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Luca Allevi

Laureato in Economia e Commercio alla Bocconi. Consulente internazionale presso www.leaders.it

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19 Comments

  1. 1

    Ferretticasa

    Grazie per la recensione e disponibilità vi aspettiamo!

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  2. 2

    Aristide

    Leggo nell’articolo: «Una nuova filosofia: trasformare l’acquisto della casa in un’esperienza conoscitiva, visiva ed estetica». E io – sciocchino ch’io fui! – io che credevo che esperienze così raffinate potessero essere possibili solo leggendo (e ben meditando) il “Timeo” di Platone, con la sua Teoria del tutto che pone la geometria a fondamento dell’Universo, con il mito di Atlantide, con la bellezza di quei cinque poliedri, convessi e regolari (il tetraedro, il cubo, l’ottaedro, il dodecaedro e l’icosaedro) nei quali si compendia la materia che fluttua nel cosmo. I quali proprio da Platone prendono il nome (sono i “solidi platonici”). Filosofia mirabile, quella di Platone, e immaginifica, tant’è che all’ingresso della sua Accademia era scritto “Che nessuno entri ignaro della geometria”. Adesso il responsabile marketing di un’azienda bergamasca mi dice che potrei fare a meno di leggere il Timeo (possibilmente in greco, per cui consiglio questa edizione, che oltretutto è gratuita, con traduzione di servizio in latino:
    http://books.google.com/books?id=6Zg-AAAAcAAJ&amp
    Il responsabile marketing mi dice che, qualora non fossi in grado di leggere il Timeo, o non ci capissi niente, potrei sopperire acquistando una casa. Dunque, l’acquisto di una casa come succedaneo della filosofia. Stupendo! Vado subito a dirlo al Trota, in Consiglio regionale. Così lui lo fa sapere anche a certi suoi colleghi, sempre in Consiglio. Che si comperino dunque una casa, se già non ne hanno una in via Olgettina, Milano. Non avranno letto Platone ma, a questo punto, chi oserà rimproverare loro una certa, sia pur minima, crassità d’ingegno?

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  3. 3

    evasio

    Interrogativa indiretta: "mi chiedo se il collega del Trota sia un mediatore mascherato da geometra".

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  4. 4

    Claudio

    Leggendo i commenti ritengo che alcune volte si rischi di cercare autostima esasperando la ricerca del cosiddetto "ago nel pagliaio" passando da argomenti di immobiliare a poco connessi argomenti di pesca o di bon ton. Io mi permetto di riportare l'ambito della notizia in un alveo ben più terreno o forse per dirla in vulgare "terra, terra".

    Quanto si stà cercando di fare nel mondo dell'imprenditoria buona italiana in un momento in cui tutti i lettori sono consapevoli essere di profonda crisi (a meno che non siano troppo lettori e che quindi non si accorgano di cosa stia accadendo fuori) è la ricerca di qualcosa di nuovo e di innovativo che serva a riportare lo sviluppo del nostro PIL a ritmi ben più coerenti con quelli asfittici attuali e indegni di un G20! (anche se un G20 non invitato…)

    Questi sforzi di innovazione, perpetrati da chicchessia, ritengo siano encomiabili…pur senza che l'innovazione rappresenti la scoperta del modo in cui smaterializzarsi e rimaterializzarsi su alfa centauri (dove conoscendo che gli italiani sono un popolo di navigatori e viaggiatori sarebbero i primi ad andarci…anzi qualcuno ci sarà già, magari perchè li il regime fiscale è agevolato).

    Abbiamo bisogno di novità e (leggi il prossimo articolo sui distretti industriali) questa novità sia la benvenuta … da chiunque sia portata!

    L'importante, credo, sia essere il primo a portarla e non criticare chi per primo la porti. Se l'economia riprendesse penso che se ne avvantaggino tutti, pesci compresi… (tranne forse quelli che su alfa centauri ci sono andati già).

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  5. 5

    Aristide

    Non so se il commento di Claudio del 9 aprile 2011 8 h 53 min sia una risposta al precedente post di Aristide, cioè del sottoscritto. Penso di sì: me lo fa pensare quell'accenno malizioso a una "ricerca di autostima". Ma la cosa, rispetto alla sostanza, è irrilevante. Dunque, glissons.

    Il punto è un altro. Il punto è, precisamente, il confine tra informazione e pubblica relazione. Tanto più che da un po' di tempo si fa in Italia un gran parlare di "giornalismo anglosassone". Per esempio, ad Anno zero, tutte le volte che si prepara a dire una carognata, Santoro fa una premessa retorica, che tecnicamente prende il nome di “occupatio”, affermando che quello che sta per dire è "giornalismo anglosassone". Diciamo subito che, tutto sommato, quelle carognate di Santoro ci piacciono, considerato che Polemos, la guerra, è il padre di tutte le cose e che la verità, se mai possa dai miseri mortali essere conosciuta, risulta soltanto dalla dialettica degli opposti. Però, ciò premesso, diciamolo: del giornalismo anglosassone, di "questo" giornalismo anglosassone — francamente — non se ne può più.

    In ogni caso, volendo rimanere nelle coordinate del discorso anglosassone (concediamolo!), qui si pone un problema tutt'altro che ozioso, di grande momento etico: il discorso, appunto, sulla linea di confine tra informazione e ciò che è "altro" (diciamo così) rispetto all'informazione. Per esempio, i famosi e un po' famigerati "redazionali" della carta stampata. Avendo lavorato per due anni all'Olivetti, purtroppo ne so qualcosa. E avendo lavorato in un'azienda bergamasca di alta tecnologia che si relazionava con un giornalista cosiddetto scientifico.. Beh! Sarà meglio ch'io mi taccia.

    Il punto è dunque un altro: faccio presente che, una volta tanto, questa locuzione non è un tentativo di spostare l'asse della conversazione. Tutt'altro, dico così proprio per rimanere nel tema. Non mi sembra, per esempio, che sia stato un salto indebito nell'argomentazione (ciò che è tecnicamente si chiama "ignoratio elenchi”, dal gr. élenchos) l'aver analizzato le parole di un responsabile marketing il quale ha parlato di filosofia e di acquisto consapevole che diventa "esperienza conoscitiva, visiva ed estetica". Quel commento voleva essere un'analisi (del pensiero del responsabile marketing) strettamente pertinente sul piano filosofico, conoscitivo ed estetico.

    Oddio, ci sarebbe da dire qualcosa anche sulla casa che diventa "luogo di benessere fisico dell'anima", come afferma il responsabile del marketing. Per esempio, mi vengono in mente certe parole di Antonio Gramsci sulla possibilità di essere felici, perfino in carcere. Perfino se il carcere è quello di Turi, dove Antonio Gramsci fu recluso. Ma, ancora una volta, glissons.

