Il carcere di Bergamo rieduca ? Costruiamogli accanto una fabbrica dove si possa lavorare

Pubblicato da Giuseppe Allevi il 31 gennaio 2010
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pane_oliveProponiamo di costruire un’impresa (ad esempio un forno per la produzione di pane)  accanto al carcere per rieducare i detenuti. Potremmo, in un solo colpo, rieducare, creare lavoro qualificato, produrre cibo per i poveri  e contenere i costi dello Stato. di Giuseppe Allevi

Il sovraffollamento delle carceri porta il il com­missario straordinario per l’edilizia peni­tenziaria, Franco Ionta a dire che contro una «massima capienza dispo­nibile di circa 60mila posti – si legge nella relazione inviata al ministero della Giu­stizia – abbiamo una popolazione carce­raria che ha raggiunto quota 64.859». «La vera variabile che ha portato al limite di tollerabilità estre­ma il nostro sistema carcerario è la pre­senza di detenuti stranieri e l’unica soluzione possibile è il ricorso a nuove costruzioni». «A San Vittore – dice il provveditore lombardo alle carceri Luigi Pagano – i detenuti sono il triplo rispetto ai posti disponibili».

Altre fonti precisano che i detenuti hanno sfondato quota 65mila, contro una capienza regolamentare di 43.262 posti e un limite di tollerabilità di 63.568.

Lavoro nelle carceri: diritto-dovere
Il carcere deve – o per  meglio dire dovrebbe – tendere al recupero del detenuto, alla sua rieducazione: a sancirlo, la stessa Costituzione che all’art. 27, 3° comma, stabilisce che ‘le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato’. E come dare seguito al dettame costituzionale se non offrendo ai detenuti la possibilità di lavorare?
Il lavoro carcerario, infatti, sottrae i detenuti all’ozio, favorisce la loro rieducazione, permettendo loro di imparare un mestiere e di costruirsi così un’alternativa concreta per quando usciranno.
E non è un caso che tra i  detenuti lavoranti solo un’esigua minoranza torni a delinquere una volta fuori: a fronte di un tasso di recidiva che sfiora il 90% (!), solamente il 5% (in molti casi appena l’1%) di chi in carcere ha lavorato torna a delinquere. Come a dire che se dietro le sbarre hai imparato un mestiere, una volta fuori scegli il lavoro piuttosto che il crimine.
Eppure, nonostante le leggi (di cui diremo più avanti) e la stessa Carta costituzionale, a guardare le statistiche sul lavoro dei detenuti è chiaro che molto può – e deve – ancora essere fatto. Come si evince dalla tabella, su un totale di 48.693 detenuti (dati aggiornati al 31 dicembre 2007 – oggi siamo vicini alle 55 mila unità), appena 13.326 lavorano. Poco più del 27%, insomma: ma se appena un detenuto ogni 4 lavora, gli altri 3 cosa fanno? Restano in cella 22 ore al giorno, a guardare la tv o giocare a carte (come racconta un detenuto di Agrigento nell’articolo tratto da Radio Carcere pubblicato a pagina 19). Non esattamente ciò che intendiamo noi con il termine ‘rieducativo’.

Lavorare per…    non oziare
E di quei pochi detenuti che lavorano, la maggioranza – 11.717, ossia il 24% del totale dei detenuti (che equivale a ben l’88% dei detenuti lavoranti) – lo fa alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria svolgendo mansioni dequalificate (dallo scopino allo sciacquino, dallo spesino al portavitto) e poco formative che si limitano a garantire la sopravvivenza in carcere, senza offrire una vera alternativa per il ‘dopo’.
Facciamo però un passo indietro e vediamo di inquadrare il lavoro carcerario a livello normativo: prima della riforma dell’ordinamento penitenziario del 1975, il lavoro dei detenuti aveva carattere afflittivo ed era considerato in funzione strettamente punitiva (regio decreto 787/1931).
Ma la Costituzione prima e la legge 354/1975 poi (con i regolamenti di esecuzione, il 431/1976 e il 230/2000) hanno introdotto una nuova visione del lavoro che, seppur ancora obbligatorio, non deve più avere carattere afflittivo, bensì rieducativo. Da semplice obbligo, il lavoro in carcere è dunque divenuto un diritto-dovere.

