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Luca Allevi

Laureato in Economia e Commercio alla Bocconi. Consulente internazionale presso www.leaders.it

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17 Comments

  1. 1

    francesco

    Insegnare a sorridere come il dr Allevi

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  2. 2

    Bergamo.info

    Bergamo è finita sotto la media nazionale anche nel comparto "affari e lavoro":

    siamo al 65° posto su 107 province italiane (Sole 24Ore).

    Il miglior risultato è il 37° posto nel tasso di disoccupazione.

    Nlla media la quota relativa all'occupazione femminile che vede Bergamo 42esima.

    40esima posizione per il tasso di iscrizioni e cancellazioni delle imprese.

    Disastro per:

    – le aziende chiuse (65° posto);

    – i protesti (68° posto);

    – nascita di nuove imprese (95° posto).

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  3. 3

    Alicia Zibetti

    Proporrei di eliminare con Legge immediata su tutto il territorio mondiale le cause che l'hanno determinata:

    a) Contratti di borsa Futures => visto che danno adito solo a speculazioni finanziarie se come è avvenuto ad oggi, continueranno ad effettuarele solo "agenti di borsa" e non "Aziende" che realmente necessitano di materia prima (Fuorviante aumento del costo di mercato della materia prima).

    b) Abrogazione delle Leggi a suo tempo erroneamente fatte (o meglio non fatte) sui dazi Import-Export (che ha favorito sì la globalizzazione, ma non la qualità dei prodotti).

    c) Riduzione dei compensi di tutti i Parlamentari, visto che le Leggi le fanno/approvano loro.

    Io non vedo altra soluzione.

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  4. 4

    Bergamo.info

    Altro argomento di rilievo del periodico camerale è l'intervista al presidente di Confindustria Bergamo, Carlo Mazzoleni: "Per uscire dalla crisi occorre più impresa e meno finanza", auspica. E aggiunge: "I modelli di sviluppo delle singole aziende vanno ripensati in modo da trovare nuovi equilibri. Ma in questo, le banche devono fare la loro parte per non far mancare il denaro: applicando i parametri dettati da Basilea 2, se si prenderanno come riferimento i bilanci da lacrime e sangue del 2009, per il prossimo anno nessuno più avrà credito".

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  5. 5

    Giuseppe Allevi

    Per chi non lo avesse letto ecco un interessante articolo di Francesco Giavazzi sul corriere della sera del 3 gennaio 2010 .

    ECONOMIA, IL COSTO DEL NON FARE

    Abbiamo solo perso un anno

    Quale sarà l’economia del mondo dopo la crisi? Diversa, per due ragioni. Innanzitutto cambierà la distribuzione geografica dei consumi. Le famiglie americane, che per tanti anni sono state il motore della nostra crescita, spenderanno di meno: avendo subito perdite ingenti sulle loro case e sui loro investimenti, ricominceranno a risparmiare. Un po’ alla volta i loro consumi verranno sostituiti dai consumi di Paesi che continuano a crescere: India, Brasile, Cina, ma anche Paesi più piccoli, come Egitto, Cile e Polonia. Lo spostamento dei consumi ne muterà la composizione, cioè sarà differente il tipo di prodotti acquistati. Perché sono diversi i gusti, ma soprattutto perché i Paesi emergenti sono più poveri. Buone notizie per la Piaggio, meno per General Motors. Ci accorgeremo che sono cambiati anche i nostri concorrenti. La qualità di molti prodotti indiani e cinesi (anche nella moda, si veda ad esempio il sito web della Shanghai Tang) sta migliorando rapidamente, mentre i loro prezzi continuano ad essere straordinariamente bassi.

    È evidente che per sopravvivere sono necessarie profonde trasformazioni. Occorre adattare le produzioni ai mutamenti della domanda e spostarsi verso beni che ancora non subiscono la concorrenza di indiani e cinesi. Un esempio è la Carraro, azienda leader nei sistemi di trasmissione: ha subito una caduta verticale del proprio mercato tradizionale con riduzioni della domanda fino al 50%. Si è salvata anche grazie all’intuizione che alcuni anni fa le fece acquistare una piccola azienda di Imola specializzata in impianti che trasformano l’energia solare in corrente elettrica e che oggi rappresentano una quota significativa del fatturato del gruppo. L’immobilismo in attesa che il mondo torni ad essere quello di prima è una ricetta per il disastro. Così come lo è proteggere con la Cassa integrazione aziende e posti di lavoro che, finita la recessione, potrebbero trovarsi senza più un mercato. Bisogna proteggere i lavoratori, senza illuderli, aiutandoli invece a riqualificarsi per andare là dove il lavoro c’è. E accelerare su ricerca e innovazione.

    Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, si appresta a varare una riforma degli ammortizzatori sociali che va in questa direzione. Il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ha presentato al Parlamento una buona riforma dell’università. Entrambe si potevano fare un anno fa, quando il governo ripeteva che le riforme erano inutili, poiché il nostro era il migliore sistema al mondo: abbiamo perso un anno, ma recriminare non serve a nulla. Il Partito democratico si dice disposto a contribuire ad alcune riforme, ma solo dopo le elezioni regionali di marzo. Come ha detto il presidente della Repubblica il 31 dicembre, non possiamo permetterci di perdere altro tempo. Alcune riforme, a cominciare dal Welfare e dall’università, si possono chiudere entro febbraio, prima della campagna elettorale. Rispettare questi tempi è un’occasione per la segreteria Bersani del Pd di verificare se il governo intende davvero cambiare rotta.

    di Francesco Giavazzi del 03 gennaio 2010

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  6. 6

    pacomio

    Traggo da http://www.Avvenire.it:

    IL RISCHIO CRAC

    Speculatori all’assalto

    Ci sono troppi soldi in giro. Li hanno distribuiti banche centrali esageratamente generose nei loro sforzi di risollevare il mondo dalla crisi, li hanno incassati i soliti maghi della finanza (resi ancora più arditi dal sortilegio dei salvataggi di Stato), li stanno puntando sul petrolio, sul cibo, sull’insolvenza degli Stati. Li stiamo pagando tutti: cittadini simultaneamente finanziatori e vittime del grande gioco della speculazione.

    «Sono tornati i bankers, la speculazione è a piede libero» aveva detto Giulio Tremonti a ottobre da New York, liquidando con un inglese dispregiativo i manager e i banchieri d’affari che giravano attorno ai lavori dell’assemblea del Fondo monetario internazionale come se non fossero stati proprio loro a scatenare la crisi. Da quel momento il ministro italiano è stato tra i più determinati nemici della nuova ondata di speculazione. Nell’interpretazione di Tremonti ci sono i giochi degli speculatori dietro quasi tutti i rischi che incombono sulla fragile ripresa globale: la corsa del greggio, quella dei prezzi alimentari, le scommesse sull’insolvenza degli Stati dell’euro. Non che la volata dei prezzi sia tutta riconducibile alla speculazione, ma le scommesse dei bankers alimentano tendenze altrimenti più moderate.

    L’allarme è alto. Anche Benedetto XVI lo ha sottolineato, lunedì scorso, ricevendo i partecipanti al Congresso del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, che festeggiava il 50esimo anniversario dell’Enciclica Mater et magistra. Sono preoccupanti, ha detto il Papa, «i fenomeni legati ad una finanza che, dopo la fase più acuta della crisi, è tornata a praticare con frenesia dei contratti di credito che spesso consentono una speculazione senza limiti». Non è solo un problema etico, ha chiarito Benedetto XVI, perché la speculazioni colpisce anche il cibo, l’acqua, la terra, «finendo per impoverire ancor di più coloro che già vivono in situazioni di grave precarietà».

