Langue la ricerca scientifica e tecnologica

km rossoMolti gli spazi fisici dedicati nella bergamasca alla ricerca (Kilometro Rosso e Servitec) ma l’impressione è che la vera innovazione avvenga grazie alla caparbietà di piccoli imprenditori che avrebbero solo bisogno di non essere schiacciati dalla burocrazia e dal fisco. Allevi

Da una ricerca effettuata dall’osservatorio sui brevetti risulta che il nostro paese si dimostra più incline ad un’innovazione di tipo creativo oppure orientata alla tutela delle imprese piuttosto che ad un’innovazione orientata alla ricerca scientifica e tecnologica. I paesi maggiormente orientati all’innovazione risultano essere gli Stati Uniti, con il 18,8% del totale domande, la Germania che raggiunge il 16,8% e la Gran Bretagna con l’11,8%. L’Italia segue con una quota dell’8,5% risultando così all’ottavo posto tra le 12 nazioni più industrializzate per numero di brevetti europei depositati.

Lo svantaggio in termini di innovazione rispetto agli altri paesi europei si è accenutato in questi ultimi anni  di crisi economica di cui, una delle maggiori vittime è risultata essere l’innovazione: molte imprese italiane con l’avvento della crisi globale hanno infatti cessato ogni investimento in innovazione. La forzata necessità di effettuare tagli sui costi, deve nel limite del possibile evitare di colpire la capacità innovativa delle imprese e anzi incentivarne  un sempre maggiore sviluppo, perchè è qui che risiede la possibilità di una ripresa futura.

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L’INNOVAZIONE IN TEMPI DI CRISI

FondazionenordestA cura di Gianluca Toschi fondazione nord Est

Nonostante la crisi più di tre imprese su dieci (30,9%) dichiarano di aver mantenuto gli investimenti in innovazione che avevano in corso prima del brusco rallentamento dell’economia e di averne progettati di nuovi. La metà delle imprese (48,7%) non ha “rilanciato”, ma ha comunque confermato gli impegni; il 20,4% delle imprese ha invece bloccato tutti gli investimenti in innovazione. Tra le imprese che hanno deciso di confermare gli sforzi finalizzati all’innovazione e di progettarne di nuovi risultano più presenti rispetto alla media quelle di dimensioni maggiori (49,4% nella fascia 100 e più addetti e 43,7% in quella 50-99 addetti) quelle del Nord Ovest (38,5%) e le imprese che hanno imboccato la via  dell’internazionalizzazione (38,4% tra quelle debolmente internazionalizzate, e 37,0% tra quelle fortemente internazionalizzate). Tra le imprese che hanno invece deciso di bloccare gli investimenti in corso, percentuali più elevate rispetto al dato generale si riscontrano tra quelle localizzate nel Sud e Isole (26%) e tra quelle di piccola dimensione (25,6% nella classe 10-19 addetti). I risultati appaiono in linea, e in alcuni casi migliori (aumenta la percentuale di chi progetta nuovi investimenti) con i dati rilevati nell’ottobre 2009 su un campione di 1.016 imprese del Nord Est.

Percentuali più elevate di imprese che hanno deciso di progettare nuovi investimenti si riscontrano anche tra le imprese che abbiamo definito “PMI velociste” (38,8%) e tra gli “Innovatori” (41,3%) che sono le imprese che negli ultimi tre anni hanno investito sia in innovazione di prodotto che di processo. Il dato, apparentemente  contraddittorio, relativo ai “non innovatori5” che nel 20,5% dei casi hanno mantenuto gli investimenti in corso e ne hanno progettati di nuovi è dovuto al fatto che l’innovazione di prodotto e di processo non esaurisce le possibili forme di innovazione che possono estendersi, ad esempio, anche al campo del marketing e dell’organizzazione6, ambiti di innovazione che non sono stati censiti nel presente lavoro.

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È stato poi possibile mappare le scelte di investimento in innovazione di processo e di prodotto effettuate dalle imprese italiane negli ultimi tre anni. Per innovazione di prodotto si intende l’introduzione di un bene o di un servizio che è nuovo o significativamente migliorato nelle proprie caratteristiche di utilità. Per innovazione di processo si intende l’adozione di un nuovo (o significativamente migliorato) sistema di  produzione o di distribuzione.

Il 38,7% delle imprese ha introdotto sia innovazioni di prodotto che di processo, il 23,4% si è limitata a quelle di prodotto e il 13% a quelle di processo. Il restante 24,9% non ha introdotto alcuna innovazione.

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Negli ultimi tre anni il 62,1% delle imprese italiane ha introdotto innovazioni di prodotto. Una maggior propensione a questo tipo di innovazione viene evidenziata dalle imprese fortemente internazionalizzate (78,2%), dalle “PMI velociste” (73,1%) e dalle imprese di dimensione maggiore (72,8% tra quelle che hanno più di 100 dipendenti). Valori inferiori rispetto alla media si riscontrano tra le imprese non internazionalizzate, tra le quali la quota di quelle che ha introdotto innovazioni di prodotto negli ultimi 3 anni scende al 54,5%, tra le “Micro titubanti” (55,3%) e tra le imprese localizzate al Sud e Isole (57,8%).

