Secondo le previsioni del centro studi Prometeia, da qui al 2012 il tasso di occupazione a Bergamo potrebbe diminuire di 3 punti, dal 43,9 al 40,9%.
Se fosse vero che “Il lavoro nobilita l’uomo e lo rende libero” c’è veramente da preoccuparsi: 4 bergamaschi su 10 non saranno nè nobili nè liberi !
Il tasso di occupazione è un indicatore statistico del mercato del lavoro che quantifica l’incidenza della popolazione che ha un’occupazione sul totale della popolazione e si calcola come rapporto percentuale tra il numero di persone occupate e la popolazione.
In generale:
occupati
tasso di occupazione = -------------- x 100
popolazione
A seconda degli obiettivi del ricercatore o semplicemente della disponibilità dei dati il numero degli occupati viene rapportato
- alla popolazione nel suo complesso
- alla popolazione oltre una certa età (solitamente l’età minima legale per lavorare. In Italia 14 anni fino alla fine degli anni 1990 e 15 anni dagli anni 2000)
- alla popolazione in età lavorativa intesa in senso convenzionale (solitamente tra l’eta minima: 15 anni e l’età per la pensione: 65 anni)
Quest’ultima definizione è quella che indica meglio delle altre in che misura si attinge al “serbatoio” di persone potenzialmente capaci di lavorare, in quanto esclude i troppo giovani e gli anziani e viene indicata come “tasso specifico di occupazione“.

L’Osservatorio cooperativo della economia lombarda indica che ”L’economia italiana è duramente impegnata a superare la peggiore recessione produttiva registratasi dal 1946 ad oggi. Un’emergenza che già nel 2008 ha provocato la flessione contenuta del PIL ma che nel 2009 sta causando le difficoltà maggiori. Con un PIL che a fine anno scenderà di oltre il ?5% causando una perdita di posti di lavoro superiore ad un milione.
Una recessione nazionale trascinata dalla crisi della globalizzazione. Un decennio, l’ultimo, caratterizzato da processi di concentrazione industriali e finanziari enormi che hanno sempre più incrociato capitale industriale e capitale bancario.
A partire da questa interconnessione il capitale è divenuto fondamentalmente di tipo finanziario e si è trasformato in un concetto astratto e misterioso, riottoso ad essere ingabbiato in limiti e controlli di definizioni certe.
Dall’estate del 2008 la crisi finanziaria ha iniziato a rovesciarsi sulla economia reale, quella fatta dalle famiglie, dagli uomini e dalle donne che lavorano, che producono, che consumano, che investono e che costruiscono il futuro per se e per i propri figli. Nell’economia nazionale quella lombarda rappresenta da sola più del 25% del PIL.
Una costruzione che si basa su alcuni pilastri portanti; in primo, luogo su di una popolazione attiva che supera i 4,5 milioni di unità e più di 4,2 milioni di occupati. Un mercato del lavoro in assoluto straordinario e che in particolare non ha paragoni con le altre regioni italiane per quel che riguarda il tasso di attività femminile (61%).
Ciò significa che nella grande maggioranza delle famiglie lombarde, in totale oltre cinque milioni, si cumulano due redditi da lavoro e più. Le esportazioni regionali hanno superato, a fine 2008, il 30% rispetto a quelle totali del Paese. Ma la Lombardia svolge anche un ruolo di “importatore” per l’intero Paese; il suo valore supera il 40% dell’aggregato nazionale.
Il 38% delle imprese italiane a partecipazione estera e il 40% delle imprese italiane con partecipazione all’estero sono in Lombardia. Nella Ricerca Scientifica le Istituzioni Universitarie pubbliche e private e le principali imprese dei settori produttivi tecnologicamente avanzati concentrano in regione una quota significativa della spesa nazionale in materia e soprattutto del personale impegnato nella Ricerca.
Tutti questi dati di fonte Unioncamere indicano che la Lombardia ha confermato nell’ultimo decennio il suo ruolo tradizionale in Italia; traino di tutta l’attività produttiva nazionale e inserimento nei parametri dell’eccellenza continentale.
Già sul finire dell’estate 2008 il ruolo di traino della Lombardia e della Metropoli milanese è venuto scemando. I primi mesi del 2009 sono stati i peggiori dell’intero dopoguerra per l’economia regionale. La produzione industriale ha registrato una flessione del – 11,1% rispetto al 1° trimestre 2008. Si è trattato della quinta flessione trimestrale consecutiva,un trend negativo sempre crescente.