    Non tutti trovano pericolosa questa nuova vitalità della speculazione internazionale. La vedono diversamente – e da mesi lo scrivono – le più prestigiose testate economiche internazionali: Wall Street Journal, Economist, Financial Times. Ma tra i ministri e i capi di Stato la visione tremontiana gode di ampio consenso. Nicolas Sarkozy vuole che dalla presidenza francese del G20 arrivi una tassa internazionale contro la speculazione sulle materie prime.

    Angela Merkel è pronta a dare il suo contributo. Barack Obama ha promesso una lotta agli «speculatori senza scrupoli». Mario Draghi – da guida del Financial stability Board e presidente in pectore della Bce – ha denunciato la necessità di frenare il ritorno «dell’azzardo morale», inteso come la convinzione di potere rischiare perché anche se le cose andassero male non se ne pagherebbero le conseguenze. «Capitalismo casinò» lo chiamava Keynes negli anni Trenta, quando l’ingegneria finanziaria non aveva certo raggiunto la sofisticazione attuale.

    Che la speculazione sia tornata lo dicono, inesorabili, i numeri. Proprio Tremonti, lo scorso ottobre, aveva mostrato le cifre della Banca dei regolamenti internazionali: erano gli ultimi dati disponibili e dicevano che il valore complessivo dei contratti derivati che si muovono fuori dalle piattaforme convenzionali era risalito fino a 25 mila miliardi di dollari. Un valore pericolosamente vicino ai 30 mila miliardi del sistema bancario internazionale. Significa che per ogni dollaro scambiato nelle borse c’è un altro dollaro investito in derivati sul petrolio, sui tassi di cambio, sull’insolvenza degli Stati o su giochi sui tassi di interesse. Sono contratti che sfuggono ad ogni controllo – e infatti lo chiamano il «sistema bancario ombra» – ma che hanno il potere di orientare l’economia mondiale. Avevano toccato un picco di 35mila miliardi nel 2008, erano scesi fino a 20 miliardi nel 2009, ora stanno risalendo.

    Le banche, poi, anche in Italia, hanno ricominciato a cartolarizzare i mutui. A impacchettare cioè i prestiti concessi ai clienti e a rivenderli a investitori istituzionali attraverso i Cdo. Proprio quegli strumenti finanziari che hanno contribuito a creare la bolla dei mutui subprime e ad amplificare gli effetti dello scoppio.

    Ai numeri del sistema ombra si aggiunge una terza spia dell’arrembaggio speculativo: i profitti di Wall Street, comunicati a fine febbraio da Thomas Di Napoli, il "garante" dei soldi dei contribuenti di New York. A 27,6 miliardi di dollari i guadagni della borsa americana lo scorso anno sono stati i più alti di sempre, escluso solo il 2009 (il cui dato di 61 miliardi, però, è alterato dai salvataggi di Stato). E se il bonus medio pagato ai dipendenti è diminuito del 9% è solo perché i pagamenti sono stati riequilibrati per essere meglio celati agli occhi della pubblica opinione: difatti il compenso totale medio è aumentato del 6%.

    Eppure anche le cifre incassate dai principali manager delle banche d’affari – Lloyd Blankfein, il più potente, quello di Goldman Sachs, ha avuto 12,6 milioni di dollari – impallidiscono davanti agli incassi degli speculatori "seri": i gestori degli hedge fund. John Paulson, del Paulson Investment, il fondo speculativo più grosso del mondo, nel 2010 ha guadagnato personalmente 5 miliardi di dollari. Una cifra che l’ingessato Wall Street Journal ha definito «epocale».

    Tra i suoi colleghi non ci si sorprende: anche gli altri grandi gestori sono riusciti a guadagnare i loro 2-3 miliardi. Tutto merito della speculazione sui mercati non regolati, quello che gli hedge fund sanno fare meglio. Oggi questi fondi gestiscono 1.920 miliardi di dollari, il 20% in più rispetto a un anno fa. È una cifra di poco inferiore al Pil italiano che, a seconda di dove viene indirizzata, segna la rotta economica del pianeta. Almeno fino a quando glielo lasceranno fare.

    Pietro Saccò

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  7. 7

    pacomio

    Traggo da http://avvenire.it:

    IL CASO: Glencore va in Borsa con le sue «cattive azioni»

    Glencore è la società che ha inventato le contrattazioni futures delle materie prime, quei contratti che permettono di speculare su cibo, petrolio, succo d’arancia e decine di altri prodotti. Giovedì questa multinazionale basata in Svizzera ha debuttato in Borsa con una quotazione doppia, a Hong Kong e Londra, che le ha permesso di raccogliere 10 miliardi di dollari cedendo il 16,4% delle sue azioni. Il problema, sollevato dal Times , è che Glencore è forse la regina delle società senza scrupoli. Nel 1984 Rudolph Giuliani, allora procuratore di New York, la accusò di aver commesso ogni possibile crimine, dall’evasione fiscale al racket, dalla frode agli affari sottobanco con l’Iran. In Colombia la Glencore avrebbe ottenuto la terra su cui opera grazie all’intervento dei paramilitari, con almeno 18 morti fra la popolazione locale. In Zambia le sue fabbriche sono accusate di contaminare l’ambiente e di evadere le tasse. La compagnia avrebbe poi corrotto un funzionario della Commissione Europea, Karel Brus, pur di ottenere informazioni determinanti per fissare il prezzo dei cereali .«Questo è un mercato dalla dubbia moralità», scrive il Times. «La maggior parte degli investitori provengono dal Medio o Estremo oriente; poche istituzioni tradizionali della City sarebbero disposte a toccare le azioni della Glencore nemmeno con i guanti. La domanda è: voi sareste disposti?». La tiepida risposta dei mercati, che hanno fatto chiudere piatto il titolo Glencore al primo giorno, fa sperare che molti investitori non siano stati disposti a qualsiasi «cattiva azione».

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  8. 8

    pacomio

    Traggo da http://avvenire.it, poi ci faccio un commentino finale:

    «Effetto tsunami e frenata Usa. Borse in mano a chi specula».

    Gotti Tedeschi: «Anche l’ondata speculativa di questi ultimi mesi è stata la conseguenza di eventi precisi. Gli investitori hanno perso le loro certezze».

    DA MILANO PIETRO SACCÒ

    «Molti economisti ritengono che le bolle speculative possano servi­re a tirare fuori un sistema eco­nomico dalla crisi. Certo, io non sono tra que­sti… ». Ettore Gotti Tedeschi, economista e ban­chiere di grande esperienza, chiamato nel 2009 da Benedetto XVI a guidare l’Istituto per le O­pere di Religione, ci tiene a ricordare che se la speculazione oggi è di nuovo «feroce» è anche perché c’è chi glielo permette, secondo una strategia che «non è intrinsecamen­te sbagliata» ma alle attuali con­dizioni è sicuramente «pericolosissima ».

    La speculazione fuori controllo va com­battuta. Non è sta­ta questa la le­zione della cri­si?

    La crisi non è stata provo­cata dalla specula­zione.

    L’Occi­dente è entrato in crisi per­ché ha smesso di fare figli e così ha in­terrotto an­che la sua naturale cre­scita econo­mica. Quindi ha scelto di sostene­re il suo sviluppo con crescita consumistica sempre più a debito, e questa strategia ci ha portati fino alla reces­sione globale. La speculazione in­ternazionale si è inserita in questa si­tuazione, ma attenzione: non ne è l’origine. An­che l’ondata speculativa di questi ultimi mesi è stata la conseguenza di eventi precisi.

    A quali eventi si riferisce?

    Parlo del terremoto e dello tsunami in Giappone, che tra le altre cose hanno generato l’allarme mondiale per la centrale nucleare di Fukushima. Il mondo contava di sfruttare l’energia atomica per soste­nere la sua crescita economica, ma quello che è suc­cesso a Fukushima ha spento le speranze e am­bizioni nucleari delle nazioni. Gli investitori hanno puntato subito sulla più affidabile alter­nativa energetica oggi a disposizione: il petro­lio. Il prezzo del greggio si è impennato e dato che le speculazioni sulle materie prime sono strettamente legate tra loro si è avviata un’on­data rialzista che ha colpito anche il cibo. Sen­za tsunami, però, non avremmo assistito a nien­te di tutto questo con questa rapidità e volati­lità.