Lavorare per…    essere rieducati
L’art. 20 della citata legge 354/1975 recita infatti: ‘Negli istituti penitenziari devono essere favorite in ogni modo la destinazione dei detenuti e degli internati al lavoro e la loro partecipazione a corsi di formazione professionale. (…) Il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo ed è remunerato. (…) L’organizzazione e i metodi del lavoro penitenziario devono riflettere quelli del lavoro nella società libera al fine di far acquisire ai soggetti una preparazione professionale adeguata alle normali condizioni lavorative per agevolarne il reinserimento sociale’.
Il lavoro penitenziario, che deve essere remunerato in misura proporzionale alla quantità e alla qualità del lavoro svolto (e non inferiore ai 2/3 della remunerazione prevista per le attività similari dai contratti collettivi nazionali), può essere intramurario -  all’interno del carcere,  sia alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria che di terzi – oppure extramurario – all’esterno.
Per quanto attiene alle imprese che organizzano attività produttive all’interno delle carceri e che assumono lavoratori detenuti, la legge 193/2000  (Norme per favorire l’attività lavorativa dei detenuti), meglio conosciuta come Legge Smuraglia, ha esteso anche alle aziende pubbliche e private gli sgravi contributivi e fiscali già previsti per le cooperative sociali mentre il decreto ministeriale 87/2002 ha concesso alle imprese ‘un credito mensile di imposta pari a 516,46 euro per ogni lavoratore (detenuto, ndr) assunto, in misura proporzionale alle giornate di lavoro prestate’.
Eppure, nonostante gli strumenti e gli incentivi  messi a disposizione dal legislatore, ai quali si aggiunge un ulteriore vantaggio per le aziende (la possibilità di usufruire di spazi e locali a costo zero messi a disposizione dal carcere), sono pochi i soggetti disposti ad ‘investire’ in carcere. Perché?

Lavorare per…      imparare un mestiere
Dare una risposta univoca non è facile e sono tanti i fattori in gioco: dalla scarsa professionalità di molti detenuti cui fa sovente difetto una ‘cultura’ del lavoro alle modalità e agli orari del lavoro in carcere, indubbiamente più rigidi e meno flessibili rispetto all’esterno, dalla questione sicurezza (l’ingresso di merci e persone deve subire perquisizioni) ai pregiudizi e alle reticenze. Ma a far la parte del leone sono, ancora una volta, le tante, troppe pastoie burocratiche e la mancanza di una copertura finanziaria adeguata: ecco perché  è  essenziale sburocratizzare il sistema, prevedere nuovi investimenti e sensibilizzare maggiormente le imprese.
Attenzione,  però: far lavorare i detenuti non ha nulla a che vedere con la filantropia o il buonismo.
Far sì che chi è in carcere impari un mestiere significa agevolarne il reinserimento nella società evitando che torni a delinquere (con indubbi  vantaggi per la sicurezza di tutti cittadini) e nel contempo anche le casse dello Stato – da cui  escono ogni anno 3 miliardi di euro per il sistema carcerario – ringrazieranno.
Il lavoro, dunque, è un’occasione di riscatto sociale per chi sta dentro e di risparmio per chi sta fuori. Già perché, come ha ben esemplificato il direttore di Radio Carcere, Riccardo Arena, se nel carcere di Favignana, dove i detenuti restano chiusi in cella 22 ore al giorno, ognuno (ci) costa 300 euro al giorno, in quello della Gorgona, dove tutti lavorano, ciascuno (ci) costa 170 euro al giorno (fonte: ilsussidiario.net).
Una bella differenza.
Lavorare per…       non delinquere più
E quello di Gorgona non è un caso isolato: nonostante i numeri descrivano un panorama desolante, disseminate qua e là lungo lo Stivale esistono vere e proprie ‘cattedrali nel deserto’, modelli virtuosi che andrebbero pubblicizzati, studiati ed ‘esportati’.
Il carcere di Bollate, ad esempio, dove a lavorare è il 90% dei detenuti. O quello di Padova, dove dietro le sbarre si può diventare pasticceri con tanto di ‘piatto d’argento’ (premio dell’Accademia italiana di cucina).
Ma su questi, e altri, piccoli grandi ‘miracoli’ avremo modo di soffermarci sui prossimi numeri.
Per ora preferiamo lasciarvi con le parole di chi il carcere l’ha vissuto sulla propria pelle, uno lavorando, l’altro oziando, perché la loro testimonianza è la miglior dimostrazione di come il lavoro nobiliti. Anche in carcere.
Lorenza Viotto

Autore articolo: Giuseppe Allevi

Dottore Commercialista, Revisore dei Conti e pubblicista. Partner www.leaders.it (consulenza fiscale, aziendale e del lavoro)

3 Responses to Il carcere di Bergamo rieduca ? Costruiamogli accanto una fabbrica dove si possa lavorare

  1. paola 10 novembre 2010 at 14:21 #

    sono daccordo io insegno taglio e cucito nel laboratorio di bollate e dopo qualche perplessità iniziale ,forse piu da parte mia,devo dire che l'esperienza è stata buona e le ragazze sono occupate e contente ed anche creative anche se non diventeranno tutte delle grandi sarte .

