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Luca Allevi

Laureato in Economia e Commercio alla Bocconi. Consulente internazionale presso www.leaders.it

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16 Comments

  1. 1

    Franca

    La cciaa ed Orio sono un esempio …

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  2. 2

    Kamella Scemì

    E' per tutti noi essenziale tornare a sentirci importanti nel nostro ruolo di cittadini-elettori e saperci pensare capaci di dare ai nostri rappresentanti nelle assemblee elettive e nei diversi gradi di governo un senso definito e impegnativo del loro compito, quasi "educandoli" a onorare un dovere e non solo a esercitare un potere. Utopia? A volte viene da pensarlo. Ma proprio perché ci piace, in queste cose, stare con i piedi ben piantati a terra, invitiamo da tempo i nostri lettori di non farsi distrarre dalle chiacchiere fumose e dalle polemiche d’occasione che esentano dal parlare a fondo dei problemi reali. Proprio per questo proponiamo di mettere l’occhio sui programmi dei diversi partiti e candidati, cercando di capire che cosa abbiano in testa per le città e per il Paese. Proprio per questo concentriamo sempre l’attenzione sui valori cardine. Qualcuno, invece, pensa che rispetto totale per l’insopprimibile dignità della vita umana, sostegno forte alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna e libertà di credere, pensare ed educare i propri figli abbiano poco a che vedere con l’amministrazione e l’organizzazione della nostre città. Ma si sbaglia. A secondo di come ci si pone al cospetto di quelle grandi opzioni valoriali, la realtà e le prospettive delle nostre città cambiano. Io sono sempre più convinto, perché lo sperimento anche nel mio mestiere di giornalista, che se si aderisce a quei valori, le città in cui viviamo diventano il luogo dove lavorare alla solidarietà comunitaria possibile e persino a quella che oggi appare difficile e quasi impossibile, diventano lo spazio dove darsi da fare per la costruzione di una società "fertile" e capace di memoria e di futuro, di una comunità che è accogliente e sicura perché è ben regolata. Se li si contesta, o li si mette da parte come scomodi e superati, le nostre città si avviano a diventare anche e soprattutto il luogo – o peggio ancora il laboratorio ideologico – dei desideri individuali e dei sospetti di gruppo, il teatro della contrapposizione degli interessi e dell’antagonismo ideologico. Un esempio aiuta a mettere a fuoco meglio il punto: non si verrà a capo delle crisi e delle insicurezze che piagano diverse realtà soprattutto metropolitane anche nel nostro Paese, se non ci si rende conto – e non si agisce di conseguenza – di quale potente soluzione al problema della precarietà sociale sia il sostegno alla famiglia cosiddetta «tradizionale». Cioè intesa, secondo la nostra cultura e secondo lo spirito e la lettera della Costituzione, come programmaticamente stabile comunità di vita e di generazione ed educazione dei figli e come elemento base della "rete" che costituisce e collega una comunità civile. "Fare l’esame" dei valori di chi si candida a rappresentarci e governarci è proprio utile…

    Marco Tarquinio

    Grazie, direttore, grazie mille.

    Sua Kamelia Tszemì (così tolgo il dubbio sulla esatta pronuncia).

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  3. 3

    Karl Heinz Treetball

    Per salvare l'Italia dalla crisi in cui si trova, è necessario un «soprassalto di responsabilità». Il cardinale Angelo Bagnasco così si esprime nel suo intervento di apertura dell'assemblea generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), della quele è Presidente. «Dalla crisi oggettiva in cui si trova, il Paese non si salva con le esibizioni di corto respiro, né con le slabbrature dei ruoli o delle funzioni, né col paternalismo variamente vestito, ma solo con un soprassalto diffuso di responsabilità che privilegi il raccordo tra i soggetti diversi e il dialogo costruttivo». Infatti, «la politica che ha oggi visibilità è, non raramente, inguardabile, ridotta a litigio perenne, come una recita scontata e, se si può dire, noiosa. È il dramma del vaniloquio, dentro, come siamo, alla spirale dell'invettiva che non prevede assunzioni di responsabilità. La gente è stanca di vivere nella rissa e si sta disamorando sempre di più. Gli appelli a concentrarsi sulla dimensione della concretezza, del fare quotidiano, della progettualità, sembrano cadere nel vuoto». «In quanto vescovi non ci stanchiamo di incoraggiare i gesti di assennatezza che mirano a creare condizioni di pace sociale e di alacre operosità».

    «Si sappia che la nostra opzione di fondo, anche per il conforto dei ripetuti appelli del Papa, resta quella di preparare una generazione nuova di cittadini che abbiano la freschezza e l'entusiasmo di votarsi al bene comune, quale criterio di ogni pratica collettiva», persone che avvertano «il dovere di una cittadinanza coscienziosa, partecipe, dedita all'interesse generale». «Affinchè l'Italia goda di una nuova generazione di politici cattolici, la Chiesa si sta impegnando a formare aree giovanili non estranee alla dimensione ideale ed etica, per essere presenza morale non condizionabile».

    Riguardo alla stampa italiana ha osservato che essa «appare da una parte troppo fusa con la politica, tesa per lo più a eccitare le rispettive tifoserie, e dall'altra troppo antagonista, e in altro modo eccitante al disfattismo», che fornisce una «informazione scevra da cultura, da resoconti scrupolosi, vigilanza critica, estranea ad acribia ed equilibrio», come invece dovrebbe essere. La politica così riprodotta è ancor più «inguardabile», «ridotta a litigio perenne», «noiosa».

    Preoccupazioni circa il lavoro «che manca, o è precario in maniera eccedente ogni ragionevole parametro» e che «è motivo di angoscia per una parte cospicua delle famiglie italiane. Questa angoscia – ha aggiunto – è anche nostra: sappiamo infatti che nel lavoro c'è la ragione della tranquillità delle persone, della progettualità delle famiglie, del futuro dei giovani. Vorremmo quindi che niente rimanesse intentato per salvare e recuperare posti di lavoro. Vorremmo che si riabilitasse anche il lavoro manuale, contadino e artigiano. Vorremmo che gli adulti non trasmettessero ai figli atteggiamenti di sufficienza o disistima verso lavori dignitosi e tuttavia negletti o snobbati. Vorremmo che il denaro non fosse l'unica misura per giudicare un posto di lavoro. Vorremmo che i lavoratori non fossero lasciati soli e incerti rispetto ai cambiamenti necessari e alle ristrutturazioni in atto. Vorremmo che gli imprenditori si sentissero stimati e stimolati a garantire condizioni di sicurezza nell'ambiente di lavoro e a reinvestire nelle imprese i proventi delle loro attività. Vorremmo che tutti i cittadini sentissero l'onore di contribuire alle necessitá dello Stato, e avvertissero come peccato l'evasione fiscale. Vorremmo che il sindacato, libero mentalmente, fosse sempre più concentrato nella difesa sagace e concreta della dignità del lavoro e di chi lo compie, o non riesce ad averne».

    «La Chiesa italiana difende la scuola, senza distinzioni tra pubblica e privata. La scelta di campo è a favore di tutta la scuola, che dobbiamo amare con predilezione, qualificando certo la spesa ma non prosciugando risorse che lasciano scoperti servizi essenziali come le materne, il tempo pieno, le scuole professionali, la ricerca».

    Accenno, infine, e con una certa simpatia, per le piazze europee occupate da giovani (gli indignados spagnoli): «Le manifestazioni giovanili in atto non possono essere liquidate da alcuno con sufficienza», dice con forza il porporato. Appalusi.

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  4. 4

    Kamella Scemì

    Riprendo da http://www.avvenire.it:

    Povertà, rischia 1 italiano su 4

    Giovani, né lavoro né studio

    Circa un quarto degli italiani (il 24,7% della popolazione, più o meno 15 milioni) «sperimenta il rischio di povertà o di esclusione sociale». Si tratta di un valore – rileva l'Istat nel rapporto annuale presentato oggi – superiore alla media Ue che è del 23,1%. Il rischio povertà riguarda circa 7,5 milioni di individui (12,5% della popolazione). Mentre 1,7 milione di persone (2,9%) si trova in condizione di grave deprivazione si trova 1,7 milione (2,9%) e 1,8 milione (3%) in un'intensità lavorativa molto bassa. Si trovano in quest'ultima condizione l'8,8% delle persone con meno di 60 anni (6,6% contro il valore medio del 9%). Solo l'1% della popolazione (circa 611 mila individui) vive in una famiglia contemporaneamente a rischio di povertà, deprivata e a intensità di lavoro molto bassa.

    Nelle regioni meridionali, dove risiede circa un terzo degli italiani, vive il 57% delle persone a rischio povertà (8,5 milioni) e il 77% di quelle che convivono sia col rischio, sia con la deprivazione sia con intensità di lavoro molto bassa (469mila).

    SEMPRE PIU' GIOVANI NON STUDIANO E NON LAVORANO

    Non lavorano e non studiano, sono soprattutto donne, del Mezzogiorno e con una licenzia media, anche se aumenta sempre più la quota tra diplomati e stranieri. È l'esercito dei Neet (Not in education, employment or training): nel 2010 sono poco oltre 2,1 milioni, 134mila in più rispetto a un anno prima (+6,8%), i giovani fra i 15 e i 29 anni che non hanno un lavoro e non frequentano alcun corso di istruzione o formazione.

    Secondo la fotografia scattata dal Rapporto Istat 2010 rappresentano il 22,1% della popolazione nella stessa fascia di età (20,5 nel 2009). Nonostante l'incidenza del fenomeno continui a essere più diffusa tra le donne (il 24,9%), tra i residenti del Sud (30,9%) e tra i giovani con al più la licenza media (23,4%), si legge nel rapporto, l'incremento dei Neet ha riguardato soprattutto i giovani del Nord-est (+20,8%), gli uomini (+9,3%) e i diplomati (+10,1%), ma anche gli stranieri.

    Nel 2010 sono 310mila gli stranieri Neet, un terzo della popolazione tra i 15 e i 29 anni. Il 65,5% dei Neet è inattivo, anche se solo la metà non cerca un impiego e non è disponibile a lavorare.

    I disoccupati rappresentano il 34,5% dei Neet; nel Mezzogiorno circa il 30% è disoccupato e il 45% è comunque interessato a lavorare. Tra i Neet, vive con almeno un genitore l'87,5% degli uomini e il 55,9% delle donne. Fra queste ultime, circa 450mila sono partner in una coppia, con o senza figli e rappresentano il 38,3% delle Neet italiane. La condizione di Neet permane nel tempo: oltre la metà dei Neet resta tale per almeno due anni. D'altro canto, più si rimane fuori dal circuito formativo o lavorativo, tanto più è difficile rientrarvi.

    Per quando riguarda invece il lavoro prosegue nel 2010 la flessione degli occupati 18-29enni (-182mila unità) dopo la caduta particolarmente significativa del 2009 (-300mila unità). In termini relativi, il calo dell'occupazione giovanile (-8,0 e -5,3%, rispettivamente nel 2009 e nel 2010) è stato circa cinque volte più elevato di quello complessivo. Nel 2010, è occupato circa un giovane ogni due nel Nord, meno di tre ogni dieci nel Mezzogiorno. Più nel dettaglio il tasso di occupazione degli uomini 18-29enni è al 59,2% al Nord e al 35,7 nel Mezzogiorno, con il minimo del 30% in Campania e Calabria; quello delle giovani donne è al 47,2% al Nord e al 21,9 nel Mezzogiorno, mentre in Campania e Calabria si colloca intorno al 17%. Ogni 100 giovani atipici nel 2009, circa 16 erano occupati stabilmente dopo un anno (erano 26 tra il 2007 e il 2008). Il 60,1% dei giovani a distanza di un anno ha ancora un contratto a tempo determinato o un rapporto di collaborazione. Nel 2010 circa un milione di giovani aveva un lavoro temporaneo.

    SONO 800MILA LE DONNE LICENZIATE IN GRAVIDANZA

    Ben 800mila donne, con l'arrivo di un figlio, sono state costrette a lasciare il lavoro, perchè licenziate o messe nelle condizioni di doversi dimettere. Un fenomeno che colpisce più le giovani generazioni rispetto alle vecchie e che appare particolarmente critico nel Mezzogiorno, dove «pressoché la totalità delle interruzioni può ricondursi alle dimissioni forzate».

    Nel 2008-2009, si legge nel documento, circa 800mila madri hanno dichiarato che nel corso della loro vita lavorativa sono state messe in condizione di doversi dimettere in occasione o a seguito di una gravidanza. Si tratta dell'8,7% delle madri che lavorano o hanno lavorato in passato e che sono state costrette dalle aziende a lasciare il lavoro, magari firmando al momento dell'assunzione delle "dimissioni in bianco".

    A subire più spesso questo trattamento, si legge nel rapporto, non sono le donne delle generazioni più anziane ma le più giovani, 6,8% contro 13,1%, le residenti nel mezzogiorno (10,5%) e le donne con titoli di studio basso (10,4%). Una volta lascito il lavoro solo il 40,7% ha poi ripreso l'attività, con delle forti differenze nel paese: su 100 donne licenziate o indotte a dimettersi riprendono al lavorare 15 nel Nord e 23 nel Sud.

    Il ruolo fondamentale all'interno della famiglia, svolto dalle donne, condiziona fortemente la possibilità di lavorare. Più di un quinto delle donne con meno di 65 anni, che lavorano o hanno lavorato, nel corso della loro vita ha interrotto l'attività. La quota sale al 30 per cento tra le madri e nella metà dei casi l'interruzione è dovuta alla nascita di un figlio.

    Le interruzioni del lavoro per motivi familiari diminuiscono passando dalle generazioni più anziane alle più giovani per il calo di quelle dovute al matrimonio (dal 15,2 per cento delle donne nate tra il 1944 e il '53 al 7,1 per cento di quelle nate dopo il 1973).

    Resta, invece, pressochè stabile tra le diverse generazioni (intorno al 15 per cento) la quota delle donne che interrompono l'esperienza lavorativa in occasione della nascita di un figlio. Le interruzioni prolungate, vale a dire le uscite dal mercato del lavoro che continuano dopo cinque anni, sono molto più elevate nel Mezzogiorno (77,1 per cento dei casi, contro il 57,2 nel Nord-est). Oltre la metà delle interruzioni del lavoro per la nascita di un figlio non è il risultato di una libera scelta. Sono infatti

    circa 800 mila (pari all'8,7 per cento delle donne che lavorano o hanno lavorato) le madri che hanno dichiarato di essere state licenziate o messe in condizione di doversi dimettere, nel corso della

    loro vita lavorativa, a causa di una gravidanza.

    FAMIGLIE ANCORA IN DIFFICOLTÂ

    Le famiglie italiane sono ancora in ginocchio per la crisi economica che ha colpito il paese. Nel

    2010 è tornato a crescere il loro reddito disponibile (+1 per cento), dopo la flessione del 3,1 per cento registrata nel 2009, ma, considerando la variazione dei prezzi, il potere d'acquisto ha subito una ulteriore riduzione dello 0,5 per cento (-3,1 per cento nel 2009). In calo anche la propensione al risparmio delle famiglie, che si è attestata al 9,1 per cento, il valore più basso dal 1990, 1,4 punti

    percentuali in meno rispetto all'anno precedente.

    Se sono aumentati dell'1% i redditi da lavoro dipendente (erano diminuiti dell'1,3 per cento nel 2009), i redditi netti da capitale sono scesi del 5,8 per cento, dopo la caduta del 35,4 per cento del 2009 e il reddito da lavoro autonomo e dalla gestione delle piccole imprese è risultato in calo dello 0,7 per cento (-0,2 per cento nel 2009).

