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Luca Allevi

Laureato in Economia e Commercio alla Bocconi. Consulente internazionale presso www.leaders.it

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3 Comments

  1. 1

    Luca

    Avevamo ragione: default evitato e la borsa precipita comunque. Infatti, oggi ancora una seduta al cardiopalma per piazza Affari.

    Ci si è dimenticati che gli Stati non falliscono ma – semplicemente – si rifiutano di pagare.

    Reply
  2. 2

    Assimpresa

    COSA ACCADRÀ ?

    Le manovre di “risanamento” sia nazionali (USA, Italia, Grecia, etc.) che sovranazionali (BCE, UE)

    non hanno più effetto: le borse mondiali continuano a crollare, l’economia reale non riprende o

    recede, rinforzando le tendenze alle vendite di azioni e obbligazioni, quindi ulteriormente spingendo

    le borse al ribasso, i rendimenti e i cds al rialzo, e i flussi di denaro verso impieghi improduttivi e

    difensivi.

    E siccome i mercati finanziari, quando ribassano a lungo e molto, distruggono risparmi, fiducia,

    investimento, capitalizzazioni aziendali, etc., la spirale si autoalimenta deprimendo l’economia

    reale.

    Un partecipante ha portato il contributo tratto da Ambrose Evans-Pritchard,

    (http://blogs.telegraph.co.uk) su “Cosa Accadrà All’Italia, All’euro e alle Banche”

    La pesante manovra risanatoria di Tremonti è stata bruciata in pochi giorni dall’aumento dei tassi

    pagati dal btp (oggi 6,25%).

    La manovra BCE-UE per salvare la Grecia e l’Euro è stata bocciata dai mercati. Il 3 Agosto, ore 15,

    il governatore della BCE, Trichet, ha fatto intendere che la BCE avrebbe comperato btp italiani, e

    ha assicurato che il giorno stesso si sarebbe visto qualche miglioramento.

    Questo annuncio ha suscitato aspettative positive, lo spread sul Bund si è ridotto di 20 punti base,

    poi, quando si è visto che la BCE non comperava titoli di stato italiani, ma solo irlandesi e

    portoghesi, si è di nuovo impennato. E’ insipienza, quella dimostrata da Trichet, o c’è

    qualcos’altro?

    L’EFSF, il c.d. Fondo Salvastati, dovrebbe ricevere 2.000 miliardi finanziare il buy-back dei propri

    titoli e per comperare titoli pubblici dei PIIGS a condizioni più onerose di quelle di mercato – e ciò

    farà guadagnare la finanza speculatrice e salverà il sedere delle banche soprattutto tedesche e

    francesi esposte verso la Grecia e altri sovrani debitori. Ciò porterà a grossi vantaggi per i banchieri

    a spese dei contribuenti dell’Eurozona. Il che pone un problema di cui nessuno osa ancora parlare:

    quello del conflitto di interesse tra cittadini dell’Eurozona e direttori e azionisti della BCE.

    Infatti la BCE è posseduta per quote dalle banche centrali dei paesi dell’Euro e di tre

    monarchie coloniali (Regno Unito, Svezia e Danimarca), e queste banche centrali sono a loro

    volta possedute per quote, o comunque controllate, da banchieri e finanziari privati, i quali

    sono/nominano il direttorio della BCE, e dall’altro sono beneficiari degli “errori” e

    dell’”insipienza” della BCE. Se guardiamo alla storia monetaria europea, anche prima dell’Euro,

    questo sospetto si rafforza molto. L’esperienza dello SME, ossia di un sistema di parità stabili

    (entro bande di oscillazione) poi saltato nel 1992, osservata retroattivamente, ha dell’incredibile, ed

    è insieme illuminante per l’odierna agonia dell’Euro.

    Lo SME sembra proprio un errore intenzionale.

    E’ nozione economica basilare, oltre ad essere intuitivo, il fatto che paesi con forti differenziali di

    inflazione (rectius, svalutazione monetaria), non possono, non riescono, a mantenere una parità

    stabile tra le rispettive valute.

    Così, nel 1992, quando il differenziale di inflazione tra Italia e paesi forti-virtuosi ebbe raggiunto

    circa il 30%, la parità fissa, lo SME, saltò e la Lira si svalutò del 30%.

    Ma in tutta questa vicenda, e soprattutto nel gran finale, i grandi operatori finanziari specularono

    sugli sforzi (sulle spese di denaro pubblico) del governo italiano per sostenere la propria moneta

    contro le forze riequilibrative del mercato, che tendevano a svalutarla.