    In ogni caso, se il mercato immobiliare si vivacizza, noi non possiamo che gioirne. Quanto alla commistione di mercato immobiliare e filosofia, siamo, a dire il vero, un po' scettici, anzi addirittura contrari. Così come siamo scettici riguardo a tutto questo andare per musei da parte di persone mal vissute, impregnate di tanfo aziendale, che farebbero meglio a cambiare genere di vita (per recarsi nei musei soltanto dopo, o anche per non andarci affatto). Dico così perché si apre oggi, credo, la "settimana dei musei": proprio ieri sentivo un cosiddetto operatore culturale che parlava di un nuovo mercato museale. Ancora il marketing!

    Per approfondire questi argomenti suggerisco la lettura della “Vita agra” di Luciano Bianciardi.

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  6. 6

    Kamella Scemì

    Cerco di bilanciare i due commenti, prescindendo dal fatto che l'articolo abbia un evidente scopo commerciale, oltre che sostanzialmente pubblicitario: se no perché aspetterebbero qualcuno?. A mio avviso lo scempio italico, cementizio in generale ed edlizio in particolare, nasce proprio dalla mancanza di cultura, di amore per il bello, che costa studio e fatica dell'intelletto e del cuore, perché da combinare, anche e soprattutto, col dato economico. Se si vuole, nasce proprio dalla mancata lettura e comprensione del Timeo, come dice Aristide. Ma è pur vero che, assodata tale colpevole ignoranza, vada comunque non immediatamente oppressa ogni iniziativa, pur estremamente concreta e banale, che vada, possa andare o finga di andare in quella direzione, quella della costruzione, mattoncino dopo mattoncino, di una nuova fase di civiltà in cui la casa di ciascuno sia anche casa del pensiero di ciascuno, ben compatibile col Timeo, o con qualche nuova opera di tal potenza e valore.

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  7. 7

    Kamella Scemì

    Mi ero dimenticata: è palese che le aspettative e ansie "mediatorili", per non dire altro, dei politicanti ladri – quelli onesti ci sono, ma paiono assai poco incidere al riguardo – costituiscono freno e inibizione rispetto agli esiti da me sopra auspicati.

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  8. 8

    Aristide

    Osservo che il mio precedente post si è incrociato con quello dell'ottima e "nuziale" Kamelia (credo che sia questo il significato del suo nome). In effetti, non essendo noi né piagnoni, né patarini, né nostalgici dei pasti consumati in latteria (tale si dichiarò Nando dalla Chiesa nel corso della sua campagna elettorale per l'elezione alla carica di sindaco di Milano) vediamo di buon occhio lo sviluppo dell'economia. Anzi, chiediamo insistentemente un ricambio della classe dirigente: in particolare, chiediamo che nelle aziende tornino a comandare i capi officina e gli ingegneri (invece degli arruffapopoli con i loro stramaledetti master nelle cosiddette Scienze della comunicazione, in Pubbliche relazioni e simili nefandezze) e che il personale politico — in primis quello che si trascina al Consiglio dei lombardi, al Pirellone — si proponga come esempio da imitare Quintino Sella, prendendo immediatamente le distanze dal Trota e da Nicole Minetti. Solo così sarà possibile la rinascita morale, civile ed economica dei Lombardi. Dunque, viva la rinascita economica! Ma — vi prego! — senza le fanfaluche del "terziario avanzato" o anche del "quartario", preconizzato (e, più che preconizzato, paventato) dal grande Bianciardi.

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  9. 9

    Gianfranco

    Carissimi, mi sembra di vedere che siamo partiti da Bergamo e siamo arrivati al Polo Nord passando per l'Australia…e questo forse non è neanche tanto sbagliato. E' sicuramente piacevole leggervi ma penso proprio che oltre al pensiero puro, appannaggio purtroppo di una ristretta elite, esista anche una schiera di moltissime persone che prende il treno la mattina presto, lavora sodo per le cose quotidiane e lotta ogni minuto per fare in modo che il suo indispensabile stipendio possa continuare ad arrivargli.

    Quindi per riprendere un bel concetto di Aristide, Kamelia e Claudio sono convinto che il rinnovamento sia ormai necessario: le idee nuove che emergono, anche su una nuova filosofia di abitare (ci sono innumerevoli studi su questo e numerosi eminenti architetti del passato hanno lavorato in questo … vedi Le Corbuisier) di casa, di carcere, di posto di lavoro, di cultura o di politica siano le benvenute, senza necessariamente leggerci dei secondi o tripli fini ma riservandoci di valutarle concretamente nei contenuti e non negli ipotetici scopi che più di qualche volta siamo noi ed il nostro vissuto ad appioppargli. Sarebbe proprio bello iniziare da noi a valutare senza pregiudizi il nuovo che…avanza.

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  10. 10

    Kamella Scemì

    Carissimo Gianfranco, lasciamo perdere il pensiero puro che, se c'è, in quanto tale non è possedibile da alcuno di noi. Francamente non capisco perché una ricerca epistemologica non debba essere appannaggio, almeno parziale, anche della "schiera di moltissime persone che prende il treno la mattina presto, lavora sodo per le cose quotidiane e lotta ogni minuto per fare in modo che il suo indispensabile stipendio possa continuare ad arrivargli". Credo che proprio in questo, nella mancanza di circolazione di "pensiero", consista l'emergenza educativa generale, sociale; che proprio nell'inversione di tale tendenza stia il presupposto per l'affrancamento della nostra gente dall'appiattimento della cervice cui è quotidianamente sottoposta (un tempo si definiva "lavaggio del cervello").

    Anch'io sono convinta che il rinnovamento sia necessario. Non ormai, sempre. E che le idee nuove, anche su una nuova "filosofia" di abitare, siano sempre le benvenute. Occorre, però, attivare una diffusa, effettiva ed efficace cultura di valutazione al riguardo (che non c'è e che non viene in alcun modo propugnata), perché altrimenti, necessariamente, visto come procedono le cose in Italia, si vanno a leggervi secondi o tripli o quadrupli fini: certo che si tratta di "ipotetici scopi che più di qualche volta siamo noi ed il nostro vissuto ad appioppargli". Ma, come diceva quel tale, a sospettare si fa peccato, ma spesso ci si azzecca… Convengo: sarebbe proprio bello iniziare da noi a valutare senza pregiudizi il nuovo che…avanza!. Venendoci forniti minimali ma sufficienti strumenti di conoscenza, però.