Il tasso di utilizzo degli impianti industriali è sceso al di sotto del 62%, contro il 76%medio degli anni precedenti.
Le esportazioni hanno accusato una flessione a due cifre – 22% e il 2009 rischia di risultare l’anno peggiore, per questa componente decisiva del PIL regionale, dell’intero dopoguerra. CRESME, Centro Ricerche sull’Edilizia, ha valutato la flessione delle compravendite immobiliari residenziali in regione al – 17% con punte vicine al – 30% a Como e a Lodi. Alla luce di queste risultanze Prometeia a fine Maggio ha rivisto la previsione precedentemente elaborata, per il PIL regionale a fine 2009, abbassandola al – 4,5%.
E’ difficile credere che la variazione complessiva del PIL nazionale possa essere simile, come sostiene il Governo nella sua ultima posizione ufficiale. Il valore “già acquisito”per effetto di trascinamento, a fine anno sarebbe ?5% nazionale. Il tasso di disoccupazione in Lombardia si era attestato da anni al di sotto del 4%, su livelli d’eccellenza in Europa. A fine 2009 purtroppo salirà oltre il 5% accoppiandosi ad un utilizzo enorme della CIG, oltre il +350% rispetto al 1° trimestre 2008. Gli investimenti fissi lordi sono scesi del 12% nel trimestre, con una flessione molto più consistente per le piccole e medie imprese. Uno scenario difficile in assoluto per tutti i soggetti della produzione ma la parte più grave della crisi pesa sulle famiglie. Proprio su questo versante chi segue l’andamento dei fatti economici guardando dall’osservatorio della Lombardia ha potuto registrare negli ultimi mesi un fenomeno particolarmente significativo. Lo stop improvviso, dopo quindici anni di aumento impetuoso,della crescita dell’Indebitamento familiare, sia dei mutui casa che del credito al consumo. La cavalcata del Debito familiare era stata spinta dalla volontà di salvaguardare e, per una minoranza dei casi, migliorare la qualità della vita in contemporanea con la flessione della maggioranza dei redditi reali familiari.
Le auto sempre più grandi e veloci, le TV se possibile al plasma, l’arredamento e gli elettrodomestici per la cucina sempre più sofisticati, le vacanze all’estero e avventurose e soprattutto la casa acquistata anche senza alcun contributo di mezzi propri. Queste le scelte per migliorare sempre più la qualità della vita familiare, legate ad una visione consumistica che hanno fatto impennare il debito delle famiglie lombarde sempre più americaneggianti.
Con il debito si ha l’illusione di poter acquistare tutto, anche la qualità della vita. Il Risparmio necessariamente per molti si è progressivamente azzerato. Ma il debito e le relative rate, dei mutui e dei prestiti, si possono sostenere a lungo solo se il reddito familiare cresce corrispondentemente e un po’ d’inflazione aiuta. Nella fase in cui questi due eventi non si verificano la scelta del debito dimostra tutta la sua pesantezza e diventa insostenibile. Proprio quello che è successo nella fase attuale: a tutto maggio 2009 gli acquisti in regione si sono congelati, sia quelli delle famiglie che per realizzarli devono indebitarsi, sia quelli delle famiglie che possono acquistare senza indebitarsi. Le une perché colpite da perdite di posti di lavoro, o da CIG, le altre per mancanza di fiducia. A questo punto la domanda è: nei prossimi mesi cosa succederà?
A prescindere dal pur necessario ottimismo di facciata delle Istituzioni Governative Regionali e Nazionali, che andrebbe comunque contenuto entro limiti credibili perché altrimenti risulta dannoso, la verità è che per il futuro dominano ancora incertezza e preoccupazione. Joseph Stigliz, Premio Nobel per l’economia nel 2001, afferma in questi giorni “Non sappiamo ancora se sia davvero terminata la parte peggiore della tempesta finanziaria scatenata il 15 settembre 2008 dal fallimento Lehman e non conosciamo con certezza neppure l’intensità e la profondità delle ripercussioni della crisi delle banche sulla economia reale”.
Anche in Lombardia in questo momento non si possono fare previsioni attendibili sull’andamento delle esportazioni per i prossimi mesi. Ciò significa che non sappiamo quando finirà la crisi e come sarà lo scenario successivo. Gli investimenti delle famiglie in regione, in parte la casa e tutti i beni di consumo durevoli, sono di sostituzione.