    L’operazione SME fruttò quindi enormi profitti a chi approfittava di questo sforzo, di questa

    continua spesa del governo italiano; ma anche alla Germania, perché questo sforzo, in termini di tasse e di tassi alti, minò l’industria italiana avviandola a perdere quote di mercato in favore di

    quella tedesca.

    E allora è legittimo chiedere: lo SME, o l’entrata dell’Italia nello SME, fu un errore, un errore

    marchiano, ma pur sempre un errore, oppure fu una politica di banchieri finalizzata a creare una

    situazione di squilibrio su cui avrebbero speculato realizzando enormi profitti, come di fatto

    avvenne? La risposta viene dai fatti: nelle ultime due settimane prima del crollo, l’Italia bruciò, per

    differire il crollo stesso, oramai certo e inevitabile, 70.000 miliardi di Lire per comperare propri

    titoli e pagandoli in valuta pregiata al tasso SME, ossia al 30% in più del prezzo di mercato.

    Quei 70.000 miliardi furono dunque il profitto della speculazione finanziaria preordinata, o frutto

    accidentale di un errore economico?

    L’Euro è come lo SME, ossia è un insieme di cambi fissi tra le monete partecipanti, ognuna

    delle quali poggia sui suoi bonds nazionali, i quali pagano ciascuno un proprio tasso di

    interesse, che è tanto più elevato quanto più i mercati finanziari stimano che sia elevato il

    rischio che il paese emittente non sarà in grado di pagarli.

    Dato che, come era notorio, i vari paesi interessati avevano, tra loro, diversissimi livelli di

    indebitamento, di produttività e di vitalità economica, si sapeva a priori che una moneta unica –

    rectius, una parità fissa tra le loro monete – alla lunga sarebbe divenuta insostenibile, e che intanto

    avrebbe generato tensioni richiedenti/giustificanti spese compensative di denaro pubblico, di cui

    sarebbe stato possibile approfittare.

    La realtà, insomma, è che l’Euro (col suo collegato di BCE e Maastricht), così come lo SME, è nato

    non per unificare l’Europa, ma per creare squilibri e tensioni su cui si poteva guadagnare spremendo

    soldi dai contribuenti. Tutti i governi e i capi di stato, tutti i parlamenti, sono stati complici, più o

    meno consapevoli.

    L’Euro non ha nemmeno stabilizzato i prezzi, che in Italia si sono impennati proprio per effetto di

    esso, e che ora nell’Eurozona salgono tendenzialmente del 2% annuo. In compenso ha comportato,

    per molti, recessione e maggiore indebitamento, e una situazione generale pressoché ingovernabile.

    Infatti, come si sapeva sin dall’inizio, l’UE e la BCE sono costrette, per proteggere le esposizioni

    del sistema bancario verso i paesi euro deboli, a interventi di sostegno contro le tendenze di

    mercato, a spese dei contribuenti europei, sulle quali, di nuovo, la finanza può realizzare forti

    guadagni speculativi, mentre i paesi deboli, come l’Italia, sono costretti a fare politiche di crescente

    tassazione, (s)vendita di beni pubblici e tagli (anche) alla spesa produttiva (investimenti, ricerca,

    istruzione) per cercare di contenere la crescita dei tassi che devono pagare sul loro debito pubblico.

    Però queste manovre, se anche sono efficaci nell’immediato, riducono il pil (che è misurato sulla

    spesa), riducono la liquidità quindi la solvibilità, deprimono l’economia, minano lo sviluppo, quindi

    già a medio termine sono controproducenti. Per giunta, scontentando l’elettorato, diminuiscono la

    stabilità politica, quindi alzano il rischio-paese e il rendimento dei debito pubblico.

    In effetti, questo è tanto chiaro, che tali manovra non sortiscono più effetti.

    Sembra o si fa sembrare che sia tutta colpa dei politici, delle istituzioni politiche: Obama e i

    Conservatori negli USA, Zapatero in Spagna, Berlusconi in Italia, Papandreou in Grecia… Fed e

    BCE appaiono impotenti… le loro ricette non producono più benefici…Euro e Dollaro

    agonizzano… le borse sprofondano, l’economia e i redditi arretrano, mentre i rendimenti dei debito

    pubblico salgono…

    Noi sappiamo che nessuna istituzione politica, nemmeno le banche centrali, hanno a disposizione

    gli strumenti idonei a trattare sui meccanismi causativi sottostanti alla crisi – non hanno nemmeno

    la facoltà di nominarli.