    LE PRESTAZIONI DEGLI ENTI

    Le prestazioni sociali in denaro delle Amministrazioni pubbliche sono cresciute del 2,3 per cento, quelle assistenziali in denaro sono invece scese del 5,8 per cento rispetto al 2009, anno di erogazione del bonus straordinario di 1,5 miliardi di euro destinato al finanziamento delle famiglie a basso reddito. E ancora: in aumento dal 2000, con l'eccezione del 2009, le imposte correnti a carico delle famiglie. Nel 2010 la crescita è stata pari al 2,2 per cento, a sintesi dell'aumento del gettito Irpef (4,2 per cento) e della contrazione delle imposte sui redditi da capitale (-40,3 per cento). La regolarizzazione o il rimpatrio di attività finanziarie e patrimoniali detenute all'estero è proseguita per 600 milioni di euro, che si sono aggiunti ai 5 miliardi del 2009. In tutto questo, la deprivazione materiale delle famiglie è rimasta sostanzialmente stabile rispetto al 2009 (15,7 per cento sul totale delle famiglie) ed è grave per quasi la metà delle famiglie interessate; è più diffusa tra le famiglie con cinque o più componenti (25,3 per cento), con tre o più figli (25,6 per cento) e tra quelle che vivono in affitto (33,3 per cento).

    La percentuale di famiglie materialmente deprivate sale al 26,0 per cento nel Mezzogiorno e scende al 9,7 al Nord. Quando la perdita dell'occupazione (2009) ha riguardato un uomo genitore o coniuge/partner, la probabilità di trovarsi in condizioni di deprivazione materiale è salita al 36,5 per cento dal 28,5 per cento osservato l'anno precedente, prima di perdere il lavoro. La crisi ha costretto le famiglie a risparmiare meno nel 19,1 per cento dei casi, e a intaccare il proprio patrimonio o a indebitarsi (16,2 per cento) per mantenere stabile il tenore di vita. Ma, nonostante tutto, anche nel 2010 la famiglia ha svolto il ruolo di ammortizzatore sociale nei confronti dei giovani, affiancandosi alla cassa integrazione che h sostenuto una larga quota di adulti con figli. Per quanto riguarda il reddito disponibile delle famiglie, questo si concentra per il 53% nelle regioni del Nord, per il 26% nel Mezzogiorno e per il restante 21% nel Centro.

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  5. 5

    Giuseppe

    Benedetto XVI e la crisi economica

    Solo uomini nuovi cambieranno i vecchi strumenti

    di ETTORE GOTTI TEDESCHI

    È da quando ho ultimato gli studi universitari, nel 1971, che, alla fine di una crisi economica – e personalmente ne ho viste tante – viene proposta come soluzione l’imposizione di nuove regolamentazioni e di nuovi controlli. La crisi in questo modo diventa ancora più complessa: quando si è in difficoltà e si stabiliscono sistemi di controllo si irrigidisce tutto il sistema. Resta poi una domanda che non trova mai risposta: chi controlla i controllori? Non è lo strumento che fa marciare i processi, ma è l’uomo. Max Weber distinse, in modo opportunistico e machiavellico, l’etica personale della responsabilità dall’etica della convinzione. Secondo il sociologo tedesco vi è quindi un’etica di chi ha la responsabilità di un determinato settore e quella di chi ne è veramente convinto. Come è possibile avere la responsabilità e praticarla, se non si è convinti? Il convincimento, cioè il riferimento a qualcosa di forte, di stabile, di vero, è determinante per poter ottenere risultati. Non esiste l’etica degli strumenti, l’etica del mercato, l’etica del capitalismo: esiste un uomo che dà senso etico ad ogni comportamento.

    Le famiglie americane, a causa della crisi, hanno perso circa il 50 per cento dei propri investimenti, percentuale corrispondente al valore del crollo della ricchezza americana. Questo perché negli ultimi venticinque anni è stata gonfiata del 50 per cento tutta l’economia statunitense. Le famiglie hanno avuto il dimezzamento del valore della casa, dei risparmi, del fondo pensione, di fronte ora hanno un futuro fatto di debiti da pagare e di un alto rischio di disoccupazione.

    Perché si è dovuto gonfiare per oltre dieci anni il Pil della più grande economia del mondo? La risposta corretta non la si trova di frequente, ma il Papa la fornisce nell’enciclica Caritas in veritate: perché trent’anni fa il sistema del mondo occidentale (Stati Uniti, Canada, Europa e Giappone) ha smesso di fare figli.

    Quando si afferma che l’origine della crisi è nell’uso sbagliato di strumenti finanziari, nell’avidità dei banchieri o nella mancanza dei controlli si dicono falsità. Perché l’economia è stata costretta a espandere il credito senza controllarlo? Perché si era inceppata negli anni Ottanta la crescita economica, il Pil dei Paesi occidentali cresceva troppo poco ed era legato alla crescita zero della popolazione. Se la popolazione non cresce, non può crescere l’economia e quindi bisogna accontentarsi. Il mondo occidentale, ricco, avido di cose ed egoista, ha deciso di non accontentarsi e si è quindi inventata la crisi economica.

    Benedetto XVI salverà il mondo: lo farà perché sta proponendo un radicale cambiamento culturale per l’uomo. Leggendo l’introduzione alla Caritas in ventate, si coglie come il Papa rimandi al primo comandamento del Decalogo, distinguendo esplicitamente e implicitamente verità e libertà.

    Nella cultura dominante la libertà, che dall’Illuminismo si condisce con positivismo, relativismo, fino all’odierno nichilismo, precede la verità. L’uomo deve essere libero di trovare la verità, ma così facendo, non solo non la trova, ma la confonde con la libertà stessa. Benedetto XVI invece ribadisce che occorre cambiare gli uomini, e non gli strumenti. Saranno infatti gli uomini nuovi a cambiare gli strumenti vecchi. La verità precede la libertà e non esiste vera libertà responsabile che non si riferisca ad una verità assoluta. Il Papa distrugge il pensiero nichilista, che porta l’uomo ad essere un animale intelligente, il quale orienta il suo agire solo all’appagamento dei bisogni materiali.

    Se l’uomo infatti vivesse solo di questo genere di soddisfazioni oggi dovrebbe esultare, perché le conquiste della scienza e della tecnologia lo hanno portato a livelli mai raggiunti in passato. Se l’uomo è solo figlio del caos o del caso, quale dignità potrà mai pretendere? Quella di vivere il più a lungo possibile, magari senza malattie, ma nulla più. Il Papa può salvare l’uomo, nel senso che gli riapre gli occhi sulla sua reale dignità di Figlio di Dio.

    Gli strumenti, in generale, sono tutti neutri. Le grandi iniquità che sono state compiute nel mondo della finanza non sono dovute soltanto a cattive interpretazioni o applicazioni delle regole della finanza. In più occasioni anche i Governi hanno sostenuto l’infrazione di alcune regole. Gli abusi veri ci sono perché si è permesso che ci fossero, non perché mancavano le strutture di controllo. Esistono 23 boards, strutture di regolamentazione dei mercati finanziari, dal Financial stability board fino a quelle più periferiche che riguardano determinate aree geografiche. Un istituto finanziario oggi deve sottoporsi a 23 nuove regolamentazioni immediate con la minaccia di sanzioni fortissime.

    Queste regole c’erano anche prima, ma non sono mai state rispettate. È l’uomo infatti che deve crescere da un’etica di responsabilità ad una nella quale crede veramente in quello che compie. Ecco perché oggi si parla di emergenza educativa, perché c’è bisogno di essere formati.

    Nel sesto capitolo dalla Caritas in veritate troviamo un passaggio chiave, in modo diverso, ma con lo stesso spirito, già presente nella Sollicitudo rei socialis. Giovanni Paolo II si domandava come può l’uomo tecnologico, che cresce enormemente nella capacità di elaborare tecniche e strumenti sempre più sofisticati, gestire tali conoscenze nell’immaturità che lo caratterizza. Ancora una volta Benedetto XVI mette in guardia l’uomo del nostro tempo dalla deriva etica, la definitiva autonomia morale degli strumenti.

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  6. 6

    Giuseppe

    Pubblichiamo il testo integrale della prolusione tenuta dal presidente dei vescovi italiani, card. Angelo Bagnasco, in apertura dei lavori della 63a Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana (Roma, 23 – 27 maggio 2011).

    Venerati e cari Confratelli,

    l’assemblea episcopale è un momento particolarmente intenso, che tocca la nostra identità di successori degli Apostoli mandati da Pietro a reggere le Chiese che sono in Italia. Riunirci in questa sede è di per sé richiamo alla fraternità apostolica − effettiva ed affettiva − che ci lega fra noi e con il Vescovo di Roma, ad un tempo anche primate d’Italia. Insieme a Benedetto XVI vivremo in questi giorni un momento tutto speciale nella basilica di Santa Maria Maggiore dove, con la recita del santo Rosario, rinnoveremo l’affidamento dell’Italia a Maria, nel 150° anniversario dell’unità nazionale. Diamo avvio intanto alla riflessione introduttiva, nella quale trovano eco spunti e stimoli pervenuti da varie parti, in ordine ad una lettura sapienziale della situazione generale in cui ci si trova, tendente a farsi − se possibile − sempre più complessa. Nell’ascoltarci l’un l’altro, ascoltiamo meglio il Signore e lo Spirito che ci parla attraverso la vita delle nostre comunità e le circostanze nelle quali deve incarnarsi l’annuncio del Vangelo. Nonostante le prove che ciclicamente la investono, l’umanità non è sempre pronta a volgere in positivo gli appelli che la riguardano, mentre cede alla spinta di ulteriori squilibri, mandando deserta l’esigenza di nuove «sintesi culturali umanistiche» (Benedetto XVI, Discorso per il 50° Anniversario dell’enciclica “Mater et Magistra”, 16 maggio 2011).

    1. Un deferente saluto rivolgiamo al Nunzio Apostolico in Italia, l’Arcivescovo Giuseppe Bertello, ringraziandolo per la sua affabile presenza tra noi e per le parole che vorrà rivolgerci. Ma in modo particolare desideriamo fin d’ora salutare il Cardinale Marc Ouellet che, per la prima volta dall’inizio del suo mandato quale prefetto della Congregazione per i Vescovi, ci farà visita e prenderà la parola in mezzo a noi: lo accogliamo con profondo rispetto e sincera gioia, assicurandogli il nostro cordiale ricordo per il felice esito della sua missione.

    Desidero anzitutto dare conto delle novità intervenute nell’ambito della nostra compagine episcopale nel periodo intercorso dall’ultima assemblea. Così, in primo luogo, salutiamo i Presuli che il Santo Padre ha chiamato a far parte della nostra Conferenza:

    – S.E. Mons. Vincenzo Di Mauro, Arcivescovo – Vescovo di Vigevano;

    – S.E. Mons. Luigi Marrucci, Vescovo di Civitavecchia – Tarquinia;

    – S.E. Mons. Carlo Ciattini, Vescovo di Massa Marittima – Piombino;

    – S.E. Mons. Leonardo Bonanno, Vescovo di San Marco Argentano – Scalea;

    – S.E. Mons. Mauro Maria Morfino, Vescovo di Alghero – Bosa;

    – S.E. Mons. Giuseppe Pellegrini, Vescovo di Concordia – Pordenone;

    – S.E. Mons. Giuseppe Giudice, Vescovo eletto di Nocera Inferiore – Sarno;

    – S.E. Mons. Ciro Miniero, Vescovo eletto di Vallo della Lucania.

    Con slancio fraterno, ringraziamo il Signore per il dono di questi nuovi Pastori, dai quali verrà − siamo certi − un contributo significativo all’efficace comunione tra le Chiese d’Italia.

    In precedenza, avevano portato a termine la loro missio canonica:

    – S.E. Mons. Lorenzo Chiarinelli, Vescovo emerito di Viterbo;

    – S.E. Mons. Domenico Crusco, Vescovo emerito di San Marco Argentano – Scalea;

    – S.E. Mons. Mario Milano, Arcivescovo – Vescovo emerito di Aversa;

    – S.E. Mons. Ernesto Vecchi, Vescovo già ausiliare di Bologna;

    – S.E. Mons. Ovidio Poletto, Vescovo emerito di Concordia – Pordenone;

    – S.E. Mons. Giovanni Scanavino, Vescovo emerito di Orvieto – Todi;

    – S.E. Mons. Claudio Baggini, Vescovo emerito di Vigevano;

    – S.E. Mons. Gioacchino Illiano, Vescovo emerito di Nocera Inferiore – Sarno;

    – S.E. Mons. Antonio Ciliberti, Arcivescovo emerito di Catanzaro – Squillace;

    – S.E. Mons. Pietro Meloni; Vescovo emerito di Nuoro;

    – S.E. Mons. Giuseppe Rocco Favale, Vescovo emerito di Vallo della Lucania.

    A costoro va la nostra riconoscenza per il generoso servizio reso nelle rispettive Chiese e per il contributo in pari tempo assicurato alla Conferenza episcopale; contributo che non smetteranno di garantire, pur in altri modi, non meno importanti.

    Affidiamo alla misericordia del Pastore dei pastori in particolare i confratelli deceduti nell’ultimo periodo:

    – S.Em. il Card. Michele Giordano, Arcivescovo emerito di Napoli;

    – S.E. Mons. Eduardo Davino, Vescovo emerito di Palestrina;

    – S.Em. il Card. Giovanni Saldarini, Arcivescovo emerito di Torino.

    Il Signore dia loro la ricompensa promessa ai servi trovati fedeli, e − poiché Vescovi non si è mai da soli − dia a noi di essere degni del sacrificio versato da coloro che ci hanno preceduto nella successione apostolica e con i quali restiamo nella totalità della comunione ecclesiale (cfr Benedetto XVI, Omelia per l’Ordinazione episcopale, 5 febbraio 2011).

    2. Il nostro sguardo è ancora pervaso dalla beatificazione di Giovanni Paolo II, con gli eventi ad essa connessi: la veglia al Circo Massimo promossa sabato 30 aprile dalla Diocesi di Roma; la preghiera proseguita durante la notte nelle chiese della capitale rimaste a tale scopo aperte; la celebrazione eucaristica del 1° maggio presieduta in Piazza San Pietro dal Santo Padre con la proclamazione del nuovo Beato; la venerazione delle sue spoglie da parte di una fiumana di persone dilungatasi per un giorno e mezzo, e infine indirizzatasi alla nuova tomba collocata all’altare di San Sebastiano. In un tempo facilmente catturabile dall’apparenza e dall’effimero, si è assistito all’esaltazione di un autentico uomo di Dio, la cui santità è stata riconosciuta col dovuto rigore dall’autorità della Chiesa, la quale ha così intercettato un consenso sorprendente, più ampio dei confini cattolici. L’evento è parso allinearsi senza soluzione di continuità con i fatti del 2005, svelando proprietà quasi medicamentose rispetto alle tribolazioni che hanno di recente scosso la comunità credente.

