alle loro caratteristiche personali – genere, età, titolo di studio – non si rilevano differenze tali da poter definire una categoria di imprenditore maggiormente disponibile ad assumere in toto tali comportamenti. Tuttavia, rispetto ai singoli argomenti emergono atteggiamenti specifici. Ad esempio, la propensione ad agire da soli sul mercato è maggiore tra gli imprenditori con la sola scuola dell’obbligo (38,8%) e inferiore tra chi possiede almeno una laurea (19,2%). Rispetto all’apertura del capitale a terzi i più disponibili appaiono i titolari con più di 65 anni, probabilmente pronti a intraprendere un passaggio della proprietà a nuovi soci, e i laureati (26,2%). Infine, l’esigenza di procedere con la ricapitalizzazione coinvolge maggiormente gli imprenditori sopra i 55 anni e quelli con il solo titolo della scuola dell’obbligo (46,5%).

 

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Autore articolo: Bergamo.info

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