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  11. 11

    Claudio

    Concordo con voi e con il vostro pensiero: in estrema sintesi si tratterebbe di ritornare alle origini fornendo una cultura adeguata alle nuove generazioni da renderle capaci di ragionare e valutare bene senza entrare nel fatidico "parco buoi"… un dubbio, ma questo non dovrebbe essere fatto dalla scuola?!

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  12. 12

    Claudio

    … e dall'esperienza di vita?! Per l'esperienza di vita ci pensa nostro Signore, per la scuola chi ci pensa? Gli Insegnanti, il Ministero, i Genitori, o chi altri?

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  13. 13

    Cristoforo

    Concordo pienamente con Claudio. Le sue domande sono basilari, e non c'è riforma che tenga al riguardo. Serve un cambio di mentalità. Quindi, anche del senso delle istituzioni. A latere, osservo che le aziende, come la mia, cercano giovani volenterosi che possano applicare nel lavoro quanto appreso a scuola. Peccato che quel che hanno imparato non serva quasi a niente, ammesso e non concesso che abbiano effettivamente imparato, onde si guarda quasi soltanto alle pretese dei candidati e alla loro voglia di impegno. Deludente e regressivo. E gli immigrati, per questo aspetto, danno la paga ai nostri giovani, spesso e volentieri.

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  14. 14

    Cristoforo

    Leggo su Avvenire di oggi qualcosa che può, almeno parzialmente, interessare il ragionamento che abbiamo or ora intessuto:

    INSUFFICIENTE UNA «VERNICIATA» DI MODERNIZZAZIONE

    La scuola che non piace e le ricette che non la salvano di LUIGI BALLERINI

    Ai ragazzi italiani la scuola non piace. O almeno così pare, stando all’indagine Hbsc­Italia 2010, uno studio multicentrico internazionale condotto ogni quattro anni in collaborazione con l’Ufficio regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità per l’Europa.

    Vi partecipano 43 Paesi su 53 stati membri e l’Italia ha iniziato la collaborazione nel 2000.

    Il campione esaminato di 77.000 ragazzi italiani di prima e terza media e di seconda superiore è considerato rappresentativo di tutte le regioni e di realtà sia statali sia paritarie. A loro è stato somministrato un questionario anonimo con la specifica richiesta di esprimersi sul gradimento della scuola, da 'mi piace molto' a 'non mi piace per niente'. A livello nazionale risaltano tre macrodati: il gradimento diminuisce al crescere dell’età, ai maschi la scuola piace meno che alle femmine e non vi sono significative differenze regionali.

    In prima media al 25% dei ragazzi e al 34,5% delle ragazze la scuola 'piace molto', contro il 6,7% dei maschi e il 10,8% delle femmine in seconda superiore. Con questi dati ci collochiamo pesantemente sotto la media internazionale, al quartultimo posto per il livello di gradimento dei quindicenni su 41 Paesi.

    Oltre al quadro descritto dall’indagine, ciò che preoccupa davvero è la strada che potrebbe prendere la scuola nel tentativo di risolvere la situazione. Due infatti sono le principali tentazioni che la metterebbero su una falsa strada: buttarsi sul cosiddetto eduteinment e diventare una scuola 2.0.

    Eduteinment è una parola magica, assai di moda, che coniuga education con entertainment:

    no ai vecchi argomenti noiosi e paludati col loro studio tradizionale, sì a materie nuove, diverse, con un frizzante stile di insegnamento che renda tutto divertente. Si corre così il rischio di prolungare l’esperienza della scuola materna, in un irrispettoso processo di infantilizzazione dei ragazzi.

    La scuola 2.0 è poi quella che vive dell’illusione che sarà (solo) la tecnologia e i suoi richiami a destare dal sonno mattutino i ragazzi sui banchi. Le aule si devono allora riempire di lavagne multimediali, per i professori è un must avere un profilo facebook e via i vecchi libri per lasciar posto al web o al massimo a un iPad di ultima generazione su cui caricare tutto.

    Una posizione ingenua, questa: più che la lavagna conta infatti quello che ci scriviamo sopra, il giovanilismo dei professori non dovrebbe certo essere preso come sinonimo di vicinanza ai ragazzi e i libri non possono diventare solo nemici polverosi che piegano la schiena dentro gli zaini.

    Un ragazzo potrà davvero dire alla scuola 'mi piace' – senza necessariamente sbilanciarsi con 'molto' – quando riuscirà a trovare una corrispondenza tra sé e ciò che viene offerto, ossia quando scoprirà un reale guadagno nell’andarci. Gli piacerà quando si accorgerà che si tratta di un luogo che può suscitargli un’idea nuova che non c’era prima, che soddisfa una curiosità che forse nessuno riconosceva, che il suo interesse è un successo piuttosto che un presupposto.

    I giovani aderiscono volentieri a quelle situazioni in cui vengono riconosciuti come pensanti, capaci di orientare il proprio moto in associazione con un altro per una soddisfazione reciproca. Se glielo permettiamo sanno sorprenderci con la loro apertura.

    Perché la scuola torni davvero a piacere o inizi finalmente a farlo, occorre pertanto che resista alla tentazione di una fideistica modernizzazione o di un accattivante snaturamento; potrà così proporsi come un luogo capace di incontrare e sollecitare i desideri dei più giovani favorendo esperienze reali con le discipline in modo da aprire prospettive forse solo intuite, certo desiderabili e desiderate.

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  15. 15

    Aristide

    In risposta all'intervento di Cristoforo, e in merito all’articolo sull’“Avvenire” – Prima di esprimere le due cosette che vorrei dire sulla scuola, ritengo necessario fare un breve preambolo: chiarisco cioè la cornice ideologica.

    Nella lotta per la visibilità e per la conquista di posizioni di potere pare che tutte le strade siano buone. D'altra parte, è sempre stato così: con la differenza, però, che un tempo chi era ambizioso faceva di tutto perché gli altri non se ne accorgessero. Oggi invece l'ambizione è un vanto, viene sbandierata ai quattro venti, con l'aggravante che — spesso — si è ambiziosi tanto per essere ambiziosi, a prescindere. Questa è la morale predicata da Maria de Filippi, sacerdotessa di un culto satanico. Cioè, lei ha trasformato l'ambizione degli impiegatucci decisi a tutto, pur di far carriera, o quella del commesso viaggiatore della commedia di Arthur Miller, in una religione, o in un’istanza morale superiore. Non era però questa la morale della Chiesa, non questa era la morale dei Padri fondatori dell'Italia (chi oggi festeggia il 150º anniversario dell'Italia non l'ha capito, o fa finta di non averlo capito), non questa era la morale che si insegnava nei buoni licei d'una volta (la virtù consisteva nell'essere ‘compos sui’, altro che determinati!). Perciò, prima che l'aziendalismo facesse strame dell'educazione e dell'onore, prima che Maria de Filippi occupasse il cuore e la mente di giovani senza più punti di riferimento, che non siano quelli televisivi e — recentemente — dei social network, sapevamo che cosa pensare degli idoli e degli idolatri. Oggi c'è una grande confusione, pare che essere "determinati" sia una cosa di cui addirittura vantarsi, invece di vergognarsene: proprio così, pare che sia bello essere "determinati", in sé e per sé.