    Possiamo dire che la celebrazione della Pasqua è stata vissuta quest’anno avendo come in filigrana la sublime testimonianza di Giovanni Paolo II. All’inizio del Triduo pasquale era stato Benedetto XVI a indicarlo tra i luminosi esempi che, grazie alla loro fede e al loro amore, danno speranza al mondo (cfr Omelia della Messa Crismale, 21 aprile 2011). Appena qualche giorno prima, il nostro Papa aveva annotato: «I Santi manifestano in diversi modi la presenza potente e trasformatrice del Risorto: hanno lasciato che Cristo afferrasse così pienamente la loro vita da poter affermare con san Paolo “non vivo più io, ma Cristo vive in me”» (Udienza generale, 13 aprile 2011). E se, in genere, la santità non consiste nel fare cose strabilianti − seppur Giovanni Paolo II qualcosa di straordinario l’ha fatto −, è da rilevare che egli è diventato beato perché si è voluto unire a Gesù Cristo, ha vissuto i suoi misteri, ha cercato di identificarsi nei suoi pensieri e nei suoi atteggiamenti, insomma ha modellato la propria vita sul Vangelo (cfr Benedetto XVI, Discorso all’Incontro con il mondo della cultura, Venezia, 8 maggio 2011). Più volte, nelle catechesi pasquali, Benedetto XVI è tornato sul fatto che Gesù, abbassandosi fino all’angolo più buio della nostra vita, ci «tira su», «tira in alto» la nostra riluttanza, la nostra volontà, perché abbiamo ad inserirci nel suo progetto, trasformandoci attraverso l’innesto «in questo suo movimento: uscire dal nostro “no” ed entrare nel “sì” del Figlio» (Udienza generale, 20 aprile 2011; cfr anche: Omelia delle Palme, 17 aprile 2011; Alla Via Crucis del Colosseo, 22 aprile 2011). Una trasformazione di noi, non limitata solo a noi stessi, per coinvolgere «in questo passaggio di risurrezione» la città terrena attraverso il nostro donarci «senza riserve per le cause più urgenti e giuste, come dimostrano le testimonianze dei santi» (Udienza generale, 27 aprile 2011). Noi Vescovi guardiamo a Giovanni Paolo II con particolare attenzione e responsabilità: egli, infatti, ha accettato il pontificato ma non ha chiesto di scendere dalla croce. Vivendo l’esistenza a lui destinata, si è rivelato testimone credibile ed è stato ascoltato. Quello che diciamo a noi stessi, dobbiamo chiederlo anche ai nostri amati Sacerdoti, ognuno fidandosi di Gesù, e gettando continuamente la rete affidati alla sua parola. Nell’essere preti non c’è un potere da esercitare ma un’obbedienza secondo cui agire, contrastando la sonnolenza che prende i discepoli lungo la storia (cfr Benedetto XVI, Udienza generale, 20 aprile 2011). Aveva detto il Papa, all’inizio della Quaresima di quest’anno, ai Sacerdoti della diocesi di Roma: «Servire vuol dire fare non tanto ciò che io mi propongo, ma lasciarmi realmente prendere in servizio per l’altro. […] È importante questo aspetto concreto del servizio, che non scegliamo noi cosa fare, ma siamo servitori di Cristo nella Chiesa e lavoriamo dove la Chiesa ci dice, dove La Chiesa ci chiama» (Lectio Divina, 10 marzo 2011).

    3. Precisamente così Giovanni Paolo II si è comportato, cesellando la propria vita secondo la forma pasquale, e dimostrando a tutti che cosa può diventare l’esistenza di una persona quando si lascia afferrare da Cristo. La sua − ha tenuto a dire Benedetto XVI − è stata «la beatitudine della fede: essa ci colpisce in modo particolare […] perché oggi viene proclamato beato un Papa, un successore di Pietro, chiamato a confermare i fratelli nella fede. Giovanni Paolo II è beato per la sua fede, forte e generosa, apostolica» (Omelia per la Beatificazione del servo di Dio Giovanni Paolo II, 1 maggio 2011). Il rapporto con Dio è infatti l’elemento generativo di una personalità formidabile e fascinosa. La santità, per lui, fu obiettivo precedente ogni altro, l’opzione su cui ha innestato e orientato le altre scelte, a cominciare da quella sacerdotale; l’opzione che ha perseguito senza esitazioni e vischiosità, senza il timore che Dio gli chiedesse troppo, dispiegando al contrario un’interpretazione piena della chiamata alla vita. Quello che, appena eletto Papa, ha chiesto a tutti − “spalancate le porte a Cristo!” − «egli stesso lo ha fatto per primo» (ib). Qui c’è la chiave evangelica, da una parte del suo affidamento fiducioso alla grande tradizione della Chiesa, e dall’altra della sua creatività come del suo anticonformismo. Della sua saldezza e del senso della sicurezza che sapeva ispirare, ma anche della disarmante spogliazione con cui si presentava ai potenti del suo tempo. Realmente è stato «un indicatore di strada» (cfr Benedetto XVI, Udienza cit., 13 aprile 2011): molti nel mondo hanno trovato o ritrovato, grazie a lui, l’interesse per il cristianesimo, «invertendo con la forza di un gigante una tendenza che poteva sembrare irreversibile» (Omelia cit.). Come costantemente è avvenuto nella lunga storia dei Papi, egli si è fatto carico del gregge del Signore (cfr Gv 21,15-18); di suo, inoltre, è andato in ogni agorà del mondo per dire la Parola nella quale solo c’è salvezza (cfr At 4,12). Davanti ai vari consessi, si è presentato a difendere la causa dell’uomo, includendo in tale difesa il carattere trascendente della sua dignità: su questa mappa antropologica ha sagomato l’intero pontificato. È stato, nelle varie latitudini, l’apostolo dei diritti inalienabili dell’uomo, per propugnare i quali non si è subordinato a tatticismi diplomatici o convenienze di maniera. La causa dell’uomo ha, in lui, coinciso con la causa del Vangelo, fino a fondersi in essa. Per profondità e radicalità, tale fusione è stata fulcro del suo pensiero e della sua azione. L’«uomo è via della Chiesa», così come «Cristo è la via dell’uomo»: sono le assi dell’enciclica programmatica Redemptor hominis (1979), dove c’è il condensato della sua personalissima esperienza di vita, passata per traversie e sistemi connotanti l’intero Novecento, e si ritrova l’elemento strutturante tutto il suo pensiero. L’uomo in senso pieno e totale è Gesù Cristo che, con la sua incarnazione, «si è unito in certo modo ad ogni uomo» (Gaudium et spes, 22), e se «nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» (ib), ecco che solo Cristo sa che cosa c’è nel cuore di ogni persona (cfr Giovanni Paolo II, Omelia per l’inizio solenne del Pontificato, 22 ottobre 1978). È parso inchinarsi − lui, e ad ogni tappa del suo pontificato − dinanzi al cratere di inesauribile senso che è ciascun individuo, la cui manifestazione «non può aver luogo senza il riferimento, non solo concettuale, ma integralmente esistenziale a Dio» come afferma nella Dives in misericordia (n. 1, 1980). Questa seconda − pure memorabile − enciclica esplicitava la prima, completando l’indirizzo del pontificato: «Quanto più la missione svolta dalla Chiesa si incentra sull’uomo, quanto più è − per così dire − antropocentrica, tanto più essa deve confermarsi e realizzarsi teocentricamente, cioè orientarsi in Gesù Cristo verso il Padre. Mentre − continuava − le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e persino a contrapporre il teocentrismo e l’antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo il Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell’uomo in maniera organica e profonda» (ib). Operare in questa direzione, negli intenti di Giovanni Paolo II, voleva dire porsi in una delle dorsali principali, se non la principale, del Vaticano II. Significativamente Benedetto XVI, nell’Omelia della Beatificazione, ha evocato il Concilio − evento partecipato da Karol Wojtyla dal primo all’ultimo giorno − e ha fatto coincidere il senso di quell’evento con le memorabili parole iniziali del pontificato: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo». Come se l’uno − il Concilio − fosse spiegato e condensato dalle altre, cioè da quelle parole. Ed entrambe le circostanze messe, in ogni caso, sotto il capitolo della «grandissima causa» per la quale il Predecessore può dire di essere vissuto sulla scia del timoniere di quell’assise, Paolo VI.

    Ebbene, questa linea di dedizione, il restare cioè vincolati al mandato del Concilio − sembra dire Benedetto XVI − raggiunge anche me, e come un solco nell’anima mi coinvolge, e coinvolge l’intero popolo di Dio che a suo tempo fu sollecitato da Karol Wojtyla a prepararsi per entrare con degna consapevolezza nel nuovo millennio, quasi si dovesse realmente «Varcare le soglie della speranza». A questa speranza ora siamo dentro. Tutti ricordiamo, non senza emozione, il legame spirituale intenso e amico che correva, benefico per la Chiesa intera, tra Giovanni Paolo II e colui che − nel disegno della Provvidenza – sarebbe stato il suo successore. All’indomani dell’elezione, Benedetto XVI disse davanti al collegio cardinalizio ancora riunito nella Cappella Sistina: «Mi sembra di sentire la mano forte di Giovanni Paolo II che stringe la mia, mi sembra di vedere i suoi occhi sorridenti e di ascoltare le sue parole, rivolte in questo momento particolarmente a me: “Non avere paura”» (Omelia ai Cardinali elettori, 20 aprile 2005). E il 1° maggio è andato oltre, come se la distanza temporale, anziché attenuare i sentimenti, li avesse rinforzati. Ha commosso infatti il suo inchinarsi − quasi a fondersi con il popolo cristiano, lui cui è toccato in sorte d’essere a sua volta Pietro − quando ha concluso, con la spontaneità del cuore: «Santo Padre, ci benedica». Qualcosa di più della semplice continuità: c’è una perdurante ammirazione spirituale che diventa stupefacente lezione di stile, di umiltà e di candore, dalla quale noi sentiamo di dover imparare. Da una voce attendibile è stato osservato che Papa Ratzinger «si è presentato al mondo come il primo devoto del suo Predecessore» (Monsignor Georg Gänswein, Intervento al Premio Capri, in “Avvenire” del 26 settembre 2010), giacché tale interiormente egli si sente. E l’hanno, appunto, avvertito tutti. Anche noi allora, in punta di piedi, diciamo a Benedetto XVI la nostra spirituale ammirazione, rinnovandogli il grazie più sentito per la beatificazione, espresso già con il comunicato del 29 aprile scorso.

    Ma abbiamo almeno altri due motivi circostanziati per i quali esprimere al Papa la nostra gratitudine: il primo riguarda l’istruzione Universae Ecclesiae volta a dare una corretta applicazione del «motu proprio» Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, e dunque al recupero più impegnativo e armonioso − nell’ambito delle singole Diocesi − dell’intero patrimonio liturgico della Chiesa universale. In sostanza, a non ferire mai la concordia di ogni Chiesa particolare con la Chiesa universale, operando piuttosto per unire tutte le forze e restituire alla liturgia il suo possente incanto. La seconda circostanza è data dalla «lettera circolare», inviata ad ogni Vescovo dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, in vista della preparazione di necessarie «linee guida» per i casi di abusi sessuali perpetrati da chierici ai danni di minori. Si tratta di contestualizzare nei diversi Paesi, da parte delle rispettive Conferenze Episcopali, le Norme emanate il 21 maggio 2010 per aggiornare il «motu proprio» papale Sacramentorum sanctitatis tutela del 30 aprile 2001. Ebbene, confermando che «la responsabilità nel trattare i delitti di abuso appartiene in primo luogo al Vescovo diocesano», si dovrà arrivare − avverte la lettera − entro il mese di maggio 2012 «ad un orientamento comune all’interno di ogni Conferenza Episcopale nazionale, aiutando ad armonizzare al meglio gli sforzi dei singoli Vescovi nel salvaguardare i minori». A tale riguardo, riconoscendo su questo fronte un’infame emergenza non ancora superata, la quale causa danni incalcolabili a giovani vite e alle loro famiglie − cui non cessiamo di presentare il nostro dolore e la nostra incondizionata solidarietà −, vorrei anche assicurare che da oltre un anno, su mandato della Presidenza CEI, è al lavoro un gruppo interdisciplinare di esperti proprio con l’obiettivo di “tradurre” per il nostro Paese le indicazioni provenienti dalla Congregazione; obiettivo che sotto il nome di «Linee guida» oggi viene autorevolmente richiesto a tutte le Conferenze Episcopali del mondo. L’esito di tale lavoro sarà presto portato all’esame dei nostri organismi statutari. Ripetiamo però quest’oggi il grido amaro che già è risuonato nell’assemblea dello scorso anno: sull’integrità dei nostri sacerdoti non possiamo transigere, costi quel che costi. Anche un solo caso, in tale ambito, sarebbe troppo. Quando poi i casi si ripetono, lo strazio è indicibile e l’umiliazione totale (cfr Prolusione all’Assemblea generale dell’Episcopato italiano, 24 maggio 2010). Ma le ombre, anche le più gravi e dolorose, non possono oscurare il bene che c’è. Ancora una volta, quindi, noi Vescovi confermiamo stima e gratitudine al nostro clero che si prodiga con fedeltà, sacrificio e gioia, nella cura delle comunità cristiane.

    4. Che cosa resta della larghissima partecipazione registrata il 1° maggio scorso? Senza indulgere a letture enfatiche, basta ricordare i gesti compiuti dai tantissimi che hanno avvertito il bisogno di rendersi presenti, a Roma, per l’evento. Si è trattato per lo più di un pellegrinaggio lampo, compiuto sia in andata che in ritorno di notte, per riservarsi un tempo di permanenza concentrato ed essenziale, eppure per questo ancor più faticoso, e per molti penalizzato dalla distanza rispetto al centro della scena e l’inevitabile disagio negli spostamenti. Per quanto la Diocesi e il Comune di Roma, con i rispettivi operatori spesso volontari, abbiano messo in campo uno sforzo encomiabile che ha prodotto risultati indubbiamente apprezzati, la circostanza non poteva non presentare dei sacrifici. Come è già successo per altre manifestazioni di fede, legate ai viaggi papali o ai luoghi dei grandi pellegrinaggi.

    Neanche stavolta è mancata sui media la domanda ricorrente in questi casi: ne valeva la pena? La risposta che in generale danno i diretti protagonisti è senza esitazione: sì, ne valeva la pena. Pur segnati dallo sforzo, la bellezza prevale e vince. Ai più è sufficiente il contatto impercettibile ma diretto con l’evento per sentirsi come raggiunti dalla potenza della Grazia. E poi confessarlo con semplicità: c’ero anch’io! La riflessione, si sa, ha una sua delicatezza e varie implicanze che qui non tocchiamo. Desideriamo solamente segnalare come, nel passaggio da una religione d’abitudine a una fede personale, questo genere di esperienze lascino una traccia. È il coinvolgimento soggettivo ad essere decisivo, è la valorizzazione della propria singolarità a fare la differenza. Certo, occorre guadagnare un rapporto esplicito e consapevole con l’alterità che è Cristo e lasciarlo parlare. Bisogna riattivare il legame con un patrimonio di simboli capaci di parlare ancor oggi. Si tratta in fin dei conti di cominciare a vivere lo straordinario dentro l’ordinario: è questo il messaggio che proviene dalle esperienze forti di itineranza, come ad esempio i pellegrinaggi o i viaggi pontifici, che hanno la forza di far sentire la persona in cammino, o meglio «in gestazione», in vista di una novità che si affaccia come convincente. Giovanni Paolo II è stato il suggeritore illuminato di una consapevolezza che è bene non manchi nelle nostre comunità: la trasmissione della fede passa per l’ancoraggio a ciò che vi è di profondo e soggettivo. L’adesione alla dottrina oggi, in generale, segue l’incontro. Questa peraltro è l’esperienza «originaria» del cristianesimo (cfr Benedetto XVI, Discorso all’assemblea del 2° Convegno ecclesiale triveneto, Aquileia, 7 maggio 2011). Le comunità cristiane sono chiamate a diventare ambienti propizi per elaborare simili esperienze, per ancorarle all’oggettività, ragionarle e così riassaporarle. Nella Chiesa, rami un tempo rigogliosi possono rinsecchire, ma − spunta una gemma, si affaccia un uomo il cui volto esprime una profonda fede in Dio − la storia si riaccende, i suoi cardini si smuovono, e tutto ricomincia. È la pastorale «dei ricomincianti», come qualcuno la definisce, ricorrendo a un termine forse non elegante eppure efficace. Ma tutti, in qualche modo, dobbiamo essere dei «ricomincianti». Non a caso, Giovanni Paolo ha dato «al cristianesimo un rinnovato orientamento al futuro, il futuro di Dio, trascendente rispetto alla storia, ma che pure incide nella storia» (Omelia per la Beatificazione cit.). Dobbiamo, in altre parole, interpretare un cattolicesimo di conversione, che tocca la vita valorizzando − negli incontri − l’incontro personale con il mistero di Dio e i «segni efficaci» che lo trasmettono. E ciò senza arrendersi alle fragilità personali, per dare invece spinta al senso di fraternità e al coraggio della scena pubblica, desiderando cioè vivere l’originalità cristiana con simpatia, anche in un clima talora ostile, secondo il memorabile magistero che Giovanni Paolo II ha donato alla Chiesa pellegrina in Italia (cfr. Discorso al Convegno ecclesiale di Loreto, 11 aprile 1985; ma anche Discorso al Convegno ecclesiale di Palermo, 23 novembre 1995;entrambi ripresi da Benedetto XVI, Discorso al Convegno ecclesiale di Verona, 19 ottobre 2006). Qui troviamo spunti fondamentali per rigenerare continuamente il cattolicesimo popolare oggi sotto sfida da parte di un secolarismo per lo più inteso come fatale e dagli esiti inevitabili, quando invece è − ad osservare bene − anch’esso attraversato da contraddizioni, dunque tutt’altro che impossibile da affrontare a viso aperto.