    Continuano a descrivere il problema solo in termini di risparmi e risanamenti.

    Ma il risanamento è impossibile entro un sistema basato sulla fiat currency creata a debito,

    priva di copertura ma trattata, anche contabilmente, come merce, perché essa matematicamente e

    inevitabilmente produce un processo di indebitamento crescente in modo esponenziale, che, quando

    si impenna, causa i disinvestimenti e la recessione in cui ora si dibatte il mondo. E nessun governo

    ha il potere di sostituire quella fiat currency a debito con una moneta diversa.

    La conclusione, cui è diretta questa lunga emergenza, è educare le nazioni a sperare in altre

    istituzioni, tecniche, centrali, autocratiche.

    Allorché la recessione avrà sensibilmente abbassato il tenore di vita del primo mondo, e i fallimenti

    della politica nel gestire l’emergenza avranno prodotto sfiducia e delegittimazione verso le

    istituzioni politiche, e l’allarme per il possibile crollo del Dollaro e dell’Euro avrà raggiunto il

    parossismo, e le prospettive saranno abbastanza terrorizzanti, allora i popoli saranno pronti per

    accettare un nuovo assetto – probabilmente una banca mondiale spa con un nuovo sistema

    monetario e fiscale, un vero e proprio nuovo ordine mondiale, con un governo centrale, il cui

    avvento potrebbe essere sostenuto con massicce campagne militari di “pace”probabilmente in Libia,

    Siria, Afghanistan.

    Campagne di cui già si parla in ambienti militari e che dovrebbero iniziare entro il prossimo

    Ottobre.

    Un sistema monetario globale potrebbe consentire l’estensione all’intero mondo delle manovre

    speculative e dei profiteering ora in atto nella sola Eurozona.

    Assimpresa Italia

    ————————————————

    PROPOSTE TECNICHE PER RILANCIARE SOCIETA’ ED ECONOMIA

    UNIRSI ALL’ITALIA?

    Voi lo vedete, un valente e stimato imprenditore a fare società con un imprenditore di cattiva

    reputazione, pieno di debiti, in pericolo di insolvenza, che lavora con macchinari superati, tecnologie

    obsolete, e dipendenti infidi?

    Nel lungo corso della presente crisi finanziaria ed economica, da molte parti si indica l’integrazione

    politica dei paesi europei e la messa in comune dei debiti pubblici come cura dei mali odierni e

    prevenzione di quelli futuri. Ma solo un manipolatore può dire, e solo un merlo credere, che la Germania

    o paesi simili, a livello sia di ceti dominanti che di opinione pubblica, possano accettare l’idea dell’unione,

    dell’integrazione politica con paesi come l’Italia o la Grecia, soprattutto dopo le ultime prove di

    inefficienza, dissesto e degrado politico-istituzionale che hanno dato e stanno dando, senza posa, dal

    bilancio pubblico truccato al blocco camorrista dello smaltimento dei rifiuti, alle sceneggiate parlamentari.

    Chi mai vorrebbe sottoporsi a un parlamento europeo effettivamente legiferante in cui entrerebbero

    parlamentari eletti nelle regioni italiane a dominio mafioso?

    O parlamentari teleguidati dal Vaticano?

    O parlamentari avvezzi all’indecenza, abituati a drogarsi o a vendere il voto? Oppure nominati

    direttamente, e telecomandati, da un Berlusconi, che, a torto o a ragione, di fatto è bruciato in Europa?

    Chi vorrebbe associarsi un sistema tanto inefficiente e corrotto e impresentabile a un elettorato che non

    sia già altrettanto corrotto?

    I fatti del 2011 hanno definitivamente chiarito le idee ai popoli e ai governi dell’Europa sana e normale:

    nessuna integrazione col sistema-paese Italia. Si deve tenerlo sotto controllo e costringerlo a onorare i

    propri debiti, giusto per non farsi colpire dal suo default e per neutralizzarlo come potenziale competitore

    – poi, prenderne le distanze e dissociarsi. Altro che farsi carico dei debiti suoi e degli altri PIGS attraverso

    gli Eurobond. Agli europei è chiarissimo, oramai, che non si tratta semplicemente di un problema

    finanziario o economico, ma culturale, anzi etnico.

    L’Italia non si è minimamente corretta in tanti anni, quindi non lo farà nemmeno domani o dopodomani.