 

innovaz3Tra le imprese che hanno innovato i propri prodotti è possibile identificare quelle che hanno scelto la via dell’innovazione radicale e quelle che invece hanno percorso il sentiero dell’innovazione incrementale. Si ha innovazione radicale di prodotto quando si introduce un bene in cui l’uso, le prestazioni, le caratteristiche, gli attributi, differiscono significativamente rispetto a quelli precedenti, l’innovazione incrementale di prodotto si ha invece quando le prestazioni dello stesso sono sensibilmente migliorate. Il 58,7% delle imprese italiane ha scelto la via dell’innovazione incrementale, una scelta più diffusa (rispetto alla media) tra le imprese del Nord Est (64,6%) e tra quelle localizzate al Sud e nelle Isole (63,5%) e tra le “Grandi imprese passiste” (63,2%). Fenomeni di innovazione radicale di prodotto appaiono maggiormente diffusi tra le imprese “medie” (50,5% nella fascia 50-99 dipendenti), tra quelle debolmente internazionalizzate (49,4%) e tra le “PMI velociste” (48,8%).

Più della metà delle imprese (51,6%) ha introdotto, negli ultimi 3 anni, innovazioni di processo, una scelta che appare più marcata tra le imprese medio e medio grandi (79% oltre i 100 dipendenti, 66% nella fascia 50-99) e tra le fortemente internazionalizzate (64,8%). Sul versante opposto, hanno investito meno (rispetto alla media) in innovazione di processo le imprese non internazionalizzate (44,1%) e le “Micro solitarie” (47,2%).

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Anche per l’innovazione di processo è possibile distinguere tra incrementale e radicale. Si definisce radicale l’innovazione che comporta metodi di produzione sostanzialmente nuovi rispetto a quelli convenzionali, mentre l’innovazione incrementale permette di operare con tecniche di produzione superiori rispetto al passato. L’84% delle imprese che hanno innovato i propri processi ha scelto la via dell’innovazione incrementale, mentre il 16% ha optato per la scelta radicale, decidendo quindi di introdurre metodi di produzione nuovi rispetto a quelli usati nel settore in cui opera. Gli innovatori radicali sono più frequenti tra le imprese del Nord Ovest (22,1%), tra le Micro-solitarie (22,1%) e tra quelle che hanno più di 100 dipendenti (21,9%).

 

 

 

 

IL CONTRIBUTO DELL’INNOVAZIONE

FondazionenordestA cura di Gianluca Toschi fondazione nord Est

Alle imprese che hanno partecipato all’indagine è stato chiesto di esprimere una valutazione rispetto al contributo che le innovazioni (sia di prodotto che di processo) hanno avuto sul fatturato e sul livello di efficienza dell’impresa.

Il 56,2% delle imprese che hanno introdotto innovazione di prodotto valuta come “modesto” (inferiore al 15%) il contributo che i nuovi prodotti hanno fornito rispetto al fatturato totale, nel 29,2% dei casi il contributo è stato giudicato “importante” (tra il 15 e il 50% del fatturato). Agli estremi nella scala delle risposte si collocano le imprese che valutano come “nullo” (12,1%) o come “molto importante” (2,5%) il contributo dei nuovi prodotti sul fatturato totale. Le imprese che indicano “importante” il contributo dell’innovazione di prodotto sono maggiormente diffuse tra le fortemente internazionalizzate (39%), tra le “PMI velociste” (37,1%) e tra quelle con più di 100 dipendenti (36,3%). Le imprese che invece non hanno avuto alcun beneficio dagli sforzi fatti per introdurre nuovi prodotti sono più presenti tra le non internazionalizzate (18,2%), tra le piccole (16% nella fascia 10-19 dipendenti) e tra le “Micro titubanti” (18,5%).

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L’innovazione sembra premiare maggiormente chi ha scelto la via radicale, e che ha quindi introdotto prodotti completamente nuovi. Innovare nei processi ha garantito risultati importanti in termini di efficienza per il 59,1% delle imprese (51,0% importante e 8,1% molto importante). Il 37,7% valuta come modesto l’effetto derivante dagli investimenti sui processi aziendali e il 3,2% nullo. Le imprese che hanno beneficiato maggiormente delle innovazioni introdotte sono quelle di dimensione medio piccola, nella classe 20-49 addetti la somma tra chi dichiara un effetto importante e molto importante raggiunge il 70,6%, distanziate di poco le imprese più grandi (70,3% nella fascia 100 e più dipendenti).

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Scegliere la via dell’innovazione di processo radicale sembra garantire i migliori risultati in termini di efficienza aziendale: come già sottolineato, l’8,1% delle imprese valuta come molto importante il contributo derivante dalla riorganizzazione dei processi, una percentuale che sale al 30,3% tra le imprese che hanno scelto la via dell’innovazione radicale. Va comunque segnalato la bassa numerosità delle risposte (si ricorda che solamente il 16% delle imprese che ha scelto di innovare i propri processi lo ha fatto radicalmente) che limita la possibilità di utilizzare tale dato come risultato definitivo.

 

29 luglio 2010 |Commenti disabilitati

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