    5. Il 17 aprile scorso, domenica delle Palme, ha avuto luogo nelle Chiese particolari la fase locale della Giornata mondiale della Gioventù, cui il Papa quest’anno ha affidato il tema «Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede». L’evento avrà il suo secondo tempo in estate, a Madrid, dove dal 16 al 21 agosto si svolgerà il XXVI raduno mondiale. I nostri giovani sono dunque in cammino. Auguriamo loro di vivere con impegno l’ultimo periodo dell’anno scolastico, ricavando da tale esperienza tutto ciò che si può trarre per la propria crescita intellettuale e culturale. La scuola non è un parcheggio, non è neppure il tempo che intercorre tra una vacanza e l’altra. Neanche basta dire che la scuola è per la vita: essa, la scuola, è già vita. E vivendo bene le ultime settimane di attività, i nostri giovani si predispongono con la serietà adeguata anche all’incontro spagnolo nel suo insieme: la preparazione immediata che si svolgerà in diocesi, la partenza, la permanenza nelle Chiese particolari gemellate, e infine la convergenza verso Madrid, dove saranno accolti dal Papa che infatti ha già dato loro appuntamento proprio il 17 aprile scorso. La formula, pur con qualche adattamento che acquisisce le esigenze del luogo e i dati maturati in precedenza, è per buona parte nota e collaudata. È l’invenzione − dobbiamo ricordarlo − di Giovanni Paolo II, che non solo ha lanciato la pastorale giovanile come oggi la conosciamo, ma ha dato tono a tutta la pastorale, inducendola ad uscire allo scoperto, andare incontro alle persone, adottare i loro linguaggi, per far comprendere a tutti, specialmente ai giovani, che Cristo c’entra con la vita, con tutti i suoi ambiti. Che Cristo c’entra con il loro bisogno di amare, e che amare è un’esperienza seria, per raggiungere la quale bisogna imparare. E imparare ad amare costa fatica, impegno, sforzo, allenamento, dedizione. Solo allora diventa gioia sopraffina. C’è troppa banalità oggi attorno all’asse primordiale della civiltà, qual è l’amare, il generare o non generare figli, l’educarli che vuol dire rigenerarli un’altra volta, ma per un tempo enormemente più lungo. Una persona cresce sul serio nella misura in cui fa esperienza del bene e del bello, e impara a preservare le esperienze di valore, a distinguerle, a difenderle da ciò che è male e non è bello, a renderle contagiose: «Il vero fascino della sessualità nasce dalla grandezza di questo orizzonte che schiude la bellezza integrale, l’universo dell’altra persona e del noi che nasce nell’unione, la promessa di comunione che vi si nasconde […]. Si apre così un cammino in cui il corpo ci insegna il valore del tempo, della lenta maturazione nell’amore» (Benedetto XVI, Discorso all’Istituto Giovanni Paolo II, 13 maggio 2011). I giovani non vogliono essere ingannati con l’edulcorazione delle regole che aiutano a stare al mondo con senso, e chiedono giustizia circa la verità di se stessi. Per questo, il rapporto che si stringe con loro deve essere basato sulla relazione personale, sulla compagnia, sulla «generatività», sul dialogo e la correzione, la pazienza e la perseveranza. È la ragione per la quale, come Vescovi, chiediamo che nell’impegno per la Gmg ci si lasci ispirare dalle piste individuate negli Orientamenti pastorali «Educare alla vita buona del vangelo» e, più in generale, da quella sfida educativa che avvertiamo come la prova maiuscola del nostro tempo.

    Ad attenderci, nel mese di settembre, da sabato 3 a domenica 11, c’è il Congresso Eucaristico nazionale di Ancona, per il quale – com’è noto – è già stato predisposto e comunicato il programma dettagliato nel quale sono coinvolte anche le diocesi di quella metropolia. La cinque aree tematiche che ci avevano visti all’opera nel Convegno Ecclesiale di Verona, verranno considerate nella prospettiva dell’Eucarestia e di una cultura eucaristica che ritma la vita quotidiana. «Signore, da chi andremo?» è il tema del Congresso, che vuol rigenerare il nostro sguardo grazie all’energia del Risorto. A concludere l’evento, domenica 11 settembre, sarà il Santo Padre, e noi − con le folte rappresentanze delle nostre Chiese − saremo con lui per confessare pubblicamente il nostro amore e il nostro debito per Gesù Eucaristia.

    6. Giovedì prossimo, nel tardo pomeriggio, si diceva, ci recheremo nella basilica di Santa Maria Maggiore e, alla presenza del Papa, nostro Primate, pregheremo per l’Italia nel 150° anniversario dell’Unità nazionale. Si completerà così il gesto del 17 marzo scorso, quando con una solenne Concelebrazione Eucaristica − alla presenza delle massime Autorità dello Stato − abbiamo ringraziato Iddio per il nostro Paese e il nostro popolo. Sappiamo che, nell’attaccamento alla Madre del Redentore e nostra, c’è un dato storico che da sempre ci unisce, e che in tale devozione si rintraccia il volto popolare della nostra Terra. In una fase cruciale della giovane storia unitaria di questa antica Nazione, Giovanni Paolo II ha dato un contributo, culturalmente documentato e al contempo scevro da condizionamenti psicologici e biografici, veramente determinante per il recupero della stima che gli italiani devono avere di se stessi e del proprio compito rispetto agli altri popoli e alle altre nazioni, e in solidarietà con questi. Nessuno sciovinismo antistorico, ma anche nessuna auto-liquidazione deresponsabilizzante e omologata. Se, nonostante tutto, il Paese regge è perché ci sono arcate, magari non immediatamente percepibili, che lo tengono in piedi. La rappresentazione pubblica talora soffre di qualche unilateralità e di predominanze che nei fatti non trovano sempre giustificazione. L’Italia non è solo certa vita pubblica. La politica in sé è comprensiva di dimensioni più ricche e articolate e, in ultima analisi, la nostra idea è che fanno realmente politica tutti coloro che operano per il bene comune così come si diceva in una precedente prolusione: coloro che hanno la religio del bene comune, non nel senso pagano, ma – al contrario – nel senso del più trasparente, disinteressato altruismo. Credo vada recuperata una capacità di sguardo che superi le apparenze, le chiazze di colore, le devastazioni di immagine, per cogliere la struttura interiore, l’intelaiatura d’acciaio che sorregge il Paese: quello che, ad ogni nuovo mattino che la Provvidenza offre, si auto-convoca al proprio dovere. Ovvio che non si debba cadere in schemi manichei, in generalizzazioni ingiuste e inaccettabili. Se oggi diciamo che vi è una rappresentazione della vita politica svincolata dalle aspirazioni generali, lo facciamo certo con l’avvertenza dei meccanismi sofisticati che fatalmente concorrono alla proiezione esteriore delle società moderne. Eppure non ci sono scusanti. La politica che ha oggi visibilità è, non raramente, inguardabile, ridotta a litigio perenne, come una recita scontata e – se si può dire – noiosa. È il dramma del vaniloquio, dentro – come siamo – alla spirale dell’invettiva che non prevede assunzioni di responsabilità. La gente è stanca di vivere nella rissa e si sta disamorando sempre di più. Gli appelli a concentrarsi sulla dimensione della concretezza, del fare quotidiano, della progettualità, sembrano cadere nel vuoto. Ambiti come l’allerta emergenziale, che erano non solo funzionanti ma anche ragione di sollievo, oggi appaiono fiacchi e meno reattivi. A potenziale contrasto, c’è una stampa che appare da una parte troppo fusa con la politica, tesa per lo più ad eccitare le rispettive tifoserie, e dall’altra troppo antagonista, e in altro modo eccitante al disfattismo, mentre dovrebbe essere fondamentalmente altro: cioè informazione non scevra da cultura, resoconto scrupoloso, vigilanza critica, non estranea ad acribia ed equilibrio. Ma segnaliamo lo iato anche per dare voce all’invocazione interiore del Paese sano che è distribuito all’interno di ogni schieramento. Dalla crisi oggettiva in cui si trova, il Paese non si salva con le esibizioni di corto respiro, né con le slabbrature dei ruoli o delle funzioni, né col paternalismo variamente vestito, ma solo con un soprassalto diffuso di responsabilità che privilegi il raccordo tra i soggetti diversi e il dialogo costruttivo. Se ciascuno attende la mossa dell’altro per colpirlo, o se ognuno si limita a rispondere tono su tono, non se ne esce, tanto più che la tendenza frazionistica si fa sempre più vistosa nello scenario generale come all’interno delle singole componenti.

    In quanto Vescovi, non ci stanchiamo di incoraggiare i gesti di assennatezza che mirano a creare condizioni di pace sociale e di alacre operosità. Se non parliamo ad ogni piè sospinto, non è perché siamo assenti, anzi, ma perché le cose che contano spesso sono già state dette, e ripeterle in taluni casi non serve. E se non ci uniamo volentieri al canto dei catastrofisti, non è perché siamo distratti, ma perché crediamo che vi siano tante forze positive all’opera, che non vanno schiacciate su letture universalmente negative o pessimistiche. Si sappia tuttavia che la nostra opzione di fondo, anche per il conforto dei ripetuti appelli del Papa (per l’ultimo, in ordine di tempo, cfr Discorso all’assemblea del 2° Convegno ecclesiale triveneto, Aquileia, 7maggio 2011) resta quella di preparare una generazione nuova di cittadini che abbiano la freschezza e l’entusiasmo di votarsi al bene comune, quale criterio di ogni pratica collettiva. Più che un utopismo di maniera, serve una concezione della politica come «complessa arte di equilibrio tra ideali e interessi» (Benedetto XVI, Discorso all’Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici, 21 maggio 2010), concezione che per questo, cioè per il suo saper evitare degenerazioni ciniche, si fa intelligenza amorosa della realtà e cambiamento positivo della stessa. Quale che sia l’ambito in cui si collocano − professionale, associativo, cooperativistico, sociale, mediatico, sindacale, partitico, istituzionale… − queste persone avvertono il dovere di una cittadinanza coscienziosa, partecipe, dedita all’interesse generale. Affinché l’Italia goda di una nuova generazione di politici cattolici, la Chiesa si sta impegnando a formare aree giovanili non estranee alla dimensione ideale ed etica, per essere presenza morale non condizionabile.

    7. Desidero per un istante riprendere il filo di un discorso già abbozzato in precedenti circostanze e che riguarda quella patologia del post-moderno che va sotto il titolo di un individualismo indiscriminato. A noi sembra che questa caratteristica stia determinando in alcuni ambienti, che forse si ritengono per altri versi i più emancipati ed evoluti, la tendenza ad una chiusura ermetica rispetto all’istanza sociale. Affermatosi inizialmente anche come un rifiuto all’eteronomia e come esigenza di affermazione della propria personale consapevolezza, l’individualismo ha finito con il cancellare il bisogno dello scambio con gli altri, cioè quell’interazione dalla quale dovrebbero discendere comportamenti condivisi. In un clima anti-autoritario può venire spontaneo immaginare che il comando morale sia surrogabile dall’autodeterminazione che scaturisce dalla libertà individuale. Quando però questa viene concepita come radicalmente sciolta da qualsivoglia istanza valoriale oggettiva, stenta a misurarsi e qualificare se stessa. Il marchio di eticità di un comportamento, infatti, non sta primariamente nel fatto di essere frutto di una scelta libera – che ne è premessa necessaria ma non sufficiente – ma nei contenuti della scelta stessa. Quando così non è, la libertà individuale si trasforma, prima o dopo, nel privilegio dei più forti. Bisogna, dunque, che non venga meno la differenza oggettiva che passa tra il bene e il male, tra il giusto e l'ingiusto, e non venga tutto affidato alla valutazione meramente soggettiva. In una simile prospettiva infatti, la convivenza si consegna esclusivamente a “procedure” che indicano i confini da non valicare, anziché affidarsi a valori veri e assoluti per i quali merita insieme vivere e lottare. Le “procedure” – in sé certamente necessarie – sono però sorrette dai numeri del confronto democratico, non sulla stabilità dei valori universali. Possono quindi portare ad esiti mutevoli. Ci si chiede, allora: è possibile vivere e spendersi per qualcosa che domani potrebbe non solo cambiare, ma essere ritenuto superato o addirittura deriso? La Chiesa, in certe temperie sociali e culturali, ha con maggiore insistenza richiamato l’unicità incomprimibile del soggetto umano, così che nessuna filosofia e nessun collettivismo potessero assorbirlo o ridurlo. In altri contesti, nei quali dominava un’impronta culturale individualista, ha dovuto richiamare l’imprescindibile struttura relazionale dell’uomo, per cui l’individuo non si realizza se non uscendo da se stesso per andare incontro agli altri, nel segno della gratuità e del dono. Lasciando che la propria libertà si misuri e si intrecci con la libertà degli altri, in vista di una sintesi più alta e benefica per i singoli e per la comunità. Oggi siamo sempre più dentro a questa deriva individualistica e solitaria. In altri termini, l’individualismo non può coincidere con l’«indifferenza», con l’apatia sociale, con il narcisismo incurante degli altri e del mondo. In questo, si vorrebbe davvero che le donne e gli uomini di cultura fossero anche illuminati nel saper cogliere in tempo i rapporti di consequenzialità tra le istanze da raccordare e i fenomeni che, pur volendolo, sarà poi impossibile evitare. C’è chi si ostina a rappresentare la Chiesa come un soggetto che si batte contro la modernità. Vorremmo appena ricordare che la modernità trova radici e, in fondo ha la sua migliore garanzia, nel Vangelo: la dignità incomprimibile della persona, l’uguaglianza fra tutti in quanto figli di Dio, la libertà che Cristo più di ogni altro rispetta, offrendo il suo amore salvifico e rigeneratore…sono le consapevolezze scaturenti da quelle pagine, da duemila anni germinatrici di testimonianze eloquenti. Più che avversaria della modernità, la Chiesa − a guardare bene − ne è l’anima. Si potrebbe dire che, con gelosia, ne custodisce gli ingredienti di base.

    C’è anche chi, partendo da una ricognizione dei più recenti rivolgimenti in atto nel Nordafrica, riesce a scorgervi non solo la fine di ogni vera influenza occidentale, ma anche la prova che l’ordinamento assoluto messo in campo dalle religioni, compresa quella cristiana, si sta sgretolando, se già non è ormai abbattuto. In modo emblematico è la filosofia che si sarebbe incaricata di dimostrare come impossibile l’esistenza di una Verità o Essere assoluto che intenda valere come Principio del mondo. Ora, a parte una certa qual confusione tra gli assoluti terreni e l’assoluto della metafisica, c’è da notare la stranezza di un pensiero immanentista per il quale tutto – davvero tutto – si riduce ad un'unica, e alla fine liquida, realtà. Colpisce cioè l’assolutezza − eccessiva e fuori luogo − con cui si concepisce quest’unica realtà come tutta assoluta. E analogamente si concepisce come assoluto il proprio élitario pensiero. Onestamente, non si riesce a comprendere tale demolitoria lena nei confronti delle religioni, e di quella cristiana in particolare, e di conseguenza la corsa a frantumare qualunque premessa di alleanza virtuosa nel nostro Paese tra il cattolicesimo e l’umanesimo laico, come invece sarebbe decisamente da propiziare appena si voglia costruire. Noi crediamo che l’aver messo da parte ciò che ha in sé lo statuto epistemologico dell’assoluto non sia fino ad oggi servito a dare plausibile spessore morale ad una società inquieta e convulsa.