    Fine del preambolo. E la scuola? Ahinoi, dobbiamo prendere atto del fatto che il mondo della scuola non è esente dal morbo della "determinazione" come valore assoluto, a prescindere. Anche la scuola è infetta. Ecco dunque che nel mondo della scuola, anche per quella parte importantissima del mondo della scuola che sono i professori, pare che tutte le strade siano buone, pur di avere visibilità, pur di primeggiare in qualche comitatuccio o anche solo per sentirsi importanti, avanzati e "giovani" (soprattutto quando non lo si è più). Così vediamo maestrine e professorini i quali, invece di usare le nuove tecnologie come si usa un taxi (uno sale, fa la sua bella corsa, paga il conducente, scende, e chi s'è visto s'è visto), si fanno prendere dal sacro furore nuovistico. Così si spiega questo singolare trasporto per il così detto ‘edutainment’ (education + entertainment, cioè istruzione + intrattenimento) o per la scuola cosiddetta 2.0, cioè per una scuola infarcita di tecnologie, quella in cui i professori diventano un po' studenti e gli studenti un po' professori (essendo notoriamente gli studenti un po' più svegli, rispetto ai professori, nell'uso delle nuove tecnologie).

    In ogni caso, se maestrine e professorini sperano di meravigliarci con le nuove tecnologie e le nuove "metodologie" (doviziosamente insegnate in innumerevoli, inutili e spesso dannosi corsi di aggiornamento), si sbagliano di grosso. Orazio ci ha insegnato a non meravigliarsi mai di niente.

    Riguardo poi ai questionari presentati agli studenti, per sapere che cosa pensino della scuola e dei professori, anche qui ci sarebbe da dire, e molto. Ma noi saremo brevi. Intanto, bisognerebbe vedere quali siano i criteri di "somministrazione" dei medesimi ("somministrazione" è il termine tecnico usato al riguardo: orribile!). Se non ci spiegano quali siano le domande, quale il criterio di presentazione del questionario e quali i criteri di valutazione delle risposte, inutile perdere tempo per discuterne. Ma, anche ammettendo che si sia proceduto nella maniera più scientifica immaginabile (cosa della quale solitamente si ha ragione di dubitare), mi viene in mente quello che disse un mio amico professore. Eravamo seduti al tavolino di un bar, l'amico professore, una sua collega nel medesimo liceo (nonché sua fidanzata) e io. La collega a un certo punto disse: «Giovanni, ma lo sai che gli studenti si lamentano di te, dicono che sei severo…». Il mio amico rispose così: «La cosa non m’impressiona. Ricordo che i migliori professori che ho avuto erano quelli dei quali noi studenti dicevamo che erano str…».

    P.S. – E non venitemi a raccontare che sarei contro il “nuovo che avanza”. Tanto per cominciare, l'avanzamento del nuovo voglio governarlo io. Non sarà certo un signorino del marketing a dirmi la strada che devo prendere, solo perché lui ci trova il suo guadagno. Rammento agli smemorati che Mussolini era colui che faceva i sermoni contro i "misoneisti", al tempo in cui il fascismo rappresentava il "nuovo che avanza". Senza contare che le nuove tecnologie io le uso: questo testo è stato scritto al computer con un programma di riconoscimento della voce e dettatura automatica. O non basta?

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  16. 16

    Claudio

    Non amo personalizzare le mie riflessioni o considerazioni anzi se possibile mi preme rimanere aderente ai fatti e non alle persone. Ho sempre apprezzato i commenti, un po' lunghi, ma sagaci e soprattutto centrati di Aristide pero', mi sia consentito, in quanto ha scritto nell'ultima riflessione sulla scuola ho trovato alcune approssimazioni superficializzanti che, purtroppo sono il pane quotidiano della nostra generazione figlia della scuola dell'obbligo ad almeno 14 anni e più.

    Mi spiego meglio: prendendo a prestito dalla matematica/algebra, scienza esatta per eccellenza, la proprietà transitiva, l'esame della situazione attuale di una società che va verso il "borbottamento generalizzato" è presto fatto.

    1) la scuola non insegna più ai ragazzi; 2) i ragazzi non hanno più stimoli ad apprendere perchè non vedono ostacoli da superare con responsabilità; 3) gli ostacoli non si superano più con la responsabilità ma con la partecipazione a programmi televisivi di lancio dove la cultura se ce l'hai diventa un handicap perchè potrebbe farti entrare in nomination e farti escludere perchè barboso; 4) i professori si accorgono di questo e si convincono che studiare il latino o le lettere non serva più; 5) le lettere ed il latino magari dai loro corsi di laurea se lo sono anche un po' scordato (per far amare le cose bisognerebbe spiegarle conoscendole bene); 6) allora per rincorrere i tempi che cambiano e far tornare l'appetito culturale dei ragazzi pensano che al pari dei tempi sia necessario cambiare i programmi ed i modi di insegnare; 7) le nuove tecniche pero' non portano il frutto sperato ed i ragazzi non apprendono; 8) di fronte a questo mancato apprendimento i genitori a casa, impegnati per tutta la settimana in attività d'ufficio, focalizzano le colpe sulla scuola; 9) allora i ragazzi si convincono ancora di più che loro sono nel giusto a rifiutare certi programmi ed insegnamenti; 10) i ragazzi crescono e vengono "promossi" dalla scuola; 11) cercano lavoro e non lo trovano; 12) quando lo trovano si rendono conto che se avessero conosciuto qualche cognizione di più forse non sarebbe stato cosi' male ed avrebbero potuto gestire meglio certe situazioni; 13) pero' si rendono conto che è troppo tardi per porre rimedio in quanto il tempo di imparare non c'è piu' o almeno tutto è diventato più difficile; 14) allora si acquitano nell'animo con l'oblio dei propri risentimenti e si autoconvincono che avendo ricevuto il pezzo di carta, questo, da solo rappresenti la cultura; 15) essendo portatori della cultura, quindi, per principio loro sono nel vero e gli altri sono nel torto; 16) avendo tutti almeno il diploma, tutti sono nel giusto e tutti gli altri sono nel torto… da qui alla completa Babele il passo è breve!

    Forse sarebbe bene ricominciare a fare un minimo di autocritica, tutti, e riprendere di più ad ascoltare gli altri senza pregiudizi o senso di superiorità che non aiuta certo all'ascolto attivo.