    Nelle ultime settimane però il prezzo del pe­trolio è crollato. Questo come si spiega?

    È successo qualcosa che molti hanno sottovalutato. Gli Stati Uniti hanno rivisto al ribasso le loro prospettive di crescita per il 2011. È stato un taglio drastico: il Pil americano dovrebbe aumentare dell’1,8% invece che del 3%. Davanti a questo repentino ridimensionamento gli hed­ge fund (con le prese di rendita) e gli specula­tori sono scappati dal petrolio per investire al­trove. Confermando ancora una volta che vi­viamo tempi di grande incertezza sui mercati. La crisi ha introdotto un’inedita volatilità, gli investitori hanno perso le loro certezze. In que­ste condizioni le Borse finiscono in mano agli speculatori.

    Non ci sarebbe un modo per fermarli?

    Non è detto che ci sia la volontà di farlo. L’idea che le bolle speculative siano negative non è unanime. C’è un’autorevole scuola economica che ritiene che la creazione di bolle possa essere una soluzione adeguata per uscire da una situazione di crisi. È un’idea tipicamente anglosassone, ha molto successo in America e po­chissimo in Europa. Sicuramente non la pensano così Tremonti, Draghi, Sarkozy o la Merkel. Nemmeno io condivido questa strategia.

    Che senso può avere per organismi o istitu­zioni sostenere queste bolle speculative?

    Bisogna ricordarsi che le banche hanno biso­gno di fare utili da qualche parte. Con l’econo­mia reale che continua ad essere incerta alcu­ne banche cercano nelle scommesse specula­tive la risposta ai loro bisogni di profitto. È un’a­bitudine che non va bene, perché quando si de­dica alla speculazione una banca non sta fa­cendo il suo mestiere. Un istituto di credito de­ve usare il danaro intermediandolo per pre­starlo a qualcuno per sostenere attività econo­miche. Assumendo su di sé i rischi di questa operazione. Invece alcune grandi banche d’affa­ri americane preferiscono aggirare i rischi cer­cando ritorni da operazioni spericolate attua­te da fondi altamente speculativi.

    E questo lo possono fare con l’enorme massa di liquidità messa nel sistema dalle banche centrali.

    Il vero problema è che la Federal Reserve americana e le altre banche centrali hanno permesso tutto questo con la strategia dei «tassi zero». È sensato abbassare i tassi nei momenti in cui c’è bisogno di rilanciare l’economia. Però si crea sempre una situazione anomala che de­ve essere tenuta sotto controllo. Come se a un certo punto si decidesse di regalare la benzina alle auto per sostenere i trasporti. Ma se gli au­tisti invece di usare la benzina per muovere le auto si mettessero a rivenderla per guadagnar­ci, allora dovremmo preoccuparci. La politica dei 'tassi zero' provoca non solo la penalizza­zione dei risparmiatori ma anche e soprattut­to la tentazione della speculazione. E alle con­dizioni attuali, cioè in un’economia globale che sta uscendo dalla crisi, con mercati finanziari estremamente volatili e senza un sistema eco­nomico in grado di trainare la crescita, la spe­culazione sfrenata è pericolosissima, perché le sue conseguenze le pagano i più deboli. E quan­do il risultato di queste speculazioni sono inte­re popolazioni ridotte alla fame per l’aumento del prezzo del grano o di altri beni alimentari, allora diventa evidente come queste specula­zioni siano intrinsecamente male. I poveri non hanno strumenti 'di copertura' finanziaria…

    Sui mercati una strategia che «non è intrinsecamente sbagliata» ma alle attuali condizioni è sicuramente «pericolosissima».

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  9. 9

    pacomio

    Traggo da http://avvenire.it:

    Grecia, nuovo taglio al rating. Lagarde: «Rischio crac».

    DA MILANO MARCO GIRARDO

    La medicina è amara, la progno­si riservata: se la Grecia non ri­ceverà presto nuovi aiuti internazionali fallirà. In gergo tecnico «de­fault». Detto in soldoni farà «crac». Per questo l’agenzia Fitch ha tagliato di tre «gradini» il rating sul debito pubblico ellenico portandolo a «B+» dal precedente «BB+». Non solo: Ate­ne è «sotto osservazione» per possi­bili nuove bocciature. A quel punto sarebbe praticamente impossibile trovare cure alternative per evitare il fallimento.

    Insomma, il paziente è in condizioni disperate. Tanto che gli ispettori del Fondo monetario internazionale, dell’Unione europea e della Bce, la cosiddetta 'troika', avrebbero deci­so di sospendere la missione ad Ate­ne. Chiedendo nuove misure di au­sterity e un’accelerazione alle priva­tizzazioni. Il taglio del rating da par­te di Fitch, risponde il ministero del­le Finanze ellenico, indica che l’a­genzia «ha ignorato i nuovi impegni già presi dal governo per rispettare gli obiettivi fiscali del 2011 e accelerare il proprio programma di privatizza­zioni ». Il 'downgrade', aggiunge la nota ufficiale, appare piuttosto influenzato dalle «intense voci» di stampa. Proprio ieri il ministro delle Finanze francese, Christine Lagarde, in una intervista al quotidiano au­striaco "Der Standard", ha dichiarato che «la Grecia è a rischio bancarotta. Lunedì – ha aggiunto, riferendosi al vertice Ecofin – abbiamo espresso le nostre preoccupazioni circa la lentezza del processo» di privatizzazio­ne in corso. In effetti, anche il mini­stro delle Finanze greco, George Pa­paconstantinou, ha ribadito ieri l’in­tenzione di velocizzare il programma da 50 miliardi di euro, per il quale è stata fissata una scadenza al 2015. Ma i 60 miliardi del nuovo prestito a cui starebbero lavorando Ue e Fmi servono subito. A non tornare sono dunque «i tem­pi ». Quelli della speculazione sono decisamente più veloci. E continua­no infatti a prendere di mira il debi­to di Atene. Il differenziale fra titoli di Stato decennali greci e i bund tede­schi è salito di 30 punti a quota 1.344, mentre i rendimenti sono schizzati al livello record del 16,55%. Il nuovo bal­zo è stato registrato dopo che la pro­posta del presidente dell’Eurogrup­po, Jean Claude Juncker, di rivedere la maturazione dei titoli del debito pubblico di Atene, è stata bocciata dalla Bce. Francoforte ha minaccia­to di «bloccare i prestiti alla Grecia» se questa «ristrutturazione soft» del debito fosse passata. Ecco perché, messa da parte (per ora) la strada del­la ristrutturazione, i leader europei pensano a un’intesa con le banche che hanno in portafoglio i titoli di Sta­to greci: incentivandole a non ven­derli e a sostituirli alla loro scadenza con nuovi bond. «Qualunque cosa che si basi su una intesa volontaria da parte delle banche è bene accet­ta », ha confermato la stessa Lagarde. Se la Grecia versa in condizioni di­sperate, l’Irlanda non è certo guarita. Per il Fmi l’Europa deve mettere a punto un piano «più ampio» in mo­do da gestire i rischi dei Paesi perife­rici. Altrimenti Dublino non riuscirà a riguadagnare l’accesso ai mercati: le prospettive restano deboli e i rischi sono aumentati a causa di una cre­scita limitata e dell’elevata disoccu­pazione. Inoltre le difficoltà di Grecia e Portogallo, gli altri «Paesi periferici», stanno complicando un cammino verso il risanamento dei conti pub­blici «iniziato con slancio».