    8. Per questa consapevolezza, noi Vescovi non esitiamo ad esplicitare l’auspicio che avvertiamo urgente in merito a talune questioni poste all’ordine del giorno del dibattito pubblico e che meritano la preoccupazione più condivisa da parte della cittadinanza. Penso alla legge sulla fine vita il cui varo si configura come un approdo non solo importantissimo per le famiglie che hanno al proprio interno casi riconducibili alla evocata situazione, ma anche altamente significativo per la composizione calibrata e ispirata al principio di precauzione dei beni in gioco, senza dimenticare che – come afferma la Costituzione – la salute è fondamentale diritto dell’individuo, ma anche interesse della collettività (cfr art. 32). Ci si augura cordialmente che il provvedimento − al di là dei tatticismi che finirebbero per dare un’impressione errata di strumentalità − non si imbatta in ulteriori ostacoli, ottenendo piuttosto il consenso più largo da parte del Parlamento. A proposito della vita da accogliere e da promuovere, desidero ricordare il trentennale impegno del Movimento per la Vita che ha avuto una fondamentale funzione nel tenere sveglia la coscienza degli italiani sul fronte della vita concepita eppure esposta alla scelta sempre tragica dell’aborto. Anche il Santo Padre ieri, dopo il Regina Caeli ha fatto menzione a questo impegno (Benedetto XVI, Al Regina Caeli, 22 maggio 2011). Se nella cultura italiana l’opzione abortiva non è diventato un «normale» dato di fatto molto lo si deve all’iniziativa di questo volontariato e dei media che l’hanno costantemente assecondato. Un impegno che non potrà certo diradarsi proprio ora.

    Il tema della famiglia resta cruciale nella sensibilità comune come anche nell’attenzione dei media. Crediamo di non andare lontano dal vero se diciamo che sull’analisi delle carenze e delle debolezze che riguardano l’assetto dell’istituto familiare ci sia ormai nel Paese una larga convergenza. Ciò che serve, ed è quanto mai urgente, è passare alla parte propositiva, agli interventi strutturali efficaci per dare dignità e robustezza a questa esperienza decisiva per la tenuta del Paese e il suo futuro. Nulla è davvero garantito se a perdere è la famiglia; mentre ogni altra riforma, in modo diretto o indiretto, si avvantaggia se la famiglia prende quota. La denatalità è un’emergenza dai contorni obiettivamente allarmanti. L’Italia del 2040 o del 2050 chiede, anzi supplica l’Italia di oggi, a porre mente alle questioni che stanno compromettendo alla radice le condizioni per un affidabile equilibrio demografico. Su questo tema è in elaborazione il nuovo Rapporto-proposta da parte del nostro Comitato per il Progetto culturale.

    Il lavoro che manca, o è precario in maniera eccedente ogni ragionevole parametro, è motivo di angoscia per una parte cospicua delle famiglie italiane. Questa angoscia è anche nostra: sappiamo infatti che nel lavoro c’è la ragione della tranquillità delle persone, della progettualità delle famiglie, del futuro dei giovani. Vorremmo quindi che niente rimanesse intentato per salvare e recuperare posti di lavoro. Vorremmo che si riabilitasse anche il lavoro manuale, contadino e artigiano. Vorremmo che gli adulti non trasmettessero ai figli atteggiamenti di sufficienza o disistima verso lavori dignitosi e tuttavia negletti o snobbati. Vorremmo che il denaro non fosse l’unica misura per giudicare un posto di lavoro. Vorremmo che i lavoratori non fossero lasciati soli e incerti rispetto ai cambiamenti necessari e alle ristrutturazioni in atto. Vorremmo che gli imprenditori si sentissero stimati e stimolati a garantire condizioni di sicurezza nell’ambiente di lavoro e a reinvestire nelle imprese i proventi delle loro attività. Vorremmo che tutti i cittadini sentissero l’onore di contribuire alle necessità dello Stato, e avvertissero come peccato l’evasione fiscale. Vorremmo che il sindacato, libero mentalmente, fosse sempre più concentrato nella difesa sagace e concreta della dignità del lavoro e di chi lo compie, o non riesce ad averne. Vorremmo che le banche avvertissero come preminente la destinazione sociale della loro impresa e di quelle che ad esse si affidano. Vorremmo che scattasse da subito tra le diverse categorie un’alleanza esplicita per il lavoro che va non solo salvato, ma anche generato. Vorremmo che i giovani, in particolare, avvertissero che la comunità pensa a loro e in loro scorge fin d’ora il ponte praticabile per il futuro. Le manifestazioni giovanili in atto, in diverse piazze europee, non possono essere liquidate da alcuno con sufficienza.

    Infine è la scuola, tutta la scuola, che dobbiamo amare con predilezione, qualificando certo la spesa ma non prosciugando risorse che lasciano scoperti servizi essenziali come le materne, il tempo pieno, le scuole professionali, la ricerca. Ai Confratelli Vescovi e Sacerdoti impegnati nei rispettivi territori a combattere ed emarginare la malavita, a recuperare ed educare energie potenzialmente positive, a incoraggiare e promuovere legalità e fiducia, diciamo tutta la nostra ammirazione e garantiamo la nostra cordiale solidarietà.

    Ci sono studiosi di fenomeni sociali che, sulla base delle loro misurazioni, si dicono certi del fatto che non pochi semi buoni stanno schiudendosi. Noi Vescovi abbiamo altri campi di ascolto, ma possiamo confermare che nell’animo degli italiani non sta venendo meno la voglia di migliorarsi, di crescere, di impegnarsi. La maggioranza non si è staccata dalla vita concreta, ha resistito al canto delle sirene che continuano a veicolare modelli di vita facile, di successo effimero, di mondi virtuali, del “tutto e subito”. Sono messaggi suadenti che accarezzano il peggio dell’uomo, e alla fine anche violenti per la loro insistenza e la loro pervasività. Sembra che la schiuma di superficie sia inesorabilmente inquinata dai moduli dell’apparire a scapito del valore insito nell’esistenza concreta, intessuta di onestà, sobrietà, sacrificio, e meritevole di una conquista quotidiana. Come se la «normalità» del giorno per giorno, e la pazienza necessaria a costruire famiglia, affetti, lavoro, assetto sociale, fosse qualcosa di insopportabile, al pari di un morbo da scongiurare, spingendo l’acceleratore invece nella ricerca spasmodica di esperienze eccezionali e passerelle effimere, o guadagni facili, da ottenere magari attraverso il demone del gioco che molto promette per lasciare poi sul lastrico persone e famiglie. Gli antichi dicevano con grande acutezza: corruptio optimi pessima! E così è per tutti! Per questo, corrompere i costumi, e ancor più il modo di pensare – da qualunque parte provenga –, è un crimine contro Dio, la persona e la società intera. Sovvertire le categorie valoriali, mettendo − ad esempio − a repentaglio con l’istituto familiare l’asse portante di ogni società, significa sventrare – per miopia intellettuale o per lucida strategia – il fondamento antropologico del benessere civile. Viene da chiedersi: a vantaggio di chi o di che cosa una simile opera demolitrice, pseudo culturale e ipocritamente umanistica? Il cinismo degli adulti induce i giovani a subire la vita, anziché incontrarla con positività, e diventarne protagonisti umili e gioiosi. Diamo fiducia alla voglia di futuro, tanto più che il mondo sembra attendere da noi proprio questo.

    9. Accennavamo prima alle insurrezioni che dal mese di gennaio sono in atto nel Nordafrica e nel vicino Medio Oriente. Il fatto che l’accensione di queste sommosse sia avvenuta come in una sequenza di micce tra loro collegate, induce talora a ragionare come se si trattasse di situazioni omogenee con evoluzioni raccordabili. In realtà si tratta di contesti nazionali molto vari, in cui gli elementi che hanno avuto la funzione di detonatore sono in parte gli stessi e in parte assai diversi. Così che, a distanza di settimane, lo sviluppo dei fatti risulta tutt’altro che univoco. In Siria, la rivolta popolare è da oltre tre mesi in corso con manifestazioni alle quali il regime non ha prestato all’inizio il dovuto ascolto, reagendo poi con eccessi di violenza, che è causa di una sequenza interminabile di lutti, specialmente tra la popolazione civile. Arduo immaginare a breve esiti di ricomposizione sulla base dell’assetto preesistente, superato il quale tuttavia assai impervia appare la prospettiva di una coesistenza pacifica tra le diverse componenti etniche e religiose. Una questione questa che, tra il silenzio degli osservatori internazionali, ha trovato nel frattempo in Libano terreno per pericolose involuzioni. Mentre in Egitto, dove all’inizio si erano registrate perfino forme interreligiose di protesta, non hanno tardato le avvisaglie di lievitazione fondamentalista, giunte nelle ultime settimane a nuovi massacri a danno della minoranza copta. La quale non è, nella storia egiziana, una componente avventizia o aggiuntiva: essa, com’è noto, ha alle spalle una vicenda quasi bi-millenaria e può rivendicare un’identità autoctona. In altre parole, va affacciandosi il rischio di intollerabili imposizioni che schiacciano le minoranze, costringendole a scegliere tra discriminazione o emigrazione. Se in simili contesti può apparire una forzatura concepire l’emancipazione dai regimi dittatoriali nelle forme di una evoluzione democratica di tipo occidentale, è però ancor più evidente l’incongruenza di un’idea di cittadinanza imperfetta, in cui la parità tra i cittadini è gravemente inficiata dal peso delle appartenenze religiose. Occorre piuttosto che, nella rimodellatura di queste società e nella definizione dei loro sistemi giuridici, si affermi il concetto di cittadinanza egualitaria, per la quale non sono le maggioranze a garantire o a proteggere le minoranze, ma le une e le altre si riconoscono in un trattamento alla pari che ha perno sul valore della persona. Era questo, ci sembra, l’auspicio scaturito dal Sinodo per il Medio Oriente, celebratosi a Roma prima dell’avvio dei movimenti insurrezionali.

    Il caso della Libia ci ha coinvolto fatalmente di più per evidenti motivi di vicinanza geografica, ma anche perché la repressione là intentata ha finito per provocare una reazione dapprima esitante, poi confusamente accelerata, da parte di singoli Paesi occidentali e infine della Nato stessa, autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. C’è da dire che la non chiarezza emersa al momento dell’ingaggio, ha continuato a pesare sullo sviluppo temporale e strategico delle operazioni che avrebbero dovuto avere la forma dell’ingerenza umanitaria, e hanno ugualmente causato gravissime perdite umane, anche tra i civili. Difficile oggi non convenire che nel concreto non esistono interventi armati “puliti”. È, questo, allora un motivo in più per intensificare gli sforzi che portino ad un cessate il fuoco, e quindi a sveltire la strada della diplomazia, preservando l’incolumità dei cittadini e garantendo l’accesso agli indispensabili soccorsi umani. Con ciò ci uniamo alle parole accorate del Papa: «la via del negoziato e del dialogo prevalga su quella della violenza, con l’aiuto degli Organismi internazionali che già si stanno adoperando nella ricerca di una soluzione alla crisi» (Appello al Regina Caeli, 15 maggio 2011).

    Non può non colpire tuttavia il diverso atteggiamento adottato a livello internazionale tra la disponibilità all’interposizione armata e l’indisponibilità a suddividere il carico delle conseguenze umanitarie che lo scontro armato determina. Il nostro Paese, con la sua esposizione geografica, si è trovato e rimane in prima linea sul fronte degli aiuti e soprattutto della prima accoglienza per gli sfollati, i profughi e i richiedenti asilo che giungono sulle coste italiane, le quali sono ad un tempo il confine sud dell’Europa. Va da sé che se non avanza un più maturo senso di condivisione circa le responsabilità comuni, si aprono nel processo di integrazione falle di difficile rimedio. Ovvio che i cittadini d’Europa sinceramente comunitari vogliano a questo punto capire perché per i missili c’erano soldi e intesa politica, mentre per i profughi non ci sono i primi ed è inesistente la seconda. Quando è di ogni evidenza ormai la necessità di individuare una «via africana» verso il futuro, che dia speranza a quei giovani ma coinvolga significativamente anche i popoli dell’Occidente. Non tutto − bisogna dirlo − ha prontamente funzionato nei dispositivi di accoglienza messi in campo dalle autorità italiane, come non sono mancati i momenti di incertezza, o di esitazione nel mantenere gli impegni già presi. In generale però il Paese non può non essere fiero di quel che infine gli è riuscito complessivamente di offrire, a cominciare dalla gente di Lampedusa che, pur stressata da mesi di tensione e pur preoccupata per la prossima stagione turistica, ha saputo dar prova di un altruismo eroico, portando in salvo i naufraghi dell’ennesima imbarcazione incagliata nelle rocce. La visita che il 18 maggio scorso ho compiuto nella piccola isola, era un segno di vicinanza di noi Vescovi al Pastore di quella Chiesa, S.E. mons. Francesco Montenegro, e voleva avere il senso dell’ammirata solidarietà e della concreta amicizia da parte dell’intera comunità ecclesiale a quell’avamposto d’Italia che così bene sa interpretare il valore dell’accoglienza nonostante tutto, nonostante tante condizioni avverse: sia di esempio e di efficace stimolo per l’intera comunità nazionale. Questo il Santo Padre ha chiesto a noi e a tutti di fare, senza la paura per il diverso e lo straniero, giacché è proprio ciò che viene messo in campo che contribuisce al riconoscerci fratelli (cfr. Benedetto XVI, Discorso all’assemblea cit.).

    Concludo, venerati a cari Confratelli, ringraziando sentitamente per il vostro amabile ascolto, anticipo di quello scambio che ora e nei prossimi giorni contrassegnerà il nostro lavoro. Ho inteso dare eco anche a sollecitazioni preziose e degnissime, nella convinzione che ciò che a noi serve è l’orizzonte entro cui collocare le varie preoccupazioni e i diversi progetti. La vita delle nostre Chiese non ci abbandona mai ed è regola ai nostri passi. Sui quali invochiamo la benedizione del beato Giovanni Paolo II e insieme preghiamo − perché ci assistano − Guido Maria Conforti e Luigi Guanella che il Papa Benedetto XVI iscriverà − con il gaudio nostro, delle loro famiglie religiose, e delle nostre Chiese − nel libro d’oro dei santi, il prossimo 23 ottobre. Ci custodisca Maria, Salus popoli Romani et Italici. Grazie.

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  7. 7

    Karl Heinz Treetball

    Altro commento, sempre dallo stesso sito:

    «Non c’è un diritto al posto, ma a darsi da fare»

    di PAOLO LAMBRUSCHI

    Emergenza lavoro, sviluppo dell’econo­mia civile e una politica in grado di dare al Paese leggi in armonia con la sua co­scienza e la sua organizzazione sociale. Se il Cardinale Bagnasco nella prolusione ripete 11 volte la parola 'vorremmo', chiedendo ai gio­vani e alle loro famiglie di non snobbare il la­voro manuale, al sindacato di agire per una di­fesa concreta della dignità del lavoro, alle ban­che e alle imprese di pensare socialmente, ai cittadini di considerare un peccato l’evasione fiscale, l’economista bolognese Stefano Za­magni prova a immaginare cosa cambiereb­be traducendo queste idee in progetti.