    Che non si riesca a percepire qualche cosa di interessante?

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  17. 17

    Aristide

    UNA MODESTA PROPOSTA PER MIGLIORARE LO STATO DELLA SCUOLA IN ITALIA

    Il mio intervento precedente voleva essere un’esortazione alla vigilanza, a non essere àpoti (per usare un’espressione di Prezzolini), cioè a non berla così facilmente, se qualcuno vuol darcela a bere. Il discorso era centrato sul “nuovo che avanza”, con particolare riferimento al mondo della scuola. Mille sono le ragioni per cui ci viene agitato sotto il naso il drappo del nuovo che avanza: tipicamente, per indurre in noi nuovi bisogni e indurci all’acquisto di nuovi prodotti, per distrarci da più importanti e cogenti problemi, o perché qualcuno vuole accreditarsi ai nostri occhi come interlocutore privilegiato, mettendo fuori gioco coloro che eventualmente non possono fregiarsi di titoli nuovistici.

    Però, a ben guardare le cose, da un punto di vista filosofico (o scientifico, se preferite), il nuovo è soltanto nuovo: non è detto che sia un bene, ma non è neanche detto che sia un male. Invece solitamente nella lotta per il potere e nel marketing ciò che si presenta come “nuovo” è considerato (dai più) positivamente. Tutto il contrario di quel che avveniva nel mondo romano, per esempio, dove ‘antiquus’ significa “nobile”.

    Anche nel mondo della scuola molto spesso e molto a sproposito viene agitato il drappo del nuovo: le nuove metodologie, i nuovi strumenti didattici ecc. Mettiamoci in testa che le nuove metodologie possono essere, in linea di principio, migliori o peggiori: il fatto che siano nuove non le fa necessariamente migliori. Idem per quanto riguarda l’uso dei calcolatori (che sarebbe meglio chiamare elaboratori elettronici, visto che il più delle volte non calcolano, ma elaborano): ben vengano nell’insegnamento della storia dell’arte, per esempio, o nell’insegnamento della geometria euclidea, grazie al programma didattico Cabri. Stiamo ben attenti però a non farci irretire nella mistica dei calcolatori elettronici. Osserviamo, en passant, che meno uno capisce di informatica, più tende a sviluppare un atteggiamento mistico nei confronti della medesima.

    Proviamo a riassumere. Ci parlano di “endutainment”? Benissimo, però ‘surtout pas trop de zèle’ (così pare dicesse Talleyrand: soprattutto, attenzione agli eccessi di zelo). Qualcuno ci snocciola le mirabilia tecnologiche di una scuola proiettata ad essere cosiddetta 2.0? Signora maestra, per favore, si esprima più chiaramente e deponga il suo afflato mistico. Un corso di aggiornamento sulle nuove “metodologie”? Sì, ma quali? A quali necessità sopperiscono e (non sembri offensivo) a quale titolo mi vengono proposte? E da chi? Attenzione al trucco: il metodo va bene, parliamone pure, sempre che riusciamo a fare un discorso non banale, ma ‘con juicio’. Non dimentichiamo l’importanza della conoscenza, signori: prima di tutto viene la conoscenza e, direi, sempre se nessuno si offende, un minimo di vocazione all’insegnamento. I corsi di formazione? Dipende, c’è corso e corso, alcuni sono anche utili. Ma se uno non conosce la materia, o non la sa insegnare, non c’è metodo (anzi, “metodologia”, così piace dire a lorsignori) che tenga, non c’è gherminella metodologica che possa turare le falle culturali e pedagogiche di professori divenuti tali ‘ope legis’.

    ‘Last but not least’, ecco una modesta proposta per migliorare lo stato della scuola italiana.

    PUNTO PRIMO: valutiamo le conoscenze dei professori e la loro idoneità all’insegnamento. Non è originale, dirà qualcuno. È vero. Il povero Berlinguer (Luigi Berlinguer, ministro della Pubblica istruzione dal 1996 al 2000), che pure non era un’aquila, ci lasciò le penne. Che cosa aveva detto di così terribile il buon Luigi Berlinguer? Aveva proposto che i professori italiani fossero sottoposti a un processo di valutazione. Proprio come avviene, per esempio, in Inghilterra. Eppure lì non ci sono professori insediati ope legis. Non fa niente, hanno lo stesso gli ispettori: i quali, al termine dell’ispezione, prendono provvedimenti contro i professori incapaci, eventualmente arrivano perfino a chiudere tutta una scuola. Ecco allora che i professori inglesi si sono organizzati per autovalutarsi prima di essere valutati dagli ispettori. Così si rendono conto le proprie carenze e vi pongono rimedio, nel caso. Anche in Italia alcune reti di professori si sono prefisse di autovalutarsi: hanno giocato anche loro, come i giornalisti di casa nostra, a fare gli anglosassoni. Già, ma gli ispettori dove sono?

    PUNTO SECONDO: aboliamo il valore legale della laurea e, in generale, dei titoli di studio. Ne guadagnerebbe la serietà degli studi e si assesterebbe un bel colpo al meccanismo della raccomandazione. Siamo in tanti a pensarla così, ma siamo in pochi a trovare il coraggio di dirlo, o a trovare il modo di poterlo dire (“dire”, anche nel senso di “argomentare”). Pare, però, che a Bergamo Info lo si possa dire.

    Reply
  18. 18

    Suore Orsoline di So

    In relazione al dibattito sviluppato, invio due articoli ripresi dalla rivista "In Altum", pubblicata dall'Istituto delle Suore Orsoline di Somasca:

    Educare: come?…chi?

    Educare è prendere coscienza, in pienezza, della propria e altrui umanità e promuoverle fino ai più alti livelli. Tutto, però, passa attraverso il filtro delle qualità umane che si raccolgono attorno all'intelligenza, alla volontà-libertà, all'amore. Si tratta allora di sviluppare l'intelligenza, irrobustire la libera volontà ed imparare ad amare e a farsi amare. Ma come?

    Questo avviene solo se le persone cercano di incontrarsi. Lapalissiano: in una parola semplice, si tratta di volersi parlare, di comunicare cose sensate, capire e farsi capire.

    Se non promuovi occasioni per stare con i tuoi figli o allievi e per parlare con loro, non ti sarà mai possibile educare. E, se quando parli, tuo figlio non riesce ad avvertire che "lui", per te, è la persona più importante, non scatta nessuna educazione, anzi: avviene il contrario. .. fai imbestialire! Se non sai portarti a livello del tuo ragazzo in modo che sia sicuro che tu voglia condividere con lui le cose più belle e che tu possa condividere le sue con te, più che educare darai l'impressione di controllare e dominare.