    Anche le Borse hanno manifestato ie­ri segnali di nervosismo, soprattutto dopo il taglio di Fitch. Tra le principali, la peggiore è stata Milano, che ha per­so un punto percentuale e mezzo, se­guita da vicino da Madrid e Fran­coforte. Tornata una forte tensione sui titoli di Stato portoghesi, Lisbona ha chiuso in calo dello 0,41%, men­tre Atene ha perso l’1,88% con molti titoli bancari in consistente ribasso.

    L’agenzia Fitch abbassa di tre gradini il giudizio sul debito Il ministro francese: bancarotta vicina. Fmi: la Ue aiuti anche l’Irlanda o non ce la farà.

    Commentino finale: nessuna relazione fra quanto sopra da me riportato nei diversi commenti? Adesso anche gli Stati soccombono alla speculazione: che poteri hanno gli Stati? Sono organizzati per esercitarli? Chi viene prima, l'uomo o la rapina delinquenziale?. E la posizione degli Stati Uniti non è forse per l'ennesima volta "contro" l'Europa?.

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  10. 10

    Aristide

    IMPREVEDIBILITÀ DEI SISTEMI ECONOMICI E MISTICA ECONOMICISTICA

    Non tutti i sistemi sono tali, anche se si chiamano "sistemi". Per esempio, nel sistema scolastico italiano, dov’è il sistema? Il sistema scolastico sarebbe tale se la riforma Gelmini l'avesse riportato a quel rigore che fu proprio della riforma Gentile. Invece un sistema economico – quale che sia la sua scala, purché non si riduca a una singola azienda – è un sistema in senso proprio, come un sistema termodinamico: cioè un'aggregazione di parti che, pur avendo vita a sé stante, sono tutte (come dice la parola) "collocate insieme".

    I sistemi economici tendono naturalmente alla globalizzazione, quando trovino praticabili le vie di comunicazione, o quando le vie di comunicazione siano espressamente costituite con finalità economica o prevalentemente economica: purtroppo, è quello che è successo per l'Europa, che oggi è molto più un'Europa dei mercanti che un'Europa dei popoli. A suo tempo, De Gaulle non aveva tutti i torti.

    I sistemi economici hanno di fatto una loro logica, che non è necessariamente la logica degli uomini che ne fanno parte. Inoltre, non bisogna confondere la logica di un sistema economico con la logica di un impianto industriale. Pensiamo per esempio all'ingegner Camillo Olivetti, il quale si recò in America con l'idea di trovare spunti per creare in Italia una nuova fabbrica di automobili ma, avendo visitato la Underwood, tornò in patria deciso a fabbricare macchine per scrivere: bene, in questo caso si può affermare più che correttamente che il "sistema" da lui progettato avesse una sua logica. Ma un sistema economico è un’altra cosa. I sistemi economici, a differenza di quelli aziendali, hanno una logica, ma nessuno solitamente può vantarsi di esserne il progettista. Semmai, a posteriori, vi saranno economisti, giornalisti, intromettitori di pubbliche relazioni ecc. che ci descriveranno la logica di questo o quel sistema a loro così caro. Alcuni intoneranno dei peana: ma questa è mistica, non è scienza.

    Non a caso, quando si sono cimentati nell’arte divinatoria, gli economisti non ne hanno mai azzeccata una, in particolare da quando si sono messi a giocare con i calcolatori elettronici: è esemplare il caso degli economisti del Club di Roma, capitanati dal prof. Forrester, che pontificava dalla cattedra della MIT School of Management, secondo i quali (cioè, secondo le cui previsioni) noi oggi nel 2011 dovremmo vivere in una terra senza più fonti energetiche, con un inquinamento pauroso e un clima come si vede nel film ‘Blade runner’. Gli esempi più recenti di fallimento delle previsioni degli economisti sono sotto gli occhi di tutti, come giustamente ammonisce Giulio Tremonti, il genio.

    Insomma, riguardo ai sistemi economici, nessuno è riuscito a individuare una variabile di stato, analoga all'entropia dei sistemi termodinamici, che ci consenta di stabilire la loro freccia evolutiva. Sappiamo però che i sistemi economici sono facilmente soggetti a impazzire, come la maionese. Con questa differenza però: siamo in grado di costruire modelli previsionali della maionese, considerata nel suo aspetto termodinamico. Non siamo invece in grado di costruire modelli attendibili dei sistemi economici. (Come curiosità intellettuale ricordo che la maionese è un sistema colloidale, un'emulsione d'olio disperso nell'acqua del tuorlo, il quale contiene molecole tensioattive che impediscono la dissoluzione dell'emulsione.)

    Molto correttamente, senza ambagi e infingimenti, il problema viene qui sopra posto nei seguenti termini: "Chi viene prima, l'uomo o la rapina delinquenziale?". È evidente che viene prima l'uomo. Perciò, considerato che i sistemi economici sono soggetti a impazzire e che la globalizzazione rende questa eventualità insieme più probabile e più catastrofica, invece di sprecare risorse nel tentativo di prevedere l'evoluzione del sistema economico, sarebbe più razionale imbrigliarlo. Non sarebbe male, inoltre, ricordare che il meccanismo di aggregazione delle parti cui rispondono i sistemi economici, in un bilancio energetico globale, risponde al principio di minima azione studiato per primo dal fisico-matematico Pierre-Louis de Maupertuis. In pratica, il principio di minima azione vuol dire massimo profitto e minimo sforzo per chi ci mette i soldi, a prescindere dagli uomini. Ma proprio per questo gli uomini dovrebbero reagire. Perciò Mussolini, nonostante il bau-bau dei gerarchi, si affidò al socialista (e massone dal volto umano) Alberto Beneduce, perché fossero costituiti l’Imi (1931) e l'Iri (1933): per tutelare il lavoro degli italiani e mettere al sicuro l'Italia dalle manovre di coloro che in seguito si sarebbero chiamati "gli gnomi di Zurigo". L’Imi esiste ancora, con il nome di Banca Imi: fa parte del gruppo Intesa San Paolo (mi rifiuto di scrivere “Sanpaolo”, tutto attaccato: semmai si dovrebbe scrivere Sampaolo!). Però l’Imi non ha più le finalità sociali di un tempo. L'Iri invece è stato svenduto da Prodi, con l'aggravante che, in occasione della svendita, l'Iri è stato smembrato in forma di spezzatino, cioè deprezzato, per la gioia di chi ci ha fatto gli affari. E pensare che nella recente crisi economica un Iri in sesto ci avrebbe aiutato, e non poco, nella stessa ottica per cui fu creato. Caro Prodi, cari cosiddetti progressisti, se l’Iri andava male bisognava usare la frusta con i dirigenti inetti e le masse impiegatizie sfacciatamente inerti. Bisognava obbligarli a lavorare (ovviamente, se volevano percepire lo stipendio; ma se un manager decide di rompere il vincolo di schiavitù e vivere da uomo libero, io ovviamente plaudo al suo gesto).

    Comunque, riguardo agli argomenti, di non poco momento, che Pacomio sottopone alla nostra attenzione, sono curioso di leggere, domani, quel che avrà da dire Scalfari sulla ‘Repubblica’, nella sua omelia domenicale, detta "la scalfaressa". Sempre che Eugenio Scalfari non preferisca occuparsi delle ultime (e scandalose, insopportabili!) apparizioni televisive di Berlusconi. Osservo en passant, a proposito di finanza laica, che non possiamo non salutare con piacere la fine dell'idillio tra il giornale "La Repubblica" e Bankitalia. Così perlomeno sostiene “Il foglio” di Giuliano Ferrara.

    Ah, se i giornalisti economici smettessero di fare pubbliche relazioni e ci spiegassero l’economia!