    Partiamo dal lavoro, professore. Come si può riva­lutare il lavoro manuale come propone il Cardinale Bagnasco?

    Partiamo dai dati. Una ricerca del pedagogista Giu­seppe Bertagna condotta sui giovani disoccupati eu­ropei spiegava quanti preferivano un’attività anche manuale al non fare niente. Solo il 5% dei giovani un­der 30 italiani era disposto ad 'abbassarsi' a svolge­re un’attività considerata poco dignitosa contro il 40% dei coetanei tedeschi e il 35% dei francesi.

    Ebbene?

    Mi pare chiaro che dietro alla disoccupazione giova­nile vi sia soprattutto un problema culturale che na­zioni al nostro livello, ma più dinamiche, non hanno. La famiglia e la scuola da qualche decennio raccon­tano ai giovani che basta investire sul capitale uma­no, ovvero laurearsi, per avere diritto a un posto. Non è più così. Anche gli intellettuali, in particolare noi e­conomisti, devono prendersi la loro responsabilità per avere taciuto. Da almeno 25 anni, da quando è i­niziata la terza rivoluzione industriale, nessuno in Occidente ha più certezza del posto fisso. Ha ragio­ne il Cardinale a sottolineare tanto l’emergenza oc­cupazione, quanto la necessità del rilancio culturale ed etico del lavoro manuale. Personalmente, tradur­rei questa riflessione del Presidente della Cei con u­na strategia di difesa forte da parte dei lavoratori, dei sindacati e delle imprese dell’attività lavorativa a sca­pito della difesa del posto fisso.

    Che ritiene errata?

    Concettualmente sì. Inutile difendere un posto di la­voro improduttivo, spesso questa difesa dei sindaca­ti avviene a scapito di altre persone, in genere giova­ni, che così non possono entrare nel mondo produt­tivo. La sfida, invece, sottolineata da uno dei 'vor­remmo' della prolusione, sta nel difendere il diritto di svolgere un’attività lavorativa che dia reddito e di­gnità alla persona.

    Ma c’è lavoro per tutti?

    No, è un’illusione. Ma l’attività lavorativa in Italia si può espandere in due modi. Primo, avvicinando i gio­vani all’artigianato. Non pretendo che da un mo­mento all’altro i ragazzi italiani sostituiscano le 900 mila badanti straniere che assistono anzia­ni e malati e le decine di migliaia di immi­grati che raccolgono pomodori e olive nel­le campagne. Ma non capisco come mai non si riesca a trovare un artigiano sotto i 29 anni. Stiamo perdendo un patrimonio pre­zioso e sottovalutato che combina manua­­lità, sapere e tecnologia.

    L’altro mezzo per ampliare l’occupazione?

    Crearla fuori dalle imprese capitalistiche. Il capitalismo in Italia può assorbire il 75-80% della forza lavoro. Quindi, o ci teniamo un quinto di disoccupati o diamo ali alle coo­perative e alle imprese sociali, all’economia civile. Il terzo settore in Italia ha fatto gran­di cose, ma è debole. Se la politica applicasse il prin­cipio di sussidiarietà, che è nel dna degli italiani da secoli, si potrebbe dare lavoro a molte più persone.

    Nei 'vorremmo' espressi dal Presidente della Cei, si auspica che l’evasione fiscale venga considerata un peccato…

    È un richiamo alla buona politica che agisce per il be­ne comune. Il problema è l’affermarsi di quella che gli americani chiamano ' private policy ', che in Italia suona 'politica per interessi particolari'. È una in­terpretazione oligarchica della democrazia, chi vin­ce difende gli interessi di chi lo ha eletto. Ma chi go­verna, per la Dottrina sociale della Chiesa, deve guar­dare al bene della comunità. Non a caso il Cardinale nella prolusione si preoccupa dei giovani, insofferenti verso politiche particolaristiche. Che producono leg­gi carenti.

    Perché?

    Abbiamo norme ineccepibili formalmente, ma ine­spressive. Per essere espressive, dovrebbero rispetta­re la nostra coscienza morale e sociale, che resta for­temente cattolica.

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  8. 8

    Kamella Scemì

    A ulteriore commento della prolusione del Presidente della Cei, S. Em. Rev.ma il Cardinale Angelo Bagnasco, pubblichiamo da http://www.avvenire.it:

    OLTRE INDIVIDUALISMO, CALCOLI E MIOPIE. NON SCUSARE NON TRASCURARE, di FRANCESCO D’AGOSTINO

    Ariosa ed equilibrata, la prolusione del cardinal Bagnasco ai lavori della 63ª Assemblea gene­rale della Conferenza episcopale italiana tocca tut­ti i temi della più stretta attualità, sottoponendoli a una lettura in cui la pur corretta dimensione cro­nachistica appare subordinata all’esigenza di una ben più profonda analisi 'sapienziale'. Gli ampi ri­ferimenti alla beatificazione di Giovanni Paolo II hanno appunto questa finalità: indicare come la santità si radichi, prima ancora che nel fare «cose strabilianti», nella credibilità della testimonianza cristiana, il baricentro della quale sta nella conver­genza di teocentrismo e antropocentrismo. Inse­gnando e operando in questa direzione, ha soste­nuto il presidente della Cei, Giovanni Paolo II si è po­sto in quella che è la «dorsale principale» del Con­cilio Vaticano II, un mandato al quale dobbiamo tut­ti sentirci vincolati. A questo tema iniziale fanno seguito tanti altri, tra cui spiccano in particolare la conferma della riso­luta intransigenza assunta dalla Chiesa nei confronti degli abusi sessuali compiuti da chierici (uno «stra­zio indicibile») e le amare considerazioni conclusi­ve su quello che doveva essere, in Libia, un intervento umanitario e che sta invece provocando gravissime perdite di vite umane: «Difficile non convenire – di­ce il cardinale – che nel concreto non esistono in­terventi armati puliti». Al centro della prolusione si pone, e non poteva es­sere altrimenti, una sofferta riflessione sul momen­to politico che sta attraversando l’Italia di oggi. Le parole del cardinal Bagnasco sono ferme e severe. «Non ci sono scusanti», egli dice, per la crisi di im­pegno, di progettualità, di vigilanza critica che ca­ratterizza il momento attuale. Ciò non di meno, ab­biamo il dovere di non trascurare le tante forze po­sitive che sono all’opera nel Paese, dalle quali dob­biamo augurarci che provenga una nuova genera­zione di politici cattolici, capace di votarsi a quella «complessa arte di equilibrio tra ideali e interessi» che è la politica, secondo la definizione dello stes­so Benedetto XVI. La Chiesa farà la sua parte, nel più puro spirito della sua missione, per sostenere questo sforzo generativo.

    E qui il discorso del cardinale entra nel vivo, rile­vando come siano presenti anche in Italia forze so­stenitrici di un individualismo esasperato, incapa­ce di percepire il carattere necessariamente rela­zionale della persona umana: forze che mirano a frantumare ogni «alleanza virtuosa» tra umanesimo laico e cattolicesimo, ingiustamente presentato co­me una forza ostile alle dinamiche della modernità. Nel denunciare queste deformazioni ideologiche, le parole del presidente della Cei sono non solo chia­rissime, ma teoreticamente precise: annunciando il Vangelo, la Chiesa «più che avversaria della moder­nità ne è l’anima», proprio perché proclama la di­gnità della persona, l’eguaglianza di tutti gli uomi­ni e il valore incommensurabile della libertà. Della modernità essa custodisce «gli ingredienti di base». È su questo punto, più che su qualsiasi altro, che de­ve incentrarsi la riflessione di tutti ed è su questo punto che si radicano gli altri temi della prolusione: la famiglia, il lavoro, la scuola, l’ordine delle gene­razioni, l’immigrazione, la probità dei costumi pub­blici e privati. Lo stesso auspicio che si arrivi a una sollecita approvazione della legge sul «fine vita» va letto in questo contesto di ferma opposizione al­l’individualismo, che, nelle questioni di bioetica, si trasforma inevitabilmente nell’abbandono tera­peutico, ancorché sottilmente mascherato, dei mo­renti e più in generale dei soggetti più deboli e più fragili.

    Non è difficile, quindi, individuare il segno riassun­tivo di questa prolusione, che potrebbe anche esse­re espresso con toni ben più accesi e provocatori di quelli, fermi, ma pacati che usa il cardinale. La pro­lusione si conclude, giustamente, con una preghie­ra che anticipa quella per l’Italia nel 150° dell’unità politica che si terrà solennemente giovedì prossi­mo. Anche questa è una preghiera alla Madonna, altissima icona di una relazionalità che consiste nel­l’andare verso l’altro «nel segno della gratuità e del dono»: parole chiave di un’etica universale, della quale, oggi, la Chiesa appare come l’unico, credibi­le promotore e motore.

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  9. 9

    Rotari, Langobardoru

    ASSEMBLEA GENERALE CEI

    Crociata: in politica la Chiesa non è di parte

    "I credenti esprimono il voto nelle elezioni politiche o amministrative secondo la loro coscienza senza coinvolgere la comunità cristiana, cercando di rappresentare il bene comune dell'uomo nell'uno o nell'altro schieramento. La comunità cristiana non deve farsi partigiana in un senso o nell'altro". È quanto ha detto oggi il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, nella conferenza stampa margine dei lavori dell'assemblea generale dei vescovi in corso in Vaticano.

    "I credenti – ha aggiunto Crociata – esprimono le loro convinzioni dentro una visione della fede cristiana che guarda al bene comune e non come interesse di parte. Non ci si può sostituire – ha detto ancora il segretario della Cei – alla coscienza di nessuno", "i fedeli si esprimono responsabilmente scegliendo in base alla propria coscienza cosa meglio risponde al bene comune nella visione cristiana della realtà".

    SÌ A MOSCHEE, DENTRO REGOLE COSTITUZIONE

    La Chiesa, ha detto Crociata, difende "il diritto alla libertà religiosa anche nella disponibilità dei luoghi di culto per esercitare questo diritto fondamentale. La moschea, oltre ad essere un luogo di preghiera, è anche un centro culturale, d'incontro e di aggregazione", quindi nella sua realizzazione "bisogna tenere conto delle esigenze della vita sociale della nostra comunità secondo quanto stabilito dalla Costituzione".

    L'ACQUA RESTI UN BENE COMUNE

    "L'acqua è questione di responsabilità sociale e bene comune, è necessario che vi sia responsabilità verso i beni comuni e che rimangano e siano custoditi per il bene di tutti". Crociata ha aggiunto che i referendum, in quanto esprimono "una delle forme della volontà popolare, sono da apprezzare".

    CRISI: SFORZO DI TUTTI PER REAGIRE

    I vescovi, secondo Crociata, sono "preoccupati" per la situazione politica e economica del Paese, così come l'ha descritta ieri il loro presidente card. Angelo Bagnasco. Ma vedono anche una "capacità di reagire delle persone e una fiducia nel futuro della nostra gente". "Ci siamo interrogati – ha spiegatoc il segretario della Cei – su come creare un raccordo tra la nostra preoccupazione e uno sforzo, delle istituzioni e di tutti, perché la capacità di reagire possa esprimersi e manifestarsi".

    DI FRONTE AD ABUSI LA PRIMA RESPONSABILITÀ È DEL VESCOVO

    "Affrontare il problema là dove si presenta, per intervenire tempestivamente, in maniera appropriata e tale da affrontare propriamente le difficoltà, in modo da creare le condizioni che non abbia a ripetersi". Così Crociata in risposta a una domanda sulla lettera della Congregazione per la dottrina della fede che chiede alle Conferenze episcopali di preparare "linee guida" sugli abusi sessuali da parte del clero. Il segretario della Cei ha ricordato un numero di casi di abuso in Italia già resa nota l'anno scorso: circa un centinaio. Il presule ha sottolineato la "pena" e il "dolore che esprimono i vescovi di fronte al dramma, enorme, tutte le volte che si verifica un nuovo caso" e, nel contempo, la

    "volontà di accompagnamento e sostegno delle vittime" e quella di "mettere quei sacerdoti che hanno compiuto tali atti nelle condizioni di non nuocere più e di affrontare un cammino di recupero".

    "Ci sono state Conferenze episcopali – ha aggiunto Crociata – che hanno voluto, in circostanze specifiche, istituire organismi nazionali, ma non tutte l'hanno fatto perché, come ribadisce il documento della Congregazione per la dottrina della fede, le Conferenze episcopali sono organismi pastorali, di coordinamento tra i vescovi, non organi istituzionali che rivestono una qualche autorità sui vescovi".

    Il documento vaticano, ha ricordato il segretario dei vescovi, ribadisce che "la responsabilità è del vescovo diocesano, che agisce prontamente e in rapporto di comunicazione costante soprattutto con la Congregazione". La linea è dunque quella di "accompagnare i vescovi a intervenire in maniera pronta in situazioni che possono manifestarsi, e purtroppo a volte si sono manifestate", di far sì che "le vittime siano ascoltate, tutelate e sostenute in una situazione di così grave disagio", e di "fare in modo che l'autore degli abusi possa essere allontanato e perseguito".

    Da http://www.avvenire.it

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  10. 10

    Kamella Scemì

    Da http://www.avvenire.it:

    Sul giornale della Lega questioni serie, contraddittorie ed errate

    Quell’interrogativo «padano» e il buon pane che non si fa a fette

    Il giornale La Padania è uno di quelli che non rinunciano alla sciabola e ai punti esclamativi, lo sappiamo bene. Ieri – in questo tempo elettorale – ha invece scelto il fioretto e il punto interrogativo addirittura per chiedersi di quale «Conferenza episcopale» si stia parlando e, magari, straparlando. La firma del professor Reguzzoni, del resto, offre garanzia almeno contro frettolosità e superficialità polemiche. I concetti di fondo dell’articolo del giornale della Lega Nord sono quattro.

    1) Il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, ha affermato che una moschea a Milano (o altrove) può essere realizzata purché sempre «nel rispetto delle regole» costituzionali e legislative italiane (e, aggiungo io, sottolineando che bisogna tener ovviamente conto del fatto che le moschee non sono «solo luoghi di culto»). Questo primo concetto è esatto: le parole sono quelle pronunciate da monsignor Crociata, sono ineccepibili per forma e contenuto e sono condivisibili da ogni persona amante delle libertà fondamentali e dei diritti inalienabili di uomini e donne, della verità e della legalità.

    2) Le parole di monsignor Crociata sono state anche oggetto di «semplificazioni» giornalistiche e di «strumentalizzazioni» politico-elettorali, ma sono state tuttavia tali da produrre «polarizzazione». Questo secondo concetto dell’articolista è contraddittorio: se si «semplifica» e «strumentalizza» un discorso, lo si tradisce nel suo contenuto effettivo. E allora come si può accusarlo di produrre «polarizzazione»? Verrebbe da dire che lo si può fare soltanto se si opera un’ulteriore strumentalizzazione. E allora si compie lo stesso errore che si denuncia…

    3) Le parole del segretario generale della Cei sono semplicemente opinioni personali, per quanto autorevoli, anche perché le Conferenze episcopali sarebbero «strutture organizzative territoriali in nessun modo vincolanti». Questo terzo concetto articolato sulla Padania è riduttivo ed errato: come sta scritto al numero 15 della lettera apostolica di Giovanni Paolo II «Apostolos suos» del 21 maggio 1998 e come il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, ha ricordato in alcune recenti occasioni, ogni Conferenza episcopale del mondo – compresa quella italiana – agendo in piena comunione con il Papa ha compiti indicati in modo esplicito: «La promozione e la tutela della fede e dei costumi, la traduzione dei libri liturgici, la promozione e la formazione delle vocazioni sacerdotali, la messa a punto dei sussidi per la catechesi, la promozione e la tutela delle università cattoliche e di altre istituzioni educative, l’impegno ecumenico, i rapporti con le autorità civili, la difesa della vita umana, della pace, dei diritti umani, anche perché vengano tutelati dalla legislazione civile, la promozione della giustizia sociale, l’uso dei mezzi di comunicazione sociale». Doveri chiari e impegnativi, non certo un ruolo meramente organizzativo e formale.

