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Federico Rossi

Giornalista Freelance ed Economista d’Impresa, ha studiato in Italia ed in Nordamerica. E’ specializzato in soluzioni di marketing aziendale.

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4 Comments

  1. 1

    Claudio

    Mutuando una metafora di Alberto Arbasino in riferimento alle tante mostre organizzate in Italia ovvero che "il sonno della ragione genera mostr…e" non potrebbe essere anche che "il sonno della ragione genera … case editrici"?

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  2. 2

    Aristide

    Questa volta intervengo come Aristide (sono affezionato al marchio). L’argomento dell’industria editoriale è, come dicono gl’inglesi, “momentoso”, cioè di un qualche momento. Quella che chiamano industria editoriale, infatti, non è più editoriale, nel senso nobile dell’“ecdotica”, ma un’industria di disseminazione triviale della carta stampata, non migliore di quella dei giornaletti distribuiti nei budelli delle metropolitane. Peraltro l’impostazione attuale dell’industira editoriale è destinata al fallimento, nel momento in cui le nuove tecnologie mettono in discussione la rivoluzione di Gutenberg.

    Insomma, l’informazione stampata non è morta, come pure si dice, ma è comunque periclitante, se non si compie una svolta verso la qualità: tutto il contrario di quanto postulato da una visione manageriale, anticulturale e corriva con le pubbliche relazioni.

    Siamo peraltro uomini di mondo, capiamo benissimo certe impostazioni dettate, più che dal mercato, da una volontà di dominio sul mercato.

    P.S. – La cosa non è di strepitosa importanza, ma se a qualcuno interessa sapere perché sia affezionato al “nom de plume” di Aristide, si veda:
    http://www.testitrahus.it/Aristide%20Murru.htm
    Saluti

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  3. 3

    Claudio

    Condivido Aristide! Sono d'accordo che le logiche di mercato alla fine vincano su tutto e soprattutto su quelle che i nostri avi chiamavano "arti" o "discipline" ma "carere non potest fame, qui panem pictum lingit"! Sarebbe bello quindi che ci si soffermi un po' di più nel leggere e valutare quanto viene scritto,magari, cercando anche di allenarci ad una maggior capacità di selezione e di interpretazione. Potrebbe aiutarci anche a recuperare una attiva partecipazione alla gestione di quelle cose comuni che ci "abitano" intorno invece di vederci sempre più passivi e indifferenti.

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  4. 4

    Aristide

    Ringrazio Claudio per avermi fatto riflettere su questa affermazione di Agostino, un invito a guardare la sostanza delle cose, a non farsi ingannare dall’immagine. Se uno ha fame, altro è mangiare del pane, altro guardarlo dipinto da qualche parte e leccare l’immagine del pane: quel pane non sazia.

    Dunque quel “panis pictus”, quel pane dipinto, non è un “pane screziato”, come pure qualcuno ha creduto d’interpretare, ma è un pane effigiato su una tavola, o su una tela, o anche su una parete, se si tratta di un affresco. “Pane dipinto” è ambiguo, perché può significare sia “pane decorato”, come pure usa in alcune parti d’Europa, sotto Pasqua, sia pane rappresentato in effigie, quindi l’immagine del pane. Ora non c’è dubbio che la seconda interpretazione sia quella giusta, proprio perché Agostino dice “lingit”, dunque lecca e non mangia, e l’immagine può soltanto essere leccata.

    Ecco, quando l’industria culturale funziona per davvero, quando ancora esistevano i “redattori draghi” dei quali Doris Lessing lamentava la scomparsa (vedi i due articoli sull’industria culturale citati sopra), questa ambiguità non sarebbe sfuggita, ed essendo un’ambiguità inutile, sarebbe stata levata. Se l’ambiguità non era voluta da Agostino (“pictum” in latino è molto meno ambiguo che in italiano “dipinto”) perché non levarla? Questa sarebbe cortesia fiorita, nei confronti del lettore. Ma che cosa volete che importi di tali cortesie, a certi sciagurati che hanno dato alla vita un’impostazione basata, appunto, sull’apparenza? Perché è di questo che ci parla Agostino: il discorso è sulla ricerca ossessiva della felicità, quella che secondo alcuni sarebbe un diritto (e mai si sentì bestemmia così abnorme). Agostino ci dice che quella felicità compulsivamente ricercata (l’abito firmato, il Suv, la carriera, le vacanze prestigiose, perfino un giardino con i nanetti di gesso, nei casi più sciagurati) è un’immagine della felicità, mentre la vera felicità viene da Dio.

