Anche il sindacato deve cercare soluzioni costruttive

Pubblicato da Giuseppe Allevi il 18 giugno 2010
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INTERNAZIONALIZZAZIONE: LE CONSEGUENZE

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A cura di Davide Girardi fondazione Nord Est

Nonostante i segnali di ripresa sui mercati internazionali, per sette imprese italiane su dieci il mercato di riferimento nel medio periodo sarà quello italiano: è uno dei principali risultati della nona rilevazione “Italia delle Imprese”  condotta dalla Fondazione Nord Est in collaborazione con Unicredit Corporate & Investment Banking. A fronte d’una perdurante, debole, domanda interna, il 71,8% delle imprese interpellate ritiene che nei prossimi 3/5 anni la principale fonte di fatturato sarà costituita dal nostro Paese. La zona Euro (10,3%), l’Europa di recente adesione (6,5%), i BRICS (Brasile, Russia, Cina e Sud Africa) e il Nord Africa/Mediterraneo (rispettivamente con il 7,9% e il 3,5%) rimarranno in secondo piano. Simile convinzione è più forte tra le imprese attive nel commercio e nei servizi (79,8% e 77,5%) e tra quelle di minori dimensioni (78,1% per le aziende fino ai 49 addetti). Osservando la loro collocazione geografica, invece, sono quelle del Nord per un verso, e del Sud/Isole per altro verso, a denotare uno scostamento rispetto al dato medio: le prime con minore propensione al mercato domestico (68,7% per il Nord Ovest e 67,5% per il Nord Est), al contrario delle seconde (77,7%). A fare la differenza, tuttavia, sono il grado di internazionalizzazione e il tasso di innovazione: tra le imprese che creano almeno il 10% del proprio fatturato all’estero, il dato medio scende al 36,2%; tra le aziende che hanno introdotto sia innovazioni di prodotto che innovazioni di processo, si attesta dieci punti percentuali sotto la media (60,1%). Un’analisi dei profili complessivi delle imprese sondate restituisce caratteristiche ben definite: il gruppo di aziende internazionalizzate, altamente innovatrici, medio grandi e collocate nel Nord del Paese presenta la percentuale inferiore di propensione al mercato italiano (49,8%); quelle non internazionalizzate, con un tasso di innovazione nella media, di piccole dimensioni e prevalentemente situate nel Sud e nelle Isole si pongono all’estremo opposto del continuum (84,7%).

Provando a sondare le ragioni sottese ai rapporti con l’estero delle imprese italiane, si conferma anche per il 2010 un approccio oramai maturo al processo di internazionalizzazione, che individua nel presidio dei mercati strategici  (69,5%) la priorità, più che nel solo contenimento dei costi di produzione (21,9%). Se le imprese attive nei comparti industriale e dei servizi sono vicine al dato medio (73,7% e 68,9%), quelle del commercio presentano un valore percentuale sensibilmente inferiore (51,4%); in ragione, probabilmente, di un processo avanzato per le prime, ma con un significativo margine di ulteriore sviluppo per le seconde. Il presidio dei mercati strategici, inoltre, è maggiormente segnalato dalle imprese del Nord Est (73,5%) e del Centro (72,0%) e da quelle con un superiore grado di internazionalizzazione (72,2%). Focalizzando l’attenzione sulle conseguenze del processo di apertura ai mercati esteri, la distribuzione delle risposte conferma il quadro dell’ultimo triennio: per quattro imprese su dieci, esso condurrà a un progressivo, crescente, spazio per le figure professionali dotate di competenze superiori, contestualmente alla perdita di occupazione per i lavoratori meno qualificati (26,2%) e alla chiusura delle imprese subfornitrici locali (24,8%). Quest’ultima modalità, poi, si rivela centrale per le imprese del Nord Est; a dimostrazione che, almeno sul piano delle percezioni, la recente congiuntura critica pare aver lasciato un segno: il valore percentuale riscontrato presso di esse, infatti, è superiore di oltre dieci punti (36,0%) rispetto a quello registrato presso tutte le altre macroaree.

Per comprendere se le recenti difficoltà dei mercati abbiano originato un effetto di sostituzione dei fornitori italiani con quelli esteri, alle imprese interpellate è stato proposto uno specifico quesito: le indicazioni raccolte si orientano in misura pressoché identica verso una previsione di stabilità (39,3%) o di aumento del ricorso ai fornitori esteri (38,1%). Si staglia ancora una volta la posizione delle aziende attive nel settore del commercio, più inclini (48,7%) a ritenere che, per ragioni forse legate ad un contenimento dei costi, il ricorso ai fornitori esteri osserverà un aumento. Pur in assenza di variazioni considerevoli, poi, si nota un incremento delle previsioni di crescita dei fornitori esteri al crescere delle dimensioni aziendali; in ciò, può intravedersi il timore che nei contesti di filiere più strutturate l’impatto della crisi economica possa essere più rilevante. Un dato confermato, peraltro, anche in relazione alla collocazione distrettuale delle aziende sondate: sono proprio quelle attive in un distretto a prevedere che il ricorso ai fornitori esteri aumenterà (46,4%), con uno scostamento di rilievo rispetto al dato medio (38,1%) così come in relazione a quello registrato tra le aziende non distrettuali (36,7%).

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Autore articolo: Giuseppe Allevi

Dottore Commercialista, Revisore dei Conti e pubblicista. Partner www.leaders.it (consulenza fiscale, aziendale e del lavoro)
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