    A questo punto, è suicida, per l’Italia, insistere in politiche giustificate da un progetto di integrazione che

    ben si sa oramai irrealizzabile, ossia che presuppongano un’integrazione che non ci potrà mai essere. E

    che impedisce di fare politiche diverse, ossia di spesa a debito per investimenti produttivi e innovativi.

    Occorrerebbe fare piani realistici, che tengano conto di ciò: di una graduale marginalizzazione dell’Italia,

    di un possibile default, di una possibile insostenibilità del cambio Lira-Marco (l’Euro non è una moneta

    unica, infatti, ma un sistema di parità bloccate, come il defunto SME, siccome i debiti pubblici restano

    divisi e pagano tassi diversi), in uno scenario in cui continua il declino economico e funzionale e aumenta

    l’instabilità politico-sociale. E’ necessario aver pronto un piano B per l’eventualità di uscita da Maastricht e

    per la riattivazione della moneta nazionale, in caso di necessità. Averlo, e far sapere agli altri che lo si ha.

    Ma per far ciò occorrerebbe un governo forte con una maggioranza sicura, quale non c’è né si potrebbe

    avere nemmeno andando a votare. E di una coesione nazionale che non si basi sul trasferimento di

    reddito da una parte produttiva del paese a una improduttiva, né sulla continua espansione della spesa

    pubblica assistenziale.

    Ed è questo il punto di snodo di ogni analisi: il sistema-Italia da decenni è sottoposto a molteplici e gravi

    sollecitazioni e attacchi – soprattutto a sfide competitive derivanti dalla globalizzazione – ma di fatto non

    reagisce e continua a perdere posizioni rispetto all’estero e a perdere efficienza e credibilità all’interno. La

    sua classe dominante, ossia la Casta, si è curata, esclusivamente, di tutelare le proprie posizioni di

    privilegio e di intercettazione della spesa pubblica e delle risorse pubbliche, a spese della produttività,

    dell’efficienza e della legalità. Cioè si è curata di difendere le sue proprie rendite senza curarsi del

    funzionamento e della salute della società dal cui sfruttamento essa ricava queste sue rendite. E non

    dimostra alcuna tendenza a cambiare. Taglia la spesa che dovrebbe ampliare, ossia quella per

    investimenti, ricerca, formazione, servizi – mentre allarga quella corrente, clientelare, che invece

    dovrebbe tagliare: + 40% dal 2000 ad oggi. Manifesta dunque, oggettivamente, una natura, una

    mentalità e un funzionamento strettamente parassitari.

    Un organismo unicellulare non ha bisogno di regole per coordinare il funzionamento delle sue cellule,

    appunto perché consiste di una sola cellula. Un organismo pluricellulare, come un lombrico, con organi

    specializzati per le varie funzioni, ha bisogno, per contro, di numerose regole. Un organismo ancora più

    complesso, come un uomo, capace di progettare il computer e di modificare il proprio genoma, ha

    bisogno di numerosi e sofisticati sistemi di regolazione a vari livelli – senza di cui non vive.

    L’efficienza e la competitività dei sistemi sociali, come quella degli organismi viventi, dipende dalla loro

    capacità di strutturarsi in modo complesso, di coordinarsi nelle loro componenti, per sviluppare e svolgere

    funzioni sempre più specializzate, differenziate, evolute, e per coordinarle. Una tribù di trenta persone ha

    bisogno di meno coordinamento che un villaggio di mille. Una polis greca ha bisogno di meno

    coordinamento di un impero romano o cinese.

    L’incapacità dei greci di organizzarsi in una società panellenica ne ha determinato il tramonto e la

    sottomissione a Roma. La complessità, l’articolazione, può crescere solo di pari passo con la capacità di

    coordinamento, di cooperazione, ossia di produrre norme efficienti e di osservarle da parte della

    generalità: sovente si dimentica che non basta che le leggi siano rispettate, occorre anche che siano leggi

    funzionali e non disfunzionali al sistema e ai suoi componenti: se sono disfunzionali, illogiche, ingiuste, è

    meglio che siano, come spesso restano, disattese. L’incapacità italiana di organizzarsi in un sistema

    complesso, specializzato ed efficiente come quelli di altri popoli è palese e perdurante dalla c.d. unità

    d’Italia ad oggi, senza miglioramenti, anzi con tendenza al peggioramento. Si affermano e prevalgono, in

    Italia, soprattutto in politica e nelle istituzioni, i sistemi tribali, non evoluti, egoistici, parassitari,

    corporativi, miopi. I vertici dei partiti e dei sindacati sono divenuti orde di occupazione, saccheggio e

    spartizione, senza capacità tecniche di buona gestione e senza proposte strategiche per il paese nel suo

    complesso. Il palazzo della politica, per funzionamento assomiglia alla Tortuga, l’isola-base comune (bipartisan),

    e porto sicuro, da cui i capitani-pirati salpano per compiere le loro predazioni.