    Far nascere la voglia di parlare, imparare a parlare e far imparare a parlare è fondamentamentale per l'educazione. A parte il fatto che dialogare è già una discreta meta dell'educazione, la dinamica educativa passa attraverso l'infinita pazienza del dialogo, del dialogo ad oltranza, del dialogo senza rinuncia ed esclusione di opportunità. Ma parlare con intelligenza. L'intelligenza umana può essere usata a diversi livelli: ad un "livello quasi animale", quando finisce per essere soltanto lo strumento per superare alcuni espedienti: anche tanti animali sembrano, in certe circostanze, furbi; ad un "livello più decisamente umano", quando attinge alla verità, sapendo leggere proprio 'all'interno e nel profondo' (ossia, proprio 'intus + legere', 'intelligenza'!) fino a comprendere il cuore di ogni realtà e il valore che costituisce per la vita delle persone. In questa linea, poi, non si finirebbe più di crescere!

    Vuoi educare? Cerca, in primo luogo e sempre, la verità. Cercala insieme alla persona che intendi accompagnare nell'educazione. Lasciati misurare e mettere in discussione dalla verità. Metti in atto tutti quei segreti che fanno risplendere il vero nella tua ed altrui esistenza. E' il primo segreto dell'educare. Non aver paura delle conseguenze della verità, anche se sulle prime portano un po' di scompiglio nell'animo di tutti. Le tracce della verità sono così profonde che non si riescono a coprire… e ben presto si impongono con tutta evidenza.

    La volontà. La persona è grande per le scelte che riesce a fare. Educare è imparare a scegliere: bene, intelligentemente, con cuore grande, ossia aperto agli altri. "Bene": ossia quello che scelgo è in modo certificabile, migliore di quello che ho deciso di tralasciare.

    "Intelligentemente": ci sono fior fior di motivi per puntare su quello che scelgo. Motivi ragionati e non solo sentimentali, pulsionali o socializzati. Il carattere di scelta intelligente è assicurato dalla sua precedente elaborazione dialogica, ossia proprio dal fatto di nascere da un confronto con altre persone.

    "Con cuore grande": ossia aperto a tutto ciò che è buono.

    Certo, per poter scegliere, bisogna avere un campionario di varie possibilità. E allora si educa passando in rassegna i vari aspetti delle cose. Su di esse, esercitare una riflessione profonda per vederne il valore, senza cadere nelle illusioni, perché si tratta sempre più di un campo minato… dove l'ingenuità va bandita… E l'ingenuo non è solo il 'buonista', ma anche lo 'squalo ' che affronta tutte le relazioni con la rastrelliera dei suoi denti e i colpi della sua coda. Mica tutto si deve triturare a questo mondo… Alla fine delle nostre analisi, bisogna optare per la scelta migliore. Educare è costruire insieme un impianto dove diventa possibile scegliere in maniera sempre più agile, in modo tempestivo… con finalità certificate e garantite. Dapprima. .. amorevolmente assistito dalle persone per me significative, per poi, riuscirlo a fare anche in proprio.

    "Amorevolmente assistito", perché quando si impara si sbaglia tante volte. Ma l'amore offre un 'ulteriore possibilità di rilancio.

    L'amore. Che cosa vuol dire amare? Dobbiamo spesso richiamarci che al mondo non ci siamo solo noi – cosa tutt'altro che facile! -, ma anche gli altri; che essi non sono necessariamente solo un limite alla nostra espansione, ma lo specchio della nostra coscienza e che nella nostra vita essi possono essere condizione ed inevitabili collaboratori per conseguire il mio miglior me stesso: ecco, quando arrivo a considerare l'altro come un altro me stesso o, addirittura, a considerarlo il mio miglior me stesso, allora lo amo. E' nell'amore che la persona intuisce la sua centralità e il suo significato. Anche qui l'amore è una scelta, la scelta suprema, quella che decide anche di se stessi. Ed, insieme, la suprema libertà.

    Mamme e papà (e tutti coloro che partecipano alla relazione educativa), voi amate i vostri figli, se vi interessano più di voi stessi. Li educate e vi credono proprio quando si accorgono che voi vivete per loro più che per voi stessi. Certo, non saranno così onnipotenti da rendersi subito coerenti con quel che avvertono…, ma non vorranno essere da meno di voi. Sarete sempre il LORO papà e la LORO mamma, anche quando saranno i vostri figli ad avere ormai qualcosa da insegnarvi. E sono diventati così, perché l'hanno provato tante volte, felicemente, con mamma e papà… con i loro educatori, ossia con le persone significative della loro vita…

    Infine: poche indicazioni sintetiche che racchiudono una certa sapienza educativa. Sono facili all'uso, si ripresentano continuamente, sono suscettibili di approfondimento…, difficilmente si inceppano:

    • Parla sempre con affabilità

    • Punta alla verità

    • Preoccupati di scegliere il meglio

    • Prima di tutto fatti accogliere

    • Non dimenticare di ringraziare sempre.

    Don Pier Paolo Borroni – SdB

    Educare…un impegno che non ha scadenza.

    L'educazione è un processo che ha inizio dalla prima infanzia e non si può stabilire quando termini. E' un impegno che ci si prende quando si diventa genitori, è un impegno che non ha scadenza.

    Attraverso l'educazione noi comunichiamo qualcosa di noi stessi, del nostro modo di rapportarci con la realtà. Noi educhiamo a quello che siamo. Il primo fattore dell'educazione degli altri, figli o scolari, è l'educazione di se stessi: per educare bisogna essere educati. L'educazione è un'esperienza che si vive insieme.

    I momenti educativi più importanti iniziano sin dalla nascita; ovviamente i contenuti dell'educazione si modificano con la crescita, ma è importante che siano sempre coerenti. Preparare i nostri figli alla vita non è cosa semplice; insegnare loro che nella vita ci sono regole e sacrifici non è certamente facile, ma dobbiamo saper chiedere ai figli dei sacrifici, dobbiamo permettere che li facciano, altrimenti come li prepariamo alla vita? Quando educhiamo dobbiamo essere fermi e coerenti nei principi: i bambini e i ragazzi percepiscono non solo le parole, ma imparano dai nostri atteggiamenti, ci conoscono meglio di noi. Questo significa che non possiamo educare e trasmettere qualcosa in cui non crediamo. Viceversa, i princìpi e i valori in cui crediamo veramente li trasmettiamo in maniera inconsapevole, con un linguaggio non verbale.

