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Giuseppe Allevi

Dottore Commercialista, Revisore dei Conti e pubblicista. Partner Leaders (consulenza fiscale, aziendale e del lavoro)

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3 Comments

  1. 1

    Andrea

    Ai mercati è sorto il “dubbio” che un voto democratico possa fare qualcosa che è contrario al controllo delle banche centrali.

    Ai mercati è sorto il dubbio che la finanza non è onnipotente e che dopotutto esiste la possibilità che nonostante la magia dei soldi infiniti alla fine ci sia qualcosa di grosso e impredicibile che inceppi il sistema.

    Questo dubbio si è manifestato col nome di Brexit, ma domani potrebbe chiamarsi Podemos che vuole nazionalizzare banche private e banca centrale , Le Pen, ecc.

    Ai mercati è sorto il dubbio che la politica non funzioni: se i cittadini non si occupano di politica, la politica (burocrati ed establishment) si occupa di loro.
    Dunque il mercato inizia a prezzare la rottura dell’Euro e dell’Europa per ragioni squisitamente politiche.

    In questo contesto gli italiani, che sono da sempre stati i più grandi europeisti fra i paesi fondatori, iniziano a pensare ad una proposta di referendum su Euro ed appartenenza all’Europa. Così la Lega propone l’uscita dell’Italia da Euro ed Europa tramite referendum, il M5S, europeista, propone un referendum sull’Euro e promette una politica di discontinuità a Bruxelles mentre il PD e Forza Italia solo per lo status quo.
    Facile prevedere un recupero forte di consenso per la Lega e un buon risultato per il neo-centrista M5S e un tracollo di tutto il resto. Ma per arrivare ad un referendum è necessario modificare la costituzione e dunque il dibattito rimarrà allo stato di chiacchiere ancora almeno per un paio di anni.

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  2. 2

    Soros

    Italia anello debole – “I mercati finanziari in tutto il mondo resteranno probabilmente in agitazione fino a quando il complicato processo di divorzio politico ed economico dalla Ue non sarà negoziato. Le conseguenze per l’economia reale saranno comparabili solo alla crisi finanziaria del 2007-08”, spiega. E le conseguenze peggiori saranno, giura, per l’area Euro e per uno dei suoi anelli deboli, l’Italia. “Le tensioni fra gli Stati membri hanno raggiunto il punto di rottura non solo sui rifugiati ma anche come risultato delle tensioni eccezionali tra Paesi debitori e creditori”. “In Italia – conclude – la caduta del 10% del mercato azionario in seguito al voto sulla Brexit segnala chiaramente la vulnerabilità del Paese a una crisi bancaria conclamata, che potrebbe portare al potere il movimento populista 5 Stelle già l’anno prossimo”.

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  3. 3

    Giuseppe Allevi

    Bergamo info lo dice da 10 anni …

    Se il nobel per l’economia (2001) Joseph Stiglitz afferma che l’unica salvezza per l’Europa è cancellare l’Euro, c’è da preoccuparsi. In un articolo su Libero, di seguito, la materia viene sviluppata e appare un’Europa che oggi sia solo fonte di difficoltà. O si cambia o si svanisce.

    Un’istituzione in profonda crisi, afflitta dal calo costante della crescita economica, un sistema bancario traballante, una disoccupazione di massa in costante crescita, senza dimenticare il debito pubblico che dilaga o l’ endemica debolezza del sistema, che rende quasi impossibile riforme efficaci. No, non è lo Zimbabwe, di nuovo a secco di capitali. Bensì l’Unione Europea, così come emerge dal recente report del Fondo Monetario che mette per giunta in evidenza i possibili effetti devastanti dei flussi migratori.

    Non solo. Forse per la prima volta, il Fondo s’interroga sui vantaggi della moneta unica. «Senza un’azione decisa – è il monito dell’istituto d Washington – l’area euro è destinata a restare esposta a un’instabilità crescente e a ripetute crisi di fiducia». Simile la diagnosi dell’agenzia di rating Moody’ s: l’ascesa del nazionalismo e delle tentazioni protezionistiche, si legge nel report uscito a fine settimana, può minacciare l’esistenza stessa dell’ Unione.