    Reply
  11. 11

    prode anselmo

    SPECULAZIONE A DUE FACCE. LA SVOLTA DA FARE, di SIMONA BERETTA da http://www.avvenire.it

    «Il guaio, caro mio, è che non si può vivere senza speculare». Non è una boutade, e nemmeno ci­nismo da gnomo di Zurigo. È una constatazione realistica: prendere de­cisioni nel tempo, nell’incertezza e nell’interdipendenza locali e globali significa rischiare, qui e ora, sulla ba­se di una ragionevole aspettativa ri­guardo al futuro. Sono le aspettative, le motivazioni e le convinzioni a muovere la vita economica delle fa­miglia, delle imprese e delle nazioni; la dimensione immateriale (specu­­lativa, nel senso buono) davvero fa la differenza anche nelle vicende ma­teriali ( Caritas in veritate , 77). Come non ricordare che l’Italia è ripartita baldanzosa, dopo la guerra, pur in condizioni mate­riali disperate?

    Speculare, cioè a­gire sulla base di convinzioni e a­spettative, è di tut­ti, ma è il contenu­to specifico dell’a­gire finanziario. Senza finanza è più complicato vi­vere, persino le vi­te semplici di chi – due terzi della po­polazione mon­diale – cerca solo di soddisfare i bi­sogni essenziali della sua famiglia. La ricerca sul cam­po conferma che anche i più poveri tra i poveri risparmiano; e che sanno bene cosa fare del credito, quando riescono a ottenerlo. C’è dunque spe­culazione e speculazione. C’è un net­tissimo contrasto fra chi specula, cioè si proietta nel futuro per «fare cono­scere e avere di più, per essere di più» ( Populorum progressio, 6),e chi inve­ce specula solo per «avere di più». Fra le due speculazioni c’è un abisso: l’a­bisso fra la libertà umana che cerca la virtù, o che non se ne cura; fra l’im­pegno dell’intelligenza e della volontà nel perseguire il «di più» che attrae, o nel raggiungere il meschino «di più» del valore di un portafoglio.

    Che fare, dunque, di fronte ai chiari segnali di persistenza di quella fi­nanza speculativa, frutto di una «in­telligenza offuscata» e di una «volontà curvata» (per usare due espressioni fortissime di Benedetto XVI), che ha già mostrato i suoi pesanti limiti? U­na cosa non serve molto: ripetere 'basta speculazione'. Non serve per­ché non distiingue tra le due diverse speculazioni. E perché non si può fa­re. Anzi, il pensiero-slogan 'tutta col­pa della speculazione' può addirit­tura rallentare i tempi di azioni co­struttive improrogabili: pensiamo in particolare agli investimenti agricoli nei Paesi a basso reddito, indispen­sabili per contribuire alla sicurezza alimentare in un mondo dove le for­ti oscillazioni dei prezzi agricoli ri­flettono sì le dinamiche speculative, ma la loro tendenza al rialzo ha an­che delle importanti cause reali. Una cosa è invece indispensabile: rimet­tere in gioco la ragione tutta intera, in­telligenza e passione, per rilanciare lo sviluppo anche grazie alla finanza.

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  12. 12

    pacomio

    Debito, Usa sul tetto che scotta: i 14.300 miliardi di dollari previsti dalla legge non bastano. E adesso? DI ALESSANDRO BONINI, da http://www.avvenire.it
    L’America ha finito i soldi, ma vuole continuare a spendere. Lunedì scorso il debito pubblico di Washington si è attestato al limite previsto per legge, pari a circa 14.300 miliardi di dollari. Il Tesoro ha risposto con uno stratagemma, che consentirà di prendere tempo fino al 2 agosto, e una lettera accorata al Congresso, in cui si chiede di approvare entro quella data l’innalzamento del tetto (debt ceiling).

    Nel frattempo i finanziamenti di due fondi pensione federali resteranno congelati. Se i negoziati fra i parlamentari dovessero fal­lire, gli Stati Uniti si ritroverebbero a deci­dere quali creditori lasciare a secco.

    Un default americano non è mai accaduto nella storia e appare improbabile. Ma il raggiungimento del punto di non ritorno dovrebbe essere un campanello d’allarme, co­me ha detto al Wall Street Journal il diretto­re del National Economic Council, Gene Sperling. «È il momento di essere seri sulla tutela della fiducia e del credito» ha avver­tito, rivolgendosi «al sistema politico».

    Esattamente un mese fa, l’agenzia di rating Standard & Poor’s aveva abbassato l’outlook sul debito americano da stabile a negativo, per la prima volta negli ultimi 70 anni. Una mossa che solitamente prelude a un taglio del rating. «A più di due anni dall’inizio del­la crisi – si leggeva nella nota d’accompa­gnamento – i politici americani non hanno ancora raggiunto un accordo sulle misure da adottare per invertire l’attuale ciclo di deterioramento fiscale o su come affronta­re le sfide di lungo termine sul medesimo fronte».

    Succede anche questo nella coda della cri­si economica più virulenta degli ultimi 70 anni. Come ci si è arrivati? Per prima cosa, come per altri Paesi, attraverso la perdita di entrate fiscali provocata dalla recessione, con la differenza che negli Stati Uniti que­sta è stata accelerata dai generosi tagli fi­scali concessi da Bush e confermati da O­bama. Questo fattore, in base alle cifre del­l’ufficio di bilancio del Congresso, ha pesa­to per quasi la metà (il 49 per cento) dell’aumento del debito pubblico americano. Per uscire dalla crisi, gli Stati Uniti hanno messo sul piatto cifre fino a oggi impensa­bili, nell’ordine appunto dei trilioni di dol­lari. Un’emorragia iniziata con i salvataggi delle banche (peraltro quasi tutti restituiti) e con i corposi pacchetti di rilancio dell’e­conomia reale. Inoltre con il debito sono stati finanziati il programma per estendere l’assicurazione sanitaria e le spese per le guerre in Iraq e Afghanistan. Al tempo stes­so, la banca centrale ha mantenuto una po­litica monetaria ultra-espansiva. I tassi d’in­teresse sono vicini allo zero dal dicembre 2008 e tali rimarranno per tutto il 2011.

    Esaurita la leva monetaria, la Federal Re­serve si è imbarcata in due programmi di ac­quisto titoli (quantitative easing) che ne fan­no in questo momento il maggiore posses­sore di titoli di Stato Usa. Il rischio è eleva­to e non soltanto per i cittadini americani, per i quali il segretario al Tesoro Tim Geith­ner prevede «conseguenze catastrofiche». Lo spiega nella sua lettera al Congresso lo stesso esponente dell’amministrazione O­bama: «Il ruolo particolare delle emissioni del Tesoro nel sistema finanziario globale comporta il fatto che le conseguenze del default sarebbero davvero severe – scrive Geithner. – Le emissioni del Tesoro sono un punto fermo nelle pagine dei bilanci di qua­si tutte le più grandi compagnie di assicu­razione, delle banche, dei fondi che investono a breve termine e nei fondi pensione di tutto il mondo. Sono anche molto usate dalle istituzioni finanziarie come collatera­li per reperire nel mercato finanziario il flus­so di cassa necessario per le loro operazio­ni giornaliere». I repubblicani hanno dichiarato che non voteranno un aumento del tetto, se la Casa Bianca non accorderà tagli alle spese per 2.000 miliardi di dollari in dieci anni e non imporrà dei controlli al budget in grado di tradursi in ulteriori risparmi. Il deputato Jim Jordan ha detto che il governo «do­vrebbe fare come le famiglie americane: spendere ciò che guadagna». Peccato però che le famiglie americane siano fra le più in­debitate del mondo. Secondo le più recen­ti rilevazioni della Federal Reserve, il credito al consumo si attesta negli Stati Uniti a 2.400 miliardi di dollari, fra carte di credito e altri finanziamenti, escluse le migliaia di miliardi investititi nei mutui. Sommando il debito pubblico a quello privato, si otter­rebbe una cifra superiore ai 50 mila miliar­di di dollari, tre volte e mezzo il prodotto interno lordo.