    Un momento fondamentale in cui educhiamo è il dialogo. Il dialogo c'è quando qualcuno parla e qualcuno ascolta: dialogare, infatti, non significa solo parlare, ma soprattutto ascoltare. Parlare non significa comunicare cose o fatti, ma sentimenti, delusioni, aspettative, speranze. Dialogare vuol dire saper aspettare, senza dare per scontato di conoscere l'altro. Un modo di dialogare è l'osservazione, l'attenzione verso l'altro, verso le sue emozioni.

    Il dialogo si costruisce sin dall'infanzia, soprattutto attraverso il gioco. Nel gioco il bambino si immedesima e comunica; giocando con il bambino si può scoprire il suo stato d'animo. E' importante che l'educatore non nasconda mai le proprie emozioni, ma educhi all'affettività. Con la crescita cambia anche il modo di dialogare: gli adolescenti non vogliono informazioni, ma attenzione da parte dei genitori perché, nonostante tutte le contestazioni, i genitori sono gli unici punti di riferimento per loro. In questa fase è molto importante che il genitore sappia cogliere l'attimo in cui può educare all'affettività, aprendosi verso i figli con le proprie emozioni. Lo scopo dell'educazione è imparare a conoscere e a riconoscere la bellezza della vita, a scoprire il senso di questo viaggio. Non bisogna avere fretta di vedere i frutti dell'educazione: se abbiamo seminato bene, raccoglieremo buoni frutti. Bisogna saper aspettare, anche quando sembra che non succeda nulla.

    Nel rapportarci ai nostri figli dobbiamo diventare come bambini. Diventare bambini, secondo il Vangelo, significa accogliere la nostra finitezza, la nostra dipendenza, la nostra incapacità di avere tutte le risposte. Più diventiamo bambini, più riusciamo ad accettare i nostri limiti, meglio riusciamo a gioire delle meraviglie della vita. A un figlio interessa essere ascoltato, sapere che abbiamo colto il suo disagio, capire che gli stiamo accanto, non necessariamente che abbiamo le risposte per tutto.

    Prima di essere genitori, educatori, siamo figli; figli di una storia, ma anche figli di un limite. Certe volte è più sano che i nostri figli capiscano che abbiamo perso la bussola, che non sappiamo dove andare, piuttosto che sentano la nostra frustrazione di non essere genitori perfetti. Educhiamo quando insegniamo, con l'esempio, ad accettare i propri limiti: solo così prepariamo i nostri figli alla vita.

    Educhiamo quando diamo la libertà. La scuola, la famiglia, devono aiutare i figli e gli alunni a crescere nella libertà di abbracciare la realtà e la vita. La prima cosa che bisogna avere chiara è cosa sia la libertà. E' sicuramente la possibilità che una persona ha di scegliere, di decidere. Ma le scelte che siamo chiamati a fare non vengono fatte una volte per tutte, ma si inseriscono in un'esperienza che cresce.

    L'individuo è libero non solo quando può scegliere, ma quando si realizza, quando cammina verso il bene. L'esperienza della libertà si compie quando si sta bene, quando ci si sente felici. L'educatore deve fare una proposta, deve proporre una strada tesa al bene, una direzione aderendo alla quale il bambino, il ragazzo, realizzano la loro vita, diventando più liberi e abbandonando l'incertezza che impone sempre delle scelte.

    Anche Dio, nella sua grandezza e nella sua potenza, non ha voluto imporre nulla all'uomo, ma ha voluto che egli lo amasse, lo cercasse, lo desiderasse e lo scegliesse in piena libertà. Allo stesso modo un genitore, un educatore, non devono imporre, ma proporre ciò che può incrementare la libertà dell'altro, proporlo con l'esempio di vita. Noi proponiamo ciò che siamo e lo proponiamo con l'esempio, con la nostra presenza umile, ma decisa.

    Educare è volere il bene dei nostri figli, non guardandoli per come vorremmo che fossero, ma per come sono, camminando insieme verso quello che per loro è bene.

    Giusi Tartaglione, Insegnante.

    Santa Pasqua a tutti nel Cristo risorto!

    Reply
  19. 19

    Suor Marina

    Vedo con piacere che per il dibattito sono state utilizzate parti della nostra rivista "In Altum". Per completezza, invio anche l'articolo di Suor Carla Lavelli:

    La Chiesa, comunità educante

    All'interno del Documento dei Vescovi per questo secondo decennio del millennio, vengono sottolineate due emergenze di notevole portata per la Chiesa italiana: una relativa all'educazione, ovvero alla capacità, da parte degli adulti, di accompagnare il processo di crescita delle nuove generazioni; l'altra relativa alla pastorale, cioè alla capacità della comunità ecclesiale di sostenere il cammino di maturazione dei propri membri nella fede.

    Nella pedagogia attuale si dà molto rilievo alla dimensione comunitaria, perché si ritiene che l'ambiente di appartenenza e di riferimento abbia un'elevata capacità formativa per l'interiorizzazione dei valori e rappresenti un'istanza critica significativa nei confronti di atteggiamenti e di orientamenti ricorrenti. Questa riflessione, che pone in relazione educazione e pastorale diventa, per questo, il tema proposto dal quarto capitolo del Documento "Educare alla vita buona del Vangelo". La Chiesa, come comunità educante, diventa così il luogo privilegiato non solo per educare alla fede, ma per aprire ogni persona al fondamento di sé dentro la diversità dei percorsi nell'unità degli intenti. La complessità dell'impostazione sociale e culturale del nostro tempo diventa così occasione per operare "un'alleanza educativa tra tutti coloro che hanno responsabilità in questo delicato ambito della vita sociale ed ecclesiale" (Discorso alla 59a Assemblea Generale della CEI, 28 maggio 2009) e. pertanto, "è necessario che tutti i soggetti coinvolti operino armonicamente verso lo stesso fine" (n. 35). A livello ecclesiale, la comunità educante è costituita da tutti coloro che in qualche modo partecipano alla vita della Chiesa i quali, insieme alla famiglia, sono il centro propulsore e responsabile di tutta l'esperienza educativa e culturale. Un settore da sempre privilegiato e corteggiato è quello dei giovani, dove la scommessa consiste soprattutto nella capacità di entrare nei loro mondi e di frequentare i loro linguaggi.