    Si torna, in questa estate di crisi per le banche (e non solo) il dossier euro, cioè quella moneta unica che, modellata sula austerità alla tedesca, è ormai considerata una causa primaria della crisi che attanaglia l’Europa, quella che per mezzo secolo abbondante è stata uno straordinario motore di sviluppo. Cresce il plotone (ormai qualcosa di più) di ecomomisti e analisti euroscettici. Tra questi merita il posto d’onore Joseph Stiglitz, il premio Nobel dell’economia che ha puntato il dito contro le conseguenze tragiche per l’Europa del Sud, Italia ma non solo: la scelta della moneta unica.

    Meglio tornare indietro, è il suo consiglio. La moneta unica si è rivelata una zavorra insostenibile per i partner più deboli. Insomma, parola di premio Nobel, «l’Euro è un’istituzione fallita che per salvarsi dovrebbe abbandonare l’euro», come Stiglitz ha ribadito nel recente convegno romano in cui si è rivisto l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio. Non è certo una novità, l’atteggiamento dell’economista, tutt’altro che nuovo a sortite contro corrente (vedi la battaglia contro i trattati commerciali tra Europa e America, caldeggiati dalle multinazionali Usa).

    Già nel 2012 Stiglitz aveva messo in guardia gli europei contro la “trappola”. I governi Ue, denunciava in un intervento al Forum asiatico di Hong Kong, rischiano di «trascinare i loro Paesi nel caos», sotto la pressione degli interessi della grande finanza. In questo modo, aggiungeva, «l’Europa sta facendo un grosso favore agli Stati Uniti» facendosi carico di «una crisi insostenibile perché affrontata con la politica dell’austerità, l’esatto opposto di quanto necessario».

    La conferma arriva dall’esperienza di questi anni: nel 2010, invece di correre in soccorso della Grecia con un modesto onere, la Comunità ha preferito imporre ad Atene di «stringere la cintura» imponendo poi con il corso degli anni nuovi tagli e nuovi sacrifici in una spirale che minaccia di essere senza fine. Un accanimento che «mi ricorda le tecniche dei medici del Medio Evo», ironizzava ma non troppo Stiglitz.

    Una lezione sempre attuale, quattro anni dopo: proprio ieri a Bruxelles sono comparsi alla sbarra Portogallo e Spagna, colpevoli di aver infranto le regole del Fiscal Compact per dare ossigeno alla ripresa.

    Che fare? L’unica soluzione, è la tesi di Stiglitz, consiste nel ripensare l’architettura finanziaria internazionale. Per prima cosa, però, è importante mandare in soffitta l’euro, prima che un Paese, stremato, non faccia saltare il sistema.

    «Fino a quando – si chiede – l’Europa del Sud accetterà un tasso di disoccupazione giovanile del 40%?». Meglio essere i primi a lasciar la barca che non rischiare di andare a fondo per difendere le speculazioni della grande finanza. Di qui il consiglio avanzato dall’economista nel recente saggio («L’euro e la minaccia per il futuro dell’Europa»): per evitare una crisi che sarà tanto politica quanto economica è necessario un passo indietro.

    La speranza è che i Paesi dell’eurozona decidano di dissolvere l’euro in modo ordinato, o di fare in modo che la moneta unica diventi solamente una moneta comune. Una bestemmia agli occhi del partito eurottimista, così ben sostenuto dai circoli di Wall Street (non a caso l’ex presidente della Ue, il già marxista Manuel Barroso, è stato arruolato da Goldman Sachs).

    Ma a questi risponde l’europeista francese, François Heisbourg, oggi fortemente ostile alla moneta comune. «Euro e solidarietà europea sono come due fratelli siamesi – sostiene- Uno solo dei due potrà sopravvivere. E speriamo che non sia l’euro, che sta soffocando il Vecchio Continente».

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