Ovviamente diverso è il discorso per i consumi alimentari e per quelli semi durevoli, che non si sostituiscono ma si ripetono. Le spese di sostituzione si possono tutte sostenere a debito orinviare. Le rate dei debiti, mutui o prestiti che siano, a lungo termine sono sostenibili solo se il reddito e l’inflazione crescono. Il che significa che non è possibile avere dubbi; se la maggioranza delle famiglie lombarde otterranno nei prossimi mesi e nel medio termine un aumento del loro Reddito Reale non si vedranno grosse modifiche nel livello dei consumi di lungo periodo, che sono oggi quelli di una regione fra le più ricche in assoluto del continente. Se invece il Reddito Reale per la maggioranza delle famiglie non crescerà ma continuerà a flettere come avviene da molti anni, lo scenario si modificherà profondamente, perchè il Debito non si può sostenere per sempre.
E le famiglie saranno costrette a riflettere sul rapporto Reddito/Consumo e probabilmente a tornare verso la tradizione dell’oculatezza che significa acquisto della casa con utilizzo del mutuo non oltre il 50?60% del valore di mercato, uno o al massimo due tele o auto per famiglia, utilizzo più intenso dei mezzi pubblici rispetto al 15% attuale e così via. Certo sarà una trasformazione molto impegnativa e frustrante perchè l’Italia è ormai un Paese consumista al massimo grado e l’atto di acquisto non è solo un’attività funzionale allo scopo del consumo ma fa parte dello “stile di vita”. Che si tratti di shopping in Via Montenapoleone o in C.so Buenos Aires, o che si svolga in un grande Shopping Center periferico o perchè no in un Outlet interregionale a Novi Ligure o a Fidenza, l’acquisto è lo stile di vita di chi lo compie e delinea il ceto di appartenenza. La strada della trasformazione è stata già imboccata.
I prestiti al consumo finalizzati all’acquisto dell’auto o dei beni durevoli in genere, i mutui casa, si sono bloccati. Ma migliaia di famiglie, soprattutto nella grande area metropolitana di circa 5.000.000 di abitanti che va da Novara a Bergamo con Milano al centro, hanno acquistato casa a prezzi elevatissimi. E oggi soffrono nel rimborsare le rate dei prestiti finalizzati (con tassi del 12%) e dei mutui casa con tassi del 7% e oltre. Ma non vogliono penalizzare più di tanto gli alimentari comunque in arretramento, la scuola, le vacanze dei figli e tanti servizi a tariffa.
E allora sono costrette a contrarre altri presiti di diverso tipo. Quelli pericolosi. Negli ultimi mesi c’è stato l’ulteriore balzo in avanti, nell’insieme del Debito stagnante, delle sole cessioni del 5° dello stipendio e delle carte di credito revolving. Duetipologie di prestiti con tassi di interesse che spesso superano il 20%. Ma il rimborso di questi prestiti, sommati alle rate dell’auto, della casa e dei mobili, hanno portato molte famiglie lombarde al default. Molte altre famiglie sono alla soglia di gravi difficoltà e si crea una miscela esplosiva.
A questo punto non basta più neppure bloccare i consumi di sostituzione. E infatti le famiglie,dopo aver rinviato gli acquisti di auto, elettrodomestici, mobili e casa hanno guardato oltre. Hanno ridotto le spese per la ristorazione extra casalinga , bar, pizzerie e ristoranti. E hanno ridotto e modificato anche i consumi alimentari. Le politiche di saldi continuativi per tutto l’anno soprattutto nel tessile, abbigliamento e calzature sono diventate decisive per le famiglie. Anche nell’alimentare per le imprese della GdO per le quali rappresentano ormai più del 25% del fatturato globale, con una riduzione del margine che molte non potranno sopportare a lungo.
Nei prossimi mesi bisognerà monitorare Cessione del 5° e Carte di credito revolving. Quando anche queste forme di debito entreranno in crisi significherà che le famiglie non avranno più strumenti per difendere la situazione preesistente e dovranno arretrare nel “tenore di vita”. Per le famiglie dei lavoratori dipendenti, dei pensionati e dei precari, la maggioranza in Regione, la crisi dei consumi non è “crisi di fiducia” ma di potere d’acquisto in riduzione costante da oltre dieci anni. La televisione vuole farci credere che siamo tutti ricchi, ma non è così.