    L’efficienza di un sistema sociale è anche in mutua dipendenza con la pubblica fede, ossia con la fiducia

    reciproca tra cittadini e stato e tra cittadini e cittadini. La fiducia nello stato richiede che lo stato sappia

    sia governare bene ed equamente, sia legiferare bene ed equamente, sia applicare efficacemente le

    norme e le sanzioni.

    La mancanza di questi fattori corrisponde a una mancanza di pubblica fede, quindi a una società in cui

    prevalgono organizzazioni ristrette (di tipo familistico o tribale), che agiscono in base a un’ottica di

    saccheggio, a calcoli di breve termine, mordi e fuggi (perché non si possono fare programmi lunghi), a

    diretto scapito dei più deboli e della collettività, nonché delle generazioni venture, senza alcun interesse

    per il benessere e il futuro di questa stessa. I partiti politici italiani si evolvono in tribù od orde

    sostanzialmente secondo il modello dell’organizzazione mafiosa. Nessun progetto di lungo termine e di

    interesse collettivo fa presa o si afferma nel mondo reale (cioè fuori della propaganda e delle aspettative

    che essa, durante le campagne elettorali, suscita entro la soggettività delle persone che essa raggiunge).

    La pubblica amministrazione e la giurisdizione funzionano sempre peggio e costano sempre di più (con le

    ovvie conseguenze di improduttività economica, deficit pubblico, pressione fiscale, fuga dei capitali)

    perché chi le ha in mano le usa primariamente per sé e i suoi collegati e non per la loro funzione propria,

    e pretende di essere intangibile, ergendosi a valore morale intrinseco mentre manda in rovina il sistema.

    O forse che l’ANM si adopera per far sì che la “giustizia” italiana, che è centocinquantaseiesima al mondo

    per qualità, a livello di Africa nera, cessi di allontanare gli investitori con la sua sistemica inaffidabilità?

    No: la cosa non la interessa. Non è un problema suo.

    La Casta dominante vede la crisi come una minaccia non al paese ma al proprio potere e ai propri

    privilegi, quindi reagisce alla crisi aumentando la quota di risorse pubbliche destinata a comperare

    consensi mediante concessioni di privilegi, e diminuendo di conseguenza la quota di spesa destinata a

    servizi e investimenti utili (spende di più per fidelizzarsi Chiesa, magistrati, alti burocrati, monopolisti,

    capi-mafia, mentre per fidelizzarsi le categorie inferiori, non vitali, usa la paura: paura di perdere il

    lavoro, la pensione, i sussidi; paura di Berlusconi, del comunismo, delle tasse, degli immigrati, di

    Marchionne).

    Per effetto di queste contromisure, la crisi del paese si aggrava e minaccia ancora di più la Casta. Allora

    la Casta reagisce aumentando ulteriormente la quota di spesa pubblica destinata a propria tutela (ad es.,

    si deliberano 100 miliardi per il feudo elettorale siculo e altri soldi per avere il sostegno vaticano) e

    aggiungendo misure di limitazione della libertà di protesta e dei mezzi di diffusione della informazione

    dissenziente (tagli ai sussidi all’editoria, restrizioni alla comunicazione pubblica via internet). Dato questo

    feedback positivo (ossia, di reciproco rinforzo) tra peggioramento della crisi e peggioramento della

    gestione politica, si va verso un punto di rottura, di system crash.

    Coloro che stanno portando avanti questo processo non è che non si rendano conto delle sue

    conseguenze e della sua insostenibilità, ma, analogamente al comportamento dei brokers che portavano

    e portano avanti i processi speculativi delle bolle finanziarie e immobiliari, finché il processo rende,

    nessuno lo ferma o ne esce. Il processo si arresta soltanto quando diventa insostenibile, e allora avviene

    l’implosione.