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  13. 13

    Aristide

    Oggi è domenica e ‘Repubblica’ presenta, come il solito, l’omelia di Scalfari, la “scalfaressa”. Scalfari tocca l’argomento del declassamento dell’Italia, da parte dell’agenzia di ‘rating’ Standard & Poor’s (in pratica, un giudizio negativo sull’economia italiana), anche se l’omelia s’inizia con una tirata sull’invadenza televisiva di Berlusconi. Scalfari osserva, giustamente, che i giovani – anche in Italia – non hanno futuro, lascia intendere che la colpa sia di Berlusconi e conclude accennando all’importanza di sceglier bene il successore di Draghi alla guida della Banca d’Italia: possibilmente al suo interno, esorta Scalfari. Ma sta abbottonato, segno che il gioco ancora non si è fatto duro.

    Non aggiungo altro, perché non mancano a Bergamo info i giornalisti economici che con competenza maggiore della mia e aplomb anglosassone (che mi rifiuto di avere, perché questa storia dell’anglosassonicità a me sembra una bufala) potranno dire la loro, oltre che rispondere agl’interrogativi posti da Pacomio nell’intervento del 21 maggio, h. 14:09.

    P.S. – La scalfaressa può essere letta al seguente indirizzo d’Internet:
    http://rassta.asi.it/utility/imgrs.asp?numart=10H

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  14. 14

    pacomio

    Ut supra:

    «I conti tengono, attenti a chi specula». Quadrio Curzio: tagli e riforme ok, il rischio sono le liti interne, di MASSIMO CALVI

    Nessun allarme per l’Italia. I voti delle agenzie di rating vanno presi col beneficio d’inventario. A contare veramente sono le valutazioni degli organismi internazionali, concordi nel dire che i conti pubblici italiani – nonostan­te tutto – sono sotto controllo. È quanto sostiene Alberto Quadrio Curzio, docente di Economia politi­ca alla Cattolica di Milano ed econo­mista di fama internazionale, che in questa intervista si dice invece più preoccupato per come il clima di conflitto interno possa alimentare la speculazione sul nostro Paese.

    Standard & Poor’s ha cambiato da «stabile» a «negativo» il giudizio sul­la prospettiva del debito italiano. Quanto contano queste valutazioni?

    I giudizi delle agenzie di rating , già criticate duramente da vari soggetti istituzionali, vanno presi con caute­la. L’Ue, ad esempio, ha ipotizzato che l’attivismo sui debiti sovrani eu­ropei sia un diversivo per non pesta­re i piedi al mondo finanziario statu­nitense. Mentre diversi rapporti di commissioni Usa hanno criticato queste agenzie per il caso Lehman e per i mutui subprime, valutati 'sicu­ri' prima della catastrofe.

    S&P mette in dubbio la possibilità di mantenere gli impegni di rientro del debito italiano. È un rischio rea­le?

    Ciò che conta sono le valutazioni e­spresse dalla Ue e da organizzazioni internazionali come il Fondo mone­tario e l’Ocse. Il Fmi ha certificato che il nostro deficit, al 4,5% del Pil nel 2010, è nel G7 secondo per virtuosità solo a quello della Germania (al 3,3%); che il debito pubblico sul Pil è meglio di quelli di Francia e Regno Unito per le prospettive di rientro nel lungo termine; e che il nostro avan­zo primario per il 2011 risulterà il mi­gliore del G7. Il controllo della nostra finanza pubblica è stato ottimo du­rante la crisi e continua a esserlo. È vero che un’espansione del Pil all’1,1% nel 2011 è più bassa di quel­la della Francia (1,6%), ma questo an­che perché Parigi ha fatto spesa pub­blica espansiva, cosa a noi preclusa a causa del livello del debito. La Ger­mania fa invece storia a sé.

    Come giudica il richiamo al rischio di «stallo politico» come fattore cri­tico per i conti?

    Mi limito a due considerazioni. La prima è che la quantità e la qualità delle critiche mosse da più parti in I­talia in merito alla politica economi­ca del governo probabilmente han­no contribuito al giudizio delle a­genzie di rating . La seconda è che se il ministro dell’Economia Giulio Tre­monti si stancasse delle pressioni dei 'ministri della spesa' e se ne andas­se, la nostra situazione peggiorereb­be di colpo. Non solo per la forte cre­dibilità di cui gode Tremonti negli or­ganismi internazionali, ma perché il carnevale della spesa ricomincereb­be.

    Le misure dello scorso anno e quel­le contenute nel Piano nazionale di riforme basteranno a stimolare la crescita e a far aumentare la pro­duttività?

    Nessuno nega che la nostra crescita sia più bassa da almeno tre lustri di quella dei Paesi dell’Unione mone­taria. Lo afferma anche il Documen­to di economia e finanza 2011 – con il Programma di stabilità e il Pro­gramma nazionale di riforme –, im­postato dal ministro dell’economia e varato da un governo che è appar­so forse un po’ distratto da altri 'im­pegni' e dalla necessità di operare per il bene comune del Paese. In un tale contesto non è stato facile per Tremonti far passare una linea euro­peista, intesa come impossibilità di derogare al risanamento della finan­za pubblica operando scelte seletti­ve per aumentare la produttività. Il decreto sviluppo contiene alcune mi­sure molto interessanti, tra cui il cre­dito di imposta per la ricerca e svi­luppo.

    Una politica di tagli alla spesa non rischia di compromettere lo svilup­po?

    Se al posto dei tagli si fosse dato se­guito a chi proponeva manovre e­spansive, oggi saremmo inseriti tra i cosiddetti «Pigs», con Portogallo, Ir­landa, Grecia e Spagna. Queste poli­tiche, con il rafforzamento degli am­mortizzatori sociali per i lavoratori dovuto alla collaborazione tra Tre­monti e il ministro del Welfare Mau­rizio Sacconi, unito alla solidità del sistema bancario italiano, hanno confermato la fiducia del nostro ri­sparmio, che detiene una quota di ti­toli di Stato nazionali superiore alla media degli altri Paesi avanzati.

    In un contesto così fragile quali mar­gini ci sono per dare una scossa al­l’economia? E in che direzione?

    Non credo alle rivoluzioni liberiste né alle scosse. Per crescere di più non dobbiamo puntare a un liberismo li­bertario, che butta tutto in mercato e individualismo, ma attuare a fondo il principio di sussidiarietà verticale e orizzontale. L’Italia va ricostruita intorno al paradigma delle «3S», Sus­sidiarietà, Solidarietà, Sviluppo, per conquistare quel liberalismo comu­nitario dove libertà e responsabilità si coniugano. Serve un’opera conti­nua, fatta di riforme graduali ma in­cisive sulle istituzioni, la società e l’e­conomia. Come il federalismo fisca­le, che andrà completato con la rifor­ma fiscale complessiva. O una rifor­ma per dare più spazio ai soggetti so­ciali e ai corpi intermedi, comprese le forme associative di impresa che attribuiscono rilevanza alle piccole e medie imprese, riducendo anche l’eccesso di burocrazia e statalismo.

    Molti citano il modello di economia sociale di mercato tedesco. Può es­sere un esempio da seguire?

    Sì, si sta rivelando il sistema più so­lido del mondo. Dobbiamo trovare la versione italiana e valorizzare di più la forza economica delle nostre im­prese e quella sociale del nostro so­lidarismo liberale. Con una partico­lare attenzione alla famiglia, anche per contrastare la fiacca dinamica demografica italiana. Sotto questi profili, non vedo differenze signifi­cative tra figure come Tremonti, Sac­coni, Enrico Letta, Romano Prodi, Giuliano Amato e Franco Bassanini.

    Dopo S&P che cosa succederà? La speculazione si abbatterà sull’Italia? Serviranno manovre correttive?