La parte della crisi dei consumi dipendente da “mancanza di fiducia” riguarda una frazione contenuta delle famiglie lombarde, valutabile attorno al 15% del totale, dunque circa ottocentomila nuclei per meno di un milione e mezzo di residenti. Di questo raggruppamento fanno parte le famiglie che possono contare su una ricchezza accumulata significativa, redditi correnti ampi e abitazione di proprietà. Parliamo di entrate da Profitti e Rendite, da professioni, da lavoro dipendente dirigenziale o di livello comunque elevato. Ma vista la limitatezza di questa “enclave” dentro la Regione, significa che non sarà certo “l’effetto fiducia” a far ripartire i consumi. L’unica speranza concreta può venire dall’effetto reddito reale. Se questa è la realtà dei fatti concreti allora bisogna partire dalla spiegazione Keynesiana dei consumi familiari. Questi dipendevano per il grande economista dal reddito reale di un momento specifico, dalla media dei redditi degli anni precedenti, perlomeno un triennio e dalla ricchezza accumulata. Allora, poiché il debito non può essere sostenuto a tempo indeterminato, quando l’economia reale ripartirà trainata come sempre dalle esportazioni bisognerà scegliere. Se le remunerazioni dei lavoratori dipendenti verranno nuovamente penalizzate come nell’ultimo decennio le famiglie non avranno scelta. Dovranno riconfigurare i loro consumi e quindi i loro stili di vita.
Il che non significa necessariamente abbassare il livello di vita se la Regione, le Istituzioni sapranno lavorare per ridurre le disuguaglianze enormi che si sono aperte anche nella fruizione del welfare. Le scuole private, le mutue integrative, l’assistenza casalinga con le badanti, stanno disegnando un altro welfare nel quale una parte usufruisce di quello tradizionale e gli altri sostengono chi lo vuole smantellare per non volerlo più pagare.
Il benessere in realtà dipende più dalla sicurezza e dalla qualità del welfare, assistenza sanitaria e scuola soprattutto, che dai consumi di beni. Ciò significa che ci potrebbe essere una migliore qualità della vita famigliare anche con meno beni di consumo, migliore welfare e migliori servizi pubblici, trasporti ed energia soprattutto.
Lavorare di più tutti per creare le condizioni migliori alle esportazioni, rimodulare il consumo dei prodotti, soprattutto quelli durevoli, scegliere le regolazioni giuste per ridurre e qualificare la P.A e riformare il welfare.
L’Italia, prima di questa recessione gravissima, veniva dalla più lunga stagnazione, dieci anni, mai conosciuta in precedenza. Un rischio possibile è che superata nel mondo la recessione l’Italia ricada nel suo trend stagnante. Un trend che aveva causato la riapertura di tante forbici, quella Nord?Sud, quella redditi da lavoro elevati / redditi da lavoro bassi perfino nelle cooperative, quella nell’accesso al welfare.
Se rientreremo nel trend precedente il futuro del Paese è già scritto, un Paese di disuguaglianze, un terzo di ricchissimi e un terzo sempre più poveri. Se invece affronteremo alcune riforme di fondo l’Italia potrà riaffiancarsi agli altri Paesi europei eccellenti. E chi governa oggi e non fa alcuna riforma e sembra solo galleggiare non è vero che non ha alcun progetto, ce l’ha ed anche molto chiaro. Quello del Paese delle disuguaglianze, della Scuola della Sanità e della Sicurezza private. Chi sostiene che il mercato senza regolazioni risolverà tutti i problemi sa che non è vero, in realtà crede che Benessere e Libertà non possano coniugarsi con la Democrazia. Chi crede invece che essi possono conseguirsi assieme per tutti, o perlomeno per la maggior parte degli italiani, deve impegnarsi ad organizzare per l’economia le regolazioni giuste. E le regolazioni irrinunciabili sono quelle necessarie per ottenere una scuola efficiente e pubblica che riavvii il meccanismo della scala sociale. Per ridisegnare una sanità pubblica senza sprechi e con professionalità sicure. E quella di realizzare un’assistenza sociale per gli anziani gestita dai privati e controllata dal pubblico in maniera precisa, puntuale e pesantemente sanzionatorie per chi sgarra.”


















Ciao. le Info sono molto utili. Potete fornire più Info su questo articolo? Grazie per il forte contributo!