    Il Documento sviluppa, poi, un elenco di luoghi educativi nei quali far emergere l'arte di educare secondo le linee progettuali del Vangelo: la famiglia, la parrocchia – espressa all'interno della catechesi, della liturgia e della carità – le associazioni, i gruppi e i movimenti, la pietà popolare, la vita consacrata, la scuola e l'università. Il Documento non rinuncia, poi, a puntare l'attenzione sulla responsabilità educativa della società e a dare spazio alla cultura digitale come nuovo parametro comunicativo soprattutto per le giovani generazioni che si riconoscono come nativi digitali. Al n. 36 del Documento viene analizzata la situazione della famiglia come "prima e indispensabile comunità educante", denunciando al contempo le difficoltà di fondo che rendono la famiglia forte e fragile insieme. Viene tracciato anche un quadro abbastanza buio della famiglia parlando anche di "solitudine… inadeguatezza… impotenza… isolamento" (n. 36) fino a denunciare situazioni familiari che oscillano "tra la scarsa cura e atteggiamenti possessivi che tendono a soffocare la creatività dei figli e perpetuarne la dipendenza" (n. 36). Ora sappiamo bene che è vero che l'impronta data dalla famiglia rimane nel tempo, ma è altrettanto vero che spesso le famiglie si trovano a combattere contro pesanti condizionamenti esterni di difficile gestione. Penso diventi sempre più necessario dare alle famiglie la possibilità di un confronto e di un sostegno reciproco, costruire percorsi formativi condivisi, impegnarsi in progettualità educative che ci spingano a guardare il futuro con responsabilità e fiducia. Penso sia questo l'intento del Documento quando afferma: "Ogni famiglia è soggetto di educazione e di testimonianza umana e cristiana e come tale va valorizzata, all'interno della capacità di generare alla fede" (n. 37). Diventano, così, importanti i percorsi formativi rivolti alle giovani coppie o in preparazione al matrimonio, così come fondamentale è il sostegno alle coppie in difficoltà e tutti i percorsi legati ai Sacramenti dell'Iniziazione cristiana che vedono coinvolti non

    solo i bambini, ma pure le loro famiglie. Ritornare a far parlare i gesti, riempire di significato la Liturgia, educare ad una mentalità di fede attraverso una catechesi qualificata e integrata con la vita: tutto questo fa parte di quel "potenziale educativo… che alimenta un'autentica relazione con Dio e favorisce la formazione di una coscienza adulta" (n. 39). Senso di appartenenza, cordialità nei rapporti interpersonali, servizio e promozione della persona e della società, momenti di aggregazione e di festa fanno della Comunità cristiana un luogo in cui ciascuno può trovare sostegno, donare servizio, realizzare il proprio essere cristiano nella semplicità del quotidiano. Nello stesso tempo la Parrocchia ha il dovere di ricercare nuove possibilità di incontro e di confronto perché "oggi si impone la ricerca di nuovi linguaggi, non autoreferenziali e arricchiti delle acquisizioni di quanti operano nell'ambito della comunicazione, della cultura e dell'arte" (n. 41). I Vescovi parlano di "pastorale integrata" e questa viene indicata come la strada maestra per parlare alla cultura odierna. Pastorale integrata è, infatti, la capacità della fede di parlare alla vita e della vita, è la capacità di dialogare con i lontani nella cultura e nel tempo dentro confronti interculturali e interreligiosi, ma anche intergenerazionali per poter costruire "una fede consapevole che abbia piena cittadinanza nel nostro tempo, così da contribuire anche alla crescita della società" (n. 41). Si sa, infatti, che il dialogo tra generazioni è sempre più difficile. Si avverte nei mass-media (sempre pronti ad evidenziare gli aspetti negativi della Chiesa) e in molti credenti adulti, quanto la Chiesa fatichi a raggiungere le proprie finalità – forse anche perché tali finalità non sono così chiare -, in una società in rapido mutamento.

    E' così che i luoghi educativi, come gli oratori, cammini formativi proposti da associazioni e movimenti e la stessa pietà popolare, possono diventare percorsi di costruzione di una sintesi armoniosa di fede e vita. Risorsa educativa della Chiesa è la Vita consacrata dentro la sua dimensione escatologica, che si realizza in servizio formativo alle giovani generazioni "facendole oggetto di un servizio pedagogico ricco di amore" (n. 45). Uno spazio abbastanza ampio viene dedicato alla Scuola e all'Università come luoghi educativi che hanno "il compito di trasmettere il patrimonio culturale elaborato nel passato, aiutare a leggere il presente, far acquisire le competenze per costruire il futuro" (n. 46). Abbiamo bisogno di una scuola capace di avvicinarsi ai giovani con capacità di ascolto, per aiutarli a conoscersi e a costruire la loro identità; una scuola che non si accontenta di dotare i giovani di competenze e abilità per renderli buoni esecutori, ma che li prepari a sviluppare uno spirito critico e li abitui a pensare con la propria testa per affrontare le sfide del nostro tempo; una scuola che sa diffondere la cultura del rispetto della vita, perché la sta sperimentando con i suoi giovani ed è capace di incoraggiare ciascuno a ricercare ciò per cui è fatto. Una scuola così ha bisogno di insegnanti che siano, anzitutto, educatori, di adulti che sappiano relazionarsi con i giovani con credibilità, maturità, autorevolezza e amore, consapevoli dell'importanza del loro compito.

    Una figura di riferimento per i giovani viene identificata con l'Insegnante di Religione presente nelle scuole di ogni ordine e grado. In lui il servizio alla comunità e all'istituzione scolastica è un tutt'uno così come lo sono la dimensione religiosa e quella culturale. Diventa pertanto indispensabile "sviluppare una proposta pedagogica e culturale di qualità" (n. 48) che tocchi anche l'università come luogo preposto alla costruzione di strumenti culturali capaci di orientare i giovani all'interno della complessità.

    Il Documento non si limita ad indicare luoghi e percorsi legati alla tradizione e all'esperienza comunitaria delle Parrocchie e degli Istituti religiosi. Al n. 50 viene richiamata, in modo molto chiaro, la responsabilità educativa dell'intera società chiamata a favorire "condizioni e stili di vita sani e rispettosi dei valori… capaci di promuovere lo sviluppo integrale della persona" perché essa "costituisce un ambiente vitale di forte impatto educativo… che condiziona, in bene o in male, la formazione dell'identità, incidendo profondamente sulle mentalità e sulle scelte di ciascuno". Era inevitabile, a questo punto, aprire il discorso inerente alla cultura digitale che segna in modo netto il divario intergenerazionale tra i migranti e i nativi digitali. 1 nuovi mezzi di comunicazione costituiscono una risorsa da poter utilizzare a patto di capire bene la valenza morale che possono avere. La formazione non solo al loro utilizzo, ma soprattutto alla loro valenza educativa, alla loro possibilità di essere strumenti che ampliano la nostra umanità, piuttosto che ridurla, diventa una forte sfida per tutte le agenzie educative coinvolte nella formazione dei giovani e soprattutto degli adolescenti. Non a caso il capitolo si chiude con un forte richiamo della Chiesa italiana affinchè "l'impegno educativo sul versante della nuova cultura mediatica costituisca, negli anni a venire, un ambito privilegiato per la missione della Chiesa" (n. 51).

    Suor Carla Lavelli

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