    Gli spread sui titoli tedeschi potreb­bero ampliarsi, facendo aumentare il costo del nostro debito. Ma non ve­do altri rischi. E non posso esclude­re che servano interventi di finanza pubblica correttivi. Molto dipenderà da come l’Unione europea, la Bce presieduta da Mario Draghi e il Fon­do monetario internazionale guida­to, se sarà, da Christine Lagarde, si comporteranno nel caso greco, por­toghese e irlandese. Perché la spe­culazione c’è, e l’attacco all’Unione monetaria europea ne è una prova. Ciò che noi italiani possiamo fare è evitare di farci del male da soli, ap­plaudendo Standard & Poor’s e at­taccando anche ciò che di buono viene fatto.

    L’economista: «I voti delle agenzie di rating vanno presi con cautela. Ue, Fmi e Ocse ci promuovono Pensare al bene comune».

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  15. 15

    pacomio

    Ut supra:

    S&P «vede nero» sul futuro dell’Italia. L’agenzia: prospettive negative. Il Tesoro: non c’è paralisi politica. Ma a luglio una manovra, di EUGENIO FATIGANTE

    Il pessimismo è solo sul lungo pe­riodo, e questo spiega perché Stan­dard & Poor’s ha rivisto da «stabile» a «negativo» il giudizio sulle prospetti­ve dei titoli di Stato della Repubblica italiana. Pur avendo confermato come 'A+' il rating a lungo termine e come 'A/1+' quello a breve termine sul de­bito sovrano dell’Italia. Sigle che però, alla luce del primo giudizio, nei prossimi due anni hanno il 33% di possibilità in più di essere declassate. Ma il Teso­ro prontamente replica: «L’Italia rispet­terà gli impegni presi» sul pareggio di bi­lancio nel 2014, e già a luglio varerà un provvedimento di bilancio, cioè una manovra che dovrebbe avere effetti, tut­tavia, solo sugli anni a venire.

    Al di là dei tecnicismi (che rischiano co­munque di avere pesanti conseguenze per i nostri conti e per la necessità del Tesoro di raccogliere nuovo denaro sui mercati), il rapporto emesso ieri dall’a­genzia che è uno dei tre colossi mon­diali nella valutazione sull’affidabilità dei debiti degli stati squarcia un velo sulla situazione economica nazionale. Colpisce, nel documento arrivato da New York, non tanto l’analisi economi­ca in sé (che parla di «crescita debole», come peraltro già attestato in sede in­ternazionale, e di «impegno incerto per riforme che aumentino la produttività», quanto la parallela valutazione politi­ca, laddove si afferma che «il potenzia­le stallo politico potrebbe contribuire a un rilassamento nella gestione del de­bito pubblico» e che «la crescente fra­gilità dell’attuale coalizione di governo rende più impegnativa la tempestiva attuazione delle riforme strutturali più significative». Una sola via d’uscita è indicata: «Se il governo riuscirà a ottene­re sostegno politico» per attuare rifor­me strutturali, «i rating potrebbero ri­manere al livello attuale».

    Resta però il fatto che le misure attua­te nel 2010 e quelle contenute nel Pia­no nazionale di riforme di recente pre­sentato non appaiono, agli occhi dei tecnici di S&P, «sufficienti a stimolare la crescita economica nel medio ter­mine ». E se la debole crescita dovesse persistere, il risultato di bilancio «pro­babilmente non raggiungerà gli obiet­tivi del governo e, quindi, farà deragliare il piano di riduzione» di un debito che, si osserva, comporta un costo degli in­teressi pagati già pari a oltre il 10% del­le entrate pubbliche nel 2011, superio­re del 7,5% al livello mediano della categoria dei Paesi con rating 'A'. Inoltre, l’intera posizione debitoria netta sul­l’estero del settore pubblico è quantifi­cata in 782 miliardi di euro, il 50% del Pil. Peraltro l’agenzia evidenzia questa volta anche il fenomeno delle basse na­scite in Italia, che concorre a indeboli­re ulteriormente le prospettive di cre­scita.

    L’analisi di Standard non convince però affatto il Tesoro, specie sul profilo poli­tico. Il ministero di via XX Settembre non ha infatti perso tempo a ribattere che una possibile paralisi politica «è da escludere in assoluto». È però sul ver­sante dell’economia e dei conti pub­blici che dal ministero dell’Economia è giunta, alla fine, una conferma su u­na prossima manovra, ipotesi che era già stata fatta trapelare (dal Tesoro stes­so) qualche settimana fa, quando si e­ra parlato di un intervento da 7-8 mi­liardi di euro da varare entro giugno, anche per dare copertura a una serie di spese finora finanziate solo per metà anno. Rispetto a questo calendario Tre­monti fa però delle precisazioni: il governo, si legge nella nota mi­nisteriale, «ha avviato e intensi­ficherà il ciclo di interventi rifor­matori » e, per quanto riguarda nel dettaglio il bilancio, «sono in avanzata fase di preparazione i provvedimenti mirati al rispet­to dell’obiettivo di pareggio di bilancio per il 2014». Misure che – si specifica – «avranno entro lu­glio l’approvazione da parte del Parlamento». Il Tesoro lancia poi una critica a S&P, asserendo che «le valuta­zioni » date nei giorni scorsi da Com­missione Ue, Fmi e Ocse «sono molto diverse» da quelle dell’agenzia. E ricor­dando che le valutazioni fatte dal go­verno italiano sono «sempre state estremamente prudenziali» e che i dati, a consuntivo, della crescita economica e del bilancio pubblico «sono stati co­stantemente migliori del previsto».

    Confermato (per ora) il voto 'A+' per i titoli italiani Ma il giudizio parla di «crescita debole», di impegno «incerto» per le riforme e dei rischi, per il debito pubblico, di un «potenziale stallo politico».

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  16. 16

    Aristide

    Gli “gnomi Zurigo” dei quali parla Simona Beretta sull’‘Avvenire’ il 22 maggio, h 13:35, sono gli stessi ai quali accennavo qui sopra, il 21 maggio, h. 18:12? Penso di sì, non posso che rallegrarmi della coincidenza: tanto più che questa è un’espressione che si leggeva nell’‘Espresso’ di prima maniera. Per quanto mi riguarda, una reminiscenza di gioventù.

    La prof.ssa Beretta (penso che sia la prof.ssa Simona Beretta, docente di Economia Internazionale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore), afferma che c’è speculazione e speculazione e c’invita a fare a meno degli slogan, del genere “è tutta colpa della speculazione”. Pienamente d’accordo: c’è la speculazione filosofica e la speculazione di chi aspetta il momento di bisogno del vicino di casa per impossessarsi dell’appartamento accanto a un prezzo stracciato. Sono due cose diverse. Quanto agli slogan, lasciamoli alla pubblicità delle merendine, o ai politicanti. Noi invece ragioniamo: anzi, possibilmente, calcoliamo. Cioè, “calcoliamo” nel senso che impostiamo il nostro ragionamento in modo che si svolga da certe premesse ammissibili e da tutti accettate (gli “endoxa” di Aristotele), procedendo per gradi, rigorosamente, (quasi) come in una dimostrazione matematica. Trasformare il ragionamento in calcolo: questo, appunto, era il sogno di Leibniz. In altre parole ancora: bando alla retorica!

    Poi nel prosieguo del suo editoriale (che qui sopra non è riportato per intero), Beretta ci mette in guardia dal far troppo affidamento sui “sistemi esperti”. Già, ma i sistemi esperti sono costituiti inglobando in una macchina un modello comportamentale basato sull’esperienza di N esperti. Bene, arriverà lo (N +1)-esimo esperto che conosce una mossa non prevista dagli N esperti, e sbanca tutto, tanto più che a contrastare quella mossa non c’è un “umano” dotato di intuizione e intelligenza abduttiva (quella di Sherlock Holmes), ma una macchina che ragiona con criteri deterministici, o statistici, o tutt’e due insieme.