La globalizzazione significa, per i paesi sviluppati, più disoccupazione. La medicina: drastica riduzione dei consumi. Il contrario di quello che ci raccontano alla televisione. Ciao. Allevi
L'occupazione è calata ad Ottobre del 1,9%, mentre nei primi 10 mesi del 2009 il decremento è stato dell'1,4%
Peggiorano ancora i dati sui livelli di disoccupazione nell'Unione Europea. Il tasso per i paesi dell'eurozona ha sfiorato quota 9,6%, mentre per i 27 Stati membri la cifra si attesta intorno al 9,1%
Non giungono buone notizie da parte di Eurostat sul mercato del lavoro in Europa. L'ufficio statistico europeo ha da poco rilasciato i dati riferiti allo scorso agosto, registrando un tasso di disoccupazione pari al 9,6%, il dato più alto mai registrato a partire dal marzo 1999 a oggi. Le cose non vanno meglio per la cifra riferita a tutti i 27 Stati membri dell'Unione: 9,1 punti percentuali, il dato più alto registrato a partire dal mese di marzo del 2004.
Le ultime rilevazioni di Eurostat [pdf] confermano l'andamento negativo messo in evidenza nel corso degli ultimi mesi. Il tasso di disoccupazione nel mese di luglio nell'area Euro era pari al 9,5%, dunque di poco al di sotto dei 9,6 punti percentuali dell'agosto da poco passato. Nel medesimo periodo di riferimento del 2008, la cifra si era invece attestata intorno al 7,6% a testimonianza della forte influenza della crisi sul mercato del lavoro nel corso dell'ultimo anno. Il livello di disoccupazione nell'Europa dei 27 era pari al 7,0% nell'agosto del 2008, a fronte degli attuali 9,1 punti percentuali.
Secondo l'ufficio statistico europeo, nel mese di agosto da poco passato il numero complessivo di disoccupati ammontava a quota 21,872 milioni in Europa, 15,165 milioni dei quali nella sola eurozona. In appena un mese, il numero di disoccupati è dunque aumentato di ben 236mila unità nell'Europa dei 27 e di 165mila unità nei paesi dell'area Euro. Il dato si rivela naturalmente peggiore in una prospettiva più ampia: rispetto al 2008, il numero complessivo di disoccupati è aumentato di oltre 5 milioni, con una punta pari a 3,2 milioni circa nell'eurozona.
Un andamento che conferma i numerosi timori sollevati nel corso degli ultimi mesi sul possibile aggravarsi delle condizioni del mercato del lavoro nel vecchio continente a causa della crisi. Il dato peggiore appartiene alla Spagna, che ha fatto registrare un tasso di disoccupazione pari al 18,9%. Le altre maggiori aree di sofferenza sul fronte della disoccupazione sono state rilevate da Eurostat in Lettonia ed Estonia, paesi nei quali il numero di disoccupati è passato rispettivamente dal 7,4% al 18,3% e dal 4,1% al 13,3% in appena un anno. Sensibili gli aumenti su base annua anche in Germania, dal 7,2% al 7,7%, e in Belgio, dal 7,5% al 7,9%.
L'andamento del tasso di disoccupazione punisce meno alcuni stati come i Paesi Bassi e l'Austria, fermi rispettivamente al 3,5% e al 4,7%. Il numero di disoccupati si mantiene sostanzialmente stabile in Italia al 7,4% (dato di giugno 2009) rispetto al 6,8% registrato nell'agosto del 2008, ma le prestazioni sul fronte occupazionale del Bel Paese non posso essere confrontate con i recenti dati degli altri paesi europei a causa del rilevamento trimestrale del dato.
Oltre al dettaglio sui singoli paesi, Eurostat ha anche pubblicato alcune interessanti analisi sulla composizione del bacino dei disoccupati in Europa. Il tasso di disoccupazione per gli uomini è passato in un anno dal 7,0% al 9,4% nell'eurozona e dal 6,7% al 9,1% nei 27 Stati membri. Meno marcato il trend per le donne, il cui livello di disoccupazione era già più alto di quello maschile: dall'8,3% al 9,8% nell'area Euro e dal 7,5% al 9,0% nell'Europa dei 27, sempre su base annua. Infine, il tasso di disoccupazione tra gli under 25 registrato nel corso dell'agosto 2009 è stato pari a 19,7 punti percentuali nell'eurozona e del 19,8% nei 27 Stati membri. Un anno fa tali dati erano rispettivamente pari a 15, e 15,5 punti percentuali.
Il livello di disoccupazione in Europa ha dunque assunto livelli comparabili con i dati statunitensi. Secondo le ultime rilevazioni, infatti, negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione ha toccato quota 9,7% durante il mese di agosto.
Emanuele Menietti in Manager on line del 1° Ottobre 2009