  2. Bergamo.info 4 febbraio 2010 at 23:59 #

    UNA BUONA NOTIZIA: C'E' UN GIORNALE DI DETENUTI

    "RISTRETTI NEWS" – NOTIZIARIO QUOTIDIANO DAL E SUL CARCERE

    Realizzato dall'Associazione di Volontariato "Granello di Senape Padova" – Redazione di "Ristretti Orizzonti"

    in collaborazione con la Conferenza Regionale Volontariato Giustizia e grazie al finanziamento della Regione

    Veneto, del C.S.V. di Padova e del Comitato di Gestione del Fondo Speciale per il Volontariato del Veneto

    PROPOSTA DI LEGGE: "PATTO PER IL REINSERIMENTO E LA SICUREZZA SOCIALE"

    SOVRAFFOLLAMENTO: IL RICORSO ALLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO

    Se riscontrate difficoltà nella ricezione del notiziario via mail, potete leggere

    le notizie sempre aggiornate a questo indirizzo (nel caso, aggiungetelo ai "preferiti"): http://www.ristretti.it/commenti/news.htm

    Edizione di mercoledì 3 febbraio 2010

    Notizie

    Giustizia: il Governo propone di modificare le pene alternative

    Giustizia: Idv; serve progetto legge organico.. così non piace

    Giustizia: Ionta in Commissione di inchiesta, sui suicidi in cella

    Giustizia: psicologi contro il Dap; annullate Circolare su suicidi

    Giustizia: contro l’ergastolo per restituire un'umanità alla pena

    Giustizia: caso Cucchi; indagini su cartelle cliniche manomesse

    Padova: "Ristretti" un giornale dal carcere contro l’indifferenza

    Bollate (Mi): direttrice premiata; carcere modello rieducazione

    Pozzuoli (Na): nel carcere femminile, apre la fabbrica del caffè

    Firenze: due Consiglieri regionali del Pd in visita all’Ipm "Meucci"

    Sassari: Sappe; 3 detenuti per cella, ed 1 agente per 4 bracci

    Imperia: detenuto non può vedere figlio, ass. sociale indagato

    Immigrazione: un permesso di soggiorno per "meriti di giustizia"

    Immigrazione: Maroni; il Rapporto Msf? con pregiudizi ideologici

    Iran: nove persone impiccate dopo le proteste antigovernative

    Rep. Ceka: primo detenuto ai domiciliari dopo riforma del codice

    Usa: "Prison valley"… un film documentario sulle carceri private

    Documenti

    Lettera: "Il Governo rispetti l’impegno assunto inserendo più Educatori" (pdf)

    Comunicato: "Apertura Sportello Inps nella Casa di reclusione di Opera" (pdf)

    Libro: "Pezzi di vita", di Diego Motta – capitolo dedicato alla detenzione (pdf)

    Iniziative

    Seminario in più Sessioni Lavoro: "Strada Facendo 4" – pdf (Terni, dal 5 al 7 febbraio 2010)

    Incontro "Detenzione e reinserimento: numeri, esperienze, idee" – pdf (Terni, 12 feb. 2010)

    Presentazione libro: "Le colonie penali nell'Arcipelago Toscano" – pdf (Prato, 13 febb. 2010) )

    Questo notiziario e' registrato al Registro Stampa del Tribunale di Padova (n. 1964 del 22 agosto 2005)

    e al Registro Nazionale degli Operatori della Comunicazione (n. 12772 del 10 dicembre 2005).

    Ha ottenuto il Marchio di Certificazione dell'Osservatorio A.B.C.O. dei Beni Culturali.

    Direttore: Ornella Favero

    Redazione: Centro Studi di Ristretti Orizzonti

    Via Citolo da Perugia n. 35 – 35138 – Padova

    E-mail: redazione@ristretti.it

  3. Claudio 31 gennaio 2010 at 20:04 #

    E' una cosa direi certa e, oserei dire, condivisa da tutti che il lavoro nobiliti l'uomo! Solitamente i maggiori disordini avvengono e sono avvenuti nella storia proprio per avere un lavoro tale e tanta è la brama di operosità dell'essere umano…perchè non offrirla a tutti, specialmente a chi, piu' di altri, necessiti di essere riabilitato?

    Non farlo è doppiamente un condanna per i reclusi.

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