    Ma torniamo al problema editoriale. Presentiamo qui di seguito l’originale latino, una traduzione italiana, una traduzione francese e una traduzione inglese. Segue considerazione finale.

    1. «Sic enim carere non potest infelicitate, qui tamquam deam felicitatem colit et Deum datorem felicitatis relinquit, sicut carere non potest fame, qui panem pictum lingit et ab homine, qui uerum habet, non petit» Aug., De civitate Dei, IV, 23)

    2. Così non può liberarsi dall’infelicità perché adora come dio la felicità e abbandona Dio datore della felicità, come non si può liberare dalla fame chi lecca un pane dipinto e non lo chiede alla persona che ha quello vero.

    3. Car, il ne peut éviter l'infortune, celui qui adore la Félicité comme une déesse, au mépris du Dieu qui donne la Félicité. Apaise-t-il sa faim, ce malheureux qui promène sa langue sur l'ombre du pain, au lieu de demander à son frère le partage d'un véritable ?

    4. For someone who worships happiness as a goddess, and abandons God the giver of happiness, cannot be without unhappiness, just as someone cannot be without hunger who licks a picture of bread and does not seek it from the man who has true bread.

    La traduzione italiana non è sbagliata, per carità, ma ci induce a cacciarci in quelli che Massimo Piattelli Palmarini chiama i “tunnel mentali”. Per esempio, potremmo pensare anche noi – per stanchezza, perché no? – che quel “pane dipinto” sia un pane decorato con un pennello. E quella “persona” potrebbe essere il mio prossimo (come effettivamente intende Agostino, in questa sua analogia), oppure Dio (e di Dio effettivamente si tratta, in ultima analisi, ma su un altro piano, quello sul quale l’analogia viene proiettata: dunque, perché confondere i due piani?). Invece nel testo latino è chiarissimo: Agostino dice “ab homine”.

    La traduzione francese è la più bella, secondo me, perché è il risultato di una comprensione del testo latino che poi viene espressa al meglio secondo le possibilità della lingua nella quale avviene il “trasporto” (ho trovato questa traduzione nel sito dell’Università di Lovanio). Così si fa: prima si capisce, poi si traduce, e non il contrario (con il rischio, tra l’altro di capire male). Si tratta di rendere un’idea, e di renderla il più efficacemente possibile, perciò leggiamo nel testo francese «ce malheureux qui promène sa langue sur l'ombre du pain». Dunque il “panis pictus” diventa l’ombra di un pane. L’ombra è un’immagine, un’immagine proiettata. Perfetto.

    Meno elegante, ma chiara, la traduzione inglese: «someone […] who licks a picture of bread», dove il pane viene leccato in effigie.

    Ecco, un tempo nelle case editrici si dava importanza a questi dettagli, che oggi sono invece considerati quisquilie, come diceva Totò: diceva sempre, insieme, “quisquilie, pinzellacchere!”. L’avrà sentito da qualche avvocato napoletano. “Quisquiliae”, in latino, sono i rifiuti. Ora, il problema è tutto qui: una cura dei testi un po’ decente è veramente così disdicevole, roba da portare all’immondezzaio, come sostengono i managerini produttivistici? Manco fossero il Lulù del film di Petri “La classe operaia va in paradiso”, quello che diceva nella sua foga di cottimista: «Un pezzo, un c…; un pezzo, un c…». Un po’ di decenza, diamine!

    Dunque, ha ragione Claudio che nel post precedente fa voti perché i lettori si ribellino alla sciatteria imperante.

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