    4) Chiunque si riferisca al magistero della Chiesa e alle indicazioni della Cei non può pretendere, in ogni caso, di selezionarli a piacimento scegliendo solo le parti che fanno comodo. Questo quarto e ultimo concetto del professor Reguzzoni è di nuovo esatto. E nella vita politica, come nella vita familiare e sociale, dovrebbero farne tesoro tutti, proprio tutti. Il pane buono della fede cattolica e dei grandi valori cardine si condivide e unisce, ma non si fa a fette.

    Marco Tarquinio

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  11. 11

    Karl Heinz Treetball

    Riporto qui il pensiero di Aristide in risposta a una domanda di Kamelia nell'ambito dei commenti al Vangelo settimanale:

    Quest’Italia merita di essere amata, ma è in declino: del resto, è già avvenuto nel passato. Altre volte l’Italia fu salvata dai barbari, forse perché sottile è il Signore, come ebbe a dire Einstein in un ambito del discorso che toccava la filosofia naturale. Ma sottile è il Signore anche quando la Storia compie i suoi imprevedibili (e talora benedetti) scarti.

    Non saranno queste celebrazioni unitarie parruccone alle quali tristemente assistiamo (anzi, facciamo di tutto per non assistervi) a riscattare il destino di decadenza dell’Italia. Fanno di tutto, questi nostri celebranti “istituzionali” e senza cuore, perché niente traspaia del disegno eroico dei padri fondatori, garibaldini compresi (quale si coglie nei ‘Mille’ di Giuseppe Bandi, o negli scritti del negletto, eroico, letteratissimo e toscano maledetto Bianciardi). Sembra, a voler trarre il sugo di queste esangui e ipocrite celebrazioni, che l’Italia sia stata unita per garantire un posto fisso alle masse impiegatizie inerti. No, non è questa l’Italia che vollero i padri fondatori, soprattutto non è questa l’Italia, che aveva un’anima prima ancora di essere unificata. Certo, oggi l’Italia è popolata da perduta gente, da gente senz’anima. Ma questo è un altro discorso. E non tutto è perduto, forse. In ogni caso, l’anima dell’Italia sopravvive agl’italiani che oggi come zombi vagolano di evento in evento, di consumo in consumo, che sono morti ma credono di essere vivi.

    Qual è la ragione di sperare in tanto sfacelo civile e morale? Sappiamo tutti che cosa sia successo della cosiddetta cortina di ferro, e chi sia stato il demiurgo che l’ha abbattuta. Qualcosa del genere non potrebbe avvenire anche in Italia? L’Italia non è divisa da una cortina di ferro, ma è – apparentemente – come una vecchia babbiona che si trascina da una festa all’altra, dilapidando le ricchezze sottratte ai contadini che per parte loro vivono in miseria, trascinati dalla babbiona in un destino di dissoluzione. Bisogna far fuori la babbiona, perché l’Italia risorga.

    In un intervento di qualche tempo fa auspicavo che sulla cattedra di sant’Ambrogio venisse a sedere qualcuno che se la sentisse, in nome della cultura, di scacciare con la frusta i sarti, gl’intromettitori di pubbliche relazioni, i procacciatori di “eventi” ecc. che dominano Milano e ne soffocano l’anima. La città è offesa, prostituita. Lo stesso discorso vale per l’Italia. Non dico di più, ma forse si capisce quel ch’io non oso dire, e che però oso sperare.

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  12. 12

    Kamella Scemì

    Indubbiamente un quadro sociale sufficientemente completo, e da sottoporre ad analisi critica, è quello periodicamente presentatoci dall'Assemblea dei vescovi italiani. Questo il documento conclusivo dei lavori:

    Conferenza Episcopale Italiana

    63ª ASSEMBLEA GENERALE

    Roma, 23 – 27 maggio 2011

    Comunicato finale

    “La comunione nello Spirito Santo è la condizione del giusto discernimento”.

    Queste parole, pronunciate dal Card. Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i

    Vescovi, nell’omelia della Concelebrazione eucaristica in San Pietro, individuano con

    efficacia i tratti caratterizzanti la 63ª Assemblea Generale della CEI (Roma, 23-27

    maggio 2011). A essa hanno preso parte 231 membri e 18 Vescovi emeriti, a cui si sono

    aggiunti 22 rappresentanti di Conferenze Episcopali europee, i delegati dei religiosi,

    delle religiose, degli Istituti secolari, della Commissione Presbiterale Italiana e della

    Consulta Nazionale delle aggregazioni laicali, nonché alcuni esperti, in ragione degli

    argomenti trattati.

    Uno spirito di comunione ha contraddistinto anzitutto la prolusione del Presidente, il Card. Angelo Bagnasco, che ha riletto, a partire dalla recente beatificazione, la figura e il magistero di Giovanni Paolo II, riproponendo la forza

    rigenerante dell’originalità cristiana, anche in un clima culturale segnato dal dilagare del secolarismo e del relativismo. Con fermezza, esprimendo “dolore e incondizionata

    solidarietà” alle vittime e alle loro famiglie, ha ribadito il dovere di affrontare l’infame piaga degli abusi sessuali perpetrati da sacerdoti; la preoccupazione per la crisi della vita pubblica e per l’individualismo indiscriminato che porta a ignorare le urgenze sociali; il bisogno di tutelare la persona in ogni momento della vita e la famiglia, come nucleo primario della società; la necessità di qualificare la scuola e di una politica del lavoro che abbia a cuore il futuro dei giovani. L’anelito alla comunione ha indotto a varcare i confini del nostro Paese, per soffermarsi sullo situazione del Medio Oriente e del Nordafrica, con particolare attenzione alla Libia, chiedendo un “cessate il fuoco” che apra la strada alla diplomazia e a un diverso coinvolgimento dell’Unione europea.

    La comunione si è manifestata visibilmente nella celebrazione mariana del 26 maggio nella Basilica di S. Maria Maggiore, nella quale i Vescovi, riuniti in preghiera intorno al Santo Padre, hanno rinnovato l’affidamento dell’Italia alla Vergine Madre, nell’anno in cui ricorre il centocinquantesimo anniversario dell’unità politica.

    L’Assemblea Generale ha esercitato il suo discernimento in particolare riflettendo sulle modalità secondo cui articolare nel decennio corrente gli Orientamenti pastorali Educare alla vita buona del Vangelo, approvati nel 2010. In quest’opera i Vescovi sono stati guidati da due relazioni magistrali, l’una volta ad approfondire cosa significhi introdurre e accompagnare all’incontro con Cristo nella comunità ecclesiale,

    e l’altra imperniata sulla sfida che il secolarismo pone all’universalità cristiana.

    Continuando l’opera iniziata nella precedente Assemblea Generale, tenuta ad Assisi nel novembre scorso, i Vescovi hanno esaminato e approvato la seconda parte dei materiali della terza edizione italiana del Messale Romano. Fra gli adempimenti di natura amministrativa, spicca l’approvazione della ripartizione e dell’assegnazione delle somme derivanti dall’otto per mille.

    A integrazione dei lavori, sono state svolte comunicazioni e date informazioni su alcune esperienze ecclesiali di rilevanza nazionale e sui prossimi eventi che coinvolgeranno le Chiese in Italia.

    1. L’esperienza cristiana, via della bellezza.

    L’educazione è il fulcro prospettico e l’impegno prioritario delle diocesi italiane nel decennio corrente: ciò impone un’attenta analisi delle dinamiche culturali in cui essa è chiamata a vivere. È fondamentale affrontare il discorso culturale per giungere a una proposta di fede, in una società nella quale il pensiero individualistico trasforma la libertà in privilegio del più forte e conduce alla deriva dell’indifferenza.

    Oggi la secolarizzazione costituisce la condizione normale per ciascuno.

    L’approfondimento dedicato al tema ha aiutato a recuperare la genesi storica di questa situazione, che ha visto anzitutto venire meno la fiducia che la singolarità di Cristo conferisca unità e senso a tutto ciò che è umano. Questa frattura ha aperto la strada alla privatizzazione della fede e alla costruzione di alternative culturali all’universalismo cristiano, sfociate nelle ideologie del Novecento. La critica radicale all’Assoluto ha portato con sé anche la negazione degli assoluti antropologici, con l’avvento dei particolarismi, della frammentarietà e della solitudine, fino alla deriva nichilista.

    Per non restare succubi e inerti, è indispensabile riproporre l’esperienza cristiana quale sintesi forte e bella, che individua nel Cristo il principio che ridona respira a tutto l’umano. Educare alla fede diventa così la prima urgenza e il primo servizio a cui la Chiesa è chiamata, dando respiro e profondità all’impegno culturale e alla testimonianza della carità.

    2. Con la forza di un incontro.

    L’orizzonte della fede non muove da una dottrina o da un’etica, ma da un incontro personale. Nel dibattito in aula è emersa con forza la necessità di contestualizzare l’opera educativa della Chiesa nel panorama culturale, consapevoli del fatto che è questo il momento per indicare strade che introducano e accompagnino all’incontro con Cristo. In tale ottica, il lavoro in gruppi di studio – finalizzato a

    individuare soggetti e metodi dell’educazione alla fede – ha evidenziato anzitutto

    l’imprescindibilità, per la trasmissione della fede, di relazioni profonde di prossimità e di

    accompagnamento, nella linea dell’icona evangelica dei discepoli di Emmaus.

    Molti hanno sottolineato come non manchino nelle nostre comunità sperimentazioni stimolanti e buone prassi, soprattutto nell’ambito dell’iniziazione cristiana dei bambini e dei ragazzi: un primo obiettivo operativo sarà quello di una mappatura delle esperienze, che ne consenta una conoscenza più diffusa in vista del

    discernimento.

    La famiglia – spesso integrata dall’apporto dei nonni – resta il soggetto educativo primario, nonostante le fragilità che la segnano. Un nuovo rilievo può essere assunto dai padrini, se scelti in quanto persone disponibili e idonee a favorire la formazione cristiana delle nuove generazioni.

    Accanto alla famiglia, rimane fondamentale il ruolo della parrocchia.

    Associazioni laicali, gruppi e movimenti vanno a loro volta valorizzati, verificandone con puntualità esperienze e proposte educative. Molto ci si attende dai sacerdoti: ribadendo la stima nei loro confronti, per la dedizione di cui danno prova, si chiede loro un salto di qualità, le cui basi devono essere poste sin dalla formazione in seminario.

    Educatore per eccellenza, il sacerdote non può a sua volta esimersi dal dovere della formazione permanente, antidoto al rischio di lasciarsi travolgere dalle esigenze del fare, perdendo i riferimenti complessivi del quadro culturale ed ecclesiologico, senza i quali l’attività pastorale si condanna alla sterilità.

    I Vescovi hanno condiviso l’importanza di offrire una risposta accogliente e vitale in particolare ai cosiddetti “ricomincianti”: quanti, cioè, dopo un tempo di indifferenza o di distacco, maturano la volontà di riavvicinarsi alla pratica religiosa e di

    sentirsi parte della Chiesa. Un’attenzione specifica deve essere rivolta agli immigrati –

    specialmente alle giovani generazioni –, destinati a diventare parte integrante delle

    comunità ecclesiali e del Paese.

    3. La carità politica nasce dalla santità.

    La prolusione del Cardinale Presidente è stata apprezzata per l’impostazione, l’equilibrio e l’ampiezza di sguardo. In particolare, i Vescovi hanno condiviso la preoccupazione per la situazione di precariato lavorativo che mette a dura prova soprattutto i giovani, e per la contrazione dei servizi sociali – a partire dall’offerta sanitaria. Il doveroso contenimento della spesa pubblica non può, infatti, avvenire

    penalizzando il livello delle prestazioni sociali, che è segno di civiltà garantire a tutti.

    Unanime è l’impegno a investire energie per formare una nuova generazione di amministratori e di politici appassionata al bene comune. C’è bisogno in questo campo di luoghi, metodi e figure significative: tra esse, spicca per la sua esemplarità il Servo di Dio Giuseppe Toniolo, la cui prossima beatificazione costituirà un’opportunità per rilanciare un modello di fedele laico capace di vivere la misura alta della santità.

    Gli abusi sessuali compiuti da ministri ordinati sono una piaga infame, che “causa danni incalcolabili a giovani vite e alle loro famiglie, cui non cessiamo di presentare il nostro dolore e la nostra incondizionata solidarietà”: stringendosi intorno al Cardinale Presidente e facendone proprie le parole ferme, i Vescovi hanno ribadito che sull’integrità dei sacerdoti non si può transigere. Condivisa è la certezza che chiarezza, trasparenza e decisione, unite a pazienza e carità, sono la via della perenne riforma della Chiesa.

    Profonda sintonia è emersa anche nella valutazione della drammatica situazione libica: i Vescovi hanno chiesto con fermezza che le armi cedano il posto alla diplomazia; che l’Europa avverta come il Nordafrica rappresenti oggi un appuntamento a cui è essa convocata dalla storia; che l’impegno di accoglienza dei profughi sia condiviso a livello comunitario. Particolare riconoscenza va alle Caritas diocesane e alle associazioni di volontariato che si stanno spendendo per fare fronte all’emergenza, forti di

    un’esperienza di integrazione da tempo quotidianamente condotta.

    4. Sotto il manto della Vergine.

    L’Assemblea Generale ha vissuto il suo momento più alto e toccante giovedì 26 maggio, stingendosi in preghiera intorno al Santo Padre per la recita del Rosario nella Basilica di S. Maria Maggiore.

    In questo modo – come ha ricordato il Cardinale Presidente nell’indirizzo di saluto – si è voluto affidare l’Italia a Maria nel centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, richiamando i tasselli di una memoria condivisa e additando gli

    elementi di una prospettiva futura per il Paese.

    Papa Benedetto XVI, osservando che a ragione l’Italia può essere orgogliosa della presenza e dell’azione della Chiesa, ha esortato i Vescovi a essere coraggiosi nel porgere a tutti ciò che è peculiare dell’esperienza cristiana: la vittoria di Dio sul male e sulla morte, quale orizzonte che getta una luce di speranza sul presente. In particolare, ha incoraggiato le iniziative di formazione ispirate alla dottrina sociale della Chiesa e ha sostenuto gli sforzi di quanti si impegnano a contrastare il precariato lavorativo, che compromette nei giovani la serenità di un progetto di vita familiare.

    5. Liturgia, fulcro dell’educazione.

    La liturgia costituisce il cuore dell’azione educativa della Chiesa. Continuando il lavoro intrapreso nella precedente Assemblea Generale (Assisi, 8-11 novembre 2010), i Vescovi hanno esaminato i materiali della seconda parte della terza edizione italiana del Messale Romano. Per completare l’opera, restano da affrontare gli adattamenti propri della versione italiana: essi saranno esaminati nella prossima Assemblea Generale, che si terrà a Roma nel maggio 2012.

    6. Adempimenti amministrativi, comunicazioni e informazioni.

    Come ogni anno, i Vescovi hanno provveduto ad alcuni adempimenti amministrativi, fra cui spicca l’approvazione dell’assegnazione e della ripartizione delle somme provenienti dall’otto per mille per il 2011. I dati, come sempre riferiti alle dichiarazioni dei redditi effettuate tre anni fa, cioè nel 2008, confermano l’ottima tenuta

    del meccanismo dell’otto per mille: all’aumento complessivo del numero dei firmatari, è

    corrisposta la perfetta tenuta della percentuale di quanti hanno espresso la propria preferenza per la Chiesa cattolica. Ciò induce a perseverare nell’impegno di trasparenza quanto all’utilizzazione e alla rendicontazione di queste somme.