    Poi però, come rimedio al “sonno della ragione” che ha generato la crisi finanziaria (ma era veramente un sonno, e non forse un disegno lucido, spietato quanto si vuole, ma pur sempre razionale?) Beretta propone un insieme di tutele normative. Qui non siamo più d’accordo. Perché le tutele normative, come i sistemi esperti, prevedono ciò che è – appunto – prevedibile. Invece il problema è mettere a punto un sistema di contrasto per fronteggiare l’imprevisto. Questo è possibile soltanto se si accetta il principio che tra le banche, la finanza, i gruppi d’interesse da una parte, e i cittadini dall’altra, ci sia uno stato di belligeranza, quanto meno latente. Come gli Stati hanno un loro esercito, anche se poi (auspicabilmente) non vi fanno ricorso, e hanno un loro sistema di spionaggio e controspionaggio, così i cittadini devono avere gli strumenti dissuasivi e possibilmente offensivi per contrastare le azioni economiche che si sviluppino contro i propri interessi, a favore degl’interessi di pochi.

    A questo punto bisognerebbe sviluppare tutto un discorso sulle strutture delle quali dovrebbe dotarsi uno Stato moderno per proteggere i cittadini, sempre che li voglia proteggere, e che lo Stato non sia già occupato da gruppi d’interesse. In tal caso, ‘quis custodiet ipsos custodes’? Ma è un discorso complesso, qui sarà sufficiente affermare che il problema esiste, e non è da poco.

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  17. 17

    Nanni

    AGGREGAZIONI

    Reti di imprese. L’Agenzia delle Entrate ha definito le agevolazioni per l’anno 2010; esenzione al 75,3733% degli utili che dovranno essere accantonati in un fondo non tassato.

    Il Contratto di rete è stipulato tramite un atto pubblico o una scrittura privata autenticata; più imprese perseguono l'obiettivo di accrescere la propria competitività e capacità d'innovazione attraverso un programma comune in cui si impegnano a collaborare attraverso lo scambio di informazioni e

    prestazioni di natura industriale, tecnica o tecnologica. Gli utili d'impresa reinvestiti nel fondo patrimoniale o nel conseguimento del programma di rete godono di una defiscalizzazione, fino a un massimo di un milione di euro.

    MODELLI DI BUSINESS

    Imprese terziste italiane – Per sopravvivere stanno cambiando le strategie. E’ noto che un’impresa è solida quando controlla tre elementi fondamentali: prodotto, tecnologia e mercato. I terzisti sono spesso molto forti sui primi due, ma avulsi dal terzo; la crisi economica che ha ristretto il mercato e la produzione del Far East che ha raggiunto un’alta qualità con un costo del lavoro minore li hanno resi pertanto ancora più vulnerabili. Da qui l’esigenza di produrre con marchi propri e arrivare sul mercato vendendo direttamente ai consumatori.

    Logica di sistema – Il Distretto di Budrio (BO) fa squadra per competere sul mercato cinese. Venti imprese con un fatturato totale di 50 milioni specializzate nelle protesi medicali e nella strumentazione usata per la riabilitazione hanno proposto in Cina il nostro sistema per lo sviluppo dei settori ortopedico e protesico. Nel 2008 la Cina aveva 169 milioni di anziani.

    La riabilitazione ha un enorme mercato con 84 milioni di persone bisognose di riabilitazione. I dispositivi di assistenza sono appena 1.400; servono 30.000 nuovi centri di riabilitazione; la domanda annua cresce di 100 miliardi.

    Cantieristica – Dietro il sorpasso dei Paesi asiatici non v'è soltanto un minore costo del lavoro ma una precisa strategia industriale che ha puntato sull'innovazione. Sarà difficile recuperare il ritardo perché la crisi della cantieristica italiana è strutturale. Alcune specializzazioni (navi da crociera, navi speciali e settore militare) hanno per qualche tempo dato l'illusione di potere alimentare un portafoglio ordini capace di sostenere il comparto. Purtroppo l'impossibilità attuale di competere nella costruzione delle navi dedicate al trasporto standard e al trasporto high tech discende dall'aver puntato su alcune specializzazioni, in particolare la crocieristica abbandonando la l'aggiornamento e l'innovazione tecnica di numerosi comparti. Al contrario i competitori hanno puntato su tecnologie costruttive e sull'innovazione di prodotti concepiti e realizzati in logica low cost e standard di qualità abbastanza buoni spiazzando le vecchie impostazioni di fabbricazione europee. Così la Cina ha acquisito il dominio assoluto delle rinfusiere (66% delle commesse mondiali), mentre i Coreani hanno una quota mondiale del 34% nel comparto standard e circa il 20% nel settore high tech.

    Target – Per competere con produttori che operano nel segmento di prezzi ultra-bassi come quelli cinesi sono necessari: radicale riorientamento del prodotto, drastica semplificazione, produzione locale e attenzione ai costi. Con una strategia ben impostata un marchio premium può diventare leader anche nel segmento di più bassa gamma. Honda in Vietnam è l’esempio.

    Anni 90, Honda dominava il mercato delle due ruote con il modello Dream, 2.100 $; entrarono competitor cinesi a 500/700 $. Nel 2000 i Cinesi venderono 1 milione di motocicli, Honda soltanto 170.000 unità. Honda decise di difendersi; ridusse il prezzo del Dream da 2.100 $ a 1.300 $ e nel frattempo progettò una versione semplificata che venne chiamata Wave Alpha che introdusse sul mercato a 735 $; con Wave Alpha Honda ha riconquistato il mercato vietnamita, la maggior parte dei produttori cinesi ha abbandonato il mercato vietnamita.

    Competitività – L’Europa rischia di trovarsi in una morsa: da una parte la Cina con la sua forza lavoro a basso costo, dall’altra la Silicon Valley con meccanismi di ricerca d’eccellenza.

    I numeri della Cina: 9-9,5% il tasso di crescita 2011, 453.000 imprese industriali, 41.000 il numero delle imprese estere manifatturiere, 10% il rialzo atteso nei salari, 18 milioni le auto prodotte dalla Cina nel 2010 (+24,5%), 16,5 milioni i veicoli venduti nel 2010, 27,5 milioni la previsione per il 2015.

    Piattaforme di lancio – L’Italia ha superato la Cina nell’export in Libano; siamo leader nei macchinari industriali. Beirut svolge un ruolo-chiave per le imprese che vogliono conquistare i mercati dell’area Medio Oriente.

    Fiducia – Emerge l’esigenza per le imprese di costruire fiducia per creare engagement e conseguire risultati di business. Negli anni ’60, negli USA il lancio di un nuovo prodotto riscuoteva la fiducia del 90% delle persone; nel 2010 soltanto il 10% delle persone dà fiducia

    ad un prodotto che vede per la prima volta.

    Economia della conoscenza – Di fronte ad un mondo che vive di interdipendenze, il mito individualista e di controllo delle organizzazioni non regge più. Bisogna mirare al modello collaborativo di sviluppo impostato sul concetto di globalità, sul coinvolgimento, sulla responsabilità, sulla formazione che parte dall’errore, sul coraggio di cambiare.

    LOGISTICA – In Svizzera è stato scavato il tunnel più lungo del mondo: due gallerie ferroviarie da 57 chilometri ciascuna. Sono terminati i lavori del tunnel del San Gottardo in Svizzera; ora si lavora a impianti ed infrastrutture. Preventivo: 18 miliardi di euro, il quadruplo del Ponte di Messina. Collegherà Rotterdam con Genova; nel 2017 arriverà a Chiasso un treno merci ogni due minuti. In Italia i tempi saranno diversi se non inizieranno i lavori per adeguare le linee ferroviarie.

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