    Il ruolo di un ministro delle finanze e dell’economia, in un simile sistema politico, è quello di far durare il

    gioco quanto più a lungo possibile, frenando gli eccessi di spesa pubblica cui alcuni gruppi politici

    ricorrerebbero per rafforzare o rappezzare la loro posizione di potere e conseguenti vantaggi, ma

    accentuando gli squilibri e anticipando così la fine del gioco, con conseguente danno per l’insieme della

    Casta e per il suo complessivo interesse. Interesse che in ciò converge coll’interesse dei paesi euroforti a

    costringere l’Italia a non fare default (a stringere la cinghia e ad alzare le tasse) finché quei medesimi

    paesi e i loro sistemi bancari non si saranno liberati dei bonds italiani nei loro bilanci.

    Questo ruolo del ministro in questione viene presentato come una politica di virtuosità, di convergenza

    europea, di risanamento, di ristrutturazione e rilancio, mentre ha tutt’altro scopo: prolungare il business

    della casta politica interna e dar tempo ai partners forti di mettersi al riparo dall’inevitabile tracollo

    italiano. A conferma di ciò sta il fatto che, in venti anni di declino, non è stato elaborato, discusso, e

    3

    ancor meno attuato, alcun progetto economico strategico, alcun nuovo modello, alcuna riforma

    sistemica.

    Insomma, la politica economica dei governi italiani è una politica che, sotto il falso pretesto

    dell’integrazione europea, serve a due scopi: tirare avanti finché si può col business della Casta italiana e

    insieme obbedire gli interessi del padrone tedesco. Nel frattempo non si fa alcuna riforma (scuola,

    università, ricerca, pubblica amministrazione, trasporti, mentalità) per rendere il paese efficiente ed

    “europeo”, per prepararlo realmente all’integrazione che si dice di voler realizzare – ovviamente,

    mentendo, e solo per far accettare ai cittadini i “sacrifici”.

    La prospettiva cui si guarda dalle finestre dell’Hotel Bilderberg non è l’integrazione, bensì il

    system crash, la crisi “vera”, cioè tale da frantumare le attuali strutture di rendita, consenso e

    bloccaggio, quindi capace di aprire nuovi spazi di business, di investimento, di ristrutturazione

    del potere e da creare le condizioni politiche per una vera riforma – la quale probabilmente

    sarà basata su un take-over del sistema-Italia dall’estero, compiuto da capitali esteri, e che

    avvierà l’Italia a una gestione da parte di tali capitali, in stile Marchionne, ma senza più aver

    bisogno di negoziare.

    Il Belpaese troverà così la sua tanto agognata governabilità e modernizzazione.

    Questo scrivevamo nell’aprile del corrente anno riprendendo e aggiornando un articolo di fine dicembre

    2010.

    Assimpresa Italia

    Reply
  3. 3

    G Robba

    La storia dell'Europa Unita comincia nel 1954, con l' Accordo su carbome ed acciao.
    Una reazione ai primi cinquant'anno di secolo scorso, con due gigantesche e terribili Guerre Mondiali.
    Ci sono statisti come De Gsperi , Adenauer, Schmidt, poi Mitterrand etc. (ci metto anche Andreotti e Craxi).
    Poi c'è il SME (serpente monetario europeo), poi Schengen, l'Euro.
    Guardiamo la storia: l'Europa non ha mai avuto un periodo di pace e di progresso così lungo. Mai, dall'epoca di Carlomagno (che infatti la unificava).
    Quindi non aiuta vedere oscure manovre speculative dietro gli acquisti di BTP o dietro gli aiuti alla Grecia. Aiuta invece leggere la storia.

    Vero è che l'euro colpisce le economie più deboli (o meglio, i loro cittadini) ma c'è soluzione migliore? Se la Grecia è diversa dalla Germania cosa facciamo? la lasciamo libera di svalutare all'infinito (come se ciò non portasse conseguenze gravissime, proprio nel medio-lungo termine, proprio per i cittadini)? La vogliamo lasciare libera di non pagare i propri debiti come fece l'Argentina? Vogliamo esportare agli Stati il modello Parmalat?
    Ci vuole rispetto per chi l'Europa (e l'Euro) l'ha pensata e voluta, e per chi ci lavora.
    Ovvero, viceversa, forse è più divertente pensare ad un Grande Vecchio che manovra tutto e sa già tutto. Ma questo pensiero fantasioso a me non diverte più da tempo…..

    Forse ci dsarà un'altra cris mondiale, liquidità ce ne è molta in giro.
    Forse lo è già questa.
    Le crisi si rinnovano ciclicamente, è facile preconizzarle, prima o poi arrivano sempre… e se non sono crisi economiche sono guerre e rivolte sociali. Io preferisco, a queste ultime, la crisi economica.
    Giorgio Robba

    Reply

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