    Si è data comunicazione degli esiti della rilevazione delle opere sanitarie e sociali

    ecclesiali presenti in Italia. È stato presentato il libro bianco informatico sulle opere

    realizzate grazie ai fondi dell’otto per mille, nonché il portale internet http://www.chiesacattolica.it. Si sono forniti ragguagli sul seminario di studio per i Vescovi sul tema dei rapporti fra Chiesa, confessioni religiose e Unione europea (Roma, 14-16 novembre 2011). Altre informazioni hanno riguardato la Giornata per la Carità del Papa,

    la Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid, il Congresso Eucaristico Nazionale di Ancona e l’Incontro Mondiale delle Famiglie di Milano.

    Infine, è stato approvato il calendario delle attività della CEI per l’anno pastorale 2011-2012.

    7. Nomine.

    La Presidenza della CEI, riunitasi il 23 maggio, ha nominato don Paolo Morocutti (Siena – Colle di Val d’Elsa – Montalcino) Assistente Ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Roma.

    Il Consiglio Episcopale Permanente, riunitosi il 25 maggio, ha provveduto alle seguenti nomine:

    – Padre Michele Pischedda, Oratoriano, Assistente Ecclesiastico Nazionale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI).

    – S.E. Mons. Luigi Marrucci, Vescovo di Civitavecchia – Tarquinia, Assistente Ecclesiastico Nazionale dell’UNITALSI.

    – Don Danilo Priori (L’Aquila), Vice Assistente Ecclesiastico Nazionale dell’UNITALSI.

    – Prof. Francesco Miano, Presidente Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana.

    – Dott.ssa Francesca Simeoni, Presidente Nazionale Femminile della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI).

    Ha inoltre confermato:

    – Avv. Salvatore Pagliuca, Presidente dell’UNITALSI.

    – Mons. Antonio Donghi (Bergamo), Assistente Spirituale Nazionale dell’Associazione Opera della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo.

    Roma, 27 maggio 2011

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  13. 13

    Clodoveo

    Dire Bruxelles vuol dire non solo diplomatici, funzionari, gior­nalisti, europarlamentari. Vuol dire anche lobbisti. Bruxelles è in effet­ti considerata la 'capitale' mondiale di questa categoria: secondo alcune sti­me, i lobbisti nel 'quartier generale' del­l’Ue sono circa 15 mila, più ancora che a Washington (dove si parla di 11.500). Una città nella città, e non è strano: il 70 per cento della legislazione dei 27 stati membri dell’Ue viene decisa qui – dal­le emissioni delle auto agli aiuti agli a­gricoltori, alle norme ambientali, dalle regole sui cibi alle direttive sulla privacy, fino a quelle sulle tariffe delle telefonia mobile o agli ingenti fondi per le gran­di opere infrastrutturali. Per non parla­re dell’enorme potere della Commis­sione Europea in materia di concor­renza, che ha piegato persino colossi come Microsoft o Intel con multe mi­liardarie.

    Non è strano dunque che grandi indu­strie, ma anche ong e altri gruppi, cer­chino di far sentire la loro nel processo di formazione delle normative europee. Una vera giungla in cui girano tantissi­mi soldi, che ha dato anche adito a epi­sodi poco edificanti di eurodeputati let­teralmente al soldo di alcune lobby – solo poche settimane fa, tre eurodepu­tati travolti dallo scandalo si sono dovuti dimettere.

    Non stupisce se da tempo si sente a Bruxelles l’esigenza di avere più traspa­renza, soprattutto per far piazza pulita da sospetti (non sempre infondati) che determinate normative Ue siano state in realtà, se non dettate, almeno forte­mente influenzate da singole lobby. Co­sì due istituzioni Ue, il Parlamento Eu­ropeo e la Commissione Europea, han­no deciso di creare una lista comune, fondendo quelle già esistenti in modo distinto per i due organi (1.700 in quel­lo del Parlamento, esistente dal 1996 e 3.800 in quello della Commissione, in vi­gore dal 2008). Così, dopo oltre due anni di discussio­ni, finalmente lo scorso 11 maggio a Strasburgo gli eurodeputati hanno ap­provato l’accordo tra Parlamento Euro­peo e Commissione per dare vita a una lista comune (il nome ufficiale è 'Regi­stro della trasparenza'), che dovrebbe entrare in vigore in giugno. Tale registro, si legge nel testo dell’accordo, «copre tutte le attività (…) effettuate con l’o­biettivo di influenzare in modo diretto o indiretto la formulazione o l’attuazio­ne di politiche o del processo decisio­nale delle istituzioni Ue, a prescindere dal canale o dal mezzo di comunica­zione utilizzato». Tra le attività coperte figurano i contatti con europarlamen­tari o funzionari Ue, lettere, materiale informativo, prese di posizione forma­li, organizzazioni di eventi sociali o con­ferenze cui siano stati invitati europar­lamentari o funzionari Ue. Non solo: uf­fici di consulenza, consulenti liberi pro­fessionisti e studi legali dovranno indi­care il giro d’affari relativo alle attività coperte dal registro. Necessario, inoltre, indicare eventuali fondi comunitari ri­cevuti. Interessati sono ong, centri stu­di e Chiese – anche per questo nel no­me ufficiale non figura la parola 'lobby' – la lista è inoltre divisa in due parti pro­prio per una più chiara distinzione.

    Tra i punti critici, l’iscrizione non è ob­bligatoria (secondo la Commissione non c’erano basi legali sufficienti), an­che se il Parlamento Europeo concede badge d’ingresso solo ai lobbisti regi­strati, imponendo così un obbligo di fat­to. L’aula ha del resto approvato un e­mendamento dell’eurodeputato verde tedesco Gerald Häfner, che chiede che in futuro la registrazione divenga effet­tivamente obbligatoria. Non basta: gli eurodeputati hanno aggiunto anche la 'traccia legislativa', cioè una lista alle­gata alle risoluzioni con i nomi di tutti i lobbisti incontrati dal relatore durante la preparazione del testo.

    «Il Registro della trasparenza – ha detto il presidente dell’Europarlamento Jerzy Buzek – è un importante passo avanti nella lotta per un processo decisionale onesto e responsabile nell’Unione eu­ropea. Abbiamo bisogno di gruppi d’in­teresse e di lobby per conoscere l’im­patto della legislazione sulle diverse ca­tegorie di persone e aziende, ma dob­biamo anche assicurarci che nessuno influenzi le decisioni con mezzi illeciti». Il commissario ai rapporti interistitu­zionali Maros Sevcovic ha parlato di un «importante passo in avanti verso la tra­sparenza del processo decisionale Ue, in diretta risposta alle preoccupazione dei cittadini». Più cauto il relatore del testo approvato, l’eurodeputato Carlo Casini (Udc), presidente della Com­missione Affari Costituzionali al Parla­mento Europeo, che parla solo di «un primo passo verso una maggiore tra­sparenza ». Casini ha messo in guarda da eccessive attese: «La trasparenza – ha detto – è certo essenziale nella lotta alla corruzione, ma questa lista non è lo strumento che da solo può colpire al cuore questa piaga». Quello che è oc­corre «è l’applicazione del codice pe­nale di cui già dispongono gli stati mem­bri ». Adesso Commissione e Parlamento guardano con attenzione a quello che farà il Consiglio, l’organo che rappre­senta i governi e che è coprotagonista del processo legislativo Ue. La sua ade­sione darebbe al registro una dimen­sione Ue a tutto tondo, ma fino a pochi mesi fa gli stati membri avevano fatto muro, salvo poi un progressivo am­morbidimento. La stessa presidenza di turno ungherese dell’Ue guarda con fa­vore alla lista comune. Il prossimo pas­so, a quanto si apprende, dovrebbe es­sere una generica dichiarazione di ade­sione. Entro metà 2012 ci sarà comun­que una revisione: è già in attività un gruppo di lavoro che dovrà suggerire possibili miglioramenti.

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  14. 14

    Cristoforo

    Volete fare una scommessa? La Moratti sta sulle scatole a quasi tutti i milanesi per quella spocchia e puzza sotto il naso che irrita solo a guardarla (e che nasconde anche il poco che ha in testa), ma Pisapia, con la ideologia "robespierriana" che porta in sé e che vanta (oltre alla spocchia e puzza sotto il naso come quell'altra) riuscirà magari anche a perdere (o ci andrà vicino) elezioni già praticamente vinte. Perchè lui, e non la Lega, ha spaventato la gente.

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  15. 15

    Karl Heinz Treetball

    «Crociata: la fede fattore di unità. Non si ceda a logiche conflittuali».

    Per i cattolici impegnati in po­litica la parola «unità» do­vrebbe essere naturale. An­che perché, in forza della fede co­mune e della comunione che ne di­scende, «ciò che unisce i credenti tra loro è più importante e mag­giore rispetto alle differenze deter­minate dalla realtà sociale e politi­ca ». È questo il punto fondante, a partire dal quale monsignor Ma­riano Crociata ha sviluppato ieri il proprio intervento al convegno ‘Cattolici e cattolici a confronto’, svoltosi a Palazzo San Macuto. Il segretario generale della Cei non è entrato nel merito del giudizio se sia meglio, per i cattolici in politi­ca, avere un partito unico o milita­re in più schieramenti (questa scel­ta, ha fatto notare, «ha un caratte­re discrezionale dettato da un pru­dente giudizio sulle circostanze storiche»), ma ha tenuto a sottoli­neare che esiste nella Dottrina so­ciale della Chiesa un «plesso di va­lori e di beni», che «deve costituire la base di un comune sentire e agi­re da parte dei credenti, in partico­lare dei cattolici impegnati in poli­tica e nelle pubbliche istituzioni». Sono i valori più volte sottolineati dal Papa e dai vescovi italiani negli ultimi anni. Monsignor Crociata li ha richiamati così: «Aspetti intan­gibili della persona umana e della sua vita, la cui integrità rischia di essere irreversibilmente compro­messa quando si tenda a manipo­lare la vita nel suo sorgere e nel suo declinare, a disconoscere e altera­re la figura naturale di famiglia fon­data sul matrimonio tra un uomo e una donna, a comprimere la li­bertà religiosa e la libertà di edu­cazione ». Un’integrità che, inoltre, «rischia di essere gravemente osta­colata quando non vengano ga­rantite le esigenze fondamentali per una vita dignitosa mediante il lavoro, la casa, la tutela della salu­te ».

    Il vescovo ha poi ricordato i te­mi dell’agenda di speranza della Settimana sociale di Reggio Cala­bria, «la necessità di integrare la so­cietà e la cultura dei diritti con quel­la dei doveri; e poi ancora il tema del rapporto, e della necessaria au­tonomia, della politica rispetto al­l’economia, alla finanza, alla tec­nica ». A questi valori bisogna fare riferi­mento, «qualunque sia la forma po­litica » in cui i cattolici «si trovino ad operare». Perciò il segretario ge­nerale della Cei ha richiamato la necessità del dialogo, a più livelli. «L’orizzonte più immediato – ha spiegato – è quello politico in sen­so tecnico, che si consuma tra le se­di dei partiti e le aule parlamenta­ri. Questo però è l’ultimo approdo di un processo di elaborazione che si costruisce ad almeno altri due li­velli. Innanzitutto – ha ricordato il vescovo – il livello del dibattito pub­blico. L’opinione pubblica, ma an­che l’ambito sociale intellettuale in senso lato umanistico, tecnico, scientifico, comunicativo e artisti­co, sono il luogo di un confronto in cui non soltanto si guadagna con­senso, ma si costruiscono correnti di opinione e si fanno fermentare temi e progetti di vita sociale». In­fine «c’è anche un livello più inter­no; là dove il politico cattolico si confronta all’interno della comu­nità ecclesiale, non ultimo con lo stesso magistero, alla ricerca di u­na visione e di criteri che meglio e­sprimano la comprensione del be­ne comune e i criteri della sua at­tuazione politica e istituzionale». Perciò, ha fatto notare ancora mon­signor Crociata, «un incontro co­me questo chiede e attende, per sua natura, ripresa e continuità».

    In definitiva, ha affermato il vesco­vo, «la sfida più grande è non farsi fagocitare dalle logiche conflittua­li interpartitiche, ma far agire la lo­gica del confronto costruttivo. In questo senso la presenza dei cat­tolici nei vari partiti è una scom­messa e una chance affinché la po­litica prenda la piega di un con­corso costruttivo e non lacerante, alla ricerca del bene comune e non solo di quello di una parte. L’inte­resse di parte non può oscurare la visione e la ricerca del bene gene­rale: di questo i cattolici in politica devono sentire la primigenia e irri­ducibile responsabilità, come te­stimonianza di fede e di una ap­partenenza ancora più originaria e discriminante. Le diverse rappre­sentazioni del bene generale e la ri­cerca di tutti per un qualche inte­resse di parte devono trovare una forma di composizione che non cancelli le differenze, ma evolva verso la visione di un bene più grande in cui sia possibile ricono­scere l’apporto di ciascuno senza penalizzare il bene di tutti». Al con­trario, ha concluso il segretario ge­nerale della Cei, «la cosa più triste sarebbe vedere cattolici per i qua­li è maggiore la forza conflittuale dell’appartenenza partitica piutto­sto che la capacità di dialogo che scaturisce dalla fondante comu­nione ecclesiale. C’è bisogno di tro­vare forme e percorsi di trasforma­zione della politica». E dunque oc­corre «fare spazio a giovani che possano apprendere sul campo un modo costruttivo di operare in po­litica, partendo dall’alleanza con altri credenti e fecondando le di­namiche partitiche di lungimiran­za e di progettualità in vista della realizzazione crescente del bene di tutti».

    Mimmo Muolo – Avvenire, 31 maggio 2011

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  16. 16

    melampo

    LO STATO BEN GOVERNATO di Gianfranco Ravasi, da http://www.avvenire.it

    "Si deve porre l'interesse dello Stato sopra quelli personali. Solo così lo Stato è ben governato. Non si devono cercare pretesti per violare l'equità, né tentare sopraffazioni contro il bene comune. Uno Stato ben governato è il più grande baluardo perché, se esso è salvo, tutto si salva e se lo Stato perisce, tutto perisce". Queste parole – pensate un po' – le scriveva nel V secolo a. C. un sapiente greco, Democrito di Abdera, e noi possiamo farle risuonare intatte nella loro forza ancor oggi, in questa giornata che è la festa nazionale italiana. Con sconforto si deve riconoscere che passano i secoli ma la cattiva erba della corruzione, del malgoverno, dell'ingiustizia resiste a tutti i diserbanti, anzi riesce sempre a prosperare. Proviamo un po' a estrarre un paio di moniti da queste righe antiche. Il primo è fondamentale e riguarda il prevalere dell'interesse pubblico rispetto a quello privato. Per non pochi politici questa è una barzelletta, tanto l'arraffare per sé è divenuto una regola che si abbraccia subito, appena si è al potere. L'ammonimento di Democrito, però, deve valere per tutti: quando ci si comporta sprezzantemente con gli altri, quando si inquina, quando si sporcano i luoghi pubblici, già si è schierati contro questo principio, anche se si è semplici cittadini. L'altra osservazione riguarda, invece, lo «Stato ben governato», principio di stabilità e sicurezza: «Se è salvo lo Stato, tutto si salva», dice Democrito. E qui scatta la responsabilità civica comune e la distribuzione dei compiti, senza la brama della prevaricazione o il trionfo dell'incompetenza. Illuminante a questo proposito è un paragone de "I miei ricordi", opera postuma (1867) di Massimo d'Azeglio: «Se le navi vanno generalmente meglio degli Stati, ciò accade per la sola ragione che in esse ognuno accetta la parte che gli compete, mentre negli Stati, generalmente, meno se ne sa, e più si ha smania di comandare». Per finire, una battuta dell'imperatore Carlo V: «La ragion di Stato non deve opporsi allo